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  • WhatsApp e gli username, ecco come funziona la prenotazione

    WhatsApp e gli username, ecco come funziona la prenotazione

    Annunciati da tempo, Meta ha rilasciato gli username su WhatsApp per usare l’app senza condividere il numero di telefono. La prenotazione è aperta anche in Italia, ma compare nell’app solo dopo una notifica dedicata.

    Meta annuncia gli username su WhatsApp e apre la prenotazione con mesi di anticipo sul lancio della funzione. La ragione è dichiarata nel comunicato stesso. Con oltre tre miliardi di persone sulla piattaforma, molti nomi finiranno per coincidere, e l’azienda vuole che ciascuno possa scegliere il proprio prima della corsa.

    Una funzione pensata per la tutela della privacy

    WhatsApp introduce gli username come una funzione importante per la tutela della privacy, pensata per consentire a chi non si conosce ancora di scriversi senza scambiarsi il numero di telefono.

    Il ragionamento fatto a Menlo Park parte proprio dal numero di telefono e dal suo valore.

    Infatti, un numero di telefono è personale ed è legato ormai a tante parti della vita di chi lo possiede. E a volte ci basta chattare, senza doverlo per forza condividere con altri. Vale per le persone che entrano nella nostra vita, un compagno di classe, un vicino, qualcuno conosciuto a un incontro tra amici.

    E vale per le conversazioni di gruppo, dove l’esempio scelto da Meta è la chat dei genitori della squadra di calcio dei propri figli, quando si vuole partecipare senza condividere il numero con sconosciuti. Un ragionamento questo che vale per tutti i gruppi a cui, spesso, si viene iscritto senza nemmeno una preventiva richiesta.

    WhatsApp e gli username, ecco come funziona la prenotazione
    WhatsApp e gli username, ecco come funziona la prenotazione

    La prenotazione arriva prima lancio ufficiale

    Da questa settimana, dunque, è possibile prenotare il proprio username, da usare poi più avanti nel corso dell’anno, quando Meta lancerà ufficialmente la funzione.

    La ragione della prenotazione anticipata è dichiarata proprio da Meta. Con oltre tre miliardi di persone su WhatsApp, molti nomi finiranno per coincidere, e l’azienda apre le prenotazioni in anticipo per dare a ciascuno la possibilità di scegliere lo username a cui tiene in modo particolare. Anche per preservare e consolidare la propria presenza digitale.

    Il percorso da seguire nell’app è: Impostazioni > Account > Nome utente, sull’ultima versione della stessa app.

    Per chi non sapesse cosa scegliere, c’è un generatore di username all’interno dell’app. E c’è un’opzione dedicata a creator, piccole imprese e organizzazioni che vogliono mantenere una presenza riconoscibile sui social, ovvero la possibilità di rivendicare su WhatsApp lo stesso username già usato su Instagram o Facebook. Quello a cui facevo riferimento prima per consolidare la propria presenza digitale anche sulle piattaforme.

    Nessuno elenco di username su WhatsApp

    Meta fa sapere anche cosa la nuova funzione non farà, ed è un passaggio importante su cui soffermarsi un attimo.

    E cioè che su WhatsApp non esisterà nessun elenco pubblico di username da sfogliare, e l’app non suggerirà profili di altre persone.

    Se vogliamo scrivere a qualcuno per la prima volta, dobbiamo già conoscere il suo username esatto, perché ce l’ha detto lui. È una scelta che protegge il senso stesso della funzione, lo username resta un dato che si condivide solo con chi si vuole davvero.

    A questo Meta aggiunge un secondo livello di protezione, opzionale, che chiama chiave dello username.

    In pratica, una volta attivata la chiave, gli altri utenti per scriverti dovranno conoscere non solo il tuo username, ma anche la chiave stessa.

    Username su WhatsApp
    Username su WhatsApp

    Si tratta quindi di un filtro in più che decide l’utente se attivare o meno.

    Il risultato finale, quando la funzione sarà davvero attiva, è che chi ti scrive per la prima volta vedrà il tuo username e non il tuo numero di telefono, a patto naturalmente che lo username sia attivato.

    Username su WhatsApp, non mancano le critiche

    Sotto il post di lancio di WhatsApp su X non sono mancate le critiche. In sintesi secondo molti utenti, quello degli username su WhatsApp sarebbe un grande schema di raccolta e aggregazione di dati, il cui obiettivo è spingere gli utenti a collegare gli account social tra WhatsApp e Instagram per migliorare la profilazione pubblicitaria, e quindi i ricavi di Meta.

    L’apertura anticipata della prenotazione, secondo questa lettura, sfrutta la FOMO dei consumatori per indurli ad accaparrarsi rapidamente il nome utente preferito.

    WhatsApp ha risposto in pubblico, sempre su X, dal suo account ufficiale.

    Secondo la piattaforma di messaggistica, il nome utente non ha nulla a che fare con la pubblicità e la funzione è completamente facoltativa. La maggior parte degli utenti sceglierà nomi unici, mentre l’opzione di rivendicare lo stesso nome già usato su Instagram o Facebook serve ad alcune aziende e persone che desiderano coerenza nel modo in cui si presentano sulle diverse app.

    WhatsApp ribadisce poi quanto già scritto nel comunicato, non ci sarà alcun elenco pubblico, non ci saranno suggerimenti, e per scrivere a qualcuno servirà conoscere il suo nome utente esatto, oltre alla chiave del nome utente se attivata. Vale a dire quello che è scritto anche qui in questo articolo.

    Il rilascio dello username su WhatsApp sarà graduale

    Sul rilascio Meta è esplicita. Gli username saranno distribuiti gradualmente nei prossimi mesi, con una notifica dentro WhatsApp quando saranno disponibili nel proprio paese.

    In buona sostanza, la prenotazione è già aperta per chi ha l’ultima versione dell’app, ma l’uso effettivo della funzione arriverà più avanti, e arriverà in maniera graduale, paese per paese.


    Alcuni passaggi per chiarire meglio:

    Cosa sono gli username di WhatsApp?
    Sono una funzione per la tutela della privacy, annunciata da Meta il 29 giugno 2026, che permette a due persone di scriversi su WhatsApp senza doversi scambiare il numero di telefono.

    Come si prenota uno username su WhatsApp?
    Sull’ultima versione dell’app, seguendo il percorso Impostazioni > Account > Nome utente. Per chi non sa cosa scegliere, WhatsApp mette a disposizione un generatore di username già presente nell’app.

    Perché Meta apre la prenotazione prima del lancio della funzione?
    Perché su WhatsApp ci sono oltre tre miliardi di persone, e molti nomi finiranno per coincidere. La prenotazione anticipata serve a dare a ciascuno la possibilità di scegliere lo username a cui tiene davvero, prima che lo prenda qualcun altro.

    Quando partirà la funzione vera e propria?
    Più avanti nel corso del 2026. Meta apre la prenotazione da questa settimana, ma l’uso effettivo della funzione arriverà nei mesi successivi.

    La funzione è già disponibile in Italia?
    Meta dichiara che gli username saranno distribuiti gradualmente nei prossimi mesi, e che gli utenti riceveranno una notifica dentro WhatsApp quando la funzione sarà disponibile nel proprio Paese.

    Cos’è la chiave del nome utente di WhatsApp?
    È un secondo livello di protezione, opzionale, che si affianca allo username. Se la attivi, chi vuole scriverti deve conoscere non solo il tuo username ma anche questa chiave. Funziona come un filtro in più, che decidi tu se mettere o no.

    Esiste un elenco pubblico per cercare gli username?
    No. Meta scrive nel comunicato che non ci sarà nessun elenco pubblico da sfogliare, e che WhatsApp non suggerirà profili di altre persone. Per scrivere a qualcuno la prima volta, bisogna già conoscere il suo username esatto.

    Con gli username il numero di telefono resta visibile?
    Quando la funzione sarà attiva, chi ti scrive per la prima volta vedrà il tuo username e non il tuo numero di telefono, a condizione che tu abbia attivato lo username sul tuo profilo.

    Creator e aziende possono mantenere lo stesso username di Instagram?
    Sì. Meta riserva un’opzione dedicata a creator, piccole imprese e organizzazioni, per rivendicare su WhatsApp lo stesso username già usato su Instagram o Facebook.

  • I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    Dopo oltre tre anni, il documento S-1 di SpaceX restituisce i numeri ufficiali di X. La pubblicità è a 1,8 miliardi nel 2025, contro i 4,51 di Twitter nel 2021. Gli utenti complessivi sono 550 milioni ma solo 4,4 milioni sono quelli abbonati.

    Da quando Elon Musk ha acquisito Twitter, poi trasformata in X, nell’ottobre del 2022 non si è più saputo nulla dei numeri ufficiali della piattaforma. Questo perché il proprietario di SpaceX, la società che presto sarà quotata in borsa e che ingloba tutte le realtà di Musk,la prima cosa che fece fu il delisting del titolo Twitter da Wall Street. Un’azione che determinò lo status dell’azienda a privata, rendendo difficile, se non impossibile, la diffusione di numeri ufficiali.

    Ma ora, strano davvero a dirsi, come anticipato prima, SpaceX sta per preparare la sua IPO sulla base di una realtà aziendale da 1,25 trilioni di dollari e fervono i preparativi, così come serve predisporre la documentazione sullo stato dell’arte di SpaceX.

    E uno dei documenti è il famoso S-1, il documento di registrazione fondamentale che le società devono depositare presso la SEC (Securities and Exchange Commission) prima di quotarsi su una borsa di Wall Street (come NYSE o NASDAQ), ci offre la possibilità, dopo oltre 3 anni, di accedere a dei dati ufficiali, finalmente.

    Diciamolo subito, i numeri che emergono raccontano una storia molto diversa da quella che il proprietario di X ha lasciato circolare in questi anni.

    Perché sono i razzi di SpaceX a svelare i conti di X

    Per capire come ci siamo arrivati, conviene seguire un percorso societario che ha dell’incredibile. In realtà l’ho accennato in apertura, ma vale pur sempre la pena ritornarci in maniera più chiara.

    Twitter diventa X dopo l’acquisizione di Musk e a marzo del 2025 viene assorbita dentro xAI, la società di intelligenza artificiale che sviluppa Grok. A febbraio del 2026 la stessa xAI viene acquisita da SpaceX, l’azienda dei razzi e dei satelliti Starlink.

    La piattaforma social che conoscevamo è così diventata la controllata di una controllata, inserita dentro un gruppo costruito attorno a missioni spaziali e modelli linguistici.

    Il paradosso è proprio questo, perché è grazie alla decisione di SpaceX di quotarsi in Borsa che i conti di X tornano alla luce.

    Il documento S-1 contiene tutto quello che X aveva smesso di dire dal 2022, dai ricavi alle perdite, dagli utenti ai rischi. La trasparenza, diciamolo chiaramente, non nasce da una scelta di apertura, ma arriva come effetto collaterale dell’ambizione di Musk di portare SpaceX davanti agli investitori.

    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni
    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    La pubblicità di X vale meno della metà di quando era Twitter

    Il dato che più interessa è anche quello che racconta meglio cosa è successo nel corso di questi anni.

    Nel 2021, ultimo anno pieno da società quotata, Twitter incassava 4,51 miliardi di dollari di pubblicità, secondo il modulo 10-K depositato all’epoca. Era il cuore del suo modello di business, la voce che teneva in piedi l’intera azienda.

    Poi è arrivato il boicottaggio degli inserzionisti, perché le scelte di Musk sulla moderazione dei contenuti, il ritorno di profili prima banditi e il declassamento del sistema delle spunte blu hanno spinto molti marchi a sospendere gli investimenti. La traiettoria, da lì, è stata una lunga discesa.

    Secondo i numeri diffusi, la pubblicità di X si è attestata a 1,8 miliardi di dollari nel 2025, in calo di circa 100 milioni rispetto all’anno precedente. Vale a dire appena il 39,9% di quello che valeva la pubblicità di Twitter prima dell’arrivo di Musk.

