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  • Mark Zuckerberg e la tassa che scuote le Big Tech in California

    Mark Zuckerberg e la tassa che scuote le Big Tech in California

    La proposta di una tassa sui grandi patrimoni in California spinge Zuckerberg a valutare il trasferimento. Meta interviene con un accordo che tutela il suo controllo sull’azienda e apre nuove questioni sul potere delle Big Tech.

    In un momento storico in cui si parla molto di big tech, potere della IA e di “oligarchi digitali”, la vicenda che riguarda Mark Zuckerberg assume un significato molto particolare. In questa occasione cerchiamo di spiegare come sono andate le cose e soprattutto cosa c’entrano le big tech e le elezioni dei medio termine negli Usa, perché l’appuntamento elettorale del 3 novembre prossimo tocca anche altri temi.

    Allora, lo stato della California vuole chiedere ai miliardari un contributo straordinario sui loro patrimoni. Mark Zuckerberg, uno degli uomini più ricchi del mondo, co-fondatore e CEO di Meta, aveva preparato il trasferimento della propria residenza fuori dallo Stato. Aveva persino comunicato ai consiglieri di Meta una data precisa per mettere in vendita la sua casa di Palo Alto.

    Sulla questio è intervenuta Meta e, dopo settimane di trattative, i dirigenti dell’azienda hanno raggiunto con lui un accordo con Zuckerberg che gli permette di dotarsi del denaro necessario per affrontare l’eventuale tassa senza ridurre il proprio potere di voto nell’azienda.

    In cambio, Zuckerberg si è impegnato a restare in California per otto anni, salvo particolari circostanze previste dall’accordo.

    Non ci troviamo nella sfera delle indiscrezioni. Infatti, la storia è raccontata nei documenti che Meta ha depositato il 21 ottobre 2026 presso la SEC, l’autorità americana che vigila sui mercati finanziari.

    E merita di essere raccontata perché si sviluppa in un momento in cui le grandi aziende tecnologiche investono decine di miliardi nell’intelligenza artificiale, concentrano risorse economiche sempre maggiori e vedono i loro fondatori esercitare un’influenza che va ben oltre la gestione delle rispettive imprese.

    La tassa del 5% che spaventa i miliardari della Silicon Valley

    Al centro della vicenda c’è la Proposition 40, una proposta sulla quale gli elettori della California saranno chiamati a votare il prossimo 3 novembre, nello stesso giorno delle elezioni americane di metà mandato.

    La misura prevede un’imposta straordinaria del 5% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari. Non sarebbe una tassa annuale sui redditi, ma un prelievo da applicare una sola volta, destinato principalmente a finanziare la sanità e a compensare parte delle riduzioni dei finanziamenti federali.

    Per comprendere le dimensioni della questione basta considerare il patrimonio di Zuckerberg. Secondo le stime più recenti la sua ricchezza supera i 220 miliardi di dollari. Un’imposta del 5% potrebbe quindi comportare un pagamento superiore agli 11 miliardi di dollari. Una cifra considerevole, anche per chi dispone di un patrimonio di quelle dimensioni.

    Ma cerchiamo di capire perché la questione sia diventata così importante per Meta. La ricchezza di Zuckerberg non è costituita prevalentemente da denaro depositato in banca, ma è legata soprattutto alle azioni dell’azienda che ha fondato. Per pagare una tassa di diversi miliardi potrebbe quindi dover vendere una parte di quelle azioni oppure ottenere un prestito offrendo i titoli come garanzia.

    E vendere azioni Meta, per Zuckerberg, non significa soltanto ridurre il proprio patrimonio, significa anche mettere a rischio il controllo che esercita sulla società.

    Va chiarito, però, un aspetto importante della proposta californiana. Secondo il testo esaminato dall’ufficio legislativo dello Stato, la tassa riguarderebbe chi risultava residente in California il 1° gennaio 2026, anche se nel frattempo avesse cambiato residenza. Il pagamento sarebbe previsto nel 2027, con la possibilità di distribuirlo su più anni a condizioni meno favorevoli.

    Questo significa che un trasferimento effettuato a settembre non avrebbe automaticamente cancellato l’eventuale obbligo fiscale. La volontà di Zuckerberg di lasciare la California è documentata, ma non si può dire che quella scelta gli avrebbe consentito di evitare il pagamento.

    Mark Zuckerberg e la tassa che scuote le Big Tech in California

    Zuckerberg aveva già preparato la partenza

    La vicenda comincia a prendere forma durante l’estate del 2026.

    Il 4 agosto Zuckerberg presenta agli amministratori di Meta una proposta per modificare la struttura delle azioni della società. Il tema della possibile tassa californiana è già entrato nelle discussioni interne all’azienda. Nelle settimane successive le trattative diventano più serrate.

    Il 6 settembre Zuckerberg spiega ai dirigenti Meta che, per trasferire la propria residenza fuori dalla California entro metà ottobre, avrebbe dovuto cominciare le procedure necessarie entro metà settembre. Non è una dichiarazione generica sulla possibilità di andarsene, ma è un programma con tempi precisi, comunicato direttamente ai consiglieri di Meta.

    Pochi giorni dopo, durante una riunione del consiglio di amministrazione del 9 settembre, arriva anche il riferimento alla sua abitazione di Palo Alto. Zuckerberg comunica che intende metterla in vendita il 13 settembre.

    La notizia, una volta resa pubblica, avrebbe inevitabilmente alimentato interrogativi anche all’interno di Meta. Perché il fondatore dell’azienda stava preparando il trasferimento? Avrebbe continuato a lavorare dalla California? E quali conseguenze avrebbe avuto la sua partenza sulla gestione della società?

    Sono questioni che emergono dalla documentazione ufficiale.

    Su un punto, però, bisogna essere precisi. Al 23 ottobre 2026 non risulta confermata la vendita effettiva della casa. I documenti attestano l’intenzione di metterla sul mercato, non la conclusione dell’operazione. Nel frattempo, Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan avevano già acquistato una proprietà a Indian Creek, in Florida, per circa 170 milioni di dollari, come riportato da diverse fonti. Anche questo acquisto è documentato. Non costituisce però, da solo, la prova di un trasferimento della residenza fiscale.

    Il problema di Meta non era soltanto trattenere Zuckerberg in California

    A questo punto entra in gioco il consiglio di amministrazione di Meta. Per comprendere perché gli amministratori siano intervenuti bisogna spiegare un particolare.

    Zuckerberg possiede economicamente circa il 13,4% di Meta, ma controlla il 60,6% dei voti che determinano le decisioni dell’azienda. Come è possibile?

    Meta ha due categorie principali di azioni. Le azioni ordinarie di classe A attribuiscono un voto ciascuna. Quelle di classe B, possedute soprattutto da Zuckerberg, attribuiscono invece dieci voti ciascuna. Questo meccanismo permette al fondatore di controllare l’azienda anche senza possederne la maggioranza del capitale.

    Se avesse dovuto vendere una quantità consistente delle sue azioni per pagare la tassa, il suo potere di voto avrebbe potuto scendere dal 60,6% a circa il 53%. Avrebbe mantenuto la maggioranza, dunque, ma con un margine inferiore.

    Gli amministratori di Meta non erano quindi davanti al rischio immediato di perdere il controllo esercitato da Zuckerberg. La questione riguardava piuttosto la possibilità che quel controllo si riducesse nel tempo, anche in conseguenza di nuove operazioni finanziarie.

    E c’era un’altra preoccupazione.

    Meta sta destinando risorse enormi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dalle infrastrutture informatiche ai sistemi più avanzati. Gli amministratori ritenevano importante che Zuckerberg continuasse a dirigere personalmente queste attività, rimanendo vicino alla sede centrale di Menlo Park e ai gruppi di lavoro impegnati nella ricerca.

    Nel documento presentato alla SEC viene richiamata anche l’esperienza della pandemia, quando la distanza fisica del fondatore aveva creato difficoltà nella gestione dell’azienda.

    In buona sostanza, Meta voleva evitare che Zuckerberg lasciasse la California e, contemporaneamente, preservare la struttura di controllo sulla quale si regge la società.

    Per farlo, però, serviva un accordo.

    Le trattative e la soluzione

    Le discussioni non sono state facili. Meta aveva costituito un gruppo di amministratori indipendenti, affiancati da consulenti finanziari e legali, con il compito di valutare le proposte di Zuckerberg e tutelare anche gli interessi degli altri azionisti.

    Durante agosto e settembre vengono esaminate diverse possibilità. Zuckerberg propone inizialmente una distribuzione molto ampia di nuove azioni. Gli amministratori chiedono modifiche, garanzie e soprattutto impegni precisi sulla sua permanenza alla guida dell’azienda.

    Il confronto prosegue fino al 14 settembre, quando viene raggiunta un’intesa sui termini principali. La soluzione consiste nella creazione di una nuova categoria di azioni Meta, denominata classe C. Sono azioni che hanno un valore economico, possono essere acquistate e vendute, ma non attribuiscono alcun diritto di voto.

    Per ogni azione già posseduta, gli azionisti di Meta riceveranno una nuova azione di classe C. Zuckerberg, quindi, riceverà queste nuove azioni come tutti gli altri soci. La differenza è che potrà venderne una parte senza dover cedere quelle che gli garantiscono il controllo dell’azienda. Il meccanismo è più semplice di quanto possa sembrare.

    Se Zuckerberg vende un’azione che attribuisce dieci voti, perde anche quei dieci voti. Se invece vende una nuova azione che non attribuisce alcun voto, ottiene denaro ma conserva il potere decisionale legato alle azioni che continua a possedere. È questo il principio sul quale si basa l’accordo.

    Zuckerberg potrà vendere liberamente il 20% delle nuove azioni ricevute. Sul restante 80% sono previste limitazioni che verranno eliminate gradualmente, a condizione che continui a svolgere le funzioni concordate. Ogni tre mesi potrà vendere senza quelle limitazioni un ulteriore 2,5% delle nuove azioni.

    Il periodo complessivo è di otto anni.

    Non significa che Meta pagherà direttamente la sua eventuale tassa. Il denaro arriverà dalla vendita di azioni appartenenti a Zuckerberg, non da un pagamento della società al fisco per conto suo. Ma significa che Meta ha modificato la propria struttura azionaria anche per consentire al fondatore di affrontare un possibile esborso miliardario senza ridurre il suo potere di voto.

    E questa è una delle questioni centrali dell’intera vicenda.

    Zuckerberg e gli otto anni in California

    L’accordo prevede anche obblighi precisi per Zuckerberg.

    Il fondatore si è impegnato a continuare a lavorare a tempo pieno nella direzione di Meta, oppure come presidente esecutivo del consiglio di amministrazione, secondo le condizioni stabilite. Ha inoltre accettato di mantenere la residenza in California, oppure nello Stato in cui Meta dovesse trasferire la propria sede centrale, per otto anni.

    Sono previste eccezioni in presenza di circostanze straordinarie e impreviste.

    Il consiglio di amministrazione ha approvato l’operazione il 19 ottobre. Il giorno successivo è arrivata l’approvazione degli azionisti che disponevano della maggioranza dei voti.

    Il 21 ottobre Meta ha reso pubblica la documentazione e le nuove azioni saranno introdotte il 19 gennaio 2027.

    L’operazione, inoltre, non riguarda soltanto le esigenze personali di Zuckerberg. Meta potrà utilizzare questa nuova categoria di azioni anche per raccogliere capitali, finanziare acquisizioni e remunerare i dipendenti, senza modificare i rapporti di voto tra gli azionisti.

    Si tratta di un vantaggio che la società ha indicato esplicitamente nella documentazione ufficiale. Resta il fatto che l’intera trattativa ha avuto tra le sue ragioni principali la possibile imposta californiana e la volontà di evitare che Zuckerberg lasciasse lo Stato.

    Il potere delle Big Tech e il contesto delle elezioni americane

    Questa storia si sviluppa in un momento particolare per gli Stati Uniti.

    Mancano pochi giorni alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, mentre il rapporto tra potere economico, grandi aziende tecnologiche e politica è diventato uno degli elementi più rilevanti del dibattito pubblico americano. Basta osservare quanto sta accadendo in Texas.

    Elon Musk sta finanziando con somme enormi le iniziative a sostegno del candidato repubblicano al Senato Ken Paxton, impegnato contro il democratico James Talarico.

    Secondo una ricostruzione pubblicata da Reuters il 21 ottobre 2026, Musk ha destinato 158 milioni di dollari al sostegno di Paxton, mentre altri grandi finanziatori repubblicani partecipano a una campagna elettorale che sta mobilitando centinaia di milioni di dollari.

    Musk è intervenuto anche personalmente contro Talarico, attraverso dichiarazioni pubbliche e attacchi diffusi sulla sua piattaforma X. Sono vicende diverse, che non vanno sovrapposte. Non esistono elementi per sostenere che la trattativa tra Zuckerberg e Meta sia collegata alle iniziative elettorali di Musk.

    Ma entrambe appartengono allo stesso contesto, nel quale i grandi patrimoni accumulati attraverso le aziende tecnologiche assumono un peso crescente anche al di fuori dell’attività industriale.

    Da una parte c’è un imprenditore che investe somme ingenti per sostenere candidati politici. Dall’altra c’è il fondatore di una delle maggiori piattaforme digitali del mondo che valuta di lasciare uno Stato americano per una possibile imposta sul patrimonio, mentre la sua azienda interviene per trovare una soluzione.

    In entrambi i casi, il rapporto tra ricchezza privata e decisioni pubbliche diventa una questione che riguarda tutti, anche la politica.

    La California, i miliardari e una questione ancora aperta

    La proposta della California ha provocato reazioni contrastanti anche all’interno dello stesso Partito Democratico.

    Il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, si è dichiarato contrario alla tassa, sostenendo che potrebbe spingere i contribuenti più ricchi a lasciare lo Stato, con conseguenze sulle entrate fiscali.

    I promotori della misura, sostenuta dal sindacato SEIU United Healthcare Workers West, ritengono invece che un contributo straordinario dei patrimoni miliardari possa aiutare a finanziare servizi pubblici essenziali, soprattutto la sanità. La vicenda Zuckerberg è diventata così anche un argomento del confronto politico.

    I sostenitori della tassa hanno interpretato l’accordo raggiunto con Meta come una dimostrazione del fatto che i grandi patrimoni non siano necessariamente destinati a lasciare la California.

    Gli oppositori continuano invece a contestare le conseguenze economiche che la misura potrebbe avere.

    Gli elettori si pronunceranno il 3 novembre. E non risulta neppure confermato che Zuckerberg abbia completato il trasferimento di residenza o venduto la propria abitazione di Palo Alto. L’accordo con Meta, invece, è già stato approvato e documentato. Ed è questo il fatto che rende la vicenda particolarmente significativa.

