Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi mensili. Un traguardo che conferma la centralità della piattaforma all’interno delle app di Meta.
Instagram ha raggiunto un nuovo traguardo storico: 3 miliardi di utenti attivi mensili. Lo ha annunciato Mark Zuckerberg, CEO di Meta, sottolineando come la piattaforma, acquisita nel 2012 per un miliardo di dollari, sia oggi uno dei pilastri centrali dell’ecosistema Meta.
Con questo traguardo, Instagram si affianca a Facebook e WhatsApp, le altre due app di punta di Meta, che già da mesi avevano superato la stessa soglia.
Per Zuckerberg si tratta di una conferma importante: “Che comunità incredibile abbiamo costruito qui”, ha scritto in un post sul suo canale Instagram.
Instagram, dai 2 ai 3 miliardi di utenti
L’ultimo aggiornamento ufficiale sugli utenti di Instagram risaliva all’ottobre 2022, quando l’app aveva appena superato i 2 miliardi di attivi mensili.
Da allora Meta aveva deciso di non comunicare più regolarmente i numeri delle singole piattaforme, preferendo riportare solo il totale giornaliero delle persone che utilizzano la “famiglia di app”, cifra che a luglio 2024 aveva toccato i 3,48 miliardi.
Oggi, con i 3 miliardi di utenti dichiarati, Instagram conferma una traiettoria di crescita che lo colloca al centro della strategia Meta. Non è più soltanto la piattaforma di condivisione di foto e video, ma un vero ambiente dove convergono creator, brand, aziende e community.
Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi
Un segnale che conferma un cambio generazionale già in corso. Facebook resta un colosso, ma Instagram si impone sempre di più come la piattaforma di riferimento.
La crescita globale annunciata da Zuckerberg si inserisce quindi in una tendenza più ampia, che vede Instagram non solo consolidarsi nel mercato internazionale ma anche assumere una posizione di leadership anche nel contesto europeo.
Instagram, una piattaforma che guarda avanti
Il futuro di Instagram sarà determinato dalla capacità di mantenere vivo questo equilibrio tra innovazione e centralità per gli utenti. Con i Reels e l’intelligenza artificiale, la piattaforma continua a ridisegnare la propria identità.
E con 3 miliardi di persone collegate ogni mese, ha davanti a sé una responsabilità sempre maggiore nel definire il modo in cui ci informiamo, ci intratteniamo e costruiamo relazioni online.
Un elemento, visto il panorama attuale, non da poco da gestire con molta responsabilità anche da parte nostra.
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[Immagine realizzata da Franz Russo attraverso la IA generativa, utilizzando il modello ChatGPT-5]
LinkedIn cresce in UE e in Italia, ma resta forte il divario tra iscritti e utenti attivi. Solo un terzo usa poi davvero la piattaforma: in Italia 6,4 mln su 23 mln registrati.
LinkedIn, negli ultimi giorni, ha reso noti i dati aggiornati richiesti dal Digital Services Act per il primo semestre 2025, offrendoci così una fotografia più nitida della sua presenza in UE.
Sono numeri che mostrano una crescita costante, ma che al tempo stesso mettono in evidenza un divario sempre più marcato tra utenti registrati e utenti realmente attivi.
Accanto agli utenti attivi, i dati DSA riportano anche un volume significativo di traffico “non loggato”. Ossia, 213 milioni di visite mensili da parte di chi non accede con il proprio account. Un numero enorme, che però non si traduce automaticamente in un utilizzo effettivo della piattaforma.
Dove LinkedIn cresce di più
La crescita non è distribuita in modo uniforme. Alcuni Paesi mostrano un incremento molto marcato degli utenti attivi:
LinkedIn cresce in Italia ma solo 1 utente su 3 è attivo
La crescita di LinkedIn in Italia
E veniamo all’Italia.
Nel nostro paese, il numero degli utenti loggati attivi è passato da 6,0 milioni nel secondo semestre 2024 a 6,4 milioni nel primo semestre 2025. Con un incremento di circa il 6,7% che, pur non avendo i numeri di altri Paesi più piccoli, indica un andamento positivo e costante.
Interessante anche osservare i dati relativi al traffico “non loggato”. In Italia le visite mensili da utenti non loggati sono passate da 13,7 milioni a 19,9 milioni, con un aumento del 45%.
LinkedIn: iscritti contro utenti attivi, il vero divario
Se ci fermassimo ai numeri complessivi, potremmo dire che LinkedIn in UE continua a crescere e a rafforzare la sua base di utenti. Ma i dati DSA ci permettono di fare un passo ulteriore e di mettere a fuoco la particolarità della piattaforma. E parliamo della differenza tra iscritti e utenti attivi.
LinkedIn, a fini di marketing (secondo varie fonti), conterebbe di avere oltre 160 milioni di membri registrati in UE. Confrontando questo dato con i 54,7 milioni di attivi mensili, notiamo che la percentuale di chi utilizza realmente la piattaforma almeno una volta al mese si ferma attorno al 34%.
Stesso discorso per l’Italia. Secondo il report Digital 2025 di DataReportal, nel nostro Paese LinkedIn conta 23 milioni di utenti registrati. Mettendo a confronto questo dato con i 6,4 milioni di utenti attivi mensili indicati dal DSA, emerge che meno di 3 iscritti su 10, più o meno il 28%, usa davvero LinkedIn ogni mese.
In altre parole, milioni di utenti italiani hanno un account LinkedIn, solo che la maggior parte non lo utilizza con costanza o lo ha abbandonato nel tempo.
Traffico “non loggato” e account dormienti
Un’altra distinzione importante riguarda le visite da utenti non loggati. Spesso si tende a confondere questi numeri con la quota di iscritti inattivi.
