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  • Deepfake, il governo Uk vara la legge contro Grok questa settimana

    Deepfake, il governo Uk vara la legge contro Grok questa settimana

    Il governo Uk ha annunciato l’arrivo in questa settimana di una nuova legge per contrastare il fenomeno deepfake di Grok: 2 anni di carcere per la creazione di deepfake; stop alla distribuzione di software di denudazione; sanzioni per le piattaforme fino al 10% del fatturato globale annuo.

    Il governo del Regno Unito ha deciso di imprimere un’accelerazione decisa alla regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale generativa. Dopo giorni in cui si sono rincorse tante notizie, il governo di Starmer ha optato per la strada regolatoria.

    Secondo quanto riportato BBC, in questa settimana entra in vigore la nuova fattispecie di reato che punisce la sola creazione di deepfake intimi non consensuali. La norma prevede pene detentive fino a due anni di reclusione per chiunque generi tali immagini, a prescindere dall’intento di condividerle o pubblicarle.

    La svolta legislativa, integrata nel Data Use and Access Act, introduce un ulteriore livello di restrizione: il divieto di diffusione.

    Londra si prepara a rendere illegali i software e i servizi di “denudazione”, ovvero gli strumenti progettati per denudare digitalmente attraverso l’uso di immagini di persone reali.

    L’obiettivo è colpire la filiera tecnologica alla radice, rendendo perseguibili non solo gli utenti, ma anche gli sviluppatori e i distributori di tali applicazioni.

    Deepfake, il governo Uk vara la legge contro Grok questa settimana
    Deepfake, il governo Uk vara la legge contro Grok questa settimana

    La pressione su X e i blocchi internazionali

    L’iniziativa di Downing Street giunge in un momento di forte pressione su Grok, l’IA di xAI integrata nella piattaforma X. Nei giorni scorsi, Malesia e Indonesia hanno già provveduto a bloccare l’utilizzo di Grok integrato nella piattaforma X, citando l’assenza di filtri efficaci.

    Il Premier britannico, Keir Starmer, è intervenuto direttamente sulla vicenda con un monito esplicito: “se le piattaforme non dimostreranno di poter controllare i propri strumenti e proteggere i cittadini, lo Stato utilizzerà pienamente i propri poteri coercitivi”.

    Keir Starmer annuncio legge deepfake Regno Unito gennaio 2026
    Keir Starmer annuncio legge deepfake Regno Unito gennaio 2026

    La Technology Secretary, Liz Kendall, ha rincarato la dose definendo questi software “armi di abuso” che “alimentano la misoginia e la violenza sessuale”, confermando che la scelta di X di limitare queste funzioni agli utenti Premium non è considerata una misura di sicurezza valida.

    Liz Kendall, Segretaria di Stato Uk per la Scienza, l'Innovazione e la Tecnologia
    Liz Kendall, Segretaria di Stato Uk per la Scienza, l’Innovazione e la Tecnologia

    I numeri dell’emergenza: i dati Ofcom e NPCC

    L’urgenza del provvedimento è dettata da evidenze che hanno alimentato il senso di emergenza:

    • Produzione estesa di deepfake: le stime indicano che tramite Grok vengono generate circa 6.700 immagini pornografiche non consensuali ogni ora, spesso coinvolgendo figure pubbliche e minori.

    • Incremento dei reati: secondo il National Policing Statement 2024 dell’NPCC, la violenza abilitata dalla tecnologia contro donne e ragazze è aumentata del 37% tra il 2018 e il 2023.

    • Sanzioni: l’autorità Ofcom ha ora il mandato per procedere con indagini che possono portare a sanzioni pecuniarie fino al 10% del fatturato globale annuo di X per il mancato rispetto dei doveri di cura stabiliti dall’Online Safety Act.


    Legge Uk colpisce il ciclo deepfake

    Con l’attivazione delle nuove norme, il Regno Unito si posiziona come il primo mercato occidentale a criminalizzare l’intero ciclo di vita del deepfake: dalla progettazione del software alla sua fornitura, fino alla generazione della singola immagine.

    La messa al bando dei servizi di “denudazione” e l’introduzione della responsabilità penale individuale segnano, possiamo dirlo, la fine della fase di autoregolamentazione per le aziende produttrici di IA generativa.

  • TikTok US, ora c’è la firma: il 22 gennaio 2026 sarà operativa

    TikTok US, ora c’è la firma: il 22 gennaio 2026 sarà operativa

    TikTok US prenderà il via il prossimo 22 gennaio 2026. ByteDance e TikTok hanno firmato gli accordi vincolanti per la joint venture americana. Oracle avrà un ruolo cruciale, con accesso all’algoritmo.

    La firma dell’accordo è finalmente arrivata. ByteDance e TikTok hanno firmato, giovedì 18 dicembre 2025, gli accordi vincolanti per la creazione di TikTok US.

    A comunicarlo è stato il CEO Shou Chew in un memo interno ai dipendenti, confermato da diverse testate internazionali.

    Dopo mesi di trattative, proroghe e tensioni diplomatiche tra Washington e Pechino, la piattaforma video più discussa degli ultimi anni entra in una nuova fase. Quella definitiva, almeno sulla carta, relativamente agli Usa ricordiamolo.

    L’accordo segue l’ordine esecutivo firmato da Donald Trump nel settembre scorso, che aveva delineato la struttura della nuova entità americana. Adesso quella struttura ha una data di chiusura prevista per il 22 gennaio 2026.

    TikTok US, la struttura della joint venture

    La nuova entità si chiamerà TikTok USDS Joint Venture LLC. La governance sarà affidata a un consiglio di amministrazione composto da sette membri, a maggioranza americana.

    Sul fronte della proprietà, il consorzio di investitori americani deterrà il 50% della nuova società. Oracle, Silver Lake e MGX, il fondo degli Emirati Arabi, controlleranno ciascuno il 15%. Gli affiliati degli attuali investitori di ByteDance manterranno circa il 30,1%, mentre ByteDance conserverà una quota del 19,9%.

    Il valore complessivo dell’operazione è stimato in circa 14 miliardi di dollari. Una cifra che riflette il peso di TikTok nel mercato americano, dove la piattaforma conta oltre 170 milioni di utenti.

    TikTok US, ora c'è la firma: il 22 gennaio 2026 sarà operativa
    TikTok US, ora c’è la firma: il 22 gennaio 2026 sarà operativa

    Il ruolo di Oracle e la sicurezza dei dati

    Come già ricordato, Oracle assume un ruolo centrale nell’operazione. La società di Larry Ellison, storico sostenitore di Trump, diventa il trusted security partner responsabile dell’audit e della certificazione della conformità ai termini di sicurezza nazionale.

    La joint venture americana sarà responsabile della protezione dei dati degli utenti statunitensi, della sicurezza dell’algoritmo, della moderazione dei contenuti e della garanzia software. Oracle supervisionerà lo storage delle informazioni degli americani, in linea con quanto annunciato dalla Casa Bianca nei mesi scorsi.

    Un passaggio cruciale riguarda l’algoritmo di raccomandazione. La nuova entità dovrà riallenare l’algoritmo sui dati degli utenti americani per garantire che il feed dei contenuti sia libero da manipolazioni esterne. Questo è il cuore della questione sicurezza che ha animato l’intero dibattito su TikTok negli Stati Uniti.

    Le criticità che restano aperte

    Non mancano le perplessità. Molti esperti ed osservatori hanno osservato che l’accordo non interrompe completamente i legami con ByteDance. Secondo queste voci, la struttura somiglia più a un accordo di franchising che lascia la tecnologia core in Cina, piuttosto che a una vera dismissione.

    La legge approvata dal Congresso nel 2024 richiedeva una separazione netta tra TikTok US e ByteDance.

    La struttura negoziata dall’amministrazione Trump sembra aggirare questo requisito, mantenendo ByteDance come licenziante dell’algoritmo e gestore delle attività commerciali globali, inclusi e-commerce, advertising e marketing sulla piattaforma americana.

    Dalla Cina ancora non è stato espresso un comunicato ufficiale sull’approvazione della transazione. Un passaggio non scontato, considerando che Pechino aveva posto il veto alla cessione dell’algoritmo già nel 2020.

    TikTok US e l’algoritmo del proprietario

    Come ho già osservato in passato, siamo di fronte a un altro caso di quello che definisco algoritmo del proprietario. L’accesso di Oracle al codice sorgente di TikTok apre scenari inediti sulla possibilità di modellare l’algoritmo di raccomandazione secondo gli interessi dei nuovi proprietari.

    X, sotto la gestione di Elon Musk, ha già dimostrato come la proprietà di una piattaforma possa influenzarne profondamente i meccanismi di distribuzione dei contenuti. Con TikTok US la dinamica sarà diversa, ma l’accesso privilegiato all’algoritmo da parte di soggetti vicini al governo americano solleva interrogativi legittimi.

    La fine di una storia iniziata nel 2020

    La firma degli accordi segna la conclusione di una saga iniziata nel 2020, quando la prima amministrazione Trump aveva tentato di vietare TikTok con un ordine esecutivo poi annullato da Biden.

    La legge bipartisan del 2024 ha riportato la questione al centro dell’agenda politica, costringendo ByteDance a trovare una soluzione per mantenere la piattaforma operativa negli Stati Uniti.

    Un compromesso che non accontenta tutti

    Il risultato è un compromesso che soddisfa parzialmente entrambe le parti. Gli Stati Uniti ottengono il controllo formale sulla piattaforma e sui dati degli utenti americani. ByteDance mantiene una presenza, seppur minoritaria, e continua a licenziare la tecnologia che ha reso TikTok un fenomeno globale.

    La domanda resta la stessa di settembre.

    Quanto durerà l’equilibrio trovato? In poco più di un mese, anche se c’è la firma, tutto ancora potrebbe succedere.

    La firma dell’accordo resta comunque un punto di non ritorno nella storia di TikTok. E resta un capitolo importante nella storia delle piattaforme digitali alla voce “Sovranità digitale”.

  • Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Operation Bluebird, startup guidata dall’ex responsabile marchi di Twitter, ha chiesto all’USPTO di cancellare i marchi Twitter e tweet da X Corp per rilanciare la piattaforma con twitter.new.

    È una di quelle notizie che, a prima lettura, sembra quasi paradossale. Ma sicuramente mette di buonumore i tanti nostalgici che dal 2022 sperano in un ritorno.

    Negli anni abbiamo assistito a piattaforme che hanno segnato il tempo, poi scomparse quando gli algoritmi sono diventati più importanti degli utenti. E ora si torna a parlare di Twitter, mai del tutto dimenticato.

    Eppure è tutto vero, e la base legale su cui poggia è tutt’altro che trascurabile.

    Operation Bluebird, una startup con sede in Virginia, ha presentato lo scorso 2 dicembre 2025 una petizione formale all’U.S. Patent and Trademark Office (USPTO) per chiedere la cancellazione dei marchi registrati “Twitter” e “tweet“, attualmente detenuti da X Corp, la società di Elon Musk.

    L’obiettivo è quello di utilizzare quei marchi per lanciare una nuova piattaforma social, chiamata twitter.new, che intende riportare in vita lo spirito originario della “piazza pubblica digitale” che Twitter rappresentava prima dell’acquisizione da parte di Musk nel 2022.

    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter
    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Chi c’è dietro Operation Bluebird

    La startup non è guidata da improvvisati. Anzi, il team legale conosce molto bene il terreno ispido su cui si muove.

    Stephen Jadie Coates, general counsel di Operation Bluebird, è stato Associate Director for Trademarks, Domain Names and Marketing di Twitter dal 2014 al 2016. È stato lui, di fatto, il primo responsabile marchi assunto dall’azienda, colui che ha costruito da zero la strategia di protezione del brand Twitter. Conosce ogni sfumatura legale di quei marchi perché li ha gestiti in prima persona.

    Al suo fianco c’è Michael Peroff, fondatore di Operation Bluebird, avvocato specializzato in proprietà intellettuale e protezione dei marchi con base nell’Illinois e quasi 15 anni di esperienza nel settore.

    Non si tratta quindi di un tentativo opportunistico di qualche sconosciuto. Chi sta dietro questa operazione ha le competenze tecniche per comprendere esattamente cosa sta facendo e quali sono le probabilità di successo.

    L’argomento legale: l’abbandono del marchio

    La petizione di Operation Bluebird si basa su un principio cardine del diritto dei marchi statunitense. In buona sostanza: se non usi un marchio commercialmente, rischi di perderlo.

    Il Lanham Act (15 U.S.C. § 1127) stabilisce infatti che un marchio si considera “abbandonato” quando il suo uso è stato interrotto con l’intenzione di non riprenderlo.

