Ecco l’atteso Spotify Wrappred 2025, il racconto musicale dell’anno. Bad Bunny è l’artista più ascoltato al mondo, Sfera Ebbasta in Italia. C’è molto Sanremo negli ascolti e infatti Olly domina canzoni e album. Tra i podcast, Elisa True Crime si conferma al primo posto.
La piattaforma di streaming musicale conferma numeri significativi: oltre 700 milioni di utenti in tutto il mondo hanno contribuito a definire le tendenze musicali e podcast dell’anno appena trascorso.
L’esperienza in-app, disponibile da oggi direttamente nell’applicazione aggiornata per iOS e Android, offre un percorso immersivo e personalizzato che mette in relazione i gusti individuali con i trend globali. Una formula che si conferma vincente e che trasforma le scelte di ascolto individuali in tendenze collettive.
Spotify Wrapped 2025, ecco artisti e classifiche in Italia e nel mondo
Wrapped 2025, il panorama italiano: rap in cima, Sanremo motore del successo
La classifica degli artisti più ascoltati in Italia nel 2025 vede il ritorno in vetta di Sfera Ebbasta, seguito da Shiva, Guè, Geolier e Marracash.
Il rap si conferma genere dominante, ma con sfumature sempre più diversificate: dal mumble rap di Tony Boy (artista selezionato in Spotify RADAR Italia 2024) all’emergente Glocky, parte di Spotify RADAR Italia 2025 e già alla posizione 50 della classifica generale.
Il dato più rilevante riguarda tuttavia il ruolo di Sanremo come fucina di successi. Ben quattro brani su dieci nella top 10 delle canzoni più ascoltate provengono direttamente dal Festival: “Balorda nostalgia” di Olly e Juli al primo posto, seguita da “Incoscienti Giovani” di Achille Lauro, “LA CURA PER ME” di Giorgia e “BATTITO” di Fedez.
La canzone e l’album più ascoltati in Italia sono entrambi di Olly: “Balorda nostalgia” (con Juli) e “TUTTA VITA (SEMPRE)” segnano l’affermazione di una nuova generazione di cantautori che affianca il dominio del rap.
ANNA regina delle artiste per il terzo anno consecutivo
Nella classifica delle artiste più ascoltate, ANNA si conferma al primo posto per il terzo anno di fila, seguita da Elodie e Rose Villain. Taylor Swift e Lady Gaga completano la top 5, mentre tra le italiane si distinguono Annalisa, Elisa e Giorgia.
Sonorità latine e contaminazione: il caso La Plena
Il panorama musicale italiano mostra una crescente apertura alle influenze internazionali. “La Plena – W Sound 05” di W Sound, Beéle e Ovy On The Drums si piazza al quarto posto tra le canzoni più ascoltate, mentre “DtMF” di Bad Bunny entra in quinta posizione. L’album “DeBÍ TiRAR MáS FOToS” dello stesso Bad Bunny raggiunge il quarto posto nella classifica album Italia, a testimonianza di come le sonorità latine siano ormai parte integrante della colonna sonora del Paese.
Wrapped 2025, gli italiani che conquistano il mondo
I Måneskin si confermano gli artisti italiani più ascoltati all’estero per il quarto anno consecutivo. Al secondo posto la dance di Gabry Ponte, seguita dal neoclassicismo-minimalista di Ludovico Einaudi. Damiano David, voce dei Måneskin, conquista il quarto posto grazie al lancio del suo album solista “FUNNY little FEARS (DREAMS)”, mentre Laura Pausini chiude la top 5.
Wrapped 2025, lo scenario globale: Bad Bunny domina con 18,8 miliardi di ascolti
A livello mondiale, Bad Bunny torna a essere l’artista più ascoltato per la quarta volta nella storia di Wrapped (dopo 2020, 2021 e 2022), con oltre 18,8 miliardi di ascolti. Sul podio anche Taylor Swift e The Weeknd, seguiti da Drake e Billie Eilish.
“Die With A Smile” di Lady Gaga e Bruno Mars è la canzone più ascoltata al mondo nel 2025, con oltre 1,7 miliardi di riproduzioni. Seguono “BIRDS OF A FEATHER” di Billie Eilish, “APT.” di ROSÉ e Bruno Mars, “Ordinary” di Alex Warren e “DtMF” di Bad Bunny.
L’album più ascoltato a livello globale è “DeBÍ TiRAR MáS FOToS” di Bad Bunny con oltre 7,7 miliardi di riproduzioni totali, seguito dalla colonna sonora del film Netflix “KPop Demon Hunters” e da “HIT ME HARD AND SOFT” di Billie Eilish.
Wrapped 2025, podcast: il true crime non conosce crisi
In Italia il true crime si conferma il genere podcast più ascoltato. “Elisa True Crime” di Elisa De Marco raggiunge il primo posto per il terzo anno consecutivo, seguito da “Indagini” di Stefano Nazzi. A completare la top 5 ci sono “Stories” di Cecilia Sala, “Passa dal BSMT” di Gianluca Gazzoli e “ONE MORE TIME di Luca Casadei”. Dato interessante: il 50% dei podcast nella top 10 italiana sono video podcast, a conferma di un formato in crescita.
A livello globale, “The Joe Rogan Experience” si riconferma il podcast più ascoltato per il sesto anno consecutivo, seguito da “The Diary of a CEO with Steven Bartlett” e “The Mel Robbins Podcast”.
Le novità dell’esperienza Wrapped 2025
Spotify Wrapped 2025 introduce diverse nuove funzionalità nell’esperienza in-app. Tra le novità principali: “Età in base agli ascolti”, uno strumento che confronta i gusti musicali con quelli di altri ascoltatori della stessa fascia d’età; la visualizzazione dell’album più ascoltato dell’anno; la possibilità di ricevere clip personalizzate dal proprio podcaster preferito; la classifica dei “top fan” che permette di scoprire la propria posizione nella classifica mondiale degli ascoltatori del proprio artista preferito.
Interessante anche la novità dei “Club in base agli ascolti”, sei categorie che rappresentano diversi stili di ascolto, e “Wrapped Party”, un’esperienza interattiva per rivivere il proprio anno musicale in tempo reale con altri utenti.
Spotify ha inoltre lanciato la Wrapped Creator Experience 2025, dedicata a podcaster, artisti, inserzionisti e, per la prima volta, anche agli autori, permettendo di esplorare come i fan hanno interagito con i propri contenuti durante l’anno.
I numeri di Spotify
Spotify conta attualmente una community di oltre 713 milioni di utenti, di cui 281 milioni abbonati a Spotify Premium, distribuiti in più di 180 paesi. La piattaforma ospita più di 100 milioni di brani, quasi 7 milioni di podcast e oltre 350 mila audiolibri.
Le classifiche Wrapped 2025
Artisti Italia
Artiste Italia
Italiani all’estero
1. Sfera Ebbasta
1. ANNA
1. Måneskin
2. Shiva
2. Elodie
2. Gabry Ponte
3. Guè
3. Rose Villain
3. Ludovico Einaudi
4. Geolier
4. Taylor Swift
4. Damiano David
5. Marracash
5. Lady Gaga
5. Laura Pausini
6. Tony Boy
6. Annalisa
6. MEDUZA
7. Olly
7. Elisa
7. Eros Ramazzotti
8. Lazza
8. Billie Eilish
8. Andrea Bocelli
9. Artie 5ive
9. Giorgia
9. Gigi D’Agostino
10. Kid Yugi
10. Rihanna
10. Baby Gang
Canzoni Italia
Album Italia
Podcast Italia
1. Balorda nostalgia – Olly, Juli
1. TUTTA VITA (SEMPRE) – Olly, Juli
1. Elisa True Crime
2. Incoscienti Giovani – Achille Lauro
2. DIO LO SA – Geolier
2. Indagini
3. NEON – Sfera Ebbasta, Shiva
3. SANTANA MONEY GANG – Sfera Ebbasta, Shiva
3. Stories
4. La Plena – W Sound 05 – W Sound, Beéle, Ovy On The Drums
4. DeBÍ TiRAR MáS FOToS – Bad Bunny
4. Passa dal BSMT
5. DtMF – Bad Bunny
5. LA BELLAVITA – Artie 5ive
5. ONE MORE TIME di Luca Casadei
6. LA CURA PER ME – Giorgia
6. LOCURA – Lazza
6. La Zanzara
7. Ora che non ho più te – Cesare Cremonini
7. Tropico Del Capricorno – Guè
7. Il podcast di Alessandro Barbero
8. Per due come noi – Olly, Angelina Mango, Juli
8. Tutti i Nomi del Diavolo – Kid Yugi
8. SUPERNOVA
9. BATTITO – Fedez
9. VERA BADDIE – ANNA
9. PULP PODCAST
10. Scarabocchi – Olly, Juli
10. Hello World – Pinguini Tattici Nucleari
10. The Essential
Artisti Globale
Canzoni Globale
1. Bad Bunny
1. Die With A Smile – Lady Gaga, Bruno Mars
2. Taylor Swift
2. BIRDS OF A FEATHER – Billie Eilish
3. The Weeknd
3. APT. – ROSÉ, Bruno Mars
4. Drake
4. Ordinary – Alex Warren
5. Billie Eilish
5. DtMF – Bad Bunny
6. Kendrick Lamar
6. back to friends – sombr
7. Bruno Mars
7. Golden – HUNTR/X, EJAE, Audrey Nuna, Rei Ami, KPop Demon Hunters Cast
8. Ariana Grande
8. luther (with sza) – Kendrick Lamar, SZA
9. Arijit Singh
9. That’s So True – Gracie Abrams
10. Fuerza Regida
10. WILDFLOWER – Billie Eilish
Album Globale
Podcast Globale
1. DeBÍ TiRAR MáS FOToS – Bad Bunny
1. The Joe Rogan Experience
2. KPop Demon Hunters (Soundtrack) – KPop Demon Hunters Cast, HUNTR/X, Saja Boys
Il debutto di “Info sul tuo account” su X, pensato per rendere più trasparenti i profili, ha prodotto confusione, errori, localizzazioni imprecise. Si è quindi riacceso il dibattito sul ruolo della piattaforma nella lotta alla disinformazione. Ecco tutto quello che è successo.
Quello che doveva essere un passo avanti verso la trasparenza e verso la lotta alla disinformazione, si è rivelato un mezzo pasticcio.
Annunciata da settimane, alla fine X ha lanciato il fine settimana appena trascorso la funzione “Info sul tuo account”. Immediatamente dopo si è innescata una serie di situazione che dimostrano quanto sia complesso portare trasparenza in un ambiente dove l’autenticità è merce sempre più rara.
Nel giro di 48 ore dalla sua attivazione, la funzione è stata temporaneamente disattivata, poi riattivata con modifiche sostanziali, mentre migliaia di utenti si sono ritrovati a scoprire che account con centinaia di migliaia di follower, che si presentavano come “patrioti americani”, erano in realtà gestiti da Paesi lontani migliaia di chilometri dagli Stati Uniti.
Il caso più eclatante ha coinvolto addirittura l’account del Dipartimento di Sicurezza Nazionale statunitense, con screenshot diventati virali che lo mostravano come “basato in Israele” prima che la funzione sparisse improvvisamente nella notte di venerdì scorso, 22 novembre 2025.
X, la trasparenza e il pasticcio sulle info dei profili
Come si è arrivati a Info sul tuo account
Come dicevo all’inizio, la funzionalità era arrivata già il 14 ottobre 2025, quando Nikita Bier, responsabile prodotto di X dal luglio di quell’anno, aveva anticipato l’intenzione della piattaforma di apportare una maggiore trasparenza sui profili. Intento assolutamente lodevole.
La fase di test era partita sugli account dei dipendenti X, con l’obiettivo dichiarato di aiutare gli utenti a verificare l’autenticità dei contenuti che visualizzano quotidianamente e limitare l’influenza delle cosiddette “troll farm”.
La funzione, accessibile toccando la data di iscrizione visibile sui profili, mostra una serie di informazioni fino a quel momento nascoste: il Paese o la regione da cui l’account viene utilizzato prevalentemente; la data di creazione dell’account; il numero di volte in cui è stato cambiato il nome utente con l’indicazione dell’ultimo cambio; e la modalità attraverso cui l’app è stata scaricata originariamente (App Store statunitense, Google Play, web e così via).
