Categoria: Innovation

  • Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero rivela un cambio di paradigma ormai in atto. Le aziende storiche valgono meno delle startup tech. Una riflessione sul significato del valore di un’azienda nell’era dei dati e del digitale.

    È la notizia di cui ormai si parla da giorni, soprattutto in Italia, ma non solo.

    Ferrero, uno dei marchi italiani più forti al mondo, ha annunciato l’acquisizione di Kellogg’s per una cifra che si aggira attorno ai 3 miliardi di dollari. Sì, proprio 3 miliardi.

    Una cifra che, a prima vista, può apparire importante, ma che nel contesto attuale del mercato globale, dominato da valutazioni vertiginose nel settore tech e digitale, suona come molto bassa, se non addirittura “ridicola”.

    E questo non per sminuire il valore dell’acquisizione. Ma solo per spiegare quello che è il contesto odierno. Che è poi lo scopo di questa riflessione.

    Infatti, se mettiamo questa cifra accanto ad acquisizioni recenti di startup tecnologiche o piattaforme digitali con pochi anni di vita, la sproporzione è talmente evidente da non poter essere ignorata.

    E non è solo una questione di numeri. È una questione di tempo/storia, di percezione e di proiezione nel futuro.

    La storia di un’azienda e la velocità del presente

    Kellogg’s è un’azienda nata nel 1906. Ha attraversato guerre mondiali, boom economici, cambiamenti di abitudini alimentari e rivoluzioni di mercato.

    È diventata sinonimo di “cereali a colazione” in tutto il mondo. Eppure oggi, nel 2025, il suo valore sul mercato risulta essere meno della metà di quanto Microsoft ha pagato per LinkedIn nel 2016.

    Una cifra che risulta venti volte più bassa di quanto Meta ha speso per WhatsApp nel 2014. E oltre sessanta volte più bassa dell’acquisizione di Activision Blizzard da parte di Microsoft nel 2022.

    Questa sproporzione non è casuale. È il segnale di un cambiamento profondo nella gerarchia del valore. Le aziende tradizionali non vengono più premiate per la loro solidità, per la loro storia o per la loro presenza capillare sul territorio.

    Oggi, ciò che conta è la capacità di intercettare il presente e generare futuro.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    Alcune recenti acquisizioni nel mondo digital e tech

    Per rendere chiara la dimensione di questa trasformazione, basta osservare alcune delle acquisizioni digital e tech più significative degli ultimi anni:

    • Instagram, con 13 dipendenti e nessun modello di business sostenibile, fu acquisita da Meta nel 2012 per 1 miliardo.

    • WhatsApp, app gratuita, nel 2014 fu valutata 19 miliardi.

    • LinkedIn, il social network professionale, fu acquistato da Microsoft nel 2016 per 26 miliardi.

    • Activision Blizzard, colosso del gaming, è passato a Microsoft per 68,7 miliardi.

    • E nel 2023, Figma, una giovane startup per il design collaborativo, stava per essere acquistata da Adobe per 20 miliardi (poi l’operazione è saltata per motivi antitrust).

    In questi casi, non contano i capannoni, i camion, le filiere o i dipendenti.

    Ma vale, soprattutto, la capacità di scalare, raccogliere dati, diventare infrastruttura dell’attenzione.

    All’opposto, le grandi acquisizioni nel settore industriale, seppur solide, raccontano una storia diversa:

    • LVMH ha acquistato Tiffany per 15,8 miliardi, pur essendo un marchio con oltre 180 anni di storia.

    • InBev ha acquisito Anheuser-Busch nel 2008 per 52 miliardi, cifra che oggi suona più alta solo perché avvenuta in un tempo ancora favorevole all’industria tradizionale.

    • E oggi, Ferrero acquisisce Kellogg’s per 3 miliardi, ottenendo marchi storici, infrastrutture produttive e una base consolidata di consumatori.

    Il confronto è impietoso: le aziende storiche valgono meno del sogno di un’idea digitale scalabile.

