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  • Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media

    Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media

    Meta AI debutta in Europa e Italia, precisamente in 41 paesi. Integra le piattaforme Meta senza usare dati utenti, rispettando GDPR. Segna l’evoluzione dei social media verso ecosistemi più intelligenti. Le piattaforme digitali si evolvono.

    Meta AI arriva in Unione Europea, e quindi anche in Italia. L’annuncio, del 19 marzo 2025, segna l’ingresso ufficiale dell’intelligenza artificiale di Meta in UE, dopo oltre un anno di disponibilità negli Stati Uniti.

    Al momento, sarà attivo in 41 paesi, risponderà in italiano e si integrerà nelle piattaforme di Meta: Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger.

    Un lancio atteso, ma non privo di limitazioni, che riflette il rispetto delle norme europee sulla privacy e offre uno spunto per riflettere sulla trasformazione dei social media.

    Il modello di Meta AI distribuito in Europa non utilizza i dati degli utenti di Facebook e Instagram, una scelta obbligata per conformarsi al GDPR e all’AI Act, entrato di recente in vigore. Non permetterà la generazione di immagini né sfrutterà le conversazioni degli utenti per generare contenuti in risposta alle loro richieste.

    Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media
    Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media

    Si tratta di restrizioni che spiegano il ritardo nell’espansione europea. A giugno 2024, Meta aveva già pianificato il debutto di Meta AI in Unione Europea, ma le istituzioni, in particolare l’Autorità irlandese per la protezione dei dati, avevano imposto un fermo, richiedendo il rispetto di una serie di regole. Ora, dopo mesi di adeguamenti, l’assistente è pronto a operare.


    Come si usa Meta AI?

    Meta AI sarà accessibile in diversi modi all’interno delle piattaforme Meta:

    • Su Instagram e Messenger, l’AI potrà essere attivata nei messaggi diretti.
    • Nei gruppi WhatsApp, gli utenti potranno menzionare @MetaAI per porre domande e ricevere risposte contestualizzate.
    • Nei commenti su Facebook, Meta AI potrà essere interpellata per fornire approfondimenti.
    • Sul sito meta.ai, l’assistente sarà disponibile come chatbot.

    L’icona blu di Meta AI segnalerà chiaramente la sua presenza, e per attivarlo basterà digitare @MetaAI seguito da una richiesta.

    Gli esempi di utilizzo più comuni? Si potrà chiedere all’AI di fornire informazioni in tempo reale all’interno di conversazioni su WhatsApp o di intervenire in discussioni su Instagram e Facebook.


    Per attivarlo, comparirà un’icona blu nei messaggi di Instagram e nei gruppi WhatsApp, oppure basterà scrivere “@MetaAI” seguito da un prompt, una richiesta esplicita. L’intelligenza artificiale risponderà a domande o interverrà nelle conversazioni, come chiedere suggerimenti in un gruppo WhatsApp o fornire informazioni rapide su Instagram. Ogni contenuto generato da Meta AI sarà chiaramente identificato, in linea con le disposizioni dell’AI Act.

    Le piattaforme digitali cambiano con la IA

    Questa novità non è solo un aggiornamento tecnologico, ma la dimostrazione di un cambiamento profondo nelle piattaforme digitali. L’intelligenza artificiale non è più confinata a un algoritmo che decide cosa mostrare, il cosiddetto “algoritmo del proprietario”, che sempre più spesso privilegia i contenuti graditi alla piattaforma stessa, trascurando gli interessi reali degli utenti.

    Ora, l’AI diventa un elemento attivo nella generazione di contenuti all’interno delle conversazioni tra utenti. Meta AI alimenterà un’ulteriore chiusura degli spazi digitali, trattenendo gli utenti all’interno delle piattaforme con risposte immediate e personalizzate, rafforzando il fenomeno delle bolle informative.

    MetaAI e l’addio al fact-checking

    Il lancio di Meta AI coincide con un altro sviluppo significativo: Meta ha abbandonato il fact-checking tradizionale e sta testando, negli Stati Uniti, le Community Notes, un sistema che affida agli utenti la validazione delle informazioni nei post. Questo approccio arriverà anche in Italia e vedrà probabilmente un ruolo per l’intelligenza artificiale.

    In Europa, va precisato, le regole sulla privacy limiteranno l’impatto di queste innovazioni, mantenendo un equilibrio tra tecnologia e protezione dei dati.

    Le piattaforme digitali, con Meta AI, si trasformano in assistenti in tempo reale e motori di ricerca integrati. Gli utenti potranno interrogare l’AI senza uscire dalle app, un modello che espanderà il loro ruolo oltre la semplice comunicazione.


    Guarda il video


    In futuro, Meta AI potrebbe generare contenuti automatici, incluse immagini, come già accade fuori dall’Unione Europea.

    L’esempio di Grok su X

    Un esempio parallelo è X, dove Grok, l’AI di Elon Musk, interviene direttamente nelle conversazioni quando richiamato con “@Grok”, rispondendo su argomenti specifici. A differenza di Grok, che opera come un bot con una sezione dedicata e un’app stand-alone negli Stati Uniti, Meta AI si integra nativamente nelle conversazioni, un aspetto che sottolinea la direzione verso una presenza sempre più pervasiva dell’AI.

    Le piattaforme social media, con la IA da strumenti ad assistenti

    Questo cambiamento ridefinisce le piattaforme digitali, nate come strumenti per connettere gli utenti, ma ora sempre più orientate a diventare ecosistemi autonomi.

    Lo sviluppo di Meta AI in Italia dipenderà da come gli utenti lo accoglieranno: sarà un intervento minimo, senza impatto sulle conversazioni, o un elemento centrale nella loro evoluzione?

    Nei prossimi mesi, osserveremo come tutto questo si inserirà nel nostro contesto e quale percorso prenderà.

     

  • Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    Community Notes fa il suo debutto sulle piattaforme Meta, per ora solo in fase di test negli Usa. Il modello è analogo a quello adottato sulla piattaforma X. Esempio di partecipazione collettiva che potrebbe comportare molti rischi.

    Community Notes ha fatto il suo debutto negli Usa proprio ieri, 18 marzo 2025.

    Come ricorderete, circa un mese fa Meta aveva annunciato il lancio di questo nuovo programma che sostituisce il fact-checking tradizionale, tramite un post su Threads.

    Ora ci siamo. La fase di test è iniziata, per ora solo negli Stati Uniti. Segna un cambio di rotta nella gestione dei contenuti sulle piattaforme di Mark Zuckerberg. Ispirandosi esplicitamente a quanto già vediamo su X.

    Meta lo ha comunicato in modo chiaro: da ieri, un gruppo selezionato di utenti americani può usare le Community Notes su Facebook, Instagram e Threads.

    L’idea alla base delle Community Notes

    L’idea è semplice: consentire agli utenti di aggiungere note a post con informazioni fuorvianti o incomplete, sul modello di X. Queste note diventano visibili a tutti solo se ricevono abbastanza valutazioni positive dalla comunità.