    Più della metà del fatturato pubblicitario si è dunque volatilizzata, e per capirlo basta un confronto semplice.

    Su ogni dieci euro che gli inserzionisti spendevano su Twitter nel 2021, oggi a X ne restano meno di quattro. Musk insiste, ed è giusto ricordarlo, sul fatto che nel 2025 quel dato è tornato a salire per la prima volta dall’acquisizione. Resta però una risalita minima, che lascia la piattaforma a meno della metà del punto di partenza.

    Il numero esatto, in realtà, non esiste

    Quel valore di 1,8 miliardi, per quanto possa sembrare solido, non compare nel documento S-1 come una riga di bilancio chiara e isolata. È una cifra che gli analisti hanno dovuto ricostruire, come ha mostrato l’analisi dettagliata di Digital Applied, leggendo le variazioni anno su anno e interpretando il modo in cui SpaceX ha scelto di raggruppare i propri ricavi.

    Il modulo depositato, infatti, non tratta più la pubblicità di X come una voce autonoma. Ma la annega dentro quello che chiama “segmento AI”, vale a dire un unico contenitore in cui finiscono insieme le entrate pubblicitarie della piattaforma, gli abbonamenti, i ricavi di Grok, la concessione in licenza dei dati e la vendita di capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale. Tutto insieme.

    Il risultato è che lo stesso numero, per lo stesso anno, viene riportato da fonti diverse con valori che spesso si discostano. Ma il valore su cui converge la maggior parte delle letture è 1,8 miliardi di dollari.

    In teoria, un documento depositato presso l’autorità di vigilanza sui mercati dovrebbe mettere fine alle stime. In pratica, a documento depositato, circolano ancora tre cifre diverse per la stessa voce. E servono gli analisti a stabilire quale significhi cosa.

    Quando l’opacità è la scelta di chi possiede la piattaforma

    La vicenda si lega così a una dinamica che da tempo seguo su questo blog, quella che chiamo l’algoritmo del proprietario. È la pratica per cui le scelte di una piattaforma servono in primo luogo gli interessi di chi la possiede, e solo in secondo luogo quelli di chi la usa o la osserva da fuori.

    Di solito la applico al funzionamento degli algoritmi di raccomandazione, ma la stessa logica vale, identica, anche per i numeri.

    Togliere Twitter dalla Borsa, nel 2022, è stata la prima mossa di questa logica applicata alla trasparenza. Sottrarre i conti alla osservazione e all’analisi pubblica significa decidere da soli cosa il mondo può sapere di una piattaforma usata ogni giorno da centinaia di milioni di persone.

    E oggi, anche con un documento ufficiale sul tavolo, la pubblicità di X resta annegata in un segmento che mescola tutto. Così il dato più scomodo, quello sulla parte pubblicitaria pura, non è mai leggibile in maniera chiara.

    Gli abbonamenti che dovevano salvare tutto

    Quando comprò Twitter, una parte importante del piano di Musk consisteva nel ridurre il peso della pubblicità a favore degli abbonamenti. L’idea era trasformare gli utenti in clienti paganti, attraverso X Premium e i suoi vari livelli. I numeri del documento permettono finalmente di capire come è andata.

    X e Grok contano insieme circa 6,3 milioni di abbonati paganti. Di questi, all’incirca 4,4 milioni sono iscritti a X Premium e Premium+, mentre i restanti 1,9 milioni circa pagano per i vari livelli di SuperGrok.

    Sono i 4,4 milioni di abbonati a X, rapportati ai 550 milioni di utenti attivi della piattaforma, a raccontare quanto pesi oggi questo modello, perché restano sotto l’1% del totale.

    Significa che su cento persone che usano X meno di una paga per farlo. I ricavi da abbonamenti crescono, di 365 milioni di dollari nel 2025 secondo il documento, ma partono da una base ancora troppo piccola per colmare la voragine lasciata dalla pubblicità.

    Quanti sono davvero gli utenti di X

    Un altro dato merita attenzione, perché per anni è stato terreno di stime gonfiate. Il documento dichiara 550 milioni di utenti attivi mensili a marzo del 2026, una cifra più bassa di diverse stime circolate negli anni, comprese alcune dichiarazioni dello stesso Musk. Ancora più significativo è però il dato sui contenuti, perché gli utenti producono oggi circa 350 milioni di post al giorno, in calo rispetto ai 500 milioni che venivano dichiarati nel 2023.

    Meno utenti del previsto, meno contenuti prodotti e una pubblicità a meno della metà del suo valore storico. Eppure il documento racconta anche la parte in cui Musk continua a guardare avanti.

    SpaceX scrive di voler far crescere i ricavi di X aumentando il coinvolgimento degli utenti, spingendo la conversione verso gli abbonamenti a pagamento e allargando la base degli inserzionisti.

    La macchina di Grok che produce immagini a ritmo industriale

    C’è poi Grok, il modello di intelligenza artificiale che è ormai il vero motore di questa galassia societaria.

    Il documento rivela un dato che dà la misura di cosa significhi gestire un sistema del genere. Il generatore di immagini e video chiamato Imagine ha prodotto, nel primo trimestre del 2026, circa 10 miliardi di immagini e oltre 2 miliardi di video al mese.

    Sono volumi difficili persino da immaginare.

    Il documento stesso, nella sezione dedicata ai rischi, ammette che alcune modalità di Grok possono produrre contenuti più espliciti, deepfake non consensuali e materiale capace di esporre la società a contenziosi e all’attenzione delle autorità. Così la stessa macchina che dovrebbe sostenere il futuro economico di X è anche la fonte dei suoi rischi più seri.

    La pubblicità langue, gli abbonamenti crescono lentamente e il motore su cui si punta per il rilancio è proprio quello che genera le problematiche più gravi.

    Cosa ci dicono questi dati

    Quello che il documento S-1 ci consegna non è soltanto una fotografia dei conti di X dopo tre anni di buio. È la conferma di una cosa che possiamo finalmente dire con i numeri in mano.

    Rendere privata una piattaforma usata ogni giorno da centinaia di milioni di persone non obbliga a tenerne i conti al buio. Una società che esce dalla Borsa non ha più il dovere di pubblicare i propri dati, ma resta libera di farlo, e molte scelgono comunque la trasparenza.

    Musk ha scelto il contrario e per tre anni di X abbiamo saputo soltanto quello che il suo proprietario decideva di raccontare.

    E adesso che una finestra si apre, scopriamo che questa apertura è solo in parte.

    I conti di X tornano visibili per vendere SpaceX agli investitori, non perché qualcuno abbia deciso che il pubblico ha diritto di vederli.

    La pubblicità resta nascosta dentro un segmento che mette insieme tutto, gli utenti sono meno di quanto si diceva e il numero che più conta nessuno lo trova scritto nero su bianco.

    La vera domanda, semmai, riguarda il momento in cui SpaceX sarà quotata e X tornerà a far parte di una società pubblica. È lì che si capirà se quei conti diventeranno finalmente leggibili come dovrebbero, oppure se l’opacità avrà trovato il modo di sopravvivere anche dentro le regole della Borsa.

  • X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X ha tagliato il limite giornaliero di post per gli account senza abbonamento da 2.400 a 50, con un aggiornamento silenzioso della pagina di Help Center. Una riduzione del 98%, accompagnata da un nuovo tetto di 200 risposte al giorno e dall’invito implicito a passare a X Premium.

    X nei giorni scorsi ha tagliato il limite giornaliero di post per gli account senza abbonamento da 2.400 a 50, con un aggiornamento della pagina di Help Center.

    Si tratta di una riduzione del 98%, accompagnata da un nuovo tetto di 200 risposte al giorno e da una suddivisione in finestre semi-orarie. Non vi è stato alcun annuncio ufficiale, nessun post di Musk a fare da megafono.

    Ad accorgersene sono stati migliaia di utenti – compreso chi scrive – , ricevendo un messaggio che parlava di richieste automatizzate ogni volta che raggiungevano il nuovo limite. Una stretta che, nei modi e nei tempi, resta ancora davvero molto discutibile.

    Da una prima verifica, a ricevere questo messaggio sono stati anche utenti verificati, quindi utenti abbonati almeno a Premium.

    Il vecchio limite di 2.400 post al giorno, valido per tutti gli account verificati e non, era documentato sulla stessa pagina di Help Center ancora ad aprile. Oggi quel numero è stato sostituito da una soglia che è quaranta volte più bassa.

    X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X e la stretta che cambia le regole del gioco

    Intendiamoci, 50 post al giorno significano in media due post all’ora, considerando le ore di veglia. Per la maggior parte degli utenti, quelli che postano due o tre volte al giorno, la differenza non si nota. E infatti la stessa X fa notare che l’80% degli account non posta praticamente mai. Per la grande massa silenziosa, il nuovo limite è invisibile.

    Ma il limite non è una soglia piatta che si raggiunge alla fine della giornata. È spezzato in finestre di mezz’ora, come specifica la stessa pagina di Help Center. In pratica, basta una raffica di risposte durante un evento dal vivo, una partita, una conferenza stampa, per consumare l’intera quota disponibile nell’arco di un’ora.

    E quando questo capita, il messaggio che si riceve non parla di abbonamento. Parla di automazione, di sospetto comportamento da bot, di richieste che il sistema considera anomale.

    In buona sostanza, la piattaforma sta dicendo agli utenti normali che il loro uso intenso, anche se perfettamente legittimo, viene trattato come traffico spam.

    Un cortocircuito comunicativo che ha generato confusione, perché molti utenti hanno pensato a un bug, a un’azione mirata contro il loro account, persino a una sanzione politica. Una confusione che ho vissuto, come dicevo prima, in prima persona.

    Domenica scorsa, 17 maggio, mentre seguivo la finale degli Internazionali di Roma vinta da Jannik Sinner, ho provato a postare un commento e mi sono ritrovato bloccato dallo stesso messaggio. Ma non ero il solo perché già nelle ore successive mi hanno scritto in tanti, preoccupati che X stesse restringendo l’uso della piattaforma a chi fa informazione.

    Non era una restrizione mirata. Era il nuovo limite che stava entrando in vigore proprio in quelle ore, mascherato da segnalazione antibot, senza alcun avviso che spiegasse cosa stesse davvero succedendo. Una stretta che resta, in ogni caso, molto discutibile nei modi e nei tempi.

    Il muro dell’abbonamento a X

    La motivazione ufficiale, quella che X mette in vetrina, parla di lotta allo spam, di tutela della stabilità tecnica, di pressione sui sistemi di infrastruttura. La pagina di Help Center parla di limiti pensati per «ridurre la pressione sui sistemi» e «minimizzare i tempi di inattività». Un linguaggio asettico, neutro, da manutenzione ordinaria.

    Ora in Italia il piano Basic di X Premium costa 3,54 euro al mese o circa 35 euro l’anno; il piano Premium completo arriva a circa 9,44 euro al mese o circa 99 euro l’anno; Premium+, dopo l’aumento di febbraio 2025 ha raggiunto i 44,85 euro euro al mese o poco meno di 445 euro l’anno.

    C’è un elemento che potrebbe aiutare a chiarire meglio la natura di questa scelta, ed è il modo in cui si lega a una distinzione che avevo già rilevato in un articolo precedente sull’algoritmo di X, quando il sistema di raccomandazione era stato riscritto con Grok e Phoenix.

    La piattaforma, in quel passaggio, aveva spostato il controllo dalle euristiche manuali a un modello di machine learning che apprende dai dati. Nessuna regola scritta che dicesse «penalizza i link esterni», ma l’effetto pratico era identico.

    Oggi succede qualcosa di simile, ma a un livello diverso. Non è più solo una questione di visibilità ridotta, è una questione di libertà di parola ridotta.

    L’abbonamento, in questa nuova geometria, non è più solo un servizio premium per chi vuole funzioni aggiuntive. Diventa una condizione strutturale per partecipare alla piattaforma con un volume normale di attività. Una cosa è offrire un’opzione a pagamento per ottenere di più, che poi nella realtà delle cose è impercettibile perché sottoposto all’algoritmo del proprietario. Un’altra è alzare un muro intorno all’uso base e chiedere un pagamento per scavalcarlo. La differenza, possiamo dirlo, è tutta lì.

