Tag: social media

  • La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    Una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e YouTube per aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minori. È la prima sentenza di questo tipo nella storia. I 6 milioni di dollari di risarcimento sono una cifra simbolica, ma il principio che si afferma potrebbe cambiare per sempre il modo in cui pensiamo ai social media.

    Da anni si sostiene che i social media stanno cambiando, ed è vero. Ma molto spesso quando si fa questa affermazione non ci si rende davvero conto in cosa consista in questo cambiamento.

    Infatti, non sempre ce ne accorgiamo subito, perché il cambiamento vero raramente arriva con i titoli cubitali che ci aspetteremmo. Ma la data 25 marzo 2026 verrà ricordata per essere quello momento specifico in cui le piattaforme social media sono davvero cambiate.

    In un’aula di tribunale di Los Angeles, dodici persone comuni hanno stabilito qualcosa che nessuna istituzione, o quasi, era riuscita a stabilire prima: le piattaforme social possono essere ritenute responsabili per il modo in cui sono progettateNon per i contenuti che ospitano, ma per il design stesso.

    Come già raccontato su queste pagine, la sentenza riguarda una ragazza californiana, identificata con le iniziali K.G.M., che ha citato in giudizio Meta e Google. Come detto in altre situazioni, Kaley iniziato a usare YouTube a sei anni, Instagram a nove. Di fronte alla giuria ha raccontato di aver sviluppato depressione, dismorfismo corporeo, pensieri suicidi. Ma la cosa più importante non è la sua storia personale, per quanto drammatica, è il principio giuridico che questa sentenza afferma.

    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media
    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    Il design dei social media provoca dipendenza

    Per decenni le piattaforme digitali sono state protette dalla Sezione 230 del Communications Decency Act, una norma americana che le esonera dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    È stata la base giuridica su cui si è costruito l’intero ecosistema dei social media. Ma questa sentenza aggira completamente quel principio. Non accusa Meta e YouTube per i video visti dalla ragazza o per i post che ha letto. Invece li accusa per lo scroll infinito, per le notifiche che interrompono il sonno, per i filtri di bellezza che alterano la percezione di sé, per i loop di engagement progettati per trattenere gli utenti il più a lungo possibile.

    In altre parole: il problema non è cosa c’è sulla piattaforma, ma è come funziona la piattaforma. È una distinzione sottile ma decisiva, e la giuria l’ha accolta. I documenti interni presentati in aula hanno mostrato che Meta sapeva esattamente cosa stesse facendo. Un memo aziendale recitava, traduco io: “Se vogliamo vincere alla grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro come tweens”. Un altro documento stimava il valore economico di un tredicenne in circa 270 dollari, sulla base del fatto che gli utenti più giovani hanno una ritenzione a lungo termine molto più alta. La giuria ha visto questi documenti e ha tratto le sue conclusioni.

    6 milioni di dollari simbolici ma sono un precedente

    Diciamolo, sei milioni di dollari per aziende che valgono più di mille miliardi sono una cifra irrilevante e Meta non accuserà nemmeno il colpo.

    Ma non è questo il punto, il punto è che esistono oltre duemila cause simili solo in California, e più di diecimila a livello nazionale negli Stati Uniti. Questa sentenza era un test, quello che in gergo legale si chiama bellwether trial: un processo apripista che serve a capire se una certa teoria giuridica può reggere in tribunale.

    Il confronto che molti stanno facendo è con le cause contro l’industria del tabacco negli anni Novanta. È un parallelo che ha senso, fino ad un certo punto. Anche allora i documenti interni delle aziende dimostrarono che sapevano dei danni causati dal fumo. E anche allora la difesa si basò sulla responsabilità individuale del consumatore. Le prime sentenze furono simboliche, prima che l’intero sistema crollasse. Ma tra i due casi ci sono differenze importanti.

    Il tabacco causava danni fisici misurabili attraverso l’ingestione di una sostanza. Mentre la dipendenza da social media non è ancora riconosciuta ufficialmente come diagnosi clinica. E soprattutto: nessuno vuole abolire i social media, mentre abolire il fumo era un obiettivo ragionevole.

    Forse il parallelo più calzante è un altro, quello con la sicurezza automobilistica degli anni Sessanta. Le automobili non furono abolite, ad un certo punto ci si rese conto che andavano riprogettate con cinture di sicurezza, airbag e altri sistemi di sicurezza.

    Il principio che si affermò allora è lo stesso che potrebbe affermarsi oggi. Ossia, se un prodotto può essere reso più sicuro senza comprometterne la funzione, allora si deve fare in modo che lo diventi.

    I social media provocano dipendenza

    In aula è stata usata una parola che le piattaforme hanno sempre rifiutato: dipendenza.

    Una psichiatra di Stanford ha testimoniato che lo scrolling compulsivo attiva gli stessi circuiti cerebrali della ricompensa attivati dalle droghe, con brevi scariche di dopamina che addestrano gli utenti a cercare continuamente la prossima «meta». Gli studi di neuroimaging mostrano alterazioni cerebrali simili a quelle osservate nella dipendenza dal gioco d’azzardo.

    È un punto su cui vale la pena soffermarsi. Perché la difesa delle piattaforme si è sempre basata su un argomento apparentemente ragionevole: le persone scelgono liberamente di usare questi servizi, quindi la responsabilità è loro.

    Ma se il servizio è progettato specificamente per compromettere la capacità di scelta, allora l’argomento crolla. E questa è esattamente la tesi che la giuria ha accolto.

    La giuria ha anche stabilito che Meta e YouTube hanno agito con dolo, cioè con consapevolezza del danno, o con deliberata indifferenza verso le conseguenze delle proprie scelte progettuali. È una soglia giuridica particolarmente alta nel sistema americano. Non è stata una svista, è stata una scelta deliberata.

    Social media e dipendenza, il contesto UE e italiano

    Questa sentenza arriva dagli Stati Uniti, ma le sue implicazioni ci riguardano direttamente. L’Unione Europea ha già un quadro normativo avanzato con il Digital Services Act, che obbliga le piattaforme accessibili ai minori ad adottare misure per garantire privacy e sicurezza. Le linee guida della Commissione pubblicate nel 2025 raccomandano account dei minori impostati come privati di default, disattivazione di funzionalità che promuovono l’uso eccessivo come autoplay e notifiche notturne, divieto di pubblicità mirata ai minori. La Commissione ha già avviato procedimenti formali contro TikTok.

    In Italia il quadro è più complesso. L’età del consenso digitale è fissata a 14 anni e il Senato sta discutendo un disegno di legge per alzarla  e l’AGCOM ha approvato regolamenti sulla verifica dell’età. Inoltre, una class-action contro Meta e TikTok è stata promossa presso il Tribunale delle Imprese di Milano.

    A tutto questo si aggiunge che l’Istituto Superiore di Sanità stima circa 100.000 adolescenti italiani a rischio di dipendenza da social media. Ma l’approccio italiano resta orientato verso l’educazione digitale piuttosto che verso il divieto o la regolamentazione stringente. Staremo a vedere se questa sentenza americana cambierà qualcosa anche da noi.

    Cosa significa davvero questa sentenza per i social media

    Molti commentatori stanno dicendo che questa sentenza segna la fine dei social media. Non è così, e sarebbe sbagliato raccontarla in questi termini. Quello che questa sentenza segna è la fine di una certa idea di social media: quella in cui le piattaforme potevano progettare qualsiasi meccanismo di engagement senza doversi preoccupare delle conseguenze. Ecco, quella fase è finita.

    Ma c’è un altro aspetto su cui dovremmo riflettere, e che riguarda il futuro più che il passato. I social media che hanno causato i danni a KGM erano già pienamente algoritmici, progettati per massimizzare il tempo sulla piattaforma attraverso sistemi di raccomandazione e loop di engagement.

    Oggi quei sistemi si stanno evolvendo in qualcosa di ancora più pervasivo con l’intelligenza artificiale.

    Meta sta integrando chatbot basati su intelligenza artificiale generativa in Instagram e WhatsApp. Google sta facendo lo stesso con Gemini nei propri servizi. Sono prodotti progettati per creare conversazioni prolungate, relazioni continuative, interazioni che si ripetono giorno dopo giorno.

    Il principio affermato da questa sentenza, e cioè che il design di un prodotto digitale può essere considerato pericoloso se crea dipendenza, potrebbe applicarsi anche a questi nuovi sistemi.

    Se questa sentenza ci insegna qualcosa, è che non possiamo aspettare vent’anni per capire se questi nuovi prodotti stanno causando danni. Dobbiamo agire prima  e questa sentenza ci deve servire da monito. Perché i casi come quello della ragazza californiana potrebbero moltiplicarsi, e in forme ancora più gravi, se non interveniamo ora.

    La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Meta e YouTube hanno annunciato che faranno appello e le prossime cause potrebbero avere esiti diversi.

    Ma qualcosa si è rotto nel rapporto tra le piattaforme e la società tutta. E difficilmente si potrà tornare indietro.

    Staremo a vedere come si evolverà questa storia.

  • OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    A sei mesi dal lancio dell’app standalone, OpenAI annuncia la chiusura di Sora. L’interesse degli utenti è crollato, l’accordo da 1 miliardo di dollari con Disney salta, e la motivazione ufficiale parla di risorse da destinare alla robotica. Ma il vero problema era un altro, Sora non ha mai avuto una visione.

    In certi momenti, nella vita di un prodotto tecnologico, arriva quello in cui appare evidente che l’entusiasmo iniziale non si è mai trasformato in qualcos’altro. Vale anche per la IA.

    Quel momento per Sora è arrivato ieri, martedì 24 marzo 2026, quando OpenAI ha annunciato su X la chiusura della piattaforma con un questo messaggio: “We’re saying goodbye to Sora”.

    La notizia arriva a sorpresa, possiamo dirlo, proprio il giorno dopo che la stessa OpenAI aveva pubblicato un post sugli standard di sicurezza dell’app. Un tempismo che la dice lunga sulla gestione della comunicazione del momento.