    Si tratta, insomma, di una sorta di sistema di crowdsourcing che prende il posto del fact-checking di terze parti. Un passaggio che Zuckerberg aveva anticipato all’inizio dell’anno.

    Le Community Notes di Meta, come quelle di X, sono uno strumento collaborativo. Gli utenti possono segnalare un post e aggiungere una nota con correzioni o informazioni aggiuntive, supportate da fonti verificabili.

    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa
    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    La fase di test per ora negli Usa

    Durante la fase di test, Meta monitorerà la creazione e la valutazione di queste note per capire se riescono a contrastare la disinformazione. Il sistema parte in modo graduale ma coinvolge tutte e tre le piattaforme principali: Facebook, Instagram e Threads.

    Negli Usa, il programma di fact-checking tradizionale sarà abbandonato del tutto, una scelta non priva di rischi.

    Community Notes di Meta, non ancora in Italia

    Per ora, in Italia, le Community Notes non arriveranno. L’avvio dei test negli Usa lascia pensare che i tempi per un’estensione in Europa potrebbero non essere troppo lontani.

    Questo approccio ha un lato positivo che mira ad affidare il controllo agli utenti, rendendo le piattaforme più aperta e partecipativa. Ma c’è un rovescio della medaglia, legato alle competenze e alla preparazione di chi valuta.

    Non serve una conoscenza specifica per intervenire; basta partecipare a un sistema di valutazione collettiva per verificare i contenuti segnalati. E qui si apre un tema cruciale.

    Il confronto con Community Notes di X

    Rispetto a X, che conta circa 580 milioni di utenti registrati su un’unica piattaforma, Meta gestisce tre realtà ben più grandi: Facebook con oltre 3 miliardi di utenti e Instagram con oltre 2 miliardi, per non parlare di Threads.

    Piattaforme di questa scala, se controllate dagli utenti, rischiano di ritrovarsi con valutazioni imprecise sui contenuti. E le conseguenze sono evidenti a tutti.

    Su X, le Community Notes in alcuni casi riescono a trovare un punto di equilibrio – persino Elon Musk ha dovuto cancellare contenuti oggettivamente falsi dopo le segnalazioni. Ma molti sono i casi di valutazioni molto discutibili.

    Rischio di diffondere informazioni poco affidabili

    In molti casi, dimostrato da alcune ricerche recenti, le Community Notes su X hanno avuto un approccio limitato verso la disinformazione, concentrandosi solo sulla falsità oggettiva e trascurando il contesto storico, sociale, culturale, economico e politico che spesso accompagna le narrazioni malevoli.

    Su Meta, con numeri così alti, questo fenomeno potrebbe amplificarsi. Il rischio è che informazioni vere vengano messe in discussione da gruppi di utenti con opinioni diverse o che si affidino a fonti errate, deviando il giudizio finale su un contenuto.

    Uno degli aspetti critici, che vengono mossi anche nei confronti delle Community Notes di X, è che spesso queste valutazioni arrivano quando già il post ha raggiunto l’apice della sua visibilità. Di conseguenza, le valutazioni degli utenti potrebbero risultare davvero poco efficaci.

    Community Notes di X e le sue contraddizioni

    Inoltre, va aggiunto che spesso le note che vengono apposte su X fanno riferimento, come base di informazione oggettiva, ai siti di informazione costantemente attaccati da Musk. Questo è vero a tal punto che lo stesso Musk nei giorni scorsi si è lanciato a dire che presto “tutto questo verrà sistemato”. Ennesimo esempio di “algoritmo del proprietario”.

    Per tutto questo che abbiamo visto finora, il sistema va monitorato con attenzione.

    Non sappiamo ancora quanto durerà il test negli Usa né quando arriverà in Europa o in altri paesi. Quel che è certo è che si tratta di un momento importante, soprattutto nel contesto attuale.

    Serve osservare come evolverà, perché se da un lato punta a ridurre la disinformazione, dall’altro potrebbe generare nuove sfide.

    Qui in basso trovate il mio video podcast – lo trovate su YouTube – dove approfondisco questi aspetti.

     

  • Perché Zuckerberg e Musk si comportano come Cesari del Digitale

    Perché Zuckerberg e Musk si comportano come Cesari del Digitale

    Al SXSW 2025 Jay Graber, CEO di Bluesky, si è presentata con una maglietta “Mundus sine caesaribus”. Chiaro riferimento a Zuckerberg e alle sue magliette “Aut Zuck aut nihil”. Il fatto è che Zuckerberg e Musk si rifanno al mito dell’Antica Roma e si immaginano nuovi Cesari.

    Al SXSW 2025, Jay Graber, CEO di Bluesky, ha indossato una maglietta con la scritta “Mundus sine caesaribus”, un mondo senza Cesari.

    Una risposta diretta a Mark Zuckerberg, che è solito mostrare la sua t-shirt con la frase “Aut Zuck aut nihil”, ovvero “O Zuck o niente”.

    Questo botta-e-risposta in latino rivela qualcosa di più, in realtà. E cioè, l’interesse di Zuckerberg (e non solo lui) per l’antica Roma, come modello per il mondo digitale.

    Zuckerberg e la passione per Roma

    Mark Zuckerberg non hai fatto mistero della sua passione per l’antica Roma.

    Come forse molti di voi già sapranno, ha studiato latino al liceo; ha scelto Roma per la sua luna di miele e ha dato alle sue figlie nomi come Maxima, August e Aurelia, ispirati chiaramente alla tradizione di Roma.

    Attraverso Meta, che comprende piattaforme come Facebook, Instagram e WhatsApp, gestisce un ecosistema digitale che raggiunge miliardi di utenti. La frase “Aut Zuck aut nihil” non è solo un dettaglio. Riflette il suo desiderio di lasciare un segno duraturo, simile a quello degli imperatori romani.

    Jay Graber, CEO Bluesky
    Jay Graber, CEO Bluesky

    E soprattutto di immaginarsi moderno Cesare alla guida di un impero digitale.

    Da questo punto di vista, si può spiegare il perché di tante sue azioni che sono in netto contrasto con il Zuckerberg che tutti hanno imparato a conoscere.

    Mark Zuckerberg, "Aut Zuck, aut nihil"
    Mark Zuckerberg, “Aut Zuck, aut nihil”

    Di recente ha abbracciato le politiche di Trump; ha deciso di abbandonare il fact-checking su Facebook e Instagram introducendo le Community Notes; la sua visione è sempre più simile ad un altro personaggio che agisce come moderno Cesare.

    Mark Zuckerberg, Cesare
    Mark Zuckerberg, Cesare – creata con Grok 3

    Elon Musk e la visione di un nuovo impero

    E il riferimento è proprio a lui: a Elon Musk.

    Anche Musk guarda a Roma come fonte di ispirazione e come modello per gestire il suo impero.

    Nel 2023, lo ricorderete certamente, aveva proposto a Zuckerberg un duello al Colosseo, un’idea che richiama l’immaginario romano. E si era andati vicinissimi a questa follia.

