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  • Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    Con l’elezione di Papa Leone XIV si apre una nuova fase per la Chiesa. Da osservare quale sarà il rapporto del nuovo pontefice con IA, digitale ed etica dopo l’eredità di Papa Francesco.

    Ieri, 8 maggio 2025, la Chiesa cattolica ha voltato pagina. La fumata bianca, apparsa alle 18:07 dalla Cappella Sistina, ha annunciato al mondo che il nuovo Papa, eletto dopo due giorni di Conclave, è Robert Francis Prevost, ora Leone XIV, primo Pontefice della storia proveniente dagli Usa, da Chicago per la precisione.

    Un nome che richiama Leone XIII, il Papa che con l’enciclica Rerum Novarum diede inizio alla Dottrina sociale della Chiesa, con un’attenzione esplicita alla dignità del lavoro.

    E oggi, in un mondo segnato dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, non è un richiamo casuale.

    Questo passaggio di testimone rappresenta un momento simbolico, ma anche molto concreto, per riflettere su come la Chiesa affronterà le grandi trasformazioni in corso, a partire da quelle che riguardano le tecnologie emergenti, il digitale e l’IA.

    Temi, come sappiamo, che Papa Francesco ha sempre affrontato con grande lucidità e responsabilità etica, lasciando un’impronta ben visibile in ogni suo intervento pubblico sull’argomento.

    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica
    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    L’attenzione costante di Papa Francesco al digitale e alla IA

    In un articolo pubblicato su questo blog in occasione del suo addio, ho definito Papa Francesco come il primo vero Papa dell’era dei social media.

    Non solo per l’uso attivo dei canali digitali, ma per la capacità di comprenderne i meccanismi, le derive e le potenzialità. Durante il suo pontificato, ha parlato apertamente delle dinamiche di polarizzazione che attraversano le piattaforme, del rischio di esclusione digitale, e più di recente, della necessità urgente di una governance etica dell’intelligenza artificiale.

    Proprio nel 2023, Papa Francesco aveva indicato l’IA come una delle grandi sfide morali del nostro tempo, sottolineando la responsabilità collettiva nel suo sviluppo. La scelta del tema dell’IA e della pace per la Giornata Mondiale della Pace 2024 ne è stata una chiara conferma. Un Papa che ha saputo tenere insieme spirito e tecnologia, etica e futuro.

    Papa Leone XIV: un nome evocativo

    Il cardinale Prevost, ora Leone XIV, non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’IA da Papa. Ma ci sono già alcuni segnali che meritano attenzione.

    La scelta del nome – Leone – non è solo un omaggio a un predecessore, ma un gesto carico di significato. Come ha dichiarato il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, la scelta richiama esplicitamente “gli uomini, le donne e i lavoratori” in un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale, in riferimento al pensiero sociale di Leone XIII.

    Inoltre, da cardinale, Prevost ha mostrato attenzione alle questioni sociali e morali del nostro tempo, intervenendo anche attraverso i social media.

    In particolare, ha dimostrato di comprendere la complessità dell’uso pubblico della parola in rete, prendendo posizione contro semplificazioni pericolose e retoriche identitarie.

    Una sensibilità che, se traslata nel ruolo di Pontefice, potrebbe tradursi in una visione chiara sul ruolo delle tecnologie nei rapporti umani e nella costruzione di comunità.

    La sfida di una Chiesa che cammina anche nel digitale

    Siamo ancora all’inizio di questo nuovo pontificato, ma è già evidente che la posta in gioco non riguarda solo il futuro della Chiesa, bensì il suo rapporto con un mondo radicalmente trasformato dal digitale.

    Le piattaforme digitali, l’intelligenza artificiale generativa, i modelli linguistici, gli algoritmi che condizionano l’informazione e le relazioni, sono oggi questioni politiche che toccano anche le comunità spirituali.

    Sarà interessante vedere se Leone XIV manterrà quell’atteggiamento di apertura critica e dialogante che ha caratterizzato Papa Francesco, oppure se darà una nuova impronta, magari più orientata alla concretezza dell’azione sociale e alla protezione della dignità umana nell’era degli automatismi.

    L’eredità di Francesco potrebbe continuare

    Papa Francesco lascia un’eredità forte sul fronte della comunicazione, della responsabilità etica e della presenza consapevole nel digitale. E oggi, con Leone XIV, si apre una fase nuova che potrebbe consolidare quanto fatto finora o reinterpretarlo alla luce delle sfide future.

    In ogni caso, sarà fondamentale continuare a osservare da vicino le parole e i gesti di questo nuovo Papa rispetto all’innovazione tecnologica, alla giustizia sociale e al ruolo dell’informazione.

    Perché oggi, più che mai, la spiritualità si misura anche nella capacità di saper affrontare criticamente il presente digitale.

  • TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    TikTok è stata multata per 530 milioni di euro dall’UE per aver trasferito impropriamente dati degli utenti in Cina, violando il GDPR. Un caso che riaccende il dibattito sulla privacy.

    L’Unione Europea ha inflitto a TikTok una multa da 530 milioni di euro – pari a circa 600 milioni di dollari – per violazione delle norme sulla privacy dei dati personali.

    Il motivo? Un’inchiesta durata quattro anni ha accertato che l’azienda ha trasferito impropriamente dati degli utenti europei in Cina, senza rispettare quanto previsto dal GDPR. Una sanzione pesante, che si inserisce in un contesto di crescente diffidenza verso la piattaforma di proprietà del colosso cinese ByteDance.

    Una delle multe più alte mai comminate sotto il GDPR

    A decidere la sanzione è stata la Data Protection Commission (DPC) irlandese, autorità capofila per TikTok in quanto la sede europea dell’azienda si trova a Dublino.

    Dopo un’indagine avviata nel settembre 2021, la DPC ha stabilito che TikTok ha violato l’articolo 44 del Regolamento generale sulla protezione dei dati, che impone regole molto rigide sui trasferimenti verso paesi terzi.

    Nello specifico, è stato accertato che TikTok ha consentito l’accesso remoto ai dati degli utenti europei da parte di dipendenti e personale tecnico con sede in Cina, senza adottare misure sufficienti a garantire un livello di protezione “equivalente” a quello previsto dalla normativa europea.

    Agli utenti europei non è stato garantito un livello di protezione sostanzialmente equivalente a quello garantito all’interno dell’UE“, ha affermato in una nota Graham Doyle, vice commissario della Commissione irlandese per la protezione dei dati.

    Si tratta della terza multa più elevata mai inflitta nell’ambito del GDPR, dopo quelle a Meta (1,2 miliardi di euro) e Amazon (746 milioni di euro). E, per TikTok, non è nemmeno la prima: nel 2023 era già stata sanzionata con una multa da 345 milioni di euro per violazioni legate al trattamento dei dati dei minori.

    TikTok, multa dall'UE per trasferimento di dati in Cina
    TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    Il cuore della questione: i dati trasferiti in Cina

    A preoccupare le autorità europee è soprattutto il fatto che i dati degli utenti – compresi quelli di giovani e giovanissimi – siano potenzialmente accessibili da un paese, la Cina, i cui standard legali e di tutela della privacy sono molto diversi da quelli europei.

    La legge cinese sulla sicurezza nazionale, infatti, impone alle aziende di collaborare con il governo qualora richiesto, anche in termini di accesso ai dati. E questo, per i regolatori europei, rappresenta un rischio concreto per la protezione delle informazioni personali.

    TikTok ha inizialmente negato che i dati degli utenti europei fossero conservati o accessibili dalla Cina. Ma nel febbraio 2025 ha ammesso che una “quantità limitata” di dati era effettivamente archiviata in territorio cinese, contraddicendo quanto dichiarato fino a quel momento. Un elemento che ha avuto un peso determinante nelle conclusioni della DPC.

    Il nodo della trasparenza: cosa non è stato detto agli utenti

    Un altro punto su cui si è concentrata l’indagine riguarda la trasparenza. Secondo quanto accertato, TikTok non ha informato in modo chiaro gli utenti che i loro dati potevano essere trasferiti e trattati in Cina. Nella sua informativa sulla privacy, infatti, il paese non veniva menzionato in maniera esplicita.