    I dati sono più importanti del petrolio

    Abbiamo accennato ai dati, poco più sopra. Allora val la pena ricordare come i dati siano davvero importanti. L’esempio che segue ci aiuta a focalizzare meglio il tema.

    Nel 2017 una celebre copertina dell’Economist titolava: “Il bene più prezioso del mondo non è più il petrolio, ma i dati.” Era una fotografia esatta del passaggio di paradigma che stavamo vivendo, e che oggi è diventato realtà quotidiana.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Copertina Economist

    A differenza del petrolio, i dati non si esauriscono. Si moltiplicano. E, soprattutto, non richiedono impianti fisici o infrastrutture complesse per essere estratti e venduti, ma bastano, volendo semplificare, un algoritmo, una piattaforma, un’app.

    Le aziende tech hanno costruito il loro valore sulla capacità di raccogliere, interpretare e monetizzare questi dati.

    Non è un caso che le valutazioni più alte degli ultimi anni siano andate proprio a imprese che non producono nulla di fisico, ma che controllano flussi immateriali: attenzione, comportamento, interazioni. E quindi, potere.

    Il Valore oggi è questione di prospettiva

    Nel nuovo paradigma del mercato, ciò che si valuta non è quello che l’azienda ha costruito nel tempo, ma quello che potrà generare nei prossimi 6, 12, 24 mesi.

    Kellogg’s ha costruito la propria realtà in oltre un secolo, consolidando presenza industriale, filiere e riconoscibilità globale.

    Figma (come qualsiasi azienda dello stesso settore e innovativa), invece, in appena quattro anni ha saputo imporsi come riferimento per la collaborazione digitale.

    Due storie incomparabili per natura e per epoca, ma che agli occhi del mercato si valutano con lo stesso parametro. Ossia, la capacità di intercettare il futuro.

    Questa dinamica rende chiaro che il valore simbolico, culturale, produttivo o economico costruito nel tempo non è più sufficiente. Le aziende storiche si trovano a dover ridisegnare la propria traiettoria.

    O si reinventano, o diventano parte di chi ha già agganciato il treno della trasformazione.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Ferrero – Kellogg’s

    Ferrero consolida, mentre il tech colonizza

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero non è una mossa per fare disruption, ma un’azione di consolidamento.

    È una strategia coerente con una visione industriale, fondata sull’integrazione verticale, sull’espansione nei mercati chiave e sulla difesa del proprio perimetro competitivo.

    Il settore tech, invece, non acquisisce per consolidare, ma per colonizzare. E quindi piattaforme, dati, comportamenti.

    Non importa quanto sia solida un’azienda, se non è in grado di tenere il passo digitale, non è competitiva. E alla fine, viene inglobata.

    Le aziende storiche sono in svendita?

    Questa è la domanda più scomoda. Ma anche la più necessaria. Il caso Kellogg’s, come quello recente di Tiffany, o in passato di Motorola, Nokia, Yahoo, ci dice che essere iconici oggi non basta più.

    La reputazione non è più sufficiente a generare valore nel presente. Serve essere capaci di guardare oltre.

    E che la storia non è tutto, se non è accompagnata da innovazione vera.

    È questo che oggi dovrebbero interrogarsi tutte le imprese nate nel secolo scorso: quanto del loro valore è ancora riconosciuto? Quanto della loro narrazione è ancora rilevante?

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero è molto più di un’operazione industriale.

    È un segnale forte. Il valore oggi non risiede solo e soltanto nella storia, come spesso siamo portati a credere. Ma nella capacità di leggere il presente e anticipare il futuro.

    Anche i marchi più iconici devono scegliere. Evolvere o scomparire. La solidità di ieri non basta più.

    Serve visione, velocità e una nuova grammatica del valore.

  • Culligan apre il suo headquarter italiano a Bologna

    Culligan apre il suo headquarter italiano a Bologna

    Culligan apre il nuovo headquarter italiano a Bologna, un edificio eco-friendly. Tra innovazione, rebranding e partnership, l’azienda rinnova il suo impegno verso sostenibilità e inclusione.

