Tag: Meta

  • Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Il primo trimestre 2026 per Meta si chiude con ricavi a 56,31 miliardi di dollari, ma per la prima volta gli utenti giornalieri delle sue app calano. E intanto gli investimenti sull’IA salgono a 145 miliardi e si profila il rischio delle cause sui minori.

    Per la prima volta da quando Meta misura i suoi utenti con la metrica dei Daily Active People, il numero delle persone che usano ogni giorno almeno una delle sue app è sceso. Non è un crollo, diciamolo subito, però è un dato che va registrato.

    Si tratta di un passaggio da 3,58 miliardi di utenti giornalieri nel quarto trimestre 2025 a 3,56 miliardi nel primo trimestre 2026. È una soglia simbolica e cade nel momento in cui Mark Zuckerberg sta chiedendo agli azionisti di sottoscrivere il più grande investimento infrastrutturale nella storia dell’azienda.

    La trimestrale del primo trimestre 2026 è costruita interamente intorno a una promessa. E questa promessa si chiama superintelligenza personale, e dovrebbe raggiungere, parole testuali di Zuckerberg, “miliardi di persone”.

    Attorno a questa promessa, però, si muovono numeri che raccontano una storia più articolata: ricavi in fortissima crescita, un piano di investimenti che sale ancora una volta, una divisione hardware che continua a perdere miliardi, una flessione storica nella base utenti, e l’ammissione esplicita che i processi sui minori negli Stati Uniti potrebbero costare cari.

    I numeri che si vedono, intanto, raccontano di un’azienda in piena salute.

    Meta, nel primo trimestre 2026 i ricavi continuano a salire

    I ricavi sono saliti a 56,31 miliardi di dollari, con una crescita del 33% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’utile netto ha toccato i 26,77 miliardi, l’EPS diluito è arrivato a 10,44 dollari. Le impressioni pubblicitarie sono cresciute del 19%, il prezzo medio per inserzione del 12%.

    La macchina della pubblicità, in buona sostanza, non solo funziona ma accelera. Solo che il titolo, nelle contrattazioni successive alla chiusura del mercato, ha perso oltre il 6%. E qui sta il punto interessante della trimestrale, quello che cerchiamo di osservare qui insieme.

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta e la prima frenata degli utenti

    Nel primo trimestre 2026, la media giornaliera degli utenti attivi sulla famiglia di app di Meta è scesa di circa venti milioni rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 3,56 miliardi. Su base annua il dato è ancora positivo, con una crescita del 4%. Ma il confronto trimestre su trimestre è negativo, e Meta stessa, nel comunicato ufficiale, ha riconosciuto la flessione.

    La spiegazione fornita dall’azienda riconduce il calo a due fattori specifici, entrambi di natura geopolitica.

    Il primo sono le interruzioni di internet in Iran, dove il conflitto in corso ha pesato sulla connettività. Il secondo è la decisione della Russia di limitare l’accesso a WhatsApp, nel quadro della spinta del Cremlino a obbligare i propri cittadini a usare un servizio di messaggistica statale.

    Le piattaforme social statunitensi, in questa fase, sono diventate ostaggio delle decisioni dei governi. Quando un Paese decide di interrompere internet o di bloccare un’app, milioni di utenti escono dai conti trimestrali di Meta nel giro di poche settimane. È un’esposizione strutturale che, fino a pochi anni fa, non aveva un peso così visibile sui dati finanziari, ma oggi questi contano eccome. E di questo ne abbiamo parlato a lungo qui su InTime Blog.

    Va aggiunto un terzo elemento, che la spiegazione ufficiale di Meta non considera ma che invece va rilevato. L’Australia, dal dicembre 2024, ha approvato il divieto di accesso ai social per gli under 16, una misura che da inizio 2026 sta entrando pienamente in vigore. Questo, sommato alle restrizioni greche per gli under 15 e ai dibattiti analoghi in corso in Spagna e in altri Paesi UE, sta sottraendo a Meta una fascia di utenti giovani che fino a ieri era data per acquisita.

    Meta e gli investimenti per il 2026

    Meta ha rivisto al rialzo le stime degli investimenti per il 2026, inserendoli in una forchetta tra 125 e 145 miliardi di dollari, dai precedenti 115-135 miliardi.

    La motivazione ufficiale, riportata nel comunicato firmato dalla CFO Susan Li, parla di un rialzo dei prezzi delle componenti, in particolare la memoria, e in misura minore di costi aggiuntivi per i data center necessari a sostenere la capacità di calcolo degli anni futuri.

    Per dare la dimensione di quanto stia accadendo, basta un semplice confronto. Nel 2025 il conto investimenti di Meta era stato di 72,2 miliardi di dollari. In due anni, in sostanza, l’azienda sta quasi raddoppiando l’investimento infrastrutturale. È una traiettoria che non riguarda solo Meta, ma tutte le Big Tech impegnate in una corsa parallela a costruire data center, ad accumulare GPU, a stipulare contratti pluriennali per l’energia.

    Resta il fatto che, in valori assoluti, Meta si conferma uno degli attori più aggressivi di questa fase.

    Nel primo trimestre, le spese in conto capitale sono già state pari a 19,84 miliardi di dollari. È una cifra che, proiettata sull’intero anno, dà la misura concreta della pressione finanziaria che la corsa all’IA sta esercitando sui bilanci.

    Il messaggio implicito ai mercati è che questa traiettoria di spesa non sia transitoria, ma strutturale. E la reazione degli investitori, con il titolo in calo nell’after-hours, lascia intendere che la pazienza, anche per un’azienda che cresce a doppia cifra, non è infinita.

    La narrazione della superintelligenza personale

    L’apertura del comunicato di Zuckerberg è stata costruita per fissare un concetto e cioè: “Abbiamo avuto un trimestre di svolta, con un forte slancio nelle nostre app e il rilascio del primo modello da Meta Superintelligence Labs”, ha dichiarato. E ancora: “Siamo sulla strada per portare la superintelligenza personale a miliardi di persone”. È la tesi che dovrebbe giustificare, agli occhi degli azionisti, il livello di investimento fin qui descritto.

    Il primo modello di cui Zuckerberg parla è Muse Spark, presentato all’inizio di aprile. Muse Spark rappresenta il tentativo di Meta di rientrare in una corsa che, almeno sul piano dei modelli di frontiera, vede oggi in vantaggio OpenAI, Anthropic e Google.

    Va detto che le valutazioni esterne sul modello sono state contrastanti, e che la stessa Meta, attraverso un suo dirigente intervistato da Bloomberg, ha ammesso che Muse Spark non è in grado di competere con i modelli di punta dei concorrenti.

    Eppure, la narrazione della superintelligenza è ormai diventata l’asse portante della comunicazione finanziaria di Meta. È un cambio di scenario rispetto al biennio 2022-2024, quando l’asse era il metaverso. Allora si parlava di mondi virtuali, oggi si parla di assistenti personali alimentati da modelli di IA.

    Reality Labs, l’archiviazione di un sogno

    Mentre la superintelligenza prende il centro della scena, la divisione che doveva costruire il metaverso continua a perdere miliardi.

    Nel primo trimestre 2026, Reality Labs ha registrato ricavi per 402 milioni di dollari e una perdita operativa di 4,03 miliardi. Sono numeri che, se proposti per qualunque altra divisione di qualunque altra azienda, farebbero scattare l’allarme rosso. Per Meta, ormai, sono diventati, quasi, ordinaria amministrazione.

    La somma dei conti è impressionante. Da quando, alla fine del 2020, Meta ha iniziato a separare in bilancio i conti di Reality Labs, le perdite cumulate hanno superato gli 83 miliardi di dollari. La media trimestrale, nel periodo, è di circa quattro miliardi. In altre parole, la divisione che doveva incarnare la visione del futuro di Zuckerberg ha bruciato in poco più di cinque anni una cifra equivalente al PIL annuale di un piccolo Paese europeo.

    Il metaverso, come progetto strategico, è stato di fatto già archiviato. A gennaio 2026 Meta ha tagliato circa mille posti di lavoro proprio in Reality Labs, riallocando le risorse verso i dispositivi indossabili alimentati dall’intelligenza artificiale, in particolare i Ray-Ban Meta.

    La forza pubblicitaria di Meta e la sua dipendenza dall’IA

    Sul fronte delle piattaforme social media, i numeri della trimestrale sono robusti, e questo nonostante la flessione degli utenti di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo.

    La crescita delle impressions del 19% e del prezzo per inserzione del 12% indica che i sistemi di raccomandazione e di targeting pubblicitario, alimentati sempre di più da modelli di intelligenza artificiale, stanno continuando a migliorare la monetizzazione.

    In altre parole, anche con qualche utente in meno, Meta riesce a estrarre più valore da ciascuno di loro.

    È un meccanismo che ci mostra bene la fase attuale del capitalismo delle piattaforme. La crescita non passa più tanto dall’acquisizione di nuovi utenti, quanto dalla capacità di intensificare la monetizzazione di quelli esistenti.

    Più tempo speso sulle app, più annunci visualizzati, prezzi più alti per ciascun annuncio. Tutto questo è reso possibile dall’evoluzione degli algoritmi di raccomandazione, che diventano sempre più precisi nell’incrociare i dati comportamentali degli utenti con gli interessi degli inserzionisti.

    Il punto, però, è un altro. La forza pubblicitaria di Meta dipende ormai in modo strutturale dai modelli di IA che governano le raccomandazioni e l’asta degli annunci. In buona sostanza, una parte dei 125-145 miliardi di investimenti annunciati per il 2026 serve a sostenere proprio questa dipendenza.

    È una circolarità che si spiega così: l’IA costa moltissimo, ma è anche la leva che giustifica il prezzo per inserzione in crescita e l’efficacia del targeting. Da una parte la spesa, dall’altra il ritorno. Il rischio, per Meta, è che il rapporto tra le due grandezze si deteriori prima che la promessa della superintelligenza si traduca in nuovi flussi di ricavo.

    Meta ammette il rischio dei processi sui minori

    La trascrivo in italiano: “continuiamo a vedere una situazione particolare sulle questioni legate ai minori e abbiamo ulteriori processi previsti quest’anno negli Stati Uniti, che potrebbero in ultima istanza tradursi in una perdita rilevante”. È un’ammissione che, inserita in un comunicato finanziario, vale come un campanello di allarme.

    A marzo 2026 Meta ha perso due cause, entrambe relative ad accuse di aver ingannato i consumatori sui rischi dei propri prodotti. Proprio qui su InTime Blog ho raccontato la sentenza nel caso KGM, che è stata la prima decisione a riconoscere la responsabilità di una piattaforma per il design del prodotto in relazione ai danni subiti da un utente minorenne.

    Meta è costretta oggi a riconoscere un rischio finanziario concreto.

    Nelle trimestrali precedenti, Meta aveva accennato in modo generico ai rischi legali e regolatori. Ma questa volta la formulazione è più diretta, e parla esplicitamente di “perdita rilevante”.

    Nel linguaggio dei comunicati finanziari, una formula del genere serve a tutelare l’azienda dal rischio di accuse di omessa informazione agli azionisti. E segnala che i legali interni considerano l’esito dei processi sufficientemente incerto da giustificare una preventiva messa in guardia.

    In altre parole, l’azienda sta dicendo ai mercati che i contenziosi sui minori non sono più una preoccupazione remota, ma un fattore che potrebbe incidere sui conti in modo rilevante.

    Il beneficio fiscale che gonfia l’utile

    Un ultimo elemento da considerare su questa prima trimestrale 2026 di Meta.

    L’utile netto del primo trimestre, pari a 26,77 miliardi di dollari, incorpora un beneficio fiscale una tantum di 8,03 miliardi, legato all’applicazione del cosiddetto “One Big Beautiful Bill Act” e al Treasury Notice 2026-7. La stessa Meta, nel comunicato, ha precisato che senza questo beneficio l’EPS diluito sarebbe stato inferiore di 3,13 dollari.

    In buona sostanza, una porzione significativa della forza dei conti deriva da una variazione fiscale, non dalla performance operativa. È un dato tecnico, ma è anche un dato che gli analisti hanno immediatamente sottratto dal calcolo degli utili ricorrenti. Nelle prossime trimestrali, senza un effetto analogo, l’asticella sarà più alta. E il margine di errore, per un’azienda che continua ad accelerare sulla spesa, si restringe.

    Cosa osservare nei prossimi trimestri

    La trimestrale Q1 2026 di Meta racconta un’azienda che si trova esattamente nel punto in cui due forze opposte si incontrano. Da una parte, la macchina pubblicitaria dei social, che cresce, monetizza meglio, e produce la cassa necessaria a finanziare tutto il resto.

