Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

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Tim Cook lascia la guida di Apple dopo quindici anni. Dal 1° settembre 2026 il nuovo CEO sarà John Ternus, responsabile dell’ingegneria hardware e da venticinque anni in azienda. Un passaggio di consegne che segna la fine di un’era e apre una nuova stagione per il colosso di Cupertino.

La notizia è che Tim Cook lascia la carica di CEO il 1° settembre 2026, dopo quindici anni alla guida del colosso di Cupertino. Al suo posto arriva John Ternus, attuale senior vice president of Hardware Engineering, che diventerà l’ottavo CEO nella storia di Apple. Cook assumerà il ruolo di executive chairman.

Tim Cook assume la carica di CEO di Apple dopo le dimissioni di Steve Jobs del 24 agosto 2011, poco meno di due mesi prima della sua scomparsa avvenuta il 5 ottobre del 2011.

Sin da subito era chiaro in quel momento che non sarebbe stato facile per nessuno assumere la guida di un’azienda che era assolutamente in simbiosi con il suo condottiero. Un’impresa ardua che Cook decide si assumere, con coraggio.

È entrato nella cattedrale del design tecnologico, celebrata in tutto il mondo, in punta di piedi, sempre con grande rispetto e ha cercato di portare il suo stile, quasi all’opposto del suo ingombrante predecessore.

Nel corso dei 15 anni alla guida del colosso di Cupertino, Tim Cook ha trasformato questo approccio in un sistema, portando l’azienda da una capitalizzazione di circa 350 miliardi di dollari a oltre 4.000 miliardi, diventando uno dei CEO più longevi e di maggior successo nella storia della tecnologia.

Dal 1° settembre 2026, dunque, Tim Cook diventerà executive chairman del consiglio di amministrazione di Apple.

Non si tratta di una semplice rotazione manageriale, ma segna la fine di un’era e, insieme, dell’apertura di un’altra. Per capire cosa cambia, bisogna capire chi è stato Cook e chi è Ternus.

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Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

Tim Cook e la sua rivoluzione silenziosa

Cook nasce il 1° novembre 1960 a Mobile, in Alabama, e cresce a Robertsdale, una cittadina del Sud degli Stati Uniti in cui non ci sono colossi tecnologici né modelli da seguire.

Si laurea in ingegneria industriale all’Università di Auburn nel 1982 e poi aggiunge un MBA alla Duke University nel 1988. Lavora dodici anni in IBM, arrivando a dirigere l’area distribuzione per il Nord America. Poi Intelligent Electronics, poi Compaq.

Quando nel 1998 Steve Jobs lo chiama ad Apple, Cook ha già costruito una reputazione solida come curatore di catene di approvvigionamento. Non è un visionario nel senso che l’industria tecnologica associa a quel termine. È qualcosa di diverso: un grande manager che sa far funzionare le cose, da dietro le quinte però.

Per Cook, tenere merce ferma in magazzino era uno spreco. Lo disse esplicitamente, con quella capacità pragmatica tipica dei grandi manager che curano i cicli produttivi.

Portò il ciclo di rotazione delle scorte da mesi a giorni. Una rivoluzione silenziosa, lontana dai riflettori, che non genera titoli ma genera profitti. E in quegli anni, Jobs capisce che Cook è la persona che può far funzionare la macchina, mentre lui pensa ai prodotti.

Quando Jobs muore, sei settimane esatte dopo aver ceduto formalmente la carica di CEO a Cook, molti si chiedono se Apple sopravviverà senza il suo fondatore. La risposta è scritta nei quindici anni successivi, sotto forma di numeri difficili che oggi sono difficili da contestare.

Tim Cook e John Ternus
Tim Cook e John Ternus

Tim Cook e i numeri che nessuno si aspettava

I dati del periodo Cook raccontano una storia che, ripetuta, rischia di sembrare banale per la sua grandiosità, ma che in realtà non ha precedenti nella storia del colosso di Cupertino.

Il fatturato di Apple è passato da 110 miliardi di dollari nel 2011 a 416 miliardi nel 2025, un incremento di quasi quattro volte.

I profitti sono quadruplicati, da 25 miliardi a 112 miliardi. La capitalizzazione di mercato è cresciuta di oltre dieci volte, da 350 miliardi a oltre 4.000 miliardi, rendendo Apple la terza azienda più grande al mondo per valore di borsa.

Ma la vera eredità di Cook è un sistema. Due scommesse strategiche che, nell’era dei dell’intelligenza artificiale, appaiono più azzeccate di quanto sembrassero al momento.

La prima è il silicio proprietario. Nel 2020, Apple ha annunciato l’abbandono dei chip Intel in favore dei propri chip della serie M, sviluppati internamente. Una mossa controcorrente che ha dato ad Apple un vantaggio tecnico enorme in termini di prestazioni e consumi energetici, e che si è rivelata quasi perfetta per l’era dell’intelligenza artificiale: i chip M sono ideali per l’elaborazione locale dei modelli AI, il cosiddetto “edge computing”, che Apple ha ribattezzato Apple Intelligence.

