Tag: libertà di espressione

  • Meta, addio al fact checking e abbraccia il modello di X

    Meta, addio al fact checking e abbraccia il modello di X

    Meta elimina il fact-checking e adotta il modello delle Community Notes, ispirate a X di Elon Musk. Una svolta che potrebbe ampliare la libertà di espressione, ma aumentare il rischio di disinformazione.

    Le iniziative di Meta, mentre si avvicina all’insediamento di Donald Trump, come nuovo presidente Usa, continuano. E questa tempistica indica un progressivo allineamento da parte della società di Mark Zuckerberg verso la parte politica che sostiene Donald Trump.

    Se qualche giorno fa era chiara questa tendenza con la nomina di Joel Kaplan al posto del dimissionario Nick Clegg, quello che stiamo per vedere ne è solo la chiara conferma.

    Meta, l’azienda madre di Facebook e Instagram, ha annunciato di aver preso una decisione che potrebbe ridisegnare ancora di più il panorama della moderazione dei contenuti online, e dei social media in generale.

    Mark Zuckerberg, CEO e fondatore di Meta, ha dichiarato l’intenzione di smantellare il programma di fact-checking negli Stati Uniti, introducendo un nuovo modello che si rifà direttamente alla filosofia di libertà di espressione promossa da Elon Musk su X (ex Twitter). L’esempio è per rendere più chiaro il concetto di cosa si sta parlando.

    Una scelta che apre interrogativi su come verrà gestito il fenomeno della disinformazione e sulla strada che intende percorrere da oggi Meta.

    Meta, addio al fact checking e abbraccia il modello di X
    Meta, addio al fact checking e abbraccia il modello di X

    La fine di un modello: dal fact-checking al controllo delle community

    Introdotto nel 2016, il programma di fact-checking di Meta era stato pensato per contrastare la disinformazione attraverso la collaborazione con oltre 90 organizzazioni indipendenti in più di 60 lingue.

    Un modello che non è stato privo di casi eclatanti, ma che in realtà si affidava a realtà certificate.

    Zuckerberg ha invece evidenziato i limiti del sistema, criticandone l’inefficacia e l’eccessiva censura dei contenuti. La nuova strategia che Meta intende adottare prevede l’adozione di “Community Notes”, un sistema ispirato a quello di X, che consente agli utenti di aggiungere contesto ai post potenzialmente fuorvianti.

    Questa svolta è stata giustificata con la necessità di “tornare alle nostre radici sulla libertà di espressione”.

    L’obiettivo è ridurre le restrizioni su temi controversi come l’immigrazione e l’identità di genere, affidando alla comunità il compito di moderare e contestualizzare i contenuti. Ma può una strategia del genere garantire la creazione di un ambiente informativo affidabile?

    Il trasferimento in Texas: un cambio di prospettiva

    Parallelamente, Meta ha annunciato il trasferimento del team dedicato alla moderazione dei contenuti dalla California al Texas. Questo spostamento riflette una scelta non solo logistica, ma anche simbolica.

    La California, tradizionalmente associata a una cultura progressista e alla regolamentazione tecnologica, lascia il posto al Texas, uno stato noto per le sue posizioni più conservatrici.

    Zuckerberg mira a dissipare le percezioni di parzialità politica nella moderazione dei contenuti. Ma non solo.

    Questa mossa è stata interpretata da molti come un ulteriore passo verso un allineamento con l’approccio di Elon Musk, che ha trasformato X in una piattaforma più permissiva e meno vincolata da regole rigide. E, guarda caso, anche Musk ha trasferito i suoi team da San Francisco al Texas, proprio a sottolineare il contrasto alle politiche portate avanti dall’attuale governatore Gavin Newsom.

    Lo stesso Musk ha aspramente criticato Newsom la scorsa estate proprio su X.

    Libertà di espressione o disinformazione?

    L’allineamento con il modello di X porta inevitabilmente a un confronto.

    Da quando Musk ha adottato una filosofia di libertà di espressione pressoché illimitata su X, la piattaforma è stata oggetto di critiche per la diffusione di disinformazione e discorsi d’odio.

    Ora Meta sembra avviarsi su un percorso simile, cercando di bilanciare libertà di parola e responsabilità sociale.

    Il sistema “Community Notes” si propone come un’alternativa partecipativa al fact-checking tradizionale, ma presenta rischi molto elevati.

    Affidarsi soltanto a quella che possiamo definire “saggezza collettiva” potrebbe amplificare i bias e aprire la porta a manipolazioni, specialmente su argomenti politicamente divisivi. Che è praticamente quello che si vede su X, accompagnato da una corposa modifica dell’algoritmo in questo senso.

    Questo nuovo modello rappresenta una scommessa per Meta, che rischia di compromettere la fiducia degli utenti in nome di una libertà di espressione più ampia e, paradossalmente, poco garantita.

    Il video di Zuckerberg e il “ritorno alle radici”

    In un video pubblicato il 7 gennaio 2025, Zuckerberg ha dichiarato:

    • Ritorno alle radici della libertà di espressione: nel video Zuckerberg ha sottolineato l’intenzione di “tornare alle nostre radici e concentrarci sulla riduzione degli errori, semplificando le nostre politiche e ripristinando la libera espressione sulle nostre piattaforme”.
    • Sostituzione dei fact-checker con Community Notes: il CEO di Meta ha annunciato che i fact-checker saranno sostituiti con “Community Notes” simili a quelle utilizzate su X, a partire dagli Stati Uniti.
    • Critica ai fact-checker esistenti: Zuckerberg ha affermato che i fact-checker erano diventati “troppo politicamente di parte” e che c’erano “troppi errori e troppa censura”.
    • Riferimento al panorama politico: il fondatore di Facebook (il vecchio nome di Meta) ha menzionato le recenti elezioni, sostenendo che queste rappresentano un “punto di svolta culturale” verso una nuova libertà di parola.

    Questi cambiamenti riflettono un allineamento con l’approccio di Elon Musk su X, enfatizzando una maggiore libertà di espressione e riducendo le restrizioni sui contenuti.

    Una scelta che ha il sapore di strategia politica

    La nomina recente di Joel Kaplan, noto per le sue affiliazioni al Partito Repubblicano, a capo degli Affari Globali di Meta, offre ulteriori indizi sulla direzione strategica dell’azienda.

    Kaplan, vicino all’amministrazione Trump, potrebbe guidare Meta verso un’apertura alle posizioni conservatrici, rafforzando l’idea di una piattaforma meno regolamentata e più allineata alle dinamiche politiche statunitensi attuali.

    Quali saranno i nuovi scenari

    L’abbandono del fact-checking tradizionale da parte di Meta rappresenta un cambiamento che avrà ripercussioni non solo sull’ecosistema dei social media, ma anche sull’informazione digitale globale.

    In uno scenario in cui piattaforme come X e Meta si allontanano da politiche di moderazione stringenti, si rischia di assistere a un aumento della polarizzazione e della disinformazione, mettendo alla prova la capacità degli utenti di distinguere il vero dal falso.

    Molti sostengono che questa strategia potrebbe anche stimolare una maggiore partecipazione della comunità, spingendo gli utenti a diventare parte attiva del processo di moderazione.

    Ma resta da vedere se questa libertà di espressione ampliata sarà in grado di convivere con la necessità di garantire un ambiente digitale sano e informato.