    Non solo. L’indagine ha evidenziato che TikTok non ha condotto un’adeguata valutazione dei rischi legati a questi trasferimenti, né ha messo in atto misure tecniche e organizzative sufficienti per tutelare i dati.

    Ora la piattaforma ha sei mesi di tempo per mettersi in regola, altrimenti rischia la sospensione del trasferimento dei dati verso la Cina.

    TikTok risponde: “La decisione si riferisce al passato”

    TikTok ha fatto sapere di non condividere le conclusioni della DPC e di voler presentare ricorso. Ha inoltre sottolineato che la decisione si basa su pratiche risalenti a prima del maggio 2023, ossia prima dell’implementazione del cosiddetto Project Clover.

    Si tratta di un programma da 12 miliardi di euro con cui TikTok mira a rassicurare le autorità europee. Tra le misure previste, la costruzione di tre data center nel continente, una revisione dei protocolli di accesso ai dati e un sistema di audit indipendenti sulla gestione delle informazioni personali.

    Questa sentenza rischia di creare un precedente con conseguenze di vasta portata per le aziende e interi settori in tutta Europa che operano su scala globale“, ha affermato TikTok in una nota.

    Un’operazione che, al di là del tentativo di salvaguardare la propria immagine, dimostra quanto il tema del trattamento dei dati stia diventando centrale anche per una piattaforma cresciuta grazie alla leggerezza dei suoi contenuti.

    Un contesto sempre più teso tra l’UE e TikTok

    Questa nuova sanzione si inserisce in un clima di crescente diffidenza verso TikTok da parte delle istituzioni europee. Già nel febbraio 2023 la Commissione UE aveva vietato l’uso dell’app sui dispositivi del personale, citando proprio motivi di sicurezza e il rischio di accessi non autorizzati.

    Una decisione che fu seguita a ruota anche da altri organismi comunitari e da diversi governi nazionali. Da allora, la pressione su TikTok non si è mai realmente allentata.

    E adesso, con questa multa, l’Unione Europea manda un segnale chiaro. E cioè che il trattamento dei dati personali non è negoziabile. Tanto più quando si parla di minorenni, e quando i dati rischiano di finire sotto la giurisdizione di paesi che non offrono garanzie equivalenti a quelle europee.

    Perché questa vicenda è importante

    Questa vicenda non è soltanto una questione squisitamente giuridica. È una questione di fiducia. E, nel mondo digitale – lo abbiamo imparato bene in questi anni – la fiducia è tutto.

    Il modo in cui le piattaforme trattano i dati degli utenti – cosa raccolgono, dove li conservano, chi può accedervi – definisce il perimetro entro cui possiamo ancora sentirci “cittadini” e non solo “consumatori”.

    E TikTok, oggi, è chiamata a scegliere quale strada vuole davvero percorrere. Non solo per evitare sanzioni, ma per dimostrare se è disposta a rispettare, davvero, le regole del gioco europeo.

  • Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Addio a Papa Francesco, primo Papa dell’era digitale, ha saputo usare il web e i social per comunicare con semplicità, autenticità e visione fino all’ultimo.

    Nel giorno di Pasquetta, il 21 aprile 2025, muore Papa Francesco.
    Quello che possiamo definire, senza esagerare, il primo Papa dell’era dei social media.

    Nonostante il primo account social — @Pontifex su Twitter — fosse stato inaugurato da Benedetto XVI nel dicembre 2012, è stato poi lui, Papa Francesco, a dare voce e corpo alla comunicazione digitale. A usare davvero le piattaforme per parlare al mondo.

    Si è affacciato sul mondo social con naturalezza, semplicità, coerenza. Ha compreso, forse prima di molti altri, che per parlare davvero al mondo — soprattutto ai più giovani — bisognava saper ascoltare, dialogare, comunicare. Anche online.

    Durante tutto il pontificato, non ha mai avuto paura degli strumenti digitali.
    Non li ha mai demonizzati. Anzi, li ha accolti e benedetti. Letteralmente.

    “Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti”,
    aveva detto nel 2014. E non a caso definì il web “un dono di Dio”.

    Un dono, certo, se usato responsabilmente. Un mezzo potente per costruire ponti, non per erigere muri.

    Nel 2022, Papa Francesco disse:

    L’uso dei media digitali, in particolare dei social media, ha sollevato una serie di gravi questioni etiche che richiedono un giudizio saggio e attento da parte dei comunicatori e di tutti coloro che hanno a cuore l’autenticità e la qualità delle relazioni umane.
    L’educazione ai media, la creazione di una rete tra i media cattolici e il contrasto alle menzogne e alla disinformazione”.

    Parole che dimostrano quanto fosse profondamente sensibile ai temi etici legati alla comunicazione digitale.

    E quanto credesse in un uso consapevole degli strumenti, per contrastare le derive della disinformazione.

    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell'era dei social media
    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Il primo Angelus “social” e il primo tweet

    Lo aveva capito fin da subito, Papa Francesco.

    Nel marzo 2013, a pochi giorni dalla sua elezione, il primo Angelus fu anche il primo Angelus davvero “social”. Le sue parole, pronunciate in Piazza San Pietro con quella forza gentile che lo ha sempre contraddistinto, furono condivise, commentate, rilanciate. In rete. In tempo reale.

    E pochi giorni dopo arrivò anche il suo primo tweet ufficiale: semplice, diretto, umano.
    Segnava l’inizio di un nuovo modo di comunicare il messaggio della Chiesa.
    Nessuna distanza. Nessun filtro. Solo parole che parlavano al cuore.


    Un Papa cercato e seguito online

    Nel 2013, lo stesso anno della sua elezione, Papa Francesco fu il personaggio più cercato su Google in Italia.
    E nel report annuale di Twitter, il suo nome figurava tra i più citati al mondo.

    Segnali chiari. Il mondo voleva ascoltarlo. Voleva leggerlo.
    Voleva seguirlo, in ogni parola, in ogni gesto.

    La rete diventava così uno spazio di prossimità, dove il suo messaggio arrivava più lontano, più velocemente, a più persone.


    L’indulgenza plenaria online

    Nell’estate del 2013, durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco scrisse un’altra pagina storica:
    fu concessa l’indulgenza plenaria anche a chi seguiva l’evento attraverso i social media.

    Un messaggio forte. Un gesto che riconosceva il valore spirituale di una partecipazione digitale, non solo fisica.

    Ancora una volta, il digitale non era visto come un ostacolo, ma come estensione del dialogo e della condivisione.


    Il Giubileo raccontato sui social media

    Quando, nel 2015, si aprì il Giubileo straordinario della Misericordia, i social media si trasformarono in strumenti essenziali per raccontare, condividere, vivere quel momento.

    L’hashtag #GiubileodellaMisericordia fu tra i più usati in Italia nei giorni dell’apertura della Porta Santa: oltre 17.500 conversazioni in poche ore.

    Era la prova concreta di quanto il messaggio di Papa Francesco trovasse eco nel linguaggio dei nostri tempi.


    Un Papa amato sul web

    Come raccontato proprio qui su questo blog, nel 2014 Papa Francesco era stato il personaggio più amato del web.

    Con oltre 49 milioni di citazioni online tra marzo e novembre 2013, e una media di 1,7 milioni di ricerche mensili su Google.

    Non era solo popolarità. Era una sintonia nuova con chi cercava un messaggio di speranza, di misericordia, di pace. Anche online.


    Un messaggio fino all’ultimo

    Papa Francesco ha continuato a comunicare fino all’ultimo.
    Con lo stesso stile. Con la stessa voce: chiara, gentile, accogliente. Ha parlato ai giovani. Ha parlato agli esclusi. Ha parlato a chi è lontano dalla Chiesa, ma non dalla vita.

    E ha usato anche il web e i social media per farlo.