Il meccanismo tecnico si basa sull’analisi degli indirizzi IP aggregati e sui dati dello store da cui è stata scaricata l’applicazione. X ha anche predisposto un sistema di avvisi per segnalare quando vengono rilevate connessioni attraverso proxy o VPN, mostrando un’icona a scudo con la dicitura che il Paese o la regione potrebbero non essere accurati.
Come si sa, gli utenti hanno la possibilità di modificare le impostazioni sulla privacy, scegliendo se mostrare il Paese specifico o solo la macro-regione geografica (Europa, Asia, Africa).
Questa opzione, inizialmente pensata per tutelare utenti in Stati dove la libertà di espressione è limitata, è stata poi estesa a tutti gli utenti. In ogni caso, come precisato da Bier, l’attivazione dei controlli sulla privacy viene evidenziata sul profilo stesso, creando un ulteriore livello di segnalazione che potrebbe alimentare sospetti.
Lancio globale e l’immediato caos
Quando la funzione è stata attivata a livello globale, sabato 22 novembre, si è scatenato un prevedibile parapiglia. Utenti di ogni orientamento politico hanno iniziato a verificare la posizione geografica di account con cui interagivano da anni, scoprendo incongruenze spesso clamorose.
I dati emersi nelle prime ore di utilizzo hanno mostrato situazioni e scenari sorprendenti.
L’account MAGANationX, con quasi 400.000 follower e che si presenta come “voce patriottica del popolo americano”, è risultato basato in Europa orientale al di fuori dell’Unione Europea.
IvankaNews_, account dedicato a Ivanka Trump con quasi un milione di follower, è apparso localizzato in Nigeria. Altri profili molto seguiti che promuovono contenuti pro-MAGA sono stati identificati in Bangladesh (account “America First” con 67.000 follower), Thailandia (Dark Maga con 15.000 follower), Marocco e Macedonia.
Ma il fenomeno non ha risparmiato neanche l’altro lato dello spettro politico. Un account che si presentava come “democratico orgoglioso” e “cacciatore professionale di MAGA”, con 52.000 follower, è stato localizzato in Kenya.
L’account “Republicans Against Trump”, con quasi un milione di follower, è risultato basato in Austria, anche se successivamente la localizzazione è cambiata in USA con l’avviso di possibile uso di VPN.
Il caso più eclatante, però, è stato quello dell’account del Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Venerdì mattina hanno iniziato a circolare screenshot e video che mostravano l’account come “basato a Tel Aviv, Israele”.
La funzionalità è stata disattivata bruscamente venerdì sera, alimentando dubbi sul fatto che X avesse ritirato lo strumento proprio per sopprimere la controversia legata all’account governativo.
Il DHS ha inizialmente risposto con un meme che mostrava Trump con espressione stupita, senza confermare né smentire, per poi pubblicare domenica una smentita ufficiale affermando che l’account è sempre stato gestito esclusivamente dagli Stati Uniti.
Nikita Bier ha respinto con forza le speculazioni, definendo le affermazioni “fake news” e spiegando che la funzione era stata temporaneamente disattivata “perché il Paese di creazione dell’account era inesatto per un sottoinsieme molto piccolo di account vecchi, a causa di intervalli IP cambiati nel tempo”.
Bier ha inoltre precisato che le informazioni sulla posizione non erano (e non lo saranno) disponibili per gli account verificati grigi (governativi e istituzionali), e che i post che mostravano il contrario erano stati etichettati come “media manipolati”.
Cinque ore dopo ha pubblicato un laconico “ho bisogno di un drink”, sintomo della pressione che si stava accumulando.
Quando la funzione è stata riattivata domenica mattina, X aveva già operato modifiche significative. L’informazione sul Paese di creazione originale dell’account era stata rimossa completamente, lasciando solo la posizione corrente basata, rispetto a quello che è stato diffuso inizialmente.
Gli account istituzionali con spunta grigia ora mostrano solo la data di creazione e quella di verifica, senza alcuna indicazione geografica, con l’eccezione dell’account DHS che è l’unico profilo governativo a mostrare “Stati Uniti” come posizione.
Le cause tecniche delle imprecisioni sono molteplici. L’uso di VPN o proxy può alterare la localizzazione rilevata. Gli indirizzi IP dinamici, i servizi di hotspot mobile e connessioni di tipo satellitare possono generare dati geografici errati.
Gli intervalli di indirizzi IP cambiano nel tempo, rendendo obsolete le informazioni di localizzazione storica per account creati anni fa. Viaggi internazionali e trasferimenti di residenza creano ulteriore complessità.
Appena attivata ho personalmente verificato diversi casi problematici. Il mio stesso account è stato segnalato come “probabilmente collegato via VPN” quando così non era e non è mai stato. Con il risultato di generare un’informazione completamente errata. Vero è che la mia posizione è in Italia.
Ma c’è di più. Profili che si dichiaravano italiani risultavano attivi stabilmente nel Sud-Est asiatico. E da ui si potrebbe creare una lista lunghissima di account.
Di fronte a questa funzionalità, molto valida nel suo intento, va assunto un atteggiamento attento. Proviamo ad immaginare due esempi.
Come approcciare alla funzionalità
Un account creato nel 2023, localizzato in India, con decine di cambi di username in pochi mesi e contenuti esclusivamente anti-Unione Europea presenta tutti i segnali di un’attività non autentica.
Invece, un profilo del 2011 con posizione sempre in Italia, verifica dal 2017 e attività coerente nel tempo lascia immaginare che sia un utente reale.
Bier ha riconosciuto che persistono alcune imperfezioni che dovrebbero essere risolte entro martedì 25 novembre, sottolineando che “se qualche dato è scorretto, verrà aggiornato periodicamente in base alle migliori informazioni disponibili” e che questo avviene “con una pianificazione ritardata e randomizzata per preservare la privacy”.
Le implicazioni politiche
Al di là degli aspetti tecnici, la funzione ha riacceso un dibattito, mai sopito in realtà, sull’effettiva portata dell’interferenza straniera nelle conversazioni politiche online.
Secondo le verifiche condotte da diversi analisti nelle prime ore di attivazione della funzione, decine di account con follower che vanno dalle decine di migliaia al milione sono risultati basati in Paesi diversi da quelli che i loro contenuti suggerivano.
Il Centre for Information Resilience aveva già segnalato durante le elezioni statunitensi del 2024 l’uso di account basati in Europa orientale o Russia per amplificare il movimento MAGA. La nuova funzione ha finito per rivelare informazioni alimentando ancora di più sospetti rispetto ad alcuni account.
Quando un utente ha chiesto a Grok, il chatbot di IA integrato in X, se il fenomeno riguardasse entrambi gli schieramenti politici, la risposta è stata: “I recenti aggiornamenti di X con le etichette dei Paesi hanno evidenziato diversi account pro-Trump/MAGA come basati all’estero, spesso in Russia. Le ricerche mostrano meno report di account democratici esposti in questo evento specifico, anche se operazioni di influenza straniera hanno storicamente preso di mira entrambi gli schieramenti politici“.
Recent X updates with country labels have highlighted several pro-Trump/MAGA accounts as foreign-based, often Russian. Searches show fewer reports of Democrat accounts exposed in this specific event, though foreign influence ops have targeted both political sides historically,…
La vicenda solleva questioni più profonde sulla natura stessa della trasparenza nelle piattaforme digitali. Uno strumento pensato per aumentare la fiducia ha finito per generare confusione, alimentato teorie di complotto e potenzialmente danneggiato la reputazione di account segnalati erroneamente.
Il problema fondamentale è che la trasparenza imperfetta può diventare addirittura più dannosa della stessa opacità.
Quando un sistema di verifica presenta margini di errore così evidenti ma viene percepito come affidabile, le conseguenze possono essere gravi.
Un utente segnalato come “probabilmente collegato via VPN” quando non lo è subisce un danno reputazionale ingiustificato. Un giornalista che lavora legittimamente dall’estero rischia di essere etichettato come troll. Un account governativo erroneamente localizzato in un altro Paese innesca enormi dubbi infondati.
La dinamica ricorda altri tentativi di introdurre meccanismi di verifica su larga scala che si sono rivelati problematici.
Le etichette automatiche di Facebook sui contenuti legati al cambiamento climatico hanno generato falsi positivi su articoli scientifici. I sistemi di moderazione automatica di YouTube hanno ripetutamente colpito contenuti legittimi mentre lasciavano passare violazioni evidenti. La differenza è che in questo caso la classificazione geografica tocca direttamente la sfera dell’identità e dell’opinione politica.
C’è poi il rischio di abuso dello strumento stesso. Utenti malintenzionati hanno iniziato a utilizzare la funzione per campagne di delegittimazione mirata, pubblicando screenshot di localizzazioni geografiche per screditare avversari politici. Tutto questo senza verificare se i dati fossero accurati o se ci fossero spiegazioni legittime (come persone che lavorano temporaneamente all’estero o che hanno creato account durante viaggi).
La possibilità di modificare le impostazioni per mostrare solo la regione invece del Paese specifico introduce un ulteriore livello di ambiguità. Se un utente sceglie di mostrare “Asia” invece di un Paese specifico, questo viene evidenziato sul profilo, creando di fatto un segnale che può essere interpretato negativamente anche quando la scelta è legittima per ragioni di sicurezza personale.
Quale trasparenza è possibile nelle piattaforme digitali?
La risposta che emerge da questa vicenda è che la trasparenza non è un interruttore che si può semplicemente attivare. Ma è un sistema complesso che richiede precisione tecnica, capacità di comprensione e interpretazione del contesto e meccanismi di correzione.
Uno strumento di trasparenza difettoso non è solo inutile: è controproducente perché erode ulteriormente la fiducia che pretende di costruire.
X non è la prima piattaforma a offrire informazioni “su questo account”. Instagram ha una funzionalità simile da tempo, che mostra quando un profilo è stato creato e i pattern di crescita dei follower. Ma Instagram si limita a dati meno controversi e più facilmente verificabili.
La scelta di X di includere informazioni geografiche basate su dati IP, notoriamente imprecisi, rappresentava un rischio calcolato che si è rivelato del tutto sottovalutato.
Il contesto normativo europeo aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il Digital Services Act richiede alle piattaforme di grande dimensione di aumentare la trasparenza sui contenuti e di dare agli utenti strumenti per valutare l’affidabilità delle informazioni.
La vicenda si inserisce anche nella più ampia strategia di Elon Musk di trasformare X in un’”app per tutto” dove la fiducia è fondamentale. Come sottolineato da Bier, l’obiettivo è che durante eventi come elezioni o crisi internazionali, conoscere da dove proviene un account possa fornire un contesto preciso, simile alla firma che accompagna gli articoli nel giornalismo tradizionale. Ma il paragone regge solo se le informazioni sono accurate quanto quelle di una testata giornalistica verificata.
X, la trasparenza e il pasticcio sulle info dei profili
Cosa si impara da un esempio di trasparenza imperfetta
Cosa ci dice questa vicenda sul futuro della verifica dell’autenticità online
Innanzitutto, che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. L’identificazione di bot e account inautentici richiedono l’analisi di molteplici segnali comportamentali, non solo della posizione geografica. La frequenza dei post, i pattern di interazione, la coerenza temporale del linguaggio, le reti di connessioni sono tutti elementi che, combinati, possono fornire un quadro più affidabile.
In secondo luogo, che la trasparenza deve essere accompagnata da meccanismi capaci di contestualizzare e correggere in tempo reale.
X ha dimostrato di poter reagire rapidamente disattivando e modificando la funzione, ma questo ha anche alimentato la percezione di censura e manipolazione.
Un sistema più maturo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio la possibilità per gli utenti di segnalare errori e di fornire spiegazioni contestuali verificabili.
Terzo, che gli effetti collaterali della trasparenza imperfetta possono essere significativi. La funzione ha generato ondate di campagne di delegittimazione reciproca, ha esposto potenzialmente utenti a rischi e ha alimentato narrazioni cospirazioniste molto difficili da smentire una volta diffuse.
Per ora, “Info sul tuo account” rimane quello che dovrebbe essere esplicitamente dichiarato: un indicatore, non una prova. Un primo tentativo di dare contesto, non una certificazione di autenticità.