    La vicenda non dimostra che la tassa californiana sia giusta o sbagliata. E non dimostra neppure che Zuckerberg avrebbe potuto evitarla semplicemente cambiando residenza.

    Documenta però quanto una decisione pubblica che riguarda la tassazione dei grandi patrimoni possa arrivare a incidere sulle scelte di un’azienda privata delle dimensioni di Meta.

    E ci riporta a una questione che accompagnerà sempre di più il confronto sull’economia digitale: quale rapporto può esistere tra la concentrazione di ricchezza nelle grandi aziende tecnologiche, il potere dei loro fondatori e la capacità delle istituzioni democratiche di intervenire attraverso le proprie decisioni?

  • Meta, i ricavi dalla pubblicità pagano gli investimenti in IA

    Meta, i ricavi dalla pubblicità pagano gli investimenti in IA

    Meta cresce con la pubblicità e investe di più nell’IA. Threads aumenta il tempo trascorso, WhatsApp segna un record di messaggi. Muse supera 10 milioni di configurazioni, ma Meta non comunica ricavi, costi e perdite.

    Il conto dell’intelligenza artificiale di Meta passa ancora dai social. Facebook, Instagram, Threads e WhatsApp sostengono quasi tutto il fatturato del gruppo e, attraverso la pubblicità, finanziano l’infrastruttura necessaria per addestrare e distribuire nuovi modelli. Nel terzo trimestre 2026 questa relazione diventa più evidente: il motore pubblicitario continua a crescere, mentre gli investimenti superano il flusso di cassa generato dalle attività operative.

    La trascrizione ufficiale della conference call definisce Muse come un agente personale, appena lanciato negli Stati Uniti e in Canada, e attribuisce al prodotto i primi dati di adozione della IA di casa Menlo Park. Il documento non contiene però un conto economico separato, quindi Meta non comunica quanto Muse abbia incassato, quanto costi nel complesso o quale perdita produca.

    I ricavi di Meta in crescita e il free cash flow negativo

    Secondo il comunicato sui risultati, Meta ha chiuso il terzo trimestre del 2026 con 64,60 miliardi di dollari di ricavi, il 26% in più rispetto ai 51,24 miliardi dello stesso periodo del 2025. I costi e le spese sono saliti a 51,61 miliardi, con una crescita del 68%. Il reddito operativo si è così ridotto da 20,54 a 12,99 miliardi e il margine operativo è sceso dal 40% al 20%.

    Questa contrazione non descrive da sola l’andamento industriale. Nei costi del trimestre è compreso un onere da 9,89 miliardi legato all’accordo con 52 procuratori generali statunitensi sulle controversie riguardanti salute mentale degli adolescenti e social media. I pagamenti previsti dall’accordo possono arrivare a circa 18,59 miliardi.

    Meta, i ricavi dalla pubblicità pagano gli investimenti in IA
    Meta, i ricavi dalla pubblicità pagano gli investimenti in IA

    Escludendo l’onere contabilizzato nel trimestre, Meta indica un reddito operativo di 22,88 miliardi, in aumento dell’11% su base annua, e un margine vicino al 35% secondo il rapporto tra quel risultato e i ricavi. Il costo deriva dalle controversie sulle piattaforme, non dagli investimenti nell’IA. Il comunicato segnala inoltre altri processi negli Stati Uniti su questioni riguardanti i giovani nei prossimi mesi.

    Anche il confronto sull’utile netto richiede cautela. I 9,86 miliardi del Q3 2026 risultano superiori del 264% ai 2,71 miliardi di un anno prima, ma il Q3 2025 era stato penalizzato da un onere fiscale non monetario una tantum di 15,93 miliardi. L’aumento percentuale nei termini è corretto; non misura però un’accelerazione equivalente del risultato industriale.

    La misura più utile per capire la pressione degli investimenti è il flusso di cassa. Gli esborsi in conto capitale, inclusi i pagamenti principali dei leasing finanziari, sono arrivati a 34,91 miliardi nel trimestre, contro 19,37 miliardi un anno prima. Il flusso di cassa operativo è salito da 30,00 a 32,79 miliardi, ma non è bastato a coprire gli investimenti. Il free cash flow, cioè la cassa che resta dopo quegli esborsi, è passato da 10,63 miliardi positivi a 2,12 miliardi negativi. Nei dati presentati agli investitori il passaggio appare con particolare chiarezza: i ricavi continuano a salire, ma gli investimenti crescono più rapidamente.

    Dati Meta Q3 2026 risultato operativo
    Dati Meta Q3 2026 risultato operativo

    Meta prevede ora per l’intero 2026 investimenti tra 135 e 145 miliardi di dollari, restringendo il precedente intervallo di 130-145 miliardi. Non è corretto definire l’intera cifra come spesa per l’IA, perché l’azienda la riferisce a server, data center e infrastruttura di rete destinati anche alle attività esistenti.

    La stessa società collega però l’espansione della capacità alla formazione dei modelli, alla crescita delle piattaforme e allo sviluppo dei nuovi prodotti di IA. L’impegno finanziario è documentato, mentre una perdita complessiva del settore IA non viene pubblicata come voce autonoma.

    La pressione si vede anche nella ricerca e sviluppo, salita da 15,14 a 20,05 miliardi di dollari nel trimestre, il 32% in più. La voce comprende attività diverse e non può essere attribuita interamente all’intelligenza artificiale, ma misura l’ampliamento della struttura di costo nella fase in cui Meta accelera sui nuovi modelli. Nello stesso tempo i dipendenti sono scesi a 66.775, il 15% in meno rispetto a un anno prima. Il comunicato non specifica quali funzioni abbiano subito la riduzione, perciò il dato segnala una riallocazione delle risorse senza consentire di attribuirla a Muse o a una singola area.

    In questo quadro rientra anche la nuova Classe C di azioni senza diritto di voto, approvata dal consiglio di amministrazione e destinata a diventare efficace il 19 gennaio 2027. Meta indica fra le motivazioni la possibilità di raccogliere capitale, finanziare la crescita, compensare i dipendenti e realizzare acquisizioni in una fase in cui la trasformazione legata all’IA richiede investimenti rilevanti. La struttura tutela anche la continuità del controllo di Mark Zuckerberg. Non significa che sia già stata annunciata un’emissione destinata all’IA, ma amplia gli strumenti finanziari disponibili senza modificare il potere di voto degli azionisti esistenti.

    La app di Meta generano il 99% dei ricavi

    La Family of Apps, che comprende Facebook, Instagram, Messenger, WhatsApp e gli altri servizi, ha generato 64,16 miliardi di dollari di ricavi, pari al 99,3% del totale del gruppo. Di questi, 63,06 miliardi provengono dalla pubblicità: il 97,6% dei ricavi complessivi di Meta. Gli altri ricavi sono stati 1,10 miliardi, il 59% in più su base annua, soprattutto grazie alla messaggistica a pagamento di WhatsApp e agli abbonamenti. Reality Labs ha aggiunto 443 milioni di ricavi, portando il totale a 64,60 miliardi.

    Il rapporto tra scala e monetizzazione continua a migliorare. Le persone attive ogni giorno nella app di Meta hanno raggiunto 3,64 miliardi a settembre, con una crescita del 3% in un anno. Nello stesso periodo le impression pubblicitarie sono aumentate del 10% e il prezzo medio per inserzione del 14%.

    Nel trimestre il prezzo ha quindi contribuito alla crescita più del volume, senza rendere secondario l’aumento delle impression. Il ricavo medio trimestrale per persona è salito a 17,72 dollari. La base degli utenti cresce con un ritmo contenuto, mentre il valore prodotto da ciascuna relazione cresce più rapidamente.

    Meta non pubblica ricavi separati per Facebook, Instagram, Threads e WhatsApp. Per questa ragione non è possibile attribuire a una singola piattaforma una quota del fatturato pubblicitario.

    Facebook Instagram Threads e WhatsApp crescono in modi diversi

    Su Instagram il tempo trascorso per persona ha raggiunto un nuovo massimo ed è cresciuto a doppia cifra su base annua, sia nei Reels sia nel Feed. Gli aggiornamenti alla rilevanza introdotti nel trimestre hanno aumentato di oltre il 4% il tempo trascorso sui Reels. Il sistema ora valuta sequenze di contenuti invece di considerare ogni video isolatamente e utilizza segnali più ricchi sul tempo di visione.

    Quasi il 45% dei Reels raccomandati ha meno di un giorno, oltre 11 punti percentuali in più rispetto al trimestre precedente. I sistemi basati su modelli linguistici impiegati per comprendere i contenuti hanno inoltre aumentato dell’1% l’interazione con i risultati di ricerca di Instagram.

    Facebook mostra una dinamica simile. Il tempo trascorso sui Reels ha raggiunto nuovi massimi sia a livello globale sia negli Stati Uniti, con una crescita a doppia cifra. Meta ha completato il lancio globale di un’architettura di recupero generativo che assegna rappresentazioni semantiche ai contenuti e può proporre post pertinenti prima che abbiano accumulato molte interazioni. Il sistema copre circa un quarto delle visualizzazioni del Feed provenienti da account non seguiti e metà delle visualizzazioni dei Reels, con un aumento dell’1% del tempo di visione dei Reels. Negli Stati Uniti, l’estensione della cronologia considerata dal modello di ranking ha prodotto un ulteriore incremento dell’1%.

    Per Threads, Zuckerberg ha affermato che la piattaforma ha superato X negli utenti attivi mensili, senza comunicare nella call un nuovo valore assoluto. La metrica verificabile resa pubblica per il trimestre è un aumento superiore al 20% del tempo trascorso per persona su base annua. È un’indicazione di crescita dell’uso, non una misura diretta dei ricavi. Meta non ha indicato quanto Threads abbia monetizzato nel trimestre.

    WhatsApp ha registrato, secondo la società, un massimo storico nei messaggi e sta assumendo un ruolo crescente come piattaforma per gli agenti. La crescita del 59% degli altri ricavi della app è stata trainata soprattutto dalla messaggistica a pagamento di WhatsApp e dagli abbonamenti, ma Meta non separa le due componenti. Anche il dato di 15 milioni riguarda insieme abbonamenti e prove di Meta One, il servizio distribuito su Instagram, Facebook e WhatsApp. Non equivale quindi a 15 milioni di abbonati paganti.

    I sistemi di raccomandazione sono già una voce economica

    L’intelligenza artificiale produce già risultati misurabili nel business pubblicitario. Il Meta Generative Recommender, applicato al recupero degli annunci nel Feed di Facebook, ha aumentato di quasi il 2% le conversioni nei segmenti coinvolti. L’estensione del modello GEM ha generato un aumento dell’1,7% nelle conversioni delle campagne dirette fuori dalle piattaforme e del 9,6% nelle conversioni degli annunci per app.

    Sono percentuali riferite a sistemi e perimetri diversi, perciò non vanno sommate. Insieme, però, spiegano perché Meta sostenga che gli investimenti in IA stiano producendo ricavi pubblicitari incrementali: migliorano la selezione dei contenuti, aumentano il tempo trascorso nelle app e rendono più efficace l’abbinamento tra annunci e persone. È lo stesso circuito economico che ha sostenuto la crescita del 26% dei ricavi pubblicitari della app della famiglia Meta

    Nel trimestre Meta ha iniziato a trasferire i sistemi di comprensione dei contenuti sulla famiglia di modelli proprietari Muse. Nelle valutazioni interne, questi modelli avrebbero superato quelli precedenti e ridotto di oltre l’80% il costo unitario di elaborazione su Instagram, Threads, Facebook e nei sistemi pubblicitari. La formulazione è importante: si tratta di una riduzione del costo per unità nelle valutazioni dell’azienda, non di una riduzione dell’80% dei costi complessivi delle piattaforme.

    Muse esiste davvero ma il conto economico non è ancora visibile

    Muse è effettivamente il prodotto annunciato da Meta. Nel comunicato di lancio dell’8 settembre l’azienda lo presenta come un agente personale capace di agire per conto dell’utente, continuare a lavorare quando l’app è chiusa e collegarsi ai servizi utilizzati ogni giorno. Funziona in un ambiente virtuale dedicato, Muse Secure VM, ed è disponibile negli Stati Uniti e in Canada. La call di ieri, 21 ottobre 2026, aggiunge i primi dati: oltre 10 milioni di persone lo hanno configurato in circa sei settimane e circa il 25% di chi lo ha configurato lo utilizza in un giorno medio.

    L’uso più frequente è lo shopping. Più di un quarto degli utenti attivi settimanali lo utilizza per acquistare e Meta indica un valore medio dell’acquisto superiore a 200 dollari. Questo dato misura il valore delle transazioni facilitate, non i ricavi di Muse. Gli altri impieghi più comuni riguardano produttività personale e creatività. La versione Muse for Small Business collega l’agente agli account professionali di Instagram, alle Pagine Facebook, agli account pubblicitari e a servizi esterni. La platea potenziale indicata dalla società è di almeno 500 milioni di piccole imprese autoidentificate che usano le app di Meta, ma si tratta di una stima della base raggiungibile, non di utenti attivi di Muse.

    La monetizzazione è ancora un progetto in costruzione. Meta indica abbonamenti per i modelli più avanzati e per un maggiore utilizzo, commissioni sulle transazioni facilitate, servizi a pagamento per le imprese, API e Muse Code. Muse Wonder è già accessibile nel livello a pagamento, mentre Muse Spark resta il modello predefinito per il livello gratuito. Nessuno dei documenti trimestrali comunica ricavi specifici per queste linee.

    Anche le perdite non sono divulgate. Meta presenta soltanto due segmenti, Family of Apps e Reality Labs, e non fornisce una riga separata per Muse o per Meta Superintelligence Labs. La CFO Susan Li ha dichiarato che l’espansione della base utenti farà aumentare i costi complessivi di servizio, perché Muse richiede molta capacità di calcolo. La società prevede di migliorare l’efficienza del calcolo di oltre dieci volte nel prossimo anno attraverso un uso migliore della capacità nelle ore meno richieste, modelli più efficienti e ottimizzazione dell’inferenza. È una previsione aziendale. Non consente di calcolare né la perdita attuale né il momento in cui il prodotto raggiungerà il pareggio.

    La scala immaginata è molto più ampia dei numeri attuali. Zuckerberg ha parlato della capacità necessaria per servire oltre un miliardo di persone, a condizione di raggiungere gli obiettivi di efficienza. I dieci milioni di configurazioni e il tasso di utilizzo quotidiano costituiscono un segnale iniziale, non la prova che l’adozione sia già consolidata. L’espansione globale dipende dalla possibilità di ridurre il costo di ogni interazione prima che la distribuzione moltiplichi la spesa.

