La proposta di una tassa sui grandi patrimoni in California spinge Zuckerberg a valutare il trasferimento. Meta interviene con un accordo che tutela il suo controllo sull’azienda e apre nuove questioni sul potere delle Big Tech.
In un momento storico in cui si parla molto di big tech, potere della IA e di “oligarchi digitali”, la vicenda che riguarda Mark Zuckerberg assume un significato molto particolare. In questa occasione cerchiamo di spiegare come sono andate le cose e soprattutto cosa c’entrano le big tech e le elezioni dei medio termine negli Usa, perché l’appuntamento elettorale del 3 novembre prossimo tocca anche altri temi.
Allora, lo stato della California vuole chiedere ai miliardari un contributo straordinario sui loro patrimoni. Mark Zuckerberg, uno degli uomini più ricchi del mondo, co-fondatore e CEO di Meta, aveva preparato il trasferimento della propria residenza fuori dallo Stato. Aveva persino comunicato ai consiglieri di Meta una data precisa per mettere in vendita la sua casa di Palo Alto.
Sulla questio è intervenuta Meta e, dopo settimane di trattative, i dirigenti dell’azienda hanno raggiunto con lui un accordo con Zuckerberg che gli permette di dotarsi del denaro necessario per affrontare l’eventuale tassa senza ridurre il proprio potere di voto nell’azienda.
In cambio, Zuckerberg si è impegnato a restare in California per otto anni, salvo particolari circostanze previste dall’accordo.
Non ci troviamo nella sfera delle indiscrezioni. Infatti, la storia è raccontata nei documenti che Meta ha depositato il 21 ottobre 2026 presso la SEC, l’autorità americana che vigila sui mercati finanziari.
E merita di essere raccontata perché si sviluppa in un momento in cui le grandi aziende tecnologiche investono decine di miliardi nell’intelligenza artificiale, concentrano risorse economiche sempre maggiori e vedono i loro fondatori esercitare un’influenza che va ben oltre la gestione delle rispettive imprese.
La tassa del 5% che spaventa i miliardari della Silicon Valley
Al centro della vicenda c’è la Proposition 40, una proposta sulla quale gli elettori della California saranno chiamati a votare il prossimo 3 novembre, nello stesso giorno delle elezioni americane di metà mandato.
La misura prevede un’imposta straordinaria del 5% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari. Non sarebbe una tassa annuale sui redditi, ma un prelievo da applicare una sola volta, destinato principalmente a finanziare la sanità e a compensare parte delle riduzioni dei finanziamenti federali.
Per comprendere le dimensioni della questione basta considerare il patrimonio di Zuckerberg. Secondo le stime più recenti la sua ricchezza supera i 220 miliardi di dollari. Un’imposta del 5% potrebbe quindi comportare un pagamento superiore agli 11 miliardi di dollari. Una cifra considerevole, anche per chi dispone di un patrimonio di quelle dimensioni.
Ma cerchiamo di capire perché la questione sia diventata così importante per Meta. La ricchezza di Zuckerberg non è costituita prevalentemente da denaro depositato in banca, ma è legata soprattutto alle azioni dell’azienda che ha fondato. Per pagare una tassa di diversi miliardi potrebbe quindi dover vendere una parte di quelle azioni oppure ottenere un prestito offrendo i titoli come garanzia.
E vendere azioni Meta, per Zuckerberg, non significa soltanto ridurre il proprio patrimonio, significa anche mettere a rischio il controllo che esercita sulla società.
Va chiarito, però, un aspetto importante della proposta californiana. Secondo il testo esaminato dall’ufficio legislativo dello Stato, la tassa riguarderebbe chi risultava residente in California il 1° gennaio 2026, anche se nel frattempo avesse cambiato residenza. Il pagamento sarebbe previsto nel 2027, con la possibilità di distribuirlo su più anni a condizioni meno favorevoli.
Questo significa che un trasferimento effettuato a settembre non avrebbe automaticamente cancellato l’eventuale obbligo fiscale. La volontà di Zuckerberg di lasciare la California è documentata, ma non si può dire che quella scelta gli avrebbe consentito di evitare il pagamento.

Zuckerberg aveva già preparato la partenza
La vicenda comincia a prendere forma durante l’estate del 2026.
Il 4 agosto Zuckerberg presenta agli amministratori di Meta una proposta per modificare la struttura delle azioni della società. Il tema della possibile tassa californiana è già entrato nelle discussioni interne all’azienda. Nelle settimane successive le trattative diventano più serrate.
Il 6 settembre Zuckerberg spiega ai dirigenti Meta che, per trasferire la propria residenza fuori dalla California entro metà ottobre, avrebbe dovuto cominciare le procedure necessarie entro metà settembre. Non è una dichiarazione generica sulla possibilità di andarsene, ma è un programma con tempi precisi, comunicato direttamente ai consiglieri di Meta.
Pochi giorni dopo, durante una riunione del consiglio di amministrazione del 9 settembre, arriva anche il riferimento alla sua abitazione di Palo Alto. Zuckerberg comunica che intende metterla in vendita il 13 settembre.