Una indicazione da mettere insieme ad altri elementi di valutazione, non una sentenza definitiva. Se gli utenti lo useranno con questa consapevolezza critica, allora potrebbe essere utile.
Se invece verrà trattato come verità assoluta, paradossalmente potrebbe alimentare più confusione di quanta ne risolva. E questa, forse, è la lezione più importante di questo caotico weekend digitale.
[Le immagini originali sono state realizzare usando modelli di IA Artificiale Generativa, come Dall-E 3, Canva Magic Media, Gemini 3]
Il down di Cloudflare ha bloccato gran parte del web, evidenziando ancora una volta la fragilità dell’infrastruttura digitale nell’era dell’intelligenza artificiale e della sua crescente pressione.
Nuovi messaggi di errore 500, pagine bianche e servizi inaccessibili. Non si trattava di un problema locale o di singole piattaforme in difficoltà. Il problema, stavolta, era causato da Cloudflare, l’infrastruttura invisibile che gestisce circa il 20% di tutto il traffico internet mondiale.
Quando in Italia erano circa le 12:20, un’ondata di down ha colpito nello stesso momento X, ChatGPT, Canva, Discord, League of Legends, PayPal, Spotify e centinaia di altri servizi. Per oltre un’ora, una porzione significativa del web è rimasta paralizzata, in quello che si configura come uno dei blackout più estesi degli ultimi mesi.
Un incidente che arriva a meno di un mese dal down di Amazon Web Services del 20 ottobre, e che solleva nuovamente interrogativi urgenti sulla fragilità dell’infrastruttura digitale nell’era dell’intelligenza artificiale.
Cronaca di un blackout annunciato
La prima segnalazione ufficiale è arrivata alle 11:48 UTC sulla pagina Cloudflare Status: “Cloudflare è consapevole di un problema che potrebbe impattare diversi clienti e sta indagando”. Una comunicazione vaga che nascondeva la portata reale del disastro.
Nel giro di pochi minuti, le segnalazioni su Downdetector sono schizzate a oltre 12.000 per la sola piattaforma X. E a quel punto, anche Downdetector stesso, il servizio che monitora i disservizi online, era irraggiungibile perché si appoggia all’infrastruttura Cloudflare.
Gli utenti che cercavano conferme sul blackout si ritrovavano davanti a una schermata bianca con un messaggio surreale. Rendendo quindi impossibile verificare se internet funzionasse, perché il sistema di verifica stesso era offline.
I problemi tecnici erano i soliti ed evidenti, come errori 500 (Internal Server Error) diffusi, loop infiniti nei controlli di sicurezza che verificano se l’utente è umano, dashboard di Cloudflare inaccessibile persino per gli amministratori di sistema che cercavano di capire cosa stesse accadendo.
Anche la stessa pagina di stato del servizio mostrava segni di malfunzionamento, con la formattazione CSS che si sgretolava lasciando solo testo grezzo.
Per comprendere l’ampiezza del blackout, basta guardare l’elenco dei servizi rimasti offline o gravemente rallentati.
Il down di Cloudflare e la fragilità crescente di Internet
Social media e comunicazione: X (ex Twitter) ha registrato picchi di 12.374 segnalazioni su Downdetector, con accessi intermittenti per oltre un’ora. Discord, utilizzato da milioni di gamer e community online, è rimasto inaccessibile.
Intelligenza artificiale e produttività: ChatGPT di OpenAI ha mostrato il messaggio “please unblock challenges.cloudflare.com to proceed”, impedendo l’accesso al chatbot più utilizzato al mondo. Anche Sora, l’applicazione per video brevi di OpenAI, è rimasta offline.
La pagina di stato di OpenAI ha confermato: “un problema con uno dei nostri fornitori di servizi di terze parti”. Canva, la piattaforma di design utilizzata da milioni di professionisti, era completamente irraggiungibile. Persino Claude AI ha sofferto di un’interruzione importante.
Gaming e intrattenimento: League of Legends ha registrato problemi di connessione diffusi. I siti di modelli 3D per la stampa come Printables e Thangs mostravano errori HTTP 500. Letterboxd, il social network per cinefili, era offline.
Finanza e crypto: Coinbase, la principale piattaforma di trading crypto, ha subito interruzioni. BitMEX ha confermato un’interruzione legata ai problemi Cloudflare. Arbiscan, il block explorer di Arbitrum, era inaccessibile. DefiLlama, piattaforma fondamentale per i dati DeFi, mostrava errori intermittenti. PayPal e le app di pagamento hanno registrato problemi.
Servizi quotidiani: Uber e Uber Eats hanno mostrato difficoltà intermittenti con pagamenti e ordini. Persino i chioschi McDonald’s per gli ordini hanno smesso di funzionare in diverse località, come segnalato su Reddit. Spotify ha registrato problemi separati ma contemporanei.
Infrastruttura Web: Siti di informazione, portali aziendali, piattaforme e-commerce. Hardware Upgrade, tra i principali siti tech italiani, era irraggiungibile. The Register, Notebookcheck e Videocardz mostravano errori 500.
Cos’è Cloudflare e perché un suo problema blocca internet
Per comprendere la portata di questo ennesimo down, serve capire cosa fa realmente Cloudflare e perché la sua posizione nel web moderno è così cruciale.
Questo sistema offre vantaggi enormi. Cloudflare distribuisce i contenuti attraverso una Content Delivery Network (CDN) con server in oltre 200 città in più di 100 paesi, rendendo il caricamento delle pagine molto più veloce. Protegge i siti da attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), filtrando il traffico malevolo prima che possa raggiungere i server reali. Gestisce in media 81 milioni di richieste HTTP al secondo, secondo i dati ufficiali dell’azienda.
I numeri della concentrazione sono impressionanti. Secondo W3Techs, circa l’80,7% di tutti i siti web che utilizzano una CDN si appoggiano a Cloudflare. In termini di quota di mercato assoluta delle CDN, Cloudflare detiene il 39,24%, seguita da Amazon CloudFront con il 24,22%. Tra i top 10.000 siti più popolari al mondo, il 32,8% utilizza Cloudflare.
Nel 2024, l’azienda ha registrato ricavi per 1,3 miliardi di dollari, con una crescita del 32% anno su anno. Ha 4,1 milioni di clienti totali, di cui 119.206 paganti e 945 grandi aziende che generano ciascuna oltre 100.000 dollari di ricavi annui.
La struttura dei prezzi di Cloudflare spiega in parte questa diffusione: offre un piano gratuito generoso che ha permesso a milioni di piccoli siti di adottare la piattaforma senza costi iniziali. Una strategia che ha creato una dipendenza strutturale difficile da invertire.
Le cause: traffico anomalo e altri da verificare
Alle 13:09 UTC, Cloudflare ha pubblicato l’aggiornamento più significativo: “Il problema è stato identificato e una soluzione è in fase di implementazione”. Ma cosa era successo realmente?
Un portavoce dell’azienda ha dichiarato ai media: “Abbiamo rilevato un picco di traffico insolito verso uno dei servizi Cloudflare a partire dalle 11:20 UTC. Questo ha causato errori per parte del traffico che passa attraverso la rete Cloudflare. Non conosciamo ancora la causa del picco di traffico insolito”.
La comunicazione ufficiale parla di un “picco di traffico insolito” verso uno dei servizi Cloudflare, che ha innescato errori a cascata nel traffico che transitava attraverso la rete. L’azienda ha sottolineato di essere al lavoro per garantire che tutto il traffico venga servito senza errori, rimandando l’analisi delle cause dopo il ripristino del servizio.
Le ipotesi circolate nell’immediatezza hanno considerato diversi scenari. Cloudflare aveva programmato manutenzioni ordinarie in alcuni datacenter. In ogni caso, le manutenzioni programmate di solito prevedono il reindirizzamento del traffico verso altre località, rendendo improbabile che siano state la causa diretta.
Un attacco DDoS coordinato resta una possibilità, anche se Cloudflare è specializzata proprio nella mitigazione di questo tipo di minacce. Solo due mesi prima, l’azienda aveva bloccato un attacco DDoS record da 11,5 Tbps. L’ipotesi di un attacco sufficientemente sofisticato da superare le difese di Cloudflare potrebbe risultare inquietante riguardo alla sicurezza dell’infrastruttura globale.
Alan Woodward, esperto di cybersecurity dell’Università del Surrey, ha commentato: “Un servizio così grande raramente ha un singolo punto di fallimento”, sottolineando come sia improbabile che si tratti di un attacco coordinato ma evidenziando la complessità del sistema.
Un errore di configurazione interna, magari legato al DNS o ai sistemi di routing, è l’ipotesi più probabile secondo molti osservatori tecnici. Un errore di configurazione nei sistemi che traducono i nomi di dominio in indirizzi IP potrebbe spiegare l’effetto a cascata osservato.
Durante i tentativi di rimedio, Cloudflare ha dovuto disabilitare temporaneamente l’accesso WARP a Londra, il servizio simile a una VPN che instrada il traffico attraverso la rete dell’azienda. Una mossa drastica che indica la gravità dei problemi di routing riscontrati.
Il down di Cloudflare e la fragilità crescente di Internet
Il ripristino graduale e lo stato attuale
Circa due ore dopo l’inizio del blackout, Cloudflare ha annunciato progressi significativi: “Abbiamo apportato modifiche che hanno consentito il ripristino di Cloudflare Access e WARP. I livelli di errore per gli utenti di Access e WARP sono tornati ai livelli precedenti all’incidente. Abbiamo riattivato WARP Access a Londra. Stiamo continuando a lavorare per ripristinare altri servizi”.
Il ripristino è avvenuto in modo graduale e geograficamente disomogeneo. Nel Regno Unito, dove i problemi erano particolarmente acuti, il miglioramento è stato evidente da subito. Negli Stati Uniti, con la costa est che si svegliava proprio durante il picco del blackout, le segnalazioni hanno continuato ad aumentare fino alle prime ore del pomeriggio ora locale.
Alle 13:35 UTC, l’azienda ha confermato: “Stiamo continuando a lavorare per ripristinare il servizio per i clienti dei servizi applicativi”, indicando che alcuni servizi richiedevano ancora interventi specifici.
Le azioni Cloudflare hanno reagito immediatamente al blackout, perdendo oltre il 5% nelle contrattazioni pre-mercato, poi il calo si è ridotto al 3,5% con l’avanzare della giornata e il graduale ripristino dei servizi.
Nel pomeriggio italiano, la maggior parte dei servizi risultava nuovamente accessibile, anche se Cloudflare ha avvertito che “i clienti potrebbero continuare a osservare tassi di errore superiori alla norma mentre continuano gli sforzi di ripristino”. Una coda di problemi destinata a persistere mentre gli ingegneri completavano la stabilizzazione completa della rete.
Sfilza di down ora preoccupanti: da AWS a Cloudflare
Questo blackout non è un episodio isolato. Come dicevamo all’inizio, arriva a distanza di poche settimane dal down di Amazon Web Services del 20 ottobre 2025, che aveva paralizzato servizi come Perplexity, Canva, Snapchat, Roblox, Fortnite, Signal, Coinbase e Venmo. In quel caso, un problema DNS nella regione US-EAST-1 in Virginia aveva innescato un effetto domino globale.
Le analogie sono inquietanti. Entrambi gli incidenti hanno coinvolto problemi a livello di infrastruttura di base (DNS e routing), non attacchi esterni o errori applicativi.
Entrambi hanno colpito simultaneamente servizi apparentemente non correlati, rivelando quanto estesa sia la dipendenza da pochi provider. In entrambi i casi, anche i sistemi di monitoraggio degli outage (come Downdetector) sono finiti offline, creando un vuoto informativo paradossale.
La differenza principale riguarda il ruolo che svolgono nell’architettura di internet. AWS fornisce l’infrastruttura cloud sottostante (server, storage, database), mentre Cloudflare gestisce il layer di rete e sicurezza, quella parte posizionata davanti ai siti.
Ma alla fine, il risultato pratico è lo stesso: quando uno dei due giganti cade, una fetta enorme di internet diventa inaccessibile.
I numeri della concentrazione sono allarmanti. Nel cloud computing, come ricordato qui sul questo blog, AWS detiene circa il 30% del mercato globale IaaS, Microsoft Azure il 20% e Google Cloud il 13%. Insieme controllano oltre il 60% dell’infrastruttura cloud mondiale. Sul fronte delle CDN, Cloudflare domina con quasi l’80% dei siti che usano CDN appoggiate alla sua rete.