    Con umiltà, senza retorica, senza paura. Con autenticità.


    La sua eredità digitale e umana

    Il ricordo di Papa Francesco, oggi che ci lascia, è anche il ricordo di un modo nuovo di essere presenti nel mondo. Di una comunicazione che ha saputo incontrare l’altro anche attraverso uno schermo.

    Non è stato solo il primo Papa dell’era dei social. È stato il primo a viverla davvero, con coerenza e visione.

    E in questo tempo incerto, il suo esempio resta.

  • TikTok lancia Footnotes, la versione ibrida di Community Notes

    TikTok lancia Footnotes, la versione ibrida di Community Notes

    TikTok lancia Footnotes, un sistema di verifica collaborativa simile a Community Notes. Un modello ibrido che combina il fact-checking professionale con il contributo degli utenti. Per ora negli Usa, ecco come funziona.

    E così, dopo Meta, anche TikTok decide di abbracciare un sistema di verifica collaborativa molto simile a quello di Community Notes di X. Su TikTok si chiamerà Footnotes, proprio per richiamare l’idea di note a piè di pagina, cioè brevi annotazioni che aggiungono contesto ai contenuti condivisi sulla piattaforma.

    L’obiettivo è chiarire meglio alcune informazioni, soprattutto in situazioni che rischiano di essere fraintese o decontestualizzate.

    Quello che emerge, ancora una volta, è che le piattaforme digitali sono sempre più chiamate a spiegare meglio il contesto dei contenuti che gli utenti vedono ogni giorno. Non basta più segnalare o rimuovere: serve anche chiarire, fornire strumenti per capire.

    E tutto questo, ovviamente, per contrastare in modo più efficace il fenomeno della disinformazione.

    Quindi, TikTok alla fine si muove nella stessa direzione. Una mossa prevedibile, se guardiamo a ciò che sta accadendo anche sulle altre piattaforme, dove cresce l’adozione di sistemi di verifica gestiti — almeno in parte — direttamente dagli utenti.

    Ma con qualche differenza.

    Rispetto a Community Notes su X, e rispetto anche al sistema di Meta (che, ricordiamolo, è attivo solo negli Stati Uniti e non ancora in Europa), TikTok adotta un approccio diverso.

    Su Meta, ad esempio, il nuovo sistema comunitario è ancora affiancato, soprattutto in Europa, dal lavoro delle organizzazioni di fact-checking.

    TikTok invece non abbandona il fact-checking professionale, anzi. La società di ByteDance continua a collaborare con oltre 20 organizzazioni accreditate, ma apre anche agli utenti. E qui sta la novità.

    https://newsroom.tiktok.com/en-us/footnotes
    Come apparirà Footnotes su TikTok

    Chi può contribuire?

    Non tutti. Per diventare contributori su Footnotes bisogna:

    • avere almeno 18 anni,

    • avere un account TikTok attivo da almeno 6 mesi,

    • non aver violato le regole della piattaforma.

    Sono requisiti simili a quelli richiesti su X. Ma qui TikTok costruisce un sistema ibrido.

    Come funziona Footnotes di TikTok

    Quando un contenuto viene segnalato per potenziale disinformazione, gli utenti approvati possono proporre una nota informativa.

    Questa nota non viene pubblicata subito. Prima deve essere valutata da altri utenti, anche con opinioni divergenti, attraverso un meccanismo che TikTok chiama Bridge-Based Ranking.

    Un sistema che favorisce le note considerate utili da utenti con prospettive diverse, per evitare distorsioni di parte.

    In parallelo, il contenuto della nota può essere anche sottoposto alla valutazione delle organizzazioni di fact-checking. Solo quando questi criteri sono soddisfatti, la nota viene approvata e pubblicata in fondo al contenuto, come una vera nota a piè di pagina.

    Le piattaforme rendono più chiari i contesti

    Questa scelta conferma una tendenza ormai evidente: le piattaforme non possono più ignorare il contesto dei contenuti. Devono spiegarlo, renderlo trasparente, soprattutto quando diventano — come nel caso di TikTok — spazi non solo di intrattenimento, ma anche di informazione, soprattutto per i più giovani.

    Footnotes si inserisce quindi in un panorama dove la disinformazione è diffusa, e dove la capacità di spiegare — e non solo limitare — diventa centrale.

    TikTok lancia Footnotes, la versione ibrida di Community Notes
    TikTok lancia Footnotes, la versione ibrida di Community Notes

    Footnotes arriverà in Europa?

    Per ora, Footnotes è attivo solo negli Stati Uniti, in fase di test.

    TikTok non ha ancora annunciato una data di lancio per l’Unione Europea, anche perché qui vigono regole precise, come il Digital Services Act, che impone standard stringenti per la trasparenza e la gestione dei contenuti.

    È plausibile che TikTok voglia prima verificare l’efficacia del sistema negli USA, e solo dopo valutare un’estensione al mercato europeo. Ma se i risultati saranno positivi, è lecito aspettarsi che Footnotes arrivi anche qui — anche se con i necessari adattamenti alle normative europee.

    Footnotes, un modello intermedio

    Rispetto alla totale apertura di X e alla svolta comunitaria (ma ancora incerta) di Meta, TikTok sembra scegliere una strada intermedia. Non rinuncia alla verifica professionale, ma coinvolge gli utenti in un processo strutturato, trasparente e, almeno nelle intenzioni, controllato.

    Potrebbe essere una soluzione più sostenibile nel lungo periodo, soprattutto dal punto di vista della gestione e della credibilità.

    Resta da vedere come evolverà. Di certo, continueremo a monitorare il funzionamento di Footnotes, soprattutto se, come probabile, dovesse arrivare anche in UE.

  • Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    OpenAI sta pensando ad un proprio social media. Tra rivalità con Elon Musk e bisogno di dati, ecco perché potrebbe cambiare il panorama delle piattaforme digitali.

    Se davvero OpenAI realizzasse la sua piattaforma digitale, come si racconta in queste ore, allora sì che sarebbe uno stravolgimento delle piattaforme digitali, in particolare del panorama dei social media per come lo conosciamo oggi.

    L’dea di OpenAI di un suo social media

    Il primo a darne notizia è stato The Verge che ha lanciato un suo articolo con una notizia importante: OpenAI, la società guidata da Sam Altman che ha creato ChatGPT, starebbe pensando a una piattaforma digitale in stile X.

    La piattaforma – guarda caso – è proprio quella di Elon Musk. E fra poco spiego cosa intendo per “guarda caso”.

    Perché un social media proprio adesso?

    Perché OpenAI starebbe pensando a una mossa del genere? E soprattutto: quale sarebbe la finalità per un’azienda di intelligenza artificiale?

    Prima di rispondere a queste domande, riavvolgiamo un attimo il nastro e torniamo indietro di qualche anno.

    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media
    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    Un po’ di storia: dal 2015 a oggi

    Siamo nel 2015, anno in cui nasce OpenAI come associazione senza scopo di lucro, con l’obiettivo di rendere l’intelligenza artificiale accessibile e utile a beneficio dell’umanità.

    Tra i fondatori, c’era anche Elon Musk. Le cose vanno bene fino al 2018, quando Musk, stanco della leadership di Altman – secondo le informazioni che abbiamo – decide di uscire dal progetto. Se ne va, sbattendo la porta.

    Poi conosciamo tutti l’evoluzione: Musk acquista Twitter nell’ottobre 2022, e nel frattempo i rapporti con OpenAI si fanno sempre più tesi.

    Le tensioni con Musk e la nascita di Grok

    Gli screzi tra i due non si sono mai sopiti. Anzi, si sono accentuati con la crescita di ChatGPT e con la trasformazione di OpenAI in azienda a scopo di lucro, una svolta non da poco. In parallelo, Elon Musk sviluppa xAI e poi Grok, il chatbot integrato su X.

    Le tensioni si aggravano fino ad arrivare a cause legali. Proprio recentemente, OpenAI ha denunciato Musk, e la battaglia giudiziaria è in corso.

