Categoria: News

In questa categoria si trovano articoli che parlano di comunicazione, condivisione, social media, social network. Insomma, tutto ciò che riguarda il web 2.0 e di come si sta evolvendo

  • Dopo Netflix e Youtube anche Prime Video sospende l’alta definizione

    Dopo Netflix e Youtube anche Prime Video sospende l’alta definizione

    Il Coronavirus sta cambiando anche il modo di fruire la tv in streaming. E così, dopo Netflix e YouTube, anche Amazon Prime Video sospende per i prossimi giorni l’alta definizione. Una situazione inimmaginabile solo fino a  poche settimane fa.

    Sembrava impossibile da immaginare, come tutta questa storia che stiamo vivendo per la verità. Eppure, con le prime misure restrittive adottate per contenete la diffusione del Coronavirus, invitandoci a stare in casa, ci dicevano “state a casa a vedere le vostre serie tv preferite”. Solo che, col passare dei giorni e con l’inasprimento delle misure che praticamente ci impediscono di uscire di casa, scopriamo che, proprio il fatto che tutti in questi giorni si sono messi a vedere le serie tv preferite, adesso ci sono dei problemi di banda.

    netflix youtube prime streaming tv getty images

    In pratica, il commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, aveva chiesto al CEO di Netflix, Reed Hastings, se non fosse il caso di abbassare la qualità de contenuti in streaming per fare in modo che la rete potesse essere disponibile per tutti. Quindi, meno video in HD per fare in modo che chi ha bisogno di lavorare da casa non incontri problemi di rete. Netflix si è subito detta favorevole alla richiesta, decidendo di trasmettere i video dalla propria piattaforma in una risoluzione più bassa per i prossimi 30 giorni. Gesto ovviamente molto apprezzato.

    A ruota, segue anche YouTube. In una nota, i CEO di Google e YouTube, Sundar Pichai e Susan Wojcicki, si sono detti disponibili a trasmettere contenuti video in risoluzione più bassa per fare fronte alla richiesta del commissario Breton che, ovviamente ha apprezzato.

    E, per non essere da meno, anche Amazon risponde alla richiesta, decidendo di abbassare la qualità dei video della sua piattaforma Prime Video, anche se non è specificato per quanto tempo la società di Seattle manterrà questa decisione.

    Insomma, Internet sembrerebbe essere in difficoltà. Del resto, chiunque navigando in rete si sarà accorto di un certo rallentamento, dovuto al fatto che tutti sono perennemente connessi, per lavoro, per studio e per svago, a qualsiasi ora.

    Una situazione a cui non eravamo preparati, una situazione che era inimmaginabile sono fino ad un paio d settimane fa.

    Sono giorni ormai in cui siamo portati a pensare che il Coronavirus avrà conseguenze anche quando questa emergenza sarà passata. Forse avrà conseguenze anche su Internet e sul modo di fruire i contenuti.

    La ministra Pisano: “Internet non rischia”

    Intervenendo sulla questione, la ministra per l’Innovazione, Paola Pisano, ha tenuto a precisare che “Internet non è al collasso“. Intervistata da SkyTg24, la Pisano ha dichiarato: “Tecnicamente ci sono tutti i mezzi per non far collassare la rete. Non credo che sia un problema. La storia ci insegna – ha continuato – che le risorse sono preziose. Oggi Internet è una risorsa preziosa e va utilizzata come tale. In questo momento dobbiamo iniziare a usarla pensando che sia un bene prezioso come potrebbe essere l’acqua. Ovviamente ci sono delle problematiche di performance dei servizi, soprattutto in alcune ore, anche perché è aumentato di molto l’utilizzo dei videogiochi online e delle piattaforme di streaming nel corso della giornata”.

    E a conferma del fatto che Internet non rischia nel nostro paese, GARR, la rete italiana dell’istruzione e della ricerca, 17000 km in fibra con una capacità complessiva di 3.5 Terabit, attraverso le parole di Massimo Carboni, fa sapere che nel nostro paese la rete è “simmetrica ed equivalente lungo tutto lo stivale“, ad avere problemi sono in realtà le applicazioni. Nell’ultima settimana si è registrato un aumento del traffico in upload del 60% rispetto alla media annuale.

    Situazione quindi imprevedibile, come detto all’inizio, che rischia di caratterizzare il resto delle giornate che ci attendono, se, come sembra, ci si avvia ad una nuova proroga di chiusura delle scuole e di ulteriori restrizioni.

    Nessuno prima ad ora aveva mai pensato che ci saremmo trovati un giorno di fronte ad una situazione come questa.

  • Smart Working o Telelavoro? Intervista a Stefano Epifani

    Smart Working o Telelavoro? Intervista a Stefano Epifani

    Intervista a Stefano Epifani per InTime Podcast che ci aiuta a capire meglio la differenza tra smart working e telelavoro. E anche che cosa si intende per “Sostenibilità Digitale”, il titolo del suo ultimo libro.