    Ricordiamoci che Meta, a differenza di X, conta oltre 3 miliardi di utenti solo su Facebook e di oltre 2 miliardi di utenti su Instagram. Stiamo parlando di due delle piattaforme più usate al mondo, da giovani e da meno giovani. Si tratta di due piattaforme dalle quali gli utenti si informano su ciò che accade, tanto nel mondo quanto vicino casa.

    Conclusione

    La decisione di Meta di smantellare i team di fact-checking e abbracciare un modello simile a quello di X rappresenta una svolta che potremmo definire “epocale”, senza esagerazione.

    Tra promesse di maggiore libertà e rischi di disinformazione dilagante, il futuro dell’informazione sui social media si preannuncia quanto mai incerto.

    Zuckerberg ha scelto di percorrere una strada nuova, che lo pone in rotta di collisione con sfide enormi. Si intende sotto il profilo della fiducia da parte degli utenti e da parte delle aziende che investono sulle piattaforme. Elemento non da poco quest’ultimo.

     

  • Elon Musk cede alle richieste del Brasile, X presto online

    Elon Musk cede alle richieste del Brasile, X presto online

    Elon Musk alla fine ha ceduto alla Corte Suprema del Brasile. Ha così risolto lo scontro legale su X rimuovendo gli account che diffondevano disinformazione, pagato le multe e nominato un nuovo rappresentante legale.

    Alla fine Elon Musk ha fatto dietro-front. Dopo settimane di scontro con il giudice Alexandre de Moraes, presidente della Corte Suprema Federale del Brasile, culminato nella sospensione di X in Brasile, Musk ha ceduto.

    Il proprietario della piattaforma, attraverso i suoi avvocati, ha quindi ceduto alle richieste del STF (Supremo Tribunal Federal).

    Eppure il rifiuto di cedere alle richieste portate avanti da de Moraes era per Musk una questione di principio inossidabile. Al punto da mettere a repentaglio la stessa piattaforma in Brasile, dove ci sono oltre 22 milioni di utenti. Il quarto paese con il numero di utenti più alto.

    Evidentemente, lo stesso Musk, oltre la narrazione della censura, si deve essere reso conto che la situazione rischiava di diventare insostenibile. E certamente non un bel biglietto da visita in vista delle prossime elezioni presidenziali Usa.

    Elon Musk cede alle richieste del Brasile, X presto online

     

    Musk cede alle richieste di de Moraes

    Come riporta il New York Times, Musk ha eseguito quanto de Moraes richiedeva da mesi. E quindi: ha rimosso gli account che il giudice aveva individuato come minaccia alla democrazia in quanto come diffusori di disinformazione; ha eseguito il pagamento delle multe che nel frattempo si sono accumulate; ha nominato un nuovo rappresentante legale in Brasile.

    La Corte Suprema del Brasile, con un comunicato di sabato scorso, ha confermato tutte le azioni concilianti di X, ma ha affermato che la società non ha ancora depositato la documentazione corretta. La STF ha proceduto quindi a concedere a X altri cinque giorni per inviare la documentazione necessaria.

    Questo comporta il fatto che X non è ancora ritornato online, ma è probabile che ritorni ad essere utilizzabile dagli utenti brasiliani nel giro di qualche giorno.

    Uniformandosi alle richieste brasiliane, Musk mette fine ad un braccio di ferro che ha comportato perdite su diversi fronti.

    X bloccato in Brasile e Bluesky cresce

    Sul fronte degli utenti che hanno cominciato a frequentare altri lidi, nel frattempo Bluesky ha visto aumentare i propri utenti e superare il traguardo dei 10 milioni di utenti. Sul fronte dei ricavi, calati ulteriormente visto che la piattaforma era bloccata comportando per le aziende danni rilevanti.

    Nei giorni scorsi molte aziende si erano appellate a Musk al fine di considerare la situazione dannosa venutasi a creare in un paese che usa ancora molto la piattaforma.

    Anche Musk deve essersi reso conto che la situazione brasiliana avrebbe rischiato di travolgere la piattaforma in una situazione insostenibile.

    Il blocco di X in Brasile: impatto su utenti e piattaforme

    Musk e il Brasile, era una scelta obbligata

    Volendo guardare la situazione in maniera più diretta, Elon Musk comunque non aveva altra scelta. E questo era chiaro da settimane. I precedenti in India e in Turchia, dove la piattaforma ha seguito senza indugio le richieste dei due paesi, portavano a pensare che lo stesso sarebbe dovuto avvenire anche in Brasile.

    Così è stato, alla fine, ma con un prezzo molto alto.

    Se avesse fatto seguito alle richieste di de Moraes, Musk avrebbe evitato di attivare una campagna di insulti contro il giudice. Campagna che lo ha visto protagonista assoluto, in negativo.

    Pochi giorni prima di cambiare rotta, X era stata riattivata in modo “involontario” secondo la società di Musk. In realtà, molti sono portati a pensare che il passaggio ai server Cloudfare ha messo in difficoltà gli ISP brasiliani, incapaci quindi di procedere alla disattivazione. Una mossa che alla Corte Suprema brasiliana è sembrata deliberata e voluta. E per questo motivo ha comminato una multa di quasi 1 milione di dollari al giorno a partire dal 19 settembre in avanti.

    Ora tutto è sanato, Musk ha sotterrato l’ascia di guerra. Adesso il proprietario di X deve spiegare ai suoi, ai tanti politici e commentatori brasiliani, che lo avevano seguito il questa campagna brasiliana, cosa è cambiato.

    Perché i mugugni e le lamentele cominciano a farsi sentire. E c’è chi parla di resa e capitolazione.

    Resta il fatto che, al di là delle simpatie e nel rispetto delle posizioni di tutti, la libertà di espressione non deve mai essere confusa con la libertà di dire e fare ciò che si vuole, senza il rispetto delle regole. E questo caso ne è una dimostrazione chiara.

  • Il valore della libertà di parola e i social media nel 2024

    Il valore della libertà di parola e i social media nel 2024

    La libertà di parola è sempre più al centro del dibattito in rete e sui social media. Il caso che riguarda Don Lemon e Elon Musk è solo uno dei tanti esempi che rappresenta questo grande tema. Noi tutti dobbiamo impegnarci per un dialogo sempre costruttivo e rispettoso.

    Viviamo un momento storico in cui la libertà di parola è sempre più al centro di qualsiasi dibattito. Specialmente sui social media.

    Questo perché negli ultimi anni, in particolar modo negli ultimi due, ci siamo accorti che questi strumenti, i social media, possono essere strumenti di grande valore. Ma anche strumenti che, se adoperati nel modo sbagliato, possono ledere principi basilari. Come appunto la libertà di parola.

    Libertà di parola e social media oggi

    Con l’avvento del digitale e dei social media questo concetto si è ampliato. Siamo entrati in un territorio in cui le linee tra espressione personale, disinformazione, discorso d’odio e censura diventano nebulose.

    Il grande tema che abbiamo scoperto tutti con Internet è dove finisce la libertà di parola e dove inizia la censura.

    Come spesso ricordato, per libertà di parola non si intende, in maniera sintetica, libertà di poter dire qualsiasi cosa impunemente. Tutt’altro. La libertà di parola consente a chiunque di esprimersi liberamente nel rispetto delle norme vigenti. E questo vale anche sui social media e su Internet in generale.