    Quando si dice Culligan si pensa subito al mitico boccione che si trova ormai in tutti gli uffici. Il nome dell’azienda è sempre stato sinonimo di acqua sicura e sostenibile. E lo è ancora oggi.

    L’azienda americana, leader globale nella filtrazione dell’acqua, ha inaugurato a Bologna il suo nuovo headquarter per l’Italia. Si tratta di un passo importante per un’azienda che è presente nel bolognese (lo stabilimento industriale è a Cadriano di Granarolo) ormai da 60 anni. Ed è qui che Culligan posiziona il suo punto di riferimento per il mercato italiano.

    Culligan in Italia

    L’azienda vanta un fatturato nel nostro Paese di oltre 200 milioni di euro (a fronte di un fatturato globale di 3 miliardi di dollari), in crescita del 10% su base annuale. E conta oltre 1000 dipendenti.

    L’inaugurazione del nuovo headquarter ha visto la partecipazione di Scott Clawson, Chairman e CEO di Culligan International. Una presenza rilevante a suggellare l’importanza del mercato italiano per l’azienda.

    Le parole del CEO, Scott Clawson

    La nostra nuova sede qui a Bologna riflette l’allineamento della mission, delle persone, della passione e delle priorità di Culligan in Italia e in Europa. Oggi vogliamo rinnovare il nostro impegno per promuovere un cambiamento virtuoso, migliorando la qualità dell’acqua per il benessere dei consumatori e rafforzando la nostra dedizione alla salvaguardia del nostro pianeta, per le generazioni presenti e future.”

    Scott Clawson - CEO Culligan
    Scott Clawson – CEO Culligan

    Le parole di Clawson quindi rinnovano l’impegno di Culligan nel perseguire la grande mission verso un’acqua sempre sicura e sostenibile.

    Culligan e il rebranding

    L’apertura del nuovo headquarter a Bologna, in via Ferrarese, rappresenta anche un’opportunità per rinnovare il processo di rebranding dell’azienda americana.

    Infatti, come spiegato da Giulio Giampieri, presidente di Culligan Italiana, il rebranding si focalizza sul proiettare l’azienda da “brand” a “consumer brand”. Si rivolge sempre più a un pubblico giovane, particolarmente sensibile ai temi della sostenibilità.

    Da segnalare l’annuncio della partnership con la Maratona di Bologna 2025: Culligan sarà acqua ufficiale della manifestazione sportiva che si terrà il prossimo 2 marzo 2025.

    Scott Clawson Giulio Giampieri Culligan
    Scott Clawson, a sinistra – Giulio Giampieri, a destra

    Sostenibilità e Inclusione valori fondanti

    Il rebranding prevede anche il posizionamento di Culligan sul mercato non più come azienda che fornisce solo prodotti, ma come realtà che offre soluzioni e servizi. Sostenibilità e DEI (Diversity, Equity, Inclusion) diventano valori fondanti.

    Gli uffici sono caratterizzati da spazi ampi e da aree più raccolte. Sempre accompagnati dal verde, che è presente in ogni angolo.

    L’intero headquarter è eco-friendly: l’edificio è stato progettato per ridurre in modo significativo il proprio impatto sull’ambiente.

    I nuovi uffici eco-friendly

    Lo spazio complessivo, dall’area espositiva fino agli uffici, si snoda come se fosse una goccia d’acqua. Tenendo in grande considerazione il benessere delle persone che ci lavorano.

    Culligan non si limita a inaugurare una nuova sede: ridefinisce il suo ruolo nel mercato, combinando tradizione e innovazione.

    Con un headquarter progettato per ispirare sostenibilità e benessere, e una strategia che punta al futuro, l’azienda rinnova il suo impegno a essere un punto di riferimento non solo per la qualità dell’acqua, ma anche per il valore che porta nelle vite delle persone e nella salvaguardia del pianeta.

    Bologna diventa così il simbolo di una nuova era per Culligan, che continua a scrivere la sua storia con una visione sempre più chiara e responsabile.