Questo significa che una manciata di aziende, letteralmente tre o quattro player, gestiscono l’infrastruttura critica di internet. E quando una di queste inciampa, gli effetti si propagano istantaneamente a livello globale.
Perché le interruzioni stanno diventando sempre più frequenti
La domanda che molti si stanno ponendo dopo questo ennesimo blackout è legittima: perché sembra che internet si stia rompendo così spesso? I dati confermano che non è solo una percezione.
In termini assoluti, le interruzioni legate alle applicazioni sono aumentate dell’8% nei primi cinque mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023. Ma è la natura di queste interruzioni a raccontare la storia più inquietante: la maggior parte dei blackout maggiori del 2024 è stata causata da errori di configurazione backend o dal fallimento di sistemi automatizzati, non da attacchi esterni o guasti hardware.
Le cause di questa tendenza sono molteplici e interconnesse.
L’esplosione della domanda legata all’IA
Il 2024-2025 rappresenta il momento di massima pressione infrastrutturale mai visto. La spesa per l’infrastruttura cloud è cresciuta del 99,3% anno su anno nel quarto trimestre del 2024, raggiungendo 67 miliardi di dollari. Ma non è crescita ordinaria: è trainata dall’intelligenza artificiale.
La domanda di infrastruttura AI sta crescendo a ritmi tre volte superiori rispetto ai carichi di lavoro tradizionali. Il mercato dell’infrastruttura IA è passato da 26,18 miliardi di dollari nel 2024 a proiezioni di 221,4 miliardi entro il 2034, con una crescita del 23,8% annuo. Microsoft ha annunciato investimenti per 80 miliardi di dollari in CapEx per il 2025, Alphabet 75 miliardi, Amazon 100 miliardi. Tutti concentrati su datacenter AI, chip personalizzati e piattaforme di training.
I carichi computazionali sono aumentati in modo esponenziale. I datacenter che prima gestivano 8-10 kW di potenza ora devono sostenere 17 kW, con picchi fino a 100 kW per i deployment AI più avanzati. Questo richiede sistemi di raffreddamento a immersione liquida e infrastrutture elettriche completamente riprogettate.
Secondo Gartner, entro il 2027 il 40% dei datacenter AI subirà limitazioni operative a causa di carenze energetiche. I datacenter negli Stati Uniti hanno consumato il 4,4% dell’elettricità totale nel 2023, con proiezioni che arrivano al 12% entro il 2028. Il fabbisogno di raffreddamento potrebbe raggiungere 275 miliardi di litri d’acqua all’anno.
La corsa alla scalabilità sacrifica la resilienza
La pressione competitiva per rilasciare nuove funzionalità AI, lanciare nuovi servizi, espandere la capacità, è intensa. I cicli di rilascio si accorciano. L’automazione aumenta. Ma l’automazione introduce nuovi punti di fallimento.
CrowdStrike nel luglio 2024 ha mandato offline 8,5 milioni di dispositivi Windows con un aggiornamento difettoso del Falcon Sensor. Microsoft a novembre 2024 ha causato interruzioni a Outlook per un “cambio di configurazione” che ha generato un’ondata di retry request. Cloudflare nell’aprile 2024 aveva già avuto un blackout causato da un deployment di un nuovo servizio di telemetria che aveva sovraccaricato il control plane di Kubernetes.
Insomma, sistemi sempre più complessi, modifiche sempre più frequenti, testing sempre meno esaustivo rispetto alla scala reale di deployment. Il risultato sono incidenti che solo pochi anni fa sarebbero stati impensabili.
L’invecchiamento dell’architettura sotto stress dell’IA
Molte delle infrastrutture cloud e CDN sono state progettate in un’era pre-AI generativa. I pattern di traffico dell’AI sono diversi: burst intensi di richieste, carichi di inferenza che richiedono bassa latenza, training distribuito che genera traffico inter-datacenter massiccio.
Adattare architetture esistenti a questi nuovi pattern senza riprogettarle da zero crea stress points. I sistemi di routing, i load balancer, le configurazioni di rete sono ottimizzati per carichi tradizionali. Quando l’AI genera “picchi di traffico insolito” come quelli che hanno colpito Cloudflare, i sistemi faticano a gestirli senza degradazione o failure.
La concentrazione amplifica ogni singolo errore
Con il 20% di internet che transita attraverso Cloudflare, con AWS che gestisce il 30% del cloud, con tre hyperscaler che controllano oltre il 60% dell’infrastruttura globale, ogni singolo punto di fallimento diventa un blackout globale.
Se dieci anni fa un errore di configurazione avrebbe impattato qualche migliaio di siti, oggi lo stesso errore può mandare offline milioni di servizi simultaneamente. La scala amplifica l’impatto di ogni problema tecnico in modo non lineare.
E non ci sono segnali che questa tendenza si inverta. Anzi. Con l’AI che continua a crescere, con i carichi che aumentano, con la pressione competitiva che spinge verso deployment sempre più aggressivi, è ragionevole aspettarsi che le interruzioni non solo continueranno, ma potrebbero diventare più frequenti e più gravi.
Questo è il prezzo nascosto dell’infrastruttura centralizzata nell’era dell’intelligenza artificiale. Non è sostenibile tecnicamente, non è sostenibile energeticamente, e come stiamo vedendo con sempre maggiore evidenza, non è sostenibile operativamente.
Le conseguenze economiche e reputazionali
Quantificare il costo esatto di un blackout come quello di Cloudflare, ma alcuni dati aiutano a comprendere l’ordine di grandezza.
Durante il down di AWS di ottobre, le stime hanno calcolato perdite superiori a 75 milioni di dollari all’ora considerando solo i principali servizi impattati. Amazon stessa perde circa 220.000 dollari al minuto quando il suo e-commerce è offline. Applicando parametri simili a Cloudflare, con milioni di siti e servizi offline per oltre due ore, si parla di centinaia di milioni di dollari in perdite aggregate.
I costi diretti includono transazioni e-commerce non completate, abbonamenti SaaS non accessibili, pubblicità non visualizzate, sessioni di gaming interrotte con relativi acquisti in-app saltati. I costi indiretti sono ancora più significativi: interruzioni dei processi aziendali, perdita di produttività, necessità di supporto clienti straordinario, impatto sulle SLA (Service Level Agreement) con i clienti business.
Poi c’è la dimensione reputazionale. Per le aziende che dipendono da Cloudflare, ogni minuto di downtime erode la fiducia degli utenti. Per Cloudflare stessa, un incidente di questa portata solleva domande sulla resilienza dell’infrastruttura proprio mentre l’azienda cerca di espandersi nei servizi enterprise e nell’AI.
L’intelligenza artificiale generativa sta amplificando una forte pressione infrastrutturale. I modelli di IA richiedono elaborazione intensiva, storage massiccio, bassa latenza per applicazioni real-time. Cloudflare gestisce già milioni di richieste per applicazioni AI attraverso i suoi Worker. AWS, Azure e Google Cloud ospitano i principali modelli foundation del settore.
Quando l’infrastruttura che supporta l’IA si blocca, non si fermano solo chatbot e generatori di immagini. Si interrompono sistemi di rilevamento frodi, assistenti virtuali per customer service, sistemi di raccomandazione, automazioni aziendali. La dipendenza diventa sempre più profonda e pervasiva.
Cosa possono fare le aziende (e gli utenti)
Nell’attesa di eventuali framework regolatori, cosa possono fare concretamente le organizzazioni che dipendono da questi servizi?
La prima risposta è diversificazione. Progettare sistemi che possano funzionare con provider alternativi, anche a costo di maggiore complessità. Utilizzare multi-CDN, distribuire applicazioni su cloud diversi, implementare fallback verso infrastrutture on-premise per funzioni critiche.
La seconda è monitoraggio proattivo. Non affidarsi solo ai sistemi di status dei provider, ma implementare controlli indipendenti. Avere registri dettagliati per scenari di disaster recovery che includano esplicitamente i blackout dei provider esterni.
La terza è trasparenza verso i propri utenti. Comunicare chiaramente le dipendenze infrastrutturali, avere piani di comunicazione pre-definiti per gli outage, gestire le aspettative realisticamente.
Per gli utenti finali, la consapevolezza è il primo passo. Comprendere che il web moderno, per quanto appaia solido, poggia su fondamenta più fragili di quanto sembri. Avere piani B per attività critiche: contatti alternativi per comunicazioni urgenti, backup locali di documenti importanti, metodi di pagamento diversificati.
In conclusione, questo nuovo blackout di Cloudflare si aggiunge a una serie di incidenti che stanno mappando i punti di fragilità dell’infrastruttura digitale globale. Dopo AWS a ottobre, dopo il down di CrowdStrike nel luglio 2024 che aveva paralizzato voli e ospedali, dopo le interruzioni di Microsoft Azure, tutto questo inizia ad essere preoccupante. Proprio in relazione a tutto quello che abbiamo visto fin qui.
La concentrazione in pochi hyperscaler ha senso dal punto di vista dell’efficienza e dei costi. Ma ha un prezzo nascosto in termini di resilienza sistemica che paghiamo collettivamente quando questi nodi critici falliscono.
Con 35 milioni di siti che dipendono da Cloudflare, con il 20% del web che transita attraverso la sua rete, con l’intelligenza artificiale che spinge la domanda di infrastruttura a livelli senza precedenti, la domanda non è se ci saranno altri blackout. È quando, e quanto saranno gravi.
La buona notizia è che questi incidenti raramente durano giorni. Il ripristino avviene in termini di ore, a volte, quando va bene, anche in minuti. Ma la cattiva notizia è che la fragilità resta. E in un’epoca in cui la dipendenza dal digitale diventa sempre più totale, ogni blackout è un piccolo collasso che ci ricorda quanto sia precario l’equilibrio su cui poggiamo.
Un guasto in Virginia può fermare il mondo, come abbiamo visto a ottobre. Un picco di traffico anomalo verso Cloudflare può rendere invisibile un quinto di internet, come abbiamo visto oggi. E la prossima volta? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che ci sarà una prossima volta.
Perchè alla fine, abbiamo costruito un’infrastruttura digitale straordinariamente potente ed efficiente, ma abbiamo dimenticato di chiederci cosa succede quando si ferma. E continuiamo a scoprirlo sempre nel modo più doloroso possibile.
Dal 10 febbraio 2026 Facebook eliminerà i pulsanti “Mi piace” e “Commenti” dai siti web. Un cambiamento che segna la fine del web aperto e l’ascesa definitiva delle piattaforme chiuse.
Meta ha annunciato che dal 10 febbraio 2026 due dei suoi plugin social più iconici scompariranno dal web. Stiamo parlando dei pulsanti “Mi piace” e “Commenti”.
Una notizia che a molti potrebbe sembrare marginale, quasi una nota in fondo alla pagina nella storia dei social media. Eppure, dietro questo abbandono si nota un chiaro segnale di cambiamento. Quel tipo di cambiamento che sta attraversando le piattaforme social media di cui tutti noi stiamo osservando gli effetti.
Quando Facebook voleva essere ovunque
Per capire cosa sta accadendo, dobbiamo fare un passo indietro e arrivare al 2010. In quegli anni Facebook stava vivendo la sua età d’oro. Era nel pieno di una crescita esponenziale, miliardi di utenti attivi e l’ambizione di spingere la piattaforma oltre i suoi naturali confini.
L’Open Graph era un sistema di protocolli e strumenti per sviluppatori che permetteva ai siti web di integrarsi profondamente con Facebook. In pratica, trasformava ogni pagina web in un “oggetto sociale” che poteva essere condiviso, commentato e apprezzato esattamente come un post su Facebook. I siti diventavano estensioni del social network e Facebook diventava il tessuto connettivo del web.
Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era
Cos’è l’Open Graph?
L’Open Graph è stato lanciato da Facebook nel 2010 come un set di strumenti che permetteva ai siti web di “parlare” con Facebook. Grazie a semplici righe di codice, ogni articolo, pagina o prodotto poteva diventare un contenuto social: gli utenti potevano mettere “Mi piace”, commentare o condividere direttamente dal sito esterno, e queste azioni comparivano nel loro profilo Facebook.