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    Di libertà di parola poi ne parla continuamente Elon Musk, ormai proprietario della piattaforma X, che prima era Twitter. Per Musk questo principio è basilare. Solo che lo interpreta nella sua accezione più estesa, ossia senza limiti. E spesso con una forte interpretazione personale. Vale a dire: “puoi esprimerti liberamente, ma solo se piace a me”.

    Musk e la libertà di parola

    Questa considerazione non è campata in aria. Elon Musk ha un evidente problema con la libertà di parola. Appena insediatosi in quella che prima era Twitter si è adoperato molto a ripristinare account che erano stati banditi per contenuti d’odio. Un esempio su tutti Donald Trump o ancora il ripristino dell’account di Alex Jones.

    Musk sa benissimo che non sarà mai un paladino e strenue difensore della libertà di parola in senso esteso e nobile. Non lo sarà mai perché è a capo di una società privata e, questa condizione, lo porta a discernere in modo differente cosa è lecito condividere sulla sua piattaforma e cosa non lo è.

    Musk, come proprietario di X, ha il potere di decidere chi può e chi non può avere una voce sulla piattaforma. Questo evidenzia il crescente potere dei giganti dei social media e la necessità di una maggiore regolamentazione.

    Perché mi soffermo sul valore della libertà di parola e i social media?

    Il caso Don Lemon – Elon Musk

    Perché nei giorni scorsi è avvenuto un ennesimo esempio di ciò che si intende per potere dei giganti di queste piattaforme nel momento in cui decidono cosa può andar bene e cosa non deve andare bene.

    Il caso eclatante riguarda, ancora una volta, Elon Musk e l’ex giornalista della CNN, Don Lemon.

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    Sulla sinistra, Don Lemon | sulla destra, Elon Musk

    Come sapete, X sta cercando di posizionarsi anche come piattaforma video. E quindi sta estendendo ancora una volta la modalità di creazione di contenuti. Per alimentare nuovi video, ha pensato bene di coinvolgere giornalisti, intrattenitori, influencer a tenere i propri show sulla piattaforma.

    Uno dei primi show avviati su X è stato quello di Tucker Carlson, ex giornalista di Fox News, apertamente di destra. Per chi non lo conoscesse, lo avrete sicuramente sentito nominare di recente per la sua intervista a Vladimir Putin al Cremlino.

    E qualche mese fa Elon Musk, per cercare di equilibrare gli show, aveva invitato anche Don Lemon.

    Lo show di Lemon, “Don Lemon Show”, avrebbe dovuto prendere il via in questi giorni, proprio con un’intervista a Elon Musk. Avrebbe, perché proprio Elon Musk ha deciso che lo show non sarebbe stato più ospitato da X, così come era stato concepito inizialmente.

    E perché questa decisione? Semplice, Elon Musk annulla la messa in onda dello show perché non gli è piaciuta l’intervista.

    Censura o libertà di parola?

    L’intervista verteva su diversi temi di attualità e riguardava anche alcune considerazioni che Musk aveva condiviso sulla sua piattaforma.

    Lemon ha chiesto a Musk di commentare un tweet in cui definiva il capo dell’intelligence artificiale di Google, Blaise Agüera y Arcas, un “pazzo”.

     

    La risposta di Musk è stata stizzita: ha accusato Lemon di essere “un giornalista di parte” e di avergli rivolto domande “a senso unico”. Di lì a poco, ha annunciato la cancellazione della sua partecipazione al programma, previsto per il giorno successivo.

    “Mancava di autenticità”, ha aggiunto Musk. Sostenendo anche come Lemon rivolgesse le domande suggeritegli da Jeff Zucker, ex presidente della CNN. Questa considerazione è figlia del fatto che Musk considera la CNN “un media allo sbando”.

    L’equilibro e la libertà di parola

    Insomma, un brutto episodio che ci riporta a quello che sostenevo all’inizio. Ossia al fatto che Musk considera la libertà di espressione solo quando gli fa comodo. Più o meno è così.

    Questa vicenda ci mostra come i social media esercitano un ruolo fondamentale nell’esercizio della libertà di parola.

    La vicenda in questione ci pone di fronte a domande come queste:

      • Qual è il ruolo delle piattaforme social nel moderare i contenuti?
      • Come bilanciare libertà di parola e protezione da contenuti dannosi?
      • Come evitare che i social media dividano e polarizzino la società?

    La vicenda Lemon-Musk ci invita a riflettere su queste domande e a trovare soluzioni che tutelino la libertà di parola e favoriscano un dialogo costruttivo e rispettoso.

    Interventi sulla libertà di parola e conseguenze

    Ma oltre alle domande da porci, ci sono anche alcuni elementi da considerare. Questa vicenda in effetti ha:

      • danneggiato ulteriormente la reputazione di X, accusata di non tollerare il dissenso.
      • rafforzato la posizione di Musk come figura controversa e polarizzante.
      • contribuito ad accendere un nuovo dibattito pubblico sulla libertà di parola e sul ruolo dei social media nella società.

    Le conseguenze a lungo termine sono ancora incerte.

    Ma è evidente che la vicenda ha avuto, e avrà, un impatto considerevole sui social media e continuerà a far discutere.

    Teniamo anche in considerazione il fatto che questi luoghi non sono agorà pubbliche. Mi viene in mente, proprio adesso che lo scrivo, che a parlare di “agorà” fu addirittura un ex CEO di Twitter, Dick Costolo.

    Le piattaforme social sono proprietà privata e stabiliscono le proprie regole e come moderare i contenuti.

    Libertà di parola e controllo degli strumenti digitali

    Il tema della libertà di parola non è solo una questione di diritti individuali. È una questione anche di potere e controllo sui canali di comunicazione digitali.

    Inoltre, pone in risalto l’importanza della trasparenza e dell’equità da parte delle piattaforme che gestiscono questi strumenti.

    È di fondamentale importanza essere consapevoli dei propri pregiudizi e di come influenzano le nostre opinioni online.

    Tutti noi dobbiamo impegnarci a coltivare un dialogo costruttivo e rispettoso online, anche con persone che hanno opinioni diverse dalle nostre.

    La libertà di parola sui social media è un diritto prezioso che va difeso. È importante esercitarlo con Responsabilità e Consapevolezza, tenendo conto dei diritti e degli interessi degli altri.

    Solo così possiamo creare un ambiente online sicuro, inclusivo e democratico, dove tutti possono esprimersi liberamente e senza timore.

  • Il caso Substack, tra libertà di espressione e moderazione dei contenuti

    Il caso Substack, tra libertà di espressione e moderazione dei contenuti

    Si parla ormai da un po’ di tempo del caso Substack. E ora con l’addio di Platformer si allarga ancora di più. Appare sempre più evidente la sfida della libertà di espressione e la moderazione dei contenuti che le piattaforme digitali devono affrontare.

    Ormai il tema libertà di espressione è diventato sempre più dirompente. Tema che coinvolge tutta la dimensione digitale e non solo i social media. Il pensiero va alla piattaforma di Elon Musk, X (quella che prima era Twitter), che secondo il capo della Tesla dovrebbe essere il luogo dove ognuno ha la libertà di esprimersi. Senza regole, quello che vuole Musk.