    L’offerta di Musk e la risposta di Altman

    A febbraio di quest’anno, Elon Musk ha provato a rilanciare. Ha offerto 97 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una mossa per riportarla alle origini, secondo lui.

    Altman ha risposto via X: “No, grazie. Semmai compreremo noi X per 9,7 miliardi”. Una battuta, forse, ma alla luce di ciò che sappiamo oggi, potrebbe nascondere molto di più.

    Anche Meta spinge sull’AI, e OpenAI risponde

    Quando Meta ha lanciato il suo Meta AI, Altman ha commentato: forse è arrivato il momento che anche OpenAI abbracci i social media. Tutti segnali che portano nella stessa direzione.

    OpenAI contro X?

    E adesso arriva questa notizia. Appunto, OpenAI potrebbe entrare direttamente nel mercato delle piattaforme digitali, in concorrenza diretta con X.

    Perché proprio ora?

    Primo: per la rivalità ormai conclamata con Elon Musk. Secondo: perché X sta consolidando la sua posizione e OpenAI potrebbe inserirsi proprio in questo contesto.

    I dati, il vero obiettivo di OpenAI

    Ma la motivazione più importante è un’altra. ChatGPT ha bisogno di dati. Ha bisogno di dataset sempre più grandi per migliorare. E qual è il modo più diretto per reperire dati, anche in tempo reale? Una piattaforma sociale, come appunto X.

    Come fa Meta AI, che si nutre di dati pubblici degli utenti, nonostante l’opposizione. Come fa Grok, che accede a dati condivisi su X. OpenAI potrebbe fare lo stesso, se avesse una propria piattaforma.

    Un esempio concreto: Studio Ghibli e action figures

    Basti pensare al recente trend delle immagini generate in stile Studio Ghibli o alle action figures AI: se questi contenuti venissero condivisi su una piattaforma OpenAI, che tipo di dati ne emergerebbero?

    Dati preziosi per addestrare i modelli, che diventerebbero sempre più efficaci, più evoluti. L’intelligenza artificiale si nutrirebbe di questi contenuti.

    Pe un social media servono infrastrutture

    Chiaramente, entrare nel mercato delle piattaforme digitali non è un gioco. Servono server, infrastrutture, investimenti. OpenAI è già attrezzata, ma dovrà fare di più.

    E soprattutto dovrà progettare una piattaforma con un livello di engagement molto elevato, se vuole distinguersi in un mercato ormai segnato dall’“algoritmo del proprietario”.


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    E se OpenAI ci riuscisse?

    Non mi sorprenderebbe se OpenAI riuscisse davvero nel suo intento: realizzare una piattaforma digitale che alimenti il suo modello ChatGPT, che attiri utenti, ma che allo stesso tempo sia guidata da logiche di controllo algoritmico.

    Non sarebbe nulla di nuovo, anzi: sarebbe perfettamente in linea con quello che stiamo già osservando in molte piattaforme.

    Altman ci sta pensando, ma non c’è nulla di ufficiale

    L’idea c’è, l’intento pure. Ma non ci sono ancora notizie ufficiali. Sam Altman sta raccogliendo feedback all’interno dell’azienda per capire se il progetto è davvero fattibile.

    Non è solo una questione finanziaria: si tratta di comprendere come posizionarsi in un contesto dove X, Meta e altre stanno già giocando le loro carte.

    Una sfida che cambierebbe tutto

    Una mossa del genere farebbe saltare i nervi a Elon Musk, e sarebbe uno scenario che varrebbe la pena osservare da vicino. Perché cambierebbe davvero tutto.

    Continuerò a raccontarvi ciò che succede. Se volete condividere pensieri e opinioni, lo spazio per farlo è aperto. E ci aggiorniamo alla prossima.

  • Meta rischia di perdere Instagram e WhatsApp, ecco perché

    Meta rischia di perdere Instagram e WhatsApp, ecco perché

    Il processo antitrust che vede FTC contro Meta è senza dubbio storico. Al centro le acquisizioni di Instagram e WhatsApp, con l’obiettivo di separarle dall’azienda. Un caso che potrebbe cambiare il futuro dei social media.

    È iniziato in questi giorni, a Washington, uno dei più importanti, proprio per la sua natura, processi antitrust della storia recente.

    Infatti, si è di fronte ad un processo il cui risultato potrebbe cambiare radicalmente lo scenario dei social media. Quelle piattaforme digitali che ormai stanno plasmando le nostre esistenze.

    Il caso investe direttamente Meta Platforms, l’azienda guidata – e co-fondata – da Mark Zuckerberg, chiamata a rispondere in tribunale alle accuse mosse dalla Federal Trade Commission (FTC).

    L’obiettivo dichiarato dell’agenzia governativa per il commercio è quello di spezzare il colosso dei social media, forzando la separazione delle sue due più celebri acquisizioni, Instagram e WhatsApp.

    Una vicenda che rimette al centro del dibattito il tema della concentrazione di potere tecnologico e che potrebbe ridefinire, come dicevamo prima, il nostro rapporto con le piattaforme digitali.

    Meta rischia di perdere Instagram e WhatsApp, ecco perché
    Meta rischia di perdere Instagram e WhatsApp, ecco perché

    Una lunga battaglia che arriva in aula

    Le acquisizioni di Instagram nel 2012 e di WhatsApp nel 2014 sono state approvate all’epoca senza opposizioni rilevanti. Ma nel corso dell’ultimo decennio, la crescente preoccupazione per il potere esercitato dalle big tech ha spinto le autorità a rivedere il passato con occhi diversi.

    La vicenda ha origine nel dicembre 2020, quando la Federal Trade Commission avvia la sua prima azione legale contro Meta (allora ancora Facebook), accusandola di pratiche anticoncorrenziali legate alle acquisizioni di Instagram e WhatsApp.

    Dopo un primo rigetto nel 2021, la FTC presenta una versione aggiornata della denuncia che viene accolta, aprendo così la strada al processo odierno.

    Ricorderete anche che nel 2020 c’era Donald Trump alla Casa Bianca. I rapporti all’epoca tra il presidente Usa e il fondatore di Facebook non erano idilliaci.

    La FTC accusa Meta di aver agito in modo deliberato per soffocare la concorrenza, acquisendo quelle che già allora erano considerate minacce emergenti.

    A sostegno di questa tesi, l’agenzia ha portato in aula messaggi interni in cui Zuckerberg scriveva: “Meglio comprarli che competere”- Buy or bury.

    Un passaggio che potrebbe diventare il simbolo stesso del caso.

    Secondo la FTC, quelle acquisizioni non hanno avuto lo scopo di innovare, ma di impedire che altri potessero farlo. Una visione che, se accolta dal tribunale, potrebbe portare a una sentenza storica: la separazione forzata di Instagram e WhatsApp da Meta.

    In buona sostanza, FTC contesta a Meta il fatto che questa espansione dell’azienda e delle piattaforme è andata oltre

    La difesa: “Non siamo un monopolio”

    Dal canto suo, Meta respinge ogni accusa. La linea difensiva è chiara: il mercato dei social media è oggi più competitivo che mai. TikTok, YouTube, X (l’ex Twitter), iMessage e nuove piattaforme emergenti rendono lo scenario attuale molto diverso da quello del 2012.

    Meta insiste anche sul fatto che le acquisizioni abbiano prodotto valore per i consumatori. Instagram, ad esempio, ha evoluto le proprie funzionalità, introducendo Stories, Reels, funzioni di e-commerce e strumenti per creator che difficilmente avrebbe potuto sviluppare in autonomia. WhatsApp è diventata una piattaforma globale, sicura e affidabile anche grazie agli investimenti di Meta.

    La difesa punta inoltre il dito contro la revisione postuma delle acquisizioni: “All’epoca furono approvate, ora vengono messe in discussione. Come possono le aziende operare in un clima simile di incertezza normativa?”, è l’obiezione di fondo.