    Dall’altra, una scommessa industriale sull’intelligenza artificiale che richiede un livello di investimento senza precedenti, una divisione hardware che continua a perdere miliardi a ritmo costante, una base utenti che per la prima volta segna una flessione, e un perimetro di rischi legali che l’azienda stessa, nel proprio materiale ufficiale, non nasconde più.

    Per il secondo trimestre 2026 le previsioni indicano ricavi tra 58 e 61 miliardi di dollari. Le spese complessive per l’intero 2026 restano confermate nella forchetta tra 162 e 169 miliardi.

    Sono numeri che, presi insieme, descrivono un’azienda che continuerà a crescere, ma che lo farà comprimendo i margini per finanziare la propria trasformazione.

    Bisognerà attendere i prossimi due o tre trimestri per capire se la flessione degli utenti rientrerà, se la promessa della superintelligenza personale comincerà a tradursi in nuovi flussi di ricavo, e se i processi sui minori produrranno l’impatto economico che Meta stessa, ormai, mette in conto.

  • Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Instagram lancia Instants, nuova app per foto effimere senza filtri, partendo da Italia e Spagna. È l’ennesimo tentativo di Meta di sfidare Snapchat dopo oltre dieci anni di tentativi falliti.

    Cambia il mondo, ma a distanza di 10 anni Mark Zuckerberg resta ancora in fissa con Snapchat.

    E come già visto in passato, pur di riuscire a riproporre una funzionalità sulla sua piattaforma, ecco che la copia, la integra nelle sue app principali.

    È una strategia che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, sempre con lo stesso obiettivo sullo sfondo e, soprattutto, con lo stesso bersaglio. Ovvero, Snapchat.

    E seguendo questa stessa logica ecco che arriva Instants, la nuova app stand-alone che Instagram ha lanciato ieri, 23 aprile 2026.

    E si tratta di un test di un’app che parte da due paesi nello specifico, ossia Italia e Spagna.

    Una volta aperta, l’app si apre sulla fotocamera e permette di inviare foto che scompaiono dopo una singola visualizzazione, promettendo una condivisione senza ritocchi.

    Promette quasi esattamente quello che già promette Snapchat dal 2011.

    Ma a guardar bene, è una modalità che ricorda molto anche BeReal, non so se la ricordate ancora.

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall'Italia e dalla Spagna
    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Instants, condivisione effimera senza filtri

    L’app Instants promette di condividere momenti reali senza alcun tipo di modifica. Niente filtri, niente ritocchi, una foto che la persona a cui la inviate può vederla una sola volta prima che poi sparisca.

    L’immagine, infatti, resta disponibile per 24 ore, poi sparisce definitivamente. L’idea, almeno nelle intenzioni, è quella di spingere una condivisione più grezza, meno strutturata, più vicina alla conversazione quotidiana che al post costruito per il feed.

    Nulla di originale, sia chiaro, lo si ricordava anche prima.

    Il funzionamento è costruito per impedire quasi ogni forma di editing. Una foto si scatta con un solo tocco, non è possibile caricare immagini dalla galleria del telefono, si può usare esclusivamente la fotocamera interna dell’app.

    L’unica modifica permessa è l’aggiunta di testo sopra l’immagine. Tutto il resto è precluso. La condivisione, poi, avviene con i propri follower o con la lista “Amici più Stretti” e le liste sono sincronizzate tra le due app, quindi non va ricostruita da zero la propria cerchia.

    Meta ha accompagnato il lancio con una dichiarazione: «Per dare alle persone modi a bassa pressione per connettersi con gli amici, stiamo testando un’app chiamata Instants per condividere foto e video casuali nel momento. Stiamo esplorando più versioni di Instants per vedere cosa piace, e ascolteremo la nostra comunità

    Il linguaggio insomma è quello del test aperto, non del lancio definitivo.

    Tanto per essere più precisi, Instants non nasce dal nulla, ma è la versione rinominata e resa autonoma di Shots, la funzione che Meta aveva provato dentro Instagram nel 2025.

    Shots aveva le stesse caratteristiche di Instants, quindi nessun filtro, una sola visualizzazione e poi l’immagine spariva. Funzionava, ma funzionava dentro un’app che ormai è percepita come vetrina e non come spazio di conversazione privata. E quindi, adesso, il tentativo è quello di estrarla dal contesto in cui era nata e darle una vita propria.

    Perché il test di Instants parte dall’Italia e dalla Spagna

    Il fatto che l’esperimento cominci in Italia e in Spagna non è casuale. Si tratta di due mercati europei di dimensione intermedia, con un uso molto intenso dei social media e con un pubblico giovane relativamente attivo su piattaforme di condivisione visual.

    Sono mercati, possiamo dirlo, abbastanza reattivi per offrire dati significativi su test come questi, ma non così centrali da rendere un fallimento irreparabile sul piano reputazionale.

    C’è da aggiungere poi che Snapchat, in Italia e in Spagna, non ha mai davvero sfondato. La sua penetrazione in questi paesi è storicamente inferiore rispetto agli Stati Uniti o al Regno Unito, dove invece è radicato soprattutto tra il pubblico adolescente.

    Partire da questi due paesi significa, in pratica, provare il prodotto su un terreno dove il concorrente principale è più debole e dove i più giovani tendono a usare Instagram e WhatsApp come strumenti primari di conversazione privata e visual.

    Va detto, poi, che l’Italia e la Spagna condividono anche una caratteristica demografica e culturale che Meta conosce bene: un uso molto diffuso di Instagram come infrastruttura di messaggistica informale, ben oltre la funzione originaria di vetrina. In questo senso, Instants si innesta su un’abitudine già consolidata, provando a strutturarla con un’app dedicata.

    L’identità agganciata a Instagram e il nodo dei più giovani

    Instants eredita il grafo sociale di Instagram, ovvero la rete dei contatti che abbiamo già costruito sull’app madre. Da un lato, questo aiuta il lancio, perché non richiede all’utente di ricostruire la propria cerchia di amici da zero, come ricordavamo prima.

    Dall’altro, però, si porta dietro proprio quello che i più giovani cercano di evitare quando usano Snapchat, ossia mescolare la conversazione privata e l’identità pubblica.

    Snapchat ha avuto successo, in fondo, anche per questa ragione. È stato percepito come uno spazio separato, dove la propria identità non era il profilo costruito, ma un luogo più leggero in cui parlare con pochi amici selezionati.

    Instants, invece, entra in scena con il profilo Instagram già addosso. E questo, per molti adolescenti, potrebbe rivelarsi un problema più che una soluzione.

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall'Italia e dalla Spagna
    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    La vecchia ossessione di Zuckerberg contro Evan Spiegel

    Per capire perché Meta insista, dopo oltre dieci anni, su questo stesso terreno, bisogna tornare indietro al 2013.

    In quell’anno, come riportato dal Wall Street Journal, Mark Zuckerberg offrì tre miliardi di dollari per comprare Snapchat. Evan Spiegel, l’allora giovane CEO dell’azienda, rifiutò. Spiegel ha raccontato in seguito che Zuckerberg, di fronte al no, sembrò prendere la cosa sul piano personale.

    Da quel momento, Meta ha provato sistematicamente a erodere il territorio di Snap con una serie di cloni e varianti. È arrivato Poke, app stand-alone lanciata sempre nel 2013 e chiusa diciassette mesi dopo. È arrivato Slingshot, provato nel 2014 e spento dopo soli sei mesi. Sono arrivati i Quick Updates di Facebook nel 2016, pensati per spingere la condivisione rapida. Nessuno di questi esperimenti ha mai davvero funzionato.

    L’unica eccezione, come ricorderete, sono state le Stories di Instagram, lanciate nel 2016 con una formula di scadenza a ventiquattro ore che ricalcava in modo piuttosto evidente il formato di Snapchat. Quelle hanno funzionato, eccome.

    E hanno finito per rallentare la crescita di Snap per anni, diventando una parte centrale dell’esperienza di Instagram. Ma il punto è proprio questo, le Stories su Instagram hanno funzionato perché integrate nell’app principale, non perché lanciate come prodotto separato.

    Perché Meta rilancia proprio adesso

    Ma perché Meta sceglie di muoversi di nuovo in questo modo, e soprattutto, perché lo sceglie proprio adesso?

    La risposta più plausibile ha a che fare con lo stato di salute dell’avversario. Snap, la società madre di Snapchat, sta attraversando una fase decisamente difficile. La crescita della piattaforma si è fermata e in alcuni mercati è addirittura arretrata. A inizio aprile di quest’anno, Snap ha annunciato il licenziamento del 16% della sua forza lavoro e il CFO si è dimesso.

    In un quadro del genere, Meta vede un’opportunità.

    Se Snap è costretta a ridurre gli investimenti in promozione e a concentrare le risorse sul lancio dei suoi occhiali in realtà aumentata, ci sono mercati in cui la competizione si fa meno aggressiva. E in quei mercati, una nuova app che replica le stesse funzioni con dietro la potenza di fuoco di Meta potrebbe trovare uno spazio che altrimenti non avrebbe avuto.

    Italia e Spagna, da questo punto di vista, sono anche un campo di prova ideale, perché Snap è storicamente meno presente.

    Criticabile, ovviamente, ma va vista anche come una mossa di pressione competitiva. Meta non deve vincere dappertutto. In realtà, alla società di Zuckerberg basta rubare quote in quei paesi in cui Snap non è ancora radicato, o in quelli in cui sta perdendo terreno, per indebolire ulteriormente un concorrente già in difficoltà.

    Un tempismo che arriva forse troppo tardi

    Altra considerazione, restando sul tempismo, va fatta.

    L’onda della condivisione non filtrata, autentica, a bassa pressione, ha avuto il suo momento di grande popolarità qualche anno fa con BeReal, evocata prima. L’app francese che a un certo punto sembrava destinata a ridefinire il modo in cui i più giovani usano i social. Oggi, quella popolarità si è nettamente ridimensionata e BeReal non è più l’app che prometteva di diventare.

    Il punto è che Instants si inserisce in uno spazio che non è più in crescita come lo era due o tre anni fa. E qui entra in gioco un secondo problema, ancora più sostanziale: molti utenti, per la condivisione rapida e informale, usano già le Stories di Instagram.

    Sono utenti che hanno cioè uno strumento integrato nell’app principale che copre buona parte del bisogno a cui Instants risponde. Perché mai dovrebbero scaricare e gestire un’altra app?

    In teoria, Instants promette qualcosa di diverso dalle Stories, cioè la condivisione uno-a-uno o a piccoli gruppi senza pubblicazione sul feed pubblico.

    In pratica, però, per quella funzione esistono già i messaggi diretti di Instagram, WhatsApp, Messenger. Lo stesso bisogno è coperto, magari in modo meno elegante, da strumenti che l’utente ha già installati e aperti decine di volte al giorno.

    La storia dei cloni Meta e cosa ci dice davvero

    Se guardiamo la sequenza degli esperimenti Meta in chiave anti-Snapchat, il dato più interessante non sono i singoli tentativi, ma la continuità. Zuckerberg non ha mai smesso.

    Per oltre un decennio, la sua azienda ha dedicato risorse, tempo e ingegneri a un obiettivo che dal punto di vista industriale è marginale, perché Snap non è mai stato un concorrente diretto di Facebook o di Instagram. Lo è solo parzialmente, e solo su un segmento specifico di pubblico, quello più giovane.

    Eppure la persistenza è lì, visibile.

    Per Meta non si tratta solo di difendere il proprio mercato, ma di erodere quello degli altri fino a renderlo non più difendibile. Una cosa è costruire un prodotto migliore, un’altra è costruire tanti prodotti simili nella speranza che almeno uno attecchisca. Sono due strategie diverse, e quella che vediamo applicata qui è la seconda.

    Resta da vedere se Instants avrà un destino diverso dai suoi predecessori. La storia, in questo caso, suggerisce di no.

    Le app stand-alone di Meta pensate per sfidare Snapchat hanno quasi sempre fallito, e quando hanno avuto successo è stato perché integrate in un prodotto già esistente. Instants ripete esattamente lo schema che finora non ha pagato.

    La partita vera si gioca sugli occhiali connessi e IA

    Mentre Meta lancia l’ennesimo clone di Snapchat, il terreno vero dello scontro si è spostato altrove.

    Snap sta puntando tutto sui suoi occhiali in realtà aumentata, in arrivo nel 2026. Meta, dal canto suo, sta investendo pesantemente sull’intelligenza artificiale e su nuove infrastrutture, con il ventottesimo data center statunitense appena avviato.

    Le foto effimere, in questo scenario, sono quasi un campo di battaglia residuale.