La notizia, una volta resa pubblica, avrebbe inevitabilmente alimentato interrogativi anche all’interno di Meta. Perché il fondatore dell’azienda stava preparando il trasferimento? Avrebbe continuato a lavorare dalla California? E quali conseguenze avrebbe avuto la sua partenza sulla gestione della società?
Sono questioni che emergono dalla documentazione ufficiale.
Su un punto, però, bisogna essere precisi. Al 23 ottobre 2026 non risulta confermata la vendita effettiva della casa. I documenti attestano l’intenzione di metterla sul mercato, non la conclusione dell’operazione. Nel frattempo, Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan avevano già acquistato una proprietà a Indian Creek, in Florida, per circa 170 milioni di dollari, come riportato da diverse fonti. Anche questo acquisto è documentato. Non costituisce però, da solo, la prova di un trasferimento della residenza fiscale.
Il problema di Meta non era soltanto trattenere Zuckerberg in California
A questo punto entra in gioco il consiglio di amministrazione di Meta. Per comprendere perché gli amministratori siano intervenuti bisogna spiegare un particolare.
Zuckerberg possiede economicamente circa il 13,4% di Meta, ma controlla il 60,6% dei voti che determinano le decisioni dell’azienda. Come è possibile?
Meta ha due categorie principali di azioni. Le azioni ordinarie di classe A attribuiscono un voto ciascuna. Quelle di classe B, possedute soprattutto da Zuckerberg, attribuiscono invece dieci voti ciascuna. Questo meccanismo permette al fondatore di controllare l’azienda anche senza possederne la maggioranza del capitale.
Se avesse dovuto vendere una quantità consistente delle sue azioni per pagare la tassa, il suo potere di voto avrebbe potuto scendere dal 60,6% a circa il 53%. Avrebbe mantenuto la maggioranza, dunque, ma con un margine inferiore.
Gli amministratori di Meta non erano quindi davanti al rischio immediato di perdere il controllo esercitato da Zuckerberg. La questione riguardava piuttosto la possibilità che quel controllo si riducesse nel tempo, anche in conseguenza di nuove operazioni finanziarie.
E c’era un’altra preoccupazione.
Meta sta destinando risorse enormi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dalle infrastrutture informatiche ai sistemi più avanzati. Gli amministratori ritenevano importante che Zuckerberg continuasse a dirigere personalmente queste attività, rimanendo vicino alla sede centrale di Menlo Park e ai gruppi di lavoro impegnati nella ricerca.
Nel documento presentato alla SEC viene richiamata anche l’esperienza della pandemia, quando la distanza fisica del fondatore aveva creato difficoltà nella gestione dell’azienda.
In buona sostanza, Meta voleva evitare che Zuckerberg lasciasse la California e, contemporaneamente, preservare la struttura di controllo sulla quale si regge la società.
Per farlo, però, serviva un accordo.
Le trattative e la soluzione
Le discussioni non sono state facili. Meta aveva costituito un gruppo di amministratori indipendenti, affiancati da consulenti finanziari e legali, con il compito di valutare le proposte di Zuckerberg e tutelare anche gli interessi degli altri azionisti.
Durante agosto e settembre vengono esaminate diverse possibilità. Zuckerberg propone inizialmente una distribuzione molto ampia di nuove azioni. Gli amministratori chiedono modifiche, garanzie e soprattutto impegni precisi sulla sua permanenza alla guida dell’azienda.
Il confronto prosegue fino al 14 settembre, quando viene raggiunta un’intesa sui termini principali. La soluzione consiste nella creazione di una nuova categoria di azioni Meta, denominata classe C. Sono azioni che hanno un valore economico, possono essere acquistate e vendute, ma non attribuiscono alcun diritto di voto.
Per ogni azione già posseduta, gli azionisti di Meta riceveranno una nuova azione di classe C. Zuckerberg, quindi, riceverà queste nuove azioni come tutti gli altri soci. La differenza è che potrà venderne una parte senza dover cedere quelle che gli garantiscono il controllo dell’azienda. Il meccanismo è più semplice di quanto possa sembrare.
Se Zuckerberg vende un’azione che attribuisce dieci voti, perde anche quei dieci voti. Se invece vende una nuova azione che non attribuisce alcun voto, ottiene denaro ma conserva il potere decisionale legato alle azioni che continua a possedere. È questo il principio sul quale si basa l’accordo.
Zuckerberg potrà vendere liberamente il 20% delle nuove azioni ricevute. Sul restante 80% sono previste limitazioni che verranno eliminate gradualmente, a condizione che continui a svolgere le funzioni concordate. Ogni tre mesi potrà vendere senza quelle limitazioni un ulteriore 2,5% delle nuove azioni.
Il periodo complessivo è di otto anni.
Non significa che Meta pagherà direttamente la sua eventuale tassa. Il denaro arriverà dalla vendita di azioni appartenenti a Zuckerberg, non da un pagamento della società al fisco per conto suo. Ma significa che Meta ha modificato la propria struttura azionaria anche per consentire al fondatore di affrontare un possibile esborso miliardario senza ridurre il suo potere di voto.
E questa è una delle questioni centrali dell’intera vicenda.