    Secondo la normativa americana, tre anni consecutivi di non utilizzo creano una presunzione di abbandono. E qui i fatti sono abbastanza chiari:

    • Il logo del celebre uccellino blu (internamente chiamato “Larry Bird”) è stato completamente rimosso.
    • La piattaforma è stata ribattezzata X, con conseguente migrazione dell’interfaccia e del branding.
    • Il 17 maggio 2024, X Corp ha completato l’integrazione finale, reindirizzando definitivamente twitter.com verso x.com.
    • Il termine “tweet” è stato sostituito con “post” in tutta l’interfaccia e nelle comunicazioni ufficiali.

    Come ha dichiarato Coates a Reuters: “X ha abbandonato legalmente il marchio TWITTER“. La questione, secondo lui, è “straightforward”, lineare.

    Il paradosso del rinnovo del 2023

    Un elemento interessante della vicenda riguarda il fatto che X Corp ha effettivamente rinnovato la registrazione del marchio Twitter nel 2023. Ma quel rinnovo è stato approvato mentre l’azienda stava attivamente eliminando ogni traccia del brand dai propri prodotti e servizi.

    Come osservato da esperti di proprietà intellettuale, questa situazione crea un paradosso. Infatti, rinnovare un marchio che si sta pubblicamente demolendo è un po’ come “rinnovare l’abbonamento alla palestra mentre la stai demolendo”.

    Il semplice rinnovo burocratico, in assenza di un uso commerciale effettivo, potrebbe non bastare a proteggere il marchio. Altri esperti, come Mark Lemley, professore di diritto a Stanford ed esperto di diritto dei brand, sostiene che “un uso meramente simbolico non basta a preservare il marchio”.

    Interfaccia twitter.new
    Interfaccia twitter.new

    Il progetto twitter.new

    Operation Bluebird non si limita a chiedere la cancellazione dei marchi. Nei fatti, ha già presentato una domanda di registrazione per “Twitter” e sta costruendo una piattaforma alternativa.

    Sul sito twitter.new è già possibile riservare il proprio username in vista del lancio, previsto potenzialmente per la fine del 2026.

    Il messaggio sulla homepage è programmatico: “The public square is broken, but we still believe in it. One brand tried to fix it, then burned it all down. We are bringing it back – this time with trust” – La piazza pubblica è rotta, ma ci crediamo ancora. Un brand ha provato a sistemarla, poi ha dato fuoco a tutto. La stiamo riportando in vita – questa volta con fiducia.

    Come ha spiegato Peroff ad Ars Technica, l’obiettivo non è solo rilanciare un nome: “Esistono certamente alternative come Threads, Mastodon e Bluesky, ma nessuna ha raggiunto la scala o il riconoscimento del brand che Twitter aveva prima dell’acquisizione di Musk“.

    Ha aggiunto Coates: “Ricordo quando celebrity reagivano ai miei contenuti su Twitter durante il Super Bowl o altri eventi. Vogliamo che quell’esperienza torni, quella piazza pubblica dove tutti eravamo coinvolti insieme“.

    Quali gli scenari che si aprono

    La petizione di Operation Bluebird apre scenari legali interessanti e pone X Corp di fronte a un dilemma strategico. X Corp ha tempo fino ai primi di febbraio 2026 per presentare una risposta formale alla petizione di cancellazione.

    Se X decidesse di difendere i marchi, dovrà dimostrare di utilizzarli ancora commercialmente o di avere intenzione di riprenderne l’uso. Ma questo contraddirebbe le dichiarazioni pubbliche di Musk e le azioni concrete dell’azienda negli ultimi due anni. Difendere un brand che hai pubblicamente “annullato” creerebbe inoltre un paradosso enorme: se Twitter ha ancora valore, perché l’hai abbandonato?

    Se X non difendesse i marchi, Operation Bluebird potrebbe appropriarsi di uno dei nomi più riconoscibili nella storia dei social media. Un brand costruito in oltre 15 anni passerebbe nelle mani di una startup. Per ricominciare a volare.

    C’è però un terzo elemento da considerare. Anche in caso di cancellazione dei marchi registrati, X Corp potrebbe comunque citare in giudizio Operation Bluebird per violazione di marchio basandosi sul concetto di “residual goodwill” (avviamento residuo).

    La domanda che tutti gli esperti, e non solo, si fanno in questo momento: “Ma davvero Musk spenderebbe milioni di dollari per proteggere un brand che ha deliberatamente gettato nella spazzatura?“. In effetti, Operation Bluebird sta scommettendo che la risposta sia no.

    Gli utenti legati ancora a Twitter

    Già a settembre 2023, a pochi mesi dal rebranding, avevo riportato come il 69% degli utenti americani continuasse a chiamare la piattaforma ‘Twitter’.

    Inoltre, i dati più recenti confermano la stessa tendenza.

    Secondo un’analisi di Omnisend su oltre 14.500 email di marketing (luglio 2024), l’89% dei brand a livello globale – con punte del 95% in Italia – continua a riferirsi alla piattaforma con il vecchio nome.

    E secondo YouGov (2024), il 55% degli utenti giornalieri americani la chiama ancora Twitter. Il brand costruito in 17 anni non si cancella con un cambio di logo.

    Le implicazioni più ampie

    Al di là dell’esito specifico di questa controversia del tutto inattesa, il caso Operation Bluebird solleva questioni rilevanti per il mondo corporate e per chiunque si occupi di brand management.

    In primo luogo, evidenzia i rischi di un rebranding totale senza una chiara strategia di gestione dei marchi legacy. Le aziende che cambiano radicalmente identità devono decidere se difendere formalmente i vecchi marchi, cederli in modo controllato, o accettare che possano essere reclamati da altri.

    In secondo luogo, il caso dimostra che marchi iconici non sono immuni dall’abbandono legale. Anche un nome riconosciuto globalmente come Twitter può diventare vulnerabile se il proprietario smette di utilizzarlo in modo sostanziale.

    Infine, la vicenda rappresenta un interessante precedente su come le decisioni di un singolo proprietario possano alterare radicalmente il destino di asset intangibili dal valore inestimabile.

    Musk ha pagato 44 miliardi di dollari per Twitter nel 2022; ma ora qualcun altro potrebbe ottenere il diritto di usare quel nome attraverso una petizione legale.

    Per chiudere, la vicenda Operation Bluebird rappresenta qualcosa di più di una vicenda legale. È un caso che potrebbe stabilire, intanto, un precedente significativo su come le aziende tech gestiscono (o non gestiscono) i propri asset di brand durante processi di rebranding radicale.

    E se tutto dovesse andare bene, permetterebbe all’uccellino blu di tornare a volare. Senza che ci sia di mezzo Elon Musk.

  • L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    La Commissione UE multa X, la piattaforma di Elon Musk, per €120 milioni. Si tratta della prima sanzione della storia ai sensi del DSA. Tre le violazioni: spunta blu ingannevole, assenza di trasparenza pubblicitaria, mancato accesso ai ricercatori.

    Dopo oltre due anni di indagini, la Commissione Europea ha inflitto oggi, 5 dicembre 2025, la prima multa della storia ai sensi del Digital Services Act (DSA). A riceverla è X, la piattaforma di Elon Musk.

    La multa ammonta a €120 milioni (circa 140 milioni di dollari) per tre violazioni degli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento europeo sui servizi digitali.

    Si tratta di una decisione attesa, che seguo su questo blog da aprile scorso, quando il New York Times anticipò l’imminenza della sanzione, e che si inserisce in un contesto di tensioni crescenti tra Bruxelles e Washington.

    Una decisione che, al di là della cifra, modesta se rapportata al patrimonio di Musk, stimato in oltre 450 miliardi di dollari, segna un precedente storico per la regolamentazione delle piattaforme digitali in Europa.

    L'UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli
    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    Le tre violazioni accertate: spunta blu, pubblicità e ricercatori

    La Commissione Europea ha individuato tre specifiche violazioni degli obblighi di trasparenza previsti dal DSA.

    La prima, e forse la più significativa, riguarda il design ingannevole della spunta blu. Quella che un tempo era il simbolo – gratuito – di verifica delle identità ufficiali è diventata, sotto la gestione Musk, un servizio a pagamento. Il problema, secondo i regolatori europei, è che un account con la spunta blu potrebbe non essere più un utente reale, ma un bot. Questo espone gli utenti a truffe e manipolazioni, minando la fiducia nella piattaforma.

    La seconda violazione riguarda l’opacità del registro pubblicitario. Il DSA impone alle piattaforme di mantenere un archivio pubblico di tutte le inserzioni pubblicitarie, con dettagli su chi le ha pagate e a quale pubblico erano destinate. Questo strumento serve a ricercatori e utenti per individuare truffe, pubblicità ingannevoli e campagne di influenza coordinate. Il registro di X, secondo la Commissione, è compromesso da barriere di accesso e eccessivi ritardi nell’elaborazione delle richieste.

    La terza violazione riguarda il mancato accesso ai dati pubblici per i ricercatori. X avrebbe eretto “barriere non necessarie” per impedire agli studiosi di accedere ai dati della piattaforma, ostacolando di fatto la ricerca indipendente sulla disinformazione e sulla manipolazione dell’informazione.

    La posizione della Commissione: “Modesta ma proporzionata”

    A presentare la decisione è stata Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia. La Commissaria si è così espressa: “Ingannare gli utenti con le spunte blu, oscurare le informazioni sulla pubblicità e chiudere le porte ai ricercatori non hanno posto online nell’UE. Con questa prima decisione di non conformità al DSA, riteniamo X responsabile di aver minato i diritti degli utenti e di aver eluso la trasparenza”.

    La Commissaria ha poi risposto alle accuse di censura arrivate dagli Stati Uniti: “È molto importante sottolineare che il DSA non ha nulla a che fare con la censura. Non siamo qui per imporre le multe più alte. Siamo qui per assicurarci che la nostra legislazione digitale venga applicata. Se rispetti le nostre regole, non ricevi multe. È così semplice”.

    La multa, ha precisato Virkkunen, è stata calcolata sulla base della natura delle violazioni, della loro gravità in termini di utenti UE coinvolti e della durata delle inadempienze. Una sanzione “modesta ma proporzionata“, ben al di sotto del massimo previsto dal DSA, che può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.

    Le tempistiche: 60 e 90 giorni per adeguarsi

    X ha ora 60 giorni per comunicare alla Commissione come intende risolvere il problema del design ingannevole delle spunte blu, e 90 giorni per presentare un piano per risolvere le criticità del registro pubblicitario e dell’accesso ai dati per i ricercatori.

    Il mancato adeguamento potrebbe comportare ulteriori sanzioni.

    È importante sottolineare che questa decisione riguarda solo una parte dell’indagine su X. Restano aperte altre due procedure. Nello specifico, una sulla gestione dei contenuti illegali e sulle misure per contrastarli; l’altra sull’algoritmo di raccomandazione, con particolare attenzione alla radicalizzazione terroristica e alle campagne elettorali. Su questi fronti, la Commissione non ha ancora raggiunto conclusioni preliminari.

    La reazione del vicepresidente Usa, J.D.Vance

    La tensione tra Washington e Bruxelles si era già manifestata prima ancora che la multa fosse annunciata. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha pubblicato su X un post al vetriolo: “Circolano voci che la Commissione UE multerà X per centinaia di milioni di dollari per non aver praticato la censura. L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per spazzatura“.

    Non è la prima volta che Vance si scaglia contro la regolamentazione digitale europea.

    A febbraio di quest’anno, durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva definito i Commissari europei “commissari dell’UE”, evocando la polizia politica sovietica. Un linguaggio che tradisce una visione profondamente diversa del rapporto tra piattaforme digitali, libertà di espressione e responsabilità.

    La decisione, come già altre volte ricordato, arriva peraltro in un momento delicato per le relazioni transatlantiche, già sotto pressione per le questioni commerciali e per la guerra in Ucraina.

    Fonti europee hanno precisato che la politica americana non ha influenzato la decisione, e che il ritardo di due anni nell’arrivare alla sanzione è dovuto alla volontà di costruire un caso giuridicamente solido, anticipando un probabile ricorso da parte di X.

    Il contesto: da Twitter a xAI, la trasformazione di una piattaforma

    Per comprendere il significato di questa sanzione, è utile fare un passo indietro.

    Come ricorderete, lo abbiamo raccontato qui su InTime Blog, Musk ha acquisito Twitter nell’ottobre 2022 per 44 miliardi di dollari, ribattezzandola X e avviando una radicale ristrutturazione. Un ribaltamento totale della piattaforma a suon di tagli massicci al personale, revisione degli algoritmi, monetizzazione della spunta blu.

    A marzo 2025, X è stata acquisita da xAI, la società di intelligenza artificiale fondata da Musk nel 2023. L’operazione, interamente in azioni, ha valutato X 33 miliardi di dollari (45 miliardi, meno 12 miliardi di debito) e xAI 80 miliardi.