Era l’epoca in cui Facebook voleva essere il centro del web, non solo una destinazione tra tante.
I plugin “Mi piace” e “Commenti” rappresentavano l’incarnazione perfetta di questa visione. Permettevano agli utenti di interagire con contenuti esterni senza mai lasciare l’ecosistema Facebook. Un clic su quel bottoncino blu in fondo a un articolo, e l’azione veniva registrata, condivisa, amplificata attraverso il news feed. Per i publisher era una promessa allettante: traffico organico, engagement, visibilità gratuita.
E per un po’ ha funzionato. Blog, siti di news, portali di ogni tipo si sono riempiti di questi widget azzurri. Era il web sociale, aperto, interconnesso. O almeno così sembrava.
La motivazione: “un’era precedente dello sviluppo web”
Nel comunicato ufficiale, Meta spiega la decisione con toni asettici e professionali. I plugin, si legge, “riflettono un’era precedente dello sviluppo web” e “il loro utilizzo è naturalmente diminuito mentre il panorama digitale si è evoluto”.
Dal punto di vista tecnico, non ci saranno problemi. I plugin diventeranno semplicemente elementi invisibili (0x0 pixel si dice in gergo), senza causare errori o arrecare problemi ai siti.
Non serve alcuna azione da parte dei webmaster. I bottoncini scompariranno in silenzio, lasciando al massimo qualche riga di codice inutile da ripulire per chi vorrà e saprà farlo.
Ma la vera domanda è un’altra. Perché questo utilizzo è “naturalmente diminuito”? La risposta ci porta dritti al cambiamento a cui accennavo prima, che ha investito le piattaforme digitali negli ultimi anni.
Oggi il web che non esce più dalle piattaforme
La verità è che il modello delle piattaforme è cambiato radicalmente. Oggi gli utenti sono sempre più portati a non uscire più dalle piattaforme per andare sui siti web.
I contenuti si consumano direttamente dentro Facebook, Instagram, X, TikTok. Le piattaforme hanno costruito spazi enormi, ma chiusi. Dove tutto accade all’interno: video, articoli, conversazioni, acquisti.
Enormi perché ognuno di essi raccoglie un numero di utenti tale che potrebbe competere con la popolazione dei paesi più grande del pianeta. Suona come una contraddizione parlare delle piattaforme come “spazi chiusi”, ma è la realtà di oggi.
Il web “aperto”, quello degli anni 2010, dove i social media fungevano da ponte tra piattaforme e siti esterni, ha ceduto il passo a un modello in cui le piattaforme vogliono trattenere le persone dentro il proprio ecosistema.
Ogni clic verso l’esterno è un’opportunità persa. Ossia, meno tempo sulla piattaforma, meno dati raccolti, meno pubblicità visualizzata.
Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di una strategia precisa. Meta, come le altre big tech, ha compreso che il vero valore sta nel catturare e trattenere l’attenzione. E l’attenzione non si trattiene abilitando l’uscita verso altri siti, ma costruendo un ambiente dove tutto ciò di cui hai bisogno è già disponibile.
Ecco chi ci perde
E quando quei tasti “Mi piace” e “Commenti” hanno smesso di funzionare realmente come generatori di traffico? Difficile dirlo con precisione, ma il declino è stato progressivo.
Gli algoritmi di Facebook hanno via via ridotto la visibilità dei contenuti esterni nel news feed. Le condivisioni organiche sono diventate sempre meno efficaci. I publisher hanno iniziato a notare che quei bottoncini blu generavano sempre meno clic, sempre meno engagement.
Eppure, per molti siti, soprattutto quelli di informazione e news che negli anni hanno costruito parte della loro strategia su Facebook, questa dismissione è comunque un campanello d’allarme. Anzi, forse più di un campanello d’allarme.
Non tanto per il traffico che effettivamente generano oggi questi plugin (probabilmente marginale), ma per ciò che rappresentano. Quindi la fine definitiva di un’era in cui i social media erano alleati dei publisher nel distribuire contenuti.
In sei anni, dal marzo 2018 al marzo 2024, il declino è stato del 58%, passando da 1,3 miliardi a 561 milioni di referral mensili. Come percentuale del traffico totale, Facebook è passato dal rappresentare il 30% nel 2018 al 7% nel 2024, per poi scendere ulteriormente al 4% nel novembre 2024 secondo dati Chartbeat riportati da Digiday.
Le piattaforme preferiscono che gli utenti leggano gli articoli direttamente all’interno dell’app, attraverso formati proprietari come Instant Articles o semplicemente attraverso anteprime sempre più ricche.
Calo traffico referral Facebook
Il contesto più ampio, la “tiktokizzazione” del web
L’abbandono dei pulsanti Facebook si inserisce in un fenomeno più ampio che potremmo chiamare la “tiktokizzazione” del web. TikTok ha dimostrato che è possibile costruire una piattaforma di successo dove gli utenti passano ore senza mai uscire dall’app, consumando un flusso infinito di contenuti verticali.
Instagram ha abbracciato questa visione con i Reels. YouTube con gli Shorts. Anche X (ex Twitter) sta spingendo sempre più verso contenuti video nativi. L’obiettivo è lo stesso: massimizzare il tempo trascorso all’interno della piattaforma.
E quasi tutte le piattaforme stanno via via demotivando il clic verso link esterni, prediligendo contenuti senza link.
In questo scenario, i plugin che facilitano l’uscita verso siti esterni diventano non solo inutili, ma addirittura controproducenti rispetto alla strategia di business. Meta sta semplicemente prendendo atto di una realtà che era già evidente da tempo.
Cosa rimane e cosa cambia
Non tutti i plugin sociali di Facebook stanno scomparendo. Il pulsante “Condividi”, quello con la “F” blu che si vede in fondo a molti articoli, continuerà a funzionare. Condividere un link su Facebook è un’azione che avviene dentro la piattaforma e genera engagement al suo interno. Il “Mi piace” esterno e i commenti esterni, invece, creavano interazioni che vivevano in parte fuori dal controllo di Meta.
Per i publisher e i proprietari di siti, specie quelli che avevano costruito tutta la strategia di distribuzione su Facebook si fa dura. Non è più tempo di aspettarsi che le piattaforme social portino traffico come succedeva un tempo.
Il modello è cambiato. Se si vuole raggiungere il pubblico dove si trova, bisogna ripensare l’intera strategia e cercare di essere presenti sulle piattaforme in maniera diversa.
Le piattaforme digitali sempre più chiuse
La fine dei “Mi piace” e “Commenti” di Facebook non è un evento isolato, ma il sintomo di una trasformazione strutturale del web. Stiamo passando da un modello distribuito e interconnesso a uno fatto di ecosistemi chiusi e verticalmente integrati.
Le piattaforme non ambiscono più a essere ponti verso altri siti, ma scelgono di diventare destinazioni finali.
Questa evoluzione pone domande importanti. Un web frammentato in spazi chiusi, sebbene enormi, è davvero nell’interesse degli utenti? La concentrazione del potere nelle mani di poche piattaforme che controllano l’accesso all’informazione è sostenibile a lungo termine? E i publisher, come possono sopravvivere in un ecosistema dove il traffico organico dai social è sempre più ridotto?
Non ci sono risposte semplici. Ma è certo che quando quei bottoncini blu scompariranno il 10 febbraio 2026, con loro se ne andrà definitivamente un pezzo della storia del web.
Un web che, per qualche anno, aveva creduto possibile essere allo stesso tempo sociale, aperto e interconnesso. Prima che le logiche di business e il controllo dell’attenzione prendessero il sopravvento.
[L’immagine di copertina è stata realizzata utilizzando il modello di IA generativa DALL-E 3]
I numeri del Q3 di Meta mostrano come la società di Zuckerberg sia ormai orientata verso l’intelligenza artificiale. Anzi, verso la superintelligenza: investimenti e infrastrutture puntano a un’intelligenza superiore firmata Meta.
Questo è quel periodo dell’anno in cui molte aziende quotate fanno un po’ di conti sull’andamento delle piattaforme digitali. apparentemente sono dati che danno noia, numeri finanziari, dati su guadagni e altro. In realtà, in questo preciso momento, sono dati che ci dicono in che direzione stanno procedendo le aziende.
E vediamo insieme come è andato il terzo trimestre per Meta, la società di Mark Zuckerberg che in questi mesi ha virato completamente sulla IA. Pertanto, il Metaverso, mai del tutto avviato, è già un lontano ricordo.
Dunque, Meta ha presentato i risultati del terzo trimestre nella giornata del 29 ottobre 2025. I numeri confermano l’assoluto dominio pubblicitario e una visione che guarda ormai sempre più lontano, ossia alla superintelligenza. Ma dietro questa narrazione di successo si nascondono scelte strategiche che ridisegnano il futuro non solo di Meta, ma dell’intero ecosistema tecnologico.
Partiamo dai dati che contano davvero.
Le piattaforme Meta, dominio incontrastato
Quando si parla di Meta nel 2025, non possiamo parlare solo di Facebook. Ormai lo abbiamo imparato bene, stiamo parlando di un ecosistema di comunicazione globale che tocca quotidianamente la quasi totalità del pianeta.
Nel Q3 2025 (terza trimestrale dell’anno), Meta ha raggiunto 3.54 miliardi di persone che usano almeno una delle sue app ogni giorno. Giusto per comprendere meglio, con tutti i limiti del caso. Ad oggi, la popolazione mondiale è di circa 8.1 miliardi; escludendo 1.4 miliardi di cinesi (dove Meta è bandita), questo significa che Meta raggiunge quasi il 50% della popolazione mondiale accessibile ogni singolo giorno.
Resta ancora oggi uno dei fenomeni più straordinari della storia della comunicazione, e assume un altro contorno da questo punto di vista.
Questo numero è cresciuto dell’8% anno su anno. Non è più una crescita esplosiva come avveniva un tempo, a questi livelli di scala, la crescita è per forza moderata. Ma è consistente e significa che nonostante la saturazione in molti mercati sviluppati, Meta continua ad aggiungere centinaia di milioni di nuovi utenti ogni anno.
Vediamo i dati per ogni singola piattaforma, perché i numeri disaggregati rivelano dinamiche diverse.
Meta Q3 2025, si punta tutto su IA e superintelligenza
Instagram, il traguardo dei 3 miliardi di utenti
Come avevamo già anticipato il mese scorso, Instagram ha raggiunto il traguardo fondamentale in questo Q3 2025, ossia i 3 miliardi di utenti attivi. Significa che Instagram da sola ha più utenti mensili di quanti vivono nella metà della popolazione mondiale.
Facebook rimane il valore più grande in termini assoluti, ma Instagram rappresenta il vettore di crescita e, soprattutto, il laboratorio dove Meta sperimenta i formati che definiranno il futuro delle piattaforme digitali. I Reels, i video brevi, costituiscono il 50% di tutto il tempo trascorso su Instagram. Il 50%!
Gli utenti condividono 3.5 miliardi di Reels ogni giorno tra Facebook e Instagram.
Questo è il modo con cui Meta sta cercando di contrastare TikTok. Vale a dire attraverso l’integrazione del formato video breve nel DNA delle sue piattaforme. È strategia operativa che sta pagando.
Threads: da esperimento a piattaforma solida
Threads, possiamo dirlo, ha rappresentato una delle scommesse più importanti di Meta negli ultimi anni. E cioè, creare un’alternativa a X (Twitter) sfruttando la base di utenti di Instagram.
Nel Q3 2025, Threads ha superato i 150 milioni di utenti attivi giornalieri. Un dato, questo, che evidenzia come Threads sia passato dall’essere percepito come una curiosità a una piattaforma che genera engagement reale e misurabile.
Il tempo speso su Threads è aumentato del 10% nel Q3, guidato dl alcune modifiche apportate agli algoritmi di raccomandazione. Modifiche che in questo trimestre hanno generato aumento del 10% nel tempo che gli utenti trascorrono su Threads.
Più importante ancora: Meta ha iniziato a monetizzare Threads globalmente. Gli annunci sono ora presenti nel Feed su Threads a livello mondiale, e Meta gradualmente iniziando a inserire annuncia sulla piattaforma dopo aver consolidato l’utilizzo da parte degli utenti. Questo è un po’ la modalità d’azione che Meta ha perfezionato negli ultimi 10 anni.