    Elon Musk, condottiero romano
    Elon Musk, condottiero romano – creata con Grok 3

    Musk vede nei suoi progetti – come la colonizzazione di Marte o la stessa gestione di X – un’espansione simile a quella di un impero.

    X, in particolare, è diventato uno spazio in cui influenza il discorso pubblico globale, un ruolo che richiama il controllo esercitato dagli imperatori sulle piazze romane.

    Musk si immagina come un Cesare da cui dipende la stessa libertà di parola, il free speech, che non deve mai contraddirlo.


    Guarda il video


    Meta e X come strumenti di influenza

    Meta e X non sono più semplici piattaforme social. Sono infrastrutture fondamentali per il flusso di informazioni. Lo vediamo tutti i giorni.

    Attraverso le loro piattaforme, Zuckerberg e Musk esercitano un’influenza evidente su notizie, opinioni e dinamiche culturali.

    Negli ultimi anni, entrambi hanno assunto posizioni più nette: Musk ha orientato X verso un approccio che amplifica certe narrazioni, esempio di algoritmo del proprietario; mentre Zuckerberg è passato da una apparente neutralità ad una figura sempre più schierata, mantenendo il controllo sugli algoritmi.

    Questo potere, se ci pensiamo, richiama il modo in cui gli imperatori romani governavano le loro province.

    zuckerberg musk cesari del digitale
    zuckerberg musk cesari del digitale – creata con Grok 3

    Il mondo digitale come un nuovo impero

    L’interesse per Roma non è casuale.

    Zuckerberg e Musk sembrano voler modellare il mondo digitale seguendo un’idea di ordine e dominio. Musk utilizza X per orientare il dibattito pubblico, mentre Zuckerberg, attraverso Meta, influenza ciò che miliardi di utenti vedono ogni giorno.

    Entrambi aspirano a creare un sistema in cui le loro piattaforme dettano regole e priorità, un’eco moderna della Pax Romana, l’ordine imposto dall’Impero.

    Un fenomeno comune nelle Big Tech

    Questo legame con Roma non è esclusivo di Zuckerberg e Musk.

    Jeff Bezos, con Amazon, ha costruito un sistema logistico che richiama l’efficienza delle infrastrutture romane.

    Peter Thiel, fondatore di Palantir, paragona spesso il declino dell’Occidente a quello dell’Impero Romano, proponendo soluzioni tecnologiche per ristabilire l’ordine.

    È del tutto evidente che le Big Tech guardano a Roma come a un modello di potere e innovazione.

    Una situazione che è un monito per il futuro

    Per concludere, la maglietta di Jay Graber al SXSW 2025 porta con sé una riflessione: un mondo con troppi Cesari rischia di diventare insostenibile.

    Zuckerberg e Musk, con le loro piattaforme, non vogliono solo influenzare il presente, ma puntano a ridisegnare il futuro.

    Ma chi ne paga il prezzo? La risposta sarebbe “quasi sempre noi”.

     

  • Instagram, i reel e la visibilità: come cambia l’algoritmo

    Instagram, i reel e la visibilità: come cambia l’algoritmo

    Instagram continua a potenziare i Reel, ma la visibilità resta legata a regole che cambiano di continuo. Creator e brand devono inseguire l’algoritmo del proprietario per restare rilevanti.

    In attesa di capire quale sarà il futuro di TikTok negli Usa, i diretti competitor non stanno certo a guardare, anzi. Mentre si attende un segnale dall’amministrazione Trump, e mentre proseguono le trattative con diversi compratori che si sono fatti avanti, Instagram potenzia la sua strategia sui reel.

    Infatti, Instagram sta cambiando continuamente il modo in cui rende visibili i reel, cercando di riuscire a realizzare le condizioni ideali qualora gli utenti di TikTok si trovassero sprovvisti della loro app preferita.

    Una scelta che, se da un lato conferma l’importanza crescente dei contenuti video brevi sulla piattaforma, dall’altro pone nuove sfide per creator e brand che vogliono raggiungere un pubblico sempre più ampio e profilato.

    Già un anno fa, Instagram ha iniziato a fornire indicazioni precise sul funzionamento del proprio algoritmo. L’obiettivo dichiarato è permettere ai creator di comprendere meglio cosa favorisce (o penalizza) la visibilità dei loro contenuti. E, soprattutto, come migliorare la performance dei reel, il formato oggi più utilizzato e in costante crescita.

    Instagram, i reel e la visibilità: come cambia l’algoritmo
    Instagram, i reel e la visibilità: come cambia l’algoritmo

    Come funziona l’algoritmo dei reel su Instagram

    Innanzitutto, Instagram chiarisce che la visibilità dei reel è determinata principalmente dall’engagement. Quindi, quanto più un contenuto genera interazioni (visualizzazioni complete, like, commenti, condivisioni e salvataggi), tanto più l’algoritmo ne aumenterà la diffusione.

    Ma non solo. La piattaforma valuta anche altri fattori come l’originalità del contenuto, la coerenza tematica, e la qualità complessiva del video (risoluzione, audio, editing).

    Inoltre, recentemente è stato confermato che Instagram analizza con particolare attenzione la capacità di un reel di trattenere l’utente per tutta la durata del video. Quindi, i contenuti che riescono a catturare immediatamente l’attenzione e mantenerla alta dall’inizio alla fine sono premiati con una distribuzione maggiore.

    Da cosa dipende la visibilità di un reel

    In occasione di un evento per i creator a New York, Instagram ha praticamente evidenziato che adesso la lunghezza massima per i reel è di 3 minuti.

    Se ricordate, l’anno scorso Instagram continuava a ripetere che i video dovessero mantenersi tra i 30 e i 90 secondi come lunghezza massima. Questo per essere più performanti.

    E infatti, creator e brand si sono adeguati a questo standard, impostando tutte le loro strategie di contenuti video su questa lunghezza.

    Ma adesso tutto cambia. Infatti se l’algoritmo oggi considera una durata più lunga significa rivedere tutta la strategia per poter essere considerati dall’algoritmo. Una modifica che in realtà non risponde ad una diretta esigenza di creator o brand. No, risponde solo ad una diretta strategia commerciale di Meta che con Instagram vuole competere con TikTok.

    Cosa cambia nel dettaglio e cosa considera l’algoritmo:

    • Durata massima: i Reel adesso possono arrivare fino a 3 minuti, non c’è una indicazione precisa su una durata ideale.

    • Originalità: Instagram penalizza i Reel che mostrano chiaramente loghi o watermark provenienti da altre piattaforme, come TikTok.

    • Autenticità: sono penalizzati i Reel non realizzati direttamente da chi li condivide. Instagram favorisce contenuti creati in prima persona dall’autore.

    • Qualità video: è fondamentale pubblicare video con risoluzione alta per ottenere la massima visibilità; contenuti di bassa qualità visiva vengono penalizzati.

    Instagram e la logica dell’algoritmo del proprietario

    Questi continui cambiamenti introdotti da Instagram sono una chiara espressione di ciò che ormai definisco da un po’ di tempo come algoritmo del proprietario.