    Cosa succedeva all’epoca di Twitter

    Per comprendere meglio quello che è successo, conviene tornare a com’era Twitter prima di Musk. Allora i limiti erano strumenti di gestione tecnica, non leve di tipo commerciale.

    Nei primi anni, il tetto era fissato a 1.000 “tweet” al giorno, valido per tutti gli account, verificati e non. Era una soglia che serviva a contenere il carico sui server e a scoraggiare gli abusi automatizzati.

    Poi, nel tempo, è stato alzato a 2.400 tweet (poi post) al giorno, sempre per tutti, sempre senza distinzione tra utenti paganti e non paganti.

    La verifica, allora, era un’altra cosa. Era gratuita, gestita dalla piattaforma, e serviva a certificare l’identità di personaggi pubblici, giornalisti, istituzioni. Non dava diritto a postare di più, non sbloccava nessun limite operativo, non concedeva alcuna corsia preferenziale. La spunta blu era un sigillo di autenticità, non un biglietto di accesso. La separazione tra utenti normali e utenti certificati era una questione di identità.

    Il cambio di paradigma è arrivato dopo l’acquisizione di Twitter da parte di Musk nell’ottobre 2022. Già nei primi mesi del 2023 alcuni utenti si trovavano bloccati per aver raggiunto il limite di 2.400 tweet al giorno, ma in molti casi senza nemmeno averli raggiunti, per via di problemi tecnici che colpivano una piattaforma con metà del personale licenziato.

    Pochi mesi dopo, a luglio 2023, è arrivata la stretta più clamorosa, con limiti di lettura, non di scrittura, differenziati tra account verificati e non verificati: un tetto di 10.000 post al giorno per i primi, 1.000 per i secondi, appena 500 per i nuovi account non verificati.

    Era la prima volta nella storia della piattaforma che un limite operativo veniva esplicitamente legato all’abbonamento. Prima, leggere e scrivere erano funzioni universali e gratuite.

    Da quel momento in poi, hanno iniziato a essere oggetto di tariffazione. E quello che oggi vediamo, con i 50 post originali e le 200 risposte al giorno, è la prosecuzione coerente di quella traiettoria. Solo che adesso non si tratta più di scoraggiare lo scraping. Si tratta di disegnare un’architettura in cui chi non paga viene compresso fino quasi a silenziarlo.

    Il messaggio antibot e l’ambiguità della comunicazione

    Quando un utente raggiunge il nuovo limite, il messaggio che riceve non chiarisce nulla. Non dice: «Hai superato il tuo limite di 50 post giornalieri, valutiamo insieme l’abbonamento». Dice invece: «Questa richiesta sembra essere automatizzata. Per proteggere i nostri utenti da spam e altre attività dannose, attualmente non possiamo completare questa attività. Riprova più tardi.»

    Comunica al normale utente che il suo comportamento è sospetto, e lo invita a riprovare più tardi. Senza spiegare che il «più tardi» non è una pausa tecnica, ma il riavvio di una finestra semi-oraria del nuovo limite.

    In teoria, dunque, X sta combattendo gli automatismi, ma in pratica sta trasformando ogni utente attivo in un automatismo presunto. La proporzione è quella di un sistema che, invece di profilare il bot e lasciare in pace l’utente reale, profila tutti come potenziali bot e poi offre l’abbonamento per dimostrare appunto di non essere un bot, in una logica rovesciata dove chi non paga diventa sospetto.

    La confusione generata da questo messaggio, un filtro antispam dichiarato ma che implicitamente è un muro a pagamento, è il motivo per cui in tanti hanno pensato a un bug, a una restrizione mirata, persino a un’azione contro i giornalisti.

    La realtà è più semplice e, per certi versi, più scomoda: il messaggio antibot copre una scelta commerciale. E quando la scelta commerciale viene mascherata da scelta tecnica, è lo stesso rapporto di fiducia con gli utenti a uscirne incrinato.

    L’algoritmo del proprietario e la libertà di parola a pagamento

    Resta da capire dove si colloca questa stretta nel disegno più ampio della piattaforma, e qui il quadro diventa chiaro. È il disegno che chiamo da tempo “l’algoritmo del proprietario”, quella pratica per cui le scelte tecniche di una piattaforma servono in primo luogo gli interessi strategici di chi la possiede, e solo in secondo luogo gli interessi della comunità che la usa.

    L’architettura, in questa logica, smette di essere uno spazio neutrale e diventa uno strumento di indirizzo verso il pensiero del proprietario.

    Avevo descritto questa dinamica analizzando il passaggio dell’algoritmo di X alla gestione tramite Grok, dove la penalizzazione dei link esterni passava dal codice esplicito al comportamento appreso dal modello, con la stessa logica del controllo ma in una forma più sofisticata e meno contestabile.

    Avevo poi ripreso lo stesso schema parlando delle modifiche annunciate da Nikita Bier, l’attuale responsabile prodotto di X, che lo scorso aprile aveva ridisegnato il sistema di incentivi per premiare il contenuto originale e ridurre la visibilità di chi pubblica con link esterni o reposta materiale altrui. E oggi torniamo lì, sullo stesso terreno, da un’angolazione diversa.

    Perché il limite sui post non è solo una questione di volume, è una questione di presenza del dibattito pubblico.

    Cinquanta post al giorno per chi fa informazione, per chi commenta in diretta, per chi gestisce account istituzionali, sono davvero pochi. E sono pochissimi se applicati a finestre semi-orarie.

    Una giornata di lavoro su un evento, una conferenza, una crisi politica, può consumare l’intera quota in mezza mattinata, e da quel momento in poi quel professionista esiste meno sulla piattaforma, esiste a singhiozzo, esiste poi solo se decide di pagare.

    Va detto, e questo precisato con onestà, che X non è l’unica piattaforma a praticare logiche di monetizzazione spinta. Meta sta seguendo strade analoghe, anche se per ora con muri a pagamento meno aggressivi. .

    Ma X, con questa stretta, è andato oltre. Infatti, ha trasformato la quota di parola in una tariffa. E lo ha fatto in maniera silenziosa, senza un comunicato, senza una spiegazione.

    Cosa significa davvero questo nuovo limite

    La categoria più colpita dalla stretta, lo si capisce subito, è quella dei professionisti dell’informazione, di chi usa X per informare condividendo notizie.

    L’effetto è un impatto diretto sulla libertà di espressione per quei giornalisti non Premium che usano X per fare cronaca dal vivo da un’aula di tribunale, da un’assemblea parlamentare, da una manifestazione. 50 post al giorno sono una soglia che non regge a una giornata di copertura intensa.

    Lo stesso vale per i divulgatori, per i ricercatori che usano X come strumento di lavoro, per i piccoli editori indipendenti che hanno scelto la piattaforma come canale principale di distribuzione.

    C’è poi una questione più ampia, che riguarda il pluralismo dell’informazione.

    Quando una piattaforma usata da centinaia di milioni di persone come spazio di discussione pubblica decide di legare il volume di parola al portafoglio, sta producendo un effetto che non è solo tecnico.

    C’è poi una questione che riguarda direttamente l’Europa. La Commissione UE ha già multato X per 120 milioni di euro lo scorso dicembre, prima sanzione della storia ai sensi del Digital Services Act. Una delle violazioni contestate riguardava proprio il sistema della spunta blu, considerato un design ingannevole perché lega un simbolo di affidabilità a un servizio a pagamento.

    Oggi, con la riduzione dei post per chi non paga, quel principio si estende ulteriormente. La spunta non è più solo una questione di credibilità apparente, è anche una questione di “volume di parola”. E questo, sul piano della trasparenza degli obblighi del DSA, potrebbe diventare un altro terreno di scontro tra Bruxelles e Musk.

    X e la trasformazione sempre più netta

    Quando Twitter è nato ormai 20 anni fa, nel 2006, l’idea era semplice . Era una piazza pubblica dove chiunque, con un account gratuito, poteva dire la sua nello stesso spazio in cui parlavano capi di Stato, premi Nobel, giornalisti, attivisti.

    L’unico vincolo erano i famosi 140 caratteri, poi diventati 280. Quel modello, nel bene e nel male, ha disegnato una stagione della comunicazione online. La stagione in cui la parola digitale era democratica by default.

    Quella stagione, oggi, possiamo dirlo, è finita. E su X tutto questo è ancora più evidente.

    Prima è stata la spunta blu trasformata in abbonamento; poi sono arrivati i limiti di lettura per chi non paga; poi le penalizzazioni per i link esterni, prima esplicite, poi implicite nel modello di Grok.

    Resta da vedere fino a che punto questa monetizzazione spinta potrà reggere prima di erodere il valore stesso della piattaforma, che dovrebbe essere quello dell’ascolto, del confronto, della relazione. Ormai tutti questi possiamo considerarli valori del passato. Vedremo cosa succederà.

  • Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Meta lancia Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI. I messaggi non vengono salvati sui server, scompaiono alla chiusura della sessione e non possono essere letti né da Meta né da WhatsApp.

    L’annuncio è stato dato da Mark Zucherberg sulle sue piattaforme, presentando la nuova funzionalità come il primo importante prodotto di IA senza registro delle conversazioni e come tassello centrale della concetto, a lui molto caro, di superintelligenza personale.

    Non si tratta solo una nuova funzione di WhatsApp e dell’app Meta AI. Ma è il modo con cui Meta prova a rispondere a una delle obiezioni più frequenti che le persone fanno quando si parla di assistenti basati sull’intelligenza artificiale.

    E cioè: cosa succede a quello che racconto a questi sistemi? Chi può leggerlo? Per quanto tempo resta archiviato da qualche parte?

    La risposta arriva sotto forma di una nuova modalità di conversazione che Meta chiama “Incognito Chat” con Meta AI. Sarebbero quindi delle vere chat in incognito con la IA.

    Come detto in apertura, l’annuncio di oggi un tassello che si inserisce dentro la strategia della superintelligenza personale di Meta, quella visione di un assistente che ci conosce a fondo che si ricollega proprio a Muse Spark lanciato lo scorso aprile. E proprio in quel disegno questa novità trova il suo posto.

    Le chat in incognito con la IA e le parole di Zuckerberg

    «Oggi iniziamo a implementare Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI: un modo completamente privato per interagire con l’IA, in modo simile a come la crittografia end-to-end impedisce a chiunque, persino a Meta o WhatsApp, di leggere le tue conversazioni. Questo è il primo importante prodotto di IA in cui non viene memorizzato alcun registro delle conversazioni sui server».

    Due i punti su cui soffermarsi in relazione alle parole di Zuckerberg.

    Il primo è il paragone diretto con la crittografia end-to-end, quella tecnologia che da anni protegge i messaggi tra persone su WhatsApp. Il secondo è la promessa che sui server di Meta non resta alcun registro delle conversazioni.

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l'intelligenza artificiale

    È una dichiarazione netta, soprattutto se confrontata con quello che succede oggi con la maggior parte degli assistenti AI, dove le conversazioni restano archiviate per mesi e in molti casi vengono usate anche per migliorare i modelli.

    E Zuckerberg insiste proprio su questo confronto:

    «Le conversazioni sul tuo telefono scompaiono anche quando esci dalla sessione. Questo è diverso da altri prodotti di IA a scomparsa, in cui i registri delle conversazioni spesso rimangono sui server di altre aziende per molti mesi».

    La superintelligenza personale e lo spazio privato

    «Per ottenere il massimo dalla superintelligenza personale, avremo tutti bisogno di modi per discutere di argomenti sensibili in modo che nessun altro possa accedervi. Sono orgoglioso che MSL sia il primo laboratorio a fornire un’IA privata».

    La superintelligenza personale, nella visione che Zuckerberg ha pubblicato a luglio 2025 con il post Personal Superintelligence for Everyone, non è un sistema che automatizza il lavoro umano. È un compagno che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi e prova ad aiutarci a raggiungerli.

    Come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, questa visione si appoggia su un vantaggio strutturale che nessun concorrente può replicare: 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.