    Per intenderci, libertà di espressione non è libertà di condividere contenuti d’odio e diffondere disinformazione. Eppure, restando per un attimo ancora su X, il percepito che arriva è proprio un luogo dove non ci siano regole e dove non esiste alcuna protezione.

    Tutto questo poi ha un prezzo.

    Ma adesso, in questi giorni e in queste ultime settimane, sta emergendo un altro caso che porta ancora all’attenzione il tema della libertà di espressione e la necessità di moderazione dei contenuti. Per evitare proprio che lo spazio digitale, che si vuole gestire e che si vuole proporre agli utenti come occasione di condivisione dei contenuti, diventi una sorta di terra di nessuno.

    E parliamo di Substack e del recente caso di contenuti estremisti e nazisti condivisi sulla piattaforma.

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    Andiamo con ordine, partendo da cosa è Substack, spiegano il caso che l’ha coinvolta e le ultime vicende che rischiamo di mettere in crisi la piattaforma.

    Come dicevamo, la piattaforma di newsletter Substack è recentemente diventata il fulcro di un acceso dibattito che tocca i nervi scoperti della libertà di espressione, della moderazione dei contenuti e del ruolo delle piattaforme digitali nel panorama mediatico contemporaneo.

    Questo caso mette in luce la complessa interazione tra diritti individuali, responsabilità editoriale e la crescente polarizzazione del discorso pubblico online.

    Il contesto della vicenda Substack e la moderazione dei contenuti

    Substack, nata come una piattaforma innovativa per newsletter, ha rapidamente guadagnato popolarità tra i giornalisti, blogger e scrittori che cercavano maggior libertà editoriale e un modello di business sostenibile, lontano dalle tradizionali dipendenze dalla pubblicità.

    La piattaforma permette agli autori di essere remunerati direttamente dai loro lettori attraverso abbonamenti, promuovendo un modello di finanziamento digitale che ha riscosso ampio interesse​​.

    Tuttavia, con la libertà viene anche la responsabilità.

    Substack si è trovata al centro delle critiche per aver ospitato contenuti estremisti, inclusi quelli di simpatizzanti nazisti, sollevando preoccupazioni sulle sue politiche di moderazione e sulla mancanza di azioni contro account che promuovono ideologie di odio​​​​.

    Substack e la vicenda di Platformer

    Recentemente, la piattaforma ha attirato l’attenzione dei media a seguito di una controversia specifica riguardante Platformer, una delle sue newsletter più popolari, gestita dal giornalista tech Casey Newton.

    Newton ha espresso preoccupazioni riguardo la presenza di materiale pro-nazista su Substack, mettendo in discussione le politiche di moderazione della piattaforma e minacciando di trasferire Platformer su un’altra piattaforma se Substack non avesse rimosso tali contenuti​​.

    E, di fronte alla incapacità di agire di Substack, Platformer lascia la piattaforma di newsletter per migrare nei prossimi giorni su Ghost, piattaforma di newsletter diretta competitor di Substack. “Abbiamo già visto questo film” – scrive Newton nel dare notizia del trasferimento di Platformer – “e non resteremo qui a guardare mentre accade di nuovo“.

    Il caso di Platformer evidenzia una questione critica: la presenza di contenuti pro-nazisti non è solo moralmente riprovevole, ma mina anche l’integrità e i valori etici della piattaforma.

    La simbologia e l’ideologia nazista, universalmente riconosciute come rappresentative di odio, violenza e discriminazione, sono in contrasto con i principi di una società democratica e aperta.

    La permanenza di tali contenuti su Substack non solo solleva interrogativi sulla capacità della piattaforma di garantire un ambiente sicuro e rispettoso per i suoi utenti, ma rischia anche di alienare una parte significativa del suo pubblico, che potrebbe vedere in questa incapacità di agire una tacita accettazione di ideali pericolosi e discriminatori.

    Il senso di Substack per la libertà di espressione

    La posizione di Substack in questa controversia riflette un dilemma più ampio che molte piattaforme digitali devono affrontare: come bilanciare la libertà di espressione con la responsabilità di moderare i contenuti.

    Substack ha sostenuto la libertà di espressione come principio fondamentale, argomentando che sostenere i diritti individuali e sottoporre le idee a un dibattito aperto è il modo migliore per privare le cattive idee del loro potere.

    La piattaforma ha adottato un approccio di moderazione relativamente passivo, promuovendo un pensiero di principio che privilegia il discorso libero, anche in presenza di contenuti controversi​​.

    Il comportamento di Substack, nella controversia, riflette un bilanciamento delicato tra promuovere la libertà di espressione e gestire i contenuti problematici. Secondo le dichiarazioni ufficiali della piattaforma, Substack pone un’enfasi significativa sulla libertà editoriale, sostenendo che la censura eccessiva può essere controproducente.

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    Substack founder, da sinistra: Hamish McKenzie, Chris Best (CEO) e Jairaj Sethi

    La società pensa che permettere un ampio spettro di voci, anche quelle non convenzionali o impopolari, sia essenziale per un dibattito pubblico robusto e variegato.

    Ma, alla luce di tutto, questa filosofia presenta sfide evidenti quando si tratta di contenuti che incrociano la linea dell’incitamento all’odio o alla violenza. La piattaforma si trova quindi di fronte al compito arduo di distinguere tra la protezione della libertà di espressione e la prevenzione di azioni dannose per i suoi utenti.

    Alla ricerca di un equilibrio tra libertà e moderazione

    La vicenda di Substack e Platformer solleva questioni fondamentali sul futuro del giornalismo, del blogging e dei media digitali in generale.

    Da un lato, la libertà di espressione è un pilastro della società democratica, essenziale per un dibattito pubblico sano e per alimentare il pluralismo delle idee. Dall’altro, l’assenza di una moderazione efficace può portare alla diffusione di discorsi d’odio e all’incitamento alla violenza. Finendo per alimentare un senso di sfiducia tra gli utenti e tra i lettori.

    Il caso Substack illustra la sfida di equilibrare questi principi in un’era digitale in cui le piattaforme online hanno un impatto significativo sul modo in cui riceviamo e interagiamo con le informazioni e le notizie.

    Come parte della società, ci troviamo a dover navigare all’interno di un territorio complesso, cercando di mantenere un equilibrio tra la salvaguardia della libertà di espressione e la necessità di una moderazione responsabile.

    Questo dibattito non è solo centrale per il futuro del giornalismo e per tutti colo che fanno informazione. Ma lo è anche per la definizione stessa di una società aperta e democratica nell’era digitale.

    Alcune domande che possono sorgere

    Alcune domande potrebbero sorgere, arrivati a questo punto. Ma come se ne esce allora da tutta questa vicenda? Qual è il punto di equilibrio tra libertà di espressione e capacità di intervento di fronte a contenuti che richiedono attenzione? Cosa è meglio fare in casi come questi?