    Stiamo vivendo un momento storico, è inutile negarlo. Solo fino a due/tre settimane fa non immaginavamo mai di trovarci in una situazione come questa che stiamo vivendo. Il coronavirus ha cambiato le nostre vite, ci ha portato a ripensare molte cose, una su tutte, il nostro lavoro. Dall’inizio dell’epidemia nel nostro paese, le aziende si sono ritrovate a dover adottare la modalità dello smart working e, spesso, le stesse aziende non hanno saputo reagire con la prontezza che la situazione richiedeva.

    Intanto si è cominciato ad usare, forse in modo non appropriato, il termine Smart Working, adottandolo anche quando non era adatto. Allora sarebbe più corretto parlare di Telelavoro forse.

    Per cercare di capre meglio cosa sta succedendo e, soprattutto, per aiutarci a chiarire meglio la differenza tra Smart Working e Telelavoro, abbiamo intervistato, per il nostro InTime Podcast, un esperto come Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute, docente universitario all’università “La Sapienza” di Roma e fondatore di Techeconomy, oggi Techeconomy 2030.

    intervista stefano epifani-smart working telelavoro franzrusso.it 2020

    Ma Stefano ci aiuterà a capire anche cosa si intende per “Sostenibilità Digitale“, prendendo spunto dal suo ultimo libro, pubblicato ad inizio di quest’anno. E cioè come la tecnologia, e l’innovazione, può essere utile per raggiungere gli obbiettivi di sostenibilità fissati all’interno dell’Agenda 2030.

    Stefano, intanto grazie di aver accettato l’invito. Ci vuoi aiutare a capire meglio? È Smart Working o è Telelavoro?

    “Sicuramente, quello di cui stiamo facendo uso in quest giorni è semplice Telelavoro. Semplice nel modo di dire anche perchè remotizzare il lavoro è tutt’altro che semplice. Smart Working in realtà è altro e traducendolo in maniera più o meno impropria vuol dire “Lavoro Agile”. E per Lavoro Agile si intende quell’insieme di prassi, di modelli, di processi organizzativi che sono funzionali a rendere il lavoro possibile da qualsiasi luogo, in qualsiasi contesto attraverso modelli organizzativi particolarmente flessibili.

    Quello di cui stiamo facendo uso oggi è più frequentemente, semplicemente, la remotizzazione della postazione di lavoro delle persone che si trovano costrette in una condizione di quarantena. È bene specificare la differenza perché trasformare il Telelavoro in Smart Working rischia di essere una riduzione del concetto che, una volta passata l’emergenza, può farci pensare che abbiamo espletato completamente un processo quando invece quel processo, sia dal punto di vista delle prassi organizzative che dal punto di vista delle tecnologie, ma anche dal punto di vista dei modelli contrattuali, deve essere ancora del tutto costruito”.

    Quindi tutte quelle aziende che stanno adoperando questo sistema, ossia il Telelavoro, non saranno effettivamente pronte per lo Smart Working e, alla fine di questa emergenza rischiamo di trovarci nella situazione iniziale. È così?

    “Ci troveremmo di fronte ad una situazione nella quale questo “stress-test”, al quale il paese è stato sottoposto, ha dimostrato che remotizzare i processi è possibile. A questo punto, la scusa del “non si può fare” ci è stata tolta. Resta da costruire una dimensione di Smart Working che sia realmente a misura d’uomo”.

    Potete ascoltare l’intervista integrale a Stefano Epifani su Spreaker e anche su Spotify. E grazie a Stefano Epifani per la disponibilità.

    Il suo libro, Sostenibilità Digitale, lo potete trovare su Amazon.

    E voi che ne pensate?

  • TikTok vicina ai 2 miliardi di download, che non sono gli utenti attivi

    TikTok vicina ai 2 miliardi di download, che non sono gli utenti attivi

    Sensor Tower ha diffuso i dati relativi alle app più scaricate nel mese di febbraio. TikTok è stata scaricata 113 milioni di volte in tutto il mondo ed è vicina ai 2 miliardi d download totali. Ma il numero di download non corrisponde al numero di utenti.

    TikTok continua a macinare record e, secondo gli ultimi dati di Sensor Tower, l’app è stata scaricata nel mese di febbraio ben 113 milioni di volte in tutto il mondo, considerando App Store e Google Play. L’app d ByteDance è risultata essere più scaricata d WhatsApp e Facebook. Pensate che i download di TikTok in un anno sono cresciuti del 96% ed è probabile che questo dato sia una conseguenza anche della diffusione del coronavirus, l’app infatti vene vista come un’occasione per evadere e divertirsi.

    tiktok febbraio 2020

    Altro dato interessante da sottolineare è che con questi ulteriori 113 milioni di download TikTok si avvicina al dato complessivo di 2 miliardi di download, un numero enorme. Ma, di fronte a questi dati, che caratterizzano ormai la forte ascesa dell’app in tutto il mondo, Italia compresa, c’è da fare una precisazione doverosa.