    Ma un assistente che ci conosce profondamente ha senso solo se può sentirsi raccontare cose che a chiunque altro non racconteremmo. Salute, soldi, lavoro, relazioni. E qui il problema diventa scomodo. Più l’assistente sa di noi, più diventa utile, ma anche più diventa rischioso che quei dati possano essere visti da qualcun altro.

    Incognito Chat- la modalità di chat in incognito con la IA – è la risposta di Meta a questo cortocircuito: uno spazio in cui parlare con l’IA, anche di temi sensibili, sapendo che la conversazione, una volta abbandonata, si chiude lì.

    Come funziona il Trusted Execution Environment

    «Incognito Chat gestisce tutte le inferenze dell’IA in un ambiente di esecuzione affidabile (Trusted Execution Environment) che garantisce che i tuoi messaggi non siano accessibili a noi».

    Proviamo a tradurlo in maniera semplice. Quando l’utente scrive un messaggio in modalità incognito, quel messaggio viaggia cifrato fino a un ambiente isolato dentro il cloud. Un ambiente che funziona dentro processori specializzati di AMD e NVIDIA progettati apposta per essere inaccessibili anche da chi gestisce i server.

    L’intelligenza artificiale elabora la richiesta dentro questa specie di stanza chiusa, genera la risposta, e poi tutto viene cancellato. Niente registri, niente copie di backup, niente accesso da parte di operatori umani.

    È la tecnologia che Meta chiama Private Processing, presentata per la prima volta a LlamaCon nell’aprile del 2025 e poi aggiornata a marzo del 2026. Su WhatsApp era già usata per funzioni più semplici, come i riassunti automatici delle conversazioni. Oggi alimenta una vera modalità privata di conversazione con l’assistente.

    Cosa si può fare e cosa no nella modalità di cha in incognito con la IA

    La funzione si attiverà su WhatsApp con una nuova icona dedicata nella chat uno a uno con Meta AI. E arriverà nei prossimi mesi anche sull’app standalone Meta AI, quella che si scarica separatamente. Quindi non riguarda solo WhatsApp, ma il rollout parte da lì.

    Ci sono però alcuni limiti pratici da conoscere. In modalità incognito si può solo scrivere e ricevere risposte di testo. Non si possono caricare immagini, non si possono generare immagini, non si possono fare conversazioni vocali.

    La sessione si chiude da sola anche bloccando il telefono o uscendo dall’app, e l’assistente perde il contesto di quello che è stato detto. Inoltre Meta chiede di confermare l’età, perché i minori di 13 anni non sono ammessi sulle sue piattaforme. E come nella modalità standard restano attivi i filtri di sicurezza che impediscono all’assistente di rispondere su temi pericolosi.

    Un rollout graduale e tutto da osservare in UE

    Sulla disponibilità è bene essere precisi. Meta dichiara apertamente che il rilascio è graduale e che la disponibilità varia in base all’account e alla regione geografica. Al lancio alcuni Paesi sono esclusi, come l’India.

    Per quanto riguarda l’Unione Europea, al momento non c’è una conferma esplicita di esclusione dal lancio iniziale, ma sappiamo bene che Meta procede sempre con maggiore cautela qui in UE, per via del quadro normativo del GDPR e del DSA. Resta da vedere in quali Paesi UE la funzione comparirà nelle WhatsApp degli utenti nelle prossime settimane.

    Da ricordare che la nuova funzionalità non si attiva tutta insieme per tutti, ma viene distribuita progressivamente. Anche dentro lo stesso Paese, alcune persone la vedranno prima di altre.

    I nuovi progetti attorno a Meta AI

    Incognito Chat arriva dentro una stagione di annunci di Meta sull’intelligenza artificiale che sta caratterizzando proprio queste settimane.

    A inizio aprile, come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, Meta ha lanciato il primo modello sviluppato dal nuovo Meta Superintelligence Labs guidato da Alexandr Wang. Ed è proprio quel laboratorio, MSL, che Zuckerberg cita nel suo post come il primo a fornire un’IA privata.

    A questo si è aggiunto un altro fronte, quello dedicato ai più giovani. Lo scorso 23 aprile Meta ha annunciato nuovi strumenti per i genitori, che adesso possono vedere su Facebook, Messenger e Instagram i temi generali di cui i loro figli adolescenti hanno parlato con Meta AI nell’ultima settimana. La funzionalità è già attiva anche in Italia.

    E il 5 maggio Meta ha annunciato l’espansione delle protezioni Teen Account su Instagram nei 27 Paesi dell’Unione Europea e in Brasile, con un sistema di intelligenza artificiale che individua automaticamente gli utenti che potrebbero essere minorenni.

    Meta ha già anticipato che dopo Incognito Chat arriverà Side Chat con Meta AI, una funzione che permetterà di rivolgersi all’assistente direttamente all’interno delle conversazioni private con altre persone, senza che gli altri partecipanti vedano la richiesta. Anche questa basata sull’infrastruttura di Private Processing.

    Cosa resta da capire

    Alla fine possiamo dire che questa funzionalità di Incognito Chat Meta proverà a costruire le condizioni per la sua superintelligenza personale. Senza uno spazio davvero privato, l’assistente che ci conosce profondamente resta una promessa difficile da mantenere. E a queste condizioni, così come le abbiamo viste qui, la promessa prova a diventare prodotto.

    Staremo a vedere come si svilupperà nelle prossime settimane, come sempre.

  • Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Instagram lancia Instants, nuova app per foto effimere senza filtri, partendo da Italia e Spagna. È l’ennesimo tentativo di Meta di sfidare Snapchat dopo oltre dieci anni di tentativi falliti.

    Cambia il mondo, ma a distanza di 10 anni Mark Zuckerberg resta ancora in fissa con Snapchat.

    E come già visto in passato, pur di riuscire a riproporre una funzionalità sulla sua piattaforma, ecco che la copia, la integra nelle sue app principali.

    È una strategia che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, sempre con lo stesso obiettivo sullo sfondo e, soprattutto, con lo stesso bersaglio. Ovvero, Snapchat.

    E seguendo questa stessa logica ecco che arriva Instants, la nuova app stand-alone che Instagram ha lanciato ieri, 23 aprile 2026.

    E si tratta di un test di un’app che parte da due paesi nello specifico, ossia Italia e Spagna.

    Una volta aperta, l’app si apre sulla fotocamera e permette di inviare foto che scompaiono dopo una singola visualizzazione, promettendo una condivisione senza ritocchi.

    Promette quasi esattamente quello che già promette Snapchat dal 2011.

    Ma a guardar bene, è una modalità che ricorda molto anche BeReal, non so se la ricordate ancora.

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall'Italia e dalla Spagna
    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Instants, condivisione effimera senza filtri

    L’app Instants promette di condividere momenti reali senza alcun tipo di modifica. Niente filtri, niente ritocchi, una foto che la persona a cui la inviate può vederla una sola volta prima che poi sparisca.

    L’immagine, infatti, resta disponibile per 24 ore, poi sparisce definitivamente. L’idea, almeno nelle intenzioni, è quella di spingere una condivisione più grezza, meno strutturata, più vicina alla conversazione quotidiana che al post costruito per il feed.

    Nulla di originale, sia chiaro, lo si ricordava anche prima.

    Il funzionamento è costruito per impedire quasi ogni forma di editing. Una foto si scatta con un solo tocco, non è possibile caricare immagini dalla galleria del telefono, si può usare esclusivamente la fotocamera interna dell’app.

    L’unica modifica permessa è l’aggiunta di testo sopra l’immagine. Tutto il resto è precluso. La condivisione, poi, avviene con i propri follower o con la lista “Amici più Stretti” e le liste sono sincronizzate tra le due app, quindi non va ricostruita da zero la propria cerchia.

    Meta ha accompagnato il lancio con una dichiarazione: «Per dare alle persone modi a bassa pressione per connettersi con gli amici, stiamo testando un’app chiamata Instants per condividere foto e video casuali nel momento. Stiamo esplorando più versioni di Instants per vedere cosa piace, e ascolteremo la nostra comunità

    Il linguaggio insomma è quello del test aperto, non del lancio definitivo.

    Tanto per essere più precisi, Instants non nasce dal nulla, ma è la versione rinominata e resa autonoma di Shots, la funzione che Meta aveva provato dentro Instagram nel 2025.

    Shots aveva le stesse caratteristiche di Instants, quindi nessun filtro, una sola visualizzazione e poi l’immagine spariva. Funzionava, ma funzionava dentro un’app che ormai è percepita come vetrina e non come spazio di conversazione privata. E quindi, adesso, il tentativo è quello di estrarla dal contesto in cui era nata e darle una vita propria.

    Perché il test di Instants parte dall’Italia e dalla Spagna

    Il fatto che l’esperimento cominci in Italia e in Spagna non è casuale. Si tratta di due mercati europei di dimensione intermedia, con un uso molto intenso dei social media e con un pubblico giovane relativamente attivo su piattaforme di condivisione visual.

    Sono mercati, possiamo dirlo, abbastanza reattivi per offrire dati significativi su test come questi, ma non così centrali da rendere un fallimento irreparabile sul piano reputazionale.

    C’è da aggiungere poi che Snapchat, in Italia e in Spagna, non ha mai davvero sfondato. La sua penetrazione in questi paesi è storicamente inferiore rispetto agli Stati Uniti o al Regno Unito, dove invece è radicato soprattutto tra il pubblico adolescente.

    Partire da questi due paesi significa, in pratica, provare il prodotto su un terreno dove il concorrente principale è più debole e dove i più giovani tendono a usare Instagram e WhatsApp come strumenti primari di conversazione privata e visual.

    Va detto, poi, che l’Italia e la Spagna condividono anche una caratteristica demografica e culturale che Meta conosce bene: un uso molto diffuso di Instagram come infrastruttura di messaggistica informale, ben oltre la funzione originaria di vetrina. In questo senso, Instants si innesta su un’abitudine già consolidata, provando a strutturarla con un’app dedicata.

    L’identità agganciata a Instagram e il nodo dei più giovani

    Instants eredita il grafo sociale di Instagram, ovvero la rete dei contatti che abbiamo già costruito sull’app madre. Da un lato, questo aiuta il lancio, perché non richiede all’utente di ricostruire la propria cerchia di amici da zero, come ricordavamo prima.

    Dall’altro, però, si porta dietro proprio quello che i più giovani cercano di evitare quando usano Snapchat, ossia mescolare la conversazione privata e l’identità pubblica.

    Snapchat ha avuto successo, in fondo, anche per questa ragione. È stato percepito come uno spazio separato, dove la propria identità non era il profilo costruito, ma un luogo più leggero in cui parlare con pochi amici selezionati.

    Instants, invece, entra in scena con il profilo Instagram già addosso. E questo, per molti adolescenti, potrebbe rivelarsi un problema più che una soluzione.

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall'Italia e dalla Spagna
    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    La vecchia ossessione di Zuckerberg contro Evan Spiegel

    Per capire perché Meta insista, dopo oltre dieci anni, su questo stesso terreno, bisogna tornare indietro al 2013.

    In quell’anno, come riportato dal Wall Street Journal, Mark Zuckerberg offrì tre miliardi di dollari per comprare Snapchat. Evan Spiegel, l’allora giovane CEO dell’azienda, rifiutò. Spiegel ha raccontato in seguito che Zuckerberg, di fronte al no, sembrò prendere la cosa sul piano personale.

    Da quel momento, Meta ha provato sistematicamente a erodere il territorio di Snap con una serie di cloni e varianti. È arrivato Poke, app stand-alone lanciata sempre nel 2013 e chiusa diciassette mesi dopo. È arrivato Slingshot, provato nel 2014 e spento dopo soli sei mesi. Sono arrivati i Quick Updates di Facebook nel 2016, pensati per spingere la condivisione rapida. Nessuno di questi esperimenti ha mai davvero funzionato.

    L’unica eccezione, come ricorderete, sono state le Stories di Instagram, lanciate nel 2016 con una formula di scadenza a ventiquattro ore che ricalcava in modo piuttosto evidente il formato di Snapchat. Quelle hanno funzionato, eccome.