    Una fusione che, nelle parole di Musk, punta a “combinare dati, modelli, potenza di calcolo, distribuzione e talento” per costruire “una piattaforma che non si limiti a riflettere il mondo, ma che acceleri attivamente il progresso umano”.

    Questa integrazione rende la multa odierna ancora più significativa. La sanzione è stata emessa nei confronti di Musk e xAI, che ora possiede X. E apre scenari inediti sulla regolamentazione delle piattaforme che integrano social media e intelligenza artificiale.

    Una sanzione che era attesa

    Questa sanzione non arriva inattesa per chi legge InTime Blog.

    Ad aprile, analizzavo gli scenari possibili sulla base delle anticipazioni del New York Times, che parlava di una multa potenziale superiore al miliardo di euro.

    A maggio, raccontavo la lettera di venti eurodeputati alla Commissaria Virkkunen, che dopo 500 giorni dall’apertura dell’indagine chiedevano risposte concrete su bias algoritmico, disinformazione e rischi per la democrazia.

    Oggi quelle risposte, almeno in parte, sono arrivate. La sanzione è inferiore alle previsioni, certo, ma il messaggio dell’UE è chiaro: le regole valgono per tutti. Anche per l’uomo più ricco del mondo.

    In quali paesi del mondo X è effettivamente vietata

    In queste ore, dopo la multa comminata dall’UE a X per la violazione del DSA, come abbiamo visto, in 3 precisi ambiti, è scattata la narrazione secondo cui l’Unione Europea censura la libertà di parola.

    E, ovviamente, non è vero. La multa non c’entra con la libertà di espressione.

    Ma questa è l’occasione per fare chiarezza e per sapere dove al momento X è davvero vietata, e per quale motivo.

    Ecco i paesi in cui X è vietata:

    PAESI IN CUI X È ATTUALMENTE VIETATA

    Paese Data del ban Motivazione
    Cina giugno 2009 Controllo politico dopo le rivolte nello Xinjiang. Blocco di tutte le piattaforme social straniere per prevenire influenze estere e contenuti “politicamente sensibili”
    Iran 2009 Elezioni presidenziali contestate. Blocco per impedire la diffusione del dissenso e controllare la narrativa governativa
    Corea del Nord 2016 Controllo totale dell’informazione. Accesso a internet limitato a pochi funzionari di alto rango
    Turkmenistan 2008 Controllo totale dell’informazione. Accesso solo tramite intranet statale “Turkmenet”. Blocca anche Facebook, YouTube, WhatsApp
    Russia marzo 2022 Invasione dell’Ucraina. Roskomnadzor mantiene il blocco perché X non ha rimosso oltre 1.300 contenuti “vietati” (critiche alla guerra, contenuti anti-governativi)
    Myanmar febbraio 2021 Colpo di stato militare. Blocco per reprimere il dissenso e controllare il flusso di informazioni
    Venezuela agosto 2024 Proteste post-elettorali contro Maduro. Ban iniziale di 10 giorni, poi esteso a tempo indefinito. Motivazione ufficiale: “incitamento all’odio, al fascismo e alla guerra civile”

     

    In molti, proprio in queste ore stanno, paragonando l’UE alla Corea del Nord. Solo che alla luce della realtà tutto questo suona come un cortocircuito che spiega molte cose.

    Cosa comporta la multa a X

    Questa prima sanzione ai sensi del DSA rappresenta un test cruciale per la credibilità della regolamentazione europea sulle piattaforme digitali.

    Per la prima volta, l’Unione Europea dimostra di essere disposta a passare dalle parole ai fatti, sanzionando una delle piattaforme più influenti al mondo e sfidando apertamente le pressioni politiche americane.

    La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Musk ha già annunciato l’intenzione di contestare eventuali sanzioni in tribunale, e le altre indagini su X restano aperte.

    Ma una cosa è certa. Questo passaggio finirà per inasprire le relazioni Usa-UE in un delicato momento storico. Una parte politica americana, molto consistente, spingerà affinché l’amministrazione Trump adotti iniziative in risposta a questa multa.

    Quindi c’è da attendersi, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane una reazione da parte degli Usa che non sarà solo rumorosa.

    Staremo a vedere.

  • Spotify Wrapped 2025, ecco artisti e classifiche in Italia e nel mondo

    Spotify Wrapped 2025, ecco artisti e classifiche in Italia e nel mondo

    Ecco l’atteso Spotify Wrappred 2025, il racconto musicale dell’anno. Bad Bunny è l’artista più ascoltato al mondo, Sfera Ebbasta in Italia. C’è molto Sanremo negli ascolti e infatti Olly domina canzoni e album. Tra i podcast, Elisa True Crime si conferma al primo posto.

    Spotify ha lanciato oggi, 3 dicembre 2025, il Wrapped 2025, l’atteso appuntamento annuale che restituisce agli utenti una fotografia personalizzata del proprio anno di ascolti.

    La piattaforma di streaming musicale conferma numeri significativi: oltre 700 milioni di utenti in tutto il mondo hanno contribuito a definire le tendenze musicali e podcast dell’anno appena trascorso.

    L’esperienza in-app, disponibile da oggi direttamente nell’applicazione aggiornata per iOS e Android, offre un percorso immersivo e personalizzato che mette in relazione i gusti individuali con i trend globali. Una formula che si conferma vincente e che trasforma le scelte di ascolto individuali in tendenze collettive.

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    Wrapped 2025, il panorama italiano: rap in cima, Sanremo motore del successo

    La classifica degli artisti più ascoltati in Italia nel 2025 vede il ritorno in vetta di Sfera Ebbasta, seguito da Shiva, Guè, Geolier e Marracash.

    Il rap si conferma genere dominante, ma con sfumature sempre più diversificate: dal mumble rap di Tony Boy (artista selezionato in Spotify RADAR Italia 2024) all’emergente Glocky, parte di Spotify RADAR Italia 2025 e già alla posizione 50 della classifica generale.

    Il dato più rilevante riguarda tuttavia il ruolo di Sanremo come fucina di successi. Ben quattro brani su dieci nella top 10 delle canzoni più ascoltate provengono direttamente dal Festival: “Balorda nostalgia” di Olly e Juli al primo posto, seguita da “Incoscienti Giovani” di Achille Lauro, “LA CURA PER ME” di Giorgia e “BATTITO” di Fedez.

    La canzone e l’album più ascoltati in Italia sono entrambi di Olly: “Balorda nostalgia” (con Juli) e “TUTTA VITA (SEMPRE)” segnano l’affermazione di una nuova generazione di cantautori che affianca il dominio del rap.

    ANNA regina delle artiste per il terzo anno consecutivo

    Nella classifica delle artiste più ascoltate, ANNA si conferma al primo posto per il terzo anno di fila, seguita da Elodie e Rose Villain. Taylor Swift e Lady Gaga completano la top 5, mentre tra le italiane si distinguono Annalisa, Elisa e Giorgia.

    Sonorità latine e contaminazione: il caso La Plena

    Il panorama musicale italiano mostra una crescente apertura alle influenze internazionali. “La Plena – W Sound 05” di W Sound, Beéle e Ovy On The Drums si piazza al quarto posto tra le canzoni più ascoltate, mentre “DtMF” di Bad Bunny entra in quinta posizione. L’album “DeBÍ TiRAR MáS FOToS” dello stesso Bad Bunny raggiunge il quarto posto nella classifica album Italia, a testimonianza di come le sonorità latine siano ormai parte integrante della colonna sonora del Paese.

    Wrapped 2025, gli italiani che conquistano il mondo

    I Måneskin si confermano gli artisti italiani più ascoltati all’estero per il quarto anno consecutivo. Al secondo posto la dance di Gabry Ponte, seguita dal neoclassicismo-minimalista di Ludovico Einaudi. Damiano David, voce dei Måneskin, conquista il quarto posto grazie al lancio del suo album solista “FUNNY little FEARS (DREAMS)”, mentre Laura Pausini chiude la top 5.

    Wrapped 2025, lo scenario globale: Bad Bunny domina con 18,8 miliardi di ascolti

    A livello mondiale, Bad Bunny torna a essere l’artista più ascoltato per la quarta volta nella storia di Wrapped (dopo 2020, 2021 e 2022), con oltre 18,8 miliardi di ascolti. Sul podio anche Taylor Swift e The Weeknd, seguiti da Drake e Billie Eilish.

    “Die With A Smile” di Lady Gaga e Bruno Mars è la canzone più ascoltata al mondo nel 2025, con oltre 1,7 miliardi di riproduzioni. Seguono “BIRDS OF A FEATHER” di Billie Eilish, “APT.” di ROSÉ e Bruno Mars, “Ordinary” di Alex Warren e “DtMF” di Bad Bunny.

    L’album più ascoltato a livello globale è “DeBÍ TiRAR MáS FOToS” di Bad Bunny con oltre 7,7 miliardi di riproduzioni totali, seguito dalla colonna sonora del film Netflix “KPop Demon Hunters” e da “HIT ME HARD AND SOFT” di Billie Eilish.

    Wrapped 2025, podcast: il true crime non conosce crisi

    In Italia il true crime si conferma il genere podcast più ascoltato. “Elisa True Crime” di Elisa De Marco raggiunge il primo posto per il terzo anno consecutivo, seguito da “Indagini” di Stefano Nazzi. A completare la top 5 ci sono “Stories” di Cecilia Sala, “Passa dal BSMT” di Gianluca Gazzoli e “ONE MORE TIME di Luca Casadei”. Dato interessante: il 50% dei podcast nella top 10 italiana sono video podcast, a conferma di un formato in crescita.

    A livello globale, “The Joe Rogan Experience” si riconferma il podcast più ascoltato per il sesto anno consecutivo, seguito da “The Diary of a CEO with Steven Bartlett” e “The Mel Robbins Podcast”.

    Le novità dell’esperienza Wrapped 2025

    Spotify Wrapped 2025 introduce diverse nuove funzionalità nell’esperienza in-app. Tra le novità principali: “Età in base agli ascolti”, uno strumento che confronta i gusti musicali con quelli di altri ascoltatori della stessa fascia d’età; la visualizzazione dell’album più ascoltato dell’anno; la possibilità di ricevere clip personalizzate dal proprio podcaster preferito; la classifica dei “top fan” che permette di scoprire la propria posizione nella classifica mondiale degli ascoltatori del proprio artista preferito.

    Interessante anche la novità dei “Club in base agli ascolti”, sei categorie che rappresentano diversi stili di ascolto, e “Wrapped Party”, un’esperienza interattiva per rivivere il proprio anno musicale in tempo reale con altri utenti.

    Spotify ha inoltre lanciato la Wrapped Creator Experience 2025, dedicata a podcaster, artisti, inserzionisti e, per la prima volta, anche agli autori, permettendo di esplorare come i fan hanno interagito con i propri contenuti durante l’anno.

    I numeri di Spotify

    Spotify conta attualmente una community di oltre 713 milioni di utenti, di cui 281 milioni abbonati a Spotify Premium, distribuiti in più di 180 paesi. La piattaforma ospita più di 100 milioni di brani, quasi 7 milioni di podcast e oltre 350 mila audiolibri.