    E allora la domanda è se valga davvero la pena, per Meta, insistere su un prodotto che probabilmente non cambierà gli equilibri di mercato. La risposta, forse, ha meno a che fare con la logica industriale e più con una dinamica che Meta ha costruito nel tempo. Quando un concorrente si indebolisce, allora ecco che si colpisce. Anche con un’app che, probabilmente, non verrà ricordata più tra qualche anno.

    In buona sostanza, un’azienda che controlla le principali app di messaggistica e social media del pianeta può permettersi di lanciare un prodotto derivativo dopo l’altro, finché uno non funziona. Ecco, chi non ha quelle dimensioni, semplicemente, non può.

    E questo è un aspetto del mercato digitale su cui, prima o poi, toccherà tornare. Il fatto che il primo banco di prova sia l’Italia ci riguarda da vicino, e ci offre una buona occasione per osservare la vicenda direttamente.

    Staremo a vedere, come sempre.

  • Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Meta sta sviluppando un clone IA di Zuckerberg per interagire con i dipendenti. È l’ultimo capitolo di un’ossessione decennale per gli alter ego digitali, dalla realtà virtuale del 2016 al metaverso, fino alla superintelligenza.

    Partiamo da questa scena. Barcellona, febbraio 2016, quindi 10 anni fa al Mobile World Congress. Mark Zuckerberg fa il suo ingresso spettacolare in una sala gremita di giornalisti, mentre nessuno di loro lo nota. Sono tutti girati dalla parte opposta, immersi in visori per la realtà virtuale, intenti a osservare una scena che si svolge altrove, in un mondo simulato.

    Lui passa alla loro destra con un’espressione soddisfatta, quasi trionfante. Un’immagine che diventerà virale e storica allo stesso tempo e, a guardarla bene, fa ancora oggi un certo effetto.

    Quella scena oggi quasi surreale dava l’idea di quello che sarebbe stata la realtà virtuale social secondo Zuckerberg: un networking di persone riprodotto in un mondo non reale, totalmente ricostruito, simulato. Una realtà non reale attraverso la quale provare instaurare relazioni tra persone.

    Sono passati dieci anni esatti da allora e in questi giorni Zuckerberg ci riprova, con strumenti diversi certo, ma sempre con lo stesso identico pallino. Ossia quello di creare alter ego digitali che possano essere presenti ovunque senza esserci fisicamente.

    Secondo quanto riportato dal Financial Times, Meta sta sviluppando un clone IA fotorealistico del suo CEO, addestrato sui suoi modi di fare, sul suo tono e sulle sue dichiarazioni pubbliche, con l’obiettivo di farlo interagire con i dipendenti quando Zuckerberg non può o non vuole farlo di persona. Il CEO stesso starebbe supervisionando il progetto, dedicandoci dalle cinque alle dieci ore a settimana di quello che ormai si chiama vibe coding (sviluppo software con l’assistenza della IA).

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso
    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Un nuovo tentativo di cloni digitali dopo 10 anni

    Per capire cosa sta succedendo oggi ritorniamo a quel febbraio 2016.

    Due anni prima Facebook aveva acquisito Oculus VR per 2 miliardi di dollari, e Zuckerberg non aveva mai fatto mistero che quello fosse il segnale di un futuro nella realtà virtuale. Al Mobile World Congress di Barcellona 2016, quel futuro sembrava essere arrivato.

    Con la realtà virtuale le opportunità di connessione tra amici sarebbero state molte di più, al punto da vivere insieme, quindi virtualmente, esperienze che si svolgono in parti del mondo diverse. Era il pallino di Zuckerberg, e dopo aver lanciato il più grande social network, voleva passare alla storia anche come il pioniere della realtà virtuale in salsa social.

    Cinque anni dopo, nell’ottobre 2021, quel pallino diventa addirittura strategia aziendale. Facebook Inc. cambia nome e diventa Meta. L’accoglienza del nuovo nome fu tutt’altro che entusiasmante. A molti sembrò un’operazione di maquillage per distrarre l’opinione pubblica dai Facebook Papers e dalle rivelazioni di Frances Haugen.

    Ma si trattava anche di una mossa strategica con investimenti da 10 miliardi di dollari e l’assunzione di 10.000 persone in Europa. Tutto con l’obiettivo di costruire il metaverso.

    Il metaverso era la versione aggiornata della stessa visione: mondi virtuali dove le persone avrebbero potuto incontrarsi, lavorare, socializzare attraverso avatar digitali. Il concetto di alter ego era al centro di tutto. Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, avrebbe dovuto essere il luogo dove tutto questo si sarebbe materializzato.

    Il metaverso, la promessa non mantenuta

    Ma le cose non sono andate come previsto.

    Reality Labs, la divisione dedicata al metaverso, ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta ha tagliato la spesa per il metaverso fino al 30%. E il colpo più simbolico è arrivato poche settimane fa: Horizon Worlds verrà rimosso dalla VR il prossimo 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.

    Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.

    L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto. Adesso si parla di Muse Spark e i Superintelligence Labs,

    In buona sostanza, Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, e dirottati centinaia di miliardi di dollari verso l’IA. Con l’addio di Yann LeCun e la rimozione di Chris dalla supervisione dell’IA, il ventottenne Alexandr Wang è diventato il primo Chief AI Officer nella storia dell’azienda.

    Ma restiamo concentrati sul tema. Dopo tutto questo, il pallino di Zuckerberg non è cambiato. È cambiata solo la tecnologia con cui cerca di realizzarla, ma la sua idea nel corso di questi anni è rimasta intatta.

    Mark Zuckerberg al MWC 2016
    Mark Zuckerberg al MWC 2016

    Dal metaverso al clone IA

    Nel 2016 la visione era la realtà virtuale social: essere presenti in un altro luogo senza esserci fisicamente. Nel 2021 è diventato metaverso: vivere in mondi virtuali attraverso avatar. Nel 2026 è la superintelligenza personale: avere un compagno IA che ci conosce profondamente e può agire al posto nostro.

    Il clone IA di Zuckerberg si inserisce perfettamente in questa progressione. Non è un’idea nuova, è la stessa idea di sempre realizzata con strumenti diversi. L’obiettivo resta quello di creare versioni digitali di persone reali che possano interagire al posto loro.

    Va detto, Meta ci ha già provato. Nel 2023 l’azienda aveva annunciato che avrebbe pagato milioni di dollari a celebrity come Snoop Dogg per trasformarle in chatbot. Il progetto è stato un fallimento e i chatbot hanno finito per fare dichiarazioni imbarazzanti per conto dei loro equivalenti in carne e ossa.

    Nel 2024 è arrivato AI Studio, che permette ai creator di Instagram di costruire versioni IA di se stessi per interagire con i fan via DM. Anche questo progetto ha avuto i suoi problemi, al punto che Meta ha dovuto bloccare l’accesso ai teenager dopo le critiche sulla salute mentale dei minori.

    Ora Zuckerberg sta applicando la stessa logica, partendo da se stesso.

    Il clone IA sarà addestrato non solo sui suoi modi di fare e sul suo tono, ma anche sul suo pensiero recente riguardo alle strategie aziendali. L’idea, secondo il Financial Times, è che i dipendenti possano sentirsi più connessi al fondatore attraverso le interazioni con il suo avatar digitale.

    La trasformazione del CEO nel corsi di questi 10 anni

    Nel 2016, quando Zuckerberg immaginava la realtà virtuale social, il ruolo del CEO di una grande azienda tecnologica era sostanzialmente quello di guida interna. Certo, le figure come lui erano già personaggi pubblici, ma la loro funzione principale restava quella di dirigere l’azienda, non di rappresentarla costantemente verso l’esterno.

    Dieci anni dopo, quel ruolo è cambiato radicalmente. I CEO delle grandi piattaforme di oggi sono diventati figure mediatiche a tutti gli effetti, produttori di contenuti che incarnano la visione aziendale.

    Lo vediamo con Sam Altman di OpenAI, che costruisce la propria immagine pubblica attraverso podcast, interviste, post sui social.

    E lo vediamo con lo stesso Zuckerberg, che negli ultimi anni ha curato attentamente la propria trasformazione da nerd impacciato a imprenditore sportivo e appassioandosi alle arti marziali miste.

    Il CEO non è più solo chi prende le decisioni. È una figura oggi che comunica la narrazione, che costruisce il brand, che incarna l’identità dell’azienda agli occhi del pubblico, degli investitori, delle istituzioni.

    E adesso Zuckerberg vuole clonare proprio quella figura.

    Cosa significa davvero clonare il CEO

    Se il ruolo del CEO moderno include la costruzione di una narrazione, la comunicazione di una visione, l’incarnazione di valori aziendali, cosa succede quando quella figura viene replicata artificialmente?

    Un avatar IA addestrato sulle dichiarazioni pubbliche e sul pensiero strategico di Zuckerberg può rispondere a domande, offrire feedback, partecipare a riunioni. Ma potrebbe incarnare una visione? Potrebbe trasmettere fiducia? Potrebbe davvero prendere decisioni che comportano responsabilità?

    Il Financial Times riporta che esiste anche un progetto separato, un CEO agent progettato per aiutare Zuckerberg a recuperare informazioni e svolgere compiti al suo posto.

    Si tratta di due progetti distinti ma complementari: uno clona la presenza, l’altro automatizza le funzioni.

    C’è poi la questione della governance. Se l’avatar IA di Zuckerberg dà un feedback a un dipendente, chi è responsabile di quel feedback? Se prende una posizione su una questione strategica, quella posizione riflette davvero il pensiero del CEO o si parla di approssimazione della IA? E se il clone dice qualcosa di sbagliato, come è già successo con i chatbot delle celebrity, chi ne risponde?

    Certo che sono tutte questioni che saranno risolte, ove mai questo progetto prenderà davvero piede, ma sono comunque domande da porsi in questo frangente.

    Dieci anni dopo, la stessa domanda

    Ma la realtà virtuale social affascina o inquieta?

    Dieci anni dopo, la domanda è la stessa ma la tecnologia, e il mondo, è cambiata.

    Non si tratta più di mondi virtuali dove incontrarsi come avatar, oggi si parla di creare copie di persone reali, che possano agire, parlare, decidere al loro posto. E se il primo esperimento è il CEO di una delle aziende più potenti del mondo, il passo successivo potrebbe essere davvero chiunque.

    Il Financial Times riporta che se l’esperimento con Zuckerberg avrà successo, Meta prevede di permettere ai creator di costruire avatar IA di se stessi, espandendo il progetto dimostrato al Meta Connect del 2024.

    Nel frattempo, tra licenziamenti e nuove strategie sulla IA, Meta sta spingendo i propri dipendenti a usare strumenti di automazione e software agentici.

    Insomma, Zuckerberg dimostra che il suo obiettivo resta quello di sempre. E per trasformarlo in realtà sarebbe disposto a cambiare anche la sua azienda. Il primo tentativo col metaverso è andato come abbiamo visto. Forse quello con la IA gli potrebbe andare bene. Forse.

  • Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    Meta ha acquisito Moltbook, il social network dove solo gli agenti IA possono interagire. Il vero obiettivo non è la piattaforma, ma è l’idea. Quindi costruire una mappa di agenti IA che in futuro compiranno azioni per gli utenti.

    Il 10 marzo 2026 Meta acquisisce Moltbook, forse ricorderete tutti la piattaforma dove solo gli agenti AI possono pubblicare contenuti, commentare e interagire tra loro. Un social network di soli agenti IA.

    In molti, dopo questo annuncio si sono chiesti come mai Meta dovrebbe interessarsi ad una operazione come questa, per farne cosa. Ora, a prima vista, in effetti, sembra una mossa bizzarra, lontana dal business di Zuckerberg. Lo stesso Andrew Bosworth, il responsabile tecnico di Meta, aveva definito Moltbook “non particolarmente interessante”. E allora perché Meta compra questa piattaforma?

    La risposta sta in quello che Moltbook rappresenta, non in quello che è in realtà.

    Infatti, Meta non ha comprato un social network per chatbot, ma ha comprato l’idea di creare una sorta di anagrafe degli agenti AI. Vale a dire un sistema dove ogni agente IA è identificato, verificato e collegato a un proprietario umano reale, un proprietario umano.

    Come sappiamo, oggi gli agenti AI non hanno un modo standard per presentarsi l’uno all’altro e dimostrare per conto di chi lavorano. Moltbook ha risolto quel problema. E in un futuro dove miliardi di agenti AI negozieranno, acquisteranno e comunicheranno per conto nostro, chi controlla questa sorta anagrafe finirà per controllare il flusso economico.