    Ecco, cercare un equilibrio in queste situazioni è una sfida complessa che coinvolge diverse prospettive e valori. Ecco alcuni punti chiave che va la pena considerare:

    • Definizione di standard di moderazione: è fondamentale per le piattaforme come Substack definire chiaramente quali tipi di contenuti sono accettabili e quali no. Questi standard dovrebbero essere trasparenti, coerenti e applicati equamente. Allo stesso tempo, dovrebbero essere flessibili abbastanza da adattarsi all’evoluzione del discorso pubblico e alle normative legali.
    • Equilibrio tra libertà e responsabilità: mentre la libertà di espressione è un diritto fondamentale, è importante riconoscere che non è un diritto assoluto. Limitazioni responsabili sono necessarie per prevenire danni gravi, come l’incitamento all’odio o alla violenza. La chiave sta nel bilanciare la protezione della libertà di espressione con la prevenzione di danni reali.
    • Trasparenza e responsabilità: le piattaforme dovrebbero essere trasparenti su come prendono decisioni di moderazione e su come vengono applicate le loro politiche. Ciò include la pubblicazione di report di trasparenza e l’apertura a revisioni esterne o audit.
    • Protezione della diversità e del dissenso: è essenziale proteggere la diversità di opinioni e il diritto al dissenso. Le politiche di moderazione non dovrebbero soffocare le voci minoritarie o impopolari, ma piuttosto mirare a creare un ambiente in cui possano essere espressi pensieri diversi, in modo sicuro e rispettoso.
    • Uso della Tecnologia: l’uso di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale può aiutare nella moderazione, ma deve essere affiancato da un controllo umano per comprendere il contesto e le sfumature.
    • Legislazione e normative: in alcuni casi, potrebbe essere necessario un intervento legislativo per definire limiti chiari e fornire linee guida sulle responsabilità delle piattaforme digitali, soprattutto in relazione ai contenuti dannosi o illegali.

    Non esiste una soluzione unica per questi complessi problemi. Le piattaforme, i legislatori, gli esperti di etica e i cittadini devono lavorare insieme per uscire da queste acque difficili, cercando sempre di equilibrare la libertà di espressione, garantendo maggiore protezione e la promozione di un ambiente digitale sano e rispettoso.

  • Kanye West, Elon Musk e la libertà di parola sui social media

    Kanye West, Elon Musk e la libertà di parola sui social media

    Il ritorno di Kanye West, o Ye, salutato con calore da Elon Musk, riporta al centro il tema della libertà di parola sui social media. Intanto, la legge del Texas sembra essere in linea con l’idea di libertà di parola del fondatore della Tesla, in procinto di chiudere l’accordo con Twitter.

    Di recente Kanye West, o rapper Ye, è ritornato sui social media, su Twitter e Instagram in particolare. Ma il suo ritorno, salutato con affetto da Elon Musk, è stato immediatamente accompagnato da roventi polemiche. Dopo due contenuti violenti e antisemiti i suoi account sono stati nuovamente sospesi e poi riammessi.

    E tutto questo negli Usa, oltre che alle polemiche, ha generato, e sta generando, un grande dibattito su quello che sarà il futuro dei social media. Soprattutto per quello che riguarda la libertà di parola sulle piattaforme social.

    Ma cosa è successo, nello specifico, prima di passare a vedere effettivamente cosa si intende parlare del futuro dei social media in questo contesto.

    È successo che Ye su Instagram ha prima scritto che il rapper Sean “Diddy” Combs fosse controllato da ebrei e per questo, nel giro di poco, Instagram è intervenuta rimuovendo subito il contenuto e bloccando l’account, riammettendolo un secondo dopo. Ma non è tutto, perché Ye ha pubblicato un tweet antisemita in cui annunciava che avrebbe “ucciso 3 persone ebree”. Così come Instagram, anche Twitter è stata rapido a bloccare il contenuto, mantenendo attivo l’account del rapper.

    kanye west elon musk social media

    Fin qui sembra tutto regolare, cioè si tratta di un caso in cui un account pubblica contenuti che incitano alla violenza e per questo viene bloccato, in violazione delle regole delle piattaforme.

    Il problema però, e problema dipende proprio dal punto di vista a questo punto, è che nello stato del Texas esiste una legge, ormai da un anno ma attiva in questi giorni, che vieta alle grandi piattaforme social media di censurare gli utenti o limitare i loro contenuti sulla base delle opinioni politiche espresse. Negli Usa vi è grande preoccupazione che questa legge possa essere presa a modello anche da altri stati.

    Nel caso specifico, che riguarda Kanye West, come riporta anche il Washington Post, gli esperti in materia legale sostengono che questo tipo di leggi renderebbero molto più rischioso per le società di social media come Meta, proprietaria Instagram, e Twitter moderare contenuti come quelli pubblicati da West.

    Questo è il punto. Attraverso l’approvazione e la messa in pratica di una legge come quella del Texas, chiamata “House Bill 20“, che vieta alle piattaforme social media con oltre 50 milioni di utenti mensili, come Facebook, Twitter e YouTube, di rimuovere un utente o i suoi contenuti sulla base di un “punto di vista”, si rischia di interpretare in senso politico, e quindi non sindacabile e rimovibile, anche contenuti come quelli di West.

    https://twitter.com/kanyewest/status/1578620714000605184

    Se ci soffermassimo a pensare un attimo di più su questo punto, capiremmo meglio tutti che uno dei punti centrali della possibile rivoluzione che Musk vuole portare su Twitter (sempre ammesso che l’accordo vada in porto entro il 28 ottobre di quest’anno) è proprio quello che riguarda la libertà di parola nella sua espressione più estesa. Senza paletti e regole da rispettare, secondo quello che vorrebbe il fondatore della Tesla.

    Per intenderci, se Twitter fosse stata di Elon Musk, probabilmente quel tweet di Kanye West, e il suo account, non sarebbe stato bloccato. Anche in virtù del Primo Emendamento che “garantisce la terzietà della legge rispetto al culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa, il diritto di riunirsi pacificamente; e il diritto di appellarsi al governo per correggere i torti”.

    Come dicevamo prima, Elon Musk ha accolto con calore il ritorno di Kanye West su Twitter: “Bentornato su Twitter, amico mio!“. Facendo ben capire cosa intende per libertà di parola. Certo, dopo la censura e il blocco, Musk ha detto di aver parlato con West di quello che ha fatto. Non si sa se sia riuscito a fargli cambiare idea, infatti il suo account resta bloccato.

    Resta da capire poi cosa passa per la mente di West di scrivere quelle frasi non appena rimesso piede su queste piattaforme. E sempre per restare in tema, lo stesso West, quasi contemporaneamente, si trovava a Parigi dove non ha fatto a meno di sfoggiare una maglietta con su scritto “White Lives Matter”, motivo per cui la Adidas ha deciso di bloccare la loro decennale collaborazione.

    Ora, per restare sul tema, se dovesse davvero estendersi il concetto su cui si basa la legge sui social media del Texas, ossia quello che sancisce la salvaguardia del “punto di vista” dell’utente autore del contenuto, allora il grande rischio è che la richiesta di bloccare contenuti violenti, razzisti, xenofobi sarà sempre più inascoltata.

    Certo, vi è l’eccezione prevista da questa legge e cioè che lo stesso contenuto non deve incitare direttamente all’attività criminale o manifestarsi in minacce specifiche di violenza rivolte a una persona o a un gruppo” sulla base di caratteristiche quali religione e/o razza.

    Se dovesse passare una regola come questa ed essere approvata da altri stati o da valicare anche i confini Usa, allora ci ritroveremmo nella condizione di ritrovarci al fianco di chi genera odio e violenza mascherato da “punto di vista” e di vedere al tempo stesso le piattaforme incapaci di intervenire. Tutto questo significherebbe vanificare tutti gli sforzi fatti in materia negli ultimi anni.