In realtà, i dati “logged-out” includono sia persone che hanno un account ma non fanno login, sia visitatori occasionali che non sono registrati e che accedono magari a un profilo o a una pagina pubblica.
Importante fare un po’ di chiarezza. La massa di traffico non loggato, pur essendo alta, non rappresenta automaticamente utenti che hanno abbandonato la piattaforma. Per misurare l’inattività bisogna sempre confrontare gli iscritti totali con gli utenti loggati attivi.
LinkedIn, il quadro complessivo
I dati ci consegnano un’immagine con una doppia faccia. Da una parte LinkedIn continua ad ampliare la sua base di utenti attivi in UE, con un trend positivo anche in Italia.
Dall’altra, resta evidente il divario tra iscritti e utilizzatori reali: milioni di persone hanno un account, ma non accedono con regolarità o hanno smesso di usare la piattaforma.
In Italia, questo significa – ripetiamo – che su 23 milioni di iscritti, solo 6,4 milioni la usano effettivamente ogni mese.
Una differenza, già nota per la verità. Va comunque sottolineata l’importanza di guardare non soltanto ai numeri “di vetrina”. Importanti, ma non dicono tutto.
Perché il caso LinkedIn colpisce di più
Se questa dinamica può sembrare comune ad altre piattaforme digitali, e lo è, il caso LinkedIn assume un significato diverso.
A differenza di piattaforme social media generaliste, come Facebook o TikTok, LinkedIn nasce per una finalità precisa. E cioè, quella di connettere professionisti, aziende e anche studenti.
Per chi lavora, per chi è alla ricerca di un nuovo lavoro, per chi vuole costruire un nuovo network di contatti, LinkedIn è quasi “obbligato”. Magari aggiungiamo qualche altra virgoletta, ma è chiaro il senso.
Proprio per questo motivo, il divario tra iscritti e attivi colpisce ancora di più.
Significa che milioni di persone si registrano a LinkedIn per esserci, per frequentare un ambiente considerato rilevante, ma poi non lo usano, per motivi diversi, in modo costante.
In molti casi si tratta di iscrizioni “di facciata”, che confermano l’importanza simbolica della piattaforma più che il suo utilizzo reale.
In chiusura, LinkedIn cresce, ma la sua forza resta ancora limitata a chi davvero la frequenta con regolarità. E in Italia, oggi, sono meno di tre su dieci.
Per ora ci fermiamo qua, anche perché il tema è molto vasto.
E voi che ne pensate? Qual è la vostra esperienza con LinkedIn?
Usa e Cina hanno raggiunto un accordo quadro per risolvere la vicenda di TikTok negli Stati Uniti. Tutto questo a pochi giorni dalla scadenza della ennesima proroga fissata da Trump lo scorso giugno.
A pochi giorni di distanza dalla nuova scadenza della proroga di 90 giorni fissata nel giugno scorso, Usa e Cina hanno raggiunto un accordo “quadro” per quanto riguarda le attività di TikTok negli Stati Uniti d’America.
Mentre si aspettava la decisione da parte di Trump in vista della scadenza del 17 settembre, da Madrid, dove il segretario del Tesoro Usa, Scott Bessent, e il vicepremier cinese, He Lifeng, discutono di dazi e altri temi importanti, arriva la notizia di un accordo tra i due paesi.
L’accordo tra Usa e Cina a Madrid
Secondo quanto riportato da CNBC, Bessent sostiene che l’accordo tra i due paesi ha fissato anche i termini commerciali dell’operazione.
E sempre secondo il segretario del Tesoro Usa, l’accordo prevede che la piattaforma diventi di “proprietà Usa”.
Il post del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, su Truth Social
Un’ora prima delle dichiarazioni di Bessent da Madrid, il presidente Trump aveva dichiarato su Truth che è stato raggiunto un accordo “su una ‘certa’ azienda che i giovani del nostro Paese desideravano fortemente salvare”. Ovviamente si riferiva a TikTok.
In seguito a queste dichiarazioni, Trump parlerà direttamente della questione con il presidente cinese Xi Jinping il prossimo venerdì.
Al momento non ci sono dichiarazioni ufficiali, sull’incontro, da parte di Pechino. E non ci sono nemmeno dichiarazioni ufficiali da parte di TikTok.
Usa e Cina raggiungono un accordo per TikTok
TikTok al centro delle relazioni tra Usa e Cina
Non sorprende che la vicenda TikTok sia stata oggetto di discussione tra i due paesi proprio quando ci si accinge a risolvere il nodo dei dazi e di tutto ciò che ne consegue.
Sapevamo che la questione di TikTok sarebbe diventata cruciale per la tenuta dei rapporti tra i due paesi. E questo accordo “quadro” ne è la conferma.
Non resta quindi che aspettare venerdì per conoscere meglio i termini dell’accordo e conoscere anche quale azienda acquisirà le attività Usa di TikTok, permettendo all’app di continuare ad essere attiva sul territorio Usa.
Sempre mantenendo salvo il tema legale che questa situazione si porta dietro. E cioè che il ban di TikTok era previsto per legge, votata a fine 2024 da entrambi gli schieramenti del Congresso Usa.
Di conseguenza, il presidente Trump avrebbe dovuto, vista la sua posizione, tenere fede all’impegno e portarlo avanti. Invece, il presidente Usa decide di procedere per proroghe. Fino ad arrivare a questo punto.
Instagram supera Facebook in Italia e in UE: cresce dieci volte più velocemente. I dati del Digital Services Act mostrano un cambiamento profondo nel panorama dei social media.
Per anni Facebook è stato considerato il centro della vita digitale, la piattaforma madre dei social media. Oggi però i dati, pubblicati di recente, ci raccontano un’altra storia.