    Una partita anche politica

    Non è un caso che il processo arrivi in un momento delicato anche dal punto di vista politico. L’amministrazione Trump ha rimosso recentemente due commissari democratici dalla FTC, alterandone l’equilibrio interno. Contestualmente, Meta ha intensificato le attività di lobbying, cercando un’intesa che potesse evitare il processo.

    Ma l’attuale presidente della FTC, Andrew Ferguson, ha deciso di andare avanti, dichiarando l’intenzione di portare fino in fondo la battaglia legale. A presiedere il caso è il giudice James Boasberg, che in passato si era mostrato scettico verso alcune argomentazioni della FTC, ma ha deciso di non bloccare il procedimento, ritenendo le accuse meritevoli di un processo completo.


    Guarda il video


    Le parole di Sheryl Sandberg

    Il dibattimento si annuncia lungo e articolato. Era attesa la testimonianza di Mark Zuckerberg, ma anche quella di Sheryl Sandberg (ex COO di Meta) e di altri alti dirigenti dell’azienda.

    Alla Sandberg, nella sua prima comparsa davanti alla commissione, è stato chiedo conto delle email in cui si parlava di Google+, oggi non più attivo. Nel 2011 Google voleva fare pubblicità su Facebook del suo social network, ma dalle email risulta che la Sandberg abbia scritto: “Bloccherei Google”.

    Tutte frasi ed espressioni che in questi contesti vengono usate contro dalla controparte e che possono delineare scenari evocati proprio dalla controparte. La Sandberg è attesa di nuovo davanti al giudice.

    Verranno poi ascoltate anche aziende concorrenti come Snap, Pinterest e TikTok, chiamate a spiegare come l’influenza di Meta abbia modellato — o limitato — l’ecosistema dei social media.

    Il processo proseguirà nei prossimi mesi e si prevede che durerà fino a luglio 2025. Una sentenza che imponga lo spacchettamento di Meta rappresenterebbe un evento senza precedenti dai tempi delle storiche battaglie antitrust contro AT&T e Microsoft.

    Una questione che va oltre Meta

    Ma al di là del destino di Instagram e WhatsApp, questo processo è anche un banco di prova per la regolamentazione delle grandi piattaforme tecnologiche. Quali limiti deve avere il potere di aziende private nel plasmare le nostre interazioni digitali? Quando un’acquisizione diventa un abuso? E quanto possiamo contare sulle istituzioni per vigilare su un settore che si evolve più rapidamente delle leggi?

    Il processo FTC contro Meta non è solo una questione giuridica.

    Rappresenta un serio momento di riflessione sul futuro dell’equilibrio tra innovazione, concorrenza e libertà digitale. Una riflessione che ci riguarda tutti.

  • Immagini IA, ChatGPT 4o e rischio disinformazione

    Immagini IA, ChatGPT 4o e rischio disinformazione

    ChatGPT 4o ora consente di generare immagini di personaggi famosi in contesti realistici, ma mai avvenuti. Un passo avanti che solleva rischi concreti di disinformazione visiva. Ecco cosa sta cambiando, come riconoscerlo e perché serve essere responsabili.

    Restando sul tema di intelligenza artificiale, vi sarete accorti anche voi che ultimamente si è potenziata la possibilità di generare immagini. E di generare queste immagini anche con personaggi noti, personaggi pubblici, personaggi famosi, politici… e addirittura ritrarli in situazioni che prima non era possibile fare.

    Mi riferisco in particolare all’aggiornamento di ChatGPT, che ha potenziato il modello 4o al punto da far generare, da riuscire, da permettere agli utenti di generare immagini che prima non era possibile fare.

    Ci concentriamo sempre sulle capacità dell’intelligenza artificiale, di questi modelli che sono sempre più aggiornati, sempre più potenti, ma non ci soffermiamo mai sul fatto che prima non era possibile fare una cosa, e invece oggi è possibile farlo.

    Immagini IA, ChatGPT 4o e rischio disinformazione
    Immagini IA, ChatGPT 4o e rischio disinformazione

    Quali immagini può generare oggi ChatGPT 4o

    Come appunto questa, che in realtà definisce ancora di più la vicinanza tra ciò che era lecito fare e ciò che in realtà è un rischio, un potenziale rischio di disinformazione che è alla portata di tutti.

    Perché questo?

    Perché in realtà le immagini sono, l’abbiamo visto anche in questi giorni, il contenuto più facilmente condivisibile, più facilmente condiviso sulle piattaforme, e che facilmente può diventare anche virale.

    Lo diventa nel momento in cui noi abbiamo la possibilità di ritrarre personaggi noti, famosi. Faccio l’esempio di Trump che è sulla spiaggia di Copacabana con Elon Musk a bere un drink. Una situazione che prima su ChatGPT non era possibile fare e che adesso invece è alla portata di tutti.

    Trump Musk spiaggia copacabana ChatGPT 4o franz russo
    Trump Musk spiaggia copacabana ChatGPT 4o realizzata da Franz Russo

    Sono quelle situazioni in cui abbiamo questa sorta di voglia di vedere personaggi famosi in situazioni che molto probabilmente non vivrebbero mai, e che difficilmente sarebbero ritratte in quella situazione.

    Questo significa che, in realtà, anche noi potremmo essere al centro di quel contenuto. E quindi, avendo la possibilità di poter ritrarre e permettendo anche agli utenti la possibilità di generare immagini come queste, nulla vieta che un giorno ci possa essere un Franz Russo, tanto per fare un esempio, che si trova in un determinato luogo, con una determinata situazione, ma in realtà tutta quell’immagine non esiste.

    Il confine tra immagini reali e false è sempre più sottile

    Quindi il confine tra ciò che è possibile, che è realistico, e ciò che è in realtà una potenziale disinformazione, si sta avvicinando sempre di più.

    Ma perché ChatGPT arriva a trasferire questo senso di responsabilità un po’ più verso gli utenti?

    La questione è molto semplice, ed è di natura commerciale.

    Il caso Grok 3 di xAI

    Sul mercato dell’intelligenza artificiale esiste già Grok 3, la terza versione di questa intelligenza artificiale realizzata da xAI, che è una delle società di Elon Musk.

    Grok si trova all’interno della piattaforma X, e permette fin dall’inizio, da quando è stata generata la prima versione, di generare immagini che ritraggono personaggi famosi anche con un limite sempre più alto, con un’asticella sempre più alta, con possibilità di ritrarre personaggi famosi sempre più alla portata di chiunque.

    L’immagine di Papa Francesco col piumino bianco

    Ricordate quando nel 2023 si realizzarono quelle immagini con Papa Francesco, il famoso piumino? Ebbene, quell’immagine lì oggi ChatGPT la fa tranquillamente.

    Papa Francesco piumino IA franz russo
    Papa Francesco piumino generata con la ChatGPT 4o da Franz Russo

    L’immagine del falso arresto di Trump

    Oppure un’altra famosa immagine di Donald Trump circondato da poliziotti che cerca di fuggire a un possibile arresto: ebbene, quell’immagine ChatGPT oggi la realizza tranquillamente, senza nessun problema.

    Donald Trump falso arresto generato con la IA
    Donald Trump falso arresto generato con ChatGPT 4o da Franz Russo

    Questo significa che il confine, ripeto, di quello che noi possiamo generare rispetto a una potenziale disinformazione, si sta sempre di più assottigliando, sempre di più avvicinando. Non si riconosce più il rischio di quello che riusciamo a generare.

    Ci sono addirittura delle immagini, tipo Bill Gates con una birra in mano, realizzata da me su ChatGPT, che alcuni strumenti di verifica, come Illuminarty, addirittura fanno fatica a definire se sia un’immagine realistica, umana, oppure se sia generata da intelligenza artificiale.

    Bill Gates con birra in mano realizzata con Chatgpt-4o da Franz Russo
    Bill Gates con birra in mano realizzata con Chatgpt-4o da Franz Russo

    Questo già ci dice molto di come effettivamente anche questi strumenti di verifica possono essere utili o addirittura affidabili.