    L’azienda Culligan

    Fondata nel 1936 da Emmett J. Culligan, la sede centrale di Culligan International si trova a Rosemont, Illinois, USA.

    Culligan opera in oltre 90 paesi, con una rete di più di 1.000 concessionari, di cui oltre 600 in Nord America, e conta su un organico di circa 14.000 dipendenti.

    L’azienda si dedica alla fornitura di soluzioni per il trattamento dell’acqua, garantendo acqua pulita e sicura per abitazioni, uffici e comunità in tutto il mondo.

    Culligan offre una gamma completa di prodotti per il trattamento dell’acqua, tra cui addolcitori, filtri, distributori d’acqua in bottiglia e sistemi senza bottiglia, progettati per migliorare la qualità dell’acqua potabile.

    Nel 2023, i prodotti e servizi di Culligan hanno erogato 30 miliardi di litri di acqua filtrata, sostituendo l’equivalente di 40 miliardi di bottiglie di plastica monouso, sottolineando l’impegno dell’azienda verso pratiche sostenibili.

    Culligan promuove iniziative di sostenibilità e responsabilità sociale, focalizzandosi sulla diversità, equità e inclusione (DEI) come valori fondamentali della cultura aziendale.

    L’azienda è riconosciuta per il celebre slogan pubblicitario “Hey, Culligan Man!”, utilizzato per oltre tre decenni nelle campagne promozionali.

  • Il British Museum digitalizza le opere per difendersi dai furti

    Il British Museum digitalizza le opere per difendersi dai furti

    Il British Museum, in risposta a recenti furti, ha lanciato un ambizioso progetto di digitalizzazione. Il progetto mira a migliorare la sicurezza e l’accesso pubblico.

    Il British Museum, uno dei più importanti musei al mondo, ha annunciato un corposo piano per digitalizzare l’intera collezione. L’obiettivo è, attraverso questa operazione molto ambiziosa, di aumentare la sicurezza e l’accesso pubblico e, allo stesso tempo, rispondere anche alle richieste di restituzione di alcuni oggetti.

    Attraverso questo progetto, si prevede l’aggiornamento o il caricamento di 2,4 milioni di documenti e si stima che richiederà cinque anni per essere completato. Probabile, quindi, che nel 2029 ci sarà una versione del musei visitabile in digitale.

    Il museo è giunto a decisione dopo la rivelazione del furto di 2.000 oggetti. Gli oggetti preziosi conservati all’interno del museo sono stati rubati da un ex membro dello staff, identificato come l’ex curatore Peter Higgs. Al momento, gli oggetti recuperati sono circa 350 e il mese scorso il museo ha lanciato un appello pubblico per chiedere una mano nella ricerca degli oggetti mancanti.

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    La digitalizzazione come misura di protezione

    Il direttore ad interim del museo, Mark Jones, ha dichiarato: “Dopo aver scoperto che degli oggetti sono stati rubati dalla collezione, abbiamo adottato misure per migliorare la sicurezza. Crediamo fermamente che la risposta più importante ai furti sia aumentare l’accesso alle opere. Più una collezione è conosciuta e utilizzata, più rapidamente si notano eventuali assenze.

    British Museum ha anche annunciato dei progetti per un “accesso potenziato” alle sue sale di studio, dove il pubblico e i ricercatori possono vedere gli oggetti della collezione su appuntamento. A seguito dei furti, l’istituzione del museo ha modificato le sue regole di accesso, impedendo a chiunque di entrare da solo nelle sue camere blindate.

    Il caso del furto ha avuto una grande eco in Uk. E nello stesso giorno in cui è stata annunciata questa iniziativa di digitalizzazione, Mark Jones e il presidente del consiglio di amministrazione, George Osborne, hanno testimoniato presso la Commissione per la Cultura, i Media e lo Sport del Parlamento britannico. Al centro dei colloqui sono state le dinamiche dei furti, delle modifiche alle politiche adottate in seguito ai furti e di come il museo gestirà le segnalazioni di illeciti in futuro.