    Intendo dire, un algoritmo che riflette direttamente le decisioni strategiche e commerciali della piattaforma. Come è appunto questo caso.


    Algoritmo del proprietario e SNARF: la via di BuzzFeed per i social media


    Creator e brand si trovano così costretti ad adattarsi continuamente a regole mutevoli, che spesso non rispecchiano necessariamente gli interessi degli utenti, ma piuttosto quelli della piattaforma stessa.

    Un esempio pratico riguarda la durata ideale dei reel, che è stata modificata più volte nel corso dell’ultimo anno, costringendo gli utenti a ripensare continuamente le proprie strategie di contenuto.

    Questo sistema crea una dipendenza quasi assoluta dalla piattaforma, rendendo sempre più difficile costruire strategie di lungo periodo e ottenere una visibilità stabile e duratura.

    Oltre che contribuire ad abbassare la qualità dei contenuti.

    La durata dei reel, dai 15 secondi ai 3 minuti

    I Reels sono stati lanciati nel 2020 come risposta alla popolarità di TikTok, inizialmente con una durata massima di 15 secondi.

    Modifica che coincide con la competizione con TikTok, che già permetteva video di 3 minuti dal 2021.

    200 miliardi di reel visualizzati ogni giorno

    Nonostante il 70% dei contenuti su Instagram sia costituito da foto e immagini, il formato reel è comunque in grande crescita.

    Sono più di 200 miliardi i reel che vengono visualizzati ogni giorno su Instagram e Facebook.

    Si calcola che, in media, gli account Instagram con più di 50.000 follower caricano un reel ogni due giorni. E si prevede che i reel su Instagram saranno 1 miliardo entro il 2025.

    L’India è il mercato più grande per i reel di  Instagram, complice anche il divieto di TikTok. In Europa l’Italia è il terzo paese, dopo Germania e Uk.



    Meglio puntare sulla qualità dei contenuti

    Dopo questi numeri, è necessario concentrarsi su che tipo di messaggio e di contenuti video vogliamo condividere. Questo per evitare di restare troppo legati ai capricci degli algoritmi e finire per abbassare la qualità dei contenuti stessi.

    È sempre utile ricordare che la finalità principale delle condivisione di contenuti è quella di instaurare Relazioni. E questo vale ancora di più quando si parla dell’algoritmo del proprietario.

    Facciamo sempre in modo che a guidarci sia la qualità del contenuto e la qualità di ciò che davvero vogliamo comunicare.

     

  • Come funzionano le Community Notes di Meta

    Come funzionano le Community Notes di Meta

    Meta annuncia l’arrivo delle Community Notes su Facebook, Instagram e Threads. Gli utenti potranno aggiungere note ai post per contestualizzarli, con regole precise. Funzionerà meglio del fact-checking?

    In un post su Threads, Meta ha ufficialmente annunciato l’arrivo delle Community Notes su Facebook, Instagram e Threads.

    Come ricorderete, l’annuncio fu fatto da Mark Zuckerberg qualche settimana fa, introducendo il sistema che sposta la responsabilità della verifica delle informazioni direttamente nelle mani degli utenti.

    Questo segna la fine del tradizionale fact-checking gestito da organizzazioni indipendenti e porta con sé importanti implicazioni per l’informazione online.

    Ma come funziona esattamente questo nuovo meccanismo e quali sono i rischi e le opportunità?

    Come funzionane le Community Notes di Meta

    Fino ad oggi, il fact-checking sulle piattaforme Meta avveniva attraverso una rete di verificatori indipendenti, che esaminavano post segnalati e decidevano se fossero fuorvianti o falsi. Applicando eventualmente avvisi di contesto o limitandone la diffusione.

    Con le Community Notes, invece, tutto cambia. Il processo è decentralizzato, infatti saranno gli stessi utenti a proporre chiarimenti sui post e a determinarne l’affidabilità.

    Come funzionano le Community Notes di Meta
    Come funzionano le Community Notes di Meta

    Ma non tutti possono partecipare. Meta ha previsto specifici requisiti per diventare contributor alle Community Notes. È necessario: avere un account attivo da un certo periodo; rispettare le linee guida della piattaforma; mantenere un comportamento corretto.

    Inoltre, ogni nota proposta è valutata attraverso un sistema di consenso che richiede l’approvazione di utenti con visioni diverse per evitare manipolazioni.

    Un modello ispirato alle Community Notes di X

    Se questo sistema vi suona familiare, non è un caso. Si tratta di un modello già implementato da X, la piattaforma di Elon Musk. Da tempo X ha abbandonato il fact-checking tradizionale a favore di un meccanismo di verifica basato sulla comunità.

    E proprio X ha mostrato i limiti di questo approccio, con note che a volte rafforzano la disinformazione invece di contrastarla o che sono influenzate da gruppi organizzati.



    Quali sono i rischi di questo sistema

    La libertà di espressione è un valore fondamentale, ma lasciare la verifica dei fatti solo nelle mani degli utenti può aprire la strada a nuove forme di manipolazione.

    Uno dei principali rischi è che le Community Notes siano poi usate per screditare fonti scomode o rafforzare narrazioni distorte, soprattutto se gruppi di utenti coordinati riuscissero a influenzarne il processo di approvazione.

    C’è poi il problema della competenza. Ci si chiede infatti se gli utenti di Facebook, Instagram e Threads siano in grado di distinguere tra una fonte attendibile e una meno affidabile. Problema che tocca tutte le piattaforme digitali del resto.

    O, forse, con questo sistema rischiamo di assistere a un sovraccarico di informazioni fuorvianti mascherate da ‘correzioni’ di contesto.

    L’algoritmo del proprietario e la nuova direzione delle piattaforme

    Il lancio delle Community Notes si inserisce in un quadro più ampio di trasformazione delle piattaforme social.

    Una trasformazione in atto che ho cercato di sintetizzare con l’espressione “algoritmo del proprietario”.

    Come abbiamo già discusso in altre occasioni, siamo sempre più di fronte a una dinamica in cui le regole del gioco vengono definite dagli interessi dei proprietari, con cambiamenti che riflettono la loro visione piuttosto che una strategia condivisa per migliorare la qualità dell’informazione online.

    Se da una parte questo modello punta a dare maggiore autonomia alla community, dall’altra pone interrogativi su come verrà gestita l’informazione in futuro e su quanto i social media vogliano davvero assumersi la responsabilità della lotta alla disinformazione.


    [L’immagine di copertina e tutte quelle che accompagno le condivisioni sui canali social sono state realizzate da Franz Russo attraverso il modello di IA Generativa Dall-E 3]

     

  • Dai social media tradizionali alla sfida dei prosocial

    Dai social media tradizionali alla sfida dei prosocial

    Nel 2025 i social media assorbono ancora oltre 2 ore al giorno del nostro tempo, guidati dagli algoritmi del proprietario. Ma esiste un’alternativa: la sfida dei prosocial, piattaforme che puntano su dialogo sano e comunità autentiche.

    Nel 2025 il nostro rapporto con i social media si fa sempre più complesso. Le piattaforme continuano a dominare il nostro tempo e a influenzare profondamente il modo in cui ci informiamo, interagiamo e, in ultima analisi, viviamo la nostra quotidianità digitale. Ma qualcosa sta cambiando.

    I dati ci raccontano un fenomeno che ormai non possiamo più ignorare: il tempo che trascorriamo online è diventato la risorsa più preziosa, ma al contempo cresce la consapevolezza degli effetti negativi di questo modello.

    E così emergono nuove piattaforme che provano a rispondere a queste criticità, dando vita a quello che potremmo definire il fenomeno dei prosocial media.

    I dati rilevanti di We Are Social sui social media

    Partiamo dai numeri più aggiornati. Il recente report “Digital 2025” di We Are Social, realizzato insieme a Meltwater, offre come sempre uno sguardo dettagliato sul panorama digitale globale e locale. A livello mondiale, il numero di utenti attivi sui social media ha raggiunto i 5,24 miliardi, con un incremento del 4,1% rispetto all’anno precedente. Parliamo del 63% della popolazione globale. Ma è il tempo che passiamo online a colpire: in media, le persone trascorrono 2 ore e 21 minuti al giorno sui social.

    In Italia, la situazione non è molto diversa. Gli utenti attivi sono oltre 43 milioni, pari al 71% della popolazione (dati 2024, in attesa di quelli del 2025). Il tempo di utilizzo medio è inferiore alla media globale: 1 ora e 55 minuti al giorno. Le piattaforme più utilizzate restano WhatsApp, Facebook, Instagram e TikTok, con quest’ultima che continua ad attirare soprattutto i più giovani.

    Questo tempo speso sulle piattaforme non è neutro. È il risultato di strategie precise da parte dei social network, progettati per massimizzare il nostro tempo di permanenza attraverso algoritmi che selezionano i contenuti più capaci di generare reazioni e interazioni.

    Dai social media tradizionali alla sfida dei prosocial
    Dai social media tradizionali alla sfida dei prosocial

    Algoritmo del proprietario e SNARF

    È quello che ho già definito di recente come l’algoritmo del proprietario, ovvero quel meccanismo che non ci mostra ciò che realmente ci interessa, ma quello che più conviene ai proprietari delle piattaforme.

    E su questo si innesta la logica SNARF: un circolo vizioso che ingabbia l’utente sulle piattaforme e lo spinge a reazioni sempre più emotive.

    Di fronte a questa dinamica, sempre più persone iniziano a chiedersi se esista un’alternativa.

    E una risposta potrebbe essere rappresentata dai cosiddetti prosocial media.

    Cosa si intende per piattaforme prosocial media

    Il termine non è solo un’etichetta per nuove piattaforme emergenti, ma è parte di una riflessione più profonda, teorica e pratica, che punta a ridefinire il modo in cui le piattaforme social vengono progettate e utilizzate.

    La definizione è stata elaborata in un paper accademico pubblicato nel febbraio 2025 da Divya Siddarth, Audrey Tang e Glen Weyl, dal titolo “Prosocial Media”.

    Secondo gli autori, i prosocial media rappresentano piattaforme pensate per promuovere il benessere sociale, la fiducia tra gli utenti e la coesione delle comunità, anziché basarsi esclusivamente sull’engagement come strumento di monetizzazione.


    Ascolta su YouTube


    I pilastri dei prosocial

    Il paper identifica tre pilastri fondamentali per un social media prosociale:

      1. Trasparenza e fiducia: le piattaforme devono essere trasparenti riguardo al funzionamento degli algoritmi e ai modelli di business adottati.
      2. Controllo agli utenti: gli utenti devono avere la possibilità di decidere quali contenuti vedere e come personalizzare la propria esperienza online.
      3. Promozione del benessere: i contenuti e le interazioni devono essere orientati a migliorare la qualità delle conversazioni e il benessere delle comunità, riducendo il peso delle dinamiche di polarizzazione e disinformazione.

    Questo approccio teorico è stato sintetizzato in un articolo pubblicato su Wired da Audrey Tang, dal titolo “Embrace the Shift to ‘Prosocial Media’”, che ha contribuito a portare il dibattito su questi temi a un pubblico più ampio.

    Ora, a partire da questa cornice concettuale, alcune piattaforme stanno cercando di sperimentare modelli più vicini ai principi prosociali.

    WeAre8

    Un esempio può essere è WeAre8, una piattaforma che elimina gli algoritmi tradizionali e condivide il 60% dei ricavi pubblicitari con gli utenti. Il suo obiettivo è creare un ambiente positivo, dove la monetizzazione non sia più legata al tempo speso online, ma a un utilizzo più consapevole. La piattaforma punta a raggiungere 100 milioni di utenti entro il 2025.

    Bluesky

    Un altro caso, sebbene con caratteristiche diverse, è Bluesky, la piattaforma decentralizzata che ha superato i 30 milioni di utenti a inizio 2025. Pur non essendo propriamente prosocial, Bluesky si inserisce in questa spinta verso una maggiore autonomia e trasparenza, offrendo agli utenti più controllo sui contenuti.

    Queste nuove realtà, insieme a quelle che già si basano sul senso di community, non rappresentano ancora una soluzione definitiva. Ma si pone una questione fondamentale. Quale futuro attenderà le piattaforme social media? Possiamo costruire spazi digitali che favoriscano il dialogo sano e il benessere delle persone? È possibile che l’utente torni ad essere in grado di controllare meglio la propria esperienza digitale?

    Ecco, la risposta a queste domande, secondo gli autori della ricerca, potrebbe essere data appunto dalle piattaforme prosocial.

    A noi non resta che verificare l’evoluzione degli eventi. Perché potrebbe anche essere che queste piattaforme si trasformino in rifugi, isole digitali. E che costringeranno gli utenti ancora alla ricerca di nuove alternative.

    [L’immagine di copertina, così come quelle che accompagnano la condivisione dell’articolo sui social, è realizzata da Franz Russo con il modello di IA Generativa Dall-E 3]

     

  • Algoritmo del proprietario e SNARF: la via di BuzzFeed per i social media

    Algoritmo del proprietario e SNARF: la via di BuzzFeed per i social media

    BuzzFeed lancia l’idea di una nuova piattaforma social contro i modelli dominati dall’algoritmo del proprietario e dalla logica SNARF. Ma davvero è possibile una via alternativa che utilizzi la IA per alimentare creatività e connessioni autentiche?

    Negli ultimi anni, il mondo dei social media è cambiato profondamente. Se inizialmente piattaforme come Facebook e Twitter nascevano per connettere le persone, oggi l’esperienza dell’utente è dominata da sistemi algoritmici che decidono cosa vedere e quanto tempo rimanere sulle piattaforme.

    Il cuore di questa trasformazione è l’intelligenza artificiale, che governa i feed personalizzando i contenuti, ma spesso con l’obiettivo primario di trattenere l’utente il più a lungo possibile. Questo processo, apparentemente neutrale, nasconde in realtà una dinamica più complessa che ho definito “algoritmo del proprietario”.