    Le classifiche Wrapped 2025

    Artisti Italia Artiste Italia Italiani all’estero
    1. Sfera Ebbasta 1. ANNA 1. Måneskin
    2. Shiva 2. Elodie 2. Gabry Ponte
    3. Guè 3. Rose Villain 3. Ludovico Einaudi
    4. Geolier 4. Taylor Swift 4. Damiano David
    5. Marracash 5. Lady Gaga 5. Laura Pausini
    6. Tony Boy 6. Annalisa 6. MEDUZA
    7. Olly 7. Elisa 7. Eros Ramazzotti
    8. Lazza 8. Billie Eilish 8. Andrea Bocelli
    9. Artie 5ive 9. Giorgia 9. Gigi D’Agostino
    10. Kid Yugi 10. Rihanna 10. Baby Gang
    Canzoni Italia Album Italia Podcast Italia
    1. Balorda nostalgia – Olly, Juli 1. TUTTA VITA (SEMPRE) – Olly, Juli 1. Elisa True Crime
    2. Incoscienti Giovani – Achille Lauro 2. DIO LO SA – Geolier 2. Indagini
    3. NEON – Sfera Ebbasta, Shiva 3. SANTANA MONEY GANG – Sfera Ebbasta, Shiva 3. Stories
    4. La Plena – W Sound 05 – W Sound, Beéle, Ovy On The Drums 4. DeBÍ TiRAR MáS FOToS – Bad Bunny 4. Passa dal BSMT
    5. DtMF – Bad Bunny 5. LA BELLAVITA – Artie 5ive 5. ONE MORE TIME di Luca Casadei
    6. LA CURA PER ME – Giorgia 6. LOCURA – Lazza 6. La Zanzara
    7. Ora che non ho più te – Cesare Cremonini 7. Tropico Del Capricorno – Guè 7. Il podcast di Alessandro Barbero
    8. Per due come noi – Olly, Angelina Mango, Juli 8. Tutti i Nomi del Diavolo – Kid Yugi 8. SUPERNOVA
    9. BATTITO – Fedez 9. VERA BADDIE – ANNA 9. PULP PODCAST
    10. Scarabocchi – Olly, Juli 10. Hello World – Pinguini Tattici Nucleari 10. The Essential
    Artisti Globale Canzoni Globale
    1. Bad Bunny 1. Die With A Smile – Lady Gaga, Bruno Mars
    2. Taylor Swift 2. BIRDS OF A FEATHER – Billie Eilish
    3. The Weeknd 3. APT. – ROSÉ, Bruno Mars
    4. Drake 4. Ordinary – Alex Warren
    5. Billie Eilish 5. DtMF – Bad Bunny
    6. Kendrick Lamar 6. back to friends – sombr
    7. Bruno Mars 7. Golden – HUNTR/X, EJAE, Audrey Nuna, Rei Ami, KPop Demon Hunters Cast
    8. Ariana Grande 8. luther (with sza) – Kendrick Lamar, SZA
    9. Arijit Singh 9. That’s So True – Gracie Abrams
    10. Fuerza Regida 10. WILDFLOWER – Billie Eilish
    Album Globale Podcast Globale
    1. DeBÍ TiRAR MáS FOToS – Bad Bunny 1. The Joe Rogan Experience
    2. KPop Demon Hunters (Soundtrack) – KPop Demon Hunters Cast, HUNTR/X, Saja Boys 2. The Diary Of A CEO with Steven Bartlett
    3. HIT ME HARD AND SOFT – Billie Eilish 3. The Mel Robbins Podcast
    4. SOS Deluxe: LANA – SZA 4. Call Her Daddy
    5. Short n’ Sweet – Sabrina Carpenter 5. This Past Weekend w/ Theo Von
    6. MAYHEM – Lady Gaga 6. Huberman Lab
    7. You’ll Be Alright, Kid – Alex Warren 7. Crime Junkie
    8. I’m The Problem – Morgan Wallen 8. Modern Wisdom
    9. GNX – Kendrick Lamar 9. On Purpose with Jay Shetty
    10. Un Verano Sin Ti – Bad Bunny 10. The Tucker Carlson Show
  • Il down di Cloudflare e la fragilità crescente di Internet

    Il down di Cloudflare e la fragilità crescente di Internet

    Il down di Cloudflare ha bloccato gran parte del web, evidenziando ancora una volta la fragilità dell’infrastruttura digitale nell’era dell’intelligenza artificiale e della sua crescente pressione.

    Nuovi messaggi di errore 500, pagine bianche e servizi inaccessibili. Non si trattava di un problema locale o di singole piattaforme in difficoltà. Il problema, stavolta, era causato da Cloudflare, l’infrastruttura invisibile che gestisce circa il 20% di tutto il traffico internet mondiale.

    Quando in Italia erano circa le 12:20, un’ondata di down ha colpito nello stesso momento X, ChatGPT, Canva, Discord, League of Legends, PayPal, Spotify e centinaia di altri servizi. Per oltre un’ora, una porzione significativa del web è rimasta paralizzata, in quello che si configura come uno dei blackout più estesi degli ultimi mesi.

    Un incidente che arriva a meno di un mese dal down di Amazon Web Services del 20 ottobre, e che solleva nuovamente interrogativi urgenti sulla fragilità dell’infrastruttura digitale nell’era dell’intelligenza artificiale.

    Cronaca di un blackout annunciato

    La prima segnalazione ufficiale è arrivata alle 11:48 UTC sulla pagina Cloudflare Status: “Cloudflare è consapevole di un problema che potrebbe impattare diversi clienti e sta indagando”. Una comunicazione vaga che nascondeva la portata reale del disastro.

    Nel giro di pochi minuti, le segnalazioni su Downdetector sono schizzate a oltre 12.000 per la sola piattaforma X. E a quel punto, anche Downdetector stesso, il servizio che monitora i disservizi online, era irraggiungibile perché si appoggia all’infrastruttura Cloudflare.

    Gli utenti che cercavano conferme sul blackout si ritrovavano davanti a una schermata bianca con un messaggio surreale. Rendendo quindi impossibile verificare se internet funzionasse, perché il sistema di verifica stesso era offline.

    I problemi tecnici erano i soliti ed evidenti, come errori 500 (Internal Server Error) diffusi, loop infiniti nei controlli di sicurezza che verificano se l’utente è umano, dashboard di Cloudflare inaccessibile persino per gli amministratori di sistema che cercavano di capire cosa stesse accadendo.

    Anche la stessa pagina di stato del servizio mostrava segni di malfunzionamento, con la formattazione CSS che si sgretolava lasciando solo testo grezzo.

    Per comprendere l’ampiezza del blackout, basta guardare l’elenco dei servizi rimasti offline o gravemente rallentati.

    Il down di Cloudflare e la fragilità crescente di Internet
    Il down di Cloudflare e la fragilità crescente di Internet

    Social media e comunicazione: X (ex Twitter) ha registrato picchi di 12.374 segnalazioni su Downdetector, con accessi intermittenti per oltre un’ora. Discord, utilizzato da milioni di gamer e community online, è rimasto inaccessibile.

    Intelligenza artificiale e produttività: ChatGPT di OpenAI ha mostrato il messaggio “please unblock challenges.cloudflare.com to proceed”, impedendo l’accesso al chatbot più utilizzato al mondo. Anche Sora, l’applicazione per video brevi di OpenAI, è rimasta offline.

    La pagina di stato di OpenAI ha confermato: “un problema con uno dei nostri fornitori di servizi di terze parti”. Canva, la piattaforma di design utilizzata da milioni di professionisti, era completamente irraggiungibile. Persino Claude AI ha sofferto di un’interruzione importante.

    Gaming e intrattenimento: League of Legends ha registrato problemi di connessione diffusi. I siti di modelli 3D per la stampa come Printables e Thangs mostravano errori HTTP 500. Letterboxd, il social network per cinefili, era offline.

    Finanza e crypto: Coinbase, la principale piattaforma di trading crypto, ha subito interruzioni. BitMEX ha confermato un’interruzione legata ai problemi Cloudflare. Arbiscan, il block explorer di Arbitrum, era inaccessibile. DefiLlama, piattaforma fondamentale per i dati DeFi, mostrava errori intermittenti. PayPal e le app di pagamento hanno registrato problemi.

    Servizi quotidiani: Uber e Uber Eats hanno mostrato difficoltà intermittenti con pagamenti e ordini. Persino i chioschi McDonald’s per gli ordini hanno smesso di funzionare in diverse località, come segnalato su Reddit. Spotify ha registrato problemi separati ma contemporanei.

    Infrastruttura Web: Siti di informazione, portali aziendali, piattaforme e-commerce. Hardware Upgrade, tra i principali siti tech italiani, era irraggiungibile. The Register, Notebookcheck e Videocardz mostravano errori 500.

    La lista è solo parziale. Con oltre 35 milioni di siti web che utilizzano Cloudflare secondo le stime più recenti, l’impatto reale è stato molto più ampio di quanto le singole segnalazioni possano raccontare.

    Cos’è Cloudflare e perché un suo problema blocca internet

    Per comprendere la portata di questo ennesimo down, serve capire cosa fa realmente Cloudflare e perché la sua posizione nel web moderno è così cruciale.

    Cloudflare non è un hosting provider come spesso si tende a credere. È un intermediario intelligente che si frappone tra gli utenti e i server dei siti web. Quando visiti un sito protetto da Cloudflare, la tua richiesta non arriva direttamente al server di destinazione. Infatti, passa prima attraverso la rete globale dell’azienda.

    Questo sistema offre vantaggi enormi. Cloudflare distribuisce i contenuti attraverso una Content Delivery Network (CDN) con server in oltre 200 città in più di 100 paesi, rendendo il caricamento delle pagine molto più veloce. Protegge i siti da attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), filtrando il traffico malevolo prima che possa raggiungere i server reali. Gestisce in media 81 milioni di richieste HTTP al secondo, secondo i dati ufficiali dell’azienda.

    I numeri della concentrazione sono impressionanti. Secondo W3Techs, circa l’80,7% di tutti i siti web che utilizzano una CDN si appoggiano a Cloudflare. In termini di quota di mercato assoluta delle CDN, Cloudflare detiene il 39,24%, seguita da Amazon CloudFront con il 24,22%. Tra i top 10.000 siti più popolari al mondo, il 32,8% utilizza Cloudflare.

    Nel 2024, l’azienda ha registrato ricavi per 1,3 miliardi di dollari, con una crescita del 32% anno su anno. Ha 4,1 milioni di clienti totali, di cui 119.206 paganti e 945 grandi aziende che generano ciascuna oltre 100.000 dollari di ricavi annui.

    La struttura dei prezzi di Cloudflare spiega in parte questa diffusione: offre un piano gratuito generoso che ha permesso a milioni di piccoli siti di adottare la piattaforma senza costi iniziali. Una strategia che ha creato una dipendenza strutturale difficile da invertire.

    Le cause: traffico anomalo e altri da verificare

    Alle 13:09 UTC, Cloudflare ha pubblicato l’aggiornamento più significativo: “Il problema è stato identificato e una soluzione è in fase di implementazione”. Ma cosa era successo realmente?

    Un portavoce dell’azienda ha dichiarato ai media: “Abbiamo rilevato un picco di traffico insolito verso uno dei servizi Cloudflare a partire dalle 11:20 UTC. Questo ha causato errori per parte del traffico che passa attraverso la rete Cloudflare. Non conosciamo ancora la causa del picco di traffico insolito”.

    La comunicazione ufficiale parla di un “picco di traffico insolito” verso uno dei servizi Cloudflare, che ha innescato errori a cascata nel traffico che transitava attraverso la rete. L’azienda ha sottolineato di essere al lavoro per garantire che tutto il traffico venga servito senza errori, rimandando l’analisi delle cause dopo il ripristino del servizio.

    Le ipotesi circolate nell’immediatezza hanno considerato diversi scenari. Cloudflare aveva programmato manutenzioni ordinarie in alcuni datacenter. In ogni caso, le manutenzioni programmate di solito prevedono il reindirizzamento del traffico verso altre località, rendendo improbabile che siano state la causa diretta.

    Un attacco DDoS coordinato resta una possibilità, anche se Cloudflare è specializzata proprio nella mitigazione di questo tipo di minacce. Solo due mesi prima, l’azienda aveva bloccato un attacco DDoS record da 11,5 Tbps. L’ipotesi di un attacco sufficientemente sofisticato da superare le difese di Cloudflare potrebbe risultare inquietante riguardo alla sicurezza dell’infrastruttura globale.

    Alan Woodward, esperto di cybersecurity dell’Università del Surrey, ha commentato: “Un servizio così grande raramente ha un singolo punto di fallimento”, sottolineando come sia improbabile che si tratti di un attacco coordinato ma evidenziando la complessità del sistema.

    Un errore di configurazione interna, magari legato al DNS o ai sistemi di routing, è l’ipotesi più probabile secondo molti osservatori tecnici. Un errore di configurazione nei sistemi che traducono i nomi di dominio in indirizzi IP potrebbe spiegare l’effetto a cascata osservato.

    Durante i tentativi di rimedio, Cloudflare ha dovuto disabilitare temporaneamente l’accesso WARP a Londra, il servizio simile a una VPN che instrada il traffico attraverso la rete dell’azienda. Una mossa drastica che indica la gravità dei problemi di routing riscontrati.

    Il down di Cloudflare e la fragilità crescente di Internet
    Il down di Cloudflare e la fragilità crescente di Internet

    Il ripristino graduale e lo stato attuale

    Circa due ore dopo l’inizio del blackout, Cloudflare ha annunciato progressi significativi: “Abbiamo apportato modifiche che hanno consentito il ripristino di Cloudflare Access e WARP. I livelli di errore per gli utenti di Access e WARP sono tornati ai livelli precedenti all’incidente. Abbiamo riattivato WARP Access a Londra. Stiamo continuando a lavorare per ripristinare altri servizi”.

    Il ripristino è avvenuto in modo graduale e geograficamente disomogeneo. Nel Regno Unito, dove i problemi erano particolarmente acuti, il miglioramento è stato evidente da subito. Negli Stati Uniti, con la costa est che si svegliava proprio durante il picco del blackout, le segnalazioni hanno continuato ad aumentare fino alle prime ore del pomeriggio ora locale.

    Alle 13:35 UTC, l’azienda ha confermato: “Stiamo continuando a lavorare per ripristinare il servizio per i clienti dei servizi applicativi”, indicando che alcuni servizi richiedevano ancora interventi specifici.