    Tuttavia non avrebbe, forse, alcuna conseguenza in Europa, da questa ottica siamo un po’ più attenti. Ma avrebbe certamente ripercussioni per quello che è l’uso che gli utenti fanno di queste piattaforme.

    Negli Usa sono già diversi gli stati che si stanno muovendo in questo senso e attendono l’evoluzione della legge in Texas, e anche in Florida con una legge simile, soprattutto in vista di ciò che potrebbe dire la Corte Suprema.

    Però, questo è già sufficiente a delineare un futuro di incertezza su queste piattaforme che si troveranno nella difficoltà di intervenire, e di essere addirittura penalizzate per questo.

    La libertà di parola è sacra e non deve comprendere, o giustificare mai con il “punto di vista”, mai l’uso di espressioni violente o molto vicine ad esse. Chiunque provi solo a far passare un concetto come questo, deve anche assumersi la responsabilità di definirsi parte del problema.

    Speriamo che Elon Musk su questo punto ci pensi non una ma più e più volte.

  • Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole

    Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole

    La sospensione di Donald Trump da Facebook e da Twitter, e non solo, ha acceso un grande dibattito sul ruolo dei social media. Abbiamo chiesto un parere ad esperti che ci hanno offerto il proprio punto di vista, come: Vincenzo Cosenza, Vera Gheno, Stefano Epifani, Veronica Gentili, Ernesto Belisario.

    La sospensione di Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti d’America ormai a fine mandato, da Facebook e da Twitter, ma non solo, ha acceso il dibattito sul grande tema che avvolge le piattaforme social media, dopo i gravi fatti di Capitol Hill. E cioè: si tratta di piattaforme pubbliche o private? Possono davvero arrivare a mettere a tacere il presidente Usa, al limite della censura? Sono allora degli editori?

    Tutte domande, lecite, che ormai si ripetono da giorni senza, tuttavia, aver ricevuto delle risposte esaustive. Si tratta della prima volta che un personaggio così rilevante viene sospeso da tutte le piattaforme. Già, perché si continua a discutere di Facebook e Twitter, le prime a prendere una posizione netta, in realtà la lista è lunghissima e coinvolge anche Pinterest, YouTube, Shopify, Twitch e via discorrendo, con molte altre come TikTok o Snpachat che hanno rimosso video di Trump.

    trump banned sullivan getty images

    Ricordiamo sempre che stiamo parlando di piattaforme gestite da aziende private che perseguono scopo di lucro con la vendita della pubblicità. E sono anche quotate in borsa, come Facebook o Twitter. Questo per dire che, in gioco ci sono, enormi interessi economici, basti pensare alle decine di milioni di dollari in pubblicità a cui ha rinunciato Facebook sospendendo l’account del presidente. Ma c’è in gioco anche la libertà di parola, principio nobile a cui tutte le piattaforme si richiamano, attorno al quale hanno costruito un insieme di regole da rispettare, nelle rispettive piattaforme, sempre tenendo conto delle regole vigenti.

    Insomma, si tratta di un problema enorme che non può essere risolto nel giro di poco tempo e che, comunque la si pensi, questo costituisce un precedente.

    Come sempre in questi casi, ci piace sentire la voce di chi ci può aiutare a vedere il problema da angolazioni diverse, in modo tale da far emergere diverse sfaccettature. E per questo, in questa nostra tavola rotonda, abbiamo voluto coinvolgere personalità ed esperti che ci offrono il loro punto di vista, prezioso, per noi, e speriamo anche per voi, per formularci una opinione quanto più oggettiva possibile.

    E cominciamo con Vincenzo Cosenza, social media analyst tra i più esperti al mondo che da poco ha pubblicato “Marketing Aumentato“, che pone il tema della regolamentazione:

    vincenzo cosenzaÈ la prima volta che viene estromesso un presidente degli USA, anche se a pochi giorni dall’uscita. In questo senso si tratta di decisioni poco coraggiose e un po’ furbe, che rispondono più a logiche contingenti che di interesse pubblico (altrimenti avrebbero dovuto agire prima).
    Ora si aprirà un dibattito sul potere di queste aziende e su possibili regolamentazioni esterne. Facebook sta cercando di correre ai ripari attraverso la nomina preventiva di un suo “oversight board”, ma credo che si arriverà a qualche forma di regolamentazione, almeno in Europa“.

    Vera Gheno, sociolinguista tra le più esperte in Italia:

    A riguardo, questi sono i miei pensieri:

    vera gheno1) Le policy delle piattaforme sono molto grossolane per forza di cose, particolarmente per quanto riguarda lo hate speech. Per esempio, bloccano a livello lessicale senza tenere conto di contesto, intenzioni comunicative e interlocutori; se ricevono una marea di segnalazioni, prima bloccano e poi casomai controllano. 2) Il sistema dice di essere democratico, ma non lo è affatto: un po’ come per l’esperienza che ho avuto con la branca italiana di una nota enciclopedia condivisa, c’è chi fa il bello e il brutto tempo, altro che democrazia. In realtà, la stessa difficoltà che c’è nell’arrivare a parlare con qualcuno del customer care secondo me la dice lunga di come questi contesti abbiano al loro interno una ben precisa piramide del potere. Insomma, sui social non siamo tutti uguali. 3) Trovo comico che queste misure siano arrivate adesso, quando il Titanic sta affondando, anche se concedo loro – soprattutto a Twitter – che già da mesi mettevano gli avvisi ai messaggi di Trump in caso di tweet particolarmente impresentabili. 4) Anche io sono spaventata dal fatto che la decisione di cosa far vedere e cosa no dipenda dalle superpotenze della rete, ma del resto, cosa ci aspettavamo? Rimango dell’idea che sia ora di educare seriamente all’uso della rete, perché non sarà vietando e nascondendo che ci sbarazzeremo dei complottismi vari e assortiti. Del resto, abbiamo permesso che si creassero queste superpotenze della rete (forse perché i governi hanno continuato a pensare ai social come un giochetto per lungo tempo); ora è oggettivamente un po’ difficile intervenire. 5) Mi rimane un interrogativo in testa: io sono felice che abbiano bloccato Trump perché lo giudico insopportabile e pericoloso, ma non so se sia la strada giusta per vincere i Trump del mondo. La verità è che chi si ritiene dalla parte dei “giusti” tende, da molto tempo, a minimizzare l’intelligenza o le azioni degli “altri”. Anche oggi, mille post per prendere in giro il tizio con il copricapo con le corna o quello ricoperto di pelliccia. Non ci si rende conto che questo disprezzo non fa che peggiorare la situazione e aumentare il rift tra il presunto “noi” e il presunto “loro”? Chi si definisce progressista o di sinistra non può pensare che abbandonare “gli scemi” possa essere una reale soluzione, almeno non rimanendo in democrazia”.