Instagram cresce molto più di Facebook, addirittura dieci volte di più nei Paesi UE. Un dato rilevante, che segna una svolta nel panorama dei social media in UE.
I dati sulla Trasparenza delle piattaforme Meta
Le informazioni arrivano dai report semestrali che le piattaforme sono obbligate a pubblicare in base al Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo che impone trasparenza su utenti attivi e moderazione.
Tra gennaio e giugno 2025, Facebook ha totalizzato 263,6 milioni di utenti attivi mensili nell’UE, mentre Instagram ha raggiunto 281,8 milioni.
Ma il dato più rilevante riguarda il ritmo di crescita: Facebook è cresciuto appena dello 0,65%, mentre Instagram ha registrato un +6,17%, dieci volte tanto.
Un dato che conferma come Instagram sia diventato oggi il punto di riferimento per milioni di utenti italiani, non più solo la piattaforma dei giovanissimi. Nel tempo, Instagram è diventato per molti uno spazio dove ci si informa, si interagisce con brand, creator e aziende.
Germania e Spagna: il divario più ampio
La crescita di Instagram è ancora più impressionante in Germania e Spagna:
in Germania, Instagram conta 47,2 milioni di utenti, contro i 32,9 milioni di Facebook; una differenza di 14,3 milioni, pari a un +43,4%.
in Spagna, Facebook registra 27,1 milioni di utenti, mentre Instagram arriva a 37,5 milioni; un sorpasso di 10,4 milioni, pari al +38,3%.
in Francia, invece, i numeri sono più vicini; Facebook 42,9 milioni, Instagram 43,7 milioni.
Instagram cresce più di Facebook anche in Italia – La tabella
Perché Instagram suoera Facebook
Instagram è riuscito a evolvere.
Negli anni ha assorbito formati da altre piattaforme, dalle Stories “copiate” da Snapchat ai Reels “presi in prestito” da TikTok. Fino a diventare un ecosistema capace di adattarsi a diverse modalità di consumo dei contenuti.
Facebook, invece, è rimasto legato a un modello di interazione testuale e a un’immagine percepita come meno attuale. Non ha saputo attrarre le nuove generazioni, e oggi paga una crescita ferma e un pubblico che invecchia.
In pratica, mentre su Instagram il cambio generazionale c’è stato e si vede, su Facebook non è mai avvenuto.
La centralità del video breve su Instagram
Il motore principale della crescita di Instagram è il video breve.
I Reels, oggi estesi fino a tre minuti, rappresentano il cuore dell’esperienza e trattengono l’attenzione degli utenti. È su questo terreno che Instagram sfida direttamente TikTok, che in UE continua a crescere.
Tra l’altro, i dati sulla Trasparenza di TikTok in seno al DSA certificano che la piattaforma ha raggiunto 200 milioni di utenti attivi mensili, in aumento rispetto ai 170 milioni precedenti.
La competizione è aperta, ma Instagram ha consolidato la sua posizione, diventando la piattaforma centrale nell’ecosistema Meta.
Una svolta generazionale
Possiamo quindi dire che va delineandosi un panorama molto chiaro. E Facebook non è più il punto di riferimento in UE.
Instagram ha preso il suo posto, diventando lo spazio privilegiato non solo per intrattenimento e relazioni con creator e brand, ma anche per informarsi e costruire il proprio racconto digitale.
È una svolta generazionale che ridefinisce le dinamiche della comunicazione online. Un sorpasso che non è solo nei numeri, ma nel linguaggio, nei formati e nella cultura digitale quotidiana degli utenti europei.
Threads lancia gli allegati di testo fino a 10.000 caratteri, disponibili su mobile e web. Una funzione che cambia l’uso della piattaforma. Ecco come funziona, vantaggi, svantaggi e utilità per creator e utenti.
C’è una esigenza ricorrente sulle piattaforme digitali, sin dalla loro nascita ormai avvenuta più di 20 anni fa. E riguarda lo spazio da riempire con pensieri e parole, come direbbe qualcuno.
Già, pensieri, considerazioni, frasi che spesso e volentieri hanno preso forma in spazi più o meno ampi. Anzi, sin dai primi tempi in spazi assai ridotti, poi via via con spazi sempre più crescenti.
E nonostante la trasformazione delle piattaforme, il tema dello spazio in cui scrivere è rimasto sempre centrale.
Parliamo di questo tema perché la novità che ha introdotto la società di Zuckerberg sulla piattaforma nata per la forma scritta è degna di nota.
Una scelta che cambia il modo in cui la piattaforma può essere utilizzata, avvicinandola a uno spazio capace di ospitare non solo conversazioni rapide ma anche contenuti più strutturati. Addirittura c’è chi comincia a parlare di blogging su Threads.
Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri
Fino ad oggi Threads permetteva un massimo di 500 caratteri. Uno spazio breve, certo, ma non comparabile al vero sforzo di sintesi a cui ci aveva abituato Twitter, unico fin dai suoi esordi: prima con il limite di 140 caratteri, poi ampliato a 280.
Nel panorama delle piattaforme digitali, anche Bluesky si muove su questa linea, mantenendo il tetto a 300 caratteri.
Da questo punto di vista, i 500 caratteri di Threads apparivano già un terreno più comodo per scrivere post meno compressi.
Ma ora, con gli allegati da 10.000 caratteri, si passa a un livello completamente diverso.
Come funziona l’allegato di testo su Threads
Per usare questa funzione non serve alcuna attivazione particolare.
Quando si scrive un nuovo post, sotto al campo principale compare l’opzione per allegare un testo. Una volta selezionata, si apre un editor dedicato che consente di scrivere fino a 10.000 caratteri.