    Le azioni Cloudflare hanno reagito immediatamente al blackout, perdendo oltre il 5% nelle contrattazioni pre-mercato, poi il calo si è ridotto al 3,5% con l’avanzare della giornata e il graduale ripristino dei servizi.

    Nel pomeriggio italiano, la maggior parte dei servizi risultava nuovamente accessibile, anche se Cloudflare ha avvertito che “i clienti potrebbero continuare a osservare tassi di errore superiori alla norma mentre continuano gli sforzi di ripristino”. Una coda di problemi destinata a persistere mentre gli ingegneri completavano la stabilizzazione completa della rete.

    Sfilza di down ora preoccupanti: da AWS a Cloudflare

    Questo blackout non è un episodio isolato. Come dicevamo all’inizio, arriva a distanza di poche settimane dal down di Amazon Web Services del 20 ottobre 2025, che aveva paralizzato servizi come Perplexity, Canva, Snapchat, Roblox, Fortnite, Signal, Coinbase e Venmo. In quel caso, un problema DNS nella regione US-EAST-1 in Virginia aveva innescato un effetto domino globale.

    Le analogie sono inquietanti. Entrambi gli incidenti hanno coinvolto problemi a livello di infrastruttura di base (DNS e routing), non attacchi esterni o errori applicativi.

    Entrambi hanno colpito simultaneamente servizi apparentemente non correlati, rivelando quanto estesa sia la dipendenza da pochi provider. In entrambi i casi, anche i sistemi di monitoraggio degli outage (come Downdetector) sono finiti offline, creando un vuoto informativo paradossale.

    La differenza principale riguarda il ruolo che svolgono nell’architettura di internet. AWS fornisce l’infrastruttura cloud sottostante (server, storage, database), mentre Cloudflare gestisce il layer di rete e sicurezza, quella parte posizionata davanti ai siti.

    Ma alla fine, il risultato pratico è lo stesso: quando uno dei due giganti cade, una fetta enorme di internet diventa inaccessibile.

    I numeri della concentrazione sono allarmanti. Nel cloud computing, come ricordato qui sul questo blog, AWS detiene circa il 30% del mercato globale IaaS, Microsoft Azure il 20% e Google Cloud il 13%. Insieme controllano oltre il 60% dell’infrastruttura cloud mondiale. Sul fronte delle CDN, Cloudflare domina con quasi l’80% dei siti che usano CDN appoggiate alla sua rete.

    Questo significa che una manciata di aziende, letteralmente tre o quattro player, gestiscono l’infrastruttura critica di internet. E quando una di queste inciampa, gli effetti si propagano istantaneamente a livello globale.

    Perché le interruzioni stanno diventando sempre più frequenti

    La domanda che molti si stanno ponendo dopo questo ennesimo blackout è legittima: perché sembra che internet si stia rompendo così spesso? I dati confermano che non è solo una percezione.

    Secondo i report di Cisco ThousandEyes, il rapporto tra interruzioni dei Cloud Service Provider (CSP) e quelle degli Internet Service Provider (ISP) è cambiato drasticamente. Nel 2022, le interruzioni erano distribuite 89% ISP e 11% CSP. Nel 2023, il rapporto era 83% a 17%. Nel 2024, la ripartizione è schizzata a 73% ISP e 27% CSP, con un’accelerazione significativa proprio nella prima metà dell’anno.

    In termini assoluti, le interruzioni legate alle applicazioni sono aumentate dell’8% nei primi cinque mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023. Ma è la natura di queste interruzioni a raccontare la storia più inquietante: la maggior parte dei blackout maggiori del 2024 è stata causata da errori di configurazione backend o dal fallimento di sistemi automatizzati, non da attacchi esterni o guasti hardware.

    Le cause di questa tendenza sono molteplici e interconnesse.

    L’esplosione della domanda legata all’IA

    Il 2024-2025 rappresenta il momento di massima pressione infrastrutturale mai visto. La spesa per l’infrastruttura cloud è cresciuta del 99,3% anno su anno nel quarto trimestre del 2024, raggiungendo 67 miliardi di dollari. Ma non è crescita ordinaria: è trainata dall’intelligenza artificiale.

    La domanda di infrastruttura AI sta crescendo a ritmi tre volte superiori rispetto ai carichi di lavoro tradizionali. Il mercato dell’infrastruttura IA è passato da 26,18 miliardi di dollari nel 2024 a proiezioni di 221,4 miliardi entro il 2034, con una crescita del 23,8% annuo. Microsoft ha annunciato investimenti per 80 miliardi di dollari in CapEx per il 2025, Alphabet 75 miliardi, Amazon 100 miliardi. Tutti concentrati su datacenter AI, chip personalizzati e piattaforme di training.

    I carichi computazionali sono aumentati in modo esponenziale. I datacenter che prima gestivano 8-10 kW di potenza ora devono sostenere 17 kW, con picchi fino a 100 kW per i deployment AI più avanzati. Questo richiede sistemi di raffreddamento a immersione liquida e infrastrutture elettriche completamente riprogettate.

    Secondo Gartner, entro il 2027 il 40% dei datacenter AI subirà limitazioni operative a causa di carenze energetiche. I datacenter negli Stati Uniti hanno consumato il 4,4% dell’elettricità totale nel 2023, con proiezioni che arrivano al 12% entro il 2028. Il fabbisogno di raffreddamento potrebbe raggiungere 275 miliardi di litri d’acqua all’anno.

    La corsa alla scalabilità sacrifica la resilienza

    La pressione competitiva per rilasciare nuove funzionalità AI, lanciare nuovi servizi, espandere la capacità, è intensa. I cicli di rilascio si accorciano. L’automazione aumenta. Ma l’automazione introduce nuovi punti di fallimento.

    CrowdStrike nel luglio 2024 ha mandato offline 8,5 milioni di dispositivi Windows con un aggiornamento difettoso del Falcon Sensor. Microsoft a novembre 2024 ha causato interruzioni a Outlook per un “cambio di configurazione” che ha generato un’ondata di retry request. Cloudflare nell’aprile 2024 aveva già avuto un blackout causato da un deployment di un nuovo servizio di telemetria che aveva sovraccaricato il control plane di Kubernetes.

    Insomma, sistemi sempre più complessi, modifiche sempre più frequenti, testing sempre meno esaustivo rispetto alla scala reale di deployment. Il risultato sono incidenti che solo pochi anni fa sarebbero stati impensabili.

    L’invecchiamento dell’architettura sotto stress dell’IA

    Molte delle infrastrutture cloud e CDN sono state progettate in un’era pre-AI generativa. I pattern di traffico dell’AI sono diversi: burst intensi di richieste, carichi di inferenza che richiedono bassa latenza, training distribuito che genera traffico inter-datacenter massiccio.

    Adattare architetture esistenti a questi nuovi pattern senza riprogettarle da zero crea stress points. I sistemi di routing, i load balancer, le configurazioni di rete sono ottimizzati per carichi tradizionali. Quando l’AI genera “picchi di traffico insolito” come quelli che hanno colpito Cloudflare, i sistemi faticano a gestirli senza degradazione o failure.

    La concentrazione amplifica ogni singolo errore

    Con il 20% di internet che transita attraverso Cloudflare, con AWS che gestisce il 30% del cloud, con tre hyperscaler che controllano oltre il 60% dell’infrastruttura globale, ogni singolo punto di fallimento diventa un blackout globale.

    Se dieci anni fa un errore di configurazione avrebbe impattato qualche migliaio di siti, oggi lo stesso errore può mandare offline milioni di servizi simultaneamente. La scala amplifica l’impatto di ogni problema tecnico in modo non lineare.

    E non ci sono segnali che questa tendenza si inverta. Anzi. Con l’AI che continua a crescere, con i carichi che aumentano, con la pressione competitiva che spinge verso deployment sempre più aggressivi, è ragionevole aspettarsi che le interruzioni non solo continueranno, ma potrebbero diventare più frequenti e più gravi.

    Questo è il prezzo nascosto dell’infrastruttura centralizzata nell’era dell’intelligenza artificiale. Non è sostenibile tecnicamente, non è sostenibile energeticamente, e come stiamo vedendo con sempre maggiore evidenza, non è sostenibile operativamente.

    Le conseguenze economiche e reputazionali

    Quantificare il costo esatto di un blackout come quello di Cloudflare, ma alcuni dati aiutano a comprendere l’ordine di grandezza.

    Durante il down di AWS di ottobre, le stime hanno calcolato perdite superiori a 75 milioni di dollari all’ora considerando solo i principali servizi impattati. Amazon stessa perde circa 220.000 dollari al minuto quando il suo e-commerce è offline. Applicando parametri simili a Cloudflare, con milioni di siti e servizi offline per oltre due ore, si parla di centinaia di milioni di dollari in perdite aggregate.

    I costi diretti includono transazioni e-commerce non completate, abbonamenti SaaS non accessibili, pubblicità non visualizzate, sessioni di gaming interrotte con relativi acquisti in-app saltati. I costi indiretti sono ancora più significativi: interruzioni dei processi aziendali, perdita di produttività, necessità di supporto clienti straordinario, impatto sulle SLA (Service Level Agreement) con i clienti business.

    Poi c’è la dimensione reputazionale. Per le aziende che dipendono da Cloudflare, ogni minuto di downtime erode la fiducia degli utenti. Per Cloudflare stessa, un incidente di questa portata solleva domande sulla resilienza dell’infrastruttura proprio mentre l’azienda cerca di espandersi nei servizi enterprise e nell’AI.

    Il 17 novembre, un giorno prima del blackout, Cloudflare aveva annunciato l’acquisizione di Replicate, una piattaforma AI che gestisce oltre 50.000 modelli di machine learning. L’obiettivo dichiarato era trasformare Cloudflare Workers in una piattaforma leader per applicazioni AI. Un timing sfortunato che fa riflettere sulla capacità dell’infrastruttura di sostenere carichi crescenti.

    L’intelligenza artificiale generativa sta amplificando una forte pressione infrastrutturale. I modelli di IA richiedono elaborazione intensiva, storage massiccio, bassa latenza per applicazioni real-time. Cloudflare gestisce già milioni di richieste per applicazioni AI attraverso i suoi Worker. AWS, Azure e Google Cloud ospitano i principali modelli foundation del settore.

    Quando l’infrastruttura che supporta l’IA si blocca, non si fermano solo chatbot e generatori di immagini. Si interrompono sistemi di rilevamento frodi, assistenti virtuali per customer service, sistemi di raccomandazione, automazioni aziendali. La dipendenza diventa sempre più profonda e pervasiva.

    Cosa possono fare le aziende (e gli utenti)

    Nell’attesa di eventuali framework regolatori, cosa possono fare concretamente le organizzazioni che dipendono da questi servizi?

    La prima risposta è diversificazione. Progettare sistemi che possano funzionare con provider alternativi, anche a costo di maggiore complessità. Utilizzare multi-CDN, distribuire applicazioni su cloud diversi, implementare fallback verso infrastrutture on-premise per funzioni critiche.

    La seconda è monitoraggio proattivo. Non affidarsi solo ai sistemi di status dei provider, ma implementare controlli indipendenti. Avere registri dettagliati per scenari di disaster recovery che includano esplicitamente i blackout dei provider esterni.

    La terza è trasparenza verso i propri utenti. Comunicare chiaramente le dipendenze infrastrutturali, avere piani di comunicazione pre-definiti per gli outage, gestire le aspettative realisticamente.

    Per gli utenti finali, la consapevolezza è il primo passo. Comprendere che il web moderno, per quanto appaia solido, poggia su fondamenta più fragili di quanto sembri. Avere piani B per attività critiche: contatti alternativi per comunicazioni urgenti, backup locali di documenti importanti, metodi di pagamento diversificati.

    In conclusione, questo nuovo blackout di Cloudflare si aggiunge a una serie di incidenti che stanno mappando i punti di fragilità dell’infrastruttura digitale globale. Dopo AWS a ottobre, dopo il down di CrowdStrike nel luglio 2024 che aveva paralizzato voli e ospedali, dopo le interruzioni di Microsoft Azure, tutto questo inizia ad essere preoccupante. Proprio in relazione a tutto quello che abbiamo visto fin qui.

    La concentrazione in pochi hyperscaler ha senso dal punto di vista dell’efficienza e dei costi. Ma ha un prezzo nascosto in termini di resilienza sistemica che paghiamo collettivamente quando questi nodi critici falliscono.

    Con 35 milioni di siti che dipendono da Cloudflare, con il 20% del web che transita attraverso la sua rete, con l’intelligenza artificiale che spinge la domanda di infrastruttura a livelli senza precedenti, la domanda non è se ci saranno altri blackout. È quando, e quanto saranno gravi.