    Osborne ha inoltre rivelato, sempre in fase di testimonianza, che la digitalizzazione della collezione avrà un costo stimato di £10 milioni (circa 11,5 milioni di euro). La somma non verrà finanziata dal governo o dai contribuenti, ma il British Museum spera di raccogliere fondi privatamente.

    Il museo ha già digitalizzato metà della sua collezione come parte di un progetto avviato nel 2020.

    La Questione dei Marmi del Partenone, e non solo

    E, trattandosi di una grande istituzione museale al livello mondiale, in risposta ai recenti furti, il ministro della cultura greco, Lina Mendoni, ha espresso preoccupazione riguardo alla “ospitalità” fornita ai marmi del Partenone presso il British Museum, uno dei tanti vanti del museo. Osborne ha risposto dicendo di essere in contatto diretto con il governo greco per creare una “vera partnership”, che potrebbe vedere oggetti provenienti dalla Grecia esposti a Londra e pezzi della collezione del Partenone viaggiare in Grecia.

    Ma Osborne, di fronte alla Commissione, ha tenuto a sottolineare come questi sforzi di digitalizzazione siano anche una risposta alle richieste di rimpatrio, nei rispettivi paesi di provenienza, di tante opere presenti nel British Museum.

    In ogni caso, a fronte di sforzi per digitalizzare i musei come risposta ai tanti furti subiti, e per proteggersi meglio, già un rapporto del National Science Foundation, nel 2019, sollecitava progetti simili come parte di una strategia globale per proteggere gli oggetti reali da elementi esterni e per consentire un maggiore accesso ai ricercatori.

    Va detto che lo stesso rapporto affermava che ci sarebbero voluti decenni prima che la maggior parte dei musei venga completamente digitalizzata, con un costo globale di 500 milioni di dollari.

    Il British Museum, un tesoro culturale

    british museum londra franzrusso.it

    Il British Museum è uno dei musei più conosciuti e visitati al mondo, situato nell’area di Bloomsbury a Londra. È stato fondato nel 1753 e ha aperto le sue porte al pubblico nel 1759. Il museo ha la distinzione di essere stato il primo museo nazionale a coprire tutti i campi della conoscenza umana. La sua collezione permanente, che comprende otto milioni di opere, è dedicata alla storia umana, all’arte e alla cultura.

    Il British Museum è particolarmente noto per le sue eccezionali collezioni in archeologia ed etnografia. Tra i pezzi più famosi del museo ci sono la Stele di Rosetta, i marmi del Partenone e la mummia di Cleopatra.

    Oltre alle sue vaste collezioni, la storia del museo aiuta a comprendere l’evoluzione della cultura e della società nel corso dei secoli. È unico nel suo genere, poiché riunisce sotto lo stesso tetto le culture del mondo, attraversando continenti e civiltà.

    [L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3]

  • Cyber Index PMI: ecco la Cybersecurity nelle PMI Italiane

    Cyber Index PMI: ecco la Cybersecurity nelle PMI Italiane

    Cyber Index PMI evidenzia la consapevolezza delle PMI italiane sui rischi cyber. Mentre molte sono consapevoli dei pericoli, poche adottano un approccio strategico. La formazione e la sensibilizzazione sono cruciali nell’era digitale.

    Nell’era della digitalizzazione, la cybersecurity non è più un argomento riservato ai giganti tecnologici o alle grandi corporazioni. Ogni azienda, indipendentemente dalle sue dimensioni, può diventare un bersaglio per gli attacchi informatici.

    In questo contesto, le piccole e medie imprese italiane, spesso considerate meno protette, hanno un bisogno cruciale di sensibilizzazione e formazione.

    È in questa cornice che nasce il “Cyber Index PMI”, un rapporto illuminante che getta luce sullo stato di consapevolezza delle PMI italiane nei confronti dei rischi cyber.

    Il Cyber Index PMI non è solo una semplice indagine, ma rappresenta un campanello d’allarme per le aziende italiane. La digitalizzazione, seppur portatrice di innumerevoli vantaggi in termini di efficienza e innovazione, presenta anche sfide in termini di sicurