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  • Henna Virkkunen è la nuova commissaria UE per il Tech

    Henna Virkkunen è la nuova commissaria UE per il Tech

    Henna Virkkunen è la nuova commissaria UE per il Tech e Digitale. La sua missione include sovranità tecnologica, sicurezza informatica, regolamentazione digitale e sostegno alle startup europee.

    Dopo l’addio polemico di Thierry Breton, le idee della presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, erano ancora più chiare.

    E così, la nuova Commissione UE per il mandato 2024-2029, presentata oggi, vede 6 vicepresidenti, 4 donne e due uomini.

    Al posto di Breton è stata nominata vicepresidente della Commissione, con delega alla “Sovranità Tech, Sicurezza e Democrazia”, la finlandese Henna Virkkunen.

    Il suo nome potrebbe non dire molto nel nostro Paese, ma vanta un curriculum di tutto rispetto. Di seguito proviamo a tracciare un profilo.

    Un profilo di Henna Virkkunen

    Henna Virkkunen, politica finlandese, è membro del Partito Popolare Europeo (PPE). Vanta una lunga carriera politica che l’ha portata a ricoprire ruoli di rilievo sia nel governo finlandese che nel Parlamento Europeo.

    Nata nel 1972, Virkkunen ha studiato giornalismo e ha lavorato brevemente come giornalista prima di entrare in politica. È co-proprietaria di un’agenzia di comunicazione, fatto che spiega il suo particolare interesse verso il mondo della comunicazione e del digitale.

    henna virkkunen è la nuova commissaria ue per tech e digitale

    È stata ministro dell’Istruzione, dei Trasporti e della Pubblica Amministrazione in Finlandia prima di essere eletta al Parlamento Europeo nel 2014. È stata rieletta nel 2019 e nel 2024, a testimonianza dell’importanza della sua figura e della sua esperienza a livello europeo.

    Henna Virkkunen e il suo ruolo nel PPE

    Henna Virkkunen è una figura importante all’interno del PPE, il principale gruppo di centro-destra del Parlamento europeo. Per il PPE ha lavorato su temi chiave legati al digitale, tra cui il Digital Services Act (DSA), e sarà proprio su questo aspetto che la neo-commissaria dovrà principalmente misurarsi.

    Inoltre, si è occupata di tematiche legate alla cybersecurity e ha partecipato ai negoziati per il programma di ricerca di punta dell’UE, Horizon Europe.

    È considerata una delle figure politiche più esperte in Europa su questioni digitali e tecnologiche, esperienza che le ha fatto guadagnare la stima sia nel suo partito che tra esponenti di altre fazioni politiche.

    Henna Virkkunen e le sfide UE sul Digitale

    Quali sfide attendono la neo-commissaria Henna Virkkunen?

    La sfida della Sovranità Tecnologica

    Sicuramente dovrà affrontare la sfida della Sovranità Tecnologica. Uno dei suoi compiti principali sarà garantire che l’Europa non dipenda eccessivamente da tecnologie sviluppate al di fuori del continente europeo, specialmente da Stati Uniti e Cina.

    henna virkkunen
    Henna Virkkunen

    Ciò include la promozione e lo sviluppo di tecnologie europee in aree come l’intelligenza artificiale, la sicurezza informatica e il cloud computing.

    La sfida della Sicurezza

    Altra sfida importante riguarda la Sicurezza e Regolamentazione del digitale.

    Virkkunen dovrà continuare il lavoro sul Digital Services Act e sul Digital Markets Act, che regolano il mercato digitale europeo e proteggono gli utenti da contenuti dannosi o illegali online. Queste nuove regole europee hanno un impatto enorme sulle piattaforme globali come Facebook, Google, X (ex Twitter) e Amazon. Sarà quindi compito di Virkkunen far sì che vengano applicate in modo efficace.

    La sfida dell’Innovazione in UE

    Un’altra sfida importante è legata a incentivare l’innovazione, rendendo l’UE competitiva a livello globale.

    L’attenzione sarà rivolta anche al sostegno delle startup tecnologiche europee e al miglioramento delle infrastrutture digitali del continente, in particolare nel campo della banda larga e del 5G.

    La sfida sulle minacce alla democrazia

    Infine, un’ulteriore sfida cruciale per Virkkunen sarà quella di contrastare le minacce digitali alla democrazia europea, come la disinformazione e la manipolazione elettorale.

    La sua esperienza la rende particolarmente attenta alle implicazioni politiche del digitale e alle dinamiche democratiche.

    Henna Virkkunen si presenta dunque come una figura forte e preparata per guidare l’Europa ad affrontare le sfide nel campo digitale.

    Con una profonda conoscenza delle dinamiche tecnologiche e una carriera politica consolidata, ha tutte le carte in regola per affrontare le sfide del futuro e garantire all’Europa un ruolo di leadership globale nel mondo tech.

    Il suo mandato sarà cruciale per garantire che l’UE rimanga innovativa, sicura e indipendente a livello tecnologico.

  • Canva sempre di più in direzione IA generativa con Leonardo

    Canva sempre di più in direzione IA generativa con Leonardo

    Canva acquisisce Leonardo.ai per integrare tecnologie avanzate di IA nella sua piattaforma, migliorando le capacità creative dei contenuti in vista della IPO del prossimo anno.

    Dopo aver dato un contributo eccellente alla diffusione dell’attività di editing, Canva punta ormai alla IA generativa. Avendo rivoluzionato l’editing di immagini, spostandolo da software a “servizio”, la società australiana si appresta a fare un ulteriore passo in avanti.

    Infatti, Canva, che vanta circa 190 milioni di utenti attivi al mese, ha ufficializzato oggi l’acquisizione di una startup australiana, Leonardo.ai, specializzata in contenuti e ricerca nell’ambito dell’intelligenza artificiale generativa.

    L’obiettivo di Canva rimane quello di creare una “suite di strumenti di intelligenza artificiale visiva a livello globale”.

    Non sono stati divulgati i termini, ma è evidente che questo accordo, che punta sull’IA, sarà una grande spinta per la prossima IPO di Canva, prevista per il 2025.

    canva leonardo ai franzrusso

    Canva e la collaborazione con Leonardo.ai

    Leonardo.ai “continuerà a sviluppare la sua piattaforma web” come offerta di prodotto separata, secondo quanto dichiarato da Cameron Adams, fondatore di Canva.