    Sora, 1 milione di download e poi il silenzio

    Quando Sora fu presentato a febbraio 2024, l’effetto fu straordinario. Video generati da semplici prompt di testo con una qualità quasi cinematografica, qualcosa che sembrava già fantascienza. Al punto che Hollywood si allarmò, i creativi si interrogarono sul proprio futuro, e OpenAI si ritrovò con un vantaggio competitivo che sembrava incolmabile.

    Ma quel vantaggio, lo sappiamo, aveva una data di scadenza. Come avevo raccontato alla sua prima apparizione due anni fa, le aspettative intorno a questa tecnologia erano altissime.

    Nel frattempo sono arrivati Runway con Gen-3, Pika, Kling di Kuaishou, Veo di Google. Quando Sora 2 è diventato disponibile al pubblico a settembre 2025, il mercato era già bell’affollato.

    L’app raggiunse comunque la vetta dell’App Store in pochi giorni, con 1 milione di download in dieci giorni, un dato anche più veloce di quello registrato da ChatGPT. Ma quel picco si è rivelato un fuoco di paglia.

    Secondo i dati di Appfigures, a dicembre 2025 i download erano calati del 32% rispetto a novembre, proprio nel periodo in cui la maggior parte delle app tipicamente cresce. E da lì, un declino costante mese dopo mese.

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto
    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    Sora, una piattaforma nata senza una ragione d’essere

    In ogni caso, c’è una cosa che va detta chiaramente. Sora non ha mai avuto una visione.

    Era stata progettata come una sorta di TikTok generativo, un social network dove gli utenti potevano caricare cameo, ossia brevi video di sé stessi, per poi inserirsi in video sintetici insieme agli amici.

    Ma cosa doveva diventare, esattamente? Uno strumento per creator professionisti? Una piattaforma di intrattenimento? Un motore per la produzione cinematografica? La risposta, in verità, non è mai arrivata.

    Nel vuoto completo di strategia, Sora si è riempito di quello che ormai si definisce AI slop, contenuto AI generato in massa, spesso di qualità discutibile, talvolta ai limiti della legalità. Come video virali di Mario, Pikachu, personaggi Disney usati senza alcuna autorizzazione. Deepfake di Martin Luther King che hanno costretto OpenAI a bloccare temporaneamente l’uso del suo volto sulla piattaforma.

    È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista. E cioè lanciare un prodotto, osservare cosa ne fanno gli utenti, e poi correre ai ripari quando le cose sfuggono di mano. È lo stesso approccio che abbiamo visto con lo spot natalizio di Coca-Cola: la tecnologia da sola non basta, serve una visione.

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    Disney e 1 miliardo di dollari che non arriverà mai

    L’accordo con Disney annunciato a dicembre 2025 sembrava il tentativo di legittimare ex post un modello nato senza governance. Un miliardo di dollari di investimento, centinaia di personaggi Disney, Marvel, Pixar e Star Wars in licenza per la generazione video, con l’obiettivo di integrare il tutto in Disney+. Un colpo magistrale, sulla carta. Ma ora quell’accordo è saltato insieme alla piattaforma.

    In una dichiarazione rilasciata poche ore dopo l’annuncio di OpenAI, un portavoce di Disney ha confermato l’uscita dall’intesa con toni diplomatici: «As the nascent AI field advances rapidly, we respect OpenAI’s decision to exit the video generation business and to shift its priorities elsewhere.» Tradotto: Disney aveva scommesso su un cavallo che OpenAI ha deciso di ritirare dalla gara. E ora il colosso dell’intrattenimento dovrà trovare altri partner nel settore.

    Robotica e modelli di nuova generazione: la versione ufficiale

    La motivazione ufficiale fornita da OpenAI parla di riallocazione delle risorse.

    Sam Altman, secondo quanto riportato da The Information, ha comunicato ai dipendenti che la chiusura di Sora libererà capacità computazionale per i modelli AI di prossima generazione.

    Il team di ricerca, si legge nella dichiarazione ufficiale, continuerà a lavorare sulla world simulation research per far avanzare la robotica e “aiutare le persone a risolvere compiti fisici nel mondo reale“.

    Ma c’è dell’altro. Secondo il Wall Street Journal, OpenAI sta costruendo una super app che integrerà ChatGPT, gli strumenti di sviluppo Codex e altri prodotti in un’unica interfaccia. Una virata strategica che risponde, va detto, alla crescita di Anthropic e della famiglia Claude, che negli ultimi mesi ha visto un’adozione enterprise sempre più marcata.

    La sfida con i concorrenti, insomma, si gioca altrove. E Sora, con i suoi costi computazionali enormi e i suoi ricavi modesti, non faceva più parte della soluzione.

    La rivalità tra OpenAI e Anthropic si legge bene anche nella stessa antipatia che Altman e Amodei nutrono uno per l’altro. Di conseguenza, le due aziende rappresentano due visioni opposte del futuro dell’IA.

    Sam Altman e il suo modo riconoscibile di gestire le crisi

    Chi segue le vicende di OpenAI riconoscerà un certo schema. Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi, come avevo già raccontato.

    Dichiarazioni pubbliche calibrate, posizionamento dalla parte giusta, e poi azioni che vanno in direzione diversa.

    La chiusura di Sora segue lo stesso copione: il giorno prima un post sulla sicurezza, il giorno dopo l’annuncio della chiusura. Il ringraziamento alla community, la promessa di “condividere presto i dettagli”. E intanto le risorse vengono riallocate verso progetti più redditizi.

    Sora, e l’ammissione che la strategia non c’era mai stata

    OpenAI ha speso risorse computazionali enormi per un prodotto che, in buona sostanza, non generava ricavi significativi, non aveva un modello di business chiaro, e creava più problemi reputazionali che valore.

    La chiusura di Sora non è una rinuncia strategica. È l’ammissione che la strategia non c’era mai stata.

    Resta da capire cosa ne sarà della generazione video nel portafoglio di OpenAI. L’azienda non esce completamente dal settore, funzionalità video rimangono integrate in ChatGPT, ma lo fa da protagonista autonoma.

    Nel frattempo i concorrenti già citati continueranno a sviluppare i propri modelli. E Disney, con il suo miliardo di dollari da investire, cercherà altri interlocutori.

    La partita della generazione video AI, possiamo dirlo, è tutt’altro che chiusa. Ma OpenAI, almeno per ora, ha scelto di non giocarla più.

  • Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk giudicato responsabile di frode sui titoli per i tweet del 2022. Risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari. È la prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria.

    Venerdì 20 marzo 2026 una giuria federale di San Francisco ha emesso un verdetto nella vicenda giudiziaria di Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo è stato giudicato responsabile di aver ingannato gli investitori di Twitter con dichiarazioni false che hanno artificialmente abbassato il prezzo delle azioni durante i mesi precedenti l’acquisizione da 44 miliardi di dollari nel 2022.

    Si tratta della prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria. E, secondo le stime, potrebbe costargli fino a 2,6 miliardi di dollari in risarcimenti. Gli avvocati degli azionisti di Twitter ritengono che questo sia uno dei verdetti più grandi di una giuria in tema di frode finanziaria nella storia degli Stati Uniti.

    Su queste pagine del blog ho seguito passo passo la vicenda dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, fino a raccontare anche il momento della testimonianza in questo processo che vede imputato il proprietario di xAI. Questo verdetto conferma quello che avevo scritto già nel maggio 2022, quando gli azionisti depositarono la prima denuncia. E cioè che Musk stava giocando con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo potesse scendere e fare in modo che la trattativa si ponesse in suo favore.

    I tweet che a Musk potrebbero costare miliardi di dollari

    La giuria del tribunale federale del Northern District of California ha esaminato quattro capi d’accusa basati sulla Sezione 10(b) del Securities Exchange Act. Il verdetto è stato unanime ma non totale, nel senso che Musk è stato ritenuto responsabile su due dei quattro capi d’accusa, mentre è stato assolto dagli altri due.

    Le due dichiarazioni giudicate materialmente false sono entrambi tweet pubblicati nel maggio 2022. Il primo, del 13 maggio, affermava che l’acquisizione di Twitter era “temporaneamente sospesa” in attesa di una verifica sulla percentuale di account bot.

    Il secondo, del 17 maggio, sosteneva che l’operazione “non può procedere” finché il CEO di Twitter non avesse dimostrato che la percentuale di bot era inferiore al 5%, suggerendo che potesse essere superiore al 20%.

    Dopo questi tweet le azioni Twitter crollarono di quasi il 18%, raggiungendo un minimo di 32,52 dollari, circa il 40% al di sotto del prezzo di acquisizione concordato di 54,20 dollari per azione.

    La giuria ha invece assolto Musk da una dichiarazione rilasciata in un podcast, giudicandola un’opinione e non un’affermazione di fatto fuorviante. E soprattutto ha respinto l’accusa di aver orchestrato uno “schema” fraudolento sistematico contro gli investitori.

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Le ipotesi sulle cifre del risarcimento

    La giuria ha calcolato danni compresi tra 3 e 8 dollari per azione per giorno di negoziazione durante l’intero periodo della classe, dal 13 maggio al 4 ottobre 2022. L’avvocato degli azionisti, Mark Molumphy, ha stimato il risarcimento totale in circa 2,1 miliardi di dollari per le perdite azionarie più 500 milioni per le stock option, per un totale massimo di circa 2,6 miliardi di dollari.

    L’importo finale dipenderà dal numero di azionisti che presenteranno richiesta di risarcimento attraverso il procedimento di class action. Questa comprende tutti gli investitori che hanno venduto titoli Twitter tra il 13 maggio e il 4 ottobre 2022, data in cui Musk annunciò che avrebbe proceduto con l’acquisizione al prezzo originale, facendo balzare il titolo del 22% in una sola seduta.