    Stefano Epifani, docente alla Sapienza di Roma, fondatore di Tech Economy 2030 e presidente del Digital Transformation Institute, che pone al centro di tutto la politica “grande assente”:

    stefano epifani“Sto vedendo una gigantesca confusione tra merito e metodo e distorsioni che non giovano al dibattito, anche da parte di professionisti che di questo si occupano, o dovrebbero occuparsi. Il punto non è se sia stato giusto o sbagliato bloccare Trump, ma il processo che ha portato a questa decisione. Dare ai Social Media la responsabilità di decidere chi bannare e chi no vuol dire conferire loro ulteriore potere, e responsabilità che se non è detto che vogliano (Zuckerberg lo ha sottolineato diverse volte) è certo che non devono avere. È troppo facile far riferimento ai TOS dimenticandosi che i TOS devono comunque essere subordinati alla normativa, e la normativa dipende dalla natura degli strumenti, in un contesto -oltretutto – in cui questa natura sta cambiando. Rispetto a questo punto il grande assente è stata la politica, che avrebbe dovuto occuparsi di questi anni già da anni. Non c’è più tempo per rimandare: occuparsene vuol dire capire cosa vogliamo che rappresentino le piattaforme rispetto a modelli di sostenibilità sociale ed economica verso le quali traghettare la nostra società. È impressionante come non ci si renda conto del fatto che quella che potrebbe anche sembrare una buona notizia è il primo passo verso un imperialismo di piattaforma che produrrà molti più danni di quelli che potrebbe risolvere. Oggi la decisione secondo molti è indubbia: ma cosa fare dei casi dubbi? E dei margini interpretativi? E quali le conseguenze di possibili errori? Di buono c’è che – se sapremo coglierla – questo fatto ci da l’opportunità per non poter più rimandare la discussione su un tema di importanza fondamentale. Ignorare la sostanza del problema e guardare al risultato immediato vorrà dire porre le basi di un problema che sarà davvero molto complesso da risolvere”.

    Proseguiamo il nostro giro con Veronica Gentili, esperta proprio di Facebook e del Social Media Marketing in generale, il suo ultimo libro è “Professione Social Media Manager“, che ci porta il suo punto vista su questo tema:

    veronica gentili“Penso che siamo di fronte a una di serie di azioni intraprese da parte di piattaforme private a seguito della palese violazione delle normative delle stesse. Ovvio che ci pone davanti a una serie di quesiti molto importanti che impongono sia una riflessione che un piano di azione: fin dove si possono spingere i privati nel “silenziare” chi si esprime negli spazi pubblici odierni? Dove finisce l’applicazione delle regole e inizia un vero e proprio meccanismo di censura? Aggiungo che non vedo conseguenze per quanto riguarda il Social Media Marketing, Facebook agisce già in questo modo, spesso blocca account e campagne senza una reale motivazione. L’unica possibilità è che irrigidiscano ancora di più le norme in materia politica, quindi chi tratta questi temi dovrà gestirsi con ancora più restrizioni”.

    E chiudiamo il nostro giro di tavolo con Ernesto Belisario, avvocato e uno dei massimi esperti in Italia di diritto delle tecnologie, che si spinge a riflettere sul ruolo che le piattaforme social media hanno nella nostra società:

    ernesto belisarioLa decisione di “deplatforming” del Presidente USA rappresenta sicuramente un passaggio di svolta nelle discussioni, aperte da anni, sul ruolo delle piattaforme nel dibattito pubblico, nel confronto politico e nelle campagne elettorali.
    È un tema complesso che deve essere affrontato partendo da un presupposto: i social media, oggi, sono piattaforme completamente private che si autoregolano. Decidono autonomamente quali sono le regole che gli utenti devono rispettare nell’uso del servizio. Decidono, con ampia discrezionalità e poca trasparenza, come (e quando) fare rispettare le regole che si sono dati autonomamente.
    In questo quadro, la decisione di bannare Trump appare coerente con le policy dei social, contrarie all’incitamento all’odio e alla disinformazione. Anzi, semmai sembrano tardive visto che al Presidente USA sono stati negli anni consentiti comportamenti che non sarebbero stati tollerati da parte di qualsiasi altro utente.
    Il tema su cui confrontarci è quindi il seguente: è giusto che piattaforme – che ormai erogano un servizio pubblico – siano totalmente libere di autoregolarsi? Credo che la stessa decisione di deplatforming testimoni la consapevolezza che i social media hanno del loro ruolo nella società (e in quello che è accaduto a Capitol Hill).
    A mio avviso è necessario che i legislatori lavorino a una regolamentazione delle piattaforme che – lungi dal prevedere filtri (che si trasformerebbero in censura preventiva) – imponga trasparenza su criteri e decisioni di moderazione, prevedendo tutele per gli utenti, meccanismi di reclamo efficaci contro le decisioni delle piattaforme, vigilanza da parte di autorità nazionali.
    In questo senso, l’Unione Europea – con la proposta di “digital services act” – potrebbe indicare la strada da intraprendere per rispettare i diritti e le libertà fondamentali (come già fatto con il GDPR per la protezione dei dati personali)“.

    Ecco, questo era il nostro tavolo ideale per ragionare su questo grande tema e i pareri espressi ci aiutano a focalizzare meglio il tema. Grazie davvero a questi grandi professionisti per la loro grande professionalità e disponibilità, davvero preziosa.

    E voi che ne pensate?

  • Libertà d’espressione e istigazione all’odio

    Libertà d’espressione e istigazione all’odio

    Capita spesso e purtroppo che il limite tra libertà di espressione e istigazione all’odio sia più vicino. E questo lo vediamo anche con episodi recenti sul web. La domanda è allora come garantire la libertà di espressione e annullare manifestazioni di odio. Ecco una nostra riflessione

    M’interrogo spesso sul confine fra la libertà di espressione e l’istigazione all’odio. Nella Germania nazista Geobbeles si servì della radio che divenne il principale media di propaganda dell’odio verso gli ebrei. La funzione della radio era sicuramente più virale rispetto a quella del cinema e della stampa, era già all’epoca un mezzo popolare fruibile anche dalle persone più povere. Questa campagna di disprezzo, insieme alla sistematica volontà di annientamento di un popolo, costò la vita a circa 6.000.000 di ebrei. Un totale di 11.000.000 di persone vennero uccise nei campi di concentramento, individui condannati per reati politici, testimoni di Geova, rom e omosessuali. Prima di loro 70.000 furono le persone disabili sterminate dal regime, vite che non meritavano di essere vissute, bambini nati non perfetti uccisi per essere studiati. Vennero sterilizzate 375.000 persone in quanto ritenute non degne di vita.

    libertà-espressione-facebook-twitter

    Questa immagine faceva parte di un manuale di biologia, il testo recita: “Stai sostenendo questo peso! Il costo di una persona affetta da malattia ereditaria fino al raggiungimento dei 60 anni è di circa 50.000 marchi” 

    Nel 1994 fu sempre la radio in Ruanda a fomentare l’odio, lo speaker Kantano ripeteva in continuazione che si dovevano seviziare e sterminare gli scarafaggi Tutsi con il risultato che in 100 giorni furono un milione le persone massacrate, perlopiù a colpi di macete.

    Recentemente nel nostro paese abbiamo assistito alla condanna e all’amnistia di un direttore di un giornale che aveva editato un articolo delirante in cui si condannava in pratica l’aborto di un’adolescente. In questi giorni abbiamo visto come la campagna dell’odio verso le donne, propagata da un sito, abbia fatto presa su un prete che ha sposato l’ennesima follia di un sedicente giornalista.

    Da tempo in rete viene segnalata una pagina che, usando un nome per trarre in inganno le persone, usa propinare argomentazioni falsate riguardo al tragico fenomeno del femminicidio negandone a priori l’esistenza.