    La tecnologia di Leonardo.ai e il modello di fondazione Phoenix saranno inoltre “velocemente” integrati nella suite esistente “Strumenti Magici” di Canva, come il generatore di immagini e video “Contenuti Magici”.

    Leonardo rappresenta l’ottava acquisizione di Canva dopo: Affinity (2024), Flourish (2022), Kaleido (2021), Smartmockups (2021), Pexels (2019), Pixabay (2019) e Zeetings (2018).

    Come è nata Leonardo.ai

    Leonardo.ai è una startup australiana fondata nel 2022, specializzata in tecnologie di intelligenza artificiale generativa per la creazione di contenuti visivi.

    La sede principale si trova a Sydney. L’azienda ha rapidamente guadagnato popolarità grazie al suo strumento di maggior successo: un generatore di immagini AI che consente agli utenti di creare asset visivi di alta qualità per vari settori, tra cui il design di videogiochi, la produzione video, la moda e la pubblicità.

    Uno degli strumenti più innovativi di Leonardo.ai è il “Realtime Canvas”, che permette di generare immagini in tempo reale basate su input dell’utente, rendendo più facile e veloce il processo creativo.

    La piattaforma ha attratto milioni di utenti e importanti investimenti, totalizzando oltre 700 milioni di immagini generate finora.

    Phoenix lo strumento di Leonardo che ha stregato Canva

    L’azienda ha anche lanciato di recente Phoenix, a cui si accennava prima.

    Phoenix è un modello innovativo sviluppato da Leonardo.ai per la generazione di immagini basate su intelligenza artificiale. Lanciato di recente, Phoenix rappresenta un passo avanti nell’attività di prompting, nella chiarezza del testo integrato nelle immagini e nel controllo creativo.

    Il modello è in grado di generare testi chiari e leggibili all’interno delle immagini, utile per la creazione di banner, poster e loghi.

    canva leonardo ai piattaforma franzrusso
    Leonardo.ai

    Phoenix offre funzionalità come l’editing dei prompt e l’enhancement, permettendo agli utenti di modificare facilmente le generazioni e ottenere i risultati desiderati.

    Canva ha affermato che questa acquisizione darà a Leonardo la possibilità di innovare ulteriormente nell’ambito dell’IA, aumentando al contempo la portata dell’organizzazione.

    Canva supporterà Leonardo affinché la sua attuale traiettoria sia “sovrapotenziata” e possa “costruire una piattaforma di IA generativa ancora più incentrata sulla creatività a livello globale”.

    La società di Cameron Adams acquisirà gli oltre 19 milioni di utenti registrati su Leonardo, provenienti da una vasta gamma di settori tra cui pubblicità, marketing e design.

     

     

  • Shein, la startup di maggior successo degli ultimi 10 anni

    Shein, la startup di maggior successo degli ultimi 10 anni

    Ecco le startup di maggior successo degli ultimi dieci anni: Shein al primo posto; poi ByteDance e OpenAI. Ecco le loro valutazioni, crescita e impatto sul mercato.

    Di Shein si è parlato di recente, in quanto è stata individuata dall’UE come una “big tech” (supera i 45 milioni di utenti mensili). E per questo è chiamata a rispettare le regole così come impostate all’interno del DSA – Digital Services Act.

    Il marketplace cinese, che si pone come alternativa a Amazon, in quanto big tech nella UE, deve impegnarsi proteggere gli utenti da contenuti e prodotti illegali.

    Shein è stata anche di recente denunciata da alcuni grandi marchi, come Oakley e Ralph Lauren per aver violato la proprietà intellettuale. La contraffazione dei prodotti è uno dei grandi temi che la startup cinese deve affrontare.

    Il caso Shein, la startup cinese di successo

    Ma di Shein si parla anche per essere stata confermata come la startup di maggior successo degli ultimi dieci anni, posizionandosi tra le prime tre per valutazione di mercato, percezione del pubblico, crescita e numero di dipendenti.

    Al secondo posto si piazza la startup proprietaria della piattaforma TikTok, ByteDance, che vanta la valutazione più alta, il punteggio più alto in termini di crescita e il numero più alto di dipendenti.

    Al terzo posto si colloca OpenAI, l’associazione senza scopo di lucro che ha creato ChatGPT. L’associazione, il cui CEO è Sam Altman, vanta la seconda valutazione aziendale più alta e un altrettanto significativo tasso di crescita.

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    Ecco l’Indice di Successo delle Startup

    Questi dati derivano dall’”Indice di Successo delle Startup“, elaborato dagli esperti di Vention, società americana di sviluppo software, che ha analizzato un elenco di 1.220 startup, tratto da CB Insights.

    L’analisi si è basata su valutazione, percezione del pubblico in relazione al volume di ricerche, punteggio di crescita e numero di dipendenti. I risultati per ciascuna categoria sono stati convertiti in un punteggio, il massimo è 100, dai quali è derivata questa classifica.

    Shein al primo posto

    Shein quindi è al vertice di questa lista con un punteggio di 87,12. Lo studio ha rivelato che Shein, che conta oltre 100.000 dipendenti, si è classificata tra le prime tre in ogni categoria.

    La startup cinese ha un valore di 66 miliardi di dollari, il terzo più alto rilevato dall’analisi, e un volume di ricerca mensile medio di 62 milioni a livello globale. Shein viene cercata 277 volte più di ByteDance, che si è classificata seconda nell’elenco delle startup più di successo dell’ultimo decennio.

    ByteDance

    ByteDance, proprietaria di TikTok, si è classificata come la seconda startup di successo con un punteggio di 83,57, avendo il valore più alto tra tutte le startup elencate, pari a 225 miliardi di dollari. L’azienda ha anche il maggior numero di dipendenti, ossia il 50% in più di Shein, e ha ottenuto il punteggio più alto in termini di.

    ByteDance conta circa 150.000 dipendenti e ha registrato una crescita del numero totale dei dipendenti del 4% negli ultimi sei mesi. Sebbene ByteDance abbia un volume di ricerca mensile inferiore, pari a 223.582, val la pena notare che la sua azienda sussidiaria, TikTok, vanta una media di 58 milioni di ricerche a livello mondiale, ogni mese.