    E hanno finito per rallentare la crescita di Snap per anni, diventando una parte centrale dell’esperienza di Instagram. Ma il punto è proprio questo, le Stories su Instagram hanno funzionato perché integrate nell’app principale, non perché lanciate come prodotto separato.

    Perché Meta rilancia proprio adesso

    Ma perché Meta sceglie di muoversi di nuovo in questo modo, e soprattutto, perché lo sceglie proprio adesso?

    La risposta più plausibile ha a che fare con lo stato di salute dell’avversario. Snap, la società madre di Snapchat, sta attraversando una fase decisamente difficile. La crescita della piattaforma si è fermata e in alcuni mercati è addirittura arretrata. A inizio aprile di quest’anno, Snap ha annunciato il licenziamento del 16% della sua forza lavoro e il CFO si è dimesso.

    In un quadro del genere, Meta vede un’opportunità.

    Se Snap è costretta a ridurre gli investimenti in promozione e a concentrare le risorse sul lancio dei suoi occhiali in realtà aumentata, ci sono mercati in cui la competizione si fa meno aggressiva. E in quei mercati, una nuova app che replica le stesse funzioni con dietro la potenza di fuoco di Meta potrebbe trovare uno spazio che altrimenti non avrebbe avuto.

    Italia e Spagna, da questo punto di vista, sono anche un campo di prova ideale, perché Snap è storicamente meno presente.

    Criticabile, ovviamente, ma va vista anche come una mossa di pressione competitiva. Meta non deve vincere dappertutto. In realtà, alla società di Zuckerberg basta rubare quote in quei paesi in cui Snap non è ancora radicato, o in quelli in cui sta perdendo terreno, per indebolire ulteriormente un concorrente già in difficoltà.

    Un tempismo che arriva forse troppo tardi

    Altra considerazione, restando sul tempismo, va fatta.

    L’onda della condivisione non filtrata, autentica, a bassa pressione, ha avuto il suo momento di grande popolarità qualche anno fa con BeReal, evocata prima. L’app francese che a un certo punto sembrava destinata a ridefinire il modo in cui i più giovani usano i social. Oggi, quella popolarità si è nettamente ridimensionata e BeReal non è più l’app che prometteva di diventare.

    Il punto è che Instants si inserisce in uno spazio che non è più in crescita come lo era due o tre anni fa. E qui entra in gioco un secondo problema, ancora più sostanziale: molti utenti, per la condivisione rapida e informale, usano già le Stories di Instagram.

    Sono utenti che hanno cioè uno strumento integrato nell’app principale che copre buona parte del bisogno a cui Instants risponde. Perché mai dovrebbero scaricare e gestire un’altra app?

    In teoria, Instants promette qualcosa di diverso dalle Stories, cioè la condivisione uno-a-uno o a piccoli gruppi senza pubblicazione sul feed pubblico.

    In pratica, però, per quella funzione esistono già i messaggi diretti di Instagram, WhatsApp, Messenger. Lo stesso bisogno è coperto, magari in modo meno elegante, da strumenti che l’utente ha già installati e aperti decine di volte al giorno.

    La storia dei cloni Meta e cosa ci dice davvero

    Se guardiamo la sequenza degli esperimenti Meta in chiave anti-Snapchat, il dato più interessante non sono i singoli tentativi, ma la continuità. Zuckerberg non ha mai smesso.

    Per oltre un decennio, la sua azienda ha dedicato risorse, tempo e ingegneri a un obiettivo che dal punto di vista industriale è marginale, perché Snap non è mai stato un concorrente diretto di Facebook o di Instagram. Lo è solo parzialmente, e solo su un segmento specifico di pubblico, quello più giovane.

    Eppure la persistenza è lì, visibile.

    Per Meta non si tratta solo di difendere il proprio mercato, ma di erodere quello degli altri fino a renderlo non più difendibile. Una cosa è costruire un prodotto migliore, un’altra è costruire tanti prodotti simili nella speranza che almeno uno attecchisca. Sono due strategie diverse, e quella che vediamo applicata qui è la seconda.

    Resta da vedere se Instants avrà un destino diverso dai suoi predecessori. La storia, in questo caso, suggerisce di no.

    Le app stand-alone di Meta pensate per sfidare Snapchat hanno quasi sempre fallito, e quando hanno avuto successo è stato perché integrate in un prodotto già esistente. Instants ripete esattamente lo schema che finora non ha pagato.

    La partita vera si gioca sugli occhiali connessi e IA

    Mentre Meta lancia l’ennesimo clone di Snapchat, il terreno vero dello scontro si è spostato altrove.

    Snap sta puntando tutto sui suoi occhiali in realtà aumentata, in arrivo nel 2026. Meta, dal canto suo, sta investendo pesantemente sull’intelligenza artificiale e su nuove infrastrutture, con il ventottesimo data center statunitense appena avviato.

    Le foto effimere, in questo scenario, sono quasi un campo di battaglia residuale.

    E allora la domanda è se valga davvero la pena, per Meta, insistere su un prodotto che probabilmente non cambierà gli equilibri di mercato. La risposta, forse, ha meno a che fare con la logica industriale e più con una dinamica che Meta ha costruito nel tempo. Quando un concorrente si indebolisce, allora ecco che si colpisce. Anche con un’app che, probabilmente, non verrà ricordata più tra qualche anno.

    In buona sostanza, un’azienda che controlla le principali app di messaggistica e social media del pianeta può permettersi di lanciare un prodotto derivativo dopo l’altro, finché uno non funziona. Ecco, chi non ha quelle dimensioni, semplicemente, non può.

    E questo è un aspetto del mercato digitale su cui, prima o poi, toccherà tornare. Il fatto che il primo banco di prova sia l’Italia ci riguarda da vicino, e ci offre una buona occasione per osservare la vicenda direttamente.

    Staremo a vedere, come sempre.

  • X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X lancia le Timeline Personalizzate, una nuova scheda della Home che si aggiunge a “Seguiti” e “Per Te”. La funzione è disponibile in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS ed è alimentata da Grok. E arriva la chiusura, dal 6 maggio, di X Communities.

    X ha annunciato alcune novità e lo fa presentandole come se fossero conquiste dell’utente, come restituzione di maggiore controllo e come un atto di personalizzazione finalmente possibile.

    Gli annunci sono arrivati direttamente da Nikita Bier, responsabile di prodotto della piattaforma, con un tono entusiasta. Ma ciò che cambia, nel concreto, è qualcosa di più sottile di quanto possa apparire.

    Partiamo con la prima e importante novità. Le Timeline Personalizzate sono una nuova scheda che si aggiungerà a “Seguiti” e “Per Te” nella Home di X. L’utente potrà fissare un argomento specifico, scegliendolo tra oltre 75 categorie disponibili, e ottenere un feed dedicato a quel tema.

    Arte, finanza, sport, tecnologia, criptovalute, una volta scelto, la piattaforma genera un flusso di contenuti attorno a un singolo soggetto, calibrato sulle abitudini di interazione di ciascun utente.

    Funziona meglio, spiega Bier, su argomenti con cui l’utente è già solito interagire. Il limite tecnico è fissato a dieci argomenti selezionabili contemporaneamente sulla scheda Home, tra topic e liste.

    E qui arriviamo al punto interessante, perché quello che X sta costruendo non è semplicemente un filtro tematico, ma qualcosa di più.

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    Grok al centro di tutto, ancora una volta

    Come già raccontato, analizzando come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026, a gennaio di quest’anno la piattaforma aveva reso pubblico su GitHub il codice sorgente del nuovo algoritmo, scritto in Rust e Python, con Grok come cuore pulsante di tutto il sistema di raccomandazione.

    Quello era già un cambiamento radicale rispetto all’architettura precedente: non più regole manuali fisse, ma un modello di deep learning che analizza oltre 100 milioni di contenuti al giorno e li abbina agli interessi degli utenti in tempo reale.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, si inseriscono nella stessa logica, ma aggiungono un elemento nuovo. E cioè la dichiarazione esplicita dell’utente.

    Quindi, non è più solo Grok a dedurre cosa ti interessa dal tuo comportamento passato, ora è l’utente a dire a Grok cosa vuole vedere nella propria timeline. Grok legge ogni post pubblicato sulla piattaforma, lo classifica per argomento e costruisce il feed in base a quella selezione, combinandola con i segnali di personalizzazione già in uso.

    Un portavoce di X ha precisato che il sistema non si basa su parole chiave o hashtag, ma sulla comprensione semantica del contenuto da parte del modello.

    In teoria, è un passo verso la trasparenza e il controllo, nella pratica, rimane un sistema in cui l’intelligenza artificiale decide cosa effettivamente rientra in quell’argomento, come lo interpreta, quanto peso dare ai contenuti di utenti che non segui rispetto a quelli che segui. La lista dei 75 argomenti è fissa e l’utente sceglie dentro un catalogo predefinito.

    Va detto che anche sul fronte della novità in sé, il concetto non è del tutto inedito.

    Già nel 2019 Twitter aveva sperimentato timeline tematiche scorrevoli affiancate al feed principale. Ma Bier, ignorando volutamente il passato, presenta le Timeline Personalizzate come se fossero “uno dei cambiamenti più grandi” nella storia recente della piattaforma. Ma l’idea di feed paralleli governati per argomento è qualcosa su cui Twitter aveva già ragionato anni fa, senza allora affidarsi a un’intelligenza artificiale proprietaria per la selezione.

    Bier e il compito di riportare gli utenti a fidarsi di X

    Forse non tutti sanno che Nikita Bier è stato il fondatore di Gas e TBH, due app social costruite attorno a meccanismi di positività e connessione tra adolescenti, entrambe diventate virali in breve tempo. Gas, in particolare, aveva raggiunto il primo posto negli store americani prima di essere acquisita da Discord. Il suo approccio al prodotto è sempre stato centrato sul coinvolgimento emotivo, sulla rilevanza immediata, sulla capacità di dare all’utente la sensazione di contare.

    Poi, Bier è entrato in X a fine giugno 2025, dopo anni in cui aveva chiesto pubblicamente a Musk di assumerlo. Il suo primo aggiornamento pubblico, ad agosto 2025, parlava di download raddoppiati da quando aveva preso la guida del prodotto e di una timeline “sul punto di fare un salto di qualità”. Quello che stiamo vedendo oggi, con le Timeline Personalizzate, è probabilmente il risultato più visibile di quell’impegno.

    Ma Bier non è arrivato a X in un momento qualsiasi. È arrivato nel mezzo di una trasformazione profonda della piattaforma: l’algoritmo affidato interamente a Grok, la fusione con xAI, la moltiplicazione dei casi di deepfake sessualizzati generati proprio da Grok, le indagini europee, la multa da 120 milioni di euro per violazioni del DSA. In questo contesto, il suo compito non è solo migliorare il prodotto, è anche far tornare gli utenti a fidarsi della piattaforma. Impresa davvero molto complicata.

    Da “Per Te” alle Timeline Personalizzate

    Per capire dove siamo arrivati, vale la pena ripercorrere brevemente la sequenza.

    A ottobre 2025 Musk aveva annunciato che entro fine novembre tutte le euristiche manuali sarebbero state eliminate, lasciando Grok come unico responsabile delle raccomandazioni.

    A gennaio 2026, il codice era pubblico su GitHub e l’algoritmo era già completamente AI-driven.

    A febbraio 2026, X aveva introdotto i Filtri per Argomento per il feed “Per Te”: una prima versione, più semplice, che permetteva agli utenti iOS negli Stati Uniti e in Canada di selezionare macrocategorie come Politica, Sport, Crypto, AI, per filtrare temporaneamente il feed. Un meccanismo che si azzerava dopo 20 minuti.

    Oggi le Timeline Personalizzate sono qualcosa di diverso e di più strutturato. Non filtrano il feed esistente, ma creano una scheda dedicata, permanente, che affianca le due già presenti. L’utente la troverà lì, ogni volta che apre l’app. E la logica che la governa non è un semplice tag tematico, ma la comprensione del contenuto da parte di Grok, incrociata con lo storico delle interazioni dell’utente.