    Nonostante la cifra imponente, diverse fonti hanno osservato che il risarcimento avrebbe un impatto minimo sul patrimonio personale di Musk, stimato tra 650 e 839 miliardi di dollari a seconda dell’indice utilizzato.

    La difesa di Musk annuncia l’appello

    La reazione del team legale di Musk è stata rapida. In una dichiarazione rilasciata subito dopo il verdetto gli avvocati di Musk hanno affermato di considerare la decisione “un ostacolo temporaneo” e di attendere “piena soddisfazione in appello”.

    Gli avvocati hanno anche ricordato le recenti vittorie di Musk in cause separate: una vittoria in appello in Delaware relativa al compenso Tesla e un’altra vittoria in un tribunale del Texas lo stesso giorno del verdetto.

    Durante il processo, durato circa tre settimane iniziato il 2 marzo 2026, Musk stesso testimoniato il 4 marzo scorso. Le sue dichiarazioni più notevoli includono l’ammissione che i tweet fossero stati imprudenti: “Se questo fosse un processo su tweet stupidi, mi dichiarerei colpevole”. Musk ha però insistito di non aver mai dichiarato l’annullamento dell’operazione e di non poter controllare le decisioni di vendita degli investitori.

    Cosa succede adesso

    La tempistica post-verdetto si articola su due binari paralleli. Sul fronte del risarcimento gli avvocati degli azionisti hanno stimato che serviranno circa 90 giorni per attivare la procedura di amministrazione dei reclami, seguiti da ulteriori mesi per l’elaborazione delle richieste individuali.

    Complessivamente gli azionisti che hanno portato Musk in tribunale per frode finanziaria potrebbero ricevere i pagamenti entro sei mesi dal verdetto.

    Sul fronte dell’appello, gli avvocati di Musk confermano l’intenzione di impugnare il verdetto presso la Corte d’Appello, il che potrebbe estendere significativamente i tempi.

    Un procedimento parallelo rilevante è la causa SEC contro Musk, intentata nel gennaio 2025 per la mancata tempestiva comunicazione della sua quota azionaria superiore al 5% in Twitter nel marzo 2022. Al 17 marzo 2026 le parti erano in trattative per un possibile accordo. La SEC chiede una multa civile e la restituzione dei circa 150 milioni di dollari che Musk avrebbe risparmiato acquistando azioni prima della divulgazione obbligatoria.

    E va avanti l’indagine parigina su X e Elon Musk

    E mentre a San Francisco la giuria emetteva il verdetto, da Parigi arrivava un’altra tegola.

    Come riportato da Le Monde, i procuratori della sezione cyber della procura di Parigi hanno inviato due rapporti alle autorità statunitensi, alla SEC e al Dipartimento di Giustizia.

    L’ipotesi è che Musk abbia tentato di gonfiare artificialmente il numero di utenti di X in vista di una possibile quotazione in borsa. Le informazioni raccolte dai procuratori francesi, emerse nel corso di un’indagine avviata in Francia all’inizio del 2025, suggeriscono che la controversia sui deepfake generati da Grok, il chatbot di X, potrebbe essere stata alimentata deliberatamente per aumentare la valutazione della piattaforma.

    Il tutto in un momento cruciale, con l’IPO della nuova entità nata dalla fusione di SpaceX e xAI prevista per giugno 2026, mentre X stava perdendo slancio.

    Cosa dice la sentenza che condanna Musk al risarcimento

    La sentenza stabilisce che i tweet di un individuo con la capacità di influenzare i mercati possono essere trattati alla stregua di dichiarazioni finanziarie formali, ai fini della responsabilità per frode sui titoli. Come ricordato qui, è la prima volta che una giuria ritiene Musk personalmente responsabile per l’impatto dei suoi tweet sul mercato azionario.

    Ma il verdetto del 20 marzo 2026 segna tre novità fondamentali.

    È la prima condanna di Musk per le conseguenze dei suoi tweet, una frattura nel mito dell’invulnerabilità legale di “Teflon Elon”, il soprannome che Musk si è guadagnato in riferimento al “teflon”, il rivestimento antiaderente delle padelle per intenderci.

    Con un risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari stabilisce un nuovo record per i verdetti di giuria in cause per frode sui titoli negli Stati Uniti. E crea un precedente sulla responsabilità per dichiarazioni sui social media che possono influenzare i mercati finanziari, con implicazioni che vanno ben oltre il caso specifico.

    In ogni caso, la battaglia legale è lontana dalla conclusione. L’appello annunciato dagli avvocati potrebbe prolungare il contenzioso per mesi, e l’assenza di una condanna per “schema fraudolento” offre alla difesa una base su cui costruire la propria impugnazione.

    Resta da vedere se questo verdetto segnerà davvero un limite al potere che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso messaggi pubblici, o se confermerà che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita.

    Perché è questo il punto nevralgico di questa vicenda.

  • X introduce il tasto dislike nelle risposte, ecco come funziona

    X introduce il tasto dislike nelle risposte, ecco come funziona

    Nikita Bier, responsabile di prodotto di X, ha annunciato il rilascio del tasto dislike sulle risposte con una battuta che sembrava uno scherzo. In realtà la funzionalità era già attiva per alcuni utenti. Il conteggio resta privato, ma il segnale arriva direttamente all’algoritmo di ranking.

    C’è un modo particolare in cui le piattaforme social introducono le novità più attese. Annunci studiati, comunicati stampa, roll-out graduali con tanto di post enigmatici. E poi c’è il modo di X, quello con cui ha introdotto il tasto dislike sulle risposte: con una battuta che nessuno, inizialmente, ha preso sul serio. Siamo su X e non poteva essere diversamente.

    Tutto è partito quando un utente ha chiesto a Nikita Bier, Head of Product di X, se fosse possibile aggiungere un pulsante di dislike per le risposte. La risposta di Bier è stata veloce e lapidaria: “Give me 60 seconds“.

    Otto minuti dopo, i primi screenshot mostravano l’icona del pollice verso già attiva su alcuni account. Non si trattava più di ironia e scherzo, era un’attivazione istantanea di una funzionalità che, con ogni probabilità, era già pronta e aspettava solo di essere accesa e aspettava solo il momento giusto.

    Ma la cosa interessante non è la velocità del rilascio, è il motivo per cui X ha deciso di procedere proprio ora.

    Bier: le risposte sono il peggior prodotto di X

    Nikita Bier non ha usato mezzi termini. In un post pubblicato poco dopo l’attivazione, ha scritto che l’algoritmo delle risposte è “attualmente il peggior prodotto dell’azienda” e che “non c’è logica, non c’è segnale, solo spazzatura”.

    Un’ammissione che spiega perché il dislike è stato introdotto esclusivamente sulle risposte e non sui post principali.

    Da mesi la sezione commenti di X è invasa da bot crypto, spam generato da agenti AI, e da tattiche di engagement farming e risposte completamente fuori tema che finiscono per inquinare l’esperienza (già molto difficile) di chi cerca un minimo di confronto che su X è sempre più un miraggio.

    Il tasto dislike serve proprio a questo, ossia a dare all’algoritmo un segnale immediato per mettere in cima le risposte apparentemente di valore e spingere in basso, o nascondere del tutto, il grande rumore di fondo.

    Il dislike su X, ecco come funziona

    La funzionalità è semplice e appare sotto le risposte, non sui post principali. È rappresentato da un’icona grigia, un pollice verso, posizionato accanto ai tasti di reactions. I conteggi sono assolutamente privati: nessuno può vedere quante volte una risposta è stata segnata come negativa, neanche l’autore stesso.

    Quando si clicca sul dislike, in alcuni casi si potrebbe aprire un piccolo spazio di feedback con opzioni strutturate in questo modo: “Spam”, “Generato da AI”, “Scorretto o fuorviante”, “Fuori tema”.

    Stiamo parlando quindi di un segnale privato che finisce dritto nell’algoritmo di ranking delle conversazioni. X lo usa per decidere quali risposte mostrare in alto e quali spingere verso il basso.

    Bier ha precisato che il tasto non funzionerà come il downvote di Reddit, dove i voti negativi sono pubblici e possono determinare il crollo della visibilità di un commento. Qui il segnale serve esclusivamente al ranking e alla personalizzazione della sezione risposte, senza esporre metriche che potrebbero alimentare dinamiche di attacchi coordinati o risposte di massa.

    L'immagine che mostra il dislike su X
    Come sarà il tasto dislike su X

    La strategia anti-spam: rendere lo spam economicamente insostenibile

    L’obiettivo di questa mossa, come dichiarato da Bier, non dovrebbe fermarsi al miglioramento dell’esperienza di chi legge le risposte. Nei prossimi 30 giorni, ha spiegato, chi produce spam su X guadagnerà sempre meno. Il dislike è solo una parte di un intervento più ampio che prevede anche limitazioni geografiche sulle risposte e altri strumenti per contrastare gli abusi.

    Se le risposte spam vengono sistematicamente abbassate in termini di visibilità dall’algoritmo grazie ai segnali negativi degli utenti, chi le produce non ottiene più visibilità. E se non ottiene visibilità, non guadagna. Il modello di business dei bot che intasano le conversazioni per generare impressions potrebbe essere così colpito alla radice.

    Il caso precedente di YouTube

    X non è la prima piattaforma a sperimentare con i segnali negativi. E la scelta di mantenere privati i conteggi sembra aver recepito le lezioni di chi ci ha provato prima.

    YouTube, nel novembre 2021, ha reso invisibili al pubblico i conteggi dei dislike sui video, pur mantenendo il pulsante attivo. L’obiettivo dichiarato era ridurre gli attacchi coordinati, il cosiddetto “dislike bombing”, che colpiva soprattutto i creator più piccoli o chi affrontava argomenti controversi.

    Secondo YouTube, l’esperimento aveva mostrato una riduzione significativa dei comportamenti di attacco mirato. L’algoritmo continuava a usare il segnale internamente per le raccomandazioni, ma la negatività pubblica si era in parte spostata nei commenti.