Facebook e WhatsApp: le rocce di Meta
Facebook rimane, indiscutibilmente, il pilastro, con circa 2.11 miliardi di utenti attivi giornalieri. Molti ne dichiarano la fine, ma i numeri dicono altro. Quello che è realmente accaduto è che il suo ruolo è cambiato, lo abbiamo ricordato anche qui tante volte.
Ma Facebook resta il motore della raccomandazione algoritmica e il luogo dove le persone si connettono con i loro networks più vicini.
WhatsApp, con i suoi 2 miliardi di utenti attivi mensili, rimane l’app di messaggistica che connette il mondo. Pochi riconoscono quanto sia importante WhatsApp nella strategia di Meta, ma è qui che Meta sta costruendo il prossimo strumento di monetizzazione
Infatti, Meta sta vedendo una risposta positiva dai suoi annunci click-to-message, che permettono agli utenti di contattare i negozi direttamente da WhatsApp. I test sono ormai avviati in zone dove WhatsApp è molto usato come il Brasile.
Meta e i dati finanziati del Q3 2025
Meta ha generato 51.24 miliardi di dollari di entrate nel Q3 2025, superando le aspettative di Wall Street (+26% anno su anno). È la più alta crescita di revenue dal Q1 2024.
Il dato finanziario ci dice che Meta non è solo un’azienda grande e globale, ma sta accelerando. In un periodo dove molte tech company vedono decelerazioni, Meta continua a crescere doppia cifra. Perché? Principalmente per due ragioni: IA e video.
L’AI sta migliorando i sistemi di ranking pubblicitario in modo evidente. Il dato annuale degli strumenti pubblicitari completamente potenziato da IA ha superato i 60 miliardi di dollari. Questo significa che più di un settimo di tutte le entrate pubblicitarie di Meta viene generato attraverso sistemi interamente automatizzati e intelligenti.
Ad esempio, il sistema Lattice (l’architettura di modello unificato di Meta) ha ridotto il numero di modelli specializzati da circa 100 a una manciata di grandi modelli generalizzabili.
Nel Q3, il sistema Lattice è stato applicato alle campagne pubblicitarie per app, generando miglioramenti del 3% nelle conversioni. Meno codice specializzato, migliori risultati.
Le impressions pubblicitarie sono aumentate del 14%, il prezzo medio per annuncio del 10%. Entrambi i driver stanno funzionando.
Ma il profitto netto è crollato dell’83%
Questo numero merita un chiarimento. Meta ha dovuto affrontare una tassa straordinaria, una tantum, di 15.93 miliardi di dollari a causa dell’implementazione del “One Big Beautiful Bill Act” del Presidente Trump, che ha modificato il trattamento fiscale dei crediti differiti.
Escludendo questa situazione fiscale, il profitto netto sarebbe stato di 18.64 miliardi di dollari (+19% anno su anno) e l’EPS di 7.25 miliardi di dollari, superando le stime di Wall Street di 6.71 miliardi di dollari.
L’aliquota fiscale effettiva nel Q4 dovrebbe tornare al 12-15%, il che significa che il 2026 vedrà riduzioni significative nei pagamenti fiscali federali USA di Meta.
In pratica, il crollo del profitto è dovuto alla nuova legge voluta da Trump.
Ray-Ban, la rivoluzione non è ancora iniziata
Se c’è una storia che rivedremo molte volte nei prossimi 5 anni, è quella dei Ray-Ban smart glasses di Meta.
Nel Q3 2025, EssilorLuxottica – il colosso mondiale dell’ottica che produce i Ray-Ban – ha riportato che la partnership con Meta ha generato più di 4 punti percentuali della sua crescita di profitti del 11.7%, portando il profitto totale a 6.9 miliardi di euro (8 miliardi di dollari) nel trimestre.
In sostanza, mentre molte aziende di hardware lottano per trovare prodotti che la gente voglia realmente comprare, Meta ha creato un accessorio che le persone indossano di fatto ogni giorno.
I Ray-Ban Meta smart glasses hanno già venduto 2 milioni di unità dal loro lancio nell’ottobre 2023. “La domanda” – come ha detto Zuckerberg – “continua a superare la nostra capacità di produzione”.
EssilorLuxottica ha accelerato la produzione e ora punta a raggiungere 10 milioni di unità l’anno prima del previsto. Quindi non nel 2026, ma prima.
Il portfolio attuale include il Ray-Ban Meta Gen 2, l’Oakley Meta HSTN (lanciato a giugno), e il flagship del momento: il Meta Ray-Ban Display, i primi Ray-Ban realmente smart con uno schermo integrato e controllabili tramite un braccialetto intelligente.
La domanda a questo punto sorge spontanea: se i Ray-Ban smart vanno così bene, perché Reality Labs continua a perdere miliardi?
La risposta rivela la vera natura della strategia di Meta nell’hardware.
Mark Zuckerberg – CEO Meta
Reality Labs: 70 miliardi di dollari di perdite
Reality Labs – la divisione di Meta dedicata a VR, AR e hardware intelligente – ha registrato un perdita operativa di 4.4 miliardi di dollari nel Q3 2025, generando al contempo 470 milioni di dollari in profitti.
Dall’avvio del suo progetto VR/AR nel tardo 2020, Reality Labs ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari in perdite cumulative.
Queste perdite non vengono raccontate pubblicamente con il dovuto peso. Stiamo parlando di 70 miliardi di dollari, una somma gigantesca.
Eppure, i numeri raccontano una storia più sfumata di quella che potrebbe suggerire la narrazione che si vuole far passare.
Nel Q3, Reality Labs ha perso solo 4.4 miliardi di dollari contro attese di Wall Street di 5.1 miliardi di dollari. I Ray-Ban smart glasses – il segmento crescente – stanno compensando parzialmente le perdite dei visori Meta Quest. Numeri dati in calo in quanto non ci sono nuovi modelli per il 2025.
Zuckerberg ha assicurato gli investitori che Ray-Ban smart glasses “sarà un investimento molto proficuo” nel tempo. Il modello di business che Meta sta costruendo è noto: hardware a prezzi competitivi per acquisire utenti, monetizzazione attraverso servizi, app e commerce a lungo termine.
Meta AI: 600 milioni di utenti mensili
Qui la storia si fa più interessante.
Meta AI – l’assistente intelligente di Meta disponibile su WhatsApp, Facebook, Instagram – ha raggiunto quasi 600 milioni di utenti attivi mensili. È sulla strada per diventare uno degli assistenti IA più usati al mondo entro la fine dell’anno.
Fermiamoci un attimo. OpenAI ha costruito ChatGPT come un prodotto standalone, accessibile via web browser. Meta, invece, ha integrato Meta AI direttamente nelle app che 3.5 miliardi di persone usano ogni giorno.
In sostanza Meta ha valorizzato il suo vantaggio strutturale, permettendo l’accesso alla IA a centinaia di milioni di persone.
I dati di adozione di Meta AI mostrano segnali positivi per l’azienda. Quando Meta migliora i modelli sottostanti, l’utilizzo dei servizi aumenta. In sostanza, al momento Meta AI non è più ritenuto un gadget o un giocattolo, ma uno strumento attivo.
Da specificare che questo può valere in Usa ma meno in Italia.
Sul tema della monetizzazione, Meta rimane ancora nella fase di rilascio e ottimizzazione. Secondo Zuckerberg ci sono “segnali incoraggianti”.
Meta si appresta a mettere in pratica modelli di monetizzazione già rodati anche per Meta AI, anche se nulla è ancora implementato su larga scala.
Meta AI è ora disponibile sui Ray-Ban smart glasses in Francia, Italia, Irlanda e Spagna.
Llama: 650 Milioni di download
Mentre OpenAI sviluppa ChatGPT come strumento IA proprietario, Meta ha scelto una strategia diversa, ossia Llama.
Llama ha raggiunto 650 milioni di download nel 2025, il doppio rispetto a tre mesi prima. Llama 4 – la versione più recente rilasciata ad aprile 2025 – include tre modelli: Scout (17 miliardi parametri attivi), Maverick (17 miliardi parametri attivi, 400B totali), e Behemoth (non ancora rilasciato, 288 miliardi attivi, 2T totali).
Questi numeri significano poco per chi non lavora con i modelli, ma per chi li lavora significano che Llama è diventato uno standard aperto nel quale costruire e generare. Ogni volta che uno sviluppatore sceglie Llama invece di Gemini di Google o Claude di Anthropic, Meta ha sicuramente portato a casa un risultato significativo.
Meta ha lanciato il programma “Llama for Startups” nel 2025, offrendo fino a 36 mila dollari in rimborsi per i costi claud per sei mesi alle startup che usano Llama.
Inoltre, Meta ha accordi di revenue sharing con i provider che ospitano Llama – inclusi AWS, Google Cloud, Azure. Questo significa che Meta genera guadagni diretti dal Llama stesso, non solo indirettamente attraverso i prodotti che lo usano internamente.
Quindi, mentre OpenAI monetizza ChatGPT direttamente con abbonamenti mensili, Meta sta costruendo l’infrastruttura IA sulla quale tutti gli altri costruiscono.
Un po’ come il modello di Intel negli anni ’90: non sei interessato a cosa i PC fanno, sei interessato a cosa fa il chip dentro il PC.
Meta e gli investimenti in IA
Tutti questi progressi – AI glasses, Meta AI, Llama – hanno un costo.
Nel Q3 2025, Meta ha speso 19.4 miliardi di dollari in capital expenditure (CapEx), (spesa in conto capitale) principalmente server, data center e network infrastrutturale.
Per l’anno 2025, Meta ha aumentato le sue previsioni di spesa in infrastruttura a 70-72 miliardi di dollari.
Wall Street attualmente si aspetta che Meta spenda 98 miliardi di dollari in CapEx nel 2026. Quasi come il doppio della spesa rispetto al 2025.
Cosa sta costruendo Meta con questi soldi? I “titan clusters”, ossia data center IA massivi.
Il primo, Prometheus, situato in Ohio, sarà attivo nel 2026 e ospiterà almeno un gigawatt di potenza di calcolo. Il successivo, Hyperion, scala fino a cinque gigawatt.
Per intenderci, un gigawatt è la potenza che consuma una città di 750.000 persone. Meta sta costruendo data center della dimensione di una città.
Sul fronte delle spese operative, Meta ha elevato la sua proiezione per le spese totali 2025 di altri 2 miliardi di dollari, portandole a 116-118 miliardi di dollari, una crescita del 20-24% anno su anno.
Per il 2026, Meta si aspetta che le spese cresceranno a un tasso “significativamente più veloce”, guidato da costi di infrastruttura e compensazione per la IA.
Meta sta anche assumendo in maniera aggressiva. L’organico è cresciuto dell’8% anno su anno a 78.450 dipendenti. Questo dopo i licenziamenti che hanno fatto molto discutere. Meta sta riassumendo specificamente talenti per l’intelligenza artificiale.
Meta e la superintelligenza
Perché Meta sta spendendo quasi 100 miliardi di dollari in CapEx in un anno? La risposta è in una sola parola, ed è: superintelligenza.
Mark Zuckerberg ha riposizionato l’intera strategia di Meta attorno a questo concetto.
Non è più “il metaverso” (il framing precedente). Ma si va nella direzione della “personal superintelligence”. Vale a dire, l’idea che l’IA dovrebbe aiutare ogni persona individuale a vivere la propria vita al meglio, principalmente attraverso occhiali intelligenti e visori di realtà virtuale.
Meta ha creato “Meta Superintelligence Labs” (MSL), un team dedicato a costruire i prossimi modelli di frontiera. Zuckerberg ha detto che MSL è “un grande inizio” e che Meta “continua a guidare l’industria negli AI glasses.”
Secondo Zuckerberg, Meta ha bisogno di “anticipare in modo aggressivo la capacità di costruzione” di una superintelligenza. Se la superintelligenza arriva prima, Meta sarà pronto per un “cambio di paradigma generazionale”.
Se arriva dopo, Meta avrà comunque capacità computazionale che può usare per accelerare il suo core business (ads, video, ecc.). Nel peggiore dei casi, Meta rallenta la costruzione di infrastruttura e cresce lentamente all’interno di ciò che ha già costruito.