    Si parla infatti di download e non di utenti attivi, una differenza sostanziale. È possible infatti che l’app venga scaricata molto ma non esiste una diretta dimostrazione che questo s traduca in utenti attivi. Uno può scaricarla ma poi decidere di non usarla, risulta il dato del download, ma non quello relativo all’utente attivo.

    tiktok 113 milioni download

    Se davvero il download corrispondesse all’utente attivo, allora TikTok avrebbe qualcosa come 2 miliardi di utenti nel mondo e si avvicinerebbe molto a Facebook, che i 2 miliardi di utenti li ha ormai superati da un po’. Un dato che sembrerebbe spropositato anche perché, al di là dei dati che sono venuti fuori recentemente anche per il nostro paese, quelli ufficiali in realtà sono del 2018 e dicono che gli utenti sono 700 milioni. Un dato questo molto vicino alla realtà, si potrebbe pensare a qualcosa di più certo, ma non di certo 2 miliardi d utenti.

    Il paese dove TikTok cresce di più è l’India con 46,6% di download che rappresentano il 41,3% di tutti i download del mondo. Seguono poi il Brasile, con 9,7 milioni di download, e gli Usa, con 6,4 milioni di download.

    A fronte di tutto questo, il tema advertising diventa sempre più interessante. TikTok nel mese di febbraio, secondo i dati di Sensor Tower, ha realizzato 50,4 milioni di dollari di entrate pubblicitarie con un incremento del 784,2%. Questo permette a TikTok di essere la terza applicazione che ha incassato d più al mondo (escludendo del app di gaming), dopo Tinder e YouTube.

    tiktok advertising

    Il 91% di tutte le entrate provengono dalla Cina, dagli Usa provengono 3 milioni di dollari e da Uk 216 mila dollari. Sono numeri, per quanto rilevanti, che pe ora indicano uno sbilanciamento evidente verso la Cina. La domanda quindi è se TikTok sia pronta a realizzare profitti anche in altri paesi. Non che non possa costituire un’opportunità, ma resta comunque una domanda interlocutoria per il fatto che questo sembrerebbe non emergere dal numero dei download che abbiamo visto.

    Riuscirà TikTok a realizzare entrate pubblicitarie di una certa rilevanza anche in Usa o in Uk? Una domanda che va oltre le tante difficoltà, legate alla privacy, che l’app ha incontrato con l’aumentare della sua popolarità.

    Tutto questo per dire che spesso i numeri legati ai download fanno notizia, è evidente, ma deve essere chiaro che lo scarcare un’app non corrisponde poi ad un utilizzo attivo della stessa.

    In ogni caso TikTok resta sempre un fenomeno che crescerà ancora nel 2020 e sarebbe interessante anche conoscere qualche numero ufficiale.

  • Ecco finalmente il modifica tweet, ma è a pagamento

    Ecco finalmente il modifica tweet, ma è a pagamento

    Ecco finalmente il tanto desiderato “modifica tweet” ma non è come sembra. Infatti la mette a disposizione Brizzly+ ma è a pagamento fino a 60 dollari l’anno. Una funzionalità che Twitter poteva rendere disponibile per tutti.

    E così, il modifica tweet è disponibile! Ma attenzione, non è come sembra e non lo ha messo a disposizione Twitter, eh no. Si tratta di una funzionalità messa a punto da Brizzly, nome sconosciuto ai più, che l’ha realizzata sfruttando le API di Twitter. Sembra una bella notizia, è quello che gli utenti di Twitter chiedono da tempo, qui sul nostro blog abbiamo addirittura lanciato l’hashtag #modificatweet nel 2014, ma c’è un però: è a pagamento.

    Brizzly è un cliente che apparve la prima volta nel 2009 poi, per varie vicissitudini, inclusa quella di essere stato acquisito da AOL e poi rivenduto, ed oggi torna di nuovo con la versione Brizzly+, offrendo un set di funzionalità tra le quali spicca proprio quella con cui modificare i tweet.

    brizzly modifica tweet

    In pratica, gli utenti che vorrebbero dotarsi di questa funzionalità, avrebbero l’opportunità di impostare un periodo di tempo, che va dai 10 secondi ai 10 minuti, all’interno del quale intervenire per modificare il tweet. In questa frazione di tempo, l’utente può annullare il contenuto, che era stato precedentemente pubblicato, e correggerlo cliccando su “annulla”.

    Non si tratta proprio di una vera modifica in senso tecnico, avendo comunque la possibilità di rifare il tweet, ma Brizzly in questo modo non memorizzerà più il vecchio contenuto. In un certo qual modo è quello che gli utenti Twitter hanno sempre richiesto ma non hanno mai ottenuto, tra vari tira e molla.

    Il client permette anche la cancellazione automatica dei contenuti impostando il periodo di cancellazione entro 24 ore, una settimana o un mese.

    Come dicevamo in apertura, finalmente gli utenti Twitter potranno avere la tanto agognata funzionalità del modifica tweet, ma in questo caso, secondo la proposta che fa Brizzly+, è a pagamento: 6 dollari al mese (per singola sottoscrizione) oppure 60 dollari l’anno (quindi 5 dollari al mese).

    Per ora la funzionalità è disponile sono per la versione web, non esiste ancora un’app, anche se Brizzly spiega che la stessa funzionalità è ottimizzata per il mobile.

    È poco o è tanto pagare fino a 60 dollari l’anno? Di certo stiamo parlando di una funzionalità che dovrebbe essere nativa di Twitter ma che la stessa piattaforma s è sempre rifiutata di implementare. La risposta definitiva da parte di Jack Dorsey l’abbiamo ottenuta proprio ad inizio anno.