    Ecco perché Meta ha acquisito Moltbook

    Moltbook è nato alla fine di gennaio 2026 da un esperimento di Matt Schlicht, un imprenditore che ha costruito l’intera piattaforma insieme al suo assistente IA personale, senza scrivere una riga di codice.

    L’idea era ambiziosa e cioè quella di creare una sorta Reddit dove solo gli agenti IA possono partecipare. Ricorderete perché se ne è parlato molto, in poche settimane ha attirato 2,8 milioni di agenti registrati, 19.000 comunità tematiche, 13 milioni di commenti. Ma dietro questi grandi numeri c’era qualche crepa.

    Un’indagine di Wiz Research scoprì che 1,5 milioni di quegli agenti appartenevano in realtà ad appena 17.000 persone. Gli esperti del settore i divisero: tanti lodavano il progetto, ma tanti altri lo definivano un vero disastro.

    Eppure Meta ha deciso di acquisirla lo stesso, portando i fondatori Matt Schlicht e Ben Parr nei propri laboratori dedicati alla superintelligenza a partire dal 16 marzo 2026.

    La risposta a questo apparente paradosso arriva da un messaggio interno di Vishal Shah, vicepresidente di Meta, visto da Axios: “Il team di Moltbook ha dato agli agenti un modo per verificare la propria identità e connettersi tra loro per conto dei proprietari umani. Questo crea un registro dove gli agenti sono verificati e legati ai loro proprietari“. In altre parole, non importa che la piattaforma fosse piena di problemi. Importa l’idea che ha messo in pratica.

    Per comprendere il valore di questa idea basta pensare a cosa ha fatto Facebook vent’anni fa. Zuckerberg ha costruito una mappa di tutte le connessioni tra le persone, chi conosce chi, chi è amico di chi. Quella mappa è diventata la base del suo grande impero oggi. Con questa acquisizione Meta prova a costruire qualcosa di simile per gli agenti AI: una mappa di come gli agenti IA sono connessi tra loro e di quali azioni possono compiere l’uno per conto dell’altro.

    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia
    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    A cosa servono i 135 miliardi di dollari in chip MTIA e infrastrutture AI

    L’acquisizione di Moltbook acquista senso solo riusciamo ad avere un quadro complessivo.

    Meta sta portando avanti una grande campagna di investimenti tra le più ingenti del settore.

    Tanto per dare i numeri, per il solo 2026 ha stanziato tra 115 e 135 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto ai 72 miliardi dell’anno precedente e più del triplo rispetto ai 39 miliardi del 2024. A lungo termine, l’impegno è di almeno 600 miliardi di dollari in data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

    Solo ieri, 11 marzo 2026 dopo l’annuncio di Moltbook, Meta ha presentato quattro nuove generazioni di chip proprietari chiamati MTIA, con un ritmo di sviluppo di un chip ogni sei mesi, molto più veloce rispetto ai tempi normali del settore. Il più potente di questi chip, nome in codice Astrid, raggiungerà una potenza di 10 petaflops e sarà disponibile su larga scala a inizio 2027.

    Si tratta di processori progettati specificamente per far funzionare intelligenze artificiali, costruiti in casa da Meta invece di comprarli da altri.

    Parallelamente, Meta sta stringendo accordi con tutti i principali produttori di chip: con NVIDIA ha siglato un’intesa per milioni di processori grafici di ultima generazione, un affare stimato in decine di miliardi di dollari; con AMD ha firmato un accordo da 100 miliardi di dollari in cinque anni. Meta ha persino ottenuto l’accesso ai chip di Google, la prima volta che Mountain View concede la propria tecnologia proprietaria a un cliente esterno su questa scala.

    A cosa servono tutti questi investimenti?

    Non a far girare modelli di intelligenza artificiale più grandi. Servono a far funzionare miliardi di agenti AI contemporaneamente, ciascuno con il proprio contesto, la propria memoria, le proprie autorizzazioni. Come ha dichiarato Zuckerberg durante la presentazione dei risultati finanziari di gennaio 2026: “Il 2026 sarà un anno importante per portare la superintelligenza personale a tutti” e “presto ogni azienda avrà la sua intelligenza artificiale, così come oggi ha un indirizzo email”.

    Come cambierà l’esperienza su Facebook, Instagram e WhatsApp con l’intelligenza artificiale

    La strategia di Meta sugli agenti AI si sviluppa su tre livelli. Al primo livello c’è Meta AI, l’assistente personale già integrato su Facebook, Instagram, Messenger, WhatsApp, gli occhiali Ray-Ban Meta e un’app dedicata. Oggi lo usano oltre 700 milioni di persone.

    Al secondo livello ci sono i Business AI, lanciati nell’ottobre 2025: assistenti personalizzabili che le aziende possono creare senza saper programmare. Funzionano come commessi virtuali sempre disponibili, l’azienda carica il catalogo prodotti e le informazioni sul proprio sito, e l’assistente risponde ai clienti nelle pubblicità su Facebook e Instagram, nelle chat di WhatsApp e Messenger.

    Qual è il terzo livello, quello potrà diventare realtà in seguito all’acquisizione di Moltbook?

    Immaginiamo un futuro dove il vostro assistente AI personale e quello di un’azienda parlano direttamente tra loro. Il vostro agente conosce le vostre preferenze, il vostro budget, i vostri valori. L’agente dell’azienda conosce i prodotti disponibili, le promozioni, le condizioni di vendita. I due si incontrano, negoziano, e vi propongono un’offerta già su misura per voi. Niente più pubblicità generiche, niente più tempo perso a cercare: gli agenti fanno tutto al posto vostro.

    Restando all’interno di questa immaginazione, va segnalata l’intervista dell’aprile 2025, quando Zuckerberg ha descritto questa trasformazione in modo molto concreto: “Oggi la maggior parte del tempo passato su Facebook e Instagram è dedicata ai video. Tra cinque anni sarà interattivo. Scorrerete il feed e troverete contenuti che sembrano video normali, ma potrete parlarci, interagire, e loro vi risponderanno”.

    Il modello pubblicitario del futuro di Meta potrebbe non richiedere più di convincere direttamente gli esseri umani. Saranno gli agenti a negoziare tra loro. E Meta si posiziona come il sistema che decide quali agenti parlano con altri, in quale ordine e secondo quali regole.

    La corsa globale agli agenti AI: OpenAI, Google, Anthropic e il fattore Cina

    Meta, lo sappiamo, non è sola in questa corsa. I cinque colossi tecnologici americani prevedono complessivamente, come ha riportato Bloomberg, circa 660-690 miliardi di dollari di investimenti nel 2026.

    OpenAI ha lanciato il suo agente ChatGPT a luglio dello scorso anno, e rivisto a febbraio 2026, e sta costruendo un progetto – Stargate – da 500 miliardi di dollari insieme a SoftBank e Oracle.

    Google punta sull’integrazione con i propri servizi e su un accordo con Apple per portare Gemini dentro Siri, raggiungendo potenzialmente due miliardi di dispositivi.

    Anthropic sta emergendo come riferimento per le aziende, mentre Microsoft gioca la carta della distribuzione con Copilot, alimentato proprio dall’intelligenza artificiale di Anthropic nonostante i 13 miliardi investiti in OpenAI.

    La strategia IA di Zuckerberg: da Manus a Moltbook

    L’acquisizione di Moltbook non è, quindi, un evento isolato. A dicembre 2025 Meta aveva già acquisito Manus, una startup di Singapore specializzata in agenti AI capaci di eseguire compiti in autonomia, con oltre 100 milioni di dollari di ricavi. L’operazione è stata stimata in oltre 2 miliardi di dollari. Se Manus fornisce il motore che fa funzionare gli agenti, Moltbook fornisce l’anagrafe che permette loro di riconoscersi e coordinarsi.

    Cosa sta costruendo Meta con tutti questi investimenti?

    I chip proprietari MTIA forniscono la potenza di calcolo. I data center da oltre 50 milioni di metri quadrati forniscono lo spazio fisico. Il progetto Hyperion in Louisiana, un’area grande quattro volte Central Park con un investimento di 27 miliardi di dollari, fornisce l’energia necessaria, potenzialmente fino a 5 gigawatt. I modelli di linguaggio Llama forniscono l’intelligenza. Manus fornisce la capacità di eseguire compiti. Moltbook fornisce il modo per far parlare tutti questi agenti tra loro. E i 3,5 miliardi di utenti giornalieri di Facebook, Instagram e WhatsApp forniscono la distribuzione.

    Meta sta costruendo tutti i pezzi necessari per diventare il sistema operativo del web degli agenti AI: i modelli con Llama, il motore con Manus, l’anagrafe con Moltbook, i chip con MTIA, l’energia con Hyperion, la distribuzione con 3,5 miliardi di utenti.

    Resta da vedere se questa scommessa da centinaia di miliardi produrrà i risultati sperati.

    Meta non ha ancora un agente dedicato paragonabile a quelli di OpenAI o Anthropic, e il divario sui prodotti finiti esiste ancora. Ma la combinazione di infrastruttura proprietaria, tecnologia aperta con Llama e una base di utenti senza pari potrebbe rendere le piattaforme di Zuckerberg il luogo naturale dove gli agenti AI vivono, lavorano e spendono.

    Non per noi, ma per conto nostro.

  • Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Mark Zuckerberg ha testimoniato davanti alla giuria del caso KGM. Una testimonianza a tratti molto tesa dove, in sostanza, Zuckerberg in modo netto ha anche sottolineato il suo potere all’interno di Meta. Un caso che tocca anche l’UE.

    Il 18 febbraio 2026, Mark Zuckerberg si è seduto sul banco dei testimoni del Los Angeles Superior Court, davanti a una giuria per il caso KGM. Si tratta di un processo storico per le piattaforme digitali

    Non era la prima volta che il fondatore di Meta rispondeva di fronte a un’istituzione: nel 2018 aveva già affrontato il Congresso americano, e in quell’occasione aveva persino chiesto scusa alle famiglie colpite dai danni dei social.

    Ma era la prima volta che Mark Zuckerberg lo faceva sotto giuramento, davanti a dodici giurati chiamati a decidere se Instagram sia una piattaforma dannosa.

    Il caso, come già ricordato, vede coinvolta KGM contro le piattaforme digitali, nello specifico Meta e YouTube.

    La protagonista di questa vicenda è Kaley, una ventenne californiana identificata negli atti giudiziari con le sole iniziali per tutelarla. Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni; a nove era già su Instagram; a undici, secondo i documenti del processo, il suo profilo era attivo quotidianamente. La sua storia fatta di dipendenza digitale, depressione, pensieri suicidari è diventata il cuore di una battaglia legale che va ben oltre la sua vicenda personale.

    Un processo che vale 1.600 cause

    Il caso KGM è quello che negli Stati Uniti si chiama un “bellwether trial”, un processo-campione. Il suo esito potrebbe influenzare l’andamento di oltre 1.600 cause simili, già consolidate e in attesa di sentenza, oltre a più di 2.300 procedimenti paralleli depositati da genitori, distretti scolastici e procuratori generali statali.

    TikTok e Snap hanno già patteggiato prima dell’inizio del dibattimento e, quindi, restano in piedi Meta e Google, che risponde per YouTube.

    La tesi dell’accusa è semplice nelle parole, quanto complessa nelle prove: le piattaforme non sono strumenti neutrali ma prodotti progettati intenzionalmente per agganciare gli utenti più giovani, sfruttando le loro vulnerabilità neurologiche.

    Un “casinò digitale”, secondo la definizione usata dall’avvocato dell’accusa Mark Lanier. La difesa risponde che la complessità della salute mentale adolescenziale non può essere ridotta all’uso di un’app.

    Per decenni Big Tech ha goduto della protezione offerta dalla Section 230 del Communications Decency Act del 1996, una norma che esclude le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    Ma in questa occasione l’accusa ha adottato un’altra strada: aggirare il 230 applicando le leggi sulla responsabilità del produttore. Non si contesta quello che gli utenti pubblicano, ma come la piattaforma è stata progettata. È la stessa logica che negli anni Novanta ha trascinato in tribunale le grandi case del tabacco, se possiamo avanzare questo esempio.

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM
    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Zuckerberg in aula: i documenti interni che scottano

    La testimonianza di Mark Zuckerberg è durata ore e ha riservato momenti di tensione evidente. L’avvocato Lanier ha costruito la sua strategia attorno ai documenti interni di Meta, portando in aula email e report che la società non avrebbe mai voluto vedere proiettati su uno schermo davanti a una giuria.

    Il primo elemento riguardava gli obiettivi di crescita.