È un po’ il pensiero che Jeff Bezos ha usato per Amazon Web Services: costruire capacità computazionale in eccesso anticipando la domanda futura. Un sistema che funziona se si riesce a indovinare la direzione. In caso contrario, si dilegua un capitale cospicuo.
Meta sta chiaramente scommettendo di avere ragione.
Meta e la direzione verso il futuro
I risultati di Meta Q3 2025 tracciamo una linea chiara verso il futuro.
Meta in passato era principalmente un’azienda pubblicitaria che occasionalmente faceva sperimentava hardware e IA. Da oggi in poi, Meta vuole diventare l’infrastruttura sulla quale viene costruita l’IA del prossimo decennio.
Il fatto che Meta sia contemporaneamente:
la piattaforma di comunicazione più grande del mondo (3.54 miliardi di utenti attivi al giorno)
la piattaforma video più grande della terra (3.5 miliardi Reels al giorno)
uno dei tre maggiori produttori di assistenti IA (600 milioni di utenti mensili di Meta AI)
lo standard open-source per i modelli IA (650 milioni download per Llama)
un produttore di hardware intelligente con crescita continua (vedi Ray-Ban)
sottolinea che l’azienda di Zuckerberg sta costruendo un’infrastruttura più ampia sul come gli utenti comunicano, si connettono e accedono all’informazione e all’intelligenza artificiale.
Meta è l’azienda che sta posizionando le proprie fondamenta sulla quale costruire modelli di comunicazione avanzati su larga scala.
Nota finale: i numeri presentati qui provengono direttamente dai risultati ufficiali di Meta Q3 2025, rilasciati il 29 ottobre 2025. Meta continua a essere una delle aziende più importanti per capire dove sta andando la tecnologia nei prossimi cinque anni. Ignorare questi dati significa non comprende bene la direzione del futuro.
Per la prima volta LinkedIn diventa la piattaforma preferita dai Social Media Manager, superando Instagram. L’indagine francese 2025 riporta anche Facebook a chiudere il podio. In crescita TikTok. Ecco tutti i dati.
Per la prima volta LinkedIn diventa la piattaforma più importante per i Social Media Manager. Non è un titolo a effetto, è il dato che apre l’indagine 2025 del Blog du Modérateur, realizzata insieme a Iconosquare e all’IIM Digital School, su un campione di 844 professionisti attivi in Francia tra il 24 giugno e l’11 agosto 2025.
Un sorpasso che racconta un cambio di paradigma, se vogliamo. LinkedIn non è più soltanto un luogo di networking, ma diventa sempre più luogo di strategie editoriali, investimenti e conversazioni non solo professionali.
E questa direzione ha riflessi anche per quanto riguarda il nostro paese.
I social che contano nel 2025
Gli intervistati hanno valutato l’importanza delle principali piattaforme nel proprio lavoro. La classifica completa è questa:
Facebook, dato per superato tante volte, si conferma terzo. E questo perché ha base utenti ancora molto grande e variegata. Diciamo che è ormai una piattaforma generalista. Ricopre un ruolo importante, quindi, per le campagne pubblicitarie.
TikTok cresce ma rimane, per ora, un gradino sotto quando la domanda è “quale piattaforma è davvero importante per il tuo lavoro?”.
YouTube arretra leggermente, mentre per X continua la discesa. La ricerca ricorda che nel 2022 Twitter era “importante” per il 40% dei SMM, mentre nel 2025 scende al 15% e, nella classifica di importanza, è indicato al 10%.
Una situazione che finisce per spingere ad emergere piattaforme come Bluesky, anche se ancora poco diffuse.
LinkedIn, la piattaforma digitale preferita dai Social Media Manager nel 2025
Social media, chi avanza e chi arretra
Sulle dinamiche di crescita percepite le risposte convergono: TikTok è citato dal 56% come piattaforma “in progressione”, LinkedIn dal 50%, Instagram dal 45%.
Sul fronte opposto, le piattaforme digitali in calo sono le stesse dell’anno precedente. Infatti, Facebook in calo del 56%, X 50%, Snapchat 22%.
Nel caso di Facebook pesano soprattutto la moderazione più debole e l’aumento di contenuti generati da IA che riducono qualità e impatto nel feed.
Su X ha inciso la gestione post acquisizione e la perdita di credibilità che molti professionisti segnalano come freno alla pianificazione.
Dando un’occhiata ai risultati organici, il podio è stabile. E infatti notiamo LinkedIn 36%, Instagram 32%, Facebook 20%.
Quasi la metà del campione preso in esame, però, dichiara di aver osservato una riduzione della reach su Instagram (49%).
È una tendenza già emersa in altre rilevazioni e che obbliga a ripensare format, cadenza editoriale e commistione tra contenuti e sponsorizzazioni.
Dietro il terzetto di testa si collocano TikTok al 7% e YouTube al 3% per performance organica.
La ricerca francese riporta un dettaglio utile sulle Stories, che restano un formato chiave per stimolare interazioni. L’81% dei SMM le utilizza e, dentro questo universo, il 92% delle Stories viene pubblicato su Instagram. Facebook segue al 70% anche per effetto del cross-posting, mentre TikTok è citato all’11%.
LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025
Pubblicità, Meta resta la casa delle sponsorizzazioni
Dal punto di vista della pubblicità, Instagram è usato per campagne dal 81% e Facebook dal 80% del campione. Poi arrivano LinkedIn 31%, TikTok 20%, YouTube 14%. In termini di resa, Facebook continua a essere indicato come il canale più efficace per i risultati a pagamento dal 45% degli intervistati, in calo di 5 punti, seguito da Instagram al 31%, in crescita di 3 punti.
Interessante la dinamica dei budget. Il 42% dichiara una spesa annua almeno pari a 1.000 euro in social ads. Per il 36% il budget è cresciuto rispetto al 2024, per il 16% è diminuito (era il 13% l’anno precedente).
Aumenta anche l’autonomia nella gestione: il 49% afferma di gestire interamente i budget pubblicitari, era il 47% un anno fa. Due segnali che raccontano maturità operativa e un maggiore controllo interno sulle performance.
Il Video si conferma il formato del 2025
Oltre il 90% dei professionisti pubblica video.
Nella distribuzione per piattaforma guida Instagram all’81%, seguita da Facebook al 73% (in crescita rispetto al 71% del 2024), da LinkedIn al 60% con un +7 punti, e da TikTok al 42% con un +4.
YouTube è l’unica piattaforma in lieve calo rispetto al 2024 (–2 punti), ma resta comunque utilizzata dal 50% dei CM. Il video, dunque, si consolida come linguaggio mainstream in ogni ecosistema, con LinkedIn che accelera e riconfigura feed e abitudini di fruizione anche in chiave B2B.
Influencer marketing: potenziale ancora inespresso
Solo il 32% dei community manager dichiara di lavorare con creator e influencer. Eppure il 76% ha un budget dedicato. La ripartizione è utile per comprendere la scala degli investimenti: 21% tra 100 e 1.000 euro annui, 34% tra 1.000 e 10.000, 12% tra 10.000 e 50.000, 4% tra 50.000 e 100.000, 5% oltre 100.000.
Le piattaforme più usate per le campagne di influenza confermano la supremazia di Instagram all’87% (in calo di 4 punti), con TikTok al 45% in crescita di 3 punti.
Seguono Facebook 22% (–2), YouTube 16% (–4), blog o sito del creator 12% (–3), LinkedIn 8% (+1), Twitch 4% come new entry, X 1% (–4).
È un quadro che evidenzia come l’influencer marketing stia cambiando e, allo stesso tempo, come LinkedIn inizi a ritagliarsi uno spazio anche in questo ambito, coerente con la sua evoluzione verso un social media a tutto tondo.
La logica dell’algoritmo del proprietario
Il punto non è soltanto chi sta davanti in classifica.
È la logica che guida le scelte dei professionisti. LinkedIn oggi consente di lavorare su contenuti che generano valore professionale misurabile: posizionamento, reputazione, relazione con stakeholder, opportunità commerciali.
In un ecosistema dove l’algoritmo del proprietario orienta la distribuzione del contenuto verso priorità e narrative decise dal gestore della piattaforma, LinkedIn viene percepito come un ambiente relativamente più coerente con gli obiettivi dei CM. Non immune, ma più allineato a ciò che un professionista cerca quando investe tempo e budget. E quindi, esposizione qualificata, interazioni pertinenti, continuità.
C’è un impatto anche sull’Italia.
Il nostro mercato condivide la necessità di presidiare percorsi informativi più solidi e meno dipendenti dall’intrattenimento puro.
Per aziende B2B, professionisti, PMI che devono costruire fiducia e autorevolezza, la centralità di LinkedIn non sorprende.
Il dato francese, quindi, non va generalizzato in modo automatico e schematico, ma intercetta una tendenza che vediamo già da mesi. E quindi, più spazio a contenuti di utilità, più attenzione a formati informativi, maggiore disponibilità a sostenere la reach con investimenti mirati dove serve e quando serve.
Una breve sintesi
LinkedIn sale al primo posto per importanza (74%) e guida l’organico, Instagram resta fortissimo ma perde reach per quasi metà del campione, Facebook continua a reggere grazie alle adv e alla scala dell’audience, TikTok è la piattaforma in maggiore progressione ma ancora meno centrale quando si parla di “importanza per il lavoro”, X arretra.
Il video è ormai linguaggio trasversale, l’influencer marketing ha margine di crescita fuori dall’asse Instagram–TikTok, i budget pubblicitari sono più diffusi e più spesso gestiti in autonomia.
Il sorpasso di LinkedIn non è un incidente di percorso e nemmeno di numeri. È il segnale di un cambiamento che si evidenza nel bisogno dei professionisti di andare alla ricerca di luoghi dove poter condividere contenuti utili, conversazioni rilevanti e risultati misurabili.
Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi mensili. Un traguardo che conferma la centralità della piattaforma all’interno delle app di Meta.
Instagram ha raggiunto un nuovo traguardo storico: 3 miliardi di utenti attivi mensili. Lo ha annunciato Mark Zuckerberg, CEO di Meta, sottolineando come la piattaforma, acquisita nel 2012 per un miliardo di dollari, sia oggi uno dei pilastri centrali dell’ecosistema Meta.
Con questo traguardo, Instagram si affianca a Facebook e WhatsApp, le altre due app di punta di Meta, che già da mesi avevano superato la stessa soglia.
Per Zuckerberg si tratta di una conferma importante: “Che comunità incredibile abbiamo costruito qui”, ha scritto in un post sul suo canale Instagram.
Instagram, dai 2 ai 3 miliardi di utenti
L’ultimo aggiornamento ufficiale sugli utenti di Instagram risaliva all’ottobre 2022, quando l’app aveva appena superato i 2 miliardi di attivi mensili.
Da allora Meta aveva deciso di non comunicare più regolarmente i numeri delle singole piattaforme, preferendo riportare solo il totale giornaliero delle persone che utilizzano la “famiglia di app”, cifra che a luglio 2024 aveva toccato i 3,48 miliardi.
Oggi, con i 3 miliardi di utenti dichiarati, Instagram conferma una traiettoria di crescita che lo colloca al centro della strategia Meta. Non è più soltanto la piattaforma di condivisione di foto e video, ma un vero ambiente dove convergono creator, brand, aziende e community.
Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi
Un segnale che conferma un cambio generazionale già in corso. Facebook resta un colosso, ma Instagram si impone sempre di più come la piattaforma di riferimento.
La crescita globale annunciata da Zuckerberg si inserisce quindi in una tendenza più ampia, che vede Instagram non solo consolidarsi nel mercato internazionale ma anche assumere una posizione di leadership anche nel contesto europeo.
Instagram, una piattaforma che guarda avanti
Il futuro di Instagram sarà determinato dalla capacità di mantenere vivo questo equilibrio tra innovazione e centralità per gli utenti. Con i Reels e l’intelligenza artificiale, la piattaforma continua a ridisegnare la propria identità.
E con 3 miliardi di persone collegate ogni mese, ha davanti a sé una responsabilità sempre maggiore nel definire il modo in cui ci informiamo, ci intratteniamo e costruiamo relazioni online.
Un elemento, visto il panorama attuale, non da poco da gestire con molta responsabilità anche da parte nostra.