    Sarebbe stato bello avere il tasto modifica tweet all’interno del riquadro di composizione del tweet, siamo più che convinti che avrebbe contribuito ad avvicinare tutti quegli utenti ancora scettici sulla validità della piattaforma.

    Avendola adesso a disposizione a pagamento, impone una riflessione. Vale la pena pagare 60 dollari? Quanto vale effettivamente la correzione di un tweet? Ecco, queste sono le domande a cui adesso bisogna rispondere e non tutti gli utenti sono disposti a farlo.

    Twitter invece di dare sostegno a questa funzionalità, avrebbe fatto meglio ad introdurla, visto che adesso abbiamo la dimostrazione che si poteva fare, invece di permettere di poterla introdurre a pagamento, quindi non disponile per tutti.

  • L’Italia Chiamò, in live streaming il paese che resiste

    L’Italia Chiamò, in live streaming il paese che resiste

    L’Italia Chiamò, l’iniziativa che vede tra i promotori Riccardo Luna, Ernesto Belisario, Giampaolo Colletti e molti altri, si terrà venerdì 13, dalle 6 alle 24 in live streaming. La diretta sarà trasmessa sul canale YouTube del MiBACT e racconterà l’Italia che resiste insieme a tanti ospiti.

    Il nostro paese sta attraversando uno dei periodi più difficili dal dopoguerra a oggi, una condizione che per molti viene vissuta con incredulità, sorpresa, difficoltà. I sentimenti che attraversano gli italiani sono tanti e vari, non manca di certo la rabbia e l’impotenza di poter fare di più. Ecco che ci piace segnalarvi questa bella iniziativa, L’Italia Chiamò, nata da un’idea corale che vede tra i promotori Riccardo Luna, Ernesto Belisario, Giampaolo Colletti, e molti altri, che ha come obiettivo quello di raccontare l’Italia che resiste, quell’Italia che anche di fronte alla diffusione del coronavirus, pur restando in casa, non si dà per vinta, anzi.

    l'italia chiamò 2020

    L’Italia Chiamò avrà venerdì 13 dalle 6 del mattino fino a mezzanotte, una diretta in live streaming, sul canale YouTube del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (MiBACT), che porterà gli utenti dalla visita agli scavi di Pompei con il direttore Massimo Osanna, alla lezione dal ponteggio di restauro delle Sibille di Raffaello con il restauratore Antonio Forcellino, al racconto del dietro le quinte della mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale con Il direttore Mario De Simoni, a una passeggiata nella Sala di Raffaello e Michelangelo degli Uffizi con il direttore Eike Schmidt, alla scoperta dei segreti del Museo Egizio con il direttore Christian Greco.

    La diretta sarà una lunga staffetta a cui parteciperanno Ernesto Assante (la Repubblica), Barbara Carfagna (Rai1), Massimo Cerofolini (Rai Radio 1), Helga Cossu (SkyTg24), Laura Delli Colli, Linus ( Dj Chiama Italia), Pierluigi Diaco (Rai1), Enrico Galletti (RTL), Barbara Gasperini (The New’s Room), Massimo Giannini (Radio Capital), Stefano Mannucci (RTL), Anna Pettinelli (RDS), Andrea Pezzi, Barbara Sala (RTL), Nicola Savino ( Dj Chiama Italia), Marino Sinibaldi (Rai Radio3), Simone Spetia (Radio 24), Luca Sofri (ilPost.it) e Andrea Vianello (Rai1).

    Qui la diretta:

    L’Italia Chiamò sara una bella occasione per raccontare e condividere le storie di chi sta tenendo aperte le scuole attraverso la tecnologia, assicurando a migliaia di ragazzi la continuità didattica. Sarà l’occasione per conoscere quegli imprenditori che stanno ripensando il lavoro delle proprie aziende grazie allo smart working.

    Ci saranno collegamenti con i tanti artigeni e wwworkers distribuiti in ogni angolo d’Italia che continuano ad animare le loro piccole imprese artigiane sfruttando le leve del digitale. Inoltre sarà possible assistere alla messa in scena di momenti di festival culturali, produzioni teatrali, concerti e mostre sospese o cancellate: performance, interviste, canzoni, poesie, tutte in streaming dalle case degli artisti.

    Tutti possono raccontare come stanno affrontando questo periodo scrivendo a partecipa@litaliachiamo2020.it e poi potete seguire e interagire con in canali dell’iniziativa su Facebook, Twitter e Instagram. Hashtag da usare per interagire con la diretta sono #litaliachiamo e #iorestoacasa.

    Durante la diretta sarà possibile anche fare una donazione per sostenere il grande sforzo dei medici, degli infermieri e di tutti gli addetti del sistema sanitario nazionale e per la creazione di nuove postazioni presso i reparti di terapia intensiva su tutto il territorio nazionale. Tutte le info le trovate su www.litaliachiamo2020.it.