    OpenAI di ChatGPT

    Al terzo posto si trova lo sviluppatore di ChatGPT, OpenAI, con un punteggio di 76,56. Lo studio ha rivelato che la società di ricerca e implementazione dell’intelligenza artificiale ha la seconda valutazione più alta, 80 miliardi di dollari, e il secondo punteggio di crescita più alto, vale a dire 8,98.

    Nonostante abbia il numero più basso di dipendenti tra le prime 10, con poco più di 700, OpenAI registra il quarto volume di ricerche mensili più elevato tra tutte le aziende, con oltre 10,5 milioni di ricerche ogni mese.

    Stripe

    Stripe, startup di tecnologia finanziaria, si classifica quarta con un punteggio di 67,42. Ha il quarto valore aziendale più alto, 65 miliardi di dollari, e il quarto maggior numero di dipendenti tra le top 10, cioè 7.000.

    Databricks e Revolut

    Al quinto posto troviamo la piattaforma di dati cloud per l’IA aziendale Databricks, con un punteggio di 60,82. Databricks ha un valore aziendale di 43 miliardi di dollari e il quarto punteggio di crescita più alto: 7,07.

    Segue la compagnia di fintech Revolut al sesto posto, con un punteggio di 60,15. Revolut è valutata 50,8 miliardi di dollari ma ha oltre 1.500 dipendenti in più di Databricks. La compagnia di fintech si è classificata più alta rispetto a Chime, con sede a San Francisco, che si è piazzata decima nella lista.

    Canva vanta più ricerche mensili

    Canva si posiziona al settimo posto, con un punteggio di 56,09. Il punteggio più alto di Canva nell’indice è stato per la percezione del pubblico, dove si è classificata prima tra le aziende prese in esame dall’analisi. Canva viene ricercata su Google quasi due terzi in più rispetto a Shein, con oltre 98 milioni di ricerche ogni mese.

    Epic Games

    Epic Games si trova all’ottavo posto con un punteggio di 53,29. Lo sviluppatore americano di videogiochi e software ha un valore di 23 miliardi di dollari e poco più di 4.000 dipendenti. La compagnia di videogiochi si è classificata al di sopra di Niantic, meglio conosciuta per lo sviluppo del gioco mobile in realtà aumentata Pokémon Go, che ha un valore di 9 miliardi di dollari e 1.050 dipendenti.

    Miro

    La piattaforma di collaborazione digitale Miro si trova al nono posto, con un punteggio di 52,84. Miro ha il valore più basso tra tutte le aziende delle top 10 elencate, pari a 18 miliardi di dollari, ma ha il quinto punteggio di crescita più alto: 6,93. Uno dei principali concorrenti di Miro, Lucid Software, ha un valore di 3 miliardi di dollari e un punteggio di crescita di 3,3.

    Chime

    Infine, Chime conclude la lista al decimo posto con un punteggio di 47,92. La compagnia di fintech vale 25 miliardi di dollari, che è 20 miliardi in più rispetto al concorrente Monzo.

    Il fintech ai vertici

    Guardando la classifica delle prime 10 aziende, si nota che il fintech sembra essere l’industria più prevalente, con più startup tecnologiche che hanno riscontrato maggiore successo rispetto alle startup ‘tradizionali’.

    Osservando invece l’industria del retail, la seconda azienda più popolare dopo Shein è stata GoPuff, azienda americana di beni di consumo e consegna di alimenti, che si è classificata dodicesima.

    Nuovi modelli di business

    Sempre a livello di nota, non si può non segnalare come questa analisi ci proponga ai vertici tre aziende come Shein, ByteDance e OpenAI. Aziende, o comunque startup, che hanno dato vita a modelli di business innovativi, partnership strategiche e tecnologia all’avanguardia.

    E infine, OpenAI che nonostante faccia registrare il numero più basso di dipendenti, vanta già una posizione di leader nello sviluppo di tecnologie all’avanguardia come l’intelligenza artificiale.

  • Addio Artifact, chiude dopo meno di un anno l’app di notizie su IA

    Addio Artifact, chiude dopo meno di un anno l’app di notizie su IA

    Artifact, l’app di notizie basata su intelligenza artificiale creata dai fondatori di Instagram, chiude dopo meno di un anno, sollevando domande sul futuro dell’informazione digitale.

    Artifact, l’app di notizie alimentata da intelligenza artificiale, chiude dopo poco meno di anno dal suo lancio. Alla luce di tutto, forse l’app è stata lanciata con ambizioni elevate.

    Ideata dai cofondatori di Instagram, Kevin Systrom e Mike Krieger, mirava a rivoluzionare il modo in cui consumiamo le notizie. Facendo affidamento sull’intelligenza artificiale. Infatti, sono stati implementati algoritmi sofisticati, simili a quelli di TikTok.

    L’annuncio della chiusura è stato dato da Kevin Systrom sul blog ufficiale di Artifact: “Abbiamo creato qualcosa che piace a un gruppo ristretto di utenti, ma abbiamo concluso che l’opportunità di mercato non è abbastanza grande da giustificare un investimento continuo in questo modo“.

    Artifact prometteva un’esperienza di lettura personalizzata, selezionando contenuti basati sul tempo trascorso dall’utente su determinati argomenti.

    Artifact tra ambizioni e innovazione

    L’app combinava le funzionalità di un social network con quelle di un aggregatore di notizie. Offrendo un feed di notizie personalizzato.

    Artifact chiude dopo meno di un anno franzrusso.it

    La sua IA si adattava alle preferenze di lettura degli utenti, aprendo nuovi orizzonti nel campo dell’informazione digitale. Si distingueva per l’assenza di clickbait, concentrandosi invece sulla qualità e sull’affidabilità dei contenuti, proponendo una varietà di prospettive politiche.

    Artifact e gli algoritmi

    Gli algoritmi di Artifact erano stati progettati per apprendere dalle interazioni degli utenti, adattando il feed di notizie in base agli interessi mostrati.

    Questo significava che più un utente leggeva articoli su un certo argomento, più l’app proponeva contenuti simili. Creando un’esperienza di lettura altamente personalizzata.

    L’IA prendeva in considerazione le preferenze dell’utente per offrire un feed di notizie sempre più affine ai suoi gusti personali, sfruttando tecnologie avanzate come il sistema Transformer di Google per elaborare i testi in modo indistinguibile da quello umano

    Si trattava quindi di un approccio diverso dai modelli basati su clic o interazioni superficiali. Puntando invece su un engagement profondo e sostenuto.