Il testo allegato viene salvato come un blocco a parte. Quindi, non occupa spazio nel corpo del post, che resta sempre limitato a 500 caratteri, ma viene mostrato subito sotto come un riquadro compatto.
L’utente che legge vede un’anteprima e può toccarla per aprire l’intero contenuto.
All’interno dell’allegato si possono usare formattazioni (grassetto, corsivo, sottolineato, barrato) e i link aggiunti diventano cliccabili. In questo modo si possono costruire testi ben organizzati, leggibili e con riferimenti esterni facilmente accessibili.
Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri – esempio
Vantaggi e svantaggi di questa novità su Threads
L’estensione a 10.000 caratteri offre indubbi vantaggi. Prima di tutto permette a creator, giornalisti e professionisti di condividere contenuti completi senza spezzarli in più post o rimandare a piattaforme esterne.
È un passo che semplifica l’esperienza d’uso e che valorizza chi ha la necessità di argomentare.
Ma ci sono anche possibili limiti. Un flusso di testi molto lunghi potrebbe rendere meno immediata la lettura, allontanando chi è abituato a contenuti rapidi e sintetici.
La sfida di Meta sarà quindi bilanciare l’introduzione di questi strumenti con l’identità stessa della piattaforma, nata per favorire la conversazione veloce.
E poi, come visto altrove, c’è la tendenza a far rimanere tutti i contenuti all’interno della piattaforma, rendendo minima la tendenza a cliccare su link esterni.
Quest’ultima considerazione è tuttavia quasi stiracchiata perché resta sempre valida la condivisione con link. Ma ove mai prendesse piede questa modalità per cercare di rendere visibili i propri contenuti, pubblicati su altri siti o blog, per renderli più visibili, ecco che il problema del “de-link” si presenterebbe eccome.
A chi può essere utile
Questa funzione si rivela interessante per i creator che già oggi utilizzano Threads come spazio per divulgare e approfondire.
Newsletter, interviste, riflessioni personali o analisi possono infatti essere pubblicate senza compromessi. Anche le aziende e le organizzazioni possono trovarne beneficio: presentazioni di progetti, annunci articolati o report trovano un formato adatto, evitando di frammentare il contenuto o rimandare a documenti esterni.
Per tutti gli altri utenti, invece, l’utilità dipenderà dall’abitudine personale. C’è chi preferirà ancora post brevi e immediati, e chi invece coglierà l’occasione per raccontare esperienze o opinioni in modo più completo.
Threads e allegato lungo senza costi aggiuntivi
A differenza di quanto avviene su altre piattaforme che riservano le funzionalità avanzate agli abbonati, Meta rende disponibile questa novità a tutti gli utenti senza costi aggiuntivi.
Un segnale chiaro che rafforza la strategia di allargare la base d’uso di Threads, puntando sulla qualità e sulla varietà dei contenuti.
La possibilità di allegare testi fino a 10.000 caratteri rappresenta una svolta che segna la crescita di Threads.
La piattaforma, nata per offrire un’alternativa a X, amplia ora il proprio raggio d’azione, offrendo strumenti che intercettano l’esigenza di comunicare in modo più completo.
Resta da capire se gli utenti accoglieranno questa novità come un’opportunità per arricchire le proprie conversazioni o se continueranno a privilegiare la brevità.
Threads prova a scrollarsi di dosso l’etichetta di social “breve”, proponendosi luogo capace di ospitare anche contenuti che richiedono tempo e attenzione. Vedremo se sarà così.
Il report Kolsquare 2025 fotografa la professione del Creator in Europa. In Italia pochi guadagni, forte divario di genere, ma attenzione crescente a valori e responsabilità.
Possiamo dire che nel 2025 la professione del Creator non è più una nicchia. Col tempo è diventato un mestiere, resistendo anche alla parabola degli influencer.
Già, è una professione che permette di esprimersi a chi ha qualcosa da dire, con serietà e competenza, senza per forza inseguire e rincorrere l’economia dei like. Ma, allo stesso tempo, è una professione fragile.
Uno degli aspetti che interessa da sempre, quando si parla di Creator, riguarda il loro guadagno. Una voce che è spesso relativa e mai uniforme, in quanto dipende da tanti aspetti.
Ma se ne torna a parlare da qualche settimana per via di un interessante report che fa un quadro abbastanza preciso di quella che è la situazione attuale dei Creator, evidenziando anche altri aspetti.
Il report “Voices of the Creator Economy 2025”, pubblicato da Kolsquare in collaborazione con NewtonX, fotografa con lucidità questo equilibrio instabile. E lo fa con un approccio europeo, raccogliendo i dati di 783 creator professionisti con almeno 5.000 follower in otto Paesi chiave: Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi e Paesi Nordici (Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia).
Un’indagine che va oltre le vanity metrics e mostra come anche la creator economy ha i suoi squilibri, le sue disuguaglianze.
Dalla disparità di reddito tra uomini e donne, alle nuove forme di pressione online, dalle condizioni lavorative, alla percezione dei valori condivisi.
Vediamo cosa ci racconta questa fotografia. E soprattutto, cosa ci dice dell’Italia.
Creator in Italia nel 2025, consapevolezza ma pochi guadagni
I Creatori in Europa: dati generali
Lo studio ha coinvolto 783 creator con oltre 5.000 follower in otto Paesi europei. La distribuzione geografica del campione è la seguente:
Paese
Numero di creator coinvolti
Germania
139
Francia
136
Regno Unito
121
Paesi Nordici
94
Italia
89
Spagna
78
Paesi Bassi
68
Belgio
58
Quanto guadagnano i creator in Europa
Il primo dato che salta all’occhio riguarda i redditi. In media, il 74% dei creator guadagna meno di 1.000 euro al mese, una cifra che rende difficile parlare di sostenibilità economica per molti di loro.