    Piccoli suggerimenti per riconoscere immagini IA

    Per cercare poi di offrire qualche suggerimento su come accorgerci del fatto che queste situazioni, alcune immagini, possono sembrare artefatte, ecco alcuni dettagli:

    • lo sfondo, magari un po’ confuso;

    • scritte non precise;

    • mani, che erano un grande problema per DALL·E 3;

    • oppure la pelle, che è sempre perfetta, molto liscia, e quindi già di per sé ti porta a pensare che sia un’immagine artefatta, anche se in alcuni casi anche questo dettaglio è in netto miglioramento,

    • o addirittura l’esposizione della luce, che in alcuni contesti è quasi irrealistica: quel tipo di luce difficilmente può essere naturale.

    Oppure ancora, cercare di avvalersi sempre della ricerca inversa, quindi utilizzare motori di ricerca – ad esempio Google Immagini – sottoponendo i contenuti per avere una risposta dal motore di ricerca sul fatto che quell’immagine sia stata già utilizzata in altri contesti o meno.

    Anche perché è capitato, anche di recente, che alcune immagini realizzate con intelligenza artificiale—quindi neanche con modelli di ricerca tanto evoluti, perché l’evoluzione l’abbiamo avuta molto molto di recente—siano stati confusi come contenuti realistici.

    Quindi il senso di responsabilità, da parte nostra, ormai è imprescindibile. Non possiamo che fare affidamento a quel senso di responsabilità, alla consapevolezza del fatto che stiamo utilizzando strumenti che in alcuni contesti possono generare contenuti potenzialmente di disinformazione.


    Guarda il video


    Anche la ghilbizzazione aiutare a confondere

    Anche lo stesso fenomeno della ghiblizzazione, di cui abbiamo parlato anche in un altro video, è uno di quegli elementi che ci porta a trasformare quella che è la realtà in un contesto diverso: più armonioso, più pastellato, più colorato, più dolce.

    Ma anche quello diventa una situazione per mascherare altre situazioni irrealistiche. Condividerle in un contesto completamente diverso, anche quello è un potenziale rischio di disinformazione.

    meme ghiblizzazione franz russo
    Celebre meme con ghiblizzazione

    Quindi, rispetto anche alla potenzialità, al modo in cui noi possiamo effettivamente affrontare questo, è sicuramente importante conoscere meglio i modelli. E quindi avvalerci di quella competenza, AI Literacy, conoscenza approfondita dei modelli. Dobbiamo prestare attenzione su come utilizziamo questi modelli e per cosa li vogliamo usare.

    Che sia per uso personale, per lavoro, per tutte le attività che facciamo, dobbiamo prestare sempre molta attenzione e affidarci a un senso di responsabilità. Chiederci sempre:
    qual è la motivazione che mi porta a usare questo modello?
    Cosa voglio davvero fare?

    E imparare, anche noi utenti, a riconoscere sempre meglio queste immagini, a sapere che tipo di immagine abbiamo davanti, a saperle riconoscere ed evitare che diventiamo anche noi potenziali diffusori di disinformazione.

  • Meta AI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Meta AI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Meta AI è arrivata da poco in Italia. Ma ci sono due aspetti che vanno approfonditi: l’uso dei dati pubblici degli utenti e l’impossibilità di disattivare l’IA. In questo articolo provo a verificare le implicazioni, tra privacy, consenso. E anche un confronto con Grok di X.

    Come sapete, Meta AI è attivo anche in Italia da qualche giorno. È arrivato anche su WhatsApp, dove praticamente tutti gli utenti hanno visto questa iconcina circolare che, una volta attivata, risponde a delle domande e a dei problemi.

    Per cercare di chiarire il motivo di questa considerazione, che si basa essenzialmente su due elementi, provo ad essere un po’ più chiaro, per farvi entrare nella logica di ciò che dirò più tardi, soprattutto su questi due punti.

    Un assistente a tratti invadente

    Immaginiamo di essere in una grande stanza e di osservare ciò che accade, accompagnati da una persona che chiameremo il nostro assistente particolare.

    Quando abbiamo qualcosa da chiedere, ci rivolgiamo a questo assistente che risponde alle nostre domande in maniera molto precisa e dettagliata, offrendo anche la possibilità di approfondire successivamente.

    Intanto, continuiamo il nostro giro in questo palazzo osservando tutte le stanze: in ogni stanza c’è qualcosa che ci incuriosisce, e chiediamo al nostro assistente.

    Il problema è che questo assistente ci segue in continuazione, anche quando non lo interpelliamo: ci osserva, ascolta le nostre azioni, guarda con chi parliamo e ascolta cosa diciamo con le altre persone che incontriamo.

    Il problema sorge quando ci accorgiamo che questa presenza diventa, ad un certo punto, pesante e vorremmo mandarla via, ma non riusciamo a trovare un modo per farlo. Non c’è la possibilità, per così dire, di disattivarla.

    MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni
    MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Il primo problema di Meta AI: l’uso dei dati pubblici

    Ed è qui che entro sul tema, cercando di spiegare i due elementi cardine che riguardano Meta AI (e non solo).

    Intanto, MetaAI è presente in Unione Europea dal 20 marzo, dopo aver – per così dire – migliorato la sua aderenza, la sua compliance, al GDPR.

    Il GDPR, questo regolamento sulla protezione dei dati entrato in vigore in Unione Europea nel 2018, ha rivoluzionato il modo in cui vengono gestiti i dati.

    Ebbene, ci sono due aspetti che meritano attenzione.

    Il primo è che, inizialmente, avevo creduto che Meta AI non usasse i nostri dati per allenare la sua intelligenza. In realtà, le cose sono diverse. Se provate a chiedere a MetaAI, su Facebook, Instagram o WhatsApp, se utilizza i vostri dati, la risposta standard è: “No, non utilizzo i dati“. Tuttavia, la realtà è più complessa.

    Meta AI usa i dati pubblici degli utenti

    Meta AI usa i dati pubblici degli utenti: per “dati pubblici” intendo i post, le immagini e i commenti resi visibili a tutti. Questo significa che, per evitare di dare in pasto i nostri contenuti all’intelligenza artificiale, bisognerebbe passare in modalità privata. Nella modalità privata l’IA non riuscirebbe a prelevare i dati che non vogliamo rendere pubblici.

    Questo approccio non va proprio nella direzione del GDPR, il cui fondamento è il consenso informato e la capacità di controllo da parte dell’utente all’interno delle piattaforme digitali.

    Cosa c’è all’interno del Privacy Center

    All’interno del Privacy Center non è ben spiegato se e come si debbano pubblicare i nostri contenuti. Meta non dà spazio a questo aspetto; il link di riferimento, che fornirò in calce al video, spiega che se non volete che MetaAI utilizzi i vostri dati, dovete passare in modalità privata. Questa soluzione, però, può essere valida per alcuni e meno per altri.

    Parliamo di consapevolezza: è importante che, da un lato, la piattaforma fornisca l’informazione corretta e, dall’altro, che ciascuno adotti l’atteggiamento giusto nella condivisione dei contenuti. Solo in questo modo possiamo essere consapevoli e responsabili dell’uso dei nostri dati.

    Secondo problema di Meta AI: non può essere disattivata

    Il secondo elemento, che cozza maggiormente con il GDPR, è il fatto che l’intelligenza artificiale non può essere disattivata. Non esiste un tasto o un’opzione che permetta all’utente di scegliere se utilizzare o meno l’IA.

    L’unica cosa possibile, in assenza di una modalità di disattivazione, è di non utilizzarla: di non interpellarla, di non fare in modo che possa entrare nelle vostre conversazioni. Ma l’IA si alimenta delle richieste (i cosiddetti prompt), dei risultati e delle risposte, continuando a prelevare dati.

    Da tutte le piattaforme – Instagram, Messenger, WhatsApp e Facebook – le risposte pubbliche attingono anche ai risultati pubblici, senza possibilità di disattivare l’IA. Questo ulteriore elemento non collima con il GDPR, perché non offre la possibilità di scegliere.