    La nascita di Artifact e il suo reale impatto

    La creazione di Artifact si inseriva in un contesto di crescente sfiducia verso i media tradizionali e la diffusione di fake news.

    L’intento di un feed curato da IA e personalizzato, in base agli interessi autentici degli utenti, rappresentava un’innovazione significativa rispetto alle dinamiche spesso critiche dei social network tradizionali.

    La sua apparizione sugli app store di Apple e Google ha suscitato interesse e attenzione, particolarmente nel campo giornalistico.

    Artifact e le motivazioni della chiusura

    Nonostante l’iniziale entusiasmo, meno di un anno dopo il suo lancio, i fondatori hanno annunciato la chiusura di Artifact.

    Secondo Systrom, l’app aveva conquistato un gruppo ristretto di utenti ma non aveva raggiunto una sufficiente ampiezza di mercato per giustificare ulteriori investimenti. Questa decisione rifletteva una dura realtà nel mondo delle startup tecnologiche, dove anche le idee più innovative possono fallire per motivi di mercato.

    La visione di Artfact

    L’intento di Artifact era di creare un nuovo paradigma per le piattaforme di notizie.

    Si proponeva di contrastare la polarizzazione e la disinformazione, offrendo una selezione bilanciata e di qualità. Il progetto ambiva a essere un punto di riferimento per un pubblico alla ricerca di un’informazione affidabile e diversificata, lontana dalle logiche spesso divisive e sensazionalistiche di altre piattaforme.

    Kevin Systrom Mike Krieger-co-fondatori Instagram Facebook
    Kevin Systrom e Mike Krieger

    Artifact e casi simili come Vine e Quibi

    Possiamo paragonare la situazione di Artifact a quella di altre startup innovative che hanno affrontato sfide simili.

    Ad esempio, Vine. Nonostante la sua popolarità, Vine ha incontrato difficoltà nella monetizzazione e nel mantenimento dell’interesse degli utenti.

    Quibi, d’altra parte, nonostante un lancio altamente pubblicizzato e investimenti significativi, ha chiuso dopo solo sei mesi a causa di una base di utenti e di un interesse del mercato inferiore alle aspettative.

    Questi casi evidenziano come, nonostante l’innovazione e un inizio promettente, il successo a lungo termine nel settore tecnologico dipenda da una serie di fattori complessi, inclusa la capacità di attrarre e mantenere un ampio pubblico​

    Il Futuro dell’Informazione

    La vicenda di Artifact evoca il tema più ampio del modo in cui reperire le informazioni in un’epoca di grande trasformazione digitale.

    La sua chiusura solleva interrogativi sulla sostenibilità di piattaforme innovative in un mercato dominato da giganti come Facebook o Google.

    Tuttavia, l’esperimento di Artifact rimane una testimonianza dell’incessante ricerca di nuove vie per un’informazione più equilibrata e personalizzata, un obiettivo ancora più rilevante nell’attuale panorama mediatico.

    Ma, restando per un attimo in più sulle parole di Systrom, sorge un’altra piccola riflessione.

    Sono parole che evocano la parola “fallimento”, senza mai pronunciarla del tutto. Tra l’altro questa parola fa parte del lessico della Silicon Valley e meno del nostro modo di pensare il business.

    Questo è un altro discorso.

    Artifact e il senso del fallimento

    Però Systrom dice chiaramente che le startup, per certi versi, difficilmente si pongono questi temi. E che spesso agiscono senza considerare che forse non è il caso di andare avanti quando il mercato ti lancia dei segnali.

    Nello specifico, le parole di Kevin Systrom sulla chiusura di Artifact sottolineano un aspetto cruciale nel mondo delle startup tecnologiche e delle app: l’importanza di un’ampia opportunità di mercato.

    Nel caso di Artifact, nonostante il gradimento da parte di un gruppo ristretto di utenti, la mancanza di un ampio mercato target ha reso insostenibile un ulteriore investimento nel progetto.

    Questo si può tradurre in vari fattori:

    Numero di utenti: se un’app non attrae un numero sufficientemente grande di utenti, il suo potenziale di crescita e di generazione di reddito resta limitato.

    Monetizzazione: senza un ampio mercato, diventa difficile monetizzare l’app tramite pubblicità, abbonamenti o altre forme di reddito.

    Investimenti e sviluppo: mantenere e sviluppare un’app richiede risorse finanziarie consistenti. Senza una prospettiva di ritorno economico adeguato, gli investitori sono riluttanti a sostenere ulteriormente il progetto.

    Concorrenza: in un mercato digitale affollato, dominato da grandi piattaforme come Google o Facebook, competere per attirare l’attenzione degli utenti è una sfida costosa.

    In conclusione, il caso di Artifact evidenzia come, nonostante l’innovazione e la qualità, il successo di un’app dipende fortemente dalla sua capacità di raggiungere e coinvolgere un ampio pubblico in un mercato altamente competitivo.

  • Il fallimento della Silicon Valley Bank e le preoccupazioni nel mondo tech

    Il fallimento della Silicon Valley Bank e le preoccupazioni nel mondo tech

    Il fallimento di una banca non è mai una buona notizia. La Silicon Valley Bank era il punto di riferimento per il settore tech, per startup e per venture capitalist. Il rischio è quello di una nuova crisi come quella del 2008, anche se dagli Usa sono fiduciosi che non accadrà.

    Il racconto di chi vive lì è di una Sand Hill Road stranamente silenziosa. Si tratta della strada ad ovest della Silicon Valley che attraversa Palo Alto, Menlo Park e Woodside, nota per la sua concentrazione di società del settore tech e ad esso connesse. Un silenzio che porta alla mente un incubo già vissuto.

    Il fallimento di una banca non è mai una buona notizia e il ricordo di ciò che accadde nella grande crisi finanziaria del 2008 riaffiora con il grande rischio che tutto ripetersi. E le conseguenze potrebbero essere anche più pesanti.

    I fatti ci dicono che nel giro di brevissimo, lo colpisce la velocità con cui tutto è avvenuto, è fallita la Silicon Valley Bank, la banca delle startup, quella che ha dato soldi ai fondi di investimenti per far crescere il nome della Silicon Valley, ossia quella striscia di terra della California che ha dato i natali ai colossi tech che conosciamo oggi.