    Non siamo più di fronte a un filtro temporaneo, ma a una architettura del feed che si diversifica in modo permanente. Ognuno, in teoria, con la propria X.

    X Communities chiude il 6 maggio

    Di fianco all’annuncio del lancio delle Timeline Personalizzate, c’è anche quello che annuncia la chiusura definitiva di X Communities, fissata per il 6 maggio prossimo, motivandola con un “uso in calo”.

    Appena due anni fa, nel marzo 2024, X stessa riportava che il tempo speso nelle Communities era cresciuto del 600% su base annua, con 650.000 post pubblicati ogni giorno al loro interno. L’allora CEO Linda Yaccarino aveva fatto di Communities una delle leve centrali della strategia di engagement della piattaforma.

    Oggi, con Yaccarino fuori dai giochi ormai da tempo e con Bier a guidare il prodotto, quella stessa funzione viene dismessa come se fosse una cosa da eliminare, infatti.

    Le Communities erano uno spazio orizzontale, in cui i contenuti erano in mano agli utenti. Erano gli stessi utenti a creare gruppi tematici, a moderarli, a decidere chi poteva partecipare e cosa si poteva condividere.

    Le Timeline Personalizzate prendono lo stesso bisogno, quello di organizzare le conversazioni per argomento, e lo ribaltano completamente: l’utente sceglie il tema, ma la cura del contenuto la fa Grok. Adesso è l’intelligenza artificiale proprietaria che legge, classifica e seleziona.

    È anche questa una manifestazione concreta di quello che intendo quando parlo di algoritmo del proprietario. Il potere di decidere quali contenuti rientrano in un argomento, quali vengono amplificati e quali restano marginali, si sposta dagli utenti al proprietario della piattaforma, attraverso la sua IA.

    La personalizzazione del contenuto come strategia

    Con il termine “algoritmo del proprietario” le piattaforme social non costruiscono i loro sistemi di raccomandazione per seguire gli interessi degli utenti, ma per servire gli interessi strategici del proprietario della piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario decide chi viene amplificato, quali contenuti sono più rafforzati, quali argomenti dominano la conversazione.

    Le Timeline Personalizzate non cambiano questa logica di fondo, ma la rendono più sofisticata.

    Da una parte, offrono all’utente qualcosa di reale, vale a dire la possibilità di costruire un feed tematico senza dover curarsi di seguire account specifici.

    Dall’altra, concentrano ulteriormente il potere di classificazione del contenuto nelle mani di Grok, che è un modello sviluppato da xAI, la società di Musk, che gestisce l’algoritmo dell’intera piattaforma.

    È quindi lecito chiedersi, funzionerà davvero? E chi decide cosa rientra nell’argomento che hai scelto?

    Va poi considerato che in ogni Timeline Personalizzata, la seconda posizione del feed è riservata a un annuncio pubblicitario. Non ad un post organico, non un contenuto selezionato da Grok sulla base del topic, ma un contenuto promosso da un inserzionista.

    Le Timeline Personalizzate, detto senza giri di parole, non sono solo una funzione di personalizzazione, sono anche un nuovo spazio pubblicitario. E arrivano in una fase in cui il business pubblicitario di X, secondo diverse stime, continua a faticare rispetto al periodo pre-acquisizione.

    Immagine che mostra come si presentano le Timeline Personalizzate

    La personalizzazione come argomento di vendita

    Al momento del lancio, le Timeline Personalizzate sono disponibili in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS. Vi hanno accesso tutti i livelli di abbonamento Premium. Android arriverà presto, ha detto Bier nel suo annuncio, senza indicare una data.

    Non è stato precisato quando la funzione sarà disponibile per gli utenti non abbonati, e non è detto che lo diventi, almeno non con le stesse caratteristiche. Il modello di X, ormai consolidato, è quello di usare le funzionalità avanzate come leva di conversione verso gli abbonamenti.

    Va detto che il lancio si inserisce in una fase in cui X sta cercando di tornare attrattiva per gli inserzionisti e di aumentare il tempo di permanenza degli utenti. Bier ha parlato di mesi di lavoro su questa funzione. I download della piattaforma sono, secondo le sue stesse parole, raddoppiati da quando ha preso la guida del prodotto.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, rappresentano un argomento di vendita, non uno strumento pensato prima di tutto per l’esperienza dell’utente. E il fatto che la seconda posizione di ogni feed sia occupata da una pubblicità rende questa lettura difficile da ignorare.

    Parallelamente, ricordiamo che nelle ultime settimane X ha rilasciato anche un aggiornamento di Grok come editor fotografico, con strumenti di sfocatura dei volti e modifiche tramite comandi testuali, pensato anche per rispondere alle critiche sui deepfake sessualizzati che avevano travolto la piattaforma a inizio 2026.

    E a gennaio erano arrivati gli Smart Cashtags, che integrano dati in tempo reale su azioni e criptovalute direttamente nei post. Il quadro che emerge è quello di una piattaforma che sta costruendo, funzione dopo funzione, un ecosistema sempre più chiuso e autosufficiente, dove tutto passa per Grok.

    Ecco, questo era una considerazione che andava fatta alla luce di queste novità che disegnano sempre più un maniera chiara quale sia il volto vero di X. Vale a dire un allontanamento sempre più marcato di ciò che rappresentava Twitter e un avvicinamento sempre più evidente di cosa Musk intendeva realizzare quando parlava di “everything app”.

    E quindi X che diventa una app dove gli utenti possano fare davvero la qualsiasi cosa, e presto anche acquisti e transazioni finanziarie. Ma sempre tutto nelle mani di Grok, l’IA di casa xAI che assume sempre più un ruolo di primo piano all’interno di questa mega app.

    Gli utenti quindi avranno sempre più la consapevolezza di entrare in un contesto sempre più chiuso, sempre più autosufficiente. Un luogo dove sarà sempre più complicato smontare le idee del proprietario della piattaforma.

  • Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Una lettera di Apple, inviata a tre senatori Usa, ha rivelato che più volte gli aggiornamenti dell’app Grok di xAI furono respinti, arrivando a minacciare la rimozione dall’App Store.

    Certamente ricorderete quando tra la fine di dicembre 2025 e gennaio di quest’anno esplose lo scandalo Grok, l’app di xAI. Parliamo sempre del raggio di azione di Elon Musk. Ricorderete che quell’app permetteva a tutti, attraverso un testo condiviso su X, quindi in pubblico, di modificare immagini. Una funzionalità che ha finito per generare un fenomeno di deepfake a sfondo sessuale a livello globale.

    Ebbene, a distanza di tre mesi se ne torna a parlare perché NBC, in via esclusiva, in relazione alla lettera che tre senatori Usa avevano indirizzato a Apple e Google, chiedendo di rimuovere Grok dai rispettivi app market, ha avuto modo di visualizzare cosa Apple aveva risposto ai senatori.

    In pratica, il 9 gennaio 2026, i senatori Ron Wyden, Ben Ray Luján ed Edward Markey avevano scritto a Tim Cook e Sundar Pichai chiedendo la rimozione immediata delle app X e Grok dagli store.

    I senatori accusavano Grok di generare immagini sessuali non consensuali di donne e bambini, e Musk di aver incoraggiato il fenomeno reagendo con emoji di risate. La scadenza era fissata al 23 gennaio per una risposta scritta.

    E in effetti, senza che nessuno ne sapesse nulla, e si è scoperto grazie alla NBC, Cupertino aveva risposto.

    Il passaggio chiave della lettera recita: «Apple ha esaminato le successive modifiche degli sviluppatori e ha determinato che X aveva sostanzialmente risolto le proprie violazioni, ma l’app Grok rimaneva non conforme. Di conseguenza, abbiamo respinto la modifiche di Grok e notificato allo sviluppatore che sarebbero state necessarie ulteriori modifiche per rimediare alla violazione, oppure l’app avrebbe potuto essere rimossa dall’App Store.».

    In buona sostanza, Apple aveva bocciato i primi tentativi di xAI di sistemare il problema, giudicandoli però insufficienti. Solo dopo ulteriori modifiche ha approvato la versione aggiornata, definendola «sostanzialmente migliorata». Ma la minaccia di rimozione era stata formalizzata.

    Apple e la minaccia di rimuovere l'app Grok di xAI
    Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Come si arrivò a quel punto

    Per chi ha seguito questa vicenda su InTime Blog, il contesto è abbastanza chiaro.

    Come ricordato in apertura, tra il 25 dicembre 2025 e l’8 gennaio 2026, Grok ha generato circa 4,6 milioni di immagini, di cui circa 3 milioni sessualizzate e circa 23.000 raffiguranti minori.

    Come avevo analizzato nell’articolo sulle migliaia di immagini di nudo generate da Grok, un’inchiesta di Bloomberg aveva quantificato il fenomeno: 6.700 immagini sessualizzate all’ora, 84 volte più dei principali siti di deepfake messi insieme.

    Ricorderete il post di Musk del 31 dicembre 2025, un’immagine di sé stesso in bikini generata da Grok, che aveva causato un’impennata del 1.400% nella generazione di contenuti simili.

    Come sottolineato più volte, in questa vicenda scatenata dalla funzionalità libera permettendo a chiunque di modificare immagini, le vittime non avevano strumenti per difendersi: donne che segnalavano immagini sessualizzate delle proprie foto a X non ricevevano risposta, o ricevevano notifiche che «non vi erano violazioni delle regole».

    X ha poi limitato la generazione di immagini agli abbonati paganti. Ma come avevo scritto nell’analisi sulla spunta blu che non rende sicura la generazione di immagini, spostare la funzionalità dietro un paywall non è una misura di sicurezza.

    Lo dimostrava il fatto che l’utente che aveva chiesto a Grok di manipolare l’immagine della donna uccisa a Minneapolis era un abbonato verificato. E come avevo ricordato nell’articolo sui numeri degli abbonamenti di X, la limitazione agli abbonati ha finito per monetizzare lo scandalo stesso.

    Lo scandalo Grok si è esteso ovunque

    Il 26 gennaio l’Unione Europea aveva aperto un’indagine formale DSA contro X per le immagini generate da Grok, con sanzioni potenziali fino al 6% del fatturato globale.

    Il DPC irlandese ha avviato un’indagine GDPR, con potenziali sanzioni fino al 4% del fatturato. Il Regno Unito ha varato una nuova legge con pene detentive fino a due anni per chi genera deepfake intimi non consensuali.

    E poi c’è la Francia. Il 3 febbraio la procura di Parigi, insieme a Europol, ha perquisito gli uffici parigini di X. Musk e l’ex CEO Linda Yaccarino sono stati convocati per un’audizione fissata per il 20 aprile, vale a dire tra pochi giorni.

    Negli Stati Uniti, il TAKE IT DOWN Act, firmato nel maggio 2025, entrerà in vigore a maggio 2026 rendendo reato federale la pubblicazione di immagini intime non consensuali generate da IA.

    Il DEFIANCE Act, approvato dal Senato il 13 gennaio citando esplicitamente lo scandalo Grok, consente alle vittime di citare in giudizio i creatori per danni fino a 150.000 dollari. E sono già in corso almeno tre cause legali contro xAI.


    Cosa dicono il TAKE IT DOWN Act e il DEFIANCE Act

    Il TAKE IT DOWN Act, firmato il 19 maggio 2025, è la prima legge federale Usa a criminalizzare la diffusione di immagini intime non consensuali, siano esse reali o generate dall’IA. La norma impone alle piattaforme l’obbligo di rimuovere tali contenuti entro 48 ore dalla segnalazione, prevedendo sanzioni penali e multe per chi pubblica o minaccia di diffondere tali immagini.

    Complementare a questo è il DEFIANCE Act, approvato dal Senato nel gennaio 2026, che colma un vuoto fondamentale: permette alle vittime di citare in giudizio civile i creatori di deepfake sessualizzati, richiedendo danni economici significativi.