  • Facebook, presto si potranno condividere le Storie su Instagram

    Facebook, presto si potranno condividere le Storie su Instagram

    Come sapete già, è possibile condividere le storie da Instagram verso del Facebook Stories. In quest giorni Facebook sta testando il percorso inverso, cioè quello di condividere le storie da Facebook verso Instagram.

    La solita Jane Manchun Wong, che abbiamo imparato a conoscere bene, ha scoperto che Facebook sta testando la condivisione delle Storie verso Instagram, il percorso inverso di quello che è già possibile fare da Instagram verso Facebook. Oltre ad essere una delle solite soffiate della Wong, Facebook ha pure confermato il test, quindi presto la vedremo disponibile per tutti.

    Dal tweet di Wong si vede che la condivisione, visibile per le successive 24 ore, sarà possibile verso chiunque “pubblico”, verso “amici”, “personalizzato”, oppure “nascondi a”. A destra in basso della storia si vede l’icona di Instagram.

    facebook stories instagram franzrusso.it 2020

    In questo modo avremo la possibilità di fare un vero e proprio cross-posting verso le due piattaforme e, a dirla, sorprende che ci siano arrivati solo adesso dal 2017, quando venne resa possibile la condivisione da Instagram verso Facebook.

    Vi starete chiedendo quale sia la vera motivazione di questa operazione, apparentemente normale, forse neanche tanto necessaria. Ma la vera notizia è che questa è una delle dimostrazione della interoperabilità che Mark Zuckerberg aveva annunciato nel 2018. Le piattaforme della famiglia Facebook saranno sempre più legate tra loro e sarà sempre più facilitata la condivisione tra le stesse.

    Inoltre, questa è una delle dimostrazione che le Storie, quindi la condivisione di contenuto effimero, “sono il futuro”. Non siamo pienamente d’accordo con questa affermazione, ma certamente le Stories sono una parte sempre più prominente sulle varie piattaforme.

    facebook stories instagram

    Al punto che presto le vedremo anche su Twitter, ne scrivevamo qualche giorno fa, il test è già attivo in Brasile, e presto, secondo indiscrezioni sempre più confermate, le vedremo anche su LinkedIn entro, probabilmente, quest’anno. Già, come abbiamo sottolineato più volte qui sul nostro blog, LinkedIn è ormai un social meda a tutti gli effetti.

    Prepariamoci comunque ad una continua operazione da parte di Facebook a rendere tutte le sue applicazioni sempre più legate e connesse tra loro.

  • Twitter, accordo per mantenere Jack Dorsey al suo posto. Per ora

    Twitter, accordo per mantenere Jack Dorsey al suo posto. Per ora

    Dopo l’annuncio del Fondo Elliott, intenzionato a mandare via Jack Dorsey, co-fondatore e CEO di Twitter, la società di San Francisco ha raggiunto un accordo dopo l’ingresso di Silver Lake che investe 1 miliardo di dollari. L’accordo prevede un comitato che riveda la leadership dell’azienda.

    Dopo l’annuncio del Fondo Elliott che annunciava l’intenzione di mandar via Jack Dorsey, attuale CEO di Twitter, in forza del suo investimento da 1 miliardo di dollari, prendendo così il controllo del consiglio di amministrazione della società di San Francisco, tutto viene congelato.

    Già, perché nel frattempo è giunta in soccorso di Twitter la società Silver Lake che investe nella società di Dorsey 1 miliardo di dollari e vuole mantenere al suo posto Dorsey. In pratica, Twitter è riuscita a raggiungere un accordo con le due società che prevede la presenza di un membro delle due società all’interno del consiglio di amministrazione (Egon Durban, CEO di Silver Lake, e Jesse Cohn per il Fondo Elliott); il riacquisto (buy back) di azioni per un valore di 2 miliardi di dollari; l’allargamento dello stesso consiglio ad altri tre membri e, soprattutto, la creazione di un comitato che riveda la leadership e la governance della società.

    jack dorsey twitter ceo 2020

    In pratica per Dorsey si tratta di una boccata di ossigeno per poi tornare di nuovo sotto esame. Dorsey nei giorni scorsi aveva rimandato il suo viaggio in Africa per via del Coronavirus e “per tutto il resto”, come da lui stesso dichiarato, lasciando intendere che per “tutto il resto” si riferiva proprio al Fondo Elliott. E pare che proprio l’annuncio del viaggio in Africa avesse spinto Elliott a rimuovere Dorsey la suo ruolo, reo di dedicarsi alla sua azienda solo in modalità “part-time”, essendo a sua volta anche CEO di Square.

    Twitter: il Fondo Elliott è pronto a mandare via il CEO Jack Dorsey

    Insomma, per il momento Jack Dorsey resta al suo posto, grazie all’aiuto di Silver Lake che ha voluto investire nella società per evitare che Elliott ne prendesse il controllo.

    E Dorsey nei giorni scorsi aveva anche ricevuto un endorsement molto importante da Elon Musk, il patron di Tesla:

    Altro elemento incluso nell’accordo è quello di raggiungere, entro l’anno, almeno il 20% di utenti unici giornalieri “monetizzabili”, il parametro che da un po’ di tempo Twitter usa per quantificare il numero degli utenti sulla piattaforma.