    La Silicon Valley Bank (SVB) è stata chiusa dalle autorità di regolamentazione Usa e rilevata dal governo americano dopo che i depositanti si sono affrettati a ritirare i loro soldi in seguito a una comunicazione “a sorpresa” della società, avvenuta mercoledì sera, in cui si affermava che aveva venduto 21 miliardi di dollari di attività e che stava vendendo altre azioni proprie per sostenere il suo bilancio. Da questo momento in poi è stato il panico.

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    I fondatori di start-up e i venture capitalist hanno compreso subito che il denaro necessario per pagare i dipendenti potesse andare perso o congelato dal crollo della banca e si sono precipitati a prelevare i propri soldi. Ora è stato imposto un limite di prelievo a 250 mila dollari, anche se ovviamente le aziende, per lo più startup hanno depositi presso la banca con cifre di molto superiori.

    In tempi rapidi la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) l’ente federale che interviene in casi come questi, di banche in difficoltà, a garanzia dei consumatori, prevedendo già l’istituzione di una banca che dovrebbe sostituire la SVB e portare avanti questa fase molto delicata. I vertici della Federal Reserve si dicono fiduciosi di scongiurare l’effetto contagio, come avvenuto appunto nella crisi del 2008, in quanto le leggi apportare dopo quella grave crisi dovrebbero evitare il ripetersi di situazioni simili.

    Ma intanto il fallimento della SVB lascia un vuoto enorme in un settore tecnologico, quello della Silicon Valley, già in grandi difficoltà per via dell’aumento dei tassi, come fenomeno evidente e recente, e alle prese con la gestione di difficoltà delle aziende del settore che ha provocato, e continua ancora adesso, una catena di licenziamenti di massa.

    Stiamo parlando di una banca che è nata nel 1983 ed è cresciuta insieme all’industria tecnologica, resistendo agli alti e bassi del settore come avvenuto nel corso degli anni. Con il boom del mercato dei capitali di rischio tra la fine degli anni 2000 e l’inizio del 2010, la banca ha approfittato della crescita esponenziale del fenomeno start-up, diventando l’interlocutore privilegiato per le aziende che necessitavano di una banca in grado di gestire il mondo rischioso e in rapida evoluzione nella fase delicata della nascita del settore tech.

    La banca si è sviluppata rapidamente e oggi è presente in nove paesi, tra cui Cina e India. E in Cina, a seguito di questo fallimento, si registrano non poche preoccupazioni. La SVB ha affiancato una serie di piccole e grandi aziende tecnologiche, tra cui la società di e-commerce Shopify e la società di sicurezza informatica CrowdStrike. L’elenco dei suoi clienti comprendeva anche fondatori e dirigenti del settore tech di primissimo piano, nonché società di venture capital conosciutissime come Andreessen Horowitz e Insight Partners.

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    C’è da rilevare che buona parte dei licenziamenti è da imputare alle eccessive assunzioni che si sono registrate durante la pandemia, pensando che i mercati sarebbero andati in una certa direzione, mentre i venture capitalist hanno dichiarato che il calo dei finanziamenti alle nuove start-up è una correzione necessaria dopo anni di eccessiva esuberanza.

    Al momento, i capitali della banca sono tutti ancora lì, alla fine del 2022 la SVB aveva circa 209 miliardi di dollari di attività totali e 175 miliardi di dollari di depositi, e lunedì dovrebbe risolversi la questione del reperimento dei fondi delle startup, la grande maggioranza che viene coinvolta da questa crisi, per poter fronteggiare il pagamento degli stipendi ai propri dipendenti che resta la principale preoccupazione.

    E intanto Roku, la società che fornisce i sistemi operativi alle aziende di streaming, fa sapere che dal fallimento della SVB potrebbe vedere a rischio il 25% del suo contante, essendo depositato presso la banca e non assicurato.

    Tutta l’industria tech è alle prese con i cambiamenti dell’economia e con le rinnovate pressioni degli investitori di Wall Street per tagliare i costi e concentrarsi sui profitti, dopo anni di spese per far crescere continuamente le proprie aziende, a ritmi sfrenati.

    Durante la pandemia, grandi aziende come Amazon, Facebook e Google hanno assunto decine di migliaia di nuovi lavoratori. Ma la maggior parte di esse ha tagliato i costi e licenziato lavoratori, cosa che poche hanno dovuto fare nell’ultimo decennio.


    Leggi anche:

    Le aziende tech e social media alle prese con i licenziamenti


    Questo fallimento segna quanto il settore tech debba ancora fare i conti con sé stesso e sappiamo bene, purtroppo, che alla fine di questi conti il prezzo più alto lo pagheranno decine di migliaia di persone che avevano creduto in quella grande crescita che sembrava senza fine.

    Non è ancora detta la parola fine, ma da adesso in poi le ristrutturazioni e i licenziamenti di faranno sempre più significativi e qualche azienda chiuderà. Speriamo che la lezione della grande crisi finanziaria del 2008 sia servita a qualcosa, se non altro a limitare contagio finanziario e conseguenze. Speriamo.

  • Satispay nuovo unicorno, vale oltre 1 miliardo di euro

    Satispay nuovo unicorno, vale oltre 1 miliardo di euro

    Satispay, la startup guidata da Alberto Dalmasso, è nuovo unicorno italiano. Con l’investimento di serie D da 320 milioni di dollari supera il valore di 1 miliardo di euro.

    A distanza di sei mesi da Scalapay, l’Italia può vantare un nuovo unicorno. Infatti ad essere annoverata in questa cerchia ristretta da oggi c’è anche Satispay, la startup guidata da Alberto Dalmasso. Tutto questo grazie ad un investimento di serie D da 320 milioni di dollari.

    Questo porta l’importo totale raccolto da Satispay, fino ad oggi, a 450 milioni di euro e la sua valutazione a oltre 1 miliardo di euro (quindi oltre 1 miliardo di dollari).