La seconda è i Servizi. Cook ha trasformato l’App Store, iCloud, Apple Music, Apple TV+, Apple Pay e Apple Arcade in un ecosistema che nel 2025 ha generato 106 miliardi di dollari di ricavi, con un margine lordo di circa il 75%, più del doppio rispetto ai margini dell’hardware.

In buona sostanza, ha costruito una macchina da soldi che gira indipendentemente dall’uscita del prossimo iPhone.

Tim Cook e i valori come strategia

C’è poi un aspetto del profilo di Cook che viene spesso trattato come secondario, ma che invece è risultato centrale. Ed è il suo modo di affrontare le grandi questioni sociali e politiche.

Cook è stato il primo e unico CEO di una società Fortune 500 a dichiarare pubblicamente la sua omosessualità, nel 2014. Ha fatto della privacy degli utenti un pilastro della strategia Apple, in un’epoca in cui i rivali come Google e Meta costruivano i propri modelli di business sulla raccolta dei dati personali.

Successivamente, ha assunto Lisa Jackson, ex direttrice dell’EPA, l’agenzia americana per la protezione ambientale, per guidare gli impegni di Apple sul clima. Non si è disdegnato di posizione sui diritti civili, sull’immigrazione, sull’uguaglianza.

Questo però non ha impedito a Cook di navigare acque politicamente difficili con una certa disinvoltura diplomatica. E qui arriviamo al capitolo più controverso dei suoi ultimi anni.

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Tim Cook all’inaugurazione del secondo mandato di Trump

Tim Cook, Trump e il prezzo della sopravvivenza

La relazione tra Cook e Donald Trump è uno di quei casi in cui la realpolitik e l’immagine pubblica di un CEO importante entrano in collisione in maniera evidenza.

Durante il primo mandato di Trump, tra il 2017 e il 2021, Cook aveva sviluppato una strategia precisa per gestire il presidente. Niente lobbisti, niente intermediari, niente comunicati ufficiali, ma telefonate dirette, cene riservate, affrontando un argomento per volta.

Nel 2018, quando Trump introdusse i primi dazi pesanti sulle importazioni dalla Cina, Cook si sedette al tavolo ne momento giusto e ottenne quello che cercava. Ossia esenzioni mirate su iPhone, Apple Watch e componenti Mac. In cambio, promise investimenti e stabilimenti negli Stati Uniti. Gli stabilimenti, va detto, rimasero in gran parte sulla carta mentre le esenzioni furono effettive.

Con il secondo mandato, però, il copione si è fatto più complicato. Cook ha partecipato alla cerimonia di insediamento di Trump nel gennaio 2025, effettuando la donazione personale di un milione di dollari al fondo per l’inaugurazione presidenziale.

È la Casa Bianca nell’agosto 2025 portando in dono una teca di vetro su base d’oro a 24 carati costruita con materiali americani, annunciando al contempo nuovi investimenti da 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti, per un impegno totale di 600 miliardi. Ha presenziato a una proiezione privata di un documentario su Melania Trump.

Il tutto mentre i dazi stavano comunque costando ad Apple cifre enormi: solo nell’ultimo trimestre del 2025, Apple ha dichiarato costi aggiuntivi per 1,1 miliardi di dollari legati alle tariffe commerciali. E mentre Trump, in un viaggio a Riyadh, si lamentava pubblicamente dicendo di “avere un piccolo problema con Tim Cook”, in particolare per i piani di Apple di spostare parte della produzione dall’India anziché negli Stati Uniti.

Cook, di fronte alle critiche, ha adottato una linea difensiva quanto mai calibrata: “Quello che faccio è rapportarmi sulle normative, non sulla politica”. Una distinzione sottile che si è dimostrata difficile da sostenere alla luce dei comportamenti concreti.

Il giudizio complessivo su questa fase di Cook, possiamo dirlo, è emerso molto diviso.

In questa ultima fase Cook non ha fatto altro che seguire le politiche di Trump, mettendo da parte la sua visione che era stata chiara nel primo mandato del presidente Usa. Un cambio di passo che ha finito per gettare ben più di qualche ombra sulla sua storia.

John Ternus, l’uomo dei prodotti

Ora arriviamo al protagonista del futuro.

John Ternus, CEO di Apple
John Ternus, CEO di Apple

John Ternus nasce in California attorno al 1975, cresce con la passione per il nuoto e per l’ingegneria, e studia ingegneria meccanica all’Università della Pennsylvania, dove gareggia nella squadra universitaria di nuoto. La sua tesi di laurea è già rivelatrice del suo carattere. Infatti, progetta un braccio robotico per l’alimentazione controllabile da persone con tetraplegia attraverso movimenti della testa. È un ingegnere che pensa ai problemi reali delle persone. Arriverà a laurearsi nel 1997.