    Reality Labs riduce le perdite mentre cambia funzione

    Reality Labs ha registrato 443 milioni di dollari di ricavi nel trimestre, il 6% in meno rispetto a un anno prima. La flessione delle vendite dei visori Quest è stata compensata solo in parte dalla crescita degli occhiali con IA. La perdita operativa è stata di 4,13 miliardi, inferiore ai 4,43 miliardi del Q3 2025 ma ancora quasi dieci volte superiore ai ricavi del segmento.

    Meta prevede per Reality Labs perdite tra 18 e 19 miliardi nel 2026 e circa 15 miliardi nel 2027. La riduzione attesa deriva anche dalla riallocazione degli investimenti verso l’IA. Nello stesso tempo, Muse dovrebbe arrivare sui Meta Glasses e diventare parte del loro modello economico attraverso gli abbonamenti. Reality Labs non scompare dalla strategia: cambia priorità, con meno enfasi sul ritmo di nuovi dispositivi per la realtà virtuale e più attenzione agli occhiali come punto di accesso all’agente personale.

    La sostenibilità economica di Muse resta da dimostrare

    Per il quarto trimestre Meta prevede ricavi compresi tra 73 e 76 miliardi di dollari, con un effetto negativo dei cambi vicino all’1% sulla crescita annua. Le spese complessive del 2026 sono stimate tra 175 e 179 miliardi, intervallo aggiornato per includere l’onere legale. Escludendo quella voce, la società continua a prevedere per il 2026 un risultato operativo superiore a quello del 2025. Sono indicazioni prospettiche, non risultati già acquisiti, ma fissano il termine di confronto per i prossimi conti.

    Il Q3 2026 mostra un gruppo che usa l’intelligenza artificiale per rafforzare Facebook e Instagram, aumentare il valore pubblicitario della propria scala e sostenere la crescita di Threads e WhatsApp. Le piattaforme producono ancora quasi tutti i ricavi e finanziano l’infrastruttura su cui Meta vuole costruire Muse, i servizi per le imprese e la nuova generazione di dispositivi.

    Il dato mancante è altrettanto significativo di quelli pubblicati. Sappiamo quante persone hanno configurato Muse, quanto spesso una parte di loro lo utilizza e quali forme di monetizzazione Meta intende sperimentare. Non sappiamo quanto il prodotto incassi, quanto costi nel complesso e quale perdita generi.

    La verifica dei prossimi trimestri passerà quindi da due elementi. Il primo è la capacità delle attività principali di continuare a finanziare investimenti che hanno già portato il free cash flow sotto zero nel trimestre. Il secondo è il passaggio di Muse da prodotto con una partenza rapida a servizio globale con costi unitari, ricavi e margini leggibili.

  • WhatsApp e gli username, ecco come funziona la prenotazione

    WhatsApp e gli username, ecco come funziona la prenotazione

    Annunciati da tempo, Meta ha rilasciato gli username su WhatsApp per usare l’app senza condividere il numero di telefono. La prenotazione è aperta anche in Italia, ma compare nell’app solo dopo una notifica dedicata.

    Meta annuncia gli username su WhatsApp e apre la prenotazione con mesi di anticipo sul lancio della funzione. La ragione è dichiarata nel comunicato stesso. Con oltre tre miliardi di persone sulla piattaforma, molti nomi finiranno per coincidere, e l’azienda vuole che ciascuno possa scegliere il proprio prima della corsa.

    Una funzione pensata per la tutela della privacy

    WhatsApp introduce gli username come una funzione importante per la tutela della privacy, pensata per consentire a chi non si conosce ancora di scriversi senza scambiarsi il numero di telefono.

    Il ragionamento fatto a Menlo Park parte proprio dal numero di telefono e dal suo valore.

    Infatti, un numero di telefono è personale ed è legato ormai a tante parti della vita di chi lo possiede. E a volte ci basta chattare, senza doverlo per forza condividere con altri. Vale per le persone che entrano nella nostra vita, un compagno di classe, un vicino, qualcuno conosciuto a un incontro tra amici.

    E vale per le conversazioni di gruppo, dove l’esempio scelto da Meta è la chat dei genitori della squadra di calcio dei propri figli, quando si vuole partecipare senza condividere il numero con sconosciuti. Un ragionamento questo che vale per tutti i gruppi a cui, spesso, si viene iscritto senza nemmeno una preventiva richiesta.

    WhatsApp e gli username, ecco come funziona la prenotazione
    WhatsApp e gli username, ecco come funziona la prenotazione

    La prenotazione arriva prima lancio ufficiale

    Da questa settimana, dunque, è possibile prenotare il proprio username, da usare poi più avanti nel corso dell’anno, quando Meta lancerà ufficialmente la funzione.

    La ragione della prenotazione anticipata è dichiarata proprio da Meta. Con oltre tre miliardi di persone su WhatsApp, molti nomi finiranno per coincidere, e l’azienda apre le prenotazioni in anticipo per dare a ciascuno la possibilità di scegliere lo username a cui tiene in modo particolare. Anche per preservare e consolidare la propria presenza digitale.

    Il percorso da seguire nell’app è: Impostazioni > Account > Nome utente, sull’ultima versione della stessa app.

    Per chi non sapesse cosa scegliere, c’è un generatore di username all’interno dell’app. E c’è un’opzione dedicata a creator, piccole imprese e organizzazioni che vogliono mantenere una presenza riconoscibile sui social, ovvero la possibilità di rivendicare su WhatsApp lo stesso username già usato su Instagram o Facebook. Quello a cui facevo riferimento prima per consolidare la propria presenza digitale anche sulle piattaforme.

    Nessuno elenco di username su WhatsApp

    Meta fa sapere anche cosa la nuova funzione non farà, ed è un passaggio importante su cui soffermarsi un attimo.

    E cioè che su WhatsApp non esisterà nessun elenco pubblico di username da sfogliare, e l’app non suggerirà profili di altre persone.

    Se vogliamo scrivere a qualcuno per la prima volta, dobbiamo già conoscere il suo username esatto, perché ce l’ha detto lui. È una scelta che protegge il senso stesso della funzione, lo username resta un dato che si condivide solo con chi si vuole davvero.

    A questo Meta aggiunge un secondo livello di protezione, opzionale, che chiama chiave dello username.

    In pratica, una volta attivata la chiave, gli altri utenti per scriverti dovranno conoscere non solo il tuo username, ma anche la chiave stessa.

    Username su WhatsApp
    Username su WhatsApp

    Si tratta quindi di un filtro in più che decide l’utente se attivare o meno.

    Il risultato finale, quando la funzione sarà davvero attiva, è che chi ti scrive per la prima volta vedrà il tuo username e non il tuo numero di telefono, a patto naturalmente che lo username sia attivato.

    Username su WhatsApp, non mancano le critiche

    Sotto il post di lancio di WhatsApp su X non sono mancate le critiche. In sintesi secondo molti utenti, quello degli username su WhatsApp sarebbe un grande schema di raccolta e aggregazione di dati, il cui obiettivo è spingere gli utenti a collegare gli account social tra WhatsApp e Instagram per migliorare la profilazione pubblicitaria, e quindi i ricavi di Meta.

    L’apertura anticipata della prenotazione, secondo questa lettura, sfrutta la FOMO dei consumatori per indurli ad accaparrarsi rapidamente il nome utente preferito.

    WhatsApp ha risposto in pubblico, sempre su X, dal suo account ufficiale.

    Secondo la piattaforma di messaggistica, il nome utente non ha nulla a che fare con la pubblicità e la funzione è completamente facoltativa. La maggior parte degli utenti sceglierà nomi unici, mentre l’opzione di rivendicare lo stesso nome già usato su Instagram o Facebook serve ad alcune aziende e persone che desiderano coerenza nel modo in cui si presentano sulle diverse app.

    WhatsApp ribadisce poi quanto già scritto nel comunicato, non ci sarà alcun elenco pubblico, non ci saranno suggerimenti, e per scrivere a qualcuno servirà conoscere il suo nome utente esatto, oltre alla chiave del nome utente se attivata. Vale a dire quello che è scritto anche qui in questo articolo.

    Il rilascio dello username su WhatsApp sarà graduale

    Sul rilascio Meta è esplicita. Gli username saranno distribuiti gradualmente nei prossimi mesi, con una notifica dentro WhatsApp quando saranno disponibili nel proprio paese.

    In buona sostanza, la prenotazione è già aperta per chi ha l’ultima versione dell’app, ma l’uso effettivo della funzione arriverà più avanti, e arriverà in maniera graduale, paese per paese.


    Alcuni passaggi per chiarire meglio:

    Cosa sono gli username di WhatsApp?
    Sono una funzione per la tutela della privacy, annunciata da Meta il 29 giugno 2026, che permette a due persone di scriversi su WhatsApp senza doversi scambiare il numero di telefono.

    Come si prenota uno username su WhatsApp?
    Sull’ultima versione dell’app, seguendo il percorso Impostazioni > Account > Nome utente. Per chi non sa cosa scegliere, WhatsApp mette a disposizione un generatore di username già presente nell’app.

    Perché Meta apre la prenotazione prima del lancio della funzione?
    Perché su WhatsApp ci sono oltre tre miliardi di persone, e molti nomi finiranno per coincidere. La prenotazione anticipata serve a dare a ciascuno la possibilità di scegliere lo username a cui tiene davvero, prima che lo prenda qualcun altro.

    Quando partirà la funzione vera e propria?
    Più avanti nel corso del 2026. Meta apre la prenotazione da questa settimana, ma l’uso effettivo della funzione arriverà nei mesi successivi.

    La funzione è già disponibile in Italia?
    Meta dichiara che gli username saranno distribuiti gradualmente nei prossimi mesi, e che gli utenti riceveranno una notifica dentro WhatsApp quando la funzione sarà disponibile nel proprio Paese.

    Cos’è la chiave del nome utente di WhatsApp?
    È un secondo livello di protezione, opzionale, che si affianca allo username. Se la attivi, chi vuole scriverti deve conoscere non solo il tuo username ma anche questa chiave. Funziona come un filtro in più, che decidi tu se mettere o no.

    Esiste un elenco pubblico per cercare gli username?
    No. Meta scrive nel comunicato che non ci sarà nessun elenco pubblico da sfogliare, e che WhatsApp non suggerirà profili di altre persone. Per scrivere a qualcuno la prima volta, bisogna già conoscere il suo username esatto.

    Con gli username il numero di telefono resta visibile?
    Quando la funzione sarà attiva, chi ti scrive per la prima volta vedrà il tuo username e non il tuo numero di telefono, a condizione che tu abbia attivato lo username sul tuo profilo.

    Creator e aziende possono mantenere lo stesso username di Instagram?
    Sì. Meta riserva un’opzione dedicata a creator, piccole imprese e organizzazioni, per rivendicare su WhatsApp lo stesso username già usato su Instagram o Facebook.

  • I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    Dopo oltre tre anni, il documento S-1 di SpaceX restituisce i numeri ufficiali di X. La pubblicità è a 1,8 miliardi nel 2025, contro i 4,51 di Twitter nel 2021. Gli utenti complessivi sono 550 milioni ma solo 4,4 milioni sono quelli abbonati.

    Da quando Elon Musk ha acquisito Twitter, poi trasformata in X, nell’ottobre del 2022 non si è più saputo nulla dei numeri ufficiali della piattaforma. Questo perché il proprietario di SpaceX, la società che presto sarà quotata in borsa e che ingloba tutte le realtà di Musk,la prima cosa che fece fu il delisting del titolo Twitter da Wall Street. Un’azione che determinò lo status dell’azienda a privata, rendendo difficile, se non impossibile, la diffusione di numeri ufficiali.

    Ma ora, strano davvero a dirsi, come anticipato prima, SpaceX sta per preparare la sua IPO sulla base di una realtà aziendale da 1,25 trilioni di dollari e fervono i preparativi, così come serve predisporre la documentazione sullo stato dell’arte di SpaceX.

    E uno dei documenti è il famoso S-1, il documento di registrazione fondamentale che le società devono depositare presso la SEC (Securities and Exchange Commission) prima di quotarsi su una borsa di Wall Street (come NYSE o NASDAQ), ci offre la possibilità, dopo oltre 3 anni, di accedere a dei dati ufficiali, finalmente.

    Diciamolo subito, i numeri che emergono raccontano una storia molto diversa da quella che il proprietario di X ha lasciato circolare in questi anni.

    Perché sono i razzi di SpaceX a svelare i conti di X

    Per capire come ci siamo arrivati, conviene seguire un percorso societario che ha dell’incredibile. In realtà l’ho accennato in apertura, ma vale pur sempre la pena ritornarci in maniera più chiara.

    Twitter diventa X dopo l’acquisizione di Musk e a marzo del 2025 viene assorbita dentro xAI, la società di intelligenza artificiale che sviluppa Grok. A febbraio del 2026 la stessa xAI viene acquisita da SpaceX, l’azienda dei razzi e dei satelliti Starlink.

    La piattaforma social che conoscevamo è così diventata la controllata di una controllata, inserita dentro un gruppo costruito attorno a missioni spaziali e modelli linguistici.

    Il paradosso è proprio questo, perché è grazie alla decisione di SpaceX di quotarsi in Borsa che i conti di X tornano alla luce.

    Il documento S-1 contiene tutto quello che X aveva smesso di dire dal 2022, dai ricavi alle perdite, dagli utenti ai rischi. La trasparenza, diciamolo chiaramente, non nasce da una scelta di apertura, ma arriva come effetto collaterale dell’ambizione di Musk di portare SpaceX davanti agli investitori.

    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni
    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    La pubblicità di X vale meno della metà di quando era Twitter

    Il dato che più interessa è anche quello che racconta meglio cosa è successo nel corso di questi anni.

    Nel 2021, ultimo anno pieno da società quotata, Twitter incassava 4,51 miliardi di dollari di pubblicità, secondo il modulo 10-K depositato all’epoca. Era il cuore del suo modello di business, la voce che teneva in piedi l’intera azienda.

    Poi è arrivato il boicottaggio degli inserzionisti, perché le scelte di Musk sulla moderazione dei contenuti, il ritorno di profili prima banditi e il declassamento del sistema delle spunte blu hanno spinto molti marchi a sospendere gli investimenti. La traiettoria, da lì, è stata una lunga discesa.