    Algoritmo del proprietario e SNARF: la via di BuzzFeed per i social media
    Algoritmo del proprietario e SNARF: la via di BuzzFeed per i social media

    Cosa si intende per Algoritmo del Proprietario

    L’algoritmo del proprietario non lavora più per mostrare all’utente ciò che davvero gli interessa. Adesso è impostato per favorire i contenuti che meglio rispondono agli obiettivi strategici della piattaforma e, quindi, dei suoi proprietari.

    Che si tratti di trattenere il pubblico sulla piattaforma, di penalizzare i link esterni o di spingere temi più polarizzanti, l’utente non è più al centro delle decisioni.

    La proposta dei contenuti da seguire è nelle mani dei gestori della piattaforma, e l’algoritmo diventa lo strumento attraverso cui orientare e condizionare il comportamento delle persone.

    Cos’è SNARF

    A questo si aggiunge un ulteriore livello di sofisticazione, emerso recentemente e sintetizzato dal CEO di BuzzFeed, Jonah Peretti, con il termine SNARF.

    L’acronimo, poco conosciuto in Italia, sta per:

    • Stakes (posta in gioco)
    • Novelty (novità)
    • Anger (rabbia)
    • Retention (trattenimento)
    • Fear (paura).

    È la formula perfetta per creare dipendenza: contenuti che stimolano reazioni forti, senso di urgenza, indignazione, paura, e che spingono l’utente a restare il più a lungo possibile.

    Cosa si intende per SNARF
    SNARF

    Un sistema che alimenta il cosiddetto doomscrolling, quella pratica ormai quotidiana di scorrere senza sosta il feed in cerca di nuovi stimoli e cose interessanti.


    Cosa si intende per doomscrolling

    Nel contesto delle piattaforme social dominate dagli algoritmi, è emerso un comportamento sempre più diffuso e riconosciuto: il doomscrolling. Il termine, nato dall’unione delle parole doom (rovina, catastrofe) e scrolling (scorrere), indica l’abitudine compulsiva di scorrere senza sosta il feed dei social media, consumando notizie e contenuti negativi o carichi di tensione emotiva.

    È una spirale in cui l’utente viene risucchiato, continuando a cercare nuovi aggiornamenti, spesso legati a crisi, conflitti, emergenze o polemiche. Questa pratica non è casuale: gli algoritmi delle piattaforme favoriscono proprio i contenuti che suscitano emozioni forti, come rabbia, paura e indignazione, perché sono quelli che generano maggiore coinvolgimento.

    Come risultato porta senso di ansia e stress crescente per l’utente, ma anche più tempo speso sulla piattaforma, esattamente ciò che l’algoritmo del proprietario si propone di ottenere.


    Proprio da questa riflessione, e come reazione a questo modello, nasce l’iniziativa di BuzzFeed.

    Il digital media storico, che ha già rivoluzionato in passato il giornalismo digitale, sta ora lavorando a una nuova piattaforma social basata sull’intelligenza artificiale, ma con un approccio diverso rispetto ai modelli dominanti.

    Il futuro dei social media, l’idea di BuzzFeed

    L’idea di BuzzFeed, nelle parole del CEO Jonah Peretti, è di creare una piattaforma che metta al centro la creatività e le connessioni umane, anziché favorire l’addiction da contenuti ottimizzati per l’engagement.

    Una piattaforma che utilizza l’IA non per sostituire le persone o per spingerle a restare online, ma per dare strumenti nuovi alla creatività degli utenti.

    Credo che questa proposta si collochi nello scenario come una possibile “terza via” rispetto agli attuali sviluppi del panorama social.

    Infatti, oggi, vediamo da una parte le piattaforme storiche, come Meta, che affinano sempre più i loro algoritmi e provato ad introdurre personaggi generati dall’IA per popolare i feed e creare interazioni automatizzate. Sempre ai fini di generare maggiore tempo di utilizzo.

    Dall’altra, esperimenti estremi come SocialAI, una piattaforma dove non ci sono esseri umani, ma solo bot di intelligenza artificiale che interagiscono tra loro.

    L’idea di BuzzFeed sembra voler andare in una direzione diversa: non l’algoritmo del proprietario che decide cosa è meglio per te, non una piattaforma popolata da bot che simulano l’umano, ma un social che sfrutta l’IA come strumento per facilitare l’espressione, la narrazione interattiva, la sperimentazione di nuovi formati e la costruzione di connessioni autentiche tra persone.

    Da qui ci si può preregistrare alla nuova piattaforma.

    La domanda da porsi al momento è: questa visione riuscirà a concretizzarsi? Oppure anche questa piattaforma finirà per cedere alla logica della retention e dell’engagement esasperato? In fondo, il mercato dei social media oggi si regge proprio su quei modelli che hanno fatto la fortuna dei grandi colossi.

    Ci troviamo di fronte a una svolta importante: se l’intelligenza artificiale può essere utilizzata per rafforzare l’autonomia e la creatività delle persone, oppure se continuerà a essere lo strumento per consolidare il potere delle piattaforme sui comportamenti degli utenti.

    Il futuro dei social media si gioca anche qui. Tra l’algoritmo del proprietario e la possibilità di restituire alle persone il controllo sulle proprie esperienze digitali.



     

  • Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?

    Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?

    Amazon ha ripreso a investire su X, mentre Apple ci sta pensando. Elon Musk, con il suo nuovo ruolo governativo, potrebbe generare nuovi sviluppi per la sua piattaforma. Ma è solo illusione o una ripartenza?

    Dopo mesi di tensioni e fughe di investitori pubblicitari, X – la piattaforma di Elon Musk, precedentemente nota come Twitter – potrebbe aver trovato una via d’uscita dalla crisi pubblicitaria che l’ha colpita a partire dalla sua acquisizione nell’ottobre 2022.

    Amazon e Apple, due tra le più grandi aziende del settore tecnologico, stanno valutando un ritorno sulla piattaforma, una mossa che rappresenta un’inversione di tendenza rispetto all’abbandono di massa che ha caratterizzato l’ultimo anno.

    La decisione arriva in un momento cruciale, tra il consolidamento del controllo di Musk sulla piattaforma, la sua crescente influenza politica e un progressivo miglioramento delle finanze di X.

    Ma questo ritorno degli inserzionisti è davvero un segnale di ripresa o è solo una strategia temporanea in attesa di scenari più favorevoli?

    La fuga degli inserzionisti e l’anno buio per X

    Quando Elon Musk ha acquisito Twitter per 44 miliardi di dollari, l’idea era quella di trasformare la piattaforma in un hub di libertà di espressione, riducendo le limitazioni imposte dalla precedente gestione.

    Ma questa visione ha rapidamente scontrato le aspettative delle aziende che investivano nella pubblicità su Twitter: marchi come Disney, IBM, Apple e Amazon hanno ritirato i loro investimenti, preoccupati dall’aumento dei contenuti controversi e dalla riduzione dei controlli sulla moderazione.

    Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?
    Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?