    Reddit e il rischio delle camere dell’eco

    Reddit rappresenta l’altra piattaforma che utilizza ormai questo strumento.

    Il downvote è pubblico, in grado far crollare drasticamente la visibilità di un commento. Studi accademici hanno documentato come un singolo voto negativo possa influenzare a cascata i voti successivi: chi arriva dopo tende a conformarsi al giudizio già espresso.

    Il risultato è una moderazione efficace contro spam e contenuti fuori tema, ma anche un effetto echo-chamber, di camera d’eco dove le opinioni in genere minoritarie vengono sistematicamente affossate.

    X sembra prendere spunto da queste due esperienze. Rendendo i conteggi privati, come ricordato prima, il segnale arriva all’algoritmo.

    X e il dislike, rilascio graduale

    Al momento il rollout è limitato e lato server, infatti alcuni utenti lo vedono già, altri no. Classico rilascio asimmetrico che X ha adottato per molte delle sue novità recenti. Chi lo ha già attivo riporta che la sezione risposte appare effettivamente più pulita, con meno spam in evidenza.

    Va ricordato che già nel luglio 2024, TechCrunch aveva riportato che X stava sviluppando attivamente il tasto dislike, con riferimenti nel codice dell’app iOS a un’icona a forma di cuore spezzato.

    Anche Twitter, prima dell’acquisizione di Musk, aveva sperimentato funzionalità simili nel 2021. Ma solo ora che il rilascio è diventato realtà.

    X introduce il tasto dislike nelle risposte, ecco come funziona
    X introduce il tasto dislike nelle risposte, ecco come funziona

    Una mossa che è anche un’incognita

    Diciamolo, per come stanno le cose sulla piattaforma di Elon Musk questa sicuramente non risolverà tutti i problemi, ma prova ad affrontare quello che lo stesso responsabile di prodotto ha definito il suo lato più debole.

    Resta da vedere se la promessa di Bier si realizzerà, soprattutto quando punta a rendere lo spam economicamente insostenibile entro 30 giorni.

    Più interessante da vedere è come gli utenti useranno questo nuovo strumento, se per migliorare la qualità delle conversazioni o per altri scopi che X non ha previsto.

    Vedremo come andrà anche questa.

  • Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    La vicenda del contratto col Pentagono rivela come opera Sam Altman: solidarietà a parole mentre persegue i suoi obiettivi e scuse solo quando il danno d’immagine è fatto. I fatti raccontano un profilo diverso dall’immagine pubblica.

    Sam Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi. Dice le cose giuste al momento giusto, si posiziona dalla parte di chi appare più debole, esprime comprensione e solidarietà.

    E intanto agisce in direzione opposta. La vicenda del contratto tra OpenAI e il Pentagono, con tutto quello che è successo tra il 26 febbraio e il 3 marzo, offre una dimostrazione plastica di questo schema.

    Un meccanismo che si ripete

    Chi segue le vicende dell’intelligenza artificiale conosce già questo meccanismo.

    Altman lo ha usato più volte nel corso degli anni, con variazioni minime ma sempre con la stessa struttura di fondo: dichiarazioni pubbliche di principio accompagnate da azioni che vanno nella direzione opposta. Seguite poi da correzioni tardive presentate come ripensamenti spontanei.

    Questa volta però i fatti si sono susseguiti con una velocità tale da rendere il meccanismo visibile e chiaro a tutti. E vale la pena di ricostruirli non tanto per raccontare cosa è successo, che ormai è noto, ma per mostrare come Altman si è mosso in ogni passaggio.

    Sam Altman e il posizionamento preventivo

    Giovedì 26 febbraio, quando è già chiaro che Anthropic sta per rompere con il Pentagono, Altman invia un memo interno ai dipendenti di OpenAI. Nel memo scrive che l’azienda condivide le stesse “linee rosse” di Anthropic sulla sorveglianza di massa e sulle armi autonome. Si tratta di una mossa che prepara il terreno: qualunque cosa accada il giorno dopo, Altman potrà dire di essersi posizionato dalla parte giusta della storia.

    Come noto, il giorno dopo Dario Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono e Anthropic viene classificata come rischio per la sicurezza nazionale. Trump definisce l’azienda “radicale di sinistra” e ordina alle agenzie federali di smettere di usare Claude.

    Ed è in questo momento che il comportamento di Altman diventa rivelatore.

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia
    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Altman e la finta solidarietà

    Poche ore dopo il ban di Anthropic, per non dire quasi in contemporanea, Sam Altman annuncia su X l’accordo tra OpenAI e il Pentagono per i sistemi classificati.

    Nel post accompagna l’annuncio con parole di solidarietà verso Amodei. Scrive di fidarsi di lui, di credere che Anthropic si preoccupi davvero della sicurezza, definisce il ban “un precedente estremamente spaventoso“.

    Sono dichiarazioni che suonano nobili, quasi coraggiose. Ma arrivano mentre Altman sta firmando il contratto che prende esattamente il posto di quello appena strappato al suo concorrente.

    È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista una volta. Altman con i suoi modi non attacca mai direttamente. Si posiziona come alleato di chi sta per colpire, esprime comprensione per la sua posizione, e intanto porta a casa il risultato. La solidarietà diventa copertura per il raggiungimento dei suoi interessi.

    Il contesto che aggrava la posizione di Altman

    C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più significativa.

    Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Altman celebrava il suo accordo e Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti lanciavano attacchi aerei sull’Iran. Il Wall Street Journal ha riportato che lo US Central Command ha utilizzato Claude per le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione dei bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato per una missione di guerra.

    Altman sapeva certamente che Claude era integrato nei sistemi militari al punto da non poter essere sostituito in tempi brevi. Sapeva che presentarsi come l’alternativa in quel momento preciso gli avrebbe garantito un vantaggio competitivo enorme. Ha scelto di farlo, accompagnando l’operazione con dichiarazioni di solidarietà.

    Sam Altman e il mea culpa calibrato

    Ieri, lunedì 3 marzo, dopo un fine settimana in cui Claude è salito al primo posto dell’App Store superando ChatGPT, in cui il movimento “Cancel ChatGPT” ha preso piede sui social e in cui i dati hanno mostrato un’emorragia di utenti verso Anthropic, Altman pubblica una nuova nota.

    Questa volta ammette che la gestione dell’accordo “è sembrata opportunistica e sciatta, riconosce di aver sbagliato i tempi, annuncia modifiche al contratto per includere le stesse garanzie che Amodei chiedeva fin dall’inizio.

    Anche qui la modalità è riconoscibile. Le scuse arrivano solo quando il danno d’immagine è ormai evidente e quantificabile. Non sono il prodotto di una riflessione, ma la risposta a una crisi di reputazione. Altman non dice “ho sbagliato a firmare mentre Anthropic veniva bandita“. Dice “ho sbagliato a comunicare male“. La sostanza dell’azione non viene mai messa in discussione, solo la forma.

    Nella nota aggiunge che sta lavorando per inserire nel contratto un linguaggio esplicito contro la sorveglianza domestica e le informazioni acquisite commercialmente, cioè i dati che il governo può comprare dai data broker senza mandato.

    Sono esattamente le garanzie che Amodei chiedeva prima di firmare. Ma Altman le aggiunge dopo, quando ormai servono a recuperare credibilità, non a stabilire un principio.

    E gli utenti scoprono Claude 

    Ma c’è ancora un aspetto di questa vicenda che sfugge al controllo di Altman, ed è la reazione del mercato.

    I dati di Anthropic mostrano che le iscrizioni giornaliere hanno raggiunto livelli record, gli utenti gratuiti sono cresciuti di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Bloomberg riporta che la crescita di Anthropic ha superato i 19 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto ai 9 miliardi di fine 2025. Sono numeri che raccontano una migrazione in corso, anche se non si sa ancora di quale entità.

    Gli utenti hanno visto la stessa sequenza di eventi e ne hanno tratto le loro conclusioni. Hanno visto un CEO che esprime solidarietà mentre firma il contratto che sostituisce il concorrente; hanno visto le scuse arrivare solo dopo che i numeri mostravano un problema; hanno visto le modifiche al contratto presentate come concessioni spontanee quando erano evidentemente una risposta alla pressione. E hanno scelto di conseguenza.

    Sam Altman e il suo ritratto più chiaro

    Sam Altman ha costruito negli anni un’immagine pubblica di leader visionario, attento all’etica, preoccupato per le implicazioni dell’intelligenza artificiale.

    È un’immagine che ha coltivato con interviste, post sui social, apparizioni pubbliche calibrate. Ma le azioni raccontano una storia diversa, quella di un CEO che sa sempre dove posizionarsi per apparire dalla parte giusta mentre persegue obiettivi che vanno in un’altra direzione.

    Questa vicenda non è un incidente di percorso. È la manifestazione di un modo di operare che si ripete con variazioni minime da anni. La solidarietà usata come copertura, le scuse calibrate sul danno d’immagine, le concessioni presentate come principi quando sono risposte alla pressione del momento.

    Sono tutti elementi di uno stesso schema, e questa volta si sono manifestati in una sequenza così rapida e visibile da non poter essere ignorati, da nessuno.

    Resta da vedere se questa consapevolezza avrà conseguenze durature o se Altman riuscirà ancora una volta a riposizionarsi. Ma intanto i fatti sono chiari, e il profilo che ne emerge è difficile da essere frainteso.

    [L’immagine di copertina è modificata da Franz Russo – Credits: Sam Altman speaking at TED” by TED Conference is licensed under CC BY-NC-SA 4.0.]

  • Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Mark Zuckerberg ha testimoniato davanti alla giuria del caso KGM. Una testimonianza a tratti molto tesa dove, in sostanza, Zuckerberg in modo netto ha anche sottolineato il suo potere all’interno di Meta. Un caso che tocca anche l’UE.