In Germania si registra la media più alta, ma anche il divario retributivo di genere più marcato: gli uomini guadagnano in media il 25% in più delle donne.
Il Regno Unito, invece, presenta un paradosso: solo il 22% dei creator è attivo a tempo pieno, ma è anche il Paese con il più alto tasso di trolling online: il 30% dei creator britannici ha subito molestie o attacchi verbali sui social.
In Francia, la situazione è altrettanto complessa:
il 77% dei creator lavora in autonomia
solo il 30% si definisce ben pagato
il 69% accetta scambi in prodotti (barter) al posto del pagamento in denaro
i creator francesi danno priorità a tre valori: equità, reputazione del marchio e impatto positivo.
Il profilo dei Creator italiani nel 2025
E in Italia? Dei 783 creator coinvolti nello studio, 89 sono italiani. Un campione che consente di delineare un identikit molto preciso, e per certi versi disarmante.
Un lavoro… ma per pochi
solo il 35% dei creator italiani lavora a tempo pieno come creator
il 56% gestisce la propria attività da solo, senza collaboratori né supporto organizzativo
il 38% ha una seconda attività per integrare il reddito.
Guadagni bassi, molto bassi
il 74% guadagna meno di 1.000 euro al mese
solo il 5% supera i 3.000 euro mensili
il 17% guadagna tra 1.000 e 2.000 euro
il restante 4% si colloca tra 2.000 e 3.000 euro.
Questi dati confermano che per la maggior parte dei Creator italiani la creazione di contenuti non è una fonte di reddito sufficiente a garantire autonomia economica.
La consapevolezza di essere Creator
Eppure, l’impegno e la consapevolezza sono alti:
il 62% si identifica come “content creator” (e non come influencer)
il 70% sceglie collaborazioni con brand che ne condividano i valori
il 40% dice no a collaborazioni anche ben pagate se non coerenti con i propri principi
il 58% si definisce attento all’impatto sociale dei propri contenuti
il 32% ha rifiutato almeno una volta un contratto per motivi etici.
Il Creator italiano, secondo questi dati, mostra un forte senso di responsabilità, e cerca, anche se tra mille difficoltà, di costruire una narrazione per quanto possibile coerente, rispettosa e autentica.
Confronto Italia-Europa
Il report di Kolsquare permette anche un confronto diretto tra l’Italia e gli altri Paesi analizzati:
Indicatore
Italia
Francia
Germania
Regno Unito
Media Europa
% di creator a tempo pieno
35%
42%
44%
22%
~40%
% che guadagna meno di 1.000€/mese
74%
70%
65%
76%
74%
% con seconda attività
38%
35%
33%
40%
~36%
% che lavora da solo
56%
77%
60%
65%
~64%
% che accetta collaborazioni non pagate
69% (barter)
69%
58%
63%
~65%
% che rifiuta brand non etici
40%
36%
34%
30%
~35%
L’Italia è in linea con la media europea sul piano della precarietà, ma si distingue per una maggiore attenzione etica nelle collaborazioni, un dato che può diventare leva competitiva.
Gender gap nella creator economy: tra disparità e invisibilità
Uno dei nodi più delicati che il report mette in evidenza è il divario di genere. Una disuguaglianza economica che attraversa l’intera creator economy europea, spesso sottovalutata o ignorata, ma che emerge in maniera netta nei dati del 2025.
In Germania, ad esempio, il gender pay gap è il più evidente: gli uomini guadagnano in media il 25% in più delle donne, a parità di follower e contenuti.
Un dato che, oltre a colpire per l’entità, mostra quanto anche un settore percepito come “nuovo” e “democratico” possa riprodurre schemi strutturali di disuguaglianza.
Ma il problema non è solo economico. È anche di accesso alle opportunità e di tutela.
Secondo il report:
il 60% delle creator ha dichiarato di aver subito episodi di trolling, molestie o commenti sessisti sui propri profili
le creator segnalano maggiore difficoltà nel farsi pagare il giusto dai brand rispetto ai colleghi uomini
le creator sono anche meno presenti nei contratti a lungo termine e nei contenuti sponsorizzati ad alto budget
In Italia, sebbene manchino dati disaggregati per genere nel dettaglio, il quadro tracciato dalle interviste indica che le disparità si riflettono anche sul mercato locale:
le creator italiane tendono a lavorare di più in autonomia
accettano più spesso collaborazioni in modalità barter (scambio merce),
sono meno presenti nei progetti con brand internazionali, dove i budget sono più elevati.
Tutto questo accade mentre il 62% dei creator italiani si identifica come “content creator” e non “influencer”, sottolineando un desiderio di riconoscimento professionale che però si scontra ancora con bias strutturali.
Il gender gap, dunque, non è un effetto collaterale. È parte integrante del sistema. E la sua persistenza rischia di compromettere non solo l’equità, ma la stessa credibilità del settore come nuova forma di lavoro e professione.
Una Creator Economy in bilico
Quello che emerge dal report è una fotografia strutturata, a tratti contraddittoria. Il lavoro del creator è sempre più presente nel tessuto economico e culturale europeo, ma è ancora sottopagato, instabile e spesso invisibile nei diritti.
In Italia, più che altrove, emerge un’idea di professione non ancora pienamente riconosciuta, ma che si fonda su valori forti, visione e dedizione personale.
Un paradosso tutto italiano: si guadagna poco, si lavora tanto, e si tenta di farlo bene.
Ed è proprio da questa contraddizione che, forse, può nascere un’evoluzione più matura dell’ecosistema.
Se alle metriche di engagement cominciassimo ad affiancare standard professionali, attenzione e percorsi di crescita sostenibili, potremmo davvero iniziare a parlare di economia dei creator.