    Lanier ha mostrato un’email del 2015 in cui Zuckerberg scriveva di voler aumentare del 12% in tre anni il tempo che gli utenti trascorrevano su Instagram. Il fondatore ha risposto di non ricordare se fosse un obiettivo ufficiale, aggiungendo che Meta cerca di creare servizi utili e che le persone continuano a usarli perché li trovano validi. Un’affermazione che, nel contesto del processo, è sembrata una risposta preparata per l’occasione.

    Più pesante il documento del 2020, che mostrava come gli undicenni avessero quattro volte più probabilità di tornare su Facebook rispetto agli utenti adulti. “Persone che si iscrivono a Facebook a undici anni?“, ha chiesto Lanier sarcasticamente. “Pensavo che non ne aveste.”

    Zuckerberg ha confermato che molti utenti mentono sull’età per accedere alla piattaforma, definendo la verifica “molto difficile”.

    Ma è il documento datato 2017 quello che ha lasciato meno margine di manovra al fondatore di Facebook poi diventata Meta.

    Un’email interna recitava testualmente: “Mark ha deciso che la priorità principale dell’azienda nel 2017 sono gli adolescenti“.

    Zuckerberg, incalzato, ha risposto che “il contesto suggerisce che sia corretto“, di fatto confermando il contenuto senza smentirlo. E un documento del 2018 riportava la frase: “Se vogliamo vincere in grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro da tweens“, cioè prima dei tredici anni, che è l’età minima prevista dalla stessa policy di Instagram.

    La strategia dei “tweens” e i filtri estetici

    Un altro capitolo della testimonianza nel caso KGM ha riguardato i filtri estetici di Instagram.

    Quando i propri esperti interni avevano segnalato che quei filtri, che modificano l’aspetto del viso, levigano la pelle, alterano i lineamenti, contribuivano a problemi di immagine corporea nelle ragazze giovani, Zuckerberg aveva deciso di non eliminarli.

    La sua spiegazione in aula, in sostanza, è stata: rimuoverli avrebbe significato fare una scelta paternalistica. “Abbiamo permesso alle persone di usarli se lo desideravano“, ha detto, “ma abbiamo smesso di raccomandarli attivamente“.

    Kaley usava spesso quei filtri. E la sua causa avanza la tesi che abbiano contribuito alla sua dismorfia corporea.

    Il momento più teatrale è arrivato quando Lanier ha fatto srotolare in aula, con l’aiuto di sei avvocati, un collage largo dieci metri con centinaia di selfie che Kaley aveva pubblicato su Instagram negli anni della sua dipendenza.

    L’avvocato ha chiesto a Zuckerberg di osservarli. Il suo account era mai stato monitorato per un uso così massiccio da parte di una bambina? Il CEO non ha risposto. Kaley ha assistito alla testimonianza dalla galleria del tribunale riservata al pubblico.

    Nel corso della deposizione, Zuckerberg è apparso visibilmente irritato. “Non è quello che sto dicendo“, “Stai fraintendendo le mie parole“, “Stai travisando quello che ho detto“, le sue risposte sono diventate più taglienti man mano che le ore passavano.

    Quando invece è toccato all’avvocato della difesa fare le domande, il tono si è fatto più disteso. Zuckerberg ha sostenuto che esiste un malinteso di fondo: più tempo trascorso sulla piattaforma non significa automaticamente più profitti, perché “se le persone non hanno una buona esperienza, perché continuerebbero a usarla?”.

    Zuckerberg e la conferma del suo potere su Meta

    Non sono mancati i momenti di tensione per Zuckerberg.

    Specie nel momento in cui gli avvocati hanno avanzato il dubbio che avesse mentito in una intervista al podcast di Joe Rogan, lo scorso anno, riguardo all’impossibilità che il CdA di Meta potesse mai licenziarlo.

    In quella occasione disse di non essere particolarmente preoccupato, ma di fronte agli avvocati ha risposto: “Se il consiglio volesse licenziarmi, potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”.

    Un messaggio chiaro e limpido. In sostanza Zuckerberg in aula ha voluto sottolineare il suo totale controllo di Meta. La sua non è una figura paragonabile a qualsiasi altro CEO, quindi sostituibile. Con quella frase Zuckerberg ha voluto marcare il concetto che la sua leadership all’interno di Meta è blindata e che il board non è un potere avverso all’interno dell’azienda. Tutt’altro.

    Meta è strettamente legata alle sorti di Mark Zuckerberg ed è un tema che assume una certa rilevanza in questo periodo in cui si parla sempre più della diretta responsabilità dei proprietari delle piattaforme, specie in UE.

    Ecco perché questo processo interessa anche l’UE

    Il caso KGM non è solo una storia americana. In Italia, in Germania, in Francia, in Spagna e nel resto dell’UE, il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme nei confronti dei minori si è acceso in particolar modo nelle ultime settimane.

    Come abbiamo visto nei giorni scorsi, avanzano proposte di legge a difesa dei minori sulle piattaforme nei paesi UE e, in particolar modo, si fa strada il metodo Spagna che punta a mettere nel mirino proprio la responsabilità diretta dei proprietari delle piattaforme e dei senior manager.

    Una sentenza favorevole a Kaley potrebbe avere conseguenze anche oltre l’Atlantico, non tanto per effetto giuridico diretto ma per pressione politica e reputazionale.

    Sarebbe la conferma, dopo anni di dibattiti, che le piattaforme, e forse anche i proprietari, possono essere ritenute responsabili non solo per ciò che i loro utenti pubblicano, ma per il modo in cui sono state costruite per trattenerli.

    La giuria del Los Angeles Superior Court dovrà raggiungere un accordo con nove voti su dodici per emettere un verdetto. La sentenza è attesa entro fine marzo 2026.

    Nel frattempo, fuori dal palazzo di giustizia, genitori che hanno perso i loro figli a causa di dinamiche legate all’uso dei social media continuano ad attendere. Molti di loro tenevano in mano una foto dei propri figli che non ci sono più.

  • Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    I risultati di Meta del Q4 2025 confermano la crescita delle piattaforme social, con oltre 3,5 miliardi di utenti giornalieri. Per il 2026 si prevedono investimenti fino a 135 miliardi di dollari in infrastrutture IA.

    Meta ha rilasciato i risultati finanziari del quarto trimestre e dell’intero anno fiscale 2025. Numeri che superano le aspettative degli analisti finanziari su tutti i principali indicatori.

    Ma al di là dei numeri puramente finanziari, quello che emerge dalla conference call di Mark Zuckerberg è una visione chiara e ambiziosa per il futuro dell’azienda, che passa attraverso l’intelligenza artificiale e una riorganizzazione profonda delle proprie piattaforme.

    Meta numeri del trimestre Q4 2025

    I ricavi del Q4 2025 hanno raggiunto i 59,89 miliardi di dollari, in crescita del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

    L’utile netto si è attestato a 22,8 miliardi di dollari con un EPS di 8,88 dollari, superando le stime degli analisti che si fermavano a 8,23 dollari.

    Per l’intero anno fiscale 2025, Meta ha generato ricavi per 200,97 miliardi di dollari, con una crescita del 22% rispetto al 2024.

    La società ha chiuso l’anno con 81,59 miliardi di dollari in liquidità e titoli negoziabili.

    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale
    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    Le piattaforme Meta: Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads

    Sono i numeri delle piattaforme a raccontare la storia più interessante per noi e chi legge InTime Blog.

    Meta ha chiuso il 2025 con oltre 3,5 miliardi di persone che utilizzano almeno una delle sue app ogni giorno. Facebook e WhatsApp hanno entrambe superato i 2 miliardi di utenti attivi giornalieri, mentre Instagram si attesta poco sotto questa soglia.

    Rispetto al Q4 2024, gli utenti attivi giornalieri complessivi sono cresciuti del 7%, raggiungendo i 3,58 miliardi a dicembre 2025.

    Su Instagram, il tempo di visualizzazione dei Reels è aumentato di oltre il 30% anno su anno negli Usa, mentre la prevalenza di contenuti originali è cresciuta di 10 punti percentuali nel Q4, con il 75% delle raccomandazioni che ora proviene da post originali.

    Su Facebook, il tempo dedicato ai video è cresciuto a doppia cifra anno su anno negli USA, con le ottimizzazioni del Q4 che hanno prodotto un aumento del 7% nelle visualizzazioni di post organici nel feed e nei video.

    Threads continua a mostrare una crescita sostenuta, con 150 milioni di utenti attivi giornalieri a fine ottobre 2025 e oltre 400 milioni di utenti attivi mensili.

    Le ottimizzazioni delle raccomandazioni nel Q4 hanno generato un aumento del 20% nel tempo trascorso sulla piattaforma.

    Zuckerberg ha dichiarato che Threads è sulla buona strada per diventare leader nella sua categoria, quella del social testuale di breve formato dove compete direttamente con X.

    Meta AI e la visione della superintelligenza personale

    Meta AI ha superato il miliardo di utenti attivi mensili (erano 600 milioni a ottobre 2025), diventando una delle piattaforme AI a più rapida crescita nella storia.

    Ma Zuckerberg continua a guardare oltre. Durante la conference call ha delineato quella che definisce una “major AI acceleration” per il 2026, con l’obiettivo dichiarato di costruire quella che chiama “personal superintelligence”.

    L’azienda sta lavorando per fondere i modelli linguistici di grandi dimensioni con i sistemi di raccomandazione che alimentano Facebook, Instagram e Threads. Zuckerberg ha spiegato che i sistemi attuali sono primitivi rispetto a quello che sarà possibile a breve, quando l’AI sarà in grado di comprendere gli obiettivi personali unici di ogni utente e personalizzare i feed per mostrare contenuti che aiutino le persone a migliorare la propria vita.

    Nel 2025 Meta ha ricostruito le fondamenta del proprio programma AI, portando Alexandr Wang, CEO di Scale AI, a guidare i Meta Superintelligence Labs attraverso un accordo da 14,3 miliardi di dollari.

    Nei prossimi mesi l’azienda inizierà a rilasciare nuovi modelli AI. Zuckerberg si aspetta che i primi modelli siano buoni, ma soprattutto che dimostrino la rapida traiettoria su cui si trova l’azienda, con l’obiettivo di spingere costantemente la frontiera nel corso dell’anno.

    Meta, investimenti IA fino a 135 miliardi per il 2026

    Per sostenere questa visione, Meta prevede spese in conto capitale tra 115 e 135 miliardi di dollari nel 2026, quasi il doppio rispetto ai 72,2 miliardi spesi nel 2025.

    L’aumento è destinato principalmente agli sforzi dei Meta Superintelligence Labs e al core business. Come ha sottolineato la CFO Susan Li, la domanda continua a superare la capacità disponibile e l’azienda si aspetta di rimanere vincolata dalla capacità per gran parte del 2026 fino a quando le nuove strutture non entreranno in funzione.

    Meta ha anche annunciato un accordo pluriennale fino a 6 miliardi di dollari con Corning per la fornitura di cavi in fibra ottica per i propri data center.

    Nadella e gli altri big del tech stanno correndo tutti nella stessa direzione. Ossia costruire i data center del futuro e accumulare capacità computazionale.

    Reality Labs e gli occhiali Ray-Ban

    Reality Labs ha registrato una perdita operativa di 6 miliardi di dollari nel Q4, ma Zuckerberg ha indicato che si aspetta che questo sia l’anno di picco delle perdite della divisione, che inizieranno a ridursi gradualmente.

    La notizia più interessante riguarda gli occhiali Ray-Ban con AI integrata: le vendite sono più che triplicate nell’ultimo anno. Zuckerberg vede questo come un momento simile all’arrivo degli smartphone, quando era solo questione di tempo prima che tutti i telefoni a conchiglia diventassero smartphone. Gli occhiali, ha detto, sono l’incarnazione definitiva della visione dell’azienda.

    L’IA come strumento di trasformazione interna

    Meta sta anche investendo in strumenti AI per la propria forza lavoro.

    Zuckerberg ha annunciato che l’azienda eleverà i contributori individuali e appiattirà i team. E cioè che quello che oggi fanno molti grandi team può essere realizzato da una singola persona molto talentuosa con l’ausilio dell’AI.

    Meta contava 78.865 dipendenti a fine 2025, in crescita del 6% anno su anno, ma ha anche effettuato 1.500 licenziamenti a Reality Labs a inizio gennaio.

    Meta, le sfide e rischi all’orizzonte

    La società ha segnalato che i venti contrari che arrivano dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti potrebbero avere un impatto significativo sul business. Precisamente per l’UE ci si riferisce all’impianto di norme per regolare la IA e non solo.