    Il confronto con Grok di X

    Se volessimo fare un paragone, ci riferiremmo a Grok di X (la piattaforma che prima era Twitter, di proprietà di Elon Musk). Grok, che è l’IA di X, funziona in maniera simile: è integrato nella piattaforma, usabile anche senza abbonamento (con alcune limitazioni) fino alla versione Premium+. Anche Grok, comunque, utilizza di default i dati pubblici degli utenti, non appena si attiva un account.

    L’unica azione possibile è quella di andare nelle impostazioni della privacy, nella sezione dedicata a Grok, e disattivare l’opzione di raccolta dati pubblici. Attenzione: se si effettua questa operazione, Grok continuerà a utilizzare i dati già condivisi, mentre solo i dati futuri non verranno più prelevati.

    Un ulteriore elemento è la possibilità di eliminare la cronologia delle conversazioni con l’IA. Pur essendo un aspetto leggermente più in linea con il GDPR, sul consenso informato rimane comparabile a MetaAI.

    In sintesi, stiamo parlando di due esperienze molto simili che, da un lato, permettono un minimo di controllo. Anche Grok suggerisce, come ultima ipotesi, di passare in modalità privata per evitare che i propri dati vengano prelevati. Tuttavia, questo comporta una significativa riduzione nella visibilità e nelle condivisioni dei propri contenuti.

    Grok (X) Meta AI
    Opt-out disponibile ✅ Sì ⚠️ Sì, ma difficile da trovare
    Disattivazione IA ✅ Parziale (nessuna interazione) ❌ No
    Consenso esplicito ❌ No ❌ No
    Trasparenza IA ⚠️ Media ❌ Bassa
    GDPR compliance 🟡 In dubbio, ma più avanzato 🔴 Più problematico

    La IA entra nelle piattaforme digitali per cambiarle 

    Quindi, si tratta di un passaggio inevitabile: l’intelligenza artificiale sta entrando nelle piattaforme digitali e, come già anticipato in un mio video precedente, questo cambierà radicalmente il nostro modo di interagire non solo con le piattaforme ma anche tra di noi.

    Le relazioni e le conversazioni tra utenti saranno inevitabilmente influenzate dall’uso dell’IA. Dobbiamo farlo in maniera informata e consapevole, sapendo se i nostri dati saranno dati in pasto all’intelligenza artificiale e avendo la possibilità di scegliere, in linea con il consenso informato richiesto dal GDPR.

    Il GDPR poggia la sua intera esistenza su questo principio: anche se non c’è un obbligo esplicito, la dichiarazione di consenso dovrebbe far parte dell’esperienza dell’utente, permettendogli di scegliere se concedere i propri dati.

     

    Questi sono, in sostanza, i due elementi che rendono Meta AI un caso particolare.

    Adesso bisognerà osservare se Meta intende, in questo scenario globale – complicato da aspetti geopolitici, finanziari e normativi – adeguarsi pienamente al regolamento europeo. Vedremo anche come reagirà l’Unione Europea a questi due punti critici, soprattutto considerando le tensioni nei rapporti con gli Stati Uniti e l’eventuale questione dei dazi e della web tax che colpiranno le big tech.

    Non è uno scenario facile, e vedremo come evolveranno le cose. Ci interrogheremo se Meta AI diventerà più conforme al GDPR.

    Condividete le vostre esperienze e i vostri pensieri: se Meta AI è stata utilizzata, se eravate informati sull’uso dei vostri dati. Fatemelo sapere nei commenti.

     

  • Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Secondo il NYT, la UE sarebbe pronta a sanzionare X per violazione del Digital Services Act. Il caso potrebbe trasformarsi in un nuovo conflitto tra UE e USA, e accentuare le tensioni già alle stelle per via dei dazi.

    Secondo il  New York Times ci si avvicina ad un possibile scontro tra l’Unione Europea e X, la piattaforma social di Elon Musk. Scontro da molti già prospettato in precedenza.

    Secondo quanto riportato, le autorità UE starebbero preparando una sanzione che potrebbe superare il miliardo di dollari. L’accusa rivolta a X è di aver violato il Digital Services Act (DSA), la normativa comunitaria che regola i servizi digitali e impone alle grandi piattaforme di contrastare contenuti illeciti e disinformazione.

    Non è una notizia da poco. Si tratta di un segnale forte, che potrebbe segnare un punto di svolta nei rapporti tra Bruxelles e le big tech americane, con ricadute che vanno ben oltre il destino della piattaforma di Musk.

    Il contesto: il Digital Services Act e  il controllo digitale

    Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario fare un passo indietro.

    Il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2024, è il pilastro della strategia europea per regolamentare il selvaggio west del digitale.

    L’obiettivo è garantire che le piattaforme con più di 45 milioni di utenti nell’UE – come X – adottino misure rigorose contro la diffusione di contenuti illegali, dalla propaganda estremista alla disinformazione sistematica.

    Le sanzioni per chi non si adegua possono arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo, una cifra che, nel caso di X, potrebbe tradursi in una multa monstre.

    L’indagine su X non è una novità.

    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA
    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Indagine su X avviata a fine 2023

    Già a dicembre 2023, la Commissione Europea aveva aperto un fascicolo per verificare se la piattaforma rispettasse le nuove regole, concentrandosi su questioni come la gestione delle “spunte blu” a pagamento – accusate di favorire account falsi – e la trasparenza nella moderazione dei contenuti.

    Ora, a quanto pare, Bruxelles è pronta a passare dalle parole ai fatti. L’articolo del NYT cita fonti anonime vicine all’indagine, secondo cui la multa potrebbe essere annunciata nell’estate del 2025. Accompagnata da richieste di modifiche strutturali alla piattaforma.

    Un colpo diretto non solo a X, ma anche a Elon Musk, figura controversa, che da anni si scontra con le autorità europee sulla sua visione di una libertà di espressione senza filtri. E che oggi ricopre un ruolo di rilievo all’interno dell’amministrazione Trump.

    I possibili scenari, cosa succede se la sanzione diventa realtà

    Se l’UE dovesse confermare la sanzione, gli scenari possibili sono molteplici.

    Il primo, e più immediato, è quello economico. Una multa superiore al miliardo di dollari metterebbe sotto pressione X, già alle prese con un calo di utenti e introiti pubblicitari dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022. E che di recente è stata acquisita da xAI per 33 miliardi di dollari.

    Ma non si tratterebbe solo di soldi. L’Europa potrebbe imporre cambiamenti operativi – come una revisione degli algoritmi o un rafforzamento della moderazione – che Musk ha sempre osteggiato, considerandoli una forma di censura.

    Poi c’è lo scenario politico. X potrebbe decidere di resistere, magari ritirandosi dal mercato europeo per evitare di piegarsi alle regole del DSA.

    Una mossa estrema, ma non del tutto improbabile, visto il carattere di Musk e le sue recenti prese di posizione contro Bruxelles. In alternativa, la piattaforma potrebbe adeguarsi, ma a costo di perdere parte della sua identità “libertaria”. Da ricordare la vicenda del Brasile.

    Infine, c’è lo scenario diplomatico, quello più complesso. Una sanzione di questa portata non resterebbe un affare tra l’UE e X. Si colpirebbe un simbolo del potere tecnologico americano, guidato da un uomo che è anche uno dei più stretti alleati del presidente Donald Trump. E qui entra in gioco il contesto più ampio.

    Le tensioni tra Usa e UE, dai dazi allo scontro sul digitale

    Le relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea non sono mai state così fragili.

    Con l’entrata in vigore dei dazi annunciati da Trump due giorni fa – tariffe del 25% su acciaio, alluminio e auto, seguite da altre su semiconduttori e farmaceutici – il tutto si è trasformato in un campo di battaglia commerciale.

    L’UE ha idea di rispondere con propri dazi, rinviati al momento al 13 aprile, ma la rappresaglia potrebbe presto prendere di mira i giganti digitali americani, come suggerito dal leader del PPE Manfred Weber: “Se Trump colpisce i nostri beni, noi puntiamo sui loro servizi”.