    La buona notizia è che questi incidenti raramente durano giorni. Il ripristino avviene in termini di ore, a volte, quando va bene, anche in minuti. Ma la cattiva notizia è che la fragilità resta. E in un’epoca in cui la dipendenza dal digitale diventa sempre più totale, ogni blackout è un piccolo collasso che ci ricorda quanto sia precario l’equilibrio su cui poggiamo.

    Un guasto in Virginia può fermare il mondo, come abbiamo visto a ottobre. Un picco di traffico anomalo verso Cloudflare può rendere invisibile un quinto di internet, come abbiamo visto oggi. E la prossima volta? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che ci sarà una prossima volta.

    Perchè alla fine, abbiamo costruito un’infrastruttura digitale straordinariamente potente ed efficiente, ma abbiamo dimenticato di chiederci cosa succede quando si ferma. E continuiamo a scoprirlo sempre nel modo più doloroso possibile.

  • Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Dal 10 febbraio 2026 Facebook eliminerà i pulsanti “Mi piace” e “Commenti” dai siti web. Un cambiamento che segna la fine del web aperto e l’ascesa definitiva delle piattaforme chiuse.

    Meta ha annunciato che dal 10 febbraio 2026 due dei suoi plugin social più iconici scompariranno dal web. Stiamo parlando dei pulsanti “Mi piace” e “Commenti”.

    Una notizia che a molti potrebbe sembrare marginale, quasi una nota in fondo alla pagina nella storia dei social media. Eppure, dietro questo abbandono si nota un chiaro segnale di cambiamento. Quel tipo di cambiamento che sta attraversando le piattaforme social media di cui tutti noi stiamo osservando gli effetti.

    Quando Facebook voleva essere ovunque

    Per capire cosa sta accadendo, dobbiamo fare un passo indietro e arrivare al 2010. In quegli anni Facebook stava vivendo la sua età d’oro. Era nel pieno di una crescita esponenziale, miliardi di utenti attivi e l’ambizione di spingere la piattaforma oltre i suoi naturali confini.

    L’idea era semplice ma rivoluzionaria per quei tempi. E cioè portare il social network in ogni angolo del web attraverso l’Open Graph.

    L’Open Graph era un sistema di protocolli e strumenti per sviluppatori che permetteva ai siti web di integrarsi profondamente con Facebook. In pratica, trasformava ogni pagina web in un “oggetto sociale” che poteva essere condiviso, commentato e apprezzato esattamente come un post su Facebook. I siti diventavano estensioni del social network e Facebook diventava il tessuto connettivo del web.

    Facebook addio ai "Mi piace" e "Commenti": la fine di un'era
    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era


    Cos’è l’Open Graph?

    L’Open Graph è stato lanciato da Facebook nel 2010 come un set di strumenti che permetteva ai siti web di “parlare” con Facebook. Grazie a semplici righe di codice, ogni articolo, pagina o prodotto poteva diventare un contenuto social: gli utenti potevano mettere “Mi piace”, commentare o condividere direttamente dal sito esterno, e queste azioni comparivano nel loro profilo Facebook.

    Era l’epoca in cui Facebook voleva essere il centro del web, non solo una destinazione tra tante.


    I plugin “Mi piace” e “Commenti” rappresentavano l’incarnazione perfetta di questa visione. Permettevano agli utenti di interagire con contenuti esterni senza mai lasciare l’ecosistema Facebook. Un clic su quel bottoncino blu in fondo a un articolo, e l’azione veniva registrata, condivisa, amplificata attraverso il news feed. Per i publisher era una promessa allettante: traffico organico, engagement, visibilità gratuita.

    E per un po’ ha funzionato. Blog, siti di news, portali di ogni tipo si sono riempiti di questi widget azzurri. Era il web sociale, aperto, interconnesso. O almeno così sembrava.

    La motivazione: “un’era precedente dello sviluppo web”

    Nel comunicato ufficiale, Meta spiega la decisione con toni asettici e professionali. I plugin, si legge, “riflettono un’era precedente dello sviluppo web” e “il loro utilizzo è naturalmente diminuito mentre il panorama digitale si è evoluto”.

    Dal punto di vista tecnico, non ci saranno problemi. I plugin diventeranno semplicemente elementi invisibili (0x0 pixel si dice in gergo), senza causare errori o arrecare problemi ai siti.

    Non serve alcuna azione da parte dei webmaster. I bottoncini scompariranno in silenzio, lasciando al massimo qualche riga di codice inutile da ripulire per chi vorrà e saprà farlo.

    Ma la vera domanda è un’altra. Perché questo utilizzo è “naturalmente diminuito”? La risposta ci porta dritti al cambiamento a cui accennavo prima, che ha investito le piattaforme digitali negli ultimi anni.

    Oggi il web che non esce più dalle piattaforme

    La verità è che il modello delle piattaforme è cambiato radicalmente. Oggi gli utenti sono sempre più portati a non uscire più dalle piattaforme per andare sui siti web.

    I contenuti si consumano direttamente dentro Facebook, Instagram, X, TikTok. Le piattaforme hanno costruito spazi enormi, ma chiusi. Dove tutto accade all’interno: video, articoli, conversazioni, acquisti.

    Enormi perché ognuno di essi raccoglie un numero di utenti tale che potrebbe competere con la popolazione dei paesi più grande del pianeta. Suona come una contraddizione parlare delle piattaforme come “spazi chiusi”, ma è la realtà di oggi.

    Il web “aperto”, quello degli anni 2010, dove i social media fungevano da ponte tra piattaforme e siti esterni, ha ceduto il passo a un modello in cui le piattaforme vogliono trattenere le persone dentro il proprio ecosistema.

    Ogni clic verso l’esterno è un’opportunità persa. Ossia, meno tempo sulla piattaforma, meno dati raccolti, meno pubblicità visualizzata.

    Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di una strategia precisa. Meta, come le altre big tech, ha compreso che il vero valore sta nel catturare e trattenere l’attenzione. E l’attenzione non si trattiene abilitando l’uscita verso altri siti, ma costruendo un ambiente dove tutto ciò di cui hai bisogno è già disponibile.

    Ecco chi ci perde

    E quando quei tasti “Mi piace” e “Commenti” hanno smesso di funzionare realmente come generatori di traffico? Difficile dirlo con precisione, ma il declino è stato progressivo.

    Gli algoritmi di Facebook hanno via via ridotto la visibilità dei contenuti esterni nel news feed. Le condivisioni organiche sono diventate sempre meno efficaci. I publisher hanno iniziato a notare che quei bottoncini blu generavano sempre meno clic, sempre meno engagement.

    Eppure, per molti siti, soprattutto quelli di informazione e news che negli anni hanno costruito parte della loro strategia su Facebook, questa dismissione è comunque un campanello d’allarme. Anzi, forse più di un campanello d’allarme.

    Non tanto per il traffico che effettivamente generano oggi questi plugin (probabilmente marginale), ma per ciò che rappresentano. Quindi la fine definitiva di un’era in cui i social media erano alleati dei publisher nel distribuire contenuti.

    Il calo del traffico da Facebook

    Secondo le analisi di Chartbeat e Similarweb nel maggio 2024, il traffico referral da Facebook verso siti di news e media è crollato del 50% in soli 12 mesi (da marzo 2023 a marzo 2024).

    In sei anni, dal marzo 2018 al marzo 2024, il declino è stato del 58%, passando da 1,3 miliardi a 561 milioni di referral mensili. Come percentuale del traffico totale, Facebook è passato dal rappresentare il 30% nel 2018 al 7% nel 2024, per poi scendere ulteriormente al 4% nel novembre 2024 secondo dati Chartbeat riportati da Digiday.

    Le piattaforme preferiscono che gli utenti leggano gli articoli direttamente all’interno dell’app, attraverso formati proprietari come Instant Articles o semplicemente attraverso anteprime sempre più ricche.

    calo traffico referral Facebook
    Calo traffico referral Facebook

    Il contesto più ampio, la “tiktokizzazione” del web

    L’abbandono dei pulsanti Facebook si inserisce in un fenomeno più ampio che potremmo chiamare la “tiktokizzazione” del web. TikTok ha dimostrato che è possibile costruire una piattaforma di successo dove gli utenti passano ore senza mai uscire dall’app, consumando un flusso infinito di contenuti verticali.

    Instagram ha abbracciato questa visione con i Reels. YouTube con gli Shorts. Anche X (ex Twitter) sta spingendo sempre più verso contenuti video nativi. L’obiettivo è lo stesso: massimizzare il tempo trascorso all’interno della piattaforma.

    E quasi tutte le piattaforme stanno via via demotivando il clic verso link esterni, prediligendo contenuti senza link.

    In questo scenario, i plugin che facilitano l’uscita verso siti esterni diventano non solo inutili, ma addirittura controproducenti rispetto alla strategia di business. Meta sta semplicemente prendendo atto di una realtà che era già evidente da tempo.

    Cosa rimane e cosa cambia

    Non tutti i plugin sociali di Facebook stanno scomparendo. Il pulsante “Condividi”, quello con la “F” blu che si vede in fondo a molti articoli, continuerà a funzionare. Condividere un link su Facebook è un’azione che avviene dentro la piattaforma e genera engagement al suo interno. Il “Mi piace” esterno e i commenti esterni, invece, creavano interazioni che vivevano in parte fuori dal controllo di Meta.

    Per i publisher e i proprietari di siti, specie quelli che avevano costruito tutta la strategia di distribuzione su Facebook si fa dura. Non è più tempo di aspettarsi che le piattaforme social portino traffico come succedeva un tempo.

    Il modello è cambiato. Se si vuole raggiungere il pubblico dove si trova, bisogna ripensare l’intera strategia e cercare di essere presenti sulle piattaforme in maniera diversa.

    Le piattaforme digitali sempre più chiuse

    La fine dei “Mi piace” e “Commenti” di Facebook non è un evento isolato, ma il sintomo di una trasformazione strutturale del web. Stiamo passando da un modello distribuito e interconnesso a uno fatto di ecosistemi chiusi e verticalmente integrati.

    Le piattaforme non ambiscono più a essere ponti verso altri siti, ma scelgono di diventare destinazioni finali.

    Questa evoluzione pone domande importanti. Un web frammentato in spazi chiusi, sebbene enormi, è davvero nell’interesse degli utenti? La concentrazione del potere nelle mani di poche piattaforme che controllano l’accesso all’informazione è sostenibile a lungo termine? E i publisher, come possono sopravvivere in un ecosistema dove il traffico organico dai social è sempre più ridotto?

    Non ci sono risposte semplici. Ma è certo che quando quei bottoncini blu scompariranno il 10 febbraio 2026, con loro se ne andrà definitivamente un pezzo della storia del web.

    Un web che, per qualche anno, aveva creduto possibile essere allo stesso tempo sociale, aperto e interconnesso. Prima che le logiche di business e il controllo dell’attenzione prendessero il sopravvento.


    [L’immagine di copertina è stata realizzata utilizzando il modello di IA generativa DALL-E 3]

  • Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza

    Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza

    I numeri del Q3 di Meta mostrano come la società di Zuckerberg sia ormai orientata verso l’intelligenza artificiale. Anzi, verso la superintelligenza: investimenti e infrastrutture puntano a un’intelligenza superiore firmata Meta.

    Questo è quel periodo dell’anno in cui molte aziende quotate fanno un po’ di conti sull’andamento delle piattaforme digitali. apparentemente sono dati che danno noia, numeri finanziari, dati su guadagni e altro. In realtà, in questo preciso momento, sono dati che ci dicono in che direzione stanno procedendo le aziende.

    E vediamo insieme come è andato il terzo trimestre per Meta, la società di Mark Zuckerberg che in questi mesi ha virato completamente sulla IA. Pertanto, il Metaverso, mai del tutto avviato, è già un lontano ricordo.

    Dunque, Meta ha presentato i risultati del terzo trimestre nella giornata del 29 ottobre 2025. I numeri confermano l’assoluto dominio pubblicitario e una visione che guarda ormai sempre più lontano, ossia alla superintelligenza. Ma dietro questa narrazione di successo si nascondono scelte strategiche che ridisegnano il futuro non solo di Meta, ma dell’intero ecosistema tecnologico.

    Partiamo dai dati che contano davvero.

    Le piattaforme Meta, dominio incontrastato

    Quando si parla di Meta nel 2025, non possiamo parlare solo di Facebook. Ormai lo abbiamo imparato bene, stiamo parlando di un ecosistema di comunicazione globale che tocca quotidianamente la quasi totalità del pianeta.

    Nel Q3 2025 (terza trimestrale dell’anno), Meta ha raggiunto 3.54 miliardi di persone che usano almeno una delle sue app ogni giorno. Giusto per comprendere meglio, con tutti i limiti del caso. Ad oggi, la popolazione mondiale è di circa 8.1 miliardi; escludendo 1.4 miliardi di cinesi (dove Meta è bandita), questo significa che Meta raggiunge quasi il 50% della popolazione mondiale accessibile ogni singolo giorno.