    Numerosi sono i gruppi e le pagine su facebook che inneggiano al fascismo e al nazismo, pagine intrise di razzismo e di omofobia. Oltre queste ve ne sono altre che oltraggiano le persone in carne, i disabili, insomma ce n’è per tutti.

    In queste ore il governo francese si sta interrogando su eventuali misure da prendere riguardo all’uso su twitter di hastag inquietanti che hanno dato il via a tweet omofobi, antisemiti e razzisti.

    Mi è capitato ieri di leggere un post che condanna chi invoca la censura per tali deliri equiparando questa al fascismo. Mi chiedo però se il consentire di vomitare oscenità sia segno di apertura mentale o lassismo. Abbiamo visto in passato, anche in quello più recente, come il lasciar perdere sia costato caro a milioni di persone. Non credo che  misure restrittive come il carcere possano funzionare da deterrente, spesso chi viene condannato si attinge a martire e questo non fa che aumentate l’odio che ha motivato lui e i suoi simpatizzanti. Tuttavia non riesco a non provare indifferenza quando leggo qualcosa che lede la dignità delle persone, i diritti umani. Se offesa reagisco con i mezzi che ho, certamente il sentirmi ferita mi fa perdere lucidità, ma sento che l’indifferenza sarebbe per me ancora peggio. Mi chiedo spesso se sia solo una cerchia ristretta d’individui ad indignarsi e protestare e se questa possa o meno influenzare anche altri.

    Rammento benissimo i commenti razzisti che lessi nei giornali online quando, il 13 dicembre dello scorso anno, vennero uccisi due uomini senegalesi a Firenze. Ogni volta che leggo un articolo riguardo a vittime di violenza o di guerra noto l’affiorare di commenti pieni di odio, frasi vomitate per screditare altri, parole che offendono l’umanità intera.

    Non possiamo impedire che venga detto di tutto sulla pelle degli altri, ma io non posso che condannarlo, la mia morale me lo impone, me lo impone quello che mi hanno insegnato i miei genitori, quello che ho imparato sui libri di storia.

    L’odio è presente in rete, questa finestra non fa che amplificare e far sentire potenti chi costruisce siti, pagine o hastag offensivi. Qualcuno lo farà per uno stupido gioco, altri perché accecati da sentimenti negativi. E’ comunque un fenomeno sul quale ci dobbiamo interrogare, che non dobbiamo sottovalutare.

    Ricordo una frase di un film, Mississipi Burning, che racconta dell’indagine sulla sparizione di tre attivisti dei diritti civili negli anni 60 nel sud degli Stati Uniti, ad un certo punto la moglie di un appartenente al Klux Klux Klan dice: “L’odio non è qualcosa con cui si nasce, te lo insegnano fin da piccoli e con l’odio ci si cresce e io quell’odio l’ho sposato”.

    Si può scegliere chi sposare, l’educazione però ci viene impartita e siamo tutti soggetti al nostro ambiente che è fatto di persone, ma anche dai mezzi di comunicazione.

  • La Libertà non si arresta. Ritorna libera Yoani Sanchez

    La Libertà non si arresta. Ritorna libera Yoani Sanchez

    E’ stata liberata la famosa blogger cubana Yoani Sanchez, arrestata dalla polizia mente si recava in tribunale ad assistere al processo di Angel Carromero, in carcere per un incidente stradale che ha provocato la morte di  Oswaldo Payà, uno dei volti noti dell’opposizione castrista, e di un altro dissidente dell’Avana. 30 ore di arresto senza bere e senza mangiare

    Yoani SanchezLa libertà non si arresta! Volevamo festeggiare questa bella notizia con un titolo che fosse emblematico ma al tempo stesso anche molto semplice, come è il concetto di Libertà, fluido, limpido, trasparente, senza limiti. L’arresto di Yoani Sanchez è un chiaro tentativo di arrestare la libertà personale ovviamente, ma soprattutto la libertà di espressione della più popolare blogger cubana e ovviamente anche la nostra. I fatti. Yoani Sanchez si stava recando ieri in tribunale, insieme al marito Reinaldo Escobar e ad altri amici attivisti, per assistere al processo, pubblico, che vede imputato Angel Carromero, appartenente al Partido Popular di Madrid, per l’incidente stradale che ha provocato la morte di Oswaldo Payà, uno tra i più importanti e conosciuti oppositori del regime castrista, e di un altro dissidente. La famiglia dello stesso Payà ha più sollevato dubbi circa la versione ufficiale. (altro…)

  • Internet Festival 2012 di Pisa a rete unificata

    Internet Festival 2012 di Pisa a rete unificata

    Saranno centinaia i relatori coinvolti in 104 incontri, dislocati in 12 location della città di Pisa. Al centro delle dirette, che trasmetteremo anche qui sul nostro blog, i temi del diritto e della libertà di espressione. Le trasmissioni saranno distribuite grazie a Intoscana.it, il portale ufficiale della Toscana. Per seguire e contribuire alla conversazioni, #if2012 l’hashtag per twittare

    Da giovedì 4 a domenica 7 ottobre il futuro digitale va “a rete unificata”. Nella città simbolo dell’informatica italiana quattro giorni di incontri ed eventi dedicati agli scenari, alle tendenze e agli sviluppi della Rete: infatti a Pisa nel 1969 nacque il primo corso di laurea in informatica d’Italia e nel 1986 grazie al CNR pisano partì la prima connessione a Internet. Previsti 104 eventi, 200 relatori, 12 location diffuse per la città, concerti, installazioni, mostre, incontri, contest e workshop per indagare sul futuro della Rete. Tre aree tematiche: Internet for Citizens, Internet for Makers e Internet for Tellers. In quest’ultima troveranno spazio le voci dei dissidenti dell’era 2.0 affermando la Rete come veicolo di espressione e opinione laddove diritti e libertà subiscono limitazioni e censure. (altro…)

  • Twitter e la censura, il caso di Nicolas Sarkozy

    Twitter e la censura, il caso di Nicolas Sarkozy

    Sta facendo molto discutere in Francia, e non solo, la chiusura da parte di Twitter di due account, @_nicolassarkozy e @SarkozyCaSuffit. La chiusura pare sia stata richiesta dallo staff del presidente francese appena sbarcato sul popolare sito di microblogging. Ma perchè? Era necessario?

    twitter-censoredDi recente si parla sempre più spesso di censura in riferimento a Twitter in particolare. Proprio nei giorni scorsi ha suscitato molte polemiche ma anche molte perplessità, l’annuncio da parte di Twitter della possibilità di procedere a censura in alcuni stati. Un annuncio che ha sorpreso proprio perchè proviene da uno dei siti al momento più in forte ascesa e perchè fino ad ora su questo sito la libertà di espressione o comunque la libertà di dire ciò che si pensa era sempre stata salvaguardata. A patto di non incorrere in qualche violazione grave del regolamento. E sembra tanto evidente che la messa in pratica di quell’annuncio non si è fatta attendere. Infatti, in Francia Nicolas Sarkozy, presidente e candidato alle prossime presidenziali da poco sbarcato su Twitter, fa chiudere 2 account, di cui uno in particolare, @_nicolassarkozy, attivo già da un anno, l’altro è @SarkozyCaSuffit. (altro…)