    Il punto di rottura si è verificato alla fine del 2023, quando Musk ha pubblicamente attaccato gli inserzionisti durante un evento al Festival Internazionale della Creatività di Cannes, accusandoli di voler controllare la piattaforma attraverso la leva finanziaria.

    Il messaggio era chiaro: X poteva sopravvivere anche senza pubblicità. Un’affermazione audace, ma difficilmente sostenibile sul lungo periodo.

    Il risultato è stato un crollo del fatturato pubblicitario di X, con le entrate in calo del 50% rispetto ai livelli pre-acquisizione. A quel punto, Musk ha dovuto ripensare la strategia, puntando sempre più sugli abbonamenti a pagamento per compensare la perdita degli introiti pubblicitari.

    Amazon e, forse, Apple tornano su X

    Secondo il Wall Street Journal, Amazon ha iniziato ad aumentare il proprio investimento pubblicitario su X, mentre Apple sta valutando un ritorno più deciso.

    Si tratta di una decisione che arriva in un momento delicato, in cui diversi elementi sembrano aver contribuito a un cambio di rotta. Li vediamo di seguito

    Miglioramento della situazione finanziaria di X

    Le banche che hanno finanziato l’acquisizione di Twitter da parte di Musk stanno preparando la vendita di circa 3 miliardi di dollari di debito della piattaforma.

    Questo segnale indica che, nonostante le difficoltà, X comincia a mostrare segni di stabilità e potrebbe aver migliorato la propria capacità di attrarre investitori.

    Musk e l’amministrazione Trump: una nuova alleanza

    La nomina di Elon Musk a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa nell’amministrazione Trump ha rafforzato il suo ruolo politico negli Stati Uniti.

    Questo potrebbe aver spinto aziende come Amazon e Apple a riconsiderare il loro rapporto con X, considerando il peso crescente che la piattaforma potrebbe avere nell’ecosistema digitale e politico americano.

    Il dilemma della visibilità pubblicitaria

    X, nonostante tutto, resta una piattaforma con una base utenti attiva, con oltre 500 milioni di utenti mensili secondo gli ultimi dati.

    Anche se la visibilità degli annunci su X è crollata negli ultimi mesi, il ritorno di alcuni inserzionisti potrebbe rilanciare l’interesse di altri brand.

    Ma non senza aver fatto prima opportune considerazioni.

    I rischi per Amazon, Apple e altri brand

    Sebbene il ritorno su X possa sembrare una mossa strategica, Apple e Amazon potrebbero esporsi a diversi rischi, tra cui:

    • Danno reputazionale: molti utenti e associazioni hanno criticato il modo in cui X gestisce i contenuti sensibili. Un’azienda che torna a fare pubblicità su X rischia di essere associata a un ambiente non proprio sicuro per il proprio brand.
    • Instabilità della piattaforma: X è ancora lontana dall’essere una piattaforma stabile dal punto di vista pubblicitario. Il modello di business basato sugli abbonamenti a pagamento non ha ancora dimostrato di poter compensare la fuga degli inserzionisti, e il futuro della piattaforma dipenderà molto dalla capacità di Musk di riconquistare la fiducia degli investitori.
    • Legami con la politica: il legame sempre più stretto tra Musk e l’amministrazione Trump potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da un lato rende X un canale strategico per alcuni brand, dall’altro potrebbe alienare aziende che cercano di mantenere una neutralità politica.

    X può davvero tornare interessante per gli inserzionisti?

    Nonostante i segnali positivi, il mercato pubblicitario di X rimane fragile. La piattaforma deve ancora dimostrare di poter competere con giganti come Google e Meta, che offrono agli inserzionisti strumenti avanzati per la targetizzazione e il monitoraggio delle campagne.

    Inoltre, la gestione di Musk, spesso imprevedibile e poco incline al compromesso con le aziende, rappresenta un’incognita che molti marchi faticano ad accettare.

    Se Amazon e Apple dovessero consolidare la loro presenza pubblicitaria su X, questo potrebbe segnare un punto di svolta per la piattaforma. Tuttavia.

    Solo che è ancora presto per dire se questo rappresenti un’inversione di tendenza definitiva o solo un tentativo temporaneo di esplorare nuove opportunità pubblicitarie.

    Potrebbe essere un’illusione temporanea

    Il ritorno degli inserzionisti su X potrebbe rappresentare una vittoria per Elon Musk, ma la sfida più grande sarà mantenere questa fiducia nel lungo periodo.

    La piattaforma deve trovare un equilibrio tra la libertà di espressione tanto cara a Musk e le esigenze degli investitori pubblicitari, che cercano un ambiente attento alla brand safety per le proprie campagne.

    Se X riuscirà a dimostrare che la sua offerta pubblicitaria può essere efficace, potremmo assistere a un ritorno graduale di altri inserzionisti.

    Se invece l’ecosistema pubblicitario resterà instabile, il rischio è che questi primi segnali di ripresa si rivelino solo un’illusione temporanea.

  • DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è breve. Il caso DeepSeek solleva nuovamente il grande problema di come gli utenti curano i propri dati.

    Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è davvero breve. Ed è quello che è successo a DeepSeek, almeno in Italia.

    Negli ultimi giorni, la rapida diffusione di DeepSeek, il nuovo modello di intelligenza artificiale cinese, ha scatenato un acceso dibattito sulla privacy.

    Molti utenti e commentatori hanno lanciato l’allarme, mettendo in guardia sui potenziali rischi per la sicurezza dei dati personali. E invitando a non scaricare l’app per evitare esposizioni indesiderate.

    Ma fermiamoci un attimo: il vero problema è solo DeepSeek, o stiamo dimenticando qualcosa di più grande?

    Il problema non è solo DeepSeek

    Ogni volta che emerge una nuova tecnologia, soprattutto se proveniente dalla Cina, il dibattito sulla privacy si riaccende. L’impressione è che questa preoccupazione sembra essere poco consapevole della situazione.

    Se un utente teme che DeepSeek possa accedere ai suoi dati, ma nel frattempo ha installato sul proprio smartphone applicazioni ben più invasive come TikTok, allora il vero problema non è la singola app. Ma la mancanza consapevolezza rispetto alla protezione dei propri dati personali.

    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati
    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    E dove sono i nostri dati?

    I nostri dati non sono custoditi in un luogo sicuro e isolato. Sono già ovunque nelle mani di aziende di tutto il mondo.

    Stati Uniti, Cina, India, Europa: chiunque operi nel settore digitale ha accesso a informazioni personali raccolte attraverso app, piattaforme digitali e servizi online.

    Se ci preoccupiamo di DeepSeek, dovremmo allora preoccuparci di ogni altra piattaforma che già raccoglie e utilizza i nostri dati quotidianamente.

    TikTok, un caso eclatante di raccolta dati

    Un esempio chiaro di questa scarsa consapevolezza è TikTok.

    Molti utenti allarmati da DeepSeek usano senza problemi TikTok, ignorando che si tratta di una delle app più invasive dal punto di vista della raccolta dati.