    Il 18 febbraio 2026, Mark Zuckerberg si è seduto sul banco dei testimoni del Los Angeles Superior Court, davanti a una giuria per il caso KGM. Si tratta di un processo storico per le piattaforme digitali

    Non era la prima volta che il fondatore di Meta rispondeva di fronte a un’istituzione: nel 2018 aveva già affrontato il Congresso americano, e in quell’occasione aveva persino chiesto scusa alle famiglie colpite dai danni dei social.

    Ma era la prima volta che Mark Zuckerberg lo faceva sotto giuramento, davanti a dodici giurati chiamati a decidere se Instagram sia una piattaforma dannosa.

    Il caso, come già ricordato, vede coinvolta KGM contro le piattaforme digitali, nello specifico Meta e YouTube.

    La protagonista di questa vicenda è Kaley, una ventenne californiana identificata negli atti giudiziari con le sole iniziali per tutelarla. Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni; a nove era già su Instagram; a undici, secondo i documenti del processo, il suo profilo era attivo quotidianamente. La sua storia fatta di dipendenza digitale, depressione, pensieri suicidari è diventata il cuore di una battaglia legale che va ben oltre la sua vicenda personale.

    Un processo che vale 1.600 cause

    Il caso KGM è quello che negli Stati Uniti si chiama un “bellwether trial”, un processo-campione. Il suo esito potrebbe influenzare l’andamento di oltre 1.600 cause simili, già consolidate e in attesa di sentenza, oltre a più di 2.300 procedimenti paralleli depositati da genitori, distretti scolastici e procuratori generali statali.

    TikTok e Snap hanno già patteggiato prima dell’inizio del dibattimento e, quindi, restano in piedi Meta e Google, che risponde per YouTube.

    La tesi dell’accusa è semplice nelle parole, quanto complessa nelle prove: le piattaforme non sono strumenti neutrali ma prodotti progettati intenzionalmente per agganciare gli utenti più giovani, sfruttando le loro vulnerabilità neurologiche.

    Un “casinò digitale”, secondo la definizione usata dall’avvocato dell’accusa Mark Lanier. La difesa risponde che la complessità della salute mentale adolescenziale non può essere ridotta all’uso di un’app.

    Per decenni Big Tech ha goduto della protezione offerta dalla Section 230 del Communications Decency Act del 1996, una norma che esclude le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    Ma in questa occasione l’accusa ha adottato un’altra strada: aggirare il 230 applicando le leggi sulla responsabilità del produttore. Non si contesta quello che gli utenti pubblicano, ma come la piattaforma è stata progettata. È la stessa logica che negli anni Novanta ha trascinato in tribunale le grandi case del tabacco, se possiamo avanzare questo esempio.

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM
    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Zuckerberg in aula: i documenti interni che scottano

    La testimonianza di Mark Zuckerberg è durata ore e ha riservato momenti di tensione evidente. L’avvocato Lanier ha costruito la sua strategia attorno ai documenti interni di Meta, portando in aula email e report che la società non avrebbe mai voluto vedere proiettati su uno schermo davanti a una giuria.

    Il primo elemento riguardava gli obiettivi di crescita.

    Lanier ha mostrato un’email del 2015 in cui Zuckerberg scriveva di voler aumentare del 12% in tre anni il tempo che gli utenti trascorrevano su Instagram. Il fondatore ha risposto di non ricordare se fosse un obiettivo ufficiale, aggiungendo che Meta cerca di creare servizi utili e che le persone continuano a usarli perché li trovano validi. Un’affermazione che, nel contesto del processo, è sembrata una risposta preparata per l’occasione.

    Più pesante il documento del 2020, che mostrava come gli undicenni avessero quattro volte più probabilità di tornare su Facebook rispetto agli utenti adulti. “Persone che si iscrivono a Facebook a undici anni?“, ha chiesto Lanier sarcasticamente. “Pensavo che non ne aveste.”

    Zuckerberg ha confermato che molti utenti mentono sull’età per accedere alla piattaforma, definendo la verifica “molto difficile”.

    Ma è il documento datato 2017 quello che ha lasciato meno margine di manovra al fondatore di Facebook poi diventata Meta.

    Un’email interna recitava testualmente: “Mark ha deciso che la priorità principale dell’azienda nel 2017 sono gli adolescenti“.

    Zuckerberg, incalzato, ha risposto che “il contesto suggerisce che sia corretto“, di fatto confermando il contenuto senza smentirlo. E un documento del 2018 riportava la frase: “Se vogliamo vincere in grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro da tweens“, cioè prima dei tredici anni, che è l’età minima prevista dalla stessa policy di Instagram.

    La strategia dei “tweens” e i filtri estetici

    Un altro capitolo della testimonianza nel caso KGM ha riguardato i filtri estetici di Instagram.

    Quando i propri esperti interni avevano segnalato che quei filtri, che modificano l’aspetto del viso, levigano la pelle, alterano i lineamenti, contribuivano a problemi di immagine corporea nelle ragazze giovani, Zuckerberg aveva deciso di non eliminarli.

    La sua spiegazione in aula, in sostanza, è stata: rimuoverli avrebbe significato fare una scelta paternalistica. “Abbiamo permesso alle persone di usarli se lo desideravano“, ha detto, “ma abbiamo smesso di raccomandarli attivamente“.

    Kaley usava spesso quei filtri. E la sua causa avanza la tesi che abbiano contribuito alla sua dismorfia corporea.

    Il momento più teatrale è arrivato quando Lanier ha fatto srotolare in aula, con l’aiuto di sei avvocati, un collage largo dieci metri con centinaia di selfie che Kaley aveva pubblicato su Instagram negli anni della sua dipendenza.

    L’avvocato ha chiesto a Zuckerberg di osservarli. Il suo account era mai stato monitorato per un uso così massiccio da parte di una bambina? Il CEO non ha risposto. Kaley ha assistito alla testimonianza dalla galleria del tribunale riservata al pubblico.

    Nel corso della deposizione, Zuckerberg è apparso visibilmente irritato. “Non è quello che sto dicendo“, “Stai fraintendendo le mie parole“, “Stai travisando quello che ho detto“, le sue risposte sono diventate più taglienti man mano che le ore passavano.

    Quando invece è toccato all’avvocato della difesa fare le domande, il tono si è fatto più disteso. Zuckerberg ha sostenuto che esiste un malinteso di fondo: più tempo trascorso sulla piattaforma non significa automaticamente più profitti, perché “se le persone non hanno una buona esperienza, perché continuerebbero a usarla?”.

    Zuckerberg e la conferma del suo potere su Meta

    Non sono mancati i momenti di tensione per Zuckerberg.

    Specie nel momento in cui gli avvocati hanno avanzato il dubbio che avesse mentito in una intervista al podcast di Joe Rogan, lo scorso anno, riguardo all’impossibilità che il CdA di Meta potesse mai licenziarlo.

    In quella occasione disse di non essere particolarmente preoccupato, ma di fronte agli avvocati ha risposto: “Se il consiglio volesse licenziarmi, potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”.

    Un messaggio chiaro e limpido. In sostanza Zuckerberg in aula ha voluto sottolineare il suo totale controllo di Meta. La sua non è una figura paragonabile a qualsiasi altro CEO, quindi sostituibile. Con quella frase Zuckerberg ha voluto marcare il concetto che la sua leadership all’interno di Meta è blindata e che il board non è un potere avverso all’interno dell’azienda. Tutt’altro.

    Meta è strettamente legata alle sorti di Mark Zuckerberg ed è un tema che assume una certa rilevanza in questo periodo in cui si parla sempre più della diretta responsabilità dei proprietari delle piattaforme, specie in UE.

    Ecco perché questo processo interessa anche l’UE

    Il caso KGM non è solo una storia americana. In Italia, in Germania, in Francia, in Spagna e nel resto dell’UE, il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme nei confronti dei minori si è acceso in particolar modo nelle ultime settimane.

    Come abbiamo visto nei giorni scorsi, avanzano proposte di legge a difesa dei minori sulle piattaforme nei paesi UE e, in particolar modo, si fa strada il metodo Spagna che punta a mettere nel mirino proprio la responsabilità diretta dei proprietari delle piattaforme e dei senior manager.

    Una sentenza favorevole a Kaley potrebbe avere conseguenze anche oltre l’Atlantico, non tanto per effetto giuridico diretto ma per pressione politica e reputazionale.

    Sarebbe la conferma, dopo anni di dibattiti, che le piattaforme, e forse anche i proprietari, possono essere ritenute responsabili non solo per ciò che i loro utenti pubblicano, ma per il modo in cui sono state costruite per trattenerli.

    La giuria del Los Angeles Superior Court dovrà raggiungere un accordo con nove voti su dodici per emettere un verdetto. La sentenza è attesa entro fine marzo 2026.

    Nel frattempo, fuori dal palazzo di giustizia, genitori che hanno perso i loro figli a causa di dinamiche legate all’uso dei social media continuano ad attendere. Molti di loro tenevano in mano una foto dei propri figli che non ci sono più.

  • X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    X dichiara 1 miliardo di dollari in ricavi annuali dagli abbonamenti Premium. Ma i numeri raccontano una storia più complessa, tra promesse non mantenute e contraddizioni sui dati degli utenti.

    X, per voce di Nikita Bier, responsabile di prodotto, sostiene di aver realizzato 1 miliardo di dollari in ricavi ricorrenti annualizzati dagli abbonamenti. La notizia è stata data durante una riunione plenaria di xAI tenutosi martedì scorso.

    La notizia, riportata da The Information, è stata immediatamente rilanciata come un successo. Ma come spesso accade con i numeri che escono dall’orbita di Musk, vale la pena guardarci dentro con attenzione.

    Un dato da contestualizzare

    Il primo elemento da chiarire riguarda la natura del dato. Si tratta infatti di annualized recurring revenue, ossia una proiezione basata sul ritmo attuale dei ricavi, non di un consuntivo certificato.