    Per quanto riguarda l’operatività:

    • Il TAKE IT DOWN Act è tecnicamente in vigore dal giorno della firma, ma le piattaforme hanno tempo fino al 19 maggio 2026 per implementare procedure di segnalazione chiare e visibili.
    • Il DEFIANCE Act, dopo il via libera del Senato di metà gennaio 2026, deve ora completare l’iter alla Camera per diventare pienamente esecutivo.

    Due norme Usa che permetteranno di passare da una fase di “far west” digitale a una in cui la responsabilità civile e penale inizia a pesare anche nel mondo dei falsi artificiali.


    La generazione di immagini con sessualizzare con Grok continua

    Un secondo report di NBC documenta che Grok continua a generare immagini sessualizzate non consensuali, seppur in volumi ridotti.

    Gli utenti hanno sviluppato tecniche di aggiramento: chiedono a Grok di «abbinare la posa» di una foto di celebrità a una figura stilizzata in posizione suggestiva, o di «scambiare gli abiti» tra due foto. I video animati rappresentano una nuova frontiera di abuso.

    La risposta di Musk è stata la solita, ossia quella di provare a minimizzare e ad attaccare. In risposta ai provvedimenti del governo Uk, ha definito il governo di Starmer «fascista», ha sfidato pubblicamente gli utenti a «provare a violare la moderazione di Grok» ricevendo immediatamente risposte con contenuti nudi, e la risposta ufficiale di xAI ai giornalisti è stata «Legacy Media Lies».

    Il paradosso di questa vicenda è che la stessa reazione di Musk ha finito per amplificare la crisi, invece di placarla.

    Cosa potrebbe succedere adesso

    La rivelazione della lettera di Apple dimostra che i gatekeeper degli store hanno utilizzato la leva della rimozione come strumento di pressione, anche se non l’hanno esercitata fino in fondo.

    Apple ha anche rimosso 28 app «nudify» dal proprio store dopo che il Tech Transparency Project ne aveva identificate 47 disponibili su iOS, complessivamente scaricate 705 milioni di volte.

    Ma il vero banco, dicevamo, di prova sarà nelle prossime settimane.

    La scelta di Musk di posizionare Grok come un’intelligenza artificiale «spicy», con meno restrizioni, si scontra ora con un ecosistema normativo globale che non concede più sconti.

    L’integrazione di un generatore di immagini IA con misure di controllo minime all’interno di una piattaforma social da centinaia di milioni di utenti ha creato un rischio enorme. Conosciuto del resto.

    Un rischio tale per cui nessun intervento tardivo di moderazione può pienamente correggere.

    Ed è questo il punto in cui ci troviamo oggi. La lettera di risposta di Apple ci dice che il rischio c’è ed è conosciuto anche ai grandi gatekeeper. E le possibilità che la prossima volta si possa scrivere un esito diverso non è del tutto remota.

    Intanto, staremo a vedere cosa emergerà dall’audizione di Musk e della Yaccarino a Parigi.

  • Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Meta sta sviluppando un clone IA di Zuckerberg per interagire con i dipendenti. È l’ultimo capitolo di un’ossessione decennale per gli alter ego digitali, dalla realtà virtuale del 2016 al metaverso, fino alla superintelligenza.

    Partiamo da questa scena. Barcellona, febbraio 2016, quindi 10 anni fa al Mobile World Congress. Mark Zuckerberg fa il suo ingresso spettacolare in una sala gremita di giornalisti, mentre nessuno di loro lo nota. Sono tutti girati dalla parte opposta, immersi in visori per la realtà virtuale, intenti a osservare una scena che si svolge altrove, in un mondo simulato.

    Lui passa alla loro destra con un’espressione soddisfatta, quasi trionfante. Un’immagine che diventerà virale e storica allo stesso tempo e, a guardarla bene, fa ancora oggi un certo effetto.

    Quella scena oggi quasi surreale dava l’idea di quello che sarebbe stata la realtà virtuale social secondo Zuckerberg: un networking di persone riprodotto in un mondo non reale, totalmente ricostruito, simulato. Una realtà non reale attraverso la quale provare instaurare relazioni tra persone.

    Sono passati dieci anni esatti da allora e in questi giorni Zuckerberg ci riprova, con strumenti diversi certo, ma sempre con lo stesso identico pallino. Ossia quello di creare alter ego digitali che possano essere presenti ovunque senza esserci fisicamente.

    Secondo quanto riportato dal Financial Times, Meta sta sviluppando un clone IA fotorealistico del suo CEO, addestrato sui suoi modi di fare, sul suo tono e sulle sue dichiarazioni pubbliche, con l’obiettivo di farlo interagire con i dipendenti quando Zuckerberg non può o non vuole farlo di persona. Il CEO stesso starebbe supervisionando il progetto, dedicandoci dalle cinque alle dieci ore a settimana di quello che ormai si chiama vibe coding (sviluppo software con l’assistenza della IA).

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso
    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Un nuovo tentativo di cloni digitali dopo 10 anni

    Per capire cosa sta succedendo oggi ritorniamo a quel febbraio 2016.

    Due anni prima Facebook aveva acquisito Oculus VR per 2 miliardi di dollari, e Zuckerberg non aveva mai fatto mistero che quello fosse il segnale di un futuro nella realtà virtuale. Al Mobile World Congress di Barcellona 2016, quel futuro sembrava essere arrivato.

    Con la realtà virtuale le opportunità di connessione tra amici sarebbero state molte di più, al punto da vivere insieme, quindi virtualmente, esperienze che si svolgono in parti del mondo diverse. Era il pallino di Zuckerberg, e dopo aver lanciato il più grande social network, voleva passare alla storia anche come il pioniere della realtà virtuale in salsa social.

    Cinque anni dopo, nell’ottobre 2021, quel pallino diventa addirittura strategia aziendale. Facebook Inc. cambia nome e diventa Meta. L’accoglienza del nuovo nome fu tutt’altro che entusiasmante. A molti sembrò un’operazione di maquillage per distrarre l’opinione pubblica dai Facebook Papers e dalle rivelazioni di Frances Haugen.

    Ma si trattava anche di una mossa strategica con investimenti da 10 miliardi di dollari e l’assunzione di 10.000 persone in Europa. Tutto con l’obiettivo di costruire il metaverso.

    Il metaverso era la versione aggiornata della stessa visione: mondi virtuali dove le persone avrebbero potuto incontrarsi, lavorare, socializzare attraverso avatar digitali. Il concetto di alter ego era al centro di tutto. Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, avrebbe dovuto essere il luogo dove tutto questo si sarebbe materializzato.

    Il metaverso, la promessa non mantenuta

    Ma le cose non sono andate come previsto.

    Reality Labs, la divisione dedicata al metaverso, ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta ha tagliato la spesa per il metaverso fino al 30%. E il colpo più simbolico è arrivato poche settimane fa: Horizon Worlds verrà rimosso dalla VR il prossimo 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.

    Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.

    L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto. Adesso si parla di Muse Spark e i Superintelligence Labs,

    In buona sostanza, Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, e dirottati centinaia di miliardi di dollari verso l’IA. Con l’addio di Yann LeCun e la rimozione di Chris dalla supervisione dell’IA, il ventottenne Alexandr Wang è diventato il primo Chief AI Officer nella storia dell’azienda.

    Ma restiamo concentrati sul tema. Dopo tutto questo, il pallino di Zuckerberg non è cambiato. È cambiata solo la tecnologia con cui cerca di realizzarla, ma la sua idea nel corso di questi anni è rimasta intatta.

    Mark Zuckerberg al MWC 2016
    Mark Zuckerberg al MWC 2016

    Dal metaverso al clone IA

    Nel 2016 la visione era la realtà virtuale social: essere presenti in un altro luogo senza esserci fisicamente. Nel 2021 è diventato metaverso: vivere in mondi virtuali attraverso avatar. Nel 2026 è la superintelligenza personale: avere un compagno IA che ci conosce profondamente e può agire al posto nostro.

    Il clone IA di Zuckerberg si inserisce perfettamente in questa progressione. Non è un’idea nuova, è la stessa idea di sempre realizzata con strumenti diversi. L’obiettivo resta quello di creare versioni digitali di persone reali che possano interagire al posto loro.

    Va detto, Meta ci ha già provato. Nel 2023 l’azienda aveva annunciato che avrebbe pagato milioni di dollari a celebrity come Snoop Dogg per trasformarle in chatbot. Il progetto è stato un fallimento e i chatbot hanno finito per fare dichiarazioni imbarazzanti per conto dei loro equivalenti in carne e ossa.

    Nel 2024 è arrivato AI Studio, che permette ai creator di Instagram di costruire versioni IA di se stessi per interagire con i fan via DM. Anche questo progetto ha avuto i suoi problemi, al punto che Meta ha dovuto bloccare l’accesso ai teenager dopo le critiche sulla salute mentale dei minori.

    Ora Zuckerberg sta applicando la stessa logica, partendo da se stesso.

    Il clone IA sarà addestrato non solo sui suoi modi di fare e sul suo tono, ma anche sul suo pensiero recente riguardo alle strategie aziendali. L’idea, secondo il Financial Times, è che i dipendenti possano sentirsi più connessi al fondatore attraverso le interazioni con il suo avatar digitale.

    La trasformazione del CEO nel corsi di questi 10 anni

    Nel 2016, quando Zuckerberg immaginava la realtà virtuale social, il ruolo del CEO di una grande azienda tecnologica era sostanzialmente quello di guida interna. Certo, le figure come lui erano già personaggi pubblici, ma la loro funzione principale restava quella di dirigere l’azienda, non di rappresentarla costantemente verso l’esterno.

    Dieci anni dopo, quel ruolo è cambiato radicalmente. I CEO delle grandi piattaforme di oggi sono diventati figure mediatiche a tutti gli effetti, produttori di contenuti che incarnano la visione aziendale.

    Lo vediamo con Sam Altman di OpenAI, che costruisce la propria immagine pubblica attraverso podcast, interviste, post sui social.

    E lo vediamo con lo stesso Zuckerberg, che negli ultimi anni ha curato attentamente la propria trasformazione da nerd impacciato a imprenditore sportivo e appassioandosi alle arti marziali miste.

    Il CEO non è più solo chi prende le decisioni. È una figura oggi che comunica la narrazione, che costruisce il brand, che incarna l’identità dell’azienda agli occhi del pubblico, degli investitori, delle istituzioni.

    E adesso Zuckerberg vuole clonare proprio quella figura.

    Cosa significa davvero clonare il CEO

    Se il ruolo del CEO moderno include la costruzione di una narrazione, la comunicazione di una visione, l’incarnazione di valori aziendali, cosa succede quando quella figura viene replicata artificialmente?

    Un avatar IA addestrato sulle dichiarazioni pubbliche e sul pensiero strategico di Zuckerberg può rispondere a domande, offrire feedback, partecipare a riunioni. Ma potrebbe incarnare una visione? Potrebbe trasmettere fiducia? Potrebbe davvero prendere decisioni che comportano responsabilità?

    Il Financial Times riporta che esiste anche un progetto separato, un CEO agent progettato per aiutare Zuckerberg a recuperare informazioni e svolgere compiti al suo posto.

    Si tratta di due progetti distinti ma complementari: uno clona la presenza, l’altro automatizza le funzioni.

    C’è poi la questione della governance. Se l’avatar IA di Zuckerberg dà un feedback a un dipendente, chi è responsabile di quel feedback? Se prende una posizione su una questione strategica, quella posizione riflette davvero il pensiero del CEO o si parla di approssimazione della IA? E se il clone dice qualcosa di sbagliato, come è già successo con i chatbot delle celebrity, chi ne risponde?

    Certo che sono tutte questioni che saranno risolte, ove mai questo progetto prenderà davvero piede, ma sono comunque domande da porsi in questo frangente.

    Dieci anni dopo, la stessa domanda

    Ma la realtà virtuale social affascina o inquieta?

    Dieci anni dopo, la domanda è la stessa ma la tecnologia, e il mondo, è cambiata.