    Uno studio del 2023 ha rivelato che TikTok condivide il proprio SDK con circa 28.000 applicazioni.

    Questo significa che l’app non solo raccoglie enormi quantitativi di dati dai propri utenti, ma ha accesso anche alle informazioni provenienti da una rete vastissima di applicazioni che integrano il suo kit di sviluppo.

    In altre parole, i dati degli utenti finiscono in un ecosistema molto più ampio di quanto si possa immaginare.

    Inoltre, TikTok ha un livello di accesso ai dispositivi particolarmente elevato, soprattutto nella versione Android.

    Alcune analisi di esperti di cybersecurity hanno evidenziato come l’APK dell’app possa raccogliere informazioni dettagliate sul comportamento dell’utente, sui dispositivi utilizzati, sulla rete Wi-Fi e persino sui dati copiati negli appunti.

    Il vero problema: la mancanza di consapevolezza

    Il caso DeepSeek evidenzia un problema che va ben oltre il singolo modello AI. La vera questione non è tanto chi raccoglie i nostri dati, ma come noi stessi li proteggiamo (o meglio, non li proteggiamo).

    Infatti, spesso

    • accettiamo cookie e tracking senza leggere le informative;
    • creiamo account su siti e piattaforme digitali senza pensare alla condivisione dei dati;
    • concediamo autorizzazioni indiscriminatamente ad app che raccolgono informazioni ben oltre quanto necessario;
    • utilizziamo servizi gratuiti senza chiedersi quale sia il modello di business che li finanzia.

    Questa leggerezza porta a una situazione paradossale. Ci si allarma per DeepSeek, ma nel frattempo si cedono dati a decine di altre piattaforme senza alcuna preoccupazione.

    La privacy è un problema di consapevolezza

    Se vogliamo davvero proteggere la nostra privacy, dobbiamo smettere di reagire in modo selettivo e impulsivo di fronte a nuovi attori digitali.

    Il problema non è solo la Cina, gli Stati Uniti o qualsiasi altra nazione che sviluppi tecnologia avanzata. Il primo problema è la nostra incapacità di gestire i dati in modo responsabile.

    È la nostra mancanza di consapevolezza e la facilità con cui cediamo informazioni sensibili senza riflettere sulle conseguenze a creare i primi grandi problemi.

    La vera sfida è allenarci a una gestione più responsabile della nostra identità digitale.

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

     

  • Instagram, le nuove dimensioni dei nuovi formati edizione 2025

    Instagram, le nuove dimensioni dei nuovi formati edizione 2025

    Instagram modifica la visualizzazione dei post nel profilo, adottando il formato verticale. Quindi, ecco le nuove dimensioni consigliate per post, caroselli, Reels e Stories nel 2025 con qualche piccolo suggerimento su come ottimizzare i contenuti.

    Instagram ha introdotto una modifica significativa alla griglia dei profili, spostando il focus dal classico formato quadrato a uno più verticale. Una scelta che non sorprende, ma che conferma una tendenza ormai chiara: la piattaforma di Meta vuole rendere i contenuti più immersivi e attraenti, specialmente per un pubblico che potrebbe trovarsi orfano di TikTok in caso di ban negli Stati Uniti.

    La transizione dal formato quadrato al verticale

    Per anni, Instagram ha basato la sua estetica sul formato 1:1, un retaggio dei primi tempi dell’app, quando la piattaforma si distingueva per il suo look da album fotografico digitale. Ma con la crescita esponenziale dei video brevi e l’ascesa di TikTok, il formato verticale è diventato lo standard per la fruizione mobile-first.

    Questo fenomeno viene spesso indicato anche con il termine “tiktokizzazione”.

    Già con l’introduzione dei Reels, Instagram aveva cominciato a spingere l’adozione del formato 9:16. Ora, con il ridisegno della griglia del profilo, anche i contenuti statici dovranno adeguarsi a un nuovo assetto, più in linea con la logica dello scrolling immersivo.

    Instagram, le nuove dimensioni dei nuovi formati edizione 2025
    Instagram, le nuove dimensioni dei nuovi formati edizione 2025

    Le nuove dimensioni ufficiali per i contenuti Instagram

    L’account Creators ha pubblicato, su Instagram e su Threads, le nuove linee guida aggiornate sulle dimensioni ideali per le immagini e i video nei post, nei caroselli, nei Reels e nelle Stories.

    Ecco di seguito un opportuno riepilogo:

    Post e caroselli

    • Formato verticale consigliato: 1080 × 1350 px (4:5)
    • Visualizzazione nella griglia del profilo: 1012 × 1350 px (3:4)
    • Nota: Solo la parte centrale dell’immagine sarà visibile nella griglia
    • Si possono ancora caricare immagini quadrate (1:1), ma verranno tagliate a 3:4 nella griglia

    Reels

    • Dimensioni standard: 1080 × 1920 px (9:16)
    • Anteprima nella griglia del profilo: 1080 × 1440 px (3:4)
    • Evitare testi o dettagli importanti nella parte superiore e inferiore, che potrebbero essere tagliati

    Stories

    • Formato consigliato: 1080 × 1920 px (9:16)
    • Zona sicura per testi e elementi chiave: 1080 × 1610 px
    • Evitare contenuti importanti nella parte superiore e inferiore, che potrebbero essere coperti da elementi UI di Instagram

    Come adattarsi al nuovo formato?

    Questi cambiamenti hanno un impatto diretto su professionisti della comunicazione, social media manager, creator, influencer e utenti comuni. Per garantire una visualizzazione ottimale dei contenuti, ecco alcuni consigli pratici:

    • Ripensare la composizione delle immagini: con il formato 4:5, elementi chiave devono essere centrati per evitare tagli indesiderati.
    • Ottimizzare anteprime e caroselli: creare immagini con il giusto margine per non perdere dettagli visibili nella griglia del profilo.
    • Evitare testi fuori dall’area indicata: specialmente nei Reels e nelle Stories, posizionare il testo nelle zone centrali per garantirne la leggibilità.
    • Testare l’impatto visivo prima di pubblicare: utilizzare anteprime e strumenti di editing per verificare la resa nel profilo.

    Instagram guarda al futuro, e a TikTok

    Questa spinta verso il formato verticale non è casuale. Con le incertezze legate al futuro di TikTok negli Stati Uniti, Meta sta chiaramente cercando di rendere Instagram ancora più competitivo come piattaforma di riferimento per video brevi e contenuti coinvolgenti. Il messaggio è chiaro: se TikTok dovesse essere bannato, Instagram vuole essere pronto ad accogliere i suoi utenti.

    Instagram ha già dimostrato di essere pronto a trasformarsi per restare competitivo. Per i creator e i brand, l’adozione rapida di questi nuovi formati potrebbe essere la chiave per rimanere visibili e rilevanti in un ecosistema social in continua evoluzione.

    Anche se tutto questo ha comportato diversi malumori nei giorni scorsi.

    Instagram nuove dimensioni infografica franz russo 2025
    Instagram nuove dimensioni infografica 2025
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