    In questo clima di guerra fredda economica, la sanzione a X rischia di essere percepita come un attacco diretto agli interessi americani.

    Musk, a capo del Department of Government Efficiency (DOGE) nella nuova amministrazione Trump, non è solo un imprenditore: è. Oggi è un attore politico di peso, con un’influenza che spazia ovunque.

    L’UE, dal canto suo, sembra voler usare X come esempio per dimostrare che nessuno è al di sopra delle sue leggi. Una mossa che potrebbe innescare una reazione a catena.

    Trump, che ha già minacciato di far uscire gli USA dalla NATO in risposta a mosse ostili, potrebbe vedere nella multa addirittura un affronto personale, esasperando ulteriormente le tensioni transatlantiche.

    La risposta di X in cui parla di censura

    X non è rimasta in silenzio. In un post pubblicato sulla piattaforma, la società ha replicato con toni decisi: “L’UE vuole punirci per aver difeso la libertà di parola. Il Digital Services Act è un’arma di censura, non una legge per la sicurezza. Non ci piegheremo”.

    Un messaggio che riflette la linea dura di Musk, pronto a trasformare la vicenda in una crociata ideologica.

    Nessuna apertura al dialogo, nessuna promessa di adeguamento. Solo la sfida aperta a Bruxelles, con un richiamo implicito al sostegno di Trump e dei suoi follower.

    Le big tech si rivolgono a Trump per pressioni su UE

    Non è un caso che, negli ultimi mesi, i grandi nomi della Silicon Valley abbiano intensificato i contatti con l’amministrazione Trump.

    Mark Zuckerberg, ad esempio, in un’intervista al podcast Joe Rogan Experience del 18 gennaio 2025, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti dovrebbero difendere le loro aziende tecnologiche. È un vantaggio strategico che non possiamo perdere”.

    Una posizione che sembra un appello diretto a Trump per contrastare le mosse dell’UE, come il DSA o il Digital Markets Act, percepiti come minacce al dominio americano nel digitale.

    Anche Sam Altman, CEO di OpenAI, ha reso la sua donazione alla campagna di Trump, un gesto che alcuni interpretano come un tentativo di assicurarsi un alleato contro eventuali ritorsioni europee.

    Musk, dal canto suo, non ha bisogno di chiedere favori. Il suo legame con Trump è già solido, cementato da anni di sostegno politico e finanziario.

    Il futuro in bilico tra Usa e UE

    La vicenda di X e dell’UE è molto più di una disputa legale. È un capitolo di una storia più grande, quella di un mondo ormai diviso tra visioni opposte.

    Da un lato, l’Europa che cerca di imporre regole per proteggere i cittadini e la democrazia; dall’altro, un’America che vede nel controllo digitale una minaccia alla sua egemonia.

    Le sanzioni, se dovessero arrivare, non sarebbero solo un conto da pagare per Musk. Sarebbero un test per capire fino a che punto le tensioni transatlantiche possono spingersi prima di spezzare qualcosa di irreparabile.

    E noi, come sempre, staremo qui ad osservare ed interpretare gli eventi, cercando di decifrare un futuro che oggi si scrive anche a colpi di post.

  • Ci informiamo sui social media, ma non ci fidiamo

    Ci informiamo sui social media, ma non ci fidiamo

    I social media hanno superato la TV come mezzo principale per informarsi, ma la fiducia verso queste piattaforme è molto bassa. Il rapporto AGCOM ci restituisce la fotografia di una informazione debole e la conferma dell’algoritmo del proprietario.

    Secondo quanto emerge dall’Osservatorio annuale sul sistema dell’informazione 2025 pubblicato da AGCOM, nel 2023 i social media hanno superato la televisione come principale mezzo di informazione per gli italiani.

    Si tratta di un sorpasso che possiamo definire storico. E che segna una svolta nel modo in cui le persone si informano quotidianamente.

    Va detto che questo primato non si accompagna a un incremento della fiducia da parte degli utenti. Al contrario, i social si confermano tra le fonti ritenute meno affidabili.

    E qui siamo nella dimensione del paradosso, o quasi.

    Come si informano gli italiani: il ruolo crescente dei social media

    Nel dettaglio, il rapporto evidenzia che:

    • il 19,8% degli italiani utilizza i social media come primo strumento per accedere all’informazione online;
    • seguiti da motori di ricerca (17,9%) e siti di quotidiani/periodici (11,8%);
    • il 50,5% degli utenti iscritti a social media dichiara di venire a conoscenza delle notizie sui social prima che da qualsiasi altro mezzo.

    Con questi numeri, i social media superano la televisione, che si attesta al 46,5% come uso informativo nel giorno medio, in calo costante rispetto al 67,4% del 2019.

    Interazioni superficiali e partecipazione limitata

    Il rapporto AGCOM evidenzia anche come gli utenti tendono ad avere un comportamento prevalentemente passivo rispetto all’informazione ricevuta sui social media:

    • il 43,4% si limita a cliccare sui link;
    • il 40,7% mette un like;
    • solo il 16,9% commenta, il 12,6% condivide e appena il 6,1% avvia una discussione;
    • il 25,1% non compie alcuna azione rispetto alle notizie visualizzate.

    Curiosamente, gli utenti over 65 si dimostrano spesso più attivi dei giovani nei commenti e nelle interazioni, a smentire il luogo comune di una fruizione più passiva da parte delle generazioni meno digitalizzate.

    Fiducia ai minimi storici per i social media

    Nonostante la centralità sempre maggiore nel consumo informativo, la fiducia nei social media resta bassa:

    • solo il 15,7% degli italiani esprime alta fiducia nei social come fonte d’informazione;
    • il 30,2% manifesta bassa fiducia;
    • i social si posizionano penultimi nella classifica delle fonti più affidabili, seguiti solo dalle piattaforme video;
    • anche tra i giovani (14-24 anni), che usano i social in modo intensivo, cresce il numero di chi non nutre fiducia in alcuna fonte informativa.

    La relazione tra uso e fiducia non è lineare: chi usa intensamente un mezzo tende ad averne più fiducia, ma nel caso dei social media questa correlazione è debole. Il dato appare ancora più significativo se confrontato con la fiducia nella televisione, che rimane alta soprattutto tra gli over 65 (44,5%).

    Un ecosistema informativo fragile e sbilanciato

    L’analisi di AGCOM conferma che l’informazione è sempre più mediata da piattaforme digitali. E che questo passaggio ha generato una informazione sempre più debole. Sempre più esposta a manipolazioni e a deformazioni.

    La prevalenza dei social nel ruolo di gatekeeper dell’informazione non garantisce qualità, affidabilità o trasparenza.

    Questa tendenza si inserisce perfettamente nelle riflessioni che sto affrontando negli ultimi mesi. Dall’erosione della fiducia digitale all’algoritmo del proprietario, fino alla crescente polarizzazione dell’informazione.


    Guarda il video:


    I social media diventano lo spazio principale dove l’informazione viene vista, ma non dove si costruisce fiducia.

    Il contenuto viene costruito solo per essere visto e non, banalmente, per informare e per generare opinioni e conversazioni.

    Un divario che continuerà ad allargarsi finché non verrà affrontato con responsabilità, tanto da parte delle piattaforme quanto da chi crea contenuti.

    Il quadro che emerge è chiaro. I social media sono oggi la porta d’accesso privilegiata all’informazione per milioni di italiani. Ma a questa centralità non corrisponde un riconoscimento in termini di autorevolezza.

    É necessario concentrarsi sulla costruzione di contenuti che siano effettivamente informativi e che puntino alla qualità. Resto sempre convinto, infatti, che il contenuto equivalga ancora alla Relazione. Ma serve recuperare qualità e abbandonare il concetto di quantità che tanto piace all’algoritmo del proprietario.

    [Immagine ci copertina realizzata da Franz Russo attraverso il modello di intelligenza artificiale generativa ChatGPT-4o]

     

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