    Resta ancora oggi uno dei fenomeni più straordinari della storia della comunicazione, e assume un altro contorno da questo punto di vista.

    Questo numero è cresciuto dell’8% anno su anno. Non è più una crescita esplosiva come avveniva un tempo, a questi livelli di scala, la crescita è per forza moderata. Ma è consistente e significa che nonostante la saturazione in molti mercati sviluppati, Meta continua ad aggiungere centinaia di milioni di nuovi utenti ogni anno.

    Vediamo i dati per ogni singola piattaforma, perché i numeri disaggregati rivelano dinamiche diverse.

    Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza
    Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza

    Instagram, il traguardo dei 3 miliardi di utenti

    Come avevamo già anticipato il mese scorso, Instagram ha raggiunto il traguardo fondamentale in questo Q3 2025, ossia i 3 miliardi di utenti attivi. Significa che Instagram da sola ha più utenti mensili di quanti vivono nella metà della popolazione mondiale.

    Facebook rimane il valore più grande in termini assoluti, ma Instagram rappresenta il vettore di crescita e, soprattutto, il laboratorio dove Meta sperimenta i formati che definiranno il futuro delle piattaforme digitali. I Reels, i video brevi, costituiscono il 50% di tutto il tempo trascorso su Instagram. Il 50%!

    Gli utenti condividono 3.5 miliardi di Reels ogni giorno tra Facebook e Instagram.

    Questo è il modo con cui Meta sta cercando di contrastare TikTok. Vale a dire attraverso l’integrazione del formato video breve nel DNA delle sue piattaforme. È strategia operativa che sta pagando.

    Threads: da esperimento a piattaforma solida

    Threads, possiamo dirlo, ha rappresentato una delle scommesse più importanti di Meta negli ultimi anni. E cioè, creare un’alternativa a X (Twitter) sfruttando la base di utenti di Instagram.

    Nel Q3 2025, Threads ha superato i 150 milioni di utenti attivi giornalieri. Un dato, questo, che evidenzia come Threads sia passato dall’essere percepito come una curiosità a una piattaforma che genera engagement reale e misurabile.

    Il tempo speso su Threads è aumentato del 10% nel Q3, guidato dl alcune modifiche apportate agli algoritmi di raccomandazione. Modifiche che in questo trimestre hanno generato aumento del 10% nel tempo che gli utenti trascorrono su Threads.

    Più importante ancora: Meta ha iniziato a monetizzare Threads globalmente. Gli annunci sono ora presenti nel Feed su Threads a livello mondiale, e Meta gradualmente iniziando a inserire annuncia sulla piattaforma dopo aver consolidato l’utilizzo da parte degli utenti. Questo è un po’ la modalità d’azione che Meta ha perfezionato negli ultimi 10 anni.

    Facebook e WhatsApp: le rocce di Meta

    Facebook rimane, indiscutibilmente, il pilastro, con circa 2.11 miliardi di utenti attivi giornalieri. Molti ne dichiarano la fine, ma i numeri dicono altro. Quello che è realmente accaduto è che il suo ruolo è cambiato, lo abbiamo ricordato anche qui tante volte.

    Ma Facebook resta il motore della raccomandazione algoritmica e il luogo dove le persone si connettono con i loro networks più vicini.

    WhatsApp, con i suoi 2 miliardi di utenti attivi mensili, rimane l’app di messaggistica che connette il mondo. Pochi riconoscono quanto sia importante WhatsApp nella strategia di Meta, ma è qui che Meta sta costruendo il prossimo strumento di monetizzazione

    Infatti, Meta sta vedendo una risposta positiva dai suoi annunci click-to-message, che permettono agli utenti di contattare i negozi direttamente da WhatsApp. I test sono ormai avviati in zone dove WhatsApp è molto usato come il Brasile.

    Meta e i dati finanziati del Q3 2025

    Meta ha generato 51.24 miliardi di dollari di entrate nel Q3 2025, superando le aspettative di Wall Street (+26% anno su anno). È la più alta crescita di revenue dal Q1 2024.

    Il dato finanziario ci dice che Meta non è solo un’azienda grande e globale, ma sta accelerando. In un periodo dove molte tech company vedono decelerazioni, Meta continua a crescere doppia cifra. Perché? Principalmente per due ragioni: IA e video.

    L’AI sta migliorando i sistemi di ranking pubblicitario in modo evidente. Il dato annuale degli strumenti pubblicitari completamente potenziato da IA ha superato i 60 miliardi di dollari. Questo significa che più di un settimo di tutte le entrate pubblicitarie di Meta viene generato attraverso sistemi interamente automatizzati e intelligenti.

    Ad esempio, il sistema Lattice (l’architettura di modello unificato di Meta) ha ridotto il numero di modelli specializzati da circa 100 a una manciata di grandi modelli generalizzabili.

    Nel Q3, il sistema Lattice è stato applicato alle campagne pubblicitarie per app, generando miglioramenti del 3% nelle conversioni. Meno codice specializzato, migliori risultati.

    Le impressions pubblicitarie sono aumentate del 14%, il prezzo medio per annuncio del 10%. Entrambi i driver stanno funzionando.

    Ma il profitto netto è crollato dell’83%

    Questo numero merita un chiarimento. Meta ha dovuto affrontare una tassa straordinaria, una tantum, di 15.93 miliardi di dollari a causa dell’implementazione del “One Big Beautiful Bill Act” del Presidente Trump, che ha modificato il trattamento fiscale dei crediti differiti.

    Escludendo questa situazione fiscale, il profitto netto sarebbe stato di 18.64 miliardi di dollari (+19% anno su anno) e l’EPS di 7.25 miliardi di dollari, superando le stime di Wall Street di 6.71 miliardi di dollari.

    L’aliquota fiscale effettiva nel Q4 dovrebbe tornare al 12-15%, il che significa che il 2026 vedrà riduzioni significative nei pagamenti fiscali federali USA di Meta.

    In pratica, il crollo del profitto è dovuto alla nuova legge voluta da Trump.

    Ray-Ban, la rivoluzione non è ancora iniziata

    Se c’è una storia che rivedremo molte volte nei prossimi 5 anni, è quella dei Ray-Ban smart glasses di Meta.

    Nel Q3 2025, EssilorLuxottica – il colosso mondiale dell’ottica che produce i Ray-Ban – ha riportato che la partnership con Meta ha generato più di 4 punti percentuali della sua crescita di profitti del 11.7%, portando il profitto totale a 6.9 miliardi di euro (8 miliardi di dollari) nel trimestre.

    In sostanza, mentre molte aziende di hardware lottano per trovare prodotti che la gente voglia realmente comprare, Meta ha creato un accessorio che le persone indossano di fatto ogni giorno.

    I Ray-Ban Meta smart glasses hanno già venduto 2 milioni di unità dal loro lancio nell’ottobre 2023. “La domanda” – come ha detto Zuckerberg – “continua a superare la nostra capacità di produzione”.

    EssilorLuxottica ha accelerato la produzione e ora punta a raggiungere 10 milioni di unità l’anno prima del previsto. Quindi non nel 2026, ma prima.

    Il portfolio attuale include il Ray-Ban Meta Gen 2, l’Oakley Meta HSTN (lanciato a giugno), e il flagship del momento: il Meta Ray-Ban Display, i primi Ray-Ban realmente smart con uno schermo integrato e controllabili tramite un braccialetto intelligente.

    La domanda a questo punto sorge spontanea: se i Ray-Ban smart vanno così bene, perché Reality Labs continua a perdere miliardi?

    La risposta rivela la vera natura della strategia di Meta nell’hardware.

    Meta IA superintelligenza 2025
    Mark Zuckerberg – CEO Meta

    Reality Labs: 70 miliardi di dollari di perdite

    Reality Labs – la divisione di Meta dedicata a VR, AR e hardware intelligente – ha registrato un perdita operativa di 4.4 miliardi di dollari nel Q3 2025, generando al contempo 470 milioni di dollari in profitti.

    Dall’avvio del suo progetto VR/AR nel tardo 2020, Reality Labs ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari in perdite cumulative.

    Queste perdite non vengono raccontate pubblicamente con il dovuto peso. Stiamo parlando di 70 miliardi di dollari, una somma gigantesca.

    Eppure, i numeri raccontano una storia più sfumata di quella che potrebbe suggerire la narrazione che si vuole far passare.

    Nel Q3, Reality Labs ha perso solo 4.4 miliardi di dollari contro attese di Wall Street di 5.1 miliardi di dollari. I Ray-Ban smart glasses – il segmento crescente – stanno compensando parzialmente le perdite dei visori Meta Quest. Numeri dati in calo in quanto non ci sono nuovi modelli per il 2025.

    Zuckerberg ha assicurato gli investitori che Ray-Ban smart glasses “sarà un investimento molto proficuo” nel tempo. Il modello di business che Meta sta costruendo è noto: hardware a prezzi competitivi per acquisire utenti, monetizzazione attraverso servizi, app e commerce a lungo termine.

    Meta AI: 600 milioni di utenti mensili

    Qui la storia si fa più interessante.

    Meta AI – l’assistente intelligente di Meta disponibile su WhatsApp, Facebook, Instagram – ha raggiunto quasi 600 milioni di utenti attivi mensili. È sulla strada per diventare uno degli assistenti IA più usati al mondo entro la fine dell’anno.

    Fermiamoci un attimo. OpenAI ha costruito ChatGPT come un prodotto standalone, accessibile via web browser. Meta, invece, ha integrato Meta AI direttamente nelle app che 3.5 miliardi di persone usano ogni giorno.

    In sostanza Meta ha valorizzato il suo vantaggio strutturale, permettendo l’accesso alla IA a centinaia di milioni di persone.

    I dati di adozione di Meta AI mostrano segnali positivi per l’azienda. Quando Meta migliora i modelli sottostanti, l’utilizzo dei servizi aumenta. In sostanza, al momento Meta AI non è più ritenuto un gadget o un giocattolo, ma uno strumento attivo.

    Da specificare che questo può valere in Usa ma meno in Italia.

    Sul tema della monetizzazione, Meta rimane ancora nella fase di rilascio e ottimizzazione. Secondo Zuckerberg ci sono “segnali incoraggianti”.

    Meta si appresta a mettere in pratica modelli di monetizzazione già rodati anche per Meta AI, anche se nulla è ancora implementato su larga scala.

    Meta AI è ora disponibile sui Ray-Ban smart glasses in Francia, Italia, Irlanda e Spagna.

    Llama: 650 Milioni di download

    Mentre OpenAI sviluppa ChatGPT come strumento IA proprietario, Meta ha scelto una strategia diversa, ossia Llama.

    Llama ha raggiunto 650 milioni di download nel 2025, il doppio rispetto a tre mesi prima. Llama 4 – la versione più recente rilasciata ad aprile 2025 – include tre modelli: Scout (17 miliardi parametri attivi), Maverick (17 miliardi parametri attivi, 400B totali), e Behemoth (non ancora rilasciato, 288 miliardi attivi, 2T totali).

    Questi numeri significano poco per chi non lavora con i modelli, ma per chi li lavora significano che Llama è diventato uno standard aperto nel quale costruire e generare. Ogni volta che uno sviluppatore sceglie Llama invece di Gemini di Google o Claude di Anthropic, Meta ha sicuramente portato a casa un risultato significativo.

    Meta ha lanciato il programma “Llama for Startups” nel 2025, offrendo fino a 36 mila dollari in rimborsi per i costi claud per sei mesi alle startup che usano Llama.

    Inoltre, Meta ha accordi di revenue sharing con i provider che ospitano Llama – inclusi AWS, Google Cloud, Azure. Questo significa che Meta genera guadagni diretti dal Llama stesso, non solo indirettamente attraverso i prodotti che lo usano internamente.

    Quindi, mentre OpenAI monetizza ChatGPT direttamente con abbonamenti mensili, Meta sta costruendo l’infrastruttura IA sulla quale tutti gli altri costruiscono.

    Un po’ come il modello di Intel negli anni ’90: non sei interessato a cosa i PC fanno, sei interessato a cosa fa il chip dentro il PC.

    Meta e gli investimenti in IA

    Tutti questi progressi – AI glasses, Meta AI, Llama – hanno un costo.

    Nel Q3 2025, Meta ha speso 19.4 miliardi di dollari in capital expenditure (CapEx), (spesa in conto capitale) principalmente server, data center e network infrastrutturale.

    Per l’anno 2025, Meta ha aumentato le sue previsioni di spesa in infrastruttura a 70-72 miliardi di dollari.

    Wall Street attualmente si aspetta che Meta spenda 98 miliardi di dollari in CapEx nel 2026. Quasi come il doppio della spesa rispetto al 2025.

    Cosa sta costruendo Meta con questi soldi? I “titan clusters”, ossia data center IA massivi.