    Diversi processi ad alto profilo sui social media inizieranno nel corso dell’anno e potrebbero sfociare in perdite materiali. Ma la fiducia degli investitori resta alta. Infatti, il titolo è balzato di oltre il 10% nell’after-hours dopo l’annuncio dei risultati.

    Secondo Zuckerberg, il 2025 è stato un anno di ricostruzione delle fondamenta mentre il 2026 sarà l’anno dell’accelerazione.

    La domanda da farsi adesso è se la corsa agli armamenti IA tra i giganti tech porterà effettivamente ai benefici promessi per gli utenti, o se rappresenterà principalmente un trasferimento di valore verso i produttori di chip e infrastrutture.

    Meta sembra convinta della prima ipotesi. Vedremo se sarà così.

  • Dina Powell McCormick presidente di Meta col favore di Trump

    Dina Powell McCormick presidente di Meta col favore di Trump

    La nomina di Dina Powell McCormick, ex vice consigliera per la sicurezza nazionale Usa, alla guida operativa di Meta dice molto sulla direzione che sta prendendo l’azienda di Menlo Park. Non si tratta solo di competenze finanziarie, ma di un riposizionamento strategico nei confronti della Casa Bianca.

    Mark Zuckerberg ha scelto Dina Powell McCormick come nuova presidente e vice chairman di Meta. La notizia, annunciata nei giorni scorsi, ha immediatamente ricevuto l’applauso pubblico di Donald Trump su Truth Social. Un dettaglio che vale più di qualsiasi comunicato stampa.

    Powell McCormick non è una figura qualsiasi. È stata vice consigliera per la sicurezza nazionale durante il primo mandato Trump e ha ricoperto ruoli di rilievo anche sotto l’amministrazione Bush.

    Sedici anni in Goldman Sachs ai massimi livelli, poi vice presidente di BDT & MSD Partners. Un profilo che combina finanza globale, relazioni istituzionali e vicinanza ai circoli repubblicani. Quello che serve a Mark Zuckerberg in questa fase storica.

    Dina Powell McCormick presidente di Meta col favore di Trump
    Dina Powell McCormick presidente di Meta col favore di Trump

    Il nuovo corso di Meta

    Questa nomina si inserisce in un contesto più ampio. Meta sta costruendo quello che Zuckerberg definisce il modello aziendale e finanziario che alimenterà il prossimo decennio di all’insegna della IA. Data center, sistemi energetici, connettività globale su scala senza precedenti. E per farlo serve qualcuno che sappia parlare con governi e fondi sovrani.

    Powell McCormick avrà proprio questo compito. Il comunicato ufficiale è esplicito su questo punto. La nuova presidente Meta sarà coinvolta nelle relazioni con governi e paesi per costruire, sviluppare, investire e finanziare l’infrastruttura IA di Meta. Non stiamo parlando di pubbliche relazioni, ma di negoziati ad alti livelli del valore di miliardi di dollari.

    Le piattaforme digitali non sono mai neutrali. Riflettono gli interessi, le priorità e le relazioni di chi le controlla. E quando il proprietario di una piattaforma da tre miliardi di utenti nomina come presidente una figura così vicina all’amministrazione in carica, il messaggio è chiaro.

    Del resto, Zuckerberg è uno dei tech leader che un anno fa avevano finanziato con 1 milione di dollari la cerimonia di insediamento della seconda amministrazione Trump. E sedeva sul loggione d’onore insieme a suoi colleghi come Musk o Bezos.

     

    Una strategia che viene da lontano

    La nomina di Powell McCormick non deve sembrare un evento isolato. Nelle ultime settimane Meta ha assunto anche Curtis Joseph Mahoney come chief legal officer, un altro ex funzionario dell’amministrazione Trump. Dana White, CEO della UFC e figura notoriamente vicina al presidente, siede nel board dell’azienda.

    Zuckerberg stesso ha cenato di recente alla Casa Bianca e ha annunciato investimenti per centinaia di miliardi di dollari in infrastrutture sul territorio americano.

    Lo stesso giorno della nomina di Powell McCormick, ha presentato Meta Compute, una nuova iniziativa infrastrutturale per l’intelligenza artificiale che prevede la costruzione di decine di gigawatt di capacità energetica in questo decennio.

    Il percorso è evidente. Meta sta ricostruendo le proprie relazioni istituzionali dopo anni di scontri con la politica americana. E lo sta facendo nel modo più diretto possibile, portando figure dell’amministrazione direttamente nel proprio management.

    Cosa significa tutto questo per l’Europa

    Questo riposizionamento ha conseguenze che vanno oltre i confini americani.

    Se Meta si allinea sempre più strettamente con gli interessi della Casa Bianca, le tensioni con i regolatori europei potrebbero acuirsi ulteriormente.

    Il Digital Services Act, le normative sulla privacy, le regole sulla trasparenza algoritmica: tutto questo potrebbe diventare terreno di scontro ancora più aspro.

    C’è anche un aspetto meno visibile ma altrettanto rilevante.

    Powell McCormick era legata a BDT & MSD Partners, un’azienda il cui nome è circolato nelle trattative per l’acquisizione di TikTok. Esiste ancora un 5% della nuova joint venture americana che non è stato ufficialmente assegnato. Le connessioni tra questi mondi sono più fitte di quanto appaia.

    Cosa comporta questo per gli utenti

    Per chi usa quotidianamente Facebook, Instagram o WhatsApp, queste dinamiche possono apparire distanti. Ma non lo sono.

    Le scelte in termini di governance di una piattaforma determinano quali contenuti vengono amplificati e quali penalizzati; quali funzionalità vengono sviluppate e quali abbandonate; quali mercati vengono privilegiati e quali trascurati.

    Quando Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, definisce Powell McCormick una banchiera migliore di molti CEO della grande finanza, sta descrivendo una persona che sa muoversi in mezzo ad interessi enormi.

    Quegli interessi ora includeranno le decisioni che riguardano miliardi di persone ogni giorno. Ecco perché questa nomina riguarda tutti gli utenti della galassia Meta e riguarda quindi tutti noi.

  • Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Dal 10 febbraio 2026 Facebook eliminerà i pulsanti “Mi piace” e “Commenti” dai siti web. Un cambiamento che segna la fine del web aperto e l’ascesa definitiva delle piattaforme chiuse.

    Meta ha annunciato che dal 10 febbraio 2026 due dei suoi plugin social più iconici scompariranno dal web. Stiamo parlando dei pulsanti “Mi piace” e “Commenti”.

    Una notizia che a molti potrebbe sembrare marginale, quasi una nota in fondo alla pagina nella storia dei social media. Eppure, dietro questo abbandono si nota un chiaro segnale di cambiamento. Quel tipo di cambiamento che sta attraversando le piattaforme social media di cui tutti noi stiamo osservando gli effetti.

    Quando Facebook voleva essere ovunque

    Per capire cosa sta accadendo, dobbiamo fare un passo indietro e arrivare al 2010. In quegli anni Facebook stava vivendo la sua età d’oro. Era nel pieno di una crescita esponenziale, miliardi di utenti attivi e l’ambizione di spingere la piattaforma oltre i suoi naturali confini.

    L’idea era semplice ma rivoluzionaria per quei tempi. E cioè portare il social network in ogni angolo del web attraverso l’Open Graph.

    L’Open Graph era un sistema di protocolli e strumenti per sviluppatori che permetteva ai siti web di integrarsi profondamente con Facebook. In pratica, trasformava ogni pagina web in un “oggetto sociale” che poteva essere condiviso, commentato e apprezzato esattamente come un post su Facebook. I siti diventavano estensioni del social network e Facebook diventava il tessuto connettivo del web.

    Facebook addio ai "Mi piace" e "Commenti": la fine di un'era
    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era


    Cos’è l’Open Graph?

    L’Open Graph è stato lanciato da Facebook nel 2010 come un set di strumenti che permetteva ai siti web di “parlare” con Facebook. Grazie a semplici righe di codice, ogni articolo, pagina o prodotto poteva diventare un contenuto social: gli utenti potevano mettere “Mi piace”, commentare o condividere direttamente dal sito esterno, e queste azioni comparivano nel loro profilo Facebook.

    Era l’epoca in cui Facebook voleva essere il centro del web, non solo una destinazione tra tante.


    I plugin “Mi piace” e “Commenti” rappresentavano l’incarnazione perfetta di questa visione. Permettevano agli utenti di interagire con contenuti esterni senza mai lasciare l’ecosistema Facebook. Un clic su quel bottoncino blu in fondo a un articolo, e l’azione veniva registrata, condivisa, amplificata attraverso il news feed. Per i publisher era una promessa allettante: traffico organico, engagement, visibilità gratuita.

    E per un po’ ha funzionato. Blog, siti di news, portali di ogni tipo si sono riempiti di questi widget azzurri. Era il web sociale, aperto, interconnesso. O almeno così sembrava.

    La motivazione: “un’era precedente dello sviluppo web”

    Nel comunicato ufficiale, Meta spiega la decisione con toni asettici e professionali. I plugin, si legge, “riflettono un’era precedente dello sviluppo web” e “il loro utilizzo è naturalmente diminuito mentre il panorama digitale si è evoluto”.

    Dal punto di vista tecnico, non ci saranno problemi. I plugin diventeranno semplicemente elementi invisibili (0x0 pixel si dice in gergo), senza causare errori o arrecare problemi ai siti.

    Non serve alcuna azione da parte dei webmaster. I bottoncini scompariranno in silenzio, lasciando al massimo qualche riga di codice inutile da ripulire per chi vorrà e saprà farlo.

    Ma la vera domanda è un’altra. Perché questo utilizzo è “naturalmente diminuito”? La risposta ci porta dritti al cambiamento a cui accennavo prima, che ha investito le piattaforme digitali negli ultimi anni.

    Oggi il web che non esce più dalle piattaforme

    La verità è che il modello delle piattaforme è cambiato radicalmente. Oggi gli utenti sono sempre più portati a non uscire più dalle piattaforme per andare sui siti web.

    I contenuti si consumano direttamente dentro Facebook, Instagram, X, TikTok. Le piattaforme hanno costruito spazi enormi, ma chiusi. Dove tutto accade all’interno: video, articoli, conversazioni, acquisti.

    Enormi perché ognuno di essi raccoglie un numero di utenti tale che potrebbe competere con la popolazione dei paesi più grande del pianeta. Suona come una contraddizione parlare delle piattaforme come “spazi chiusi”, ma è la realtà di oggi.

    Il web “aperto”, quello degli anni 2010, dove i social media fungevano da ponte tra piattaforme e siti esterni, ha ceduto il passo a un modello in cui le piattaforme vogliono trattenere le persone dentro il proprio ecosistema.

    Ogni clic verso l’esterno è un’opportunità persa. Ossia, meno tempo sulla piattaforma, meno dati raccolti, meno pubblicità visualizzata.

    Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di una strategia precisa. Meta, come le altre big tech, ha compreso che il vero valore sta nel catturare e trattenere l’attenzione. E l’attenzione non si trattiene abilitando l’uscita verso altri siti, ma costruendo un ambiente dove tutto ciò di cui hai bisogno è già disponibile.

    Ecco chi ci perde

    E quando quei tasti “Mi piace” e “Commenti” hanno smesso di funzionare realmente come generatori di traffico? Difficile dirlo con precisione, ma il declino è stato progressivo.

    Gli algoritmi di Facebook hanno via via ridotto la visibilità dei contenuti esterni nel news feed. Le condivisioni organiche sono diventate sempre meno efficaci. I publisher hanno iniziato a notare che quei bottoncini blu generavano sempre meno clic, sempre meno engagement.

    Eppure, per molti siti, soprattutto quelli di informazione e news che negli anni hanno costruito parte della loro strategia su Facebook, questa dismissione è comunque un campanello d’allarme. Anzi, forse più di un campanello d’allarme.

    Non tanto per il traffico che effettivamente generano oggi questi plugin (probabilmente marginale), ma per ciò che rappresentano. Quindi la fine definitiva di un’era in cui i social media erano alleati dei publisher nel distribuire contenuti.

    Il calo del traffico da Facebook

    Secondo le analisi di Chartbeat e Similarweb nel maggio 2024, il traffico referral da Facebook verso siti di news e media è crollato del 50% in soli 12 mesi (da marzo 2023 a marzo 2024).

    In sei anni, dal marzo 2018 al marzo 2024, il declino è stato del 58%, passando da 1,3 miliardi a 561 milioni di referral mensili. Come percentuale del traffico totale, Facebook è passato dal rappresentare il 30% nel 2018 al 7% nel 2024, per poi scendere ulteriormente al 4% nel novembre 2024 secondo dati Chartbeat riportati da Digiday.