    È una metrica usata dalle aziende in crescita per mostrare il potenziale, ma che può sovrastimare la realtà se il trend non si mantiene costante.

    Il secondo elemento è il contesto. A inizio 2025, gli utenti abbonati ai servizi Premium erano circa 650.000, vale a dire meno dello 0,2% dei 580 milioni di utenti attivi mensili dichiarati all’epoca.

    Stime indipendenti indicavano ricavi da abbonamenti intorno ai 200 milioni di dollari all’anno. Un miliardo rappresenterebbe quindi una crescita di cinque volte in meno di dodici mesi. Possibile, ma il dato non è verificabile dall’esterno, visto che X è una società privata e non pubblica bilanci.

    Come nota Social Media Today, il miliardo resta comunque lontano dai ricavi pubblicitari, che nel 2024 rappresentavano ancora circa il 68% del fatturato totale di X, stimato intorno ai 2,5 miliardi di dollari.

    Per un confronto: Snapchat ha dichiarato 750 milioni di dollari da Snapchat+ (la versione a pagamento dell’app di Evan Spiegel che offre l’accesso a funzionalità esclusive, sperimentali e in anteprima) nel 2025. Il traguardo di X è quindi plausibile, ma non rappresenta la svolta che la narrazione interna vorrebbe suggerire.

    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri
    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    Il dubbio sul numero degli utenti di X

    Nello stesso meeting, Musk ha fornito dati sugli utenti che meritano un’analisi attenta. Ha parlato di “1 miliardo di utenti”, ma la cifra si riferisce alle app installate, non agli utenti attivi.

    Gli utenti attivi mensili, ha ammesso lo stesso Musk, sono “in media circa 600 milioni”. Ma c’è di più: pochi giorni prima, lo stesso Bier aveva scritto su X di occuparsi del supporto clienti per “500 milioni di persone”.

    Quindi X ha 500 milioni, 600 milioni o un miliardo di utenti? Dipende da come si vogliono presentare i numeri.

    È un esempio di quella che potremmo chiamare la contabilità creativa della comunicazione di Musk: i dati vengono selezionati e presentati per costruire la narrazione più favorevole, lasciando agli osservatori esterni il compito di ricostruire il quadro reale.

    Come avevo già analizzato in un precedente approfondimento sulla situazione di X, la piattaforma ha vissuto un’emorragia di utenti e inserzionisti dopo l’acquisizione del 2022. I segnali di ripresa ci sono, ma vanno letti con cautela.

    Grok e la monetizzazione di uno scandalo

    Va detto che sull’aumento dei ricavi da abbonamenti gioca un peso anche Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da xAI e integrata in X. L’IA generativa può essere usata anche senza abbonamento ma con forti limitazioni d’uso, ma evidentemente con abbonamento come Premium e Premium + (38 euro al mese effettuando il pagamento da web) le possibilità aumentano.

    E ricorderete anche come Grok sia stato di recente al centro di uno scandalo per via della generazione di immagini con richieste testuali senza alcun controllo e senza alcun consenso, sfociando in deepfake a sfondo sessuale.

    Ricorderete anche che per limitarlo da un utilizzo esteso a tutti con tutto quello a cui abbiamo assistito, la possibilità di generare immagini con richieste testuali pubbliche sia adesso limitata a chi ha almeno un abbonamento Premium.

    Un modo per monetizzare anche su uno scandalo che ancora non si è esaurito del tutto.

    X Money è quasi realtà

    Nello stesso meeting, Musk ha annunciato che X Money, il sistema di pagamenti integrato, entrerà in beta esterna “entro uno o due mesi”. Secondo quanto riportato da Cointelegraph, Musk lo ha descritto come “la fonte centrale di tutte le transazioni monetarie”.

    Nel 2023, Musk aveva dichiarato che sarebbe stato “sconvolgente” se X non avesse avuto i trasferimenti di denaro operativi entro fine 2024. Siamo arrivati a febbraio 2026 e forse il progetto tanto ambito da Musk potrebbe arrivare.

    Va anche rilevato come X non abbia ancora ottenuto la licenza di trasmissione di denaro nello stato di New York, requisito fondamentale per operare su scala nazionale negli Stati Uniti.

    Per Musk si tratterebbe di un ritorno alle origini, dato che nel 1999 aveva co-fondato X.com, poi diventata PayPal. Ma tra le ambizioni dichiarate e la realtà operativa c’è spesso un divario significativo. Le tempistiche di Musk sono notoriamente ottimistiche, e i precedenti suggeriscono cautela.

    Il contesto: fusioni, acquisizioni e consolidamento

    Il dato sugli abbonamenti arriva in un momento di grande movimento per l’ecosistema di Musk.

    Nel marzo 2025, xAI ha acquisito X Corp. in una transazione che valutava il social network 33 miliardi di dollari, circa 12 miliardi in meno rispetto ai 44 pagati nell’ottobre 2022. La settimana scorsa, SpaceX ha acquisito xAI, creando un’entità combinata valutata 1,25 trilioni di dollari.

    Nikita Bier, l’uomo che ha annunciato il traguardo del miliardo, è entrato in X come head of product a fine giugno 2025.

    È noto per aver creato app virali come TBH e Gas, entrambe acquisite rispettivamente da Meta e Discord. La sua specialità è creare prodotti che generano engagement e conversioni.

    Il meeting in cui sono stati annunciati questi numeri arrivava dopo l’uscita di diversi dirigenti da xAI, e aveva tutta l’aria di un esercizio di rassicurazione interna ed esterna.

    I numeri nel contesto

    I numeri dichiarati da X

    • Ricavi annualizzati da abbonamenti: 1 miliardo di dollari (proiezione)
    • Utenti attivi mensili: 600 milioni (o 500 milioni, secondo Bier)
    • App installate: oltre 1 miliardo
    • Abbonati Premium stimati a inizio 2025: circa 650.000
    • Ricavi totali 2024: circa 2,5 miliardi di dollari
    • Quota ricavi da pubblicità: 68%
    • Debito ereditato dall’acquisizione: circa 12 miliardi di dollari

    Il trend più ampio: tutti verso gli abbonamenti

    Il caso di X si inserisce in una tendenza più ampia che coinvolge tutte le principali piattaforme. Come sottolinea un’analisi di Social Media Today, Meta ha lanciato Meta Verified per Facebook, Instagram e Threads. Snapchat ha Snapchat+. LinkedIn sta ampliando la sua offerta Premium. YouTube sta spostando sempre più funzionalità dietro paywall. Instagram sta valutando un’offerta simile a Snapchat+ per i più giovani.

    Nel 2023 Musk aveva previsto questa evoluzione, sostenendo che il social a pagamento sarebbe diventato “l’unico social media che conta”. L’argomentazione era legata alla lotta ai bot, ma nell’era dell’intelligenza artificiale generativa quella logica assume contorni diversi.

    C’è però un limite strutturale che nessuna piattaforma può ignorare. Il valore pubblicitario dipende dalla massima reach possibile, e la reach evidentemente richiede accesso gratuito per la maggioranza degli utenti.

    Nessuna piattaforma digitale può oggi permettersi di passare a un modello interamente a pagamento senza perdere la propria base utenti. E, di conseguenza, il modello ibrido sembra l’unica strada percorribile.

    Le contraddizioni dietro i numeri

    Quasi contemporaneamente ai momenti in cui veniva annunciato il miliardo dagli abbonamenti, X ha rimosso la modalità “dim” dall’interfaccia desktop, lasciando agli utenti solo la scelta tra sfondo bianco e nero totale. La modalità a luci soffuse, più riposante per gli occhi, non è più disponibile.

    Quando gli utenti hanno iniziato a chiedere spiegazioni, la risposta di Nikita Bier è stata rivelatrice: X non può permettersi di supportare “più di due colori”. E alla replica di chi trovava la spiegazione bizzarra, Bier ha chiarito: a differenza di Meta, Google e Microsoft, che hanno decine di migliaia di dipendenti, il team di X che lavora sul prodotto “è di 30 persone”.

    Una risposta sarcastica, ma che dice molto sulla realtà operativa della piattaforma. Si stima che oggi X abbia circa 2.800 dipendenti totali, più dei 1.500 rimasti dopo i tagli iniziali di Musk, ma lontanissimi dai 7.500 dell’era Twitter.

    E se un miliardo di dollari in abbonamenti non basta a mantenere tre opzioni di colore, qualche domanda sulla sostenibilità del modello è legittima.

    Il vero punto della questione di X

    Il miliardo di dollari dagli abbonamenti è un dato che va registrato, certo. Ma va anche contestualizzato. Come ho cercato di spiegare qui, si tratta di una proiezione, non un consuntivo.

    Arriva da un’azienda che non pubblica bilanci e che ha una storia di numeri presentati in modo selettivo. Si inserisce in una strategia che punta a ridurre la dipendenza dalla pubblicità, ma che finora non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati.

    X sta cambiando, questo è ormai evidente a tutti ed è anche scontato ripeterlo. Ma la direzione non è ancora chiara, e le dichiarazioni di Musk hanno un andamento che invita alla prudenza.

  • Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Roskomnadzor limita Telegram in Russia per spingere gli utenti verso Max, app di sorveglianza statale. Ecco dove le piattaforme sono davvero vietate ed ecco perché censura e regolamentazione sono cose diverse.

    Dal 10 febbraio 2026, Roskomnadzor, l’ente russo delle comunicazioni, ha iniziato a limitare il funzionamento di Telegram in tutto il Paese.

    Gli utenti segnalano rallentamenti nel caricamento di immagini, video e messaggi vocali, mentre i messaggi di testo funzionano ancora. La versione mobile risulta più colpita di quella desktop.