    Il round è stato guidato dal nuovo investitore Addition, la giovane società di venture capital americana guidata da Lee Fixel, l’investitore che vanta nel suo portafoglio Stripe, Peloton e anche Spotify e Facebook.

    satispay unicorno

    Tra gli altri investitori figurano anche:

    • la cinese Tencent (che a febbraio ha guidato la Serie B di Scalapay, primo unicorno italiano);
    • Block, la società di Jack Dorsey (in precedenza Square), che per prima ha sostenuto Satispay nella sua Serie C del 2020;
    • Greyhound Capital, che ha sostenuto Satispay per la prima volta nel 2018 e vede Revolut e N26 nel suo portafoglio;
    • il fondo statunitense Coatue, le cui scelte europee hanno incluso Monzo, N26 e Checkout.com;
    • Lightrock, il cui portafoglio comprende MessageBird e wefox;
    • Mediolanum Gestione Fondi, società di investimento italiana.

    Senza dubbio, si tratta di un grande momento per il panorama delle startup italiano, spesso bistrattato. Certo, ci sono ancora molte cose da migliorare, ma questi risultati raggiunti da Satispay oggi, e da Scalapay solo sei mesi fa, fa ben sperare.

    Molti di voi sicuramente conoscono già Satispay. La startup, nata nel 2013, ha lanciato i suoi primi servizi di pagamento nel 2015 e ad oggi conta più di 3 milioni di utenti. Ad oggi può essere considerato il più grande sistema di pagamento mobile e conta 200 mila attività commerciali che abbracciano il sistema di pagamento. Tra cui grandi brand della GDO come Carrefour, Esselunga, ma anche Eataly, Benetton e tant altri.

    Il sistema di pagamento che offre Satispay non viaggia attraverso carte di debito o di credito. Satispay è una piattaforma collegata al conto bancario che offre pagamenti in negozio e online, nonché pagamenti peer-to-peer, risparmi e, grazie a una recente partnership con Young Platform, anche il trading di criptovalute.

    C’è chi si chiede se dopo questo traguardo Satispay sia pronta per il grande passo verso la quotazione in borsa, ma Dalmasso ha già dichiarato che il momento non è questo: “È sempre stato il nostro obiettivo, ma non è questo il momento di una quotazione guardando i mercati e siamo ancora piccoli, come team, preferiamo evitare la pressione. Il mercato dei capitali è ancora capiente e rende meno urgente un approdo in Borsa“.

  • ShopFully acquisisce Tiendeo e diventa leader europeo nel drive to store

    ShopFully acquisisce Tiendeo e diventa leader europeo nel drive to store

    ShopFully, la tech company italiana del Drive To Store, già proprietaria di DoveConviene, PromoQui e VolantinoFacile, ha acquisito il 100% di Tiendeo.

    ShopFully, la tech company italiana tra i principali player europei nel Drive To Store, già proprietaria di DoveConviene, PromoQui e VolantinoFacile, ha acquisito il 100% di Tiendeo, società spagnola con sede a Barcellona specializzata nella digitalizzazione dei cataloghi e dei volantini, diventando così il leader europeo nel Drive to Store in termini di Paesi in cui opera, numero di utenti attivi e di partner.

    Di Tiendeo avevamo già scritto qui su InTime Blog nel 2013, in occasione del suo approdo in Italia.

    L’operazione di Shopfully sancisce, quindi, la creazione di un gruppo presente con un team in 12 nazioni, un network di 45 milioni di utenti attivi e oltre 400 partner tra i grandi retailer e brand più noti a livello globale. In questo modo, l’azienda fondata da Stefano Portu potrà offrire a consumatori e mercato una tecnologia e prodotti best-in-class, attraverso una piattaforma di innovazione comune.

    Shopfully tiendeo

    Il piano di espansione di ShopFully

    L’acquisizione rientra nel piano di espansione strategica di ShopFully che di fatto proietta l’azienda come leader nel Drive To Store, a livello europeo e internazionale. Questa di Tiendeo, per Shopfully, va a completare un ciclo di acquisizioni che ha portato anche all’integrazione di PromoQui e VolantinoFacile nel 2020.

    Si tratta di una acquisizione importante e avviene in un contesto di profonda trasformazione dello shopping e del retail. Nonostante infatti l’80% delle vendite avvenga nei negozi e il 70% della crescita del retail dei prossimi anni sia prevista proprio attraverso il canale fisico, il 75% delle decisioni di acquisto dei beni di consumo in Europa sono ormai prese dal consumatore attraverso i canali digitali.

    ShopFully ha registrato negli anni un importante trend di crescita, sia organica sia per linee esterne e punta a collegare sempre più consumatori in Europa e nel mondo con i negozi vicino casa attraverso la sua tecnologia. Con questa acquisizione acceleriamo il nostro percorso e puntiamo a creare ancora maggiore valore per consumatori e partner.” – commenta Stefano Portu, CEO e Founder di ShopFully.

    Siamo felici di entrare nel gruppo di ShopFully, dando vita così al leader europeo del Drive-to-Store.” commenta Eva Martìn Co-Founder di Tiendeo: “Unire le forze permetterà infatti di creare nuove sinergie fra i nostri business, mettendo a fattor comune risorse e know-how per sviluppare soluzioni sempre più innovative da proporre ai mercati in cui operiamo.

    A seguito di questa operazione, i Soci Fondatori di Tiendeo, Eva Martín, Jonathan Lemberger e Maria Martín ricopriranno ruoli di leadership all’interno del senior management team di ShopFully, unendosi a un team di oltre 370 professionisti di quasi 30 nazionalità diverse.

  • Accenture Startup Challenge, tra Inclusione e Innovazione

    Accenture Startup Challenge, tra Inclusione e Innovazione

    Accenture Startup Challenge ha visto la partecipazione di oltre 200 startup e ha permesso di elaborare una mappatura dalla quale emerge che i temi della Sostenibilità e dell’Inclusione sono rilevanti.

    Accenture, da poco indicata da Forrester come società leader nella consulenza per l’Innovazione, crede fortemente nelle startup, vero motore dell’innovazione tecnologica. E il grande successo della prima call per le startup lo dimostra.

    Sono state infatti oltre 200 le startup che hanno inviato la propria candidatura per Accenture Startup Challenge, nata per sostenere la crescita dell’ecosistema italiano dell’innovazione, ponendosi come punto di incontro tra idee, collaborazione e imprese. Tre elementi che oggi caratterizzano il successo di progetti come questi.