Ma è tutto da vedere.
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[Immagini di copertina, e quelle usate sui canali social di Franz Russo e di InTime Blog, generate usando modelli di IA Generativa come Chatgpt-5 di OpenAI e Gemini 2.5 Flash Image]
Instagram continua a impostare i formati dei contenuti visual sempre più in verticale. Da qualche settimana il formato dei post che prima era 1080×1350 px è diventato 1080×1440 px. Vediamo cosa comporta.
Ma ce n’è una che forse è passata in sordina anche perché non annunciata in maniera ufficiale. E, sicuramente, addetti ai lavori e anche semplici utenti della piattaforma avranno già intercettato.
Come ricorderete ad inizio anno avevamo scritto delle nuove dimensioni per i nuovi formati da usare su Instagram nel 2025. Un articolo molto letto e condiviso e per questo sempre grazie a voi lettori.
Ma torniamo di nuovo sull’argomento perché, come dicevo, c’è una novità che va evidenziata.
Cambia il formato dei post su Instagram
E quindi, dopo aver introdotto a inizio anno il formato verticale da 1080×1350 pixel, la piattaforma ha deciso di uniformare il formato alle misure 1080×1440 pixel, cioè 3:4.
Formato
Dimensioni
Utilizzo
4:5 Verticale
1080×1350 px
Standard fino a oggi
3:4 Verticale
1080×1440 px
Nuovo formato per i post, identico all’anteprima dei Reel
Significa che i post adesso occupano più spazio verticale sullo schermo, la stessa altezza che fino a oggi era riservata all’anteprima dei Reel.
Di conseguenza, le immagini statiche non solo guadagnano maggiore visibilità, ma si allineano ancora di più all’esperienza video, confermando la direzione intrapresa da tempo da Instagram. Vale a dire quella di dare priorità ai formati verticali e favorire contenuti che sappiano catturare l’attenzione in un feed sempre più veloce e affollato.
Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali
L’informazione è circolata in queste settimane, su Threads e su Instagram ovviamente, dove alcuni utenti hanno iniziato a segnalare la novità.
Complice anche il pieno periodo estivo la cosa è scivolata via senza molta attenzione, ma merita perché riguarda un aspetto importante, e quotidiano, del lavoro di chi crea contenuti.
Ed è per questo che torno sull’argomento, dopo aver già trattato il tema delle nuove dimensioni dei formati su Instagram, edizione 2025.
Vediamo cosa comporta il nuovo formato
Il passaggio da 1350 a 1440 pixel di altezza può sembrare un dettaglio tecnico di poco conto. In realtà, avere novanta pixel in più significa conquistare più spazio visivo, quindi più possibilità che l’occhio dell’utente si soffermi sul contenuto.
È un vantaggio competitivo in un contesto in cui ogni elemento, anche minimo, incide sull’engagement. E non va trascurato il fatto che questo nuovo formato avvicina ulteriormente i post statici ai Reel, rendendo il feed più coerente e uniforme.
Dal punto di vista pratico, chi lavora con grafiche preimpostate dovrà, di nuovo, aggiornare i propri template e prestare maggiore attenzione alla cosiddetta “zona sicura”, mantenendo testi e loghi ben centrati per evitare che vengano tagliati o risultino poco leggibili.
Nuovi formati post Instagram 2025
Il formato dei post è sempre più verticale
Al momento, non tutti gli strumenti di scheduling sono ancora pronti a supportare questo formato, quindi sarà necessario verificare la compatibilità e fare test prima di pianificare contenuti in modo sistematico.
Instagram, ancora una volta, dimostra di puntare decisamente sull’esperienza utente sempre più verticale.
Con i 1080×1440 pixel, il feed cambia progressivamente volto e porta creator, brand e social media manager a ripensare le proprie strategie visive.
È un cambiamento piccolo solo in apparenza, ma che ci ricorda come questo ecosistema digitale sia sempre in movimento e va monitorato costantemente.
Instagram lancia la funzione repost, permettendo agli utenti di rilanciare contenuti altrui nel feed. Un cambiamento che apre nuove prospettive per creator, aziende e strategie di visibilità.
Dopo anni di attesa, possiamo dirlo, Instagram ha ufficialmente introdotto la funzione di repost. Si tratta di una novità che, potenzialmente, potrebbe cambiare le dinamiche della piattaforma, portando per la prima volta la possibilità di ripubblicare post e Reels di altri utenti nel proprio feed.
Una mossa che ci dà qualche indicazione sulla direzione che Instagram vorrebbe prendere.
Ma va detto, è un passaggio che mostra il tentativo della piattaforma di riattivare una dimensione più relazionale, in cui il valore di un contenuto può passare anche dalla condivisione da parte di altri utenti. Ma senza cambiare le logiche dell’algoritmo che restano centrali nella distribuzione dei contenuti nel feed.
Cosa significa “repost” e come funziona su Instagram
Con repost si intende la possibilità di condividere nel proprio profilo contenuti già pubblicati da altri, aumentando loro la visibilità che normalmente si avrebbe con un post originale.
È una funzione che gli utenti attendevano da tempo, già largamente diffusa su altre piattaforme social media. E che ora fa il suo ingresso anche nell’ecosistema di Instagram.
La dinamica è semplice. Quando si visualizza un Reel o un post pubblico, si può ora selezionare l’opzione per ripubblicarlo, individuabile dall’icona delle due frecce che formano un quadrato.
Il contenuto comparirà nel feed dei propri follower e verrà archiviato in una nuova scheda “Reposts” all’interno del profilo. È possibile taggare altri utenti nel momento della ricondivisione, ma non è possibile aggiungere (ancora) un testo di accompagnamento.
Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia
Perché repost su Instagram arriva ora
Come ben sappiamo, Instagram non è nuovo a “copiare” funzionalità attive altrove e a riportarle sulla propria app. Le Stories da Snapchat, i Reels da TikTok, ora il Repost da X (ex Twitter) o TikTok ne sono la dimostrazione.
Ma anche stavolta non si tratta solo di un banale “copia-incolla” di funzionalità. La scelta di introdurre i repost potrebbe inserirsi in un contesto più ampio in cui Instagram cerca di recuperare una componente relazionale, come si diceva all’inizio, che negli ultimi anni si è andata perdendo, prediligendo contenuti che “funzionavano” per l’algoritmo e meno per gli utenti.
Con questa novità, la piattaforma vuole tornare ad essere un luogo in cui si prova a recuperare un certo tipo di ricondivisione più diretta.
L’introduzione del repost sembra andare nella direzione di una maggiore visibilità dei contenuti e delle connessioni tra utenti. Un tentativo di far circolare i contenuti anche attraverso le scelte individuali, e non solo per effetto dell’algoritmo.
Dove esiste già il repost (e cosa cambia per Instagram)
Il concetto di repost non è nuovo. Su X (ex Twitter), è storicamente un elemento fondante. Il retweet ha trasformato la viralità in linguaggio.
Su Facebook, la condivisione di post ha da sempre svolto una funzione simile, anche se meno codificata.
Su TikTok, il pulsante per ripubblicare un video esiste già da tempo, con una logica simile: dare impulso a ciò che si considera rilevante, divertente o utile.
Anche su Threads, la piattaforma testuale di Instagram, la funzione repost è presente fin dal lancio.
Instagram si è mossa più lentamente.
Per anni si è preferito rimanere assenti in questo ambito, lasciando che gli utenti si arrangiassero con altre soluzioni e, in alcuni casi, anche con app terze.
Ora decide di inglobare questa dinamica direttamente nel suo sistema, dando uniformità a un comportamento già diffuso. E questo segna una svolta.
Cosa cambia per utenti, creator e aziende
L’introduzione del repost amplifica la portata organica dei contenuti. Un contenuto che viene ripubblicato da più utenti può circolare in modo molto più esteso, raggiungendo pubblici che altrimenti non avrebbero mai incrociato quel post. Per gli utenti, è un’opportunità per condividere contenuti interessanti e rilevanti.
Per i creator è una nuova opportunità per rendere più visibili i propri contenuti. Ogni repost può potenzialmente generare nuovo interesse, follower, engagement. La logica premia i contenuti capaci di stimolare reazioni e condivisioni.
Per le aziende, la funzione potrebbe diventare uno strumento strategico. I contenuti più efficaci potranno essere rilanciati direttamente dai clienti o dai dipendenti, generando un passaparola genuino. Inoltre, si aprono scenari interessanti per il branded content e per la valorizzazione dei contenuti generati dagli utenti (user generated content), con una distribuzione più fluida e integrata nella piattaforma.
Instagram repost, una sfida alla saturazione
In un momento in cui l’algoritmo di Instagram sembra faticare a proporre contenuti davvero rilevanti per ogni singolo utente, il repost rappresenta una sorta di filtro più umano.
È l’utente stesso che prova a curare ciò che vale la pena vedere. Una dinamica che, se ben utilizzata, può ridurre la saturazione e restituire centralità alla relazione tra utenti, ridando slancio ai contenuti.
Ma questo comporta anche delle responsabilità. Il rischio che la funzione venga usata solo per far circolare contenuti sensazionalistici o già virali, svuotando di significato la stessa funzionalità, è dietro l’angolo.
Instagram repost, una funzione che mira a cambiare molto
A prima vista potrebbe sembrare solo una nuova icona da cliccare, un dettaglio minimo. È una funzione semplice, ma potenzialmente significativa per l’uso quotidiano della piattaforma.
La funzionalità del repost non rivoluzionerà Instagram, questo è sicuro. Ma introduce sicuramente una nuova possibilità che è quella di rilanciare contenuti altrui in modo nativo, senza passaggi esterni.
Una funzione semplice, che potrebbe influenzare la circolazione dei contenuti, dando più spazio alle scelte degli utenti. Oltre a quelle dell’algoritmo, sia chiaro.
Meta, X e LinkedIn si oppongono e la questione si fa politica. L’Italia richiede il pagamento l’IVA alle piattaforme digitali, considerando le registrazioni degli utenti come transazioni imponibili.
Nei mesi scorsi, attraverso le autorità competenti in materia, aveva richiesto alle piattaforme digitali il pagamento di Iva arretrata, per un ammontare di oltre 1 miliardo di euro.
Ebbene, così come riportato da Reuters, le big tech proprietarie delle piattaforme digitali, quindi Meta, X e LinkedIn, si sono opposte impugnando la richiesta.
Si tratta di un precedente in quanto per la prima volta il nostro paese non raggiunge un accordo e, di conseguenza, si cerca la sponda Bruxelles per fare in modo che le aziende paghino il dovuto.
Di fatto, questa è una situazione che rischia di inasprire ancora di più i rapporti Usa/UE, già alle prese con la delicata situazione dei Dazi.
La richiesta IVA sulle “transazioni imponibili”
Come noto, in Italia l’IVA si applica su tutti i beni e servizi. Di conseguenza, nel caso delle piattaforme digitali, le autorità fiscali stanno cercando di estendere questa tassazione anche ai social media, considerando le registrazioni degli utenti come ‘transazioni imponibili’.
Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia
L’Italia richiede quindi alle piattaforme digitali arretrati di Iva pari ad oltre 1 miliardo di euro. Nello specifico: 887,6 milioni di euro a Meta; 12,5 milioni di euro a X e circa 140 milioni di euro a LinkedIn.
Successivamente all’avviso di accertamento inviato dall’Agenzia delle Entrate, quando erano già scaduti i termini, Meta, X e LinkedIn hanno presentato ricorso presso la corte tributaria di primo grado.
La questione rischia di diventare politica
Ora, la questione diventa politica perché le stesse piattaforme si aspettano che ci sia un intervento da parte dell’amministrazione Trump in loro difesa. E non è escluso che ciò accada visti i fatti di questi ultimi giorni riguardo ai dazi.
E poi perché l’azione italiana potrebbe poi essere estesa a tutti i paesi UE a 27. Di conseguenza si potrebbe giungere ad una armonizzazione del provvedimento e portare le piattaforme digitali al pagamento delle tasse sulla base delle iscrizioni degli utenti in ciascun paese.
Al momento solo Meta ha fatto una dichiarazione in merito. La società fondata e guidata da Mark Zuckerberg ha replicato di aver “collaborato pienamente con le autorità italiane”, ma di essere “fortemente in disaccordo con l’idea che fornire agli utenti l’accesso alle piattaforme online debba essere soggetto a IVA”.
LinkedIn ha affermato di non avere “nulla da condividere al momento”. Mentre X, la piattaforma di Elon Musk, al momento non ha espresso alcun commento in merito.
Vedremo come si svilupperà la vicenda che potrebbe ottenere un risultato non prima della primavera del 2026.
Dopo due anni difficili alla guida di X, Linda Yaccarino decide di dimettersi dal ruolo di CEO. Un addio che pone ulteriori interrogativi sul futuro della piattaforma. Non ci sono ancora nomi di possibili sostituti.
“Dopo due incredibili anni” – scrive la Yaccarino su X in un post in cui ha dato la notizia – “ho deciso di dimettermi dal ruolo di CEO di 𝕏”. Che siano stati incredibili bisogna darle atto che è vero.
Portare avanti il suo ruolo con Elon Musk non è stato facile e solo la sua grande resilienza, ed esperienza, le ha permesso di non soccombere prima. Come in tanti si aspettavano.
Yaccarino e i “vaffa” di Musk
Ma Linda Yaccarino, forte della sua lunga permanenza in NBCUniversal, ha saputo destreggiarsi al meglio nonostante Musk le rendesse la vita difficile. Ricorderete certamente il grande “vaffa” rivolto agli investitori dopo che molte aziende avevano deciso di abbandonare X a causa dei contenuti sempre più polarizzanti, se non addirittura estremisti, propagati proprio da Musk. Una situazione che rischiò di mettere in difficoltà la stessa piattaforma.
Proprio in quel momento ci si sarebbe aspettato il passo indietro della Yaccarino. E invece la CEO decise da quel momento in poi che quella era la “sua grande opportunità” e che quindi doveva avere pazienza e ricostruire i rapporti con le aziende (molte delle quali sue clienti in passato) deteriorati dalle continue e pesanti esternazioni del suo capo.
Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X
“Gli sono immensamente grata – scrive ancora la Yaccarino nel suo post rivolgendosi a Musk – per avermi affidato la responsabilità di proteggere la libertà di parola, rilanciare l’azienda e trasformare X nell’app completa”.
Tra le mille difficoltà che la Yaccarino ha dovuto affrontare con X, di certo anche la gestione del rapporto con Musk era parte importante del lavoro.
Lavoro che alla fine, bisogna dirlo, ha premiato la tenacia della Yaccarino.
Infatti, come già ricordato in altre circostanze, dopo la grande fuga gli inserzionisti come Amazon, Apple, per citarne un paio, sono tornate a fare nuovamente annunci pubblicitari su X.
Migliora la situazione di X, ma non del tutto
La società che detiene X, X Corp., nel corso degli ultimi mesi ha recuperato gran parte dei debiti accumulati ed è stata acquisita da xAI, la società di Musk che realizza il chatbot IA Grok (di cui oggi verrà annunciata una nuova versione Grok 4).
Gli esperti sostengono che X stia recuperando terreno, migliorando la situazione anche se ancora al di sotto di quella del 2022 pre acquisizione.
Le previsioni dicono che per il 2025 ci sarà una crescita, su base annua, dei ricavi pubblicitari di X del +16,5 % (16,5 %, pari a $2,26 mld globali) e +17,5 % negli Stati Uniti ($1,31 mld). Un rialzo importante dopo il tonfo del –51 % del 2023.
X ancora centrale per le notizie e la politica
La stessa piattaforma continua, nonostante tutto, ad essere centrale per la politica, per le notizie e per lo sport. Anche dopo la proliferazione di diverse alternative, alcune valide come Threads o Bluesky, X è ancora molto usata e si dice che abbia superato gli 800 milioni di utenti attivi.
La situazione delle minacce legali da parte di Musk e di X ha sicuramente portato molte aziende di nuovo sulla piattaforma, anche se molte sono state riportate a bordo proprio dalla Yaccarino. Ma c’è ancora molto da fare.
Desta qualche perplessità in fatto che la Yaccarino annuncia la sua uscita da X proprio quando Musk ha annunciato il suo nuovo partito “America Party” e proprio nello stesso giorno del grande annuncio di Grok 4.
Al momento non si sa nulla di probabili successori. Tra i papabili potrebbero esserci nomi come Steve Davis, fidatissimo di Musk, o anche Nick Pickles. Lo sapremo nelle prossime ore o nei prossimi giorni.
Sicuramente, chiunque prenderà il posto di Linda Yaccarino avrà un compito molto difficile da portare avanti. In un momento molto, ma molto, complicato.
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