    Il primo, Prometheus, situato in Ohio, sarà attivo nel 2026 e ospiterà almeno un gigawatt di potenza di calcolo. Il successivo, Hyperion, scala fino a cinque gigawatt.

    Per intenderci, un gigawatt è la potenza che consuma una città di 750.000 persone. Meta sta costruendo data center della dimensione di una città.

    Sul fronte delle spese operative, Meta ha elevato la sua proiezione per le spese totali 2025 di altri 2 miliardi di dollari, portandole a 116-118 miliardi di dollari, una crescita del 20-24% anno su anno.

    Per il 2026, Meta si aspetta che le spese cresceranno a un tasso “significativamente più veloce”, guidato da costi di infrastruttura e compensazione per la IA.

    Meta sta anche assumendo in maniera aggressiva. L’organico è cresciuto dell’8% anno su anno a 78.450 dipendenti. Questo dopo i licenziamenti che hanno fatto molto discutere. Meta sta riassumendo specificamente talenti per l’intelligenza artificiale.

    Meta e la superintelligenza

    Perché Meta sta spendendo quasi 100 miliardi di dollari in CapEx in un anno? La risposta è in una sola parola, ed è: superintelligenza.

    Mark Zuckerberg ha riposizionato l’intera strategia di Meta attorno a questo concetto.

    Non è più “il metaverso” (il framing precedente). Ma si va nella direzione della “personal superintelligence”. Vale a dire, l’idea che l’IA dovrebbe aiutare ogni persona individuale a vivere la propria vita al meglio, principalmente attraverso occhiali intelligenti e visori di realtà virtuale.

    Meta ha creato “Meta Superintelligence Labs” (MSL), un team dedicato a costruire i prossimi modelli di frontiera. Zuckerberg ha detto che MSL è “un grande inizio” e che Meta “continua a guidare l’industria negli AI glasses.”

    Secondo Zuckerberg, Meta ha bisogno di “anticipare in modo aggressivo la capacità di costruzione” di una superintelligenza. Se la superintelligenza arriva prima, Meta sarà pronto per un “cambio di paradigma generazionale”.

    Se arriva dopo, Meta avrà comunque capacità computazionale che può usare per accelerare il suo core business (ads, video, ecc.). Nel peggiore dei casi, Meta rallenta la costruzione di infrastruttura e cresce lentamente all’interno di ciò che ha già costruito.

    È un po’ il pensiero che Jeff Bezos ha usato per Amazon Web Services: costruire capacità computazionale in eccesso anticipando la domanda futura. Un sistema che funziona se si riesce a indovinare la direzione. In caso contrario, si dilegua un capitale cospicuo.

    Meta sta chiaramente scommettendo di avere ragione.

    Meta e la direzione verso il futuro 

    I risultati di Meta Q3 2025 tracciamo una linea chiara verso il futuro.

    Meta in passato era principalmente un’azienda pubblicitaria che occasionalmente faceva sperimentava hardware e IA. Da oggi in poi, Meta vuole diventare l’infrastruttura sulla quale viene costruita l’IA del prossimo decennio.

    Il fatto che Meta sia contemporaneamente:

    • la piattaforma di comunicazione più grande del mondo (3.54 miliardi di utenti attivi al giorno)
    • la piattaforma video più grande della terra (3.5 miliardi Reels al giorno)
    • uno dei tre maggiori produttori di assistenti IA (600 milioni di utenti mensili di Meta AI)
    • lo standard open-source per i modelli IA (650 milioni download per Llama)
    • un produttore di hardware intelligente con crescita continua (vedi Ray-Ban)

    sottolinea che l’azienda di Zuckerberg sta costruendo un’infrastruttura più ampia sul come gli utenti comunicano, si connettono e accedono all’informazione e all’intelligenza artificiale.

    Meta è l’azienda che sta posizionando le proprie fondamenta sulla quale costruire modelli di comunicazione avanzati su larga scala.

    Nota finale: i numeri presentati qui provengono direttamente dai risultati ufficiali di Meta Q3 2025, rilasciati il 29 ottobre 2025. Meta continua a essere una delle aziende più importanti per capire dove sta andando la tecnologia nei prossimi cinque anni. Ignorare questi dati significa non comprende bene la direzione del futuro.

  • LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Per la prima volta LinkedIn diventa la piattaforma preferita dai Social Media Manager, superando Instagram. L’indagine francese 2025 riporta anche Facebook a chiudere il podio. In crescita TikTok. Ecco tutti i dati.

    Per la prima volta LinkedIn diventa la piattaforma più importante per i Social Media Manager. Non è un titolo a effetto, è il dato che apre l’indagine 2025 del Blog du Modérateur, realizzata insieme a Iconosquare e all’IIM Digital School, su un campione di 844 professionisti attivi in Francia tra il 24 giugno e l’11 agosto 2025.

    Un sorpasso che racconta un cambio di paradigma, se vogliamo. LinkedIn non è più soltanto un luogo di networking, ma diventa sempre più luogo di strategie editoriali, investimenti e conversazioni non solo professionali.

    E questa direzione ha riflessi anche per quanto riguarda il nostro paese.

    I social che contano nel 2025

    Gli intervistati hanno valutato l’importanza delle principali piattaforme nel proprio lavoro. La classifica completa è questa:

    • LinkedIn 74%
    • Instagram 71%
    • Facebook 56%
    • TikTok 29%
    • YouTube 20%
    • Pinterest 12%
    • X 10%
    • Threads 6%
    • Snapchat 5%
    • Twitch 5%
    • Bluesky 4%.

    Da questa classifica si evince che quasi tre su quattro considerano LinkedIn importante per il proprio lavoro. Instagram si piazza al secondo posto ma resta vicinissimo e continua a essere forte sul pubblico giovane e sui formati.

    Facebook, dato per superato tante volte, si conferma terzo. E questo perché ha base utenti ancora molto grande e variegata. Diciamo che è ormai una piattaforma generalista. Ricopre un ruolo importante, quindi, per le campagne pubblicitarie.

    TikTok cresce ma rimane, per ora, un gradino sotto quando la domanda è “quale piattaforma è davvero importante per il tuo lavoro?”.

    YouTube arretra leggermente, mentre per X continua la discesa. La ricerca ricorda che nel 2022 Twitter era “importante” per il 40% dei SMM, mentre nel 2025 scende al 15% e, nella classifica di importanza, è indicato al 10%.

    Una situazione che finisce per spingere ad emergere piattaforme come Bluesky, anche se ancora poco diffuse.

    LinkedIn, la piattaforma digitale preferita dai Social Media Manager nel 2025
    LinkedIn, la piattaforma digitale preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Social media, chi avanza e chi arretra

    Sulle dinamiche di crescita percepite le risposte convergono: TikTok è citato dal 56% come piattaforma “in progressione”, LinkedIn dal 50%, Instagram dal 45%.

    Sul fronte opposto, le piattaforme digitali in calo sono le stesse dell’anno precedente. Infatti, Facebook in calo del 56%, X 50%, Snapchat 22%.

    Nel caso di Facebook pesano soprattutto la moderazione più debole e l’aumento di contenuti generati da IA che riducono qualità e impatto nel feed.

    Su X ha inciso la gestione post acquisizione e la perdita di credibilità che molti professionisti segnalano come freno alla pianificazione.

    Contenuti organici: LinkedIn avanti, Instagram perde reach

    Dando un’occhiata ai risultati organici, il podio è stabile. E infatti notiamo LinkedIn 36%, Instagram 32%, Facebook 20%.

    Quasi la metà del campione preso in esame, però, dichiara di aver osservato una riduzione della reach su Instagram (49%).

    È una tendenza già emersa in altre rilevazioni e che obbliga a ripensare format, cadenza editoriale e commistione tra contenuti e sponsorizzazioni.

    Dietro il terzetto di testa si collocano TikTok al 7% e YouTube al 3% per performance organica.

    La ricerca francese riporta un dettaglio utile sulle Stories, che restano un formato chiave per stimolare interazioni. L’81% dei SMM le utilizza e, dentro questo universo, il 92% delle Stories viene pubblicato su Instagram. Facebook segue al 70% anche per effetto del cross-posting, mentre TikTok è citato all’11%.

    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025
    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Pubblicità, Meta resta la casa delle sponsorizzazioni

    Dal punto di vista della pubblicità, Instagram è usato per campagne dal 81% e Facebook dal 80% del campione. Poi arrivano LinkedIn 31%, TikTok 20%, YouTube 14%. In termini di resa, Facebook continua a essere indicato come il canale più efficace per i risultati a pagamento dal 45% degli intervistati, in calo di 5 punti, seguito da Instagram al 31%, in crescita di 3 punti.

    Interessante la dinamica dei budget. Il 42% dichiara una spesa annua almeno pari a 1.000 euro in social ads. Per il 36% il budget è cresciuto rispetto al 2024, per il 16% è diminuito (era il 13% l’anno precedente).

    Aumenta anche l’autonomia nella gestione: il 49% afferma di gestire interamente i budget pubblicitari, era il 47% un anno fa. Due segnali che raccontano maturità operativa e un maggiore controllo interno sulle performance.

    Il Video si conferma il formato del 2025

    Oltre il 90% dei professionisti pubblica video.

    Nella distribuzione per piattaforma guida Instagram all’81%, seguita da Facebook al 73% (in crescita rispetto al 71% del 2024), da LinkedIn al 60% con un +7 punti, e da TikTok al 42% con un +4.

    YouTube è l’unica piattaforma in lieve calo rispetto al 2024 (–2 punti), ma resta comunque utilizzata dal 50% dei CM. Il video, dunque, si consolida come linguaggio mainstream in ogni ecosistema, con LinkedIn che accelera e riconfigura feed e abitudini di fruizione anche in chiave B2B.

    Influencer marketing: potenziale ancora inespresso

    Solo il 32% dei community manager dichiara di lavorare con creator e influencer. Eppure il 76% ha un budget dedicato. La ripartizione è utile per comprendere la scala degli investimenti: 21% tra 100 e 1.000 euro annui, 34% tra 1.000 e 10.000, 12% tra 10.000 e 50.000, 4% tra 50.000 e 100.000, 5% oltre 100.000.

    Le piattaforme più usate per le campagne di influenza confermano la supremazia di Instagram all’87% (in calo di 4 punti), con TikTok al 45% in crescita di 3 punti.

    Seguono Facebook 22% (–2), YouTube 16% (–4), blog o sito del creator 12% (–3), LinkedIn 8% (+1), Twitch 4% come new entry, X 1% (–4).

    È un quadro che evidenzia come l’influencer marketing stia cambiando e, allo stesso tempo, come LinkedIn inizi a ritagliarsi uno spazio anche in questo ambito, coerente con la sua evoluzione verso un social media a tutto tondo.

    La logica dell’algoritmo del proprietario

    Il punto non è soltanto chi sta davanti in classifica.

    È la logica che guida le scelte dei professionisti. LinkedIn oggi consente di lavorare su contenuti che generano valore professionale misurabile: posizionamento, reputazione, relazione con stakeholder, opportunità commerciali.

    In un ecosistema dove l’algoritmo del proprietario orienta la distribuzione del contenuto verso priorità e narrative decise dal gestore della piattaforma, LinkedIn viene percepito come un ambiente relativamente più coerente con gli obiettivi dei CM. Non immune, ma più allineato a ciò che un professionista cerca quando investe tempo e budget. E quindi, esposizione qualificata, interazioni pertinenti, continuità.

    C’è un impatto anche sull’Italia.

    Il nostro mercato condivide la necessità di presidiare percorsi informativi più solidi e meno dipendenti dall’intrattenimento puro.

    Per aziende B2B, professionisti, PMI che devono costruire fiducia e autorevolezza, la centralità di LinkedIn non sorprende.

    Il dato francese, quindi, non va generalizzato in modo automatico e schematico, ma intercetta una tendenza che vediamo già da mesi. E quindi, più spazio a contenuti di utilità, più attenzione a formati informativi, maggiore disponibilità a sostenere la reach con investimenti mirati dove serve e quando serve.

    Una breve sintesi 

    LinkedIn sale al primo posto per importanza (74%) e guida l’organico, Instagram resta fortissimo ma perde reach per quasi metà del campione, Facebook continua a reggere grazie alle adv e alla scala dell’audience, TikTok è la piattaforma in maggiore progressione ma ancora meno centrale quando si parla di “importanza per il lavoro”, X arretra.

    Il video è ormai linguaggio trasversale, l’influencer marketing ha margine di crescita fuori dall’asse Instagram–TikTok, i budget pubblicitari sono più diffusi e più spesso gestiti in autonomia.

    Il sorpasso di LinkedIn non è un incidente di percorso e nemmeno di numeri. È il segnale di un cambiamento che si evidenza nel bisogno dei professionisti di andare alla ricerca di luoghi dove poter condividere contenuti utili, conversazioni rilevanti e risultati misurabili.