    Non si tratta più di mondi virtuali dove incontrarsi come avatar, oggi si parla di creare copie di persone reali, che possano agire, parlare, decidere al loro posto. E se il primo esperimento è il CEO di una delle aziende più potenti del mondo, il passo successivo potrebbe essere davvero chiunque.

    Il Financial Times riporta che se l’esperimento con Zuckerberg avrà successo, Meta prevede di permettere ai creator di costruire avatar IA di se stessi, espandendo il progetto dimostrato al Meta Connect del 2024.

    Nel frattempo, tra licenziamenti e nuove strategie sulla IA, Meta sta spingendo i propri dipendenti a usare strumenti di automazione e software agentici.

    Insomma, Zuckerberg dimostra che il suo obiettivo resta quello di sempre. E per trasformarlo in realtà sarebbe disposto a cambiare anche la sua azienda. Il primo tentativo col metaverso è andato come abbiamo visto. Forse quello con la IA gli potrebbe andare bene. Forse.

  • X nel 2026, l’algoritmo del proprietario ha vinto

    X nel 2026, l’algoritmo del proprietario ha vinto

    L’analisi di Nate Silver rivela come X nel 2026 sia dominata da account di destra di bassa qualità. Al centro di tutto ovviamente c’è Musk. Non è visibilità organica, ma è l’algoritmo del proprietario che ha ribaltato la piattaforma.

    Quando Elon Musk ha acquistato Twitter nell’ottobre 2022, ha promesso di trasformarlo in una piazza digitale dove la libertà di espressione avrebbe trionfato. Tre anni e mezzo dopo, quella piazza è diventata qualcosa di molto diverso. Vale a dire un ecosistema chiuso dove prosperano account di bassissima qualità, teorie complottiste e disinformazione sistematica, mentre il giornalismo tradizionale viene progressivamente marginalizzato.

    E il grafico pubblicato da Nate Silver su Silver Bulletin lo dimostra con una chiarezza lascia spazio davvero a poche interpretazioni.

    L’immagine che si vede qui in basso è molto chiara. Si nota una costellazione di bolle che rappresentano gli account con più engagement su X nei primi mesi del 2026.

    Al centro c’è, ovviamente, Elon Musk con i suoi 223 milioni di follower e il boost algoritmico che si è costruito su misura.

    Attorno a lui, una galassia quasi interamente rossa: Pop Base, Catturd, Jackson Hinkle, Libs of TikTok, Laura Loomer, Scott Presler. Gli account blu, quelli che Silver classifica come liberal, sono pochi e marginali. Ma il dato più importante, forse, non è lo squilibrio politico, quello lo sapevamo già, ma è la qualità di ciò che genera engagement.

    Catturd preferito al New York Times: la vittoria della spazzatura

    C’è un dettaglio nel grafico di Silver che va evidenziato, ed è l’account Catturd, un profilo satirico di estrema destra, che genera più engagement del New York Times. Sì, si chiama letteralmente «Catturd» e che pubblica contenuti di qualità infima. E grazie alla spinta dell’algoritmo supera in interazioni una delle testate giornalistiche più importanti del mondo. E non è un caso isolato.

    Come avevo scritto analizzando l’evoluzione dell’algoritmo di X con Grok, la piattaforma di Musk ha progressivamente abbandonato qualsiasi pretesa di neutralità. Quello che vediamo oggi è il risultato finale di un processo iniziato subito dopo l’acquisizione: la costruzione dell’algoritmo del proprietario, come lo definisco ormai da tempo, che premia ciò che il proprietario vuole amplificare e penalizza ciò che vuole silenziare.

    Non si tratta di crescita organica, è ingegneria algoritmica

    Qualcuno potrebbe sostenere che questo spostamento rifletta semplicemente le preferenze degli utenti, che la destra americana sia più attiva sui social media, che si tratti di una dinamica organica.

    Ma poi i fatti raccontano una storia diversa. Prima dell’acquisizione di Musk, gli account con più engagement su Twitter erano figure come Taylor Swift, Barack Obama, Cristiano Ronaldo: celebrità che erano seguite da milioni di follower senza particolari spinte algoritmiche. Twitter lasciava che la rilevanza emergesse dalle interazioni reali degli utenti.

    Oggi quella che abbiamo sotto gli occhi è una situazione radicalmente diversa.

    Musk si è costruito un boost algoritmico personale – algoritmo del proprietario in purezza. I link esterni vengono sistematicamente penalizzati, una strategia che Silver definisce «miope» perché trasforma X in un giardino recintato dove i contenuti di qualità non hanno ragione di entrare.

    Gli account con la spunta blu legacy, quelli che avevano ottenuto la verifica prima dell’era Musk, sono stati progressivamente condannati all’irrilevanza. E il sistema di monetizzazione premia chi rimane sulla piattaforma e genera engagement, non chi produce contenuti verificati o approfonditi.

    Silver usa una metafora ecologica molto efficace per descrivere questo fenomeno. Infatti paragona X a un’isola remota dove, per mancanza di competizione, si sviluppano creature strane.

    È il cosiddetto effetto isola: in assenza di predatori naturali, prosperano specie che non sopravviverebbero in un ecosistema più competitivo. Il drago di Komodo esiste solo perché vive su isole isolate dell’Indonesia.

    In buona sostanza, Catturd esiste solo perché l’algoritmo di X lo protegge dalla competizione con contenuti di qualità.

    X, come i social media, sempre meno rilevanti per contenuti di qualità

    I social media, e X in particolare, stanno diventando sempre meno rilevanti per chi produce contenuti di qualità.

    Il New York Times ha 53 milioni di follower su X, eppure i suoi tweet generano spesso poche centinaia di like. È una sproporzione che non si spiega con il declino dell’interesse per il giornalismo. Ma si spiega con un algoritmo che penalizza sistematicamente i link esterni e i contenuti che portano gli utenti fuori dalla piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario ha vinto

    Come avevo raccontato qui su questo blog, fin dall’inizio della vicenda Twitter/Musk, l’obiettivo dell’acquisizione non è mai stato quello dichiarato.

    Non si trattava di salvare la libertà di espressione o di combattere la censura.

    Si trattava di costruire una macchina di amplificazione per un certo tipo di contenuti: quelli che servono agli interessi politici e commerciali del proprietario. E quel progetto, possiamo dirlo, è andato a buon fine.

    Il grafico di Nate Silver non è solo una fotografia dello stato attuale di X. È la prova documentale di un’operazione riuscita.

    L’algoritmo del proprietario ha ribaltato completamente l’ecosistema della piattaforma, trasformandola da spazio di conversazione pubblica a camera di risonanza per disinformazione, teorie complottiste e propaganda politica.

    Resta da vedere se questa traiettoria sia reversibile o se X sia destinata a diventare sempre più marginale nel dibattito pubblico.

    Il processo già in corso coinvolge tutte le piattaforme social media, nessuna esclusa.

    L’algoritmo del proprietario ha vinto la battaglia per il controllo della piattaforma. Ma potrebbe aver perso la guerra per la sua rilevanza. Staremo a vedere, come sempre.

  • Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    I documenti depositati nella causa Musk contro OpenAI rivelano messaggi privati tra i due CEO. Zuckerberg offrì supporto al DOGE e Musk propose un’offerta congiunta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una convergenza strategica che ribalta anni di rivalità pubblica.

    Mark Zuckerberg si è offerto di aiutare Elon Musk e il suo DOGE.

    Lo rivelano i documenti depositati venerdì scorso nell’ambito della causa che Musk ha intentato contro Sam Altman e OpenAI, e vale la pena soffermarsi un attimo perché racconta molto più di un semplice scambio di messaggi tra due miliardari.

    Vi ricordate dove li avevamo lasciati? Era il 2023, e i due si stavano organizzando per sfidarsi a duello, un combattimento che avrebbe dovuto tenersi addirittura al Colosseo, con l’allora ministro Sangiuliano che si era offerto come mediatore istituzionale per ospitare lo scontro del secolo.

    L’inizio della rivalità tra Zuckerberg e Musk

    Una rivalità che in realtà affondava le radici molto più indietro. Un esempio si ebbe nel 2016, quando l’esplosione di un razzo SpaceX distrusse un satellite Facebook che si trovava a bordo. Da quel momento in poi i due sono andati avanti con provocazioni reciproche e dichiarazioni al vetriolo.

    Eppure, nel corso dell’ultimo periodo, qualcosa è cambiato, e i documenti giudiziari ci permettono oggi di ricostruire la sequenza con una certa precisione.

    Il primo segnale risale al 13 dicembre 2024, quando Zuckerberg scrisse a Musk per avvisarlo personalmente che qualcuno aveva fatto trapelare la lettera con cui Meta chiedeva all’Attorney General della California di bloccare la transizione di OpenAI verso un modello for-profit. Una lettera in cui Meta sosteneva esplicitamente che Musk fosse “qualificato e ben posizionato per rappresentare gli interessi dei californiani” nella sua battaglia legale contro Altman.

    Zuckerberg e Musk, insieme nel segno di Trump

    Poi è arrivato il 20 gennaio 2025, il giorno dell’insediamento di Trump, e la scena che si è presentata agli occhi del mondo ha reso evidente ciò che stava accadendo.

    Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai sedevano insieme in prima fila, più vicini al nuovo presidente di molti dei suoi stessi consiglieri, gli unici non familiari in grado letteralmente di sussurrare all’orecchio di Trump o Vance dal palco.

    Ciascuno di loro aveva versato un milione di dollari per l’evento, e Zuckerberg aveva annunciato pochi giorni prima l’abbandono del fact-checking sulle piattaforme Meta, una svolta che segnava un allineamento politico ormai inequivocabile.

    Ma è il 3 febbraio 2025 che la convergenza diventa operativa, come riportano i documenti.

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici
    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    E uniti contro OpenAI di Sam Altman

    Alle 22:04, Zuckerberg scrive a Musk congratulandosi per i progressi del DOGE e offrendo supporto concreto: i suoi team sono pronti a rimuovere i contenuti che minacciano o fanno doxxing ai collaboratori di Musk. “Fammi sapere se c’è qualcos’altro che posso fare per aiutare”, conclude.

    Meno di mezz’ora dopo, Musk risponde con un cuore e rilancia: “Sei aperto all’idea di fare un’offerta per la proprietà intellettuale di OpenAI con me e alcuni altri?”. Zuckerberg propone di discuterne a voce, Musk dice che chiamerà la mattina dopo.

    Una settimana più tardi, il 10 febbraio, un consorzio guidato da xAI presenta un’offerta non sollecitata da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI, con l’obiettivo dichiarato di bloccare la sua trasformazione in società for-profit. Zuckerberg alla fine non firmò la lettera d’intenti e il board di OpenAI respinse l’offerta, ma il fatto che l’ipotesi sia stata contemplata racconta una storia che va ben oltre i rapporti personali tra i due.

    Zuckerberg, Musk e Trump: una convergenza strategica

    Quello che emerge da questa ricostruzione è un quadro di convergenza strategica guidata da interessi comuni. OpenAI e Sam Altman rappresentano una minaccia esistenziale sia per xAI di Musk che per gli investimenti di Meta nell’intelligenza artificiale, e questo ha creato le condizioni per un allineamento che sarebbe stato impensabile solo due anni fa.

    A questo si aggiunge l’abbraccio condiviso dell’amministrazione Trump, con Meta che ha abbandonato le politiche di moderazione dei contenuti proprio alla vigilia dell’insediamento, e la consapevolezza che la transizione di OpenAI verso il for-profit minaccia entrambi i loro modelli di business.

    Un abbraccio che proprio in questi giorni ha trovato una nuova formalizzazione: mercoledì scorso Trump ha nominato Zuckerberg nel President’s Council of Advisors on Science and Technology, il panel che fornirà consulenza alla Casa Bianca su intelligenza artificiale e politiche tecnologiche.

    Dal duello al Colosseo all’offerta congiunta per OpenAI il passo è stato più breve di quanto chiunque potesse immaginare, e forse questo ci dice qualcosa su come funzionano davvero le dinamiche di potere nella Silicon Valley di oggi.

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