  • La Reputazione come asset fondamentale per crescere

    La Reputazione come asset fondamentale per crescere

    La Reputazione di un’azienda, di un brand, è da sempre un valore da conservare. E lo è oggi anche di più nell’era della comunicazione digitale e dei social media. Il Gruppo Unipol in questi ultimi anni ha investito molto su questo aspetto, una strategia che ha pagato.

    Quanto vale la Reputazione di un’azienda oggi? La risposta è tanto semplice, quanto banale: la Reputazione è tutto. Nell’era della comunicazione digitale e dei social media questo aspetto è forse diventato più rilevante, è diventato un aspetto su cui i consumatori, gli stakeholder, in generale, guardano sempre più spesso. Il modo in cui viene percepita un’azienda è fatto di tanti fattori e tra questi oggi vengono considerati molto l’affidabilità, l’attenzione verso temi etici e ambientali, il modo in cui comunica, la capacità di innovare i suoi prodotti/servizi e la sua organizzazione. Tutti elementi che passano essenzialmente attraverso la comunicazione.

    reputation day unipol 2020

    Il Gruppo Unipol è sicuramente una di quelle grandi aziende italiane che da un po’ di tempo a questa parte ha compreso il Valore della Reputazione, considerandolo un asset fondamentale per la crescita di tutta l’organizzazione, ben consapevole che tutto questo oggi è basato proprio sulla Comunicazione. L’occasione per conoscere meglio come il Gruppo Unipol gestisce il tema della Reputazione è stata il Reputation Day dell’azienda, una giornata in cui, ogni anno, l’azienda analizza la sua reputazione approfondendo alcuni temi e verificando gli sviluppi di tutta la strategia. Già, perchè, e questo è un elemento importante, avere una strategia e organizzare l’azienda da questo punto di vista è fondamentale, e per niente scontato.

    Prima di vedere insieme alcuni dati rilevanti, e specifici, sulla Reputazione del Gruppo Unipol, è opportuno fare una breve riflessione su uno degli interventi più interessanti della giornata, quello di Alexia Giugni, Managing Director – Head of Institutional Clients DWS Souther Europe, dal titolo “New Capitalism e politiche di Investimento sostentibile“.

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    Alexia Giugni

    La Giugni nel suo intervento ha messo in evidenza come oggi sia fondamentale “Investire in Conoscenza”, nel senso che oggi il capitale intellettuale ha un valore enorme ed è alla base stessa di un’azienda. L’era che viviamo, quella che viene definita “La Quarta Rivoluzione Industriale“, è fortemente caratterizzata da elementi “intangibili”, a differenza delle precedenti tre rivoluzioni industriali che invece avevano una forte connotazione tangibile, fisica. La rivoluzione che stiamo vivendo oggi è caratterizzata da meno hardware e più software, il capitale della Conoscenza si fonde con il Capitale Umano. L’Intelligenza Artificiale è l’elemento intangibile alla base di questa rivoluzione dei nostri giorni.

    Il pensiero che la Giugni ha espresso durante il suo intervento è che oggi le aziende crescono se sono capaci di investire sulla Conoscenza, ma per fare questo, evidentemente, devono prima investire su sè stesse, in due modi: investire sul proprio Brand e investire in Innovazione.

    Nei dati che sono stati portati a supporto, si vede bene come, negli ultimi 10 anni, le aziende che sono cresciute di più sono quelle che hanno investito su sè stesse, sul proprio nome, sui propri valori, e quelle che hanno saputo proporsi in modo innovativo.

    reputation day unipol logo

    E poi la Giugni ha anche portato il suo punto di vista sull’asset manager, nel senso che oggi le società investono su aziende ad alto capitale intellettuale. I valori come la Reputazione e anche gli ESG (Environment, Social, Governance) sono ritenuti fondamentali per individuare le aziende su cui investire.

    Da questo punto di vista, il Gruppo Unipol è una delle poche aziende italiane, del settore, che ha compreso che la strada per crescere doveva passare attraverso queste direttrici. Il percorso fatto in questi ultimi anni e i risultati raggiunti sono lì a testimoniarlo.

    Reputation Institute nel corso del Reputation Day ha portato i dati delle ultime rilevazioni relative a Gruppo Unipol rispetto alla Reputazione dell’azienda. E i dati sono in continua crescita. Il valore complessivo cresce e crescono tutti i driver che stanno alla base del valore stesso. Crescono i driver dell’Innovazione, Prodotti e Servizi e Citizenship, inteso come attenzione verso la società, valori molto sentiti dai clienti e da tutti gli stakeholder in generale.

    vittorio verdone gruppo Uipol
    Vittorio Verdone – Gruppo Unipol

    Crescono le aspettative degli italiani verso una presa di posizione delle aziende sui grandi temi sociali. In linea con questa tendenza, gli ambiti nei quali gli italiani ritengono che il Gruppo Unipol possa agire sono l’ambiente, la disuguaglianza di reddito e la diseguaglianza di accesso ai servizi per la salute.