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[Immagine realizzata da Franz Russo attraverso la IA generativa, utilizzando il modello ChatGPT-5]
LinkedIn cresce in UE e in Italia, ma resta forte il divario tra iscritti e utenti attivi. Solo un terzo usa poi davvero la piattaforma: in Italia 6,4 mln su 23 mln registrati.
LinkedIn, negli ultimi giorni, ha reso noti i dati aggiornati richiesti dal Digital Services Act per il primo semestre 2025, offrendoci così una fotografia più nitida della sua presenza in UE.
Sono numeri che mostrano una crescita costante, ma che al tempo stesso mettono in evidenza un divario sempre più marcato tra utenti registrati e utenti realmente attivi.
Accanto agli utenti attivi, i dati DSA riportano anche un volume significativo di traffico “non loggato”. Ossia, 213 milioni di visite mensili da parte di chi non accede con il proprio account. Un numero enorme, che però non si traduce automaticamente in un utilizzo effettivo della piattaforma.
Dove LinkedIn cresce di più
La crescita non è distribuita in modo uniforme. Alcuni Paesi mostrano un incremento molto marcato degli utenti attivi:
LinkedIn cresce in Italia ma solo 1 utente su 3 è attivo
La crescita di LinkedIn in Italia
E veniamo all’Italia.
Nel nostro paese, il numero degli utenti loggati attivi è passato da 6,0 milioni nel secondo semestre 2024 a 6,4 milioni nel primo semestre 2025. Con un incremento di circa il 6,7% che, pur non avendo i numeri di altri Paesi più piccoli, indica un andamento positivo e costante.
Interessante anche osservare i dati relativi al traffico “non loggato”. In Italia le visite mensili da utenti non loggati sono passate da 13,7 milioni a 19,9 milioni, con un aumento del 45%.
LinkedIn: iscritti contro utenti attivi, il vero divario
Se ci fermassimo ai numeri complessivi, potremmo dire che LinkedIn in UE continua a crescere e a rafforzare la sua base di utenti. Ma i dati DSA ci permettono di fare un passo ulteriore e di mettere a fuoco la particolarità della piattaforma. E parliamo della differenza tra iscritti e utenti attivi.
LinkedIn, a fini di marketing (secondo varie fonti), conterebbe di avere oltre 160 milioni di membri registrati in UE. Confrontando questo dato con i 54,7 milioni di attivi mensili, notiamo che la percentuale di chi utilizza realmente la piattaforma almeno una volta al mese si ferma attorno al 34%.
Stesso discorso per l’Italia. Secondo il report Digital 2025 di DataReportal, nel nostro Paese LinkedIn conta 23 milioni di utenti registrati. Mettendo a confronto questo dato con i 6,4 milioni di utenti attivi mensili indicati dal DSA, emerge che meno di 3 iscritti su 10, più o meno il 28%, usa davvero LinkedIn ogni mese.
In altre parole, milioni di utenti italiani hanno un account LinkedIn, solo che la maggior parte non lo utilizza con costanza o lo ha abbandonato nel tempo.
Traffico “non loggato” e account dormienti
Un’altra distinzione importante riguarda le visite da utenti non loggati. Spesso si tende a confondere questi numeri con la quota di iscritti inattivi.
In realtà, i dati “logged-out” includono sia persone che hanno un account ma non fanno login, sia visitatori occasionali che non sono registrati e che accedono magari a un profilo o a una pagina pubblica.
Importante fare un po’ di chiarezza. La massa di traffico non loggato, pur essendo alta, non rappresenta automaticamente utenti che hanno abbandonato la piattaforma. Per misurare l’inattività bisogna sempre confrontare gli iscritti totali con gli utenti loggati attivi.
LinkedIn, il quadro complessivo
I dati ci consegnano un’immagine con una doppia faccia. Da una parte LinkedIn continua ad ampliare la sua base di utenti attivi in UE, con un trend positivo anche in Italia.
Dall’altra, resta evidente il divario tra iscritti e utilizzatori reali: milioni di persone hanno un account, ma non accedono con regolarità o hanno smesso di usare la piattaforma.
In Italia, questo significa – ripetiamo – che su 23 milioni di iscritti, solo 6,4 milioni la usano effettivamente ogni mese.
Una differenza, già nota per la verità. Va comunque sottolineata l’importanza di guardare non soltanto ai numeri “di vetrina”. Importanti, ma non dicono tutto.
Perché il caso LinkedIn colpisce di più
Se questa dinamica può sembrare comune ad altre piattaforme digitali, e lo è, il caso LinkedIn assume un significato diverso.
A differenza di piattaforme social media generaliste, come Facebook o TikTok, LinkedIn nasce per una finalità precisa. E cioè, quella di connettere professionisti, aziende e anche studenti.
Per chi lavora, per chi è alla ricerca di un nuovo lavoro, per chi vuole costruire un nuovo network di contatti, LinkedIn è quasi “obbligato”. Magari aggiungiamo qualche altra virgoletta, ma è chiaro il senso.
Proprio per questo motivo, il divario tra iscritti e attivi colpisce ancora di più.
Significa che milioni di persone si registrano a LinkedIn per esserci, per frequentare un ambiente considerato rilevante, ma poi non lo usano, per motivi diversi, in modo costante.
In molti casi si tratta di iscrizioni “di facciata”, che confermano l’importanza simbolica della piattaforma più che il suo utilizzo reale.
In chiusura, LinkedIn cresce, ma la sua forza resta ancora limitata a chi davvero la frequenta con regolarità. E in Italia, oggi, sono meno di tre su dieci.
Per ora ci fermiamo qua, anche perché il tema è molto vasto.
E voi che ne pensate? Qual è la vostra esperienza con LinkedIn?
Usa e Cina hanno raggiunto un accordo quadro per risolvere la vicenda di TikTok negli Stati Uniti. Tutto questo a pochi giorni dalla scadenza della ennesima proroga fissata da Trump lo scorso giugno.
A pochi giorni di distanza dalla nuova scadenza della proroga di 90 giorni fissata nel giugno scorso, Usa e Cina hanno raggiunto un accordo “quadro” per quanto riguarda le attività di TikTok negli Stati Uniti d’America.
Mentre si aspettava la decisione da parte di Trump in vista della scadenza del 17 settembre, da Madrid, dove il segretario del Tesoro Usa, Scott Bessent, e il vicepremier cinese, He Lifeng, discutono di dazi e altri temi importanti, arriva la notizia di un accordo tra i due paesi.
L’accordo tra Usa e Cina a Madrid
Secondo quanto riportato da CNBC, Bessent sostiene che l’accordo tra i due paesi ha fissato anche i termini commerciali dell’operazione.
E sempre secondo il segretario del Tesoro Usa, l’accordo prevede che la piattaforma diventi di “proprietà Usa”.
Il post del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, su Truth Social
Un’ora prima delle dichiarazioni di Bessent da Madrid, il presidente Trump aveva dichiarato su Truth che è stato raggiunto un accordo “su una ‘certa’ azienda che i giovani del nostro Paese desideravano fortemente salvare”. Ovviamente si riferiva a TikTok.
In seguito a queste dichiarazioni, Trump parlerà direttamente della questione con il presidente cinese Xi Jinping il prossimo venerdì.
Al momento non ci sono dichiarazioni ufficiali, sull’incontro, da parte di Pechino. E non ci sono nemmeno dichiarazioni ufficiali da parte di TikTok.
Usa e Cina raggiungono un accordo per TikTok
TikTok al centro delle relazioni tra Usa e Cina
Non sorprende che la vicenda TikTok sia stata oggetto di discussione tra i due paesi proprio quando ci si accinge a risolvere il nodo dei dazi e di tutto ciò che ne consegue.
Sapevamo che la questione di TikTok sarebbe diventata cruciale per la tenuta dei rapporti tra i due paesi. E questo accordo “quadro” ne è la conferma.
Non resta quindi che aspettare venerdì per conoscere meglio i termini dell’accordo e conoscere anche quale azienda acquisirà le attività Usa di TikTok, permettendo all’app di continuare ad essere attiva sul territorio Usa.
Sempre mantenendo salvo il tema legale che questa situazione si porta dietro. E cioè che il ban di TikTok era previsto per legge, votata a fine 2024 da entrambi gli schieramenti del Congresso Usa.
Di conseguenza, il presidente Trump avrebbe dovuto, vista la sua posizione, tenere fede all’impegno e portarlo avanti. Invece, il presidente Usa decide di procedere per proroghe. Fino ad arrivare a questo punto.
Instagram supera Facebook in Italia e in UE: cresce dieci volte più velocemente. I dati del Digital Services Act mostrano un cambiamento profondo nel panorama dei social media.
Per anni Facebook è stato considerato il centro della vita digitale, la piattaforma madre dei social media. Oggi però i dati, pubblicati di recente, ci raccontano un’altra storia.
Instagram cresce molto più di Facebook, addirittura dieci volte di più nei Paesi UE. Un dato rilevante, che segna una svolta nel panorama dei social media in UE.
I dati sulla Trasparenza delle piattaforme Meta
Le informazioni arrivano dai report semestrali che le piattaforme sono obbligate a pubblicare in base al Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo che impone trasparenza su utenti attivi e moderazione.
Tra gennaio e giugno 2025, Facebook ha totalizzato 263,6 milioni di utenti attivi mensili nell’UE, mentre Instagram ha raggiunto 281,8 milioni.
Ma il dato più rilevante riguarda il ritmo di crescita: Facebook è cresciuto appena dello 0,65%, mentre Instagram ha registrato un +6,17%, dieci volte tanto.
Un dato che conferma come Instagram sia diventato oggi il punto di riferimento per milioni di utenti italiani, non più solo la piattaforma dei giovanissimi. Nel tempo, Instagram è diventato per molti uno spazio dove ci si informa, si interagisce con brand, creator e aziende.
Germania e Spagna: il divario più ampio
La crescita di Instagram è ancora più impressionante in Germania e Spagna:
in Germania, Instagram conta 47,2 milioni di utenti, contro i 32,9 milioni di Facebook; una differenza di 14,3 milioni, pari a un +43,4%.
in Spagna, Facebook registra 27,1 milioni di utenti, mentre Instagram arriva a 37,5 milioni; un sorpasso di 10,4 milioni, pari al +38,3%.
in Francia, invece, i numeri sono più vicini; Facebook 42,9 milioni, Instagram 43,7 milioni.
Instagram cresce più di Facebook anche in Italia – La tabella
Perché Instagram suoera Facebook
Instagram è riuscito a evolvere.
Negli anni ha assorbito formati da altre piattaforme, dalle Stories “copiate” da Snapchat ai Reels “presi in prestito” da TikTok. Fino a diventare un ecosistema capace di adattarsi a diverse modalità di consumo dei contenuti.
Facebook, invece, è rimasto legato a un modello di interazione testuale e a un’immagine percepita come meno attuale. Non ha saputo attrarre le nuove generazioni, e oggi paga una crescita ferma e un pubblico che invecchia.
In pratica, mentre su Instagram il cambio generazionale c’è stato e si vede, su Facebook non è mai avvenuto.
La centralità del video breve su Instagram
Il motore principale della crescita di Instagram è il video breve.
I Reels, oggi estesi fino a tre minuti, rappresentano il cuore dell’esperienza e trattengono l’attenzione degli utenti. È su questo terreno che Instagram sfida direttamente TikTok, che in UE continua a crescere.
Tra l’altro, i dati sulla Trasparenza di TikTok in seno al DSA certificano che la piattaforma ha raggiunto 200 milioni di utenti attivi mensili, in aumento rispetto ai 170 milioni precedenti.
La competizione è aperta, ma Instagram ha consolidato la sua posizione, diventando la piattaforma centrale nell’ecosistema Meta.
Una svolta generazionale
Possiamo quindi dire che va delineandosi un panorama molto chiaro. E Facebook non è più il punto di riferimento in UE.
Instagram ha preso il suo posto, diventando lo spazio privilegiato non solo per intrattenimento e relazioni con creator e brand, ma anche per informarsi e costruire il proprio racconto digitale.
È una svolta generazionale che ridefinisce le dinamiche della comunicazione online. Un sorpasso che non è solo nei numeri, ma nel linguaggio, nei formati e nella cultura digitale quotidiana degli utenti europei.
Ascolta e guarda il video qui:
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