    Le piattaforme preferiscono che gli utenti leggano gli articoli direttamente all’interno dell’app, attraverso formati proprietari come Instant Articles o semplicemente attraverso anteprime sempre più ricche.

    calo traffico referral Facebook
    Calo traffico referral Facebook

    Il contesto più ampio, la “tiktokizzazione” del web

    L’abbandono dei pulsanti Facebook si inserisce in un fenomeno più ampio che potremmo chiamare la “tiktokizzazione” del web. TikTok ha dimostrato che è possibile costruire una piattaforma di successo dove gli utenti passano ore senza mai uscire dall’app, consumando un flusso infinito di contenuti verticali.

    Instagram ha abbracciato questa visione con i Reels. YouTube con gli Shorts. Anche X (ex Twitter) sta spingendo sempre più verso contenuti video nativi. L’obiettivo è lo stesso: massimizzare il tempo trascorso all’interno della piattaforma.

    E quasi tutte le piattaforme stanno via via demotivando il clic verso link esterni, prediligendo contenuti senza link.

    In questo scenario, i plugin che facilitano l’uscita verso siti esterni diventano non solo inutili, ma addirittura controproducenti rispetto alla strategia di business. Meta sta semplicemente prendendo atto di una realtà che era già evidente da tempo.

    Cosa rimane e cosa cambia

    Non tutti i plugin sociali di Facebook stanno scomparendo. Il pulsante “Condividi”, quello con la “F” blu che si vede in fondo a molti articoli, continuerà a funzionare. Condividere un link su Facebook è un’azione che avviene dentro la piattaforma e genera engagement al suo interno. Il “Mi piace” esterno e i commenti esterni, invece, creavano interazioni che vivevano in parte fuori dal controllo di Meta.

    Per i publisher e i proprietari di siti, specie quelli che avevano costruito tutta la strategia di distribuzione su Facebook si fa dura. Non è più tempo di aspettarsi che le piattaforme social portino traffico come succedeva un tempo.

    Il modello è cambiato. Se si vuole raggiungere il pubblico dove si trova, bisogna ripensare l’intera strategia e cercare di essere presenti sulle piattaforme in maniera diversa.

    Le piattaforme digitali sempre più chiuse

    La fine dei “Mi piace” e “Commenti” di Facebook non è un evento isolato, ma il sintomo di una trasformazione strutturale del web. Stiamo passando da un modello distribuito e interconnesso a uno fatto di ecosistemi chiusi e verticalmente integrati.

    Le piattaforme non ambiscono più a essere ponti verso altri siti, ma scelgono di diventare destinazioni finali.

    Questa evoluzione pone domande importanti. Un web frammentato in spazi chiusi, sebbene enormi, è davvero nell’interesse degli utenti? La concentrazione del potere nelle mani di poche piattaforme che controllano l’accesso all’informazione è sostenibile a lungo termine? E i publisher, come possono sopravvivere in un ecosistema dove il traffico organico dai social è sempre più ridotto?

    Non ci sono risposte semplici. Ma è certo che quando quei bottoncini blu scompariranno il 10 febbraio 2026, con loro se ne andrà definitivamente un pezzo della storia del web.

    Un web che, per qualche anno, aveva creduto possibile essere allo stesso tempo sociale, aperto e interconnesso. Prima che le logiche di business e il controllo dell’attenzione prendessero il sopravvento.


    [L’immagine di copertina è stata realizzata utilizzando il modello di IA generativa DALL-E 3]

  • Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza

    Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza

    I numeri del Q3 di Meta mostrano come la società di Zuckerberg sia ormai orientata verso l’intelligenza artificiale. Anzi, verso la superintelligenza: investimenti e infrastrutture puntano a un’intelligenza superiore firmata Meta.

    Questo è quel periodo dell’anno in cui molte aziende quotate fanno un po’ di conti sull’andamento delle piattaforme digitali. apparentemente sono dati che danno noia, numeri finanziari, dati su guadagni e altro. In realtà, in questo preciso momento, sono dati che ci dicono in che direzione stanno procedendo le aziende.

    E vediamo insieme come è andato il terzo trimestre per Meta, la società di Mark Zuckerberg che in questi mesi ha virato completamente sulla IA. Pertanto, il Metaverso, mai del tutto avviato, è già un lontano ricordo.

    Dunque, Meta ha presentato i risultati del terzo trimestre nella giornata del 29 ottobre 2025. I numeri confermano l’assoluto dominio pubblicitario e una visione che guarda ormai sempre più lontano, ossia alla superintelligenza. Ma dietro questa narrazione di successo si nascondono scelte strategiche che ridisegnano il futuro non solo di Meta, ma dell’intero ecosistema tecnologico.

    Partiamo dai dati che contano davvero.

    Le piattaforme Meta, dominio incontrastato

    Quando si parla di Meta nel 2025, non possiamo parlare solo di Facebook. Ormai lo abbiamo imparato bene, stiamo parlando di un ecosistema di comunicazione globale che tocca quotidianamente la quasi totalità del pianeta.

    Nel Q3 2025 (terza trimestrale dell’anno), Meta ha raggiunto 3.54 miliardi di persone che usano almeno una delle sue app ogni giorno. Giusto per comprendere meglio, con tutti i limiti del caso. Ad oggi, la popolazione mondiale è di circa 8.1 miliardi; escludendo 1.4 miliardi di cinesi (dove Meta è bandita), questo significa che Meta raggiunge quasi il 50% della popolazione mondiale accessibile ogni singolo giorno.

    Resta ancora oggi uno dei fenomeni più straordinari della storia della comunicazione, e assume un altro contorno da questo punto di vista.

    Questo numero è cresciuto dell’8% anno su anno. Non è più una crescita esplosiva come avveniva un tempo, a questi livelli di scala, la crescita è per forza moderata. Ma è consistente e significa che nonostante la saturazione in molti mercati sviluppati, Meta continua ad aggiungere centinaia di milioni di nuovi utenti ogni anno.

    Vediamo i dati per ogni singola piattaforma, perché i numeri disaggregati rivelano dinamiche diverse.

    Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza
    Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza

    Instagram, il traguardo dei 3 miliardi di utenti

    Come avevamo già anticipato il mese scorso, Instagram ha raggiunto il traguardo fondamentale in questo Q3 2025, ossia i 3 miliardi di utenti attivi. Significa che Instagram da sola ha più utenti mensili di quanti vivono nella metà della popolazione mondiale.

    Facebook rimane il valore più grande in termini assoluti, ma Instagram rappresenta il vettore di crescita e, soprattutto, il laboratorio dove Meta sperimenta i formati che definiranno il futuro delle piattaforme digitali. I Reels, i video brevi, costituiscono il 50% di tutto il tempo trascorso su Instagram. Il 50%!

    Gli utenti condividono 3.5 miliardi di Reels ogni giorno tra Facebook e Instagram.

    Questo è il modo con cui Meta sta cercando di contrastare TikTok. Vale a dire attraverso l’integrazione del formato video breve nel DNA delle sue piattaforme. È strategia operativa che sta pagando.

    Threads: da esperimento a piattaforma solida

    Threads, possiamo dirlo, ha rappresentato una delle scommesse più importanti di Meta negli ultimi anni. E cioè, creare un’alternativa a X (Twitter) sfruttando la base di utenti di Instagram.

    Nel Q3 2025, Threads ha superato i 150 milioni di utenti attivi giornalieri. Un dato, questo, che evidenzia come Threads sia passato dall’essere percepito come una curiosità a una piattaforma che genera engagement reale e misurabile.

    Il tempo speso su Threads è aumentato del 10% nel Q3, guidato dl alcune modifiche apportate agli algoritmi di raccomandazione. Modifiche che in questo trimestre hanno generato aumento del 10% nel tempo che gli utenti trascorrono su Threads.

    Più importante ancora: Meta ha iniziato a monetizzare Threads globalmente. Gli annunci sono ora presenti nel Feed su Threads a livello mondiale, e Meta gradualmente iniziando a inserire annuncia sulla piattaforma dopo aver consolidato l’utilizzo da parte degli utenti. Questo è un po’ la modalità d’azione che Meta ha perfezionato negli ultimi 10 anni.

    Facebook e WhatsApp: le rocce di Meta

    Facebook rimane, indiscutibilmente, il pilastro, con circa 2.11 miliardi di utenti attivi giornalieri. Molti ne dichiarano la fine, ma i numeri dicono altro. Quello che è realmente accaduto è che il suo ruolo è cambiato, lo abbiamo ricordato anche qui tante volte.

    Ma Facebook resta il motore della raccomandazione algoritmica e il luogo dove le persone si connettono con i loro networks più vicini.

    WhatsApp, con i suoi 2 miliardi di utenti attivi mensili, rimane l’app di messaggistica che connette il mondo. Pochi riconoscono quanto sia importante WhatsApp nella strategia di Meta, ma è qui che Meta sta costruendo il prossimo strumento di monetizzazione

    Infatti, Meta sta vedendo una risposta positiva dai suoi annunci click-to-message, che permettono agli utenti di contattare i negozi direttamente da WhatsApp. I test sono ormai avviati in zone dove WhatsApp è molto usato come il Brasile.

    Meta e i dati finanziati del Q3 2025

    Meta ha generato 51.24 miliardi di dollari di entrate nel Q3 2025, superando le aspettative di Wall Street (+26% anno su anno). È la più alta crescita di revenue dal Q1 2024.

    Il dato finanziario ci dice che Meta non è solo un’azienda grande e globale, ma sta accelerando. In un periodo dove molte tech company vedono decelerazioni, Meta continua a crescere doppia cifra. Perché? Principalmente per due ragioni: IA e video.

    L’AI sta migliorando i sistemi di ranking pubblicitario in modo evidente. Il dato annuale degli strumenti pubblicitari completamente potenziato da IA ha superato i 60 miliardi di dollari. Questo significa che più di un settimo di tutte le entrate pubblicitarie di Meta viene generato attraverso sistemi interamente automatizzati e intelligenti.

    Ad esempio, il sistema Lattice (l’architettura di modello unificato di Meta) ha ridotto il numero di modelli specializzati da circa 100 a una manciata di grandi modelli generalizzabili.

    Nel Q3, il sistema Lattice è stato applicato alle campagne pubblicitarie per app, generando miglioramenti del 3% nelle conversioni. Meno codice specializzato, migliori risultati.

    Le impressions pubblicitarie sono aumentate del 14%, il prezzo medio per annuncio del 10%. Entrambi i driver stanno funzionando.

    Ma il profitto netto è crollato dell’83%

    Questo numero merita un chiarimento. Meta ha dovuto affrontare una tassa straordinaria, una tantum, di 15.93 miliardi di dollari a causa dell’implementazione del “One Big Beautiful Bill Act” del Presidente Trump, che ha modificato il trattamento fiscale dei crediti differiti.

    Escludendo questa situazione fiscale, il profitto netto sarebbe stato di 18.64 miliardi di dollari (+19% anno su anno) e l’EPS di 7.25 miliardi di dollari, superando le stime di Wall Street di 6.71 miliardi di dollari.

    L’aliquota fiscale effettiva nel Q4 dovrebbe tornare al 12-15%, il che significa che il 2026 vedrà riduzioni significative nei pagamenti fiscali federali USA di Meta.

    In pratica, il crollo del profitto è dovuto alla nuova legge voluta da Trump.

    Ray-Ban, la rivoluzione non è ancora iniziata

    Se c’è una storia che rivedremo molte volte nei prossimi 5 anni, è quella dei Ray-Ban smart glasses di Meta.

    Nel Q3 2025, EssilorLuxottica – il colosso mondiale dell’ottica che produce i Ray-Ban – ha riportato che la partnership con Meta ha generato più di 4 punti percentuali della sua crescita di profitti del 11.7%, portando il profitto totale a 6.9 miliardi di euro (8 miliardi di dollari) nel trimestre.

    In sostanza, mentre molte aziende di hardware lottano per trovare prodotti che la gente voglia realmente comprare, Meta ha creato un accessorio che le persone indossano di fatto ogni giorno.

    I Ray-Ban Meta smart glasses hanno già venduto 2 milioni di unità dal loro lancio nell’ottobre 2023. “La domanda” – come ha detto Zuckerberg – “continua a superare la nostra capacità di produzione”.

    EssilorLuxottica ha accelerato la produzione e ora punta a raggiungere 10 milioni di unità l’anno prima del previsto. Quindi non nel 2026, ma prima.

    Il portfolio attuale include il Ray-Ban Meta Gen 2, l’Oakley Meta HSTN (lanciato a giugno), e il flagship del momento: il Meta Ray-Ban Display, i primi Ray-Ban realmente smart con uno schermo integrato e controllabili tramite un braccialetto intelligente.