    Si chiude quindi la prima fase e ora la Accenture Startup Challenge entra nel vivo. Infatti adesso si entra nella fase della valutazione e selezione delle startup. Le iniziative di nuove impresa avranno poi la possibilità di lavorare fianco a fianco con team specializzati di Accenture per la co-creazione di progetti altamente rilevanti da proporre, poi, alle più grandi imprese italiane.

    Accenture Startup ChallengeInclusione- Innovazione franzrusso Alla startup vincitrice, che verrà valutata in base a criteri di rilevanza di mercato, rilevanza per Accenture e Innovazione, Accenture Startup Challenge darà la possibilità di mostrare la propria soluzione in uno dei centri di innovazione di Accenture in Italia.

    Due tra le startup che parteciperanno alla challenge verranno selezionate per il potenziale impatto sociale della loro value proposition. E a queste saranno attribuiti rispettivamente due riconoscimenti specifici, il Premio Inclusion & Diversity e il Premio Sustainability, e avranno l’opportunità di essere coinvolte nell’ambito di specifiche attività di comunicazione di Accenture Italia. Due premi, questi, che mostrano la grande sensibilità che Accenture dimostra per la gender equality e per i temi legati alla Sostenibilità.

    Questa prima fase di raccolta delle candidature che, ricordiamolo, ha visto la partecipazione di oltre 200 startup, ha permesso ad Accenture di elaborare una mappatura, costituita da 7 cluster principali, che sono:

    • Start-up di recente fondazione: circa la metà delle candidature provengono da start-up fondate negli ultimi 5 anni (49%), mentre quasi un quarto arriva da start-up nate negli ultimi 3 anni (23%).
    • Provenienza prevalente dal centro-nord Italia: La maggior parte delle candidature giunge da start-up che hanno come regione di fondazione la Lombardia (66 su 208). Nel dettaglio, più della metà delle application provengono dal Nord Italia (56%), circa un quinto dal Centro Italia (19%) e le restanti dal Sud e dalle Isole.
    • Digital Enterprise / Customer Engagement: più della metà delle start-up agiscono su temi di Digital Enterprise (54%). Ciò risulta rilevante in ottica di collaborazione con la clientela di Accenture, in quanto la digitalizzazione dei processi rende le aziende più efficienti in termini di agility, incrementando la competitività e la capacità di soddisfare i bisogni dei clienti.
    • Rilevanza Sustainability e Inclusion & Diversity: tra le start-up applicanti, diverse si sono distinte per il loro potenziale impatto sociale in ambito Sustainability (50 su 208) ed Inclusion & Diversity (23 su 208).
    • Buon grado di adattabilità settoriale: 75 aziende candidate sono risultate essere compatibili con più industry, ciò presuppone che abbiano una forte componente tecnologica alla base della loro offerta, in grado di permettere loro di essere applicabili a più settori e quindi di essere potenzialmente adatte a un maggior numero di clienti di Accenture.
    • Presidio dei frontier trends: un considerevole numero di startup (65 su 210) presenta un match con uno dei 5 Frontier Trends presi in considerazione durante l’analisi (Sostenibilità, Digital Health, Transizione Energetica, Pagamenti e Smart Mobility). In particolare, i più quotati sono Sostenibilità (con 23 start-up) e Digital Health (con 20 start-up).
    • Technology focus: analizzando la tecnologia risiedente alla base dell’offerta delle startup, è emerso che un considerevole numero di esse si appoggia a tecnologie di Intelligenza Artificiale & Machine Learning (23%) e IoT (9%).

    Una mappatura utile che ci permette di comprendere come l’evoluzione delle startup in Italia segua quella che è ‘evoluzione e lo sviluppo dei nostri tempi. Un modo per dire, ancora una volta, che il vero motore d’Innovazione e sono, e restano, le startup.

    Noi continueremo a seguire l’evoluzione di Accenture Startup Challenge qui su InTime Blog e sui nostri canali social media.

    [In collaborazione con Accenture Italia]

  • Clubhouse, ecco perché è sulla scia di Instagram

    Clubhouse, ecco perché è sulla scia di Instagram

    Clubhouse è il fenomeno del momento e sta spopolando anche in Italia, sebbene sia ancora solo per iOS. Ma ci sono dei punti in comune con la storia di Instagram, a partire dallo stesso venture capital: Andreessen Horowitz.

    Clubhouse ormai è sulla bocca di tutti anche in Italia, da giorni su diverse piattaforme gli utenti si rincorrono per procurarsi un invito e prendere parte alle stanze tematiche. Un passaggio inevitabile alimentato dal fatto che l’app, al momento, é solo per iOS. Ma una volta che sarà disponibile la versione per Android è molto probabile che l’app diventerà più popolare.

    La riflessione, breve, che vogliamo fare oggi con voi, é molto semplice. Partiamo da un primo punto. Qualche giorno fa, e lo abbiamo scritto anche qui sul nostro blog, l’app ha ricevuto un finanziamento importante, 100 milioni di dollari, da Andreessen Horowitz, venture capital tra i più importanti al mondo. AH aveva già finanziato l’app con 12 milioni di dollari nella primavera scorsa.

    Ora, i 100 milioni dell’altro giorno hanno già fatto lievitare il valore di Clubhouse a 1 miliardo di dollari, un valore enorme se pensate che l’app non abbraccia ancora Android e già conta più di 2 milioni di utenti a settimana.

    clubhouse app instagram franzrusso.it 2021

    Per AH, Clubhouse rappresenta un grande investimento da far fruttare.

    Subito dopo l’annuncio dell’investimento di “Serie A” (da considerare che nel 2020 l’investimento medio di questo tipo è stato di 15 milioni di dollari), Clubhouse ha pubblicato quella che sarà la road map da seguire per i prossimi mesi e, secondo noi, il punto più interessante è quello che riguarda i creator che potranno contare sulla possibilità di monetizzare attraverso la vendita di abbonamenti e la vendita di biglietti. Per Clubhouse questo rappresenterebbe un punto di forza non indifferente.

    Ricordiamo che si tratta di un un’app interessante che mette la voce al centro di tutto, come strumento attraverso il quale stringere Relazioni e che libera l’utente dal “like” forzato.

    Detto questo, è utile ricordare che se Andreessen Horowitz investe in maniera massiccia, come in questo caso, lo fa perché crede nell’app e, soprattutto, perché ritiene che l’app sia utile per il proprio business, e rappresenta la spiegazione all’investimento di Serie A. Quindi, l’obiettivo è quello di mettere a disposizione di Clubhouse finanziamenti sufficienti per fare in modo che venga sviluppato il prodotto, che vengano sviluppate altre funzionalità, la versione per Android, un sistema di monitoraggio tale da controllare casi di hate speech, come già successo.