    Secondo i numeri diffusi, la pubblicità di X si è attestata a 1,8 miliardi di dollari nel 2025, in calo di circa 100 milioni rispetto all’anno precedente. Vale a dire appena il 39,9% di quello che valeva la pubblicità di Twitter prima dell’arrivo di Musk.

    Più della metà del fatturato pubblicitario si è dunque volatilizzata, e per capirlo basta un confronto semplice.

    Su ogni dieci euro che gli inserzionisti spendevano su Twitter nel 2021, oggi a X ne restano meno di quattro. Musk insiste, ed è giusto ricordarlo, sul fatto che nel 2025 quel dato è tornato a salire per la prima volta dall’acquisizione. Resta però una risalita minima, che lascia la piattaforma a meno della metà del punto di partenza.

    Il numero esatto, in realtà, non esiste

    Quel valore di 1,8 miliardi, per quanto possa sembrare solido, non compare nel documento S-1 come una riga di bilancio chiara e isolata. È una cifra che gli analisti hanno dovuto ricostruire, come ha mostrato l’analisi dettagliata di Digital Applied, leggendo le variazioni anno su anno e interpretando il modo in cui SpaceX ha scelto di raggruppare i propri ricavi.

    Il modulo depositato, infatti, non tratta più la pubblicità di X come una voce autonoma. Ma la annega dentro quello che chiama “segmento AI”, vale a dire un unico contenitore in cui finiscono insieme le entrate pubblicitarie della piattaforma, gli abbonamenti, i ricavi di Grok, la concessione in licenza dei dati e la vendita di capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale. Tutto insieme.

    Il risultato è che lo stesso numero, per lo stesso anno, viene riportato da fonti diverse con valori che spesso si discostano. Ma il valore su cui converge la maggior parte delle letture è 1,8 miliardi di dollari.

    In teoria, un documento depositato presso l’autorità di vigilanza sui mercati dovrebbe mettere fine alle stime. In pratica, a documento depositato, circolano ancora tre cifre diverse per la stessa voce. E servono gli analisti a stabilire quale significhi cosa.

    Quando l’opacità è la scelta di chi possiede la piattaforma

    La vicenda si lega così a una dinamica che da tempo seguo su questo blog, quella che chiamo l’algoritmo del proprietario. È la pratica per cui le scelte di una piattaforma servono in primo luogo gli interessi di chi la possiede, e solo in secondo luogo quelli di chi la usa o la osserva da fuori.

    Di solito la applico al funzionamento degli algoritmi di raccomandazione, ma la stessa logica vale, identica, anche per i numeri.

    Togliere Twitter dalla Borsa, nel 2022, è stata la prima mossa di questa logica applicata alla trasparenza. Sottrarre i conti alla osservazione e all’analisi pubblica significa decidere da soli cosa il mondo può sapere di una piattaforma usata ogni giorno da centinaia di milioni di persone.

    E oggi, anche con un documento ufficiale sul tavolo, la pubblicità di X resta annegata in un segmento che mescola tutto. Così il dato più scomodo, quello sulla parte pubblicitaria pura, non è mai leggibile in maniera chiara.

    Gli abbonamenti che dovevano salvare tutto

    Quando comprò Twitter, una parte importante del piano di Musk consisteva nel ridurre il peso della pubblicità a favore degli abbonamenti. L’idea era trasformare gli utenti in clienti paganti, attraverso X Premium e i suoi vari livelli. I numeri del documento permettono finalmente di capire come è andata.

    X e Grok contano insieme circa 6,3 milioni di abbonati paganti. Di questi, all’incirca 4,4 milioni sono iscritti a X Premium e Premium+, mentre i restanti 1,9 milioni circa pagano per i vari livelli di SuperGrok.

    Sono i 4,4 milioni di abbonati a X, rapportati ai 550 milioni di utenti attivi della piattaforma, a raccontare quanto pesi oggi questo modello, perché restano sotto l’1% del totale.

    Significa che su cento persone che usano X meno di una paga per farlo. I ricavi da abbonamenti crescono, di 365 milioni di dollari nel 2025 secondo il documento, ma partono da una base ancora troppo piccola per colmare la voragine lasciata dalla pubblicità.

    Quanti sono davvero gli utenti di X

    Un altro dato merita attenzione, perché per anni è stato terreno di stime gonfiate. Il documento dichiara 550 milioni di utenti attivi mensili a marzo del 2026, una cifra più bassa di diverse stime circolate negli anni, comprese alcune dichiarazioni dello stesso Musk. Ancora più significativo è però il dato sui contenuti, perché gli utenti producono oggi circa 350 milioni di post al giorno, in calo rispetto ai 500 milioni che venivano dichiarati nel 2023.

    Meno utenti del previsto, meno contenuti prodotti e una pubblicità a meno della metà del suo valore storico. Eppure il documento racconta anche la parte in cui Musk continua a guardare avanti.

    SpaceX scrive di voler far crescere i ricavi di X aumentando il coinvolgimento degli utenti, spingendo la conversione verso gli abbonamenti a pagamento e allargando la base degli inserzionisti.

    La macchina di Grok che produce immagini a ritmo industriale

    C’è poi Grok, il modello di intelligenza artificiale che è ormai il vero motore di questa galassia societaria.

    Il documento rivela un dato che dà la misura di cosa significhi gestire un sistema del genere. Il generatore di immagini e video chiamato Imagine ha prodotto, nel primo trimestre del 2026, circa 10 miliardi di immagini e oltre 2 miliardi di video al mese.

    Sono volumi difficili persino da immaginare.

    Il documento stesso, nella sezione dedicata ai rischi, ammette che alcune modalità di Grok possono produrre contenuti più espliciti, deepfake non consensuali e materiale capace di esporre la società a contenziosi e all’attenzione delle autorità. Così la stessa macchina che dovrebbe sostenere il futuro economico di X è anche la fonte dei suoi rischi più seri.

    La pubblicità langue, gli abbonamenti crescono lentamente e il motore su cui si punta per il rilancio è proprio quello che genera le problematiche più gravi.

    Cosa ci dicono questi dati

    Quello che il documento S-1 ci consegna non è soltanto una fotografia dei conti di X dopo tre anni di buio. È la conferma di una cosa che possiamo finalmente dire con i numeri in mano.

    Rendere privata una piattaforma usata ogni giorno da centinaia di milioni di persone non obbliga a tenerne i conti al buio. Una società che esce dalla Borsa non ha più il dovere di pubblicare i propri dati, ma resta libera di farlo, e molte scelgono comunque la trasparenza.

    Musk ha scelto il contrario e per tre anni di X abbiamo saputo soltanto quello che il suo proprietario decideva di raccontare.

    E adesso che una finestra si apre, scopriamo che questa apertura è solo in parte.

    I conti di X tornano visibili per vendere SpaceX agli investitori, non perché qualcuno abbia deciso che il pubblico ha diritto di vederli.

    La pubblicità resta nascosta dentro un segmento che mette insieme tutto, gli utenti sono meno di quanto si diceva e il numero che più conta nessuno lo trova scritto nero su bianco.

    La vera domanda, semmai, riguarda il momento in cui SpaceX sarà quotata e X tornerà a far parte di una società pubblica. È lì che si capirà se quei conti diventeranno finalmente leggibili come dovrebbero, oppure se l’opacità avrà trovato il modo di sopravvivere anche dentro le regole della Borsa.

  • X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X ha tagliato il limite giornaliero di post per gli account senza abbonamento da 2.400 a 50, con un aggiornamento silenzioso della pagina di Help Center. Una riduzione del 98%, accompagnata da un nuovo tetto di 200 risposte al giorno e dall’invito implicito a passare a X Premium.

    X nei giorni scorsi ha tagliato il limite giornaliero di post per gli account senza abbonamento da 2.400 a 50, con un aggiornamento della pagina di Help Center.

    Si tratta di una riduzione del 98%, accompagnata da un nuovo tetto di 200 risposte al giorno e da una suddivisione in finestre semi-orarie. Non vi è stato alcun annuncio ufficiale, nessun post di Musk a fare da megafono.

    Ad accorgersene sono stati migliaia di utenti – compreso chi scrive – , ricevendo un messaggio che parlava di richieste automatizzate ogni volta che raggiungevano il nuovo limite. Una stretta che, nei modi e nei tempi, resta ancora davvero molto discutibile.

    Da una prima verifica, a ricevere questo messaggio sono stati anche utenti verificati, quindi utenti abbonati almeno a Premium.

    Il vecchio limite di 2.400 post al giorno, valido per tutti gli account verificati e non, era documentato sulla stessa pagina di Help Center ancora ad aprile. Oggi quel numero è stato sostituito da una soglia che è quaranta volte più bassa.

    X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X e la stretta che cambia le regole del gioco

    Intendiamoci, 50 post al giorno significano in media due post all’ora, considerando le ore di veglia. Per la maggior parte degli utenti, quelli che postano due o tre volte al giorno, la differenza non si nota. E infatti la stessa X fa notare che l’80% degli account non posta praticamente mai. Per la grande massa silenziosa, il nuovo limite è invisibile.

    Ma il limite non è una soglia piatta che si raggiunge alla fine della giornata. È spezzato in finestre di mezz’ora, come specifica la stessa pagina di Help Center. In pratica, basta una raffica di risposte durante un evento dal vivo, una partita, una conferenza stampa, per consumare l’intera quota disponibile nell’arco di un’ora.

    E quando questo capita, il messaggio che si riceve non parla di abbonamento. Parla di automazione, di sospetto comportamento da bot, di richieste che il sistema considera anomale.

    In buona sostanza, la piattaforma sta dicendo agli utenti normali che il loro uso intenso, anche se perfettamente legittimo, viene trattato come traffico spam.

    Un cortocircuito comunicativo che ha generato confusione, perché molti utenti hanno pensato a un bug, a un’azione mirata contro il loro account, persino a una sanzione politica. Una confusione che ho vissuto, come dicevo prima, in prima persona.

    Domenica scorsa, 17 maggio, mentre seguivo la finale degli Internazionali di Roma vinta da Jannik Sinner, ho provato a postare un commento e mi sono ritrovato bloccato dallo stesso messaggio. Ma non ero il solo perché già nelle ore successive mi hanno scritto in tanti, preoccupati che X stesse restringendo l’uso della piattaforma a chi fa informazione.

    Non era una restrizione mirata. Era il nuovo limite che stava entrando in vigore proprio in quelle ore, mascherato da segnalazione antibot, senza alcun avviso che spiegasse cosa stesse davvero succedendo. Una stretta che resta, in ogni caso, molto discutibile nei modi e nei tempi.

    Il muro dell’abbonamento a X

    La motivazione ufficiale, quella che X mette in vetrina, parla di lotta allo spam, di tutela della stabilità tecnica, di pressione sui sistemi di infrastruttura. La pagina di Help Center parla di limiti pensati per «ridurre la pressione sui sistemi» e «minimizzare i tempi di inattività». Un linguaggio asettico, neutro, da manutenzione ordinaria.

    Ora in Italia il piano Basic di X Premium costa 3,54 euro al mese o circa 35 euro l’anno; il piano Premium completo arriva a circa 9,44 euro al mese o circa 99 euro l’anno; Premium+, dopo l’aumento di febbraio 2025 ha raggiunto i 44,85 euro euro al mese o poco meno di 445 euro l’anno.

    C’è un elemento che potrebbe aiutare a chiarire meglio la natura di questa scelta, ed è il modo in cui si lega a una distinzione che avevo già rilevato in un articolo precedente sull’algoritmo di X, quando il sistema di raccomandazione era stato riscritto con Grok e Phoenix.

    La piattaforma, in quel passaggio, aveva spostato il controllo dalle euristiche manuali a un modello di machine learning che apprende dai dati. Nessuna regola scritta che dicesse «penalizza i link esterni», ma l’effetto pratico era identico.

    Oggi succede qualcosa di simile, ma a un livello diverso. Non è più solo una questione di visibilità ridotta, è una questione di libertà di parola ridotta.

    L’abbonamento, in questa nuova geometria, non è più solo un servizio premium per chi vuole funzioni aggiuntive. Diventa una condizione strutturale per partecipare alla piattaforma con un volume normale di attività. Una cosa è offrire un’opzione a pagamento per ottenere di più, che poi nella realtà delle cose è impercettibile perché sottoposto all’algoritmo del proprietario. Un’altra è alzare un muro intorno all’uso base e chiedere un pagamento per scavalcarlo. La differenza, possiamo dirlo, è tutta lì.

    Cosa succedeva all’epoca di Twitter

    Per comprendere meglio quello che è successo, conviene tornare a com’era Twitter prima di Musk. Allora i limiti erano strumenti di gestione tecnica, non leve di tipo commerciale.

    Nei primi anni, il tetto era fissato a 1.000 “tweet” al giorno, valido per tutti gli account, verificati e non. Era una soglia che serviva a contenere il carico sui server e a scoraggiare gli abusi automatizzati.

    Poi, nel tempo, è stato alzato a 2.400 tweet (poi post) al giorno, sempre per tutti, sempre senza distinzione tra utenti paganti e non paganti.

    La verifica, allora, era un’altra cosa. Era gratuita, gestita dalla piattaforma, e serviva a certificare l’identità di personaggi pubblici, giornalisti, istituzioni. Non dava diritto a postare di più, non sbloccava nessun limite operativo, non concedeva alcuna corsia preferenziale. La spunta blu era un sigillo di autenticità, non un biglietto di accesso. La separazione tra utenti normali e utenti certificati era una questione di identità.

    Il cambio di paradigma è arrivato dopo l’acquisizione di Twitter da parte di Musk nell’ottobre 2022. Già nei primi mesi del 2023 alcuni utenti si trovavano bloccati per aver raggiunto il limite di 2.400 tweet al giorno, ma in molti casi senza nemmeno averli raggiunti, per via di problemi tecnici che colpivano una piattaforma con metà del personale licenziato.

    Pochi mesi dopo, a luglio 2023, è arrivata la stretta più clamorosa, con limiti di lettura, non di scrittura, differenziati tra account verificati e non verificati: un tetto di 10.000 post al giorno per i primi, 1.000 per i secondi, appena 500 per i nuovi account non verificati.

    Era la prima volta nella storia della piattaforma che un limite operativo veniva esplicitamente legato all’abbonamento. Prima, leggere e scrivere erano funzioni universali e gratuite.

    Da quel momento in poi, hanno iniziato a essere oggetto di tariffazione. E quello che oggi vediamo, con i 50 post originali e le 200 risposte al giorno, è la prosecuzione coerente di quella traiettoria. Solo che adesso non si tratta più di scoraggiare lo scraping. Si tratta di disegnare un’architettura in cui chi non paga viene compresso fino quasi a silenziarlo.