    Roskomnadzor giustifica la mossa con la presunta violazione delle leggi russe da parte di Telegram, accusando la piattaforma di non proteggere i dati personali e di non contrastare frodi e attività terroristiche. Ma chi segue da tempo le dinamiche del controllo digitale in Russia sa bene che questa giustificazione racconta solo una parte della storia.

    Una stretta progressiva, non un fulmine a ciel sereno

    Questa limitazione è solo l’ultimo capitolo di un percorso iniziato mesi fa. Ad agosto 2025, Mosca aveva già limitato le chiamate vocali e video su Telegram e WhatsApp, sostenendo che i servizi venivano usati per frodi e attività di sabotaggio. A ottobre ha bloccato le nuove registrazioni su entrambe le piattaforme. A dicembre ha colpito anche FaceTime e Snapchat.

    Cos’è e come funziona Max, l’app governativa

    Il vero obiettivo è spingere gli utenti russi verso Max, l’app di messaggistica sviluppata da VK con stretti legami con il Cremlino. Da settembre 2025, tutti gli smartphone venduti in Russia devono pre-installarla obbligatoriamente. Max si integra con i servizi governativi Gosuslugi e richiede numeri di telefono russi, con verifica dell’identità che probabilmente diventerà obbligatoria.

    A differenza di Telegram, che usa la crittografia end-to-end, Max è progettata per consentire ai servizi di sicurezza russi l’accesso ai dati condivisi. In pratica, un vero sistema di sorveglianza camuffato da app di messaggistica. Un modello che ricorda molto da vicino quello che la Cina ha costruito con WeChat, dove ogni interazione digitale passa attraverso canali monitorabili dallo Stato.

    Max, l'app di VK
    Max, l’app di VK

    La risposta di Pavel Durov

    Pavel Durov, fondatore russo di Telegram che vive in esilio negli Emirati Arabi Uniti, ha risposto con decisione alla mossa di Roskomnadzor. Ha ricordato che otto anni fa l’Iran tentò la stessa strategia, vietando Telegram con pretesti inventati per spingere gli utenti verso un’alternativa statale. E fallì miseramente, perché gli utenti usarono VPN e altri strumenti per aggirare i blocchi.

    Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta. Telegram sta per libertà di parola e privacy, indipendentemente dalla pressione“, ha scritto Durov sul suo canale.

    Una dichiarazione che riecheggia le battaglie che lo stesso Durov ha combattuto negli anni, da quando fu costretto a cedere VK (VKontakte), il social network russo che aveva fondato, proprio per le pressioni del Cremlino.


    Da chi è gestita oggi VK – VKontakte

    VK sta per VKontakte e questo nome ricorda  la piattaforma social russa fondata proprio da Pavel Durov nel 2006, nata come alternativa a Facebook e che ne richiamava effettivamente il design e i colori blu.

    Durov fu poi costretto a cederla nel 2014 sotto pressione del Cremlino, quando rifiutò di consegnare i dati degli utenti ucraini e di bloccare i gruppi di opposizione. Usò i proventi di quella vendita forzata per fondare Telegram dall’esilio negli Emirati.

    VK oggi è di fatto controllata dallo Stato russo attraverso una struttura complessa. Nel dicembre 2021, Sogaz (compagnia assicurativa legata a Gazprom) e Gazprombank hanno acquisito il 57,3% delle quote di voto di VK dall’oligarca Alisher Usmanov.

    Sogaz è in parte posseduta da Yuri Kovalchuk, amico personale di Putin e figura chiave nelle reti economiche del Cremlino.

    Nel dettaglio, ecco chi gestisce VK oggi:

    • Vladimir Kiriyenko è il CEO di VK. È il figlio di Sergei Kiriyenko, spesso definito braccio destro di Putin e responsabile del controllo politico sui “nuovi territori” russi (ossia i territori ucraini occupati).
    • Stepan Kovalchuk è il vicepresidente responsabile della strategia media di VK. È il nipote di Yuri Kovalchuk, l’amico personale di Putin già citato sopra.

    Quindi VK non è semplicemente “vicina al Cremlino”. È gestita direttamente da figli e nipoti del cerchio più stretto di Putin. E questa stessa VK è l’azienda che sviluppa Max, l’app che Roskomnadzor vuole sostituire a Telegram.


    Pavel Durov
    Pavel Durov founder Telegram

    Il paradosso dei blogger pro-guerra

    C’è un dettaglio che rende questa vicenda quasi paradossale e che merita attenzione. I blogger militari pro-guerra russi, quelli che sostengono l’invasione dell’Ucraina e comunicano dal fronte proprio attraverso Telegram, hanno criticato apertamente la decisione di Roskomnadzor.

    Il canale Two Majors, uno dei più seguiti tra i corrispondenti militari russi, ha lamentato che ora le posizioni dal fronte saranno trasmesse “non dalla gente, ma dai nostri padroni del ministero degli esteri”. Anche Alexander Kots, altro corrispondente pro-guerra molto noto, ha fatto notare che bloccare Telegram limiterebbe le stesse “operazioni informative” russe e il reclutamento di ucraini attraverso l’app per compiere atti di sabotaggio.

    Quando persino i sostenitori più accesi del regime criticano una decisione, significa che quella decisione colpisce interessi trasversali che vanno ben oltre le logiche di propaganda.

    La reazione internazionale

    Amnesty International ha definito la mossa “censura e ostruzione mascherate da protezione dei diritti dei cittadini”. Reporters Without Borders parla di “strategia per strangolare la circolazione dell’informazione” e ricorda che la Russia occupa il 171° posto su 180 nel World Press Freedom Index.

    Telegram, 93 milioni di utenti in Russia

    Telegram conta oltre 93 milioni di utenti attivi mensili in Russia, praticamente quanto WhatsApp. Nel corso del tempo l’app di messaggistica si è trasformata in un canale cruciale per media indipendenti, figure pubbliche e, ironia della sorte, per gli stessi organi governativi incluso lo stesso Roskomnadzor. Persino il ministero degli Esteri russo e la task force nazionale per il Covid hanno canali ufficiali su Telegram.

    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos'è la censura
    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Ecco dove Telegram è davvero vietata

    Per comprendere meglio il contesto, vale la pena ricordare dove Telegram è effettivamente vietata o fortemente limitata nel mondo.

    La Cina ha bloccato Telegram nel 2015, dopo che attivisti per i diritti umani e avvocati avevano usato la piattaforma per organizzarsi.

    L’Iran ha imposto il divieto nel 2018, accusando l’app di facilitare le proteste contro il governo e di diffondere contenuti “immorali”. Il Pakistan ha bloccato Telegram periodicamente, citando preoccupazioni sulla sicurezza informatica e la diffusione di fake news.

    Nel 2025 si sono aggiunti altri Paesi. Il Vietnam ha vietato Telegram a maggio, accusandola di diffondere “documenti anti-Stato” e informazioni false.

    Il Kenya ha imposto un blocco a giugno durante le proteste del 2025. Il Nepal ha seguito a luglio, motivando la decisione con preoccupazioni su frodi e riciclaggio di denaro. La Thailandia aveva già bloccato l’app nel 2020 perché usata per organizzare le proteste anti-governative.

    La Somalia ha imposto un divieto nel 2023, sostenendo che la piattaforma veniva usata da gruppi terroristici e per diffondere contenuti espliciti.

    Secondo i dati di Surfshark e Netblocks, dal 2015 a oggi 31 Paesi hanno vietato Telegram, temporaneamente o permanentemente, colpendo potenzialmente oltre 3 miliardi di persone a livello globale.

    Il quadro più ampio: le piattaforme vietate nel mondo

    Telegram non è un caso isolato. Il controllo delle piattaforme digitali è diventato uno strumento di governance per regimi autoritari e, in alcuni casi, anche per democrazie che affrontano sfide specifiche.

    La Cina rappresenta l’esempio più strutturato di censura digitale. Dal 2009 ha bloccato X (allora Twitter), Facebook, YouTube, Instagram e molte altre piattaforme occidentali, costringendo i cittadini a usare alternative domestiche come WeChat, Weibo e Douyin (la versione cinese di TikTok). Il Great Firewall cinese rimane il sistema di controllo più sofisticato al mondo.

    La Corea del Nord applica il modello più estremo in assoluto. L’accesso a Internet è riservato a pochissimi funzionari autorizzati e tutte le piattaforme globali sono inaccessibili. I cittadini comuni hanno accesso solo a una intranet governativa.

    La Russia ha intensificato i blocchi dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, vietando Facebook e Instagram (con Meta dichiarata “organizzazione estremista”) e limitando fortemente X. L’obiettivo dichiarato era contrastare la “disinformazione” sul conflitto, ma nella pratica si trattava di impedire ai russi di accedere a fonti di informazione non controllate dal Cremlino.

    L’Iran blocca X e Facebook dal 2009, insieme a YouTube e molte altre piattaforme. Il Turkmenistan applica restrizioni simili, con uno dei punteggi più bassi al mondo in termini di libertà di Internet (2 su 100 secondo Freedom House).

    Il Myanmar ha bloccato Facebook, X e Instagram dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, cercando di controllare il flusso di informazioni sulle proteste e sulla repressione.

    TikTok merita un discorso a parte. L’India l’ha vietata nel 2020 per ragioni di sicurezza nazionale, diventando il primo grande Paese a farlo. L’Albania ha imposto un divieto completo nel 2025, citando la violenza giovanile e l’instabilità sociale. Gli Stati Uniti hanno attraversato mesi di incertezza normativa, con TikTok brevemente sospesa a gennaio 2025 prima di ottenere una proroga di 75 giorni. Il Canada ha chiuso gli uffici di TikTok nel Paese per motivi di sicurezza nazionale, pur lasciando l’app accessibile agli utenti comuni.