Dopo quattro anni a Virtual Research Systems, dove progetta visori per la realtà virtuale, entra in Apple nel 2001, giusto nel momento in cui Steve Jobs sta ricostruendo l’azienda dopo quasi un decennio di declino.

Entra nel team di product design e da lì non se ne andrà più. Nel 2013 diventa responsabile dell’ingegneria hardware, nel 2020 assume la responsabilità anche dell’iPhone, e nel 2021 viene promosso a senior vice president, il grado più alto del management operativo, diventando il membro più giovane del team esecutivo di Apple. Bloomberg lo descrive come “carismatico e molto apprezzato” internamente.

Nel corso di quasi venticinque anni in Apple, Ternus ha avuto le mani su praticamente tutto ciò che l’azienda ha prodotto: iPad, AirPods, Apple Watch, Mac, iPhone. È lui a guidare la transizione al silicio proprietario con i chip M ed è sempre lui a seguire lo sviluppo dell’Apple Vision Pro, il visore per la realtà mista che, diciamolo, ha faticato a trovare un mercato dopo il lancio del 2024.

Ternus ha poi spinto Apple verso materiali più sostenibili e verso prodotti più riparabili, una battaglia culturale non banale dentro un’azienda storicamente orientata a prodotti sigillati e non modificabili.

John Ternus e le sfide che lo aspettano

Ternus, 51 anni, arriva alla guida di Apple quasi alla stessa età in cui Cook aveva rilevato il ruolo da Jobs. È una coincidenza notata da molti, ma le condizioni sono diverse, e le sfide anche.

La sfida più grande che lo attende è ovviamente l’intelligenza artificiale.

Apple è, stranamente, in ritardo rispetto ai concorrenti su questo fronte. Siri è rimasta indietro mentre ChatGPT e Gemini di Google ridefinivano le aspettative degli utenti. A dicembre 2025, Apple ha cambiato la leadership del suo team AI, sostituendo il precedente responsabile con un veterano di Google.

L’azienda ha annunciato che lancerà una versione aggiornata di Siri basata sul modello Gemini di Google.

Il fatto che il nuovo CEO venga dall’ingegneria hardware, e non dai servizi o dall’AI, è un segnale che in molti leggono come la scelta di puntare sull’integrazione tra hardware e intelligenza artificiale, l’”edge AI”, come tratto distintivo rispetto ai concorrenti.

C’è poi la questione dei dazi e della catena di approvvigionamento. La produzione Apple è ancora concentrata per oltre il 90% in Asia, principalmente in Cina attraverso Foxconn. Spostare quella produzione negli Stati Uniti, come Trump continua a chiedere, sarebbe economicamente devastante per il colosso di Cupertino.

Secondo le stime di Bank of America, produrre un iPhone in America costerebbe così tanto da far superare al prezzo base i 2.000 dollari. Ternus si troverà quindi a gestire questa tensione strutturale, probabilmente con Cook a fare da scudo diplomatico nel ruolo di executive chairman.

E poi c’è il dossier Jony Ive. Il leggendario designer che ha dato all’iPhone la sua identità estetica ha lasciato Apple nel 2019, ed è poi passato a OpenAI. Da allora, l’azienda ha continuato a lanciare prodotti eccellenti dal punto di vista ingegneristico, ma la visione estetica radicale che aveva caratterizzato l’era Jobs-Ive si è fatta meno definita. Ternus è un ingegnere, non un designer, sarà interessante osservare se saprà costruire attorno a sé il team creativo che serve proprio in questa fase.

L’eredità Apple che passa di mano

La transizione che Apple ha annunciato il 20 aprile 2026 rappresenta un passaggio tra due filosofie incarnate da due persone diverse.

Cook ha guidato Apple con la logica del sistema, curando la catena di approvvigionamento, margini, ecosistema, diplomazia. È riuscito a costruire la macchina più profittevole della storia industriale moderna.

Ternus arriva con la logica del prodotto, e quindi hardware, materiali, ingegneria, integrazione. È una scelta precisa nel segno di Apple ripartendo dai prodotti ridisegnandoli nell’era della IA.

Cook come executive chairman gestirà i rapporti con i governi e le istituzioni, il che in questo momento storico significa, soprattutto, gestire il rapporto con l’amministrazione Trump e i suoi dazi.

È un compito che libera Ternus dalle pressioni più politiche e gli permette, almeno in teoria, di concentrarsi sui prodotti.

Resta da vedere se questa divisione dei ruoli funzionerà nella pratica, e se Ternus riuscirà a fare ciò che Cook ha fatto. E cioè ereditare un’azienda costruita attorno alla personalità di un fondatore leggendario e trasformarla in qualcosa di ancora più grande. Cook ci è riuscito, in parte.

Adesso tutti attendono Ternus per vedere cosa sarà in gradi di fare.

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