    Il messaggio antibot e l’ambiguità della comunicazione

    Quando un utente raggiunge il nuovo limite, il messaggio che riceve non chiarisce nulla. Non dice: «Hai superato il tuo limite di 50 post giornalieri, valutiamo insieme l’abbonamento». Dice invece: «Questa richiesta sembra essere automatizzata. Per proteggere i nostri utenti da spam e altre attività dannose, attualmente non possiamo completare questa attività. Riprova più tardi.»

    Comunica al normale utente che il suo comportamento è sospetto, e lo invita a riprovare più tardi. Senza spiegare che il «più tardi» non è una pausa tecnica, ma il riavvio di una finestra semi-oraria del nuovo limite.

    In teoria, dunque, X sta combattendo gli automatismi, ma in pratica sta trasformando ogni utente attivo in un automatismo presunto. La proporzione è quella di un sistema che, invece di profilare il bot e lasciare in pace l’utente reale, profila tutti come potenziali bot e poi offre l’abbonamento per dimostrare appunto di non essere un bot, in una logica rovesciata dove chi non paga diventa sospetto.

    La confusione generata da questo messaggio, un filtro antispam dichiarato ma che implicitamente è un muro a pagamento, è il motivo per cui in tanti hanno pensato a un bug, a una restrizione mirata, persino a un’azione contro i giornalisti.

    La realtà è più semplice e, per certi versi, più scomoda: il messaggio antibot copre una scelta commerciale. E quando la scelta commerciale viene mascherata da scelta tecnica, è lo stesso rapporto di fiducia con gli utenti a uscirne incrinato.

    L’algoritmo del proprietario e la libertà di parola a pagamento

    Resta da capire dove si colloca questa stretta nel disegno più ampio della piattaforma, e qui il quadro diventa chiaro. È il disegno che chiamo da tempo “l’algoritmo del proprietario”, quella pratica per cui le scelte tecniche di una piattaforma servono in primo luogo gli interessi strategici di chi la possiede, e solo in secondo luogo gli interessi della comunità che la usa.

    L’architettura, in questa logica, smette di essere uno spazio neutrale e diventa uno strumento di indirizzo verso il pensiero del proprietario.

    Avevo descritto questa dinamica analizzando il passaggio dell’algoritmo di X alla gestione tramite Grok, dove la penalizzazione dei link esterni passava dal codice esplicito al comportamento appreso dal modello, con la stessa logica del controllo ma in una forma più sofisticata e meno contestabile.

    Avevo poi ripreso lo stesso schema parlando delle modifiche annunciate da Nikita Bier, l’attuale responsabile prodotto di X, che lo scorso aprile aveva ridisegnato il sistema di incentivi per premiare il contenuto originale e ridurre la visibilità di chi pubblica con link esterni o reposta materiale altrui. E oggi torniamo lì, sullo stesso terreno, da un’angolazione diversa.

    Perché il limite sui post non è solo una questione di volume, è una questione di presenza del dibattito pubblico.

    Cinquanta post al giorno per chi fa informazione, per chi commenta in diretta, per chi gestisce account istituzionali, sono davvero pochi. E sono pochissimi se applicati a finestre semi-orarie.

    Una giornata di lavoro su un evento, una conferenza, una crisi politica, può consumare l’intera quota in mezza mattinata, e da quel momento in poi quel professionista esiste meno sulla piattaforma, esiste a singhiozzo, esiste poi solo se decide di pagare.

    Va detto, e questo precisato con onestà, che X non è l’unica piattaforma a praticare logiche di monetizzazione spinta. Meta sta seguendo strade analoghe, anche se per ora con muri a pagamento meno aggressivi. .

    Ma X, con questa stretta, è andato oltre. Infatti, ha trasformato la quota di parola in una tariffa. E lo ha fatto in maniera silenziosa, senza un comunicato, senza una spiegazione.

    Cosa significa davvero questo nuovo limite

    La categoria più colpita dalla stretta, lo si capisce subito, è quella dei professionisti dell’informazione, di chi usa X per informare condividendo notizie.

    L’effetto è un impatto diretto sulla libertà di espressione per quei giornalisti non Premium che usano X per fare cronaca dal vivo da un’aula di tribunale, da un’assemblea parlamentare, da una manifestazione. 50 post al giorno sono una soglia che non regge a una giornata di copertura intensa.

    Lo stesso vale per i divulgatori, per i ricercatori che usano X come strumento di lavoro, per i piccoli editori indipendenti che hanno scelto la piattaforma come canale principale di distribuzione.

    C’è poi una questione più ampia, che riguarda il pluralismo dell’informazione.

    Quando una piattaforma usata da centinaia di milioni di persone come spazio di discussione pubblica decide di legare il volume di parola al portafoglio, sta producendo un effetto che non è solo tecnico.

    C’è poi una questione che riguarda direttamente l’Europa. La Commissione UE ha già multato X per 120 milioni di euro lo scorso dicembre, prima sanzione della storia ai sensi del Digital Services Act. Una delle violazioni contestate riguardava proprio il sistema della spunta blu, considerato un design ingannevole perché lega un simbolo di affidabilità a un servizio a pagamento.

    Oggi, con la riduzione dei post per chi non paga, quel principio si estende ulteriormente. La spunta non è più solo una questione di credibilità apparente, è anche una questione di “volume di parola”. E questo, sul piano della trasparenza degli obblighi del DSA, potrebbe diventare un altro terreno di scontro tra Bruxelles e Musk.

    X e la trasformazione sempre più netta

    Quando Twitter è nato ormai 20 anni fa, nel 2006, l’idea era semplice . Era una piazza pubblica dove chiunque, con un account gratuito, poteva dire la sua nello stesso spazio in cui parlavano capi di Stato, premi Nobel, giornalisti, attivisti.

    L’unico vincolo erano i famosi 140 caratteri, poi diventati 280. Quel modello, nel bene e nel male, ha disegnato una stagione della comunicazione online. La stagione in cui la parola digitale era democratica by default.

    Quella stagione, oggi, possiamo dirlo, è finita. E su X tutto questo è ancora più evidente.

    Prima è stata la spunta blu trasformata in abbonamento; poi sono arrivati i limiti di lettura per chi non paga; poi le penalizzazioni per i link esterni, prima esplicite, poi implicite nel modello di Grok.

    Resta da vedere fino a che punto questa monetizzazione spinta potrà reggere prima di erodere il valore stesso della piattaforma, che dovrebbe essere quello dell’ascolto, del confronto, della relazione. Ormai tutti questi possiamo considerarli valori del passato. Vedremo cosa succederà.

  • Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Meta lancia Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI. I messaggi non vengono salvati sui server, scompaiono alla chiusura della sessione e non possono essere letti né da Meta né da WhatsApp.

    L’annuncio è stato dato da Mark Zucherberg sulle sue piattaforme, presentando la nuova funzionalità come il primo importante prodotto di IA senza registro delle conversazioni e come tassello centrale della concetto, a lui molto caro, di superintelligenza personale.

    Non si tratta solo una nuova funzione di WhatsApp e dell’app Meta AI. Ma è il modo con cui Meta prova a rispondere a una delle obiezioni più frequenti che le persone fanno quando si parla di assistenti basati sull’intelligenza artificiale.

    E cioè: cosa succede a quello che racconto a questi sistemi? Chi può leggerlo? Per quanto tempo resta archiviato da qualche parte?

    La risposta arriva sotto forma di una nuova modalità di conversazione che Meta chiama “Incognito Chat” con Meta AI. Sarebbero quindi delle vere chat in incognito con la IA.

    Come detto in apertura, l’annuncio di oggi un tassello che si inserisce dentro la strategia della superintelligenza personale di Meta, quella visione di un assistente che ci conosce a fondo che si ricollega proprio a Muse Spark lanciato lo scorso aprile. E proprio in quel disegno questa novità trova il suo posto.

    Le chat in incognito con la IA e le parole di Zuckerberg

    «Oggi iniziamo a implementare Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI: un modo completamente privato per interagire con l’IA, in modo simile a come la crittografia end-to-end impedisce a chiunque, persino a Meta o WhatsApp, di leggere le tue conversazioni. Questo è il primo importante prodotto di IA in cui non viene memorizzato alcun registro delle conversazioni sui server».

    Due i punti su cui soffermarsi in relazione alle parole di Zuckerberg.

    Il primo è il paragone diretto con la crittografia end-to-end, quella tecnologia che da anni protegge i messaggi tra persone su WhatsApp. Il secondo è la promessa che sui server di Meta non resta alcun registro delle conversazioni.

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l'intelligenza artificiale

    È una dichiarazione netta, soprattutto se confrontata con quello che succede oggi con la maggior parte degli assistenti AI, dove le conversazioni restano archiviate per mesi e in molti casi vengono usate anche per migliorare i modelli.

    E Zuckerberg insiste proprio su questo confronto:

    «Le conversazioni sul tuo telefono scompaiono anche quando esci dalla sessione. Questo è diverso da altri prodotti di IA a scomparsa, in cui i registri delle conversazioni spesso rimangono sui server di altre aziende per molti mesi».

    La superintelligenza personale e lo spazio privato

    «Per ottenere il massimo dalla superintelligenza personale, avremo tutti bisogno di modi per discutere di argomenti sensibili in modo che nessun altro possa accedervi. Sono orgoglioso che MSL sia il primo laboratorio a fornire un’IA privata».

    La superintelligenza personale, nella visione che Zuckerberg ha pubblicato a luglio 2025 con il post Personal Superintelligence for Everyone, non è un sistema che automatizza il lavoro umano. È un compagno che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi e prova ad aiutarci a raggiungerli.

    Come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, questa visione si appoggia su un vantaggio strutturale che nessun concorrente può replicare: 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.

    Ma un assistente che ci conosce profondamente ha senso solo se può sentirsi raccontare cose che a chiunque altro non racconteremmo. Salute, soldi, lavoro, relazioni. E qui il problema diventa scomodo. Più l’assistente sa di noi, più diventa utile, ma anche più diventa rischioso che quei dati possano essere visti da qualcun altro.

    Incognito Chat- la modalità di chat in incognito con la IA – è la risposta di Meta a questo cortocircuito: uno spazio in cui parlare con l’IA, anche di temi sensibili, sapendo che la conversazione, una volta abbandonata, si chiude lì.

    Come funziona il Trusted Execution Environment

    «Incognito Chat gestisce tutte le inferenze dell’IA in un ambiente di esecuzione affidabile (Trusted Execution Environment) che garantisce che i tuoi messaggi non siano accessibili a noi».

    Proviamo a tradurlo in maniera semplice. Quando l’utente scrive un messaggio in modalità incognito, quel messaggio viaggia cifrato fino a un ambiente isolato dentro il cloud. Un ambiente che funziona dentro processori specializzati di AMD e NVIDIA progettati apposta per essere inaccessibili anche da chi gestisce i server.

    L’intelligenza artificiale elabora la richiesta dentro questa specie di stanza chiusa, genera la risposta, e poi tutto viene cancellato. Niente registri, niente copie di backup, niente accesso da parte di operatori umani.

    È la tecnologia che Meta chiama Private Processing, presentata per la prima volta a LlamaCon nell’aprile del 2025 e poi aggiornata a marzo del 2026. Su WhatsApp era già usata per funzioni più semplici, come i riassunti automatici delle conversazioni. Oggi alimenta una vera modalità privata di conversazione con l’assistente.

    Cosa si può fare e cosa no nella modalità di cha in incognito con la IA

    La funzione si attiverà su WhatsApp con una nuova icona dedicata nella chat uno a uno con Meta AI. E arriverà nei prossimi mesi anche sull’app standalone Meta AI, quella che si scarica separatamente. Quindi non riguarda solo WhatsApp, ma il rollout parte da lì.

    Ci sono però alcuni limiti pratici da conoscere. In modalità incognito si può solo scrivere e ricevere risposte di testo. Non si possono caricare immagini, non si possono generare immagini, non si possono fare conversazioni vocali.

    La sessione si chiude da sola anche bloccando il telefono o uscendo dall’app, e l’assistente perde il contesto di quello che è stato detto. Inoltre Meta chiede di confermare l’età, perché i minori di 13 anni non sono ammessi sulle sue piattaforme. E come nella modalità standard restano attivi i filtri di sicurezza che impediscono all’assistente di rispondere su temi pericolosi.

    Un rollout graduale e tutto da osservare in UE

    Sulla disponibilità è bene essere precisi. Meta dichiara apertamente che il rilascio è graduale e che la disponibilità varia in base all’account e alla regione geografica. Al lancio alcuni Paesi sono esclusi, come l’India.

    Per quanto riguarda l’Unione Europea, al momento non c’è una conferma esplicita di esclusione dal lancio iniziale, ma sappiamo bene che Meta procede sempre con maggiore cautela qui in UE, per via del quadro normativo del GDPR e del DSA. Resta da vedere in quali Paesi UE la funzione comparirà nelle WhatsApp degli utenti nelle prossime settimane.

    Da ricordare che la nuova funzionalità non si attiva tutta insieme per tutti, ma viene distribuita progressivamente. Anche dentro lo stesso Paese, alcune persone la vedranno prima di altre.

    I nuovi progetti attorno a Meta AI

    Incognito Chat arriva dentro una stagione di annunci di Meta sull’intelligenza artificiale che sta caratterizzando proprio queste settimane.

    A inizio aprile, come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, Meta ha lanciato il primo modello sviluppato dal nuovo Meta Superintelligence Labs guidato da Alexandr Wang. Ed è proprio quel laboratorio, MSL, che Zuckerberg cita nel suo post come il primo a fornire un’IA privata.

    A questo si è aggiunto un altro fronte, quello dedicato ai più giovani. Lo scorso 23 aprile Meta ha annunciato nuovi strumenti per i genitori, che adesso possono vedere su Facebook, Messenger e Instagram i temi generali di cui i loro figli adolescenti hanno parlato con Meta AI nell’ultima settimana. La funzionalità è già attiva anche in Italia.

    E il 5 maggio Meta ha annunciato l’espansione delle protezioni Teen Account su Instagram nei 27 Paesi dell’Unione Europea e in Brasile, con un sistema di intelligenza artificiale che individua automaticamente gli utenti che potrebbero essere minorenni.

    Meta ha già anticipato che dopo Incognito Chat arriverà Side Chat con Meta AI, una funzione che permetterà di rivolgersi all’assistente direttamente all’interno delle conversazioni private con altre persone, senza che gli altri partecipanti vedano la richiesta. Anche questa basata sull’infrastruttura di Private Processing.

    Cosa resta da capire

    Alla fine possiamo dire che questa funzionalità di Incognito Chat Meta proverà a costruire le condizioni per la sua superintelligenza personale. Senza uno spazio davvero privato, l’assistente che ci conosce profondamente resta una promessa difficile da mantenere. E a queste condizioni, così come le abbiamo viste qui, la promessa prova a diventare prodotto.

    Staremo a vedere come si svilupperà nelle prossime settimane, come sempre.

  • Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Instagram lancia Instants, nuova app per foto effimere senza filtri, partendo da Italia e Spagna. È l’ennesimo tentativo di Meta di sfidare Snapchat dopo oltre dieci anni di tentativi falliti.

    Cambia il mondo, ma a distanza di 10 anni Mark Zuckerberg resta ancora in fissa con Snapchat.

    E come già visto in passato, pur di riuscire a riproporre una funzionalità sulla sua piattaforma, ecco che la copia, la integra nelle sue app principali.

    È una strategia che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, sempre con lo stesso obiettivo sullo sfondo e, soprattutto, con lo stesso bersaglio. Ovvero, Snapchat.

    E seguendo questa stessa logica ecco che arriva Instants, la nuova app stand-alone che Instagram ha lanciato ieri, 23 aprile 2026.

    E si tratta di un test di un’app che parte da due paesi nello specifico, ossia Italia e Spagna.

    Una volta aperta, l’app si apre sulla fotocamera e permette di inviare foto che scompaiono dopo una singola visualizzazione, promettendo una condivisione senza ritocchi.

    Promette quasi esattamente quello che già promette Snapchat dal 2011.

    Ma a guardar bene, è una modalità che ricorda molto anche BeReal, non so se la ricordate ancora.

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall'Italia e dalla Spagna
    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Instants, condivisione effimera senza filtri

    L’app Instants promette di condividere momenti reali senza alcun tipo di modifica. Niente filtri, niente ritocchi, una foto che la persona a cui la inviate può vederla una sola volta prima che poi sparisca.

    L’immagine, infatti, resta disponibile per 24 ore, poi sparisce definitivamente. L’idea, almeno nelle intenzioni, è quella di spingere una condivisione più grezza, meno strutturata, più vicina alla conversazione quotidiana che al post costruito per il feed.

    Nulla di originale, sia chiaro, lo si ricordava anche prima.

    Il funzionamento è costruito per impedire quasi ogni forma di editing. Una foto si scatta con un solo tocco, non è possibile caricare immagini dalla galleria del telefono, si può usare esclusivamente la fotocamera interna dell’app.

    L’unica modifica permessa è l’aggiunta di testo sopra l’immagine. Tutto il resto è precluso. La condivisione, poi, avviene con i propri follower o con la lista “Amici più Stretti” e le liste sono sincronizzate tra le due app, quindi non va ricostruita da zero la propria cerchia.

    Meta ha accompagnato il lancio con una dichiarazione: «Per dare alle persone modi a bassa pressione per connettersi con gli amici, stiamo testando un’app chiamata Instants per condividere foto e video casuali nel momento. Stiamo esplorando più versioni di Instants per vedere cosa piace, e ascolteremo la nostra comunità.»

    Il linguaggio insomma è quello del test aperto, non del lancio definitivo.

    Tanto per essere più precisi, Instants non nasce dal nulla, ma è la versione rinominata e resa autonoma di Shots, la funzione che Meta aveva provato dentro Instagram nel 2025.

    Shots aveva le stesse caratteristiche di Instants, quindi nessun filtro, una sola visualizzazione e poi l’immagine spariva. Funzionava, ma funzionava dentro un’app che ormai è percepita come vetrina e non come spazio di conversazione privata. E quindi, adesso, il tentativo è quello di estrarla dal contesto in cui era nata e darle una vita propria.

    Perché il test di Instants parte dall’Italia e dalla Spagna

    Il fatto che l’esperimento cominci in Italia e in Spagna non è casuale. Si tratta di due mercati europei di dimensione intermedia, con un uso molto intenso dei social media e con un pubblico giovane relativamente attivo su piattaforme di condivisione visual.

    Sono mercati, possiamo dirlo, abbastanza reattivi per offrire dati significativi su test come questi, ma non così centrali da rendere un fallimento irreparabile sul piano reputazionale.

    C’è da aggiungere poi che Snapchat, in Italia e in Spagna, non ha mai davvero sfondato. La sua penetrazione in questi paesi è storicamente inferiore rispetto agli Stati Uniti o al Regno Unito, dove invece è radicato soprattutto tra il pubblico adolescente.

    Partire da questi due paesi significa, in pratica, provare il prodotto su un terreno dove il concorrente principale è più debole e dove i più giovani tendono a usare Instagram e WhatsApp come strumenti primari di conversazione privata e visual.

    Va detto, poi, che l’Italia e la Spagna condividono anche una caratteristica demografica e culturale che Meta conosce bene: un uso molto diffuso di Instagram come infrastruttura di messaggistica informale, ben oltre la funzione originaria di vetrina. In questo senso, Instants si innesta su un’abitudine già consolidata, provando a strutturarla con un’app dedicata.

    L’identità agganciata a Instagram e il nodo dei più giovani

    Instants eredita il grafo sociale di Instagram, ovvero la rete dei contatti che abbiamo già costruito sull’app madre. Da un lato, questo aiuta il lancio, perché non richiede all’utente di ricostruire la propria cerchia di amici da zero, come ricordavamo prima.

    Dall’altro, però, si porta dietro proprio quello che i più giovani cercano di evitare quando usano Snapchat, ossia mescolare la conversazione privata e l’identità pubblica.

    Snapchat ha avuto successo, in fondo, anche per questa ragione. È stato percepito come uno spazio separato, dove la propria identità non era il profilo costruito, ma un luogo più leggero in cui parlare con pochi amici selezionati.

    Instants, invece, entra in scena con il profilo Instagram già addosso. E questo, per molti adolescenti, potrebbe rivelarsi un problema più che una soluzione.

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall'Italia e dalla Spagna
    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    La vecchia ossessione di Zuckerberg contro Evan Spiegel

    Per capire perché Meta insista, dopo oltre dieci anni, su questo stesso terreno, bisogna tornare indietro al 2013.

    In quell’anno, come riportato dal Wall Street Journal, Mark Zuckerberg offrì tre miliardi di dollari per comprare Snapchat. Evan Spiegel, l’allora giovane CEO dell’azienda, rifiutò. Spiegel ha raccontato in seguito che Zuckerberg, di fronte al no, sembrò prendere la cosa sul piano personale.

    Da quel momento, Meta ha provato sistematicamente a erodere il territorio di Snap con una serie di cloni e varianti. È arrivato Poke, app stand-alone lanciata sempre nel 2013 e chiusa diciassette mesi dopo. È arrivato Slingshot, provato nel 2014 e spento dopo soli sei mesi. Sono arrivati i Quick Updates di Facebook nel 2016, pensati per spingere la condivisione rapida. Nessuno di questi esperimenti ha mai davvero funzionato.

    L’unica eccezione, come ricorderete, sono state le Stories di Instagram, lanciate nel 2016 con una formula di scadenza a ventiquattro ore che ricalcava in modo piuttosto evidente il formato di Snapchat. Quelle hanno funzionato, eccome.

    E hanno finito per rallentare la crescita di Snap per anni, diventando una parte centrale dell’esperienza di Instagram. Ma il punto è proprio questo, le Stories su Instagram hanno funzionato perché integrate nell’app principale, non perché lanciate come prodotto separato.

    Perché Meta rilancia proprio adesso

    Ma perché Meta sceglie di muoversi di nuovo in questo modo, e soprattutto, perché lo sceglie proprio adesso?

    La risposta più plausibile ha a che fare con lo stato di salute dell’avversario. Snap, la società madre di Snapchat, sta attraversando una fase decisamente difficile. La crescita della piattaforma si è fermata e in alcuni mercati è addirittura arretrata. A inizio aprile di quest’anno, Snap ha annunciato il licenziamento del 16% della sua forza lavoro e il CFO si è dimesso.

    In un quadro del genere, Meta vede un’opportunità.

    Se Snap è costretta a ridurre gli investimenti in promozione e a concentrare le risorse sul lancio dei suoi occhiali in realtà aumentata, ci sono mercati in cui la competizione si fa meno aggressiva. E in quei mercati, una nuova app che replica le stesse funzioni con dietro la potenza di fuoco di Meta potrebbe trovare uno spazio che altrimenti non avrebbe avuto.

    Italia e Spagna, da questo punto di vista, sono anche un campo di prova ideale, perché Snap è storicamente meno presente.

    Criticabile, ovviamente, ma va vista anche come una mossa di pressione competitiva. Meta non deve vincere dappertutto. In realtà, alla società di Zuckerberg basta rubare quote in quei paesi in cui Snap non è ancora radicato, o in quelli in cui sta perdendo terreno, per indebolire ulteriormente un concorrente già in difficoltà.

    Un tempismo che arriva forse troppo tardi

    Altra considerazione, restando sul tempismo, va fatta.

    L’onda della condivisione non filtrata, autentica, a bassa pressione, ha avuto il suo momento di grande popolarità qualche anno fa con BeReal, evocata prima. L’app francese che a un certo punto sembrava destinata a ridefinire il modo in cui i più giovani usano i social. Oggi, quella popolarità si è nettamente ridimensionata e BeReal non è più l’app che prometteva di diventare.

    Il punto è che Instants si inserisce in uno spazio che non è più in crescita come lo era due o tre anni fa. E qui entra in gioco un secondo problema, ancora più sostanziale: molti utenti, per la condivisione rapida e informale, usano già le Stories di Instagram.

    Sono utenti che hanno cioè uno strumento integrato nell’app principale che copre buona parte del bisogno a cui Instants risponde. Perché mai dovrebbero scaricare e gestire un’altra app?

    In teoria, Instants promette qualcosa di diverso dalle Stories, cioè la condivisione uno-a-uno o a piccoli gruppi senza pubblicazione sul feed pubblico.

    In pratica, però, per quella funzione esistono già i messaggi diretti di Instagram, WhatsApp, Messenger. Lo stesso bisogno è coperto, magari in modo meno elegante, da strumenti che l’utente ha già installati e aperti decine di volte al giorno.

    La storia dei cloni Meta e cosa ci dice davvero

    Se guardiamo la sequenza degli esperimenti Meta in chiave anti-Snapchat, il dato più interessante non sono i singoli tentativi, ma la continuità. Zuckerberg non ha mai smesso.

    Per oltre un decennio, la sua azienda ha dedicato risorse, tempo e ingegneri a un obiettivo che dal punto di vista industriale è marginale, perché Snap non è mai stato un concorrente diretto di Facebook o di Instagram. Lo è solo parzialmente, e solo su un segmento specifico di pubblico, quello più giovane.

    Eppure la persistenza è lì, visibile.

    Per Meta non si tratta solo di difendere il proprio mercato, ma di erodere quello degli altri fino a renderlo non più difendibile. Una cosa è costruire un prodotto migliore, un’altra è costruire tanti prodotti simili nella speranza che almeno uno attecchisca. Sono due strategie diverse, e quella che vediamo applicata qui è la seconda.

    Resta da vedere se Instants avrà un destino diverso dai suoi predecessori. La storia, in questo caso, suggerisce di no.

    Le app stand-alone di Meta pensate per sfidare Snapchat hanno quasi sempre fallito, e quando hanno avuto successo è stato perché integrate in un prodotto già esistente. Instants ripete esattamente lo schema che finora non ha pagato.

    La partita vera si gioca sugli occhiali connessi e IA

    Mentre Meta lancia l’ennesimo clone di Snapchat, il terreno vero dello scontro si è spostato altrove.

    Snap sta puntando tutto sui suoi occhiali in realtà aumentata, in arrivo nel 2026. Meta, dal canto suo, sta investendo pesantemente sull’intelligenza artificiale e su nuove infrastrutture, con il ventottesimo data center statunitense appena avviato.

    Le foto effimere, in questo scenario, sono quasi un campo di battaglia residuale.

    E allora la domanda è se valga davvero la pena, per Meta, insistere su un prodotto che probabilmente non cambierà gli equilibri di mercato. La risposta, forse, ha meno a che fare con la logica industriale e più con una dinamica che Meta ha costruito nel tempo. Quando un concorrente si indebolisce, allora ecco che si colpisce. Anche con un’app che, probabilmente, non verrà ricordata più tra qualche anno.

    In buona sostanza, un’azienda che controlla le principali app di messaggistica e social media del pianeta può permettersi di lanciare un prodotto derivativo dopo l’altro, finché uno non funziona. Ecco, chi non ha quelle dimensioni, semplicemente, non può.

    E questo è un aspetto del mercato digitale su cui, prima o poi, toccherà tornare. Il fatto che il primo banco di prova sia l’Italia ci riguarda da vicino, e ci offre una buona occasione per osservare la vicenda direttamente.

    Staremo a vedere, come sempre.

  • X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X lancia le Timeline Personalizzate, una nuova scheda della Home che si aggiunge a “Seguiti” e “Per Te”. La funzione è disponibile in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS ed è alimentata da Grok. E arriva la chiusura, dal 6 maggio, di X Communities.

    X ha annunciato alcune novità e lo fa presentandole come se fossero conquiste dell’utente, come restituzione di maggiore controllo e come un atto di personalizzazione finalmente possibile.

    Gli annunci sono arrivati direttamente da Nikita Bier, responsabile di prodotto della piattaforma, con un tono entusiasta. Ma ciò che cambia, nel concreto, è qualcosa di più sottile di quanto possa apparire.

    Partiamo con la prima e importante novità. Le Timeline Personalizzate sono una nuova scheda che si aggiungerà a “Seguiti” e “Per Te” nella Home di X. L’utente potrà fissare un argomento specifico, scegliendolo tra oltre 75 categorie disponibili, e ottenere un feed dedicato a quel tema.

    Arte, finanza, sport, tecnologia, criptovalute, una volta scelto, la piattaforma genera un flusso di contenuti attorno a un singolo soggetto, calibrato sulle abitudini di interazione di ciascun utente.

    Funziona meglio, spiega Bier, su argomenti con cui l’utente è già solito interagire. Il limite tecnico è fissato a dieci argomenti selezionabili contemporaneamente sulla scheda Home, tra topic e liste.

    E qui arriviamo al punto interessante, perché quello che X sta costruendo non è semplicemente un filtro tematico, ma qualcosa di più.

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    Grok al centro di tutto, ancora una volta

    Come già raccontato, analizzando come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026, a gennaio di quest’anno la piattaforma aveva reso pubblico su GitHub il codice sorgente del nuovo algoritmo, scritto in Rust e Python, con Grok come cuore pulsante di tutto il sistema di raccomandazione.