    Un caso interessante è quello del Brasile, che nell’agosto 2024 ha temporaneamente bloccato X dopo che Elon Musk si era rifiutato di nominare un rappresentante legale nel Paese e di rimuovere account accusati di diffondere odio e disinformazione legati ai sostenitori dell’ex presidente Bolsonaro. Il blocco è durato circa 40 giorni, fino a quando X ha pagato le multe (circa 5,2 milioni di dollari), nominato un rappresentante legale e rimosso i contenuti contestati. Un precedente significativo perché dimostra che anche le democrazie possono arrivare a bloccare piattaforme quando queste si rifiutano sistematicamente di rispettare le leggi locali.

    La differenza tra censura e regolamentazione

    Questo caso russo dovrebbe rammentare quali sono i Paesi che davvero osteggiano e censurano le piattaforme. Un tema su cui spesso si fa molta confusione, soprattutto quando si parla di regolamentazione nell’UE.

    Quando la Russia limita Telegram per spingere i cittadini verso un’app di sorveglianza statale, siamo di fronte a censura. Quando la Cina blocca tutte le piattaforme occidentali per controllare il flusso informativo, siamo di fronte a censura. Quando l’Iran vieta Telegram per reprimere le proteste, siamo di fronte a censura.

    Quando invece l’UE chiede alle piattaforme di rispettare il Digital Services Act, di essere trasparenti sugli algoritmi, di rimuovere contenuti illegali e di proteggere i minori, siamo di fronte a regolamentazione democratica. Sono due cose profondamente diverse, anche se spesso vengono confuse nel dibattito pubblico.

    La partita sul controllo dell’informazione digitale in Russia entra in una nuova fase. E ancora una volta, la libertà di comunicare diventa il campo di battaglia. Ma è fondamentale non perdere di vista le distinzioni: c’è chi blocca le piattaforme per controllare i cittadini e chi chiede alle piattaforme di rispettare regole democratiche. La differenza non è sottile, è sostanziale.

  • La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    La Commissione UE accusa TikTok di violare il DSA. Scroll infinito, autoplay e algoritmo creano dipendenza nei minori. ByteDance respinge le accuse e annuncia battaglia legale. Rischio multa miliardaria.

    La Commissione UE ha formalizzato le contestazioni a TikTok per violazione del Digital Services Act. Al centro della contestazione c’è l’architettura stessa della piattaforma di ByteDance, progettata secondo Bruxelles per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti attraverso meccanismi che sfruttano le vulnerabilità psicologiche.

    Non si tratta di una multa, almeno non ancora. Ma le conclusioni preliminari della Commissione aprono una fase decisiva del procedimento formale avviato il 19 febbraio 2024, quasi due anni fa.

    La vicenda si inserisce in un contesto europeo sempre più deciso a intervenire sulla regolamentazione delle piattaforme social, con particolare attenzione alla tutela dei minori.

    Una accelerazione che arriva pochi giorni dopo l’annuncio della Spagna di voler vietare i social ai minori di 16 anni, seguendo l’esempio dell’Australia che dal 10 dicembre 2025 ha introdotto il divieto più stringente al mondo in questo contesto.

    Cosa contesta la Commissione UE a TikTok

    Le funzionalità sotto accusa sono quattro e rappresentano i pilastri dell’esperienza utente su TikTok. E cioè: lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche push e il sistema di raccomandazione altamente personalizzato.

    Secondo l’indagine della Commissione, TikTok non ha valutato adeguatamente come queste caratteristiche possano danneggiare il benessere fisico e mentale degli utenti, inclusi minori e adulti vulnerabili.

    La commissione, nel dare notizia delle contestazioni, utilizza un’espressione efficace per descrivere il meccanismo: queste funzionalità “premiano” costantemente gli utenti con nuovi contenuti, alimentando l’urgenza di continuare a scorrere e spostando il cervello in “modalità pilota automatico”.

    Ricerche scientifiche recenti dimostrano che questo può portare a comportamenti compulsivi e ridurre l’autocontrollo degli utenti. Non si tratta un’accusa generica, la Commissione cita dati specifici che TikTok avrebbe ignorato nella propria valutazione dei rischi, come il tempo che i minori trascorrono sulla piattaforma di notte e la frequenza con cui gli utenti aprono l’app.

    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell'app crea dipendenza
    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    Gli strumenti di protezione di TikTok non funzionano

    Un punto centrale delle contestazioni riguarda l’inefficacia delle misure di mitigazione già presenti sulla piattaforma. Gli strumenti di gestione del tempo sullo schermo, secondo la Commissione, sono facili da aggirare e introducono frizioni limitate.

    I controlli parentali richiedono tempo e competenze da parte dei genitori per essere attivati, risultando nella pratica poco efficaci. In sintesi, TikTok “sembra non attuare misure ragionevoli, proporzionate ed efficaci per attenuare i rischi derivanti dalla sua progettazione che crea dipendenza“.

    La Commissione ritiene che TikTok debba “modificare la struttura di base del suo servizio“. Le soluzioni indicate sono radicali: disabilitare nel tempo le funzionalità che creano dipendenza come lo scroll infinito; attuare interruzioni temporali dello schermo efficaci anche durante la notte; e adattare il sistema di raccomandazione.

    Si tratta di interventi che toccherebbero il cuore stesso dell’app, ossia quelle caratteristiche che hanno reso TikTok un fenomeno globale con oltre 200 milioni di utenti solo in Europa.

    La risposta di TikTok e i prossimi passi

    TikTok ha respinto le contestazioni con toni decisi.

    Le indagini preliminari della Commissione descrivono la nostra piattaforma in modo completamente falso e privo di fondamento“, ha dichiarato un portavoce, annunciando che l’azienda “adotterà tutto il necessario per contrastare tali accuse con ogni mezzo a disposizione“. Una posizione di scontro frontale che anticipa una battaglia legale.

    TikTok ha ora la possibilità di esercitare il proprio diritto alla difesa, esaminando i documenti del fascicolo e rispondendo per iscritto alle constatazioni preliminari.

    Parallelamente sarà consultato il Comitato UE per i servizi digitali. Se le violazioni venissero confermate, la Commissione potrebbe infliggere un’ammenda fino al 6% del fatturato mondiale annuo di ByteDance.

    Considerando che nel 2024 il gruppo ha registrato ricavi per 155 miliardi di dollari, si tratterebbe potenzialmente di una cifra che potrebbe superare i 9 miliardi di euro.

    Il contesto: due anni di indagini su più fronti

    Le contestazioni odierne fanno parte di un procedimento più ampio avviato nel febbraio 2024. L’indagine copre diversi aspetti della piattaforma: oltre al design che crea dipendenza, la Commissione sta esaminando l’”effetto coniglio” (rabbit hole) dei sistemi di raccomandazione, il rischio che i minori abbiano esperienze inadeguate all’età a causa di una falsa rappresentazione della loro età, e gli obblighi delle piattaforme di garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione per i minori.

    Non tutto il procedimento è ancora aperto. La parte sulla trasparenza pubblicitaria è stata chiusa nel dicembre 2025 mediante impegni vincolanti accettati dalla Commissione, permettendo a TikTok di evitare una sanzione su quel fronte.

    Nell’ottobre 2025 erano già state adottate conclusioni preliminari sull’accesso ai dati pubblici per i ricercatori, contestando alla piattaforma scarsa trasparenza.

    Il procedimento odierno rappresenta quindi il tassello più significativo di un puzzle normativo che si sta componendo da quasi due anni.

    I Paesi UE accelerano sulla protezione dei minori

    Le contestazioni a TikTok si inseriscono in un contesto europeo in rapida evoluzione sulla tutela dei minori online. L’Australia ha fatto da apripista mondiale introducendo il 10 dicembre 2025 il divieto di accesso ai social per gli under 16, con risultati che i regolatori definiscono “incoraggianti”: le piattaforme hanno eliminato circa 4,7 milioni di account di minori in un solo mese.

    In Europa, la Francia ha approvato il 27 gennaio il divieto per i minori di 15 anni. La Spagna ha annunciato martedì scorso, per voce del premier Pedro Sanchez, l’intenzione di vietare i social ai minori di 16 anni, definendo le piattaforme “uno Stato fallito dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati”.

    Si muovono anche Danimarca, Austria, Grecia e Portogallo, creando quella che Sanchez ha definito una “coalizione dei volenterosi digitali”. La Commissione UE sta sviluppando un’applicazione per la verifica dell’età online, in sperimentazione in Italia, Francia, Spagna, Grecia e Danimarca, che dovrebbe essere disponibile negli app store entro marzo.

    Il senso di questa decisione, Henna Virkkunen

    Henna Virkkunen
    Henna Virkkunen

    La dichiarazione della vicepresidente Henna Virkkunen, responsabile per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, sintetizza la filosofia dietro questa azione:

    La dipendenza dai social media può avere effetti dannosi sulle menti in via di sviluppo di bambini e adolescenti. La legge sui servizi digitali rende le piattaforme responsabili degli effetti che possono avere sui loro utenti. In Europa applichiamo la nostra legislazione per proteggere i nostri figli e i nostri cittadini online“.

    Un messaggio chiaro che si inserisce nel solco della multa da 120 milioni di euro inflitta a X (ex Twitter) nel dicembre scorso, la prima sanzione nella storia del DSA.

    La differenza è che qui la Commissione non contesta solo violazioni di trasparenza, ma mette in discussione l’architettura stessa di una piattaforma.

    La domanda di fondo è se questo modello sia compatibile con la tutela della salute mentale degli utenti, in particolare dei più giovani. La Commissione UE con questo provvedimento sembra aver preso una posizione chiara.

    Il dibattito è destinato a proseguire ben oltre i confini di questo singolo caso, perché le funzionalità contestate non sono esclusive solo di TikTok.  Come abbiamo raccontato più volte qui su questo blog, il processo di tiktokizzazione ha influenzato ormai tutto lo scenario dei social media.

    Instagram Reels, YouTube Shorts, e altre piattaforme utilizzano meccanismi simili. Se le violazioni venissero confermate, potrebbe crearsi un precedente normativo che potrebbe applicarsi all’intero settore.

Contatti