Zuckerberg e gli otto anni in California
L’accordo prevede anche obblighi precisi per Zuckerberg.
Il fondatore si è impegnato a continuare a lavorare a tempo pieno nella direzione di Meta, oppure come presidente esecutivo del consiglio di amministrazione, secondo le condizioni stabilite. Ha inoltre accettato di mantenere la residenza in California, oppure nello Stato in cui Meta dovesse trasferire la propria sede centrale, per otto anni.
Sono previste eccezioni in presenza di circostanze straordinarie e impreviste.
Il consiglio di amministrazione ha approvato l’operazione il 19 ottobre. Il giorno successivo è arrivata l’approvazione degli azionisti che disponevano della maggioranza dei voti.
Il 21 ottobre Meta ha reso pubblica la documentazione e le nuove azioni saranno introdotte il 19 gennaio 2027.
L’operazione, inoltre, non riguarda soltanto le esigenze personali di Zuckerberg. Meta potrà utilizzare questa nuova categoria di azioni anche per raccogliere capitali, finanziare acquisizioni e remunerare i dipendenti, senza modificare i rapporti di voto tra gli azionisti.
Si tratta di un vantaggio che la società ha indicato esplicitamente nella documentazione ufficiale. Resta il fatto che l’intera trattativa ha avuto tra le sue ragioni principali la possibile imposta californiana e la volontà di evitare che Zuckerberg lasciasse lo Stato.
Il potere delle Big Tech e il contesto delle elezioni americane
Questa storia si sviluppa in un momento particolare per gli Stati Uniti.
Mancano pochi giorni alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, mentre il rapporto tra potere economico, grandi aziende tecnologiche e politica è diventato uno degli elementi più rilevanti del dibattito pubblico americano. Basta osservare quanto sta accadendo in Texas.
Elon Musk sta finanziando con somme enormi le iniziative a sostegno del candidato repubblicano al Senato Ken Paxton, impegnato contro il democratico James Talarico.
Secondo una ricostruzione pubblicata da Reuters il 21 ottobre 2026, Musk ha destinato 158 milioni di dollari al sostegno di Paxton, mentre altri grandi finanziatori repubblicani partecipano a una campagna elettorale che sta mobilitando centinaia di milioni di dollari.
Musk è intervenuto anche personalmente contro Talarico, attraverso dichiarazioni pubbliche e attacchi diffusi sulla sua piattaforma X. Sono vicende diverse, che non vanno sovrapposte. Non esistono elementi per sostenere che la trattativa tra Zuckerberg e Meta sia collegata alle iniziative elettorali di Musk.
Ma entrambe appartengono allo stesso contesto, nel quale i grandi patrimoni accumulati attraverso le aziende tecnologiche assumono un peso crescente anche al di fuori dell’attività industriale.
Da una parte c’è un imprenditore che investe somme ingenti per sostenere candidati politici. Dall’altra c’è il fondatore di una delle maggiori piattaforme digitali del mondo che valuta di lasciare uno Stato americano per una possibile imposta sul patrimonio, mentre la sua azienda interviene per trovare una soluzione.
In entrambi i casi, il rapporto tra ricchezza privata e decisioni pubbliche diventa una questione che riguarda tutti, anche la politica.
La California, i miliardari e una questione ancora aperta
La proposta della California ha provocato reazioni contrastanti anche all’interno dello stesso Partito Democratico.
Il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, si è dichiarato contrario alla tassa, sostenendo che potrebbe spingere i contribuenti più ricchi a lasciare lo Stato, con conseguenze sulle entrate fiscali.
I promotori della misura, sostenuta dal sindacato SEIU United Healthcare Workers West, ritengono invece che un contributo straordinario dei patrimoni miliardari possa aiutare a finanziare servizi pubblici essenziali, soprattutto la sanità. La vicenda Zuckerberg è diventata così anche un argomento del confronto politico.
I sostenitori della tassa hanno interpretato l’accordo raggiunto con Meta come una dimostrazione del fatto che i grandi patrimoni non siano necessariamente destinati a lasciare la California.
Gli oppositori continuano invece a contestare le conseguenze economiche che la misura potrebbe avere.
Gli elettori si pronunceranno il 3 novembre. E non risulta neppure confermato che Zuckerberg abbia completato il trasferimento di residenza o venduto la propria abitazione di Palo Alto. L’accordo con Meta, invece, è già stato approvato e documentato. Ed è questo il fatto che rende la vicenda particolarmente significativa.
La vicenda non dimostra che la tassa californiana sia giusta o sbagliata. E non dimostra neppure che Zuckerberg avrebbe potuto evitarla semplicemente cambiando residenza.
Documenta però quanto una decisione pubblica che riguarda la tassazione dei grandi patrimoni possa arrivare a incidere sulle scelte di un’azienda privata delle dimensioni di Meta.
E ci riporta a una questione che accompagnerà sempre di più il confronto sull’economia digitale: quale rapporto può esistere tra la concentrazione di ricchezza nelle grandi aziende tecnologiche, il potere dei loro fondatori e la capacità delle istituzioni democratiche di intervenire attraverso le proprie decisioni?


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