    A quel punto l’app è pronta per essere venduta al migliore offerente. Una strategia, che è la base di AH, che abbiamo visto già in tanti altri casi sempre gestiti dallo stesso venture capital.

    Clubhouse, ecco perché non è da sottovalutare

    Come Instagram, ad esempio, l’exit gestita da Andreessen Horowitz ha portato l’app nelle braccia di Facebook; come Oculus VR, sempre portato nelle mani di Facebook.

    Ma molti di voi ricorderanno la vendita di Skype a Microsoft e sempre a Microsoft ,AH ha venduto GitHub.

    AH ha poi gestito la quotazione in borsa di Twitter, Facebook, Box, Groupon, Pinterest, Zynga e tante altre aziende tech.

    Insomma, è molto probabile che nel giro di 2/3 anni Clubhouse passerà di mano a Facebook o qualche altra big. E certamente non sarà Twitter che ha già avviato in fase di test la sua versione di Clubhouse, chiamata Spaces che presto sarà disponibile per tutti gli utenti.

  • Joule, la scuola di Eni per le startup del futuro

    Joule, la scuola di Eni per le startup del futuro

    Viviamo un momento di grande cambiamento che spinge a guardare sempre più verso il futuro. Un futuro che è caratterizzato da parole chiave come: Innovazione, Sostenibilità, Economia Circolare. Ecco Joule, la Scuola gratuita d’Impresa di Eni.

    Viviamo un momento di grande cambiamento che spinge a guardare sempre più verso il futuro. Un futuro che è caratterizzato da parole chiave come: Innovazione, Sostenibilità, Economia Circolare. Ovviamente non sono solo parole, sono le strade attraverso le quali passa un nuovo modo di pensare, una nuova forma mentis che permetterà di agganciare il cambiamento e abbracciare una nuova normalità, più sostenibile.

    Innovazione, Sostenibilità ed Economia Circolare da qualche tempo sono entrate anche nel nostro lessico, sono temi su cui puntiamo e crediamo. Ma per costruire il futuro che passi da questi temi c’è bisogno di sviluppare e far crescere un nuovo modo di pensare il futuro. Ed è per questo che vi segnaliamo il programma Human Knowledge in modalità Open di Joule, la scuola di Eni per l’impresa, aperto a tutti e ideato per formare e far crescere aspiranti imprenditori e startup gratuitamente nel segno dell’innovazione e della sostenibilità.

    joule scuola impresa eni

    Quando si legge “Joule” di solito si pensa “all’unità di misura dell’energia, del lavoro e del calore“, che prende il nome proprio dal fisico inglese James Prescott Joule. Ma Joule oggi è anche il nome della scuola di Eni per l’Impresa che si pone come obiettivo quello di formare sia con moduli a distanza che in presenza, compatibilmente con le disposizioni sanitarie in vigore, le imprenditrici e gli imprenditori di domani, facendo leva su valori come integrazione, crescita sostenibile e sviluppo di una leadership consapevole. In un momento storico fatto di sfide e trasformazioni Joule è quindi a supporto delle imprese in Italia e dello sviluppo di start-up innovative e sostenibili.

    Per questo il programma Open, aperto a tutti e gratuito, coinvolgerà i partecipanti in un viaggio di apprendimento attraverso “The Rising Star Hotel”, una web serie interattiva in 12 episodi basata sulla storia di due giovani imprenditori “Anna e Pietro“, ideata da TBWA\Italia in collaborazione con Alta Formazione e prodotta da Think Cattleya traendo libera ispirazione dalla storia di Rice House, startup del biellese che lavora sulla conversione degli scarti del riso in prodotti per la bioedilizia.

    Attraverso questa modalità, coinvolgente e interattiva, i partecipanti apprenderanno in un modo nuovo attraverso le esperienze di business reali e diventando essi stessi protagonisti della storia. Un altro elemento che oggi fa la differenza anche per quel che riguarda la formazione, ossia la narrazione che diventa momento di crescita.

    Questo momento sarà molto coinvolgente per i partecipanti, i quali avranno la possibilità di vivere in prima persona le esperienze dei due protagonisti. E poi, le situazioni concrete che si andranno ad affrontare porteranno a esiti diversi in base alle proprie decisioni, cambiando di volta in volta la trama dell’episodio in un processo di formazione e apprendimento esperienziale.

    Ogni episodio di “The Rising Star Hotel” coinvolgerà i partecipanti (detti anche Joulees) su temi di business specifici, come: lo studio del mercato di riferimento; la customer experience; il digital marketing; gli aspetti legali e finanziari al crowdfunding;  la gestione dei collaboratori (per coinvolgerli nella creazione del valore) ed infine le competenze di comunicazione, per raccontare la propria idea e proporsi in modo efficace verso i vari interlocutori con il social networking.

    A tutto questo, si affianca la Community, il punto di incontro per i futuri imprenditori, un ecosistema all’interno del quale entrare in contatto con gli altri partecipanti, con i formatori, con le imprenditrici e gli imprenditori. Uno strumento di crescita che, grazie anche a eventi esclusivi, ha lo scopo di favorire il networking professionale ed amplificare le occasioni per fare impresa.

    A garantire un programma solido lungo i 6 mesi di partecipazione previsti ci sono università e centri di formazione di vera eccellenza italiana, come Luiss, MiP Business School del Politecnico di Milano, Scuola Superiore Sant’Anna, SDA Bocconi, Università Federico II, Fondazione Feltrinelli, Feltrinelli Education e Fondazione Eni Enrico Mattei.

    Cos’è Human Knowledge

    Il programma prevede due percorsi: Human Knowledge Program Open, l’innovativo percorso full-distance accessibile a tutti, a cui si affianca l’HKP Blended, partito a metà ottobre con il coinvolgimento di 25 partecipanti selezionati e l’erogazione di altrettante borse di studio.

    Ecco, Joule di Eni ci sembra un esempio di come oggi la formazione sia al centro di tutto e possa abbracciare diverse modalità per formare i giovani che daranno vita alle start-up del futuro.

    [In collaborazione con Eni]

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