    La domanda a questo punto sorge spontanea: se i Ray-Ban smart vanno così bene, perché Reality Labs continua a perdere miliardi?

    La risposta rivela la vera natura della strategia di Meta nell’hardware.

    Meta IA superintelligenza 2025
    Mark Zuckerberg – CEO Meta

    Reality Labs: 70 miliardi di dollari di perdite

    Reality Labs – la divisione di Meta dedicata a VR, AR e hardware intelligente – ha registrato un perdita operativa di 4.4 miliardi di dollari nel Q3 2025, generando al contempo 470 milioni di dollari in profitti.

    Dall’avvio del suo progetto VR/AR nel tardo 2020, Reality Labs ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari in perdite cumulative.

    Queste perdite non vengono raccontate pubblicamente con il dovuto peso. Stiamo parlando di 70 miliardi di dollari, una somma gigantesca.

    Eppure, i numeri raccontano una storia più sfumata di quella che potrebbe suggerire la narrazione che si vuole far passare.

    Nel Q3, Reality Labs ha perso solo 4.4 miliardi di dollari contro attese di Wall Street di 5.1 miliardi di dollari. I Ray-Ban smart glasses – il segmento crescente – stanno compensando parzialmente le perdite dei visori Meta Quest. Numeri dati in calo in quanto non ci sono nuovi modelli per il 2025.

    Zuckerberg ha assicurato gli investitori che Ray-Ban smart glasses “sarà un investimento molto proficuo” nel tempo. Il modello di business che Meta sta costruendo è noto: hardware a prezzi competitivi per acquisire utenti, monetizzazione attraverso servizi, app e commerce a lungo termine.

    Meta AI: 600 milioni di utenti mensili

    Qui la storia si fa più interessante.

    Meta AI – l’assistente intelligente di Meta disponibile su WhatsApp, Facebook, Instagram – ha raggiunto quasi 600 milioni di utenti attivi mensili. È sulla strada per diventare uno degli assistenti IA più usati al mondo entro la fine dell’anno.

    Fermiamoci un attimo. OpenAI ha costruito ChatGPT come un prodotto standalone, accessibile via web browser. Meta, invece, ha integrato Meta AI direttamente nelle app che 3.5 miliardi di persone usano ogni giorno.

    In sostanza Meta ha valorizzato il suo vantaggio strutturale, permettendo l’accesso alla IA a centinaia di milioni di persone.

    I dati di adozione di Meta AI mostrano segnali positivi per l’azienda. Quando Meta migliora i modelli sottostanti, l’utilizzo dei servizi aumenta. In sostanza, al momento Meta AI non è più ritenuto un gadget o un giocattolo, ma uno strumento attivo.

    Da specificare che questo può valere in Usa ma meno in Italia.

    Sul tema della monetizzazione, Meta rimane ancora nella fase di rilascio e ottimizzazione. Secondo Zuckerberg ci sono “segnali incoraggianti”.

    Meta si appresta a mettere in pratica modelli di monetizzazione già rodati anche per Meta AI, anche se nulla è ancora implementato su larga scala.

    Meta AI è ora disponibile sui Ray-Ban smart glasses in Francia, Italia, Irlanda e Spagna.

    Llama: 650 Milioni di download

    Mentre OpenAI sviluppa ChatGPT come strumento IA proprietario, Meta ha scelto una strategia diversa, ossia Llama.

    Llama ha raggiunto 650 milioni di download nel 2025, il doppio rispetto a tre mesi prima. Llama 4 – la versione più recente rilasciata ad aprile 2025 – include tre modelli: Scout (17 miliardi parametri attivi), Maverick (17 miliardi parametri attivi, 400B totali), e Behemoth (non ancora rilasciato, 288 miliardi attivi, 2T totali).

    Questi numeri significano poco per chi non lavora con i modelli, ma per chi li lavora significano che Llama è diventato uno standard aperto nel quale costruire e generare. Ogni volta che uno sviluppatore sceglie Llama invece di Gemini di Google o Claude di Anthropic, Meta ha sicuramente portato a casa un risultato significativo.

    Meta ha lanciato il programma “Llama for Startups” nel 2025, offrendo fino a 36 mila dollari in rimborsi per i costi claud per sei mesi alle startup che usano Llama.

    Inoltre, Meta ha accordi di revenue sharing con i provider che ospitano Llama – inclusi AWS, Google Cloud, Azure. Questo significa che Meta genera guadagni diretti dal Llama stesso, non solo indirettamente attraverso i prodotti che lo usano internamente.

    Quindi, mentre OpenAI monetizza ChatGPT direttamente con abbonamenti mensili, Meta sta costruendo l’infrastruttura IA sulla quale tutti gli altri costruiscono.

    Un po’ come il modello di Intel negli anni ’90: non sei interessato a cosa i PC fanno, sei interessato a cosa fa il chip dentro il PC.

    Meta e gli investimenti in IA

    Tutti questi progressi – AI glasses, Meta AI, Llama – hanno un costo.

    Nel Q3 2025, Meta ha speso 19.4 miliardi di dollari in capital expenditure (CapEx), (spesa in conto capitale) principalmente server, data center e network infrastrutturale.

    Per l’anno 2025, Meta ha aumentato le sue previsioni di spesa in infrastruttura a 70-72 miliardi di dollari.

    Wall Street attualmente si aspetta che Meta spenda 98 miliardi di dollari in CapEx nel 2026. Quasi come il doppio della spesa rispetto al 2025.

    Cosa sta costruendo Meta con questi soldi? I “titan clusters”, ossia data center IA massivi.

    Il primo, Prometheus, situato in Ohio, sarà attivo nel 2026 e ospiterà almeno un gigawatt di potenza di calcolo. Il successivo, Hyperion, scala fino a cinque gigawatt.

    Per intenderci, un gigawatt è la potenza che consuma una città di 750.000 persone. Meta sta costruendo data center della dimensione di una città.

    Sul fronte delle spese operative, Meta ha elevato la sua proiezione per le spese totali 2025 di altri 2 miliardi di dollari, portandole a 116-118 miliardi di dollari, una crescita del 20-24% anno su anno.

    Per il 2026, Meta si aspetta che le spese cresceranno a un tasso “significativamente più veloce”, guidato da costi di infrastruttura e compensazione per la IA.

    Meta sta anche assumendo in maniera aggressiva. L’organico è cresciuto dell’8% anno su anno a 78.450 dipendenti. Questo dopo i licenziamenti che hanno fatto molto discutere. Meta sta riassumendo specificamente talenti per l’intelligenza artificiale.

    Meta e la superintelligenza

    Perché Meta sta spendendo quasi 100 miliardi di dollari in CapEx in un anno? La risposta è in una sola parola, ed è: superintelligenza.

    Mark Zuckerberg ha riposizionato l’intera strategia di Meta attorno a questo concetto.

    Non è più “il metaverso” (il framing precedente). Ma si va nella direzione della “personal superintelligence”. Vale a dire, l’idea che l’IA dovrebbe aiutare ogni persona individuale a vivere la propria vita al meglio, principalmente attraverso occhiali intelligenti e visori di realtà virtuale.

    Meta ha creato “Meta Superintelligence Labs” (MSL), un team dedicato a costruire i prossimi modelli di frontiera. Zuckerberg ha detto che MSL è “un grande inizio” e che Meta “continua a guidare l’industria negli AI glasses.”

    Secondo Zuckerberg, Meta ha bisogno di “anticipare in modo aggressivo la capacità di costruzione” di una superintelligenza. Se la superintelligenza arriva prima, Meta sarà pronto per un “cambio di paradigma generazionale”.

    Se arriva dopo, Meta avrà comunque capacità computazionale che può usare per accelerare il suo core business (ads, video, ecc.). Nel peggiore dei casi, Meta rallenta la costruzione di infrastruttura e cresce lentamente all’interno di ciò che ha già costruito.

    È un po’ il pensiero che Jeff Bezos ha usato per Amazon Web Services: costruire capacità computazionale in eccesso anticipando la domanda futura. Un sistema che funziona se si riesce a indovinare la direzione. In caso contrario, si dilegua un capitale cospicuo.

    Meta sta chiaramente scommettendo di avere ragione.

    Meta e la direzione verso il futuro 

    I risultati di Meta Q3 2025 tracciamo una linea chiara verso il futuro.

    Meta in passato era principalmente un’azienda pubblicitaria che occasionalmente faceva sperimentava hardware e IA. Da oggi in poi, Meta vuole diventare l’infrastruttura sulla quale viene costruita l’IA del prossimo decennio.

    Il fatto che Meta sia contemporaneamente:

    • la piattaforma di comunicazione più grande del mondo (3.54 miliardi di utenti attivi al giorno)
    • la piattaforma video più grande della terra (3.5 miliardi Reels al giorno)
    • uno dei tre maggiori produttori di assistenti IA (600 milioni di utenti mensili di Meta AI)
    • lo standard open-source per i modelli IA (650 milioni download per Llama)
    • un produttore di hardware intelligente con crescita continua (vedi Ray-Ban)

    sottolinea che l’azienda di Zuckerberg sta costruendo un’infrastruttura più ampia sul come gli utenti comunicano, si connettono e accedono all’informazione e all’intelligenza artificiale.

    Meta è l’azienda che sta posizionando le proprie fondamenta sulla quale costruire modelli di comunicazione avanzati su larga scala.

    Nota finale: i numeri presentati qui provengono direttamente dai risultati ufficiali di Meta Q3 2025, rilasciati il 29 ottobre 2025. Meta continua a essere una delle aziende più importanti per capire dove sta andando la tecnologia nei prossimi cinque anni. Ignorare questi dati significa non comprende bene la direzione del futuro.

  • Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi

    Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi

    Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi mensili. Un traguardo che conferma la centralità della piattaforma all’interno delle app di Meta.

    Instagram ha raggiunto un nuovo traguardo storico: 3 miliardi di utenti attivi mensili. Lo ha annunciato Mark Zuckerberg, CEO di Meta, sottolineando come la piattaforma, acquisita nel 2012 per un miliardo di dollari, sia oggi uno dei pilastri centrali dell’ecosistema Meta.

    Con questo traguardo, Instagram si affianca a Facebook e WhatsApp, le altre due app di punta di Meta, che già da mesi avevano superato la stessa soglia.

    Per Zuckerberg si tratta di una conferma importante: “Che comunità incredibile abbiamo costruito qui”, ha scritto in un post sul suo canale Instagram.

    Instagram, dai 2 ai 3 miliardi di utenti

    L’ultimo aggiornamento ufficiale sugli utenti di Instagram risaliva all’ottobre 2022, quando l’app aveva appena superato i 2 miliardi di attivi mensili.

    Da allora Meta aveva deciso di non comunicare più regolarmente i numeri delle singole piattaforme, preferendo riportare solo il totale giornaliero delle persone che utilizzano la “famiglia di app”, cifra che a luglio 2024 aveva toccato i 3,48 miliardi.

    Oggi, con i 3 miliardi di utenti dichiarati, Instagram conferma una traiettoria di crescita che lo colloca al centro della strategia Meta. Non è più soltanto la piattaforma di condivisione di foto e video, ma un vero ambiente dove convergono creator, brand, aziende e community.

    Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi
    Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi

    Il sorpasso su Facebook anche in Italia

    Solo qualche giorno fa, nei dati pubblicati nell’ambito del Digital Services Act, si è visto chiaramente come Instagram abbia superato Facebook in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, sia in termini di utenti mensili sia per capacità di attrazione delle fasce più giovani.

    Un segnale che conferma un cambio generazionale già in corso. Facebook resta un colosso, ma Instagram si impone sempre di più come la piattaforma di riferimento.

    La crescita globale annunciata da Zuckerberg si inserisce quindi in una tendenza più ampia, che vede Instagram non solo consolidarsi nel mercato internazionale ma anche assumere una posizione di leadership anche nel contesto europeo.

    Instagram, una piattaforma che guarda avanti

    Il futuro di Instagram sarà determinato dalla capacità di mantenere vivo questo equilibrio tra innovazione e centralità per gli utenti. Con i Reels e l’intelligenza artificiale, la piattaforma continua a ridisegnare la propria identità.

    E con 3 miliardi di persone collegate ogni mese, ha davanti a sé una responsabilità sempre maggiore nel definire il modo in cui ci informiamo, ci intratteniamo e costruiamo relazioni online.

    Un elemento, visto il panorama attuale, non da poco da gestire con molta responsabilità anche da parte nostra.

    ___

    [Immagine realizzata da Franz Russo attraverso la IA generativa, utilizzando il modello ChatGPT-5]