    Vi è una ulteriore considerazione da mettere in conto, e cioè se cresce la Reputazione di un’azienda, è evidente che aumentano anche i rischi a cui si espone. Serve quindi dotarsi di una strategia, di una organizzazione, di un team che lavori monitorando tutti gli aspetti che concorrono a formare la Reputazione di un’azienda. Proprio come fa il Gruppo Unipol.

    Abbiamo detto dall’inizio che la Reputazione è un valore su cui puntare per crescere ed è quello che sta mettendo in pratica anche il Gruppo Unipol. Il piano strategico 2019-2021 Mission Evolve poggia proprio sulla Reputazione per far sì che da leader assicurativo Unipol diventi leader di ecosistemi di servizi. Cambia quindi il modo in cui viene percepita l’azienda, gli italiani adesso rivolgono più attenzione verso la Trasparenza e verso le Persone, così come verso la Responsabilità verso la Società.

    Sono questi i valori su cui oggi Gruppo Unipol poggia la propria crescita, puntando a estendere la propria leadership nel business e come riferimento per una  evoluzione sostenibile della società.

    [In collaborazione con Gruppo Unipol]

  • Twitter avvia il test sulle Stories in Brasile: si chiamano Fleets

    Twitter avvia il test sulle Stories in Brasile: si chiamano Fleets

    Twitter avvia, per ora, in Brasile un test su un nuovo formato effimero chiamato Fleets. Si tratta di quelle che avevamo definito Twitter Stories. Non sarà possibile fare like o retweet, ma solo rispondere in DM e con emoji.

    Ne avevamo scritto qualche settimana fa, quando avevamo dato la notizia dell’acquisizione da parte di Twitter di Chroma Labs, del fatto che le Twitter Stories potessero prima o poi approdare sulla piattaforma da 280 caratteri. Ed è andata proprio così, anche più velocemente di quanto potesse pensarsi.

    Twitter ha infatti annunciato l’avvio di un test, per ora localizzato solo in Brasile, di un nuovo formato chiamato Fleets, una modalità che permetterà agli utenti di pubblicare tweet che appariranno in alto sulla timeline e che poi scompariranno nell’arco delle 24 ore. È la prima volta, dal 2006, anno della sua fondazione, che su Twitter appare un formato diverso da quello dei tweet. Si tratta, né più e né meno, della versione personalizzata delle Stories, quelle che hanno caratterizzato Snapchat, la piattaforma che le ha lanciate, poi arrivate su Instagram nel 2016. Di fatto, Twitter è una delle ultime piattaforme social ad adottare questo formato di contenuto effimero.

    twitter fleets stories franzrusso.it 2020

    Come funziona Fleets, il nuovo formato effimero di Twitter

    Iniziamo subito col dire che questo nuovo formato effimero di Twitter non sarà mai rintracciabile attraverso search, il motore di ricerca interno alla piattaforma, e non sarà mai esportabile su siti. Si tratta di un formato effimero che sarà visibile dai follower dell’utente, un po’ come funziona su altre piattaforme.

    Per creare una serie di Fleets, sarà sufficiente toccare il segno “+” all’interno della foto profilo che apparirà in un sorta di bolla di conversazione, la si vede in alto nella timeline:

    twitter fleets stories timeline

    Una volta cliccato sul segno più, comparirà uno spazio all’interno del quale sarà possibile inserire un testo fino a 280 caratteri (la caratteristica di Twitter rimane), immagini, GIF, video della durata massima di 2 minuti e 20 secondi. Gli editori “whitelisted” potranno inserire video fino a 10 minuti di durata.

    Dalla timeline sarà possibile scorrere in modo laterale le Fleets (stories) degli utenti che si seguono. La differenza, rispetto al classico formato delle stories che abbiamo imparato a conoscere su altre piattaforme, è che le Fleets di un utente scorrono in modo verticale attraverso il classico gesto dello scroll. E per passare ad un’altra serie di Fleets d un altro account bisognerà toccare verso sinistra (e non verso destra).

    Non sarà possible fare Like o retweet alle Fleets. Sarà possibile rispondere con DM (i messaggi privati) solo se l’utente li prevede e sarà comunque possible interagire con emoji, come succede già su altre piattaforme.

    Per Twitter si tratta di un momento fondamentale per testare nuove forme di condivisione sulla piattaforma al fine di attrarre nuovo pubblico, “spaventato”, per certi versi, dalla natura stessa di Twitter, ossia pubblica. Come abbiamo imparato in questi anni, la forma pubblica di Twitter è stata considerata una grande caratteristica che ha permesso a chiunque di usare la piattaforma. Solo che ad un certo punto, il proliferare del fenomeno dei troll, dei contenuti volenti e degli account fake ha finito per spaventare, e allontanare, buona parte d quel pubblico che arrivava comunque sulla piattaforma. Badate che Twitter attrae circa 1 miliardo di utenti al mese, solo che poco più di 300 milioni risultano effettivamente iscritti.

    Un problema questo che per anni non è stato affrontato come doveva. E che ha finito per mettere in difficoltà lo stesso Jack Dorsey, co-fondatore e CEO di Twitter,finito nel mirino del Fondo Elliott che vuole mandarlo via, avendo preso il controllo del consiglio di amministrazione.

    twitter fleets social media

    Le Stories su Twitter costituiscono un momento fondamentale per la vita della piattaforma, perchè offrono proprio a quella parte di utenti “spaventati” la possibilità di poter usare la piattaforma in modo più intimo, più adeguato al proprio modo di comunicare, pur mantenendo la caratteristica dei 280 caratteri.