    Quello era già un cambiamento radicale rispetto all’architettura precedente: non più regole manuali fisse, ma un modello di deep learning che analizza oltre 100 milioni di contenuti al giorno e li abbina agli interessi degli utenti in tempo reale.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, si inseriscono nella stessa logica, ma aggiungono un elemento nuovo. E cioè la dichiarazione esplicita dell’utente.

    Quindi, non è più solo Grok a dedurre cosa ti interessa dal tuo comportamento passato, ora è l’utente a dire a Grok cosa vuole vedere nella propria timeline. Grok legge ogni post pubblicato sulla piattaforma, lo classifica per argomento e costruisce il feed in base a quella selezione, combinandola con i segnali di personalizzazione già in uso.

    Un portavoce di X ha precisato che il sistema non si basa su parole chiave o hashtag, ma sulla comprensione semantica del contenuto da parte del modello.

    In teoria, è un passo verso la trasparenza e il controllo, nella pratica, rimane un sistema in cui l’intelligenza artificiale decide cosa effettivamente rientra in quell’argomento, come lo interpreta, quanto peso dare ai contenuti di utenti che non segui rispetto a quelli che segui. La lista dei 75 argomenti è fissa e l’utente sceglie dentro un catalogo predefinito.

    Va detto che anche sul fronte della novità in sé, il concetto non è del tutto inedito.

    Già nel 2019 Twitter aveva sperimentato timeline tematiche scorrevoli affiancate al feed principale. Ma Bier, ignorando volutamente il passato, presenta le Timeline Personalizzate come se fossero “uno dei cambiamenti più grandi” nella storia recente della piattaforma. Ma l’idea di feed paralleli governati per argomento è qualcosa su cui Twitter aveva già ragionato anni fa, senza allora affidarsi a un’intelligenza artificiale proprietaria per la selezione.

    Bier e il compito di riportare gli utenti a fidarsi di X

    Forse non tutti sanno che Nikita Bier è stato il fondatore di Gas e TBH, due app social costruite attorno a meccanismi di positività e connessione tra adolescenti, entrambe diventate virali in breve tempo. Gas, in particolare, aveva raggiunto il primo posto negli store americani prima di essere acquisita da Discord. Il suo approccio al prodotto è sempre stato centrato sul coinvolgimento emotivo, sulla rilevanza immediata, sulla capacità di dare all’utente la sensazione di contare.

    Poi, Bier è entrato in X a fine giugno 2025, dopo anni in cui aveva chiesto pubblicamente a Musk di assumerlo. Il suo primo aggiornamento pubblico, ad agosto 2025, parlava di download raddoppiati da quando aveva preso la guida del prodotto e di una timeline “sul punto di fare un salto di qualità”. Quello che stiamo vedendo oggi, con le Timeline Personalizzate, è probabilmente il risultato più visibile di quell’impegno.

    Ma Bier non è arrivato a X in un momento qualsiasi. È arrivato nel mezzo di una trasformazione profonda della piattaforma: l’algoritmo affidato interamente a Grok, la fusione con xAI, la moltiplicazione dei casi di deepfake sessualizzati generati proprio da Grok, le indagini europee, la multa da 120 milioni di euro per violazioni del DSA. In questo contesto, il suo compito non è solo migliorare il prodotto, è anche far tornare gli utenti a fidarsi della piattaforma. Impresa davvero molto complicata.

    Da “Per Te” alle Timeline Personalizzate

    Per capire dove siamo arrivati, vale la pena ripercorrere brevemente la sequenza.

    A ottobre 2025 Musk aveva annunciato che entro fine novembre tutte le euristiche manuali sarebbero state eliminate, lasciando Grok come unico responsabile delle raccomandazioni.

    A gennaio 2026, il codice era pubblico su GitHub e l’algoritmo era già completamente AI-driven.

    A febbraio 2026, X aveva introdotto i Filtri per Argomento per il feed “Per Te”: una prima versione, più semplice, che permetteva agli utenti iOS negli Stati Uniti e in Canada di selezionare macrocategorie come Politica, Sport, Crypto, AI, per filtrare temporaneamente il feed. Un meccanismo che si azzerava dopo 20 minuti.

    Oggi le Timeline Personalizzate sono qualcosa di diverso e di più strutturato. Non filtrano il feed esistente, ma creano una scheda dedicata, permanente, che affianca le due già presenti. L’utente la troverà lì, ogni volta che apre l’app. E la logica che la governa non è un semplice tag tematico, ma la comprensione del contenuto da parte di Grok, incrociata con lo storico delle interazioni dell’utente.

    Non siamo più di fronte a un filtro temporaneo, ma a una architettura del feed che si diversifica in modo permanente. Ognuno, in teoria, con la propria X.

    X Communities chiude il 6 maggio

    Di fianco all’annuncio del lancio delle Timeline Personalizzate, c’è anche quello che annuncia la chiusura definitiva di X Communities, fissata per il 6 maggio prossimo, motivandola con un “uso in calo”.

    Appena due anni fa, nel marzo 2024, X stessa riportava che il tempo speso nelle Communities era cresciuto del 600% su base annua, con 650.000 post pubblicati ogni giorno al loro interno. L’allora CEO Linda Yaccarino aveva fatto di Communities una delle leve centrali della strategia di engagement della piattaforma.

    Oggi, con Yaccarino fuori dai giochi ormai da tempo e con Bier a guidare il prodotto, quella stessa funzione viene dismessa come se fosse una cosa da eliminare, infatti.

    Le Communities erano uno spazio orizzontale, in cui i contenuti erano in mano agli utenti. Erano gli stessi utenti a creare gruppi tematici, a moderarli, a decidere chi poteva partecipare e cosa si poteva condividere.

    Le Timeline Personalizzate prendono lo stesso bisogno, quello di organizzare le conversazioni per argomento, e lo ribaltano completamente: l’utente sceglie il tema, ma la cura del contenuto la fa Grok. Adesso è l’intelligenza artificiale proprietaria che legge, classifica e seleziona.

    È anche questa una manifestazione concreta di quello che intendo quando parlo di algoritmo del proprietario. Il potere di decidere quali contenuti rientrano in un argomento, quali vengono amplificati e quali restano marginali, si sposta dagli utenti al proprietario della piattaforma, attraverso la sua IA.

    La personalizzazione del contenuto come strategia

    Con il termine “algoritmo del proprietario” le piattaforme social non costruiscono i loro sistemi di raccomandazione per seguire gli interessi degli utenti, ma per servire gli interessi strategici del proprietario della piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario decide chi viene amplificato, quali contenuti sono più rafforzati, quali argomenti dominano la conversazione.

    Le Timeline Personalizzate non cambiano questa logica di fondo, ma la rendono più sofisticata.

    Da una parte, offrono all’utente qualcosa di reale, vale a dire la possibilità di costruire un feed tematico senza dover curarsi di seguire account specifici.

    Dall’altra, concentrano ulteriormente il potere di classificazione del contenuto nelle mani di Grok, che è un modello sviluppato da xAI, la società di Musk, che gestisce l’algoritmo dell’intera piattaforma.

    È quindi lecito chiedersi, funzionerà davvero? E chi decide cosa rientra nell’argomento che hai scelto?

    Va poi considerato che in ogni Timeline Personalizzata, la seconda posizione del feed è riservata a un annuncio pubblicitario. Non ad un post organico, non un contenuto selezionato da Grok sulla base del topic, ma un contenuto promosso da un inserzionista.

    Le Timeline Personalizzate, detto senza giri di parole, non sono solo una funzione di personalizzazione, sono anche un nuovo spazio pubblicitario. E arrivano in una fase in cui il business pubblicitario di X, secondo diverse stime, continua a faticare rispetto al periodo pre-acquisizione.

    Immagine che mostra come si presentano le Timeline Personalizzate

    La personalizzazione come argomento di vendita

    Al momento del lancio, le Timeline Personalizzate sono disponibili in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS. Vi hanno accesso tutti i livelli di abbonamento Premium. Android arriverà presto, ha detto Bier nel suo annuncio, senza indicare una data.

    Non è stato precisato quando la funzione sarà disponibile per gli utenti non abbonati, e non è detto che lo diventi, almeno non con le stesse caratteristiche. Il modello di X, ormai consolidato, è quello di usare le funzionalità avanzate come leva di conversione verso gli abbonamenti.

    Va detto che il lancio si inserisce in una fase in cui X sta cercando di tornare attrattiva per gli inserzionisti e di aumentare il tempo di permanenza degli utenti. Bier ha parlato di mesi di lavoro su questa funzione. I download della piattaforma sono, secondo le sue stesse parole, raddoppiati da quando ha preso la guida del prodotto.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, rappresentano un argomento di vendita, non uno strumento pensato prima di tutto per l’esperienza dell’utente. E il fatto che la seconda posizione di ogni feed sia occupata da una pubblicità rende questa lettura difficile da ignorare.

    Parallelamente, ricordiamo che nelle ultime settimane X ha rilasciato anche un aggiornamento di Grok come editor fotografico, con strumenti di sfocatura dei volti e modifiche tramite comandi testuali, pensato anche per rispondere alle critiche sui deepfake sessualizzati che avevano travolto la piattaforma a inizio 2026.

    E a gennaio erano arrivati gli Smart Cashtags, che integrano dati in tempo reale su azioni e criptovalute direttamente nei post. Il quadro che emerge è quello di una piattaforma che sta costruendo, funzione dopo funzione, un ecosistema sempre più chiuso e autosufficiente, dove tutto passa per Grok.

    Ecco, questo era una considerazione che andava fatta alla luce di queste novità che disegnano sempre più un maniera chiara quale sia il volto vero di X. Vale a dire un allontanamento sempre più marcato di ciò che rappresentava Twitter e un avvicinamento sempre più evidente di cosa Musk intendeva realizzare quando parlava di “everything app”.

    E quindi X che diventa una app dove gli utenti possano fare davvero la qualsiasi cosa, e presto anche acquisti e transazioni finanziarie. Ma sempre tutto nelle mani di Grok, l’IA di casa xAI che assume sempre più un ruolo di primo piano all’interno di questa mega app.

    Gli utenti quindi avranno sempre più la consapevolezza di entrare in un contesto sempre più chiuso, sempre più autosufficiente. Un luogo dove sarà sempre più complicato smontare le idee del proprietario della piattaforma.

  • Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Una lettera di Apple, inviata a tre senatori Usa, ha rivelato che più volte gli aggiornamenti dell’app Grok di xAI furono respinti, arrivando a minacciare la rimozione dall’App Store.

    Certamente ricorderete quando tra la fine di dicembre 2025 e gennaio di quest’anno esplose lo scandalo Grok, l’app di xAI. Parliamo sempre del raggio di azione di Elon Musk. Ricorderete che quell’app permetteva a tutti, attraverso un testo condiviso su X, quindi in pubblico, di modificare immagini. Una funzionalità che ha finito per generare un fenomeno di deepfake a sfondo sessuale a livello globale.

    Ebbene, a distanza di tre mesi se ne torna a parlare perché NBC, in via esclusiva, in relazione alla lettera che tre senatori Usa avevano indirizzato a Apple e Google, chiedendo di rimuovere Grok dai rispettivi app market, ha avuto modo di visualizzare cosa Apple aveva risposto ai senatori.

    In pratica, il 9 gennaio 2026, i senatori Ron Wyden, Ben Ray Luján ed Edward Markey avevano scritto a Tim Cook e Sundar Pichai chiedendo la rimozione immediata delle app X e Grok dagli store.

    I senatori accusavano Grok di generare immagini sessuali non consensuali di donne e bambini, e Musk di aver incoraggiato il fenomeno reagendo con emoji di risate. La scadenza era fissata al 23 gennaio per una risposta scritta.

    E in effetti, senza che nessuno ne sapesse nulla, e si è scoperto grazie alla NBC, Cupertino aveva risposto.

    Il passaggio chiave della lettera recita: «Apple ha esaminato le successive modifiche degli sviluppatori e ha determinato che X aveva sostanzialmente risolto le proprie violazioni, ma l’app Grok rimaneva non conforme. Di conseguenza, abbiamo respinto la modifiche di Grok e notificato allo sviluppatore che sarebbero state necessarie ulteriori modifiche per rimediare alla violazione, oppure l’app avrebbe potuto essere rimossa dall’App Store.».

    In buona sostanza, Apple aveva bocciato i primi tentativi di xAI di sistemare il problema, giudicandoli però insufficienti. Solo dopo ulteriori modifiche ha approvato la versione aggiornata, definendola «sostanzialmente migliorata». Ma la minaccia di rimozione era stata formalizzata.

    Apple e la minaccia di rimuovere l'app Grok di xAI
    Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Come si arrivò a quel punto

    Per chi ha seguito questa vicenda su InTime Blog, il contesto è abbastanza chiaro.

    Come ricordato in apertura, tra il 25 dicembre 2025 e l’8 gennaio 2026, Grok ha generato circa 4,6 milioni di immagini, di cui circa 3 milioni sessualizzate e circa 23.000 raffiguranti minori.

    Come avevo analizzato nell’articolo sulle migliaia di immagini di nudo generate da Grok, un’inchiesta di Bloomberg aveva quantificato il fenomeno: 6.700 immagini sessualizzate all’ora, 84 volte più dei principali siti di deepfake messi insieme.

    Ricorderete il post di Musk del 31 dicembre 2025, un’immagine di sé stesso in bikini generata da Grok, che aveva causato un’impennata del 1.400% nella generazione di contenuti simili.

    Come sottolineato più volte, in questa vicenda scatenata dalla funzionalità libera permettendo a chiunque di modificare immagini, le vittime non avevano strumenti per difendersi: donne che segnalavano immagini sessualizzate delle proprie foto a X non ricevevano risposta, o ricevevano notifiche che «non vi erano violazioni delle regole».

    X ha poi limitato la generazione di immagini agli abbonati paganti. Ma come avevo scritto nell’analisi sulla spunta blu che non rende sicura la generazione di immagini, spostare la funzionalità dietro un paywall non è una misura di sicurezza.

    Lo dimostrava il fatto che l’utente che aveva chiesto a Grok di manipolare l’immagine della donna uccisa a Minneapolis era un abbonato verificato. E come avevo ricordato nell’articolo sui numeri degli abbonamenti di X, la limitazione agli abbonati ha finito per monetizzare lo scandalo stesso.

    Lo scandalo Grok si è esteso ovunque

    Il 26 gennaio l’Unione Europea aveva aperto un’indagine formale DSA contro X per le immagini generate da Grok, con sanzioni potenziali fino al 6% del fatturato globale.

    Il DPC irlandese ha avviato un’indagine GDPR, con potenziali sanzioni fino al 4% del fatturato. Il Regno Unito ha varato una nuova legge con pene detentive fino a due anni per chi genera deepfake intimi non consensuali.

    E poi c’è la Francia. Il 3 febbraio la procura di Parigi, insieme a Europol, ha perquisito gli uffici parigini di X. Musk e l’ex CEO Linda Yaccarino sono stati convocati per un’audizione fissata per il 20 aprile, vale a dire tra pochi giorni.

    Negli Stati Uniti, il TAKE IT DOWN Act, firmato nel maggio 2025, entrerà in vigore a maggio 2026 rendendo reato federale la pubblicazione di immagini intime non consensuali generate da IA.

    Il DEFIANCE Act, approvato dal Senato il 13 gennaio citando esplicitamente lo scandalo Grok, consente alle vittime di citare in giudizio i creatori per danni fino a 150.000 dollari. E sono già in corso almeno tre cause legali contro xAI.


    Cosa dicono il TAKE IT DOWN Act e il DEFIANCE Act

    Il TAKE IT DOWN Act, firmato il 19 maggio 2025, è la prima legge federale Usa a criminalizzare la diffusione di immagini intime non consensuali, siano esse reali o generate dall’IA. La norma impone alle piattaforme l’obbligo di rimuovere tali contenuti entro 48 ore dalla segnalazione, prevedendo sanzioni penali e multe per chi pubblica o minaccia di diffondere tali immagini.

    Complementare a questo è il DEFIANCE Act, approvato dal Senato nel gennaio 2026, che colma un vuoto fondamentale: permette alle vittime di citare in giudizio civile i creatori di deepfake sessualizzati, richiedendo danni economici significativi.

    Per quanto riguarda l’operatività:

    • Il TAKE IT DOWN Act è tecnicamente in vigore dal giorno della firma, ma le piattaforme hanno tempo fino al 19 maggio 2026 per implementare procedure di segnalazione chiare e visibili.
    • Il DEFIANCE Act, dopo il via libera del Senato di metà gennaio 2026, deve ora completare l’iter alla Camera per diventare pienamente esecutivo.

    Due norme Usa che permetteranno di passare da una fase di “far west” digitale a una in cui la responsabilità civile e penale inizia a pesare anche nel mondo dei falsi artificiali.


    La generazione di immagini con sessualizzare con Grok continua

    Un secondo report di NBC documenta che Grok continua a generare immagini sessualizzate non consensuali, seppur in volumi ridotti.

    Gli utenti hanno sviluppato tecniche di aggiramento: chiedono a Grok di «abbinare la posa» di una foto di celebrità a una figura stilizzata in posizione suggestiva, o di «scambiare gli abiti» tra due foto. I video animati rappresentano una nuova frontiera di abuso.

    La risposta di Musk è stata la solita, ossia quella di provare a minimizzare e ad attaccare. In risposta ai provvedimenti del governo Uk, ha definito il governo di Starmer «fascista», ha sfidato pubblicamente gli utenti a «provare a violare la moderazione di Grok» ricevendo immediatamente risposte con contenuti nudi, e la risposta ufficiale di xAI ai giornalisti è stata «Legacy Media Lies».

    Il paradosso di questa vicenda è che la stessa reazione di Musk ha finito per amplificare la crisi, invece di placarla.

    Cosa potrebbe succedere adesso

    La rivelazione della lettera di Apple dimostra che i gatekeeper degli store hanno utilizzato la leva della rimozione come strumento di pressione, anche se non l’hanno esercitata fino in fondo.

    Apple ha anche rimosso 28 app «nudify» dal proprio store dopo che il Tech Transparency Project ne aveva identificate 47 disponibili su iOS, complessivamente scaricate 705 milioni di volte.

    Ma il vero banco, dicevamo, di prova sarà nelle prossime settimane.

    La scelta di Musk di posizionare Grok come un’intelligenza artificiale «spicy», con meno restrizioni, si scontra ora con un ecosistema normativo globale che non concede più sconti.

    L’integrazione di un generatore di immagini IA con misure di controllo minime all’interno di una piattaforma social da centinaia di milioni di utenti ha creato un rischio enorme. Conosciuto del resto.

    Un rischio tale per cui nessun intervento tardivo di moderazione può pienamente correggere.

    Ed è questo il punto in cui ci troviamo oggi. La lettera di risposta di Apple ci dice che il rischio c’è ed è conosciuto anche ai grandi gatekeeper. E le possibilità che la prossima volta si possa scrivere un esito diverso non è del tutto remota.

    Intanto, staremo a vedere cosa emergerà dall’audizione di Musk e della Yaccarino a Parigi.

  • Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Meta sta sviluppando un clone IA di Zuckerberg per interagire con i dipendenti. È l’ultimo capitolo di un’ossessione decennale per gli alter ego digitali, dalla realtà virtuale del 2016 al metaverso, fino alla superintelligenza.

    Partiamo da questa scena. Barcellona, febbraio 2016, quindi 10 anni fa al Mobile World Congress. Mark Zuckerberg fa il suo ingresso spettacolare in una sala gremita di giornalisti, mentre nessuno di loro lo nota. Sono tutti girati dalla parte opposta, immersi in visori per la realtà virtuale, intenti a osservare una scena che si svolge altrove, in un mondo simulato.

    Lui passa alla loro destra con un’espressione soddisfatta, quasi trionfante. Un’immagine che diventerà virale e storica allo stesso tempo e, a guardarla bene, fa ancora oggi un certo effetto.

    Quella scena oggi quasi surreale dava l’idea di quello che sarebbe stata la realtà virtuale social secondo Zuckerberg: un networking di persone riprodotto in un mondo non reale, totalmente ricostruito, simulato. Una realtà non reale attraverso la quale provare instaurare relazioni tra persone.

    Sono passati dieci anni esatti da allora e in questi giorni Zuckerberg ci riprova, con strumenti diversi certo, ma sempre con lo stesso identico pallino. Ossia quello di creare alter ego digitali che possano essere presenti ovunque senza esserci fisicamente.

    Secondo quanto riportato dal Financial Times, Meta sta sviluppando un clone IA fotorealistico del suo CEO, addestrato sui suoi modi di fare, sul suo tono e sulle sue dichiarazioni pubbliche, con l’obiettivo di farlo interagire con i dipendenti quando Zuckerberg non può o non vuole farlo di persona. Il CEO stesso starebbe supervisionando il progetto, dedicandoci dalle cinque alle dieci ore a settimana di quello che ormai si chiama vibe coding (sviluppo software con l’assistenza della IA).

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso
    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Un nuovo tentativo di cloni digitali dopo 10 anni

    Per capire cosa sta succedendo oggi ritorniamo a quel febbraio 2016.

    Due anni prima Facebook aveva acquisito Oculus VR per 2 miliardi di dollari, e Zuckerberg non aveva mai fatto mistero che quello fosse il segnale di un futuro nella realtà virtuale. Al Mobile World Congress di Barcellona 2016, quel futuro sembrava essere arrivato.

    Con la realtà virtuale le opportunità di connessione tra amici sarebbero state molte di più, al punto da vivere insieme, quindi virtualmente, esperienze che si svolgono in parti del mondo diverse. Era il pallino di Zuckerberg, e dopo aver lanciato il più grande social network, voleva passare alla storia anche come il pioniere della realtà virtuale in salsa social.

    Cinque anni dopo, nell’ottobre 2021, quel pallino diventa addirittura strategia aziendale. Facebook Inc. cambia nome e diventa Meta. L’accoglienza del nuovo nome fu tutt’altro che entusiasmante. A molti sembrò un’operazione di maquillage per distrarre l’opinione pubblica dai Facebook Papers e dalle rivelazioni di Frances Haugen.

    Ma si trattava anche di una mossa strategica con investimenti da 10 miliardi di dollari e l’assunzione di 10.000 persone in Europa. Tutto con l’obiettivo di costruire il metaverso.

    Il metaverso era la versione aggiornata della stessa visione: mondi virtuali dove le persone avrebbero potuto incontrarsi, lavorare, socializzare attraverso avatar digitali. Il concetto di alter ego era al centro di tutto. Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, avrebbe dovuto essere il luogo dove tutto questo si sarebbe materializzato.

    Il metaverso, la promessa non mantenuta

    Ma le cose non sono andate come previsto.

    Reality Labs, la divisione dedicata al metaverso, ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta ha tagliato la spesa per il metaverso fino al 30%. E il colpo più simbolico è arrivato poche settimane fa: Horizon Worlds verrà rimosso dalla VR il prossimo 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.

    Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.

    L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto. Adesso si parla di Muse Spark e i Superintelligence Labs,

    In buona sostanza, Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, e dirottati centinaia di miliardi di dollari verso l’IA. Con l’addio di Yann LeCun e la rimozione di Chris dalla supervisione dell’IA, il ventottenne Alexandr Wang è diventato il primo Chief AI Officer nella storia dell’azienda.

    Ma restiamo concentrati sul tema. Dopo tutto questo, il pallino di Zuckerberg non è cambiato. È cambiata solo la tecnologia con cui cerca di realizzarla, ma la sua idea nel corso di questi anni è rimasta intatta.

    Mark Zuckerberg al MWC 2016
    Mark Zuckerberg al MWC 2016

    Dal metaverso al clone IA

    Nel 2016 la visione era la realtà virtuale social: essere presenti in un altro luogo senza esserci fisicamente. Nel 2021 è diventato metaverso: vivere in mondi virtuali attraverso avatar. Nel 2026 è la superintelligenza personale: avere un compagno IA che ci conosce profondamente e può agire al posto nostro.

    Il clone IA di Zuckerberg si inserisce perfettamente in questa progressione. Non è un’idea nuova, è la stessa idea di sempre realizzata con strumenti diversi. L’obiettivo resta quello di creare versioni digitali di persone reali che possano interagire al posto loro.

    Va detto, Meta ci ha già provato. Nel 2023 l’azienda aveva annunciato che avrebbe pagato milioni di dollari a celebrity come Snoop Dogg per trasformarle in chatbot. Il progetto è stato un fallimento e i chatbot hanno finito per fare dichiarazioni imbarazzanti per conto dei loro equivalenti in carne e ossa.

    Nel 2024 è arrivato AI Studio, che permette ai creator di Instagram di costruire versioni IA di se stessi per interagire con i fan via DM. Anche questo progetto ha avuto i suoi problemi, al punto che Meta ha dovuto bloccare l’accesso ai teenager dopo le critiche sulla salute mentale dei minori.

    Ora Zuckerberg sta applicando la stessa logica, partendo da se stesso.

    Il clone IA sarà addestrato non solo sui suoi modi di fare e sul suo tono, ma anche sul suo pensiero recente riguardo alle strategie aziendali. L’idea, secondo il Financial Times, è che i dipendenti possano sentirsi più connessi al fondatore attraverso le interazioni con il suo avatar digitale.

    La trasformazione del CEO nel corsi di questi 10 anni

    Nel 2016, quando Zuckerberg immaginava la realtà virtuale social, il ruolo del CEO di una grande azienda tecnologica era sostanzialmente quello di guida interna. Certo, le figure come lui erano già personaggi pubblici, ma la loro funzione principale restava quella di dirigere l’azienda, non di rappresentarla costantemente verso l’esterno.

    Dieci anni dopo, quel ruolo è cambiato radicalmente. I CEO delle grandi piattaforme di oggi sono diventati figure mediatiche a tutti gli effetti, produttori di contenuti che incarnano la visione aziendale.

    Lo vediamo con Sam Altman di OpenAI, che costruisce la propria immagine pubblica attraverso podcast, interviste, post sui social.

    E lo vediamo con lo stesso Zuckerberg, che negli ultimi anni ha curato attentamente la propria trasformazione da nerd impacciato a imprenditore sportivo e appassioandosi alle arti marziali miste.

    Il CEO non è più solo chi prende le decisioni. È una figura oggi che comunica la narrazione, che costruisce il brand, che incarna l’identità dell’azienda agli occhi del pubblico, degli investitori, delle istituzioni.

    E adesso Zuckerberg vuole clonare proprio quella figura.

    Cosa significa davvero clonare il CEO

    Se il ruolo del CEO moderno include la costruzione di una narrazione, la comunicazione di una visione, l’incarnazione di valori aziendali, cosa succede quando quella figura viene replicata artificialmente?

    Un avatar IA addestrato sulle dichiarazioni pubbliche e sul pensiero strategico di Zuckerberg può rispondere a domande, offrire feedback, partecipare a riunioni. Ma potrebbe incarnare una visione? Potrebbe trasmettere fiducia? Potrebbe davvero prendere decisioni che comportano responsabilità?

    Il Financial Times riporta che esiste anche un progetto separato, un CEO agent progettato per aiutare Zuckerberg a recuperare informazioni e svolgere compiti al suo posto.

    Si tratta di due progetti distinti ma complementari: uno clona la presenza, l’altro automatizza le funzioni.

    C’è poi la questione della governance. Se l’avatar IA di Zuckerberg dà un feedback a un dipendente, chi è responsabile di quel feedback? Se prende una posizione su una questione strategica, quella posizione riflette davvero il pensiero del CEO o si parla di approssimazione della IA? E se il clone dice qualcosa di sbagliato, come è già successo con i chatbot delle celebrity, chi ne risponde?

    Certo che sono tutte questioni che saranno risolte, ove mai questo progetto prenderà davvero piede, ma sono comunque domande da porsi in questo frangente.

    Dieci anni dopo, la stessa domanda

    Ma la realtà virtuale social affascina o inquieta?

    Dieci anni dopo, la domanda è la stessa ma la tecnologia, e il mondo, è cambiata.

    Non si tratta più di mondi virtuali dove incontrarsi come avatar, oggi si parla di creare copie di persone reali, che possano agire, parlare, decidere al loro posto. E se il primo esperimento è il CEO di una delle aziende più potenti del mondo, il passo successivo potrebbe essere davvero chiunque.

    Il Financial Times riporta che se l’esperimento con Zuckerberg avrà successo, Meta prevede di permettere ai creator di costruire avatar IA di se stessi, espandendo il progetto dimostrato al Meta Connect del 2024.

    Nel frattempo, tra licenziamenti e nuove strategie sulla IA, Meta sta spingendo i propri dipendenti a usare strumenti di automazione e software agentici.

    Insomma, Zuckerberg dimostra che il suo obiettivo resta quello di sempre. E per trasformarlo in realtà sarebbe disposto a cambiare anche la sua azienda. Il primo tentativo col metaverso è andato come abbiamo visto. Forse quello con la IA gli potrebbe andare bene. Forse.