    Non dimentichiamo un altro aspetto, e cioè che Twitter sta per trasformarsi in una piattaforma chiusa, offrendo agli utenti la possibilità di scegliere come condividere i contenuti, se in formato pubblico o in formato più chiuso.

    L’effimero potrebbe dare nuove possibilità di rilancio, anche dal punto di vista dell’advertising, a Twitter che si trova ad affrontare un momento cruciale per la propria assistenza.

    E voi che ne pensate?

  • Dimmi chi sei, ecco il nuovo libro di Riccardo Scandellari

    Dimmi chi sei, ecco il nuovo libro di Riccardo Scandellari

    “Dimmi chi sei” è il nuovo libro di Riccardo Scandellari in uscita il 4 marzo. Dopo aver raccontato come diventare una “rockstar” e come fare di sè stessi un brand, Scandellari fa un passo ulteriore, portando il lettore a concentrarsi sul proprio modo di comunicare.

    Riccardo Scandellari in questi anni, attraverso i suo libri, ha raccontato un percorso che aveva come fine quello di creare un proprio spazio digitale e, seguendo i suoi consigli e accorgimenti, di creare una propria professionalità consolidata. Un percorso che si compone oggi di un altro importante tassello. Esce domani, 4 marzo, nelle librerie e anche online, ma noi abbiamo avuto la possibilità di leggerlo in anteprima, “Dimmi chi sei”, il nuovo libro (edito da Roi Edizioni) del blogger, autore e formatore che pone un tema oggi fondamentale, ossa quello di cominciare a concentrarsi sul proprio modo di comunicare.

    Dopo aver raccontato ai suoi lettori come diventare una “rockstar” e, prima ancora, come fare di sè stessi un brand, Riccardo Scandellari ha raggiunto quel livello di professionalità, che tutti gli riconoscono, che gli consente oggi di poter mostrare agli altri che oggi è importante trovare la propria strada per comunicare, mettendo in evidenza il vero messaggio che si vuole divulgare, con autenticità. Un passaggio fondamentale questo e non certo facile. Ma seguendo il percorso indicato dall’autore di questo libro, la cui lettura scorre n modo fluido e piacevole, l’obiettivo è a portata di mano.

    “Come dice Kotler, nasce prima il bisogno e poi il prodotto” – ci dice Scandellari” – Dopo aver raccontato in altri libri come diventare una “rockstar” o come fare di sè stessi un Brand in ambito digitale, ho avuto moltissimi riscontri sulla poca propensione e la capacità delle persone a seguire un impegno quotidiano molto impegnativo. Chi vuole essere un opinion leader del proprio settore ha l’impegno di comunicare e raccogliere pubblico attorno al proprio progetto. Dai continui riscontri ho notato che pochi hanno il tempo o il talento per mettere a budget le giuste risorse ed energie“.

    dimmi chi sei riccardo scandellari 2020 copertina

    Il percorso non è certo facile, è impegnativo. Del resto, quando si vuole davvero ottenere qualcosa, chiunque deve mettere in conto che ci vuole molto impegno. L’era dei social media ha spesso trasmesso l’idea della velocità, del “tutto e subito”. Niente di più sbagliato.

    L’utente, il lettore, il cliente, il consumatore oggi non vuole solo essere informato sul prodotto/servizio che sta cercando, ma vuole di più. Vuole un’esperienza certo, ormai questo è un concetto che abbiamo assodato, ma cerca anche autenticità. Vuole che ascoltare qualcosa di vero, di autentico.

    Ognuno di noi ha avuto dei modelli, come scrive nel libro Scandellari, ma alla lunga cercare di imitare il proprio modello, “scimmiottare” il proprio guru, non farà mai emergere quello che di unico autentico ognuno di noi ha da comunicare.

    “Questo libro” – ci dice ancora Scandellari – “si assume l’impegno di raccontare un percorso per ottenere reali connessioni e un buon posizionamento di marca, con un breve, ma costante impegno quotidiano calibrato sulle possibilità di qualsiasi professionista. Il processo prevede l’investimento di un tempo limitato, contenuti di facile costruzione e tutte le tecniche necessarie per ottenere e gestire un vero pubblico, basato su contatti stabili e non su semplici follower.

    “Dimmi chi sei” è la domanda che sta alla base del marketing e della comunicazione. Una domanda che dovrai rivolgere prima a te stesso e successivamente a chi vorrai sedurre.”

    Ecco, seguendo questo manuale, alla fine riusciremo a comprendere chi siamo e cosa vogliamo raccontare agli altri. Serve una guida per fare tutto questo, una guida che aiuterà tanti i neofiti, quanto i comunicatori “navigati”, perché in queste pagine troveranno sicuramente un suggerimento utile per rivedere qualcosa sul proprio modo di comunicare.

    Potete già acquistare da subito “Dimmi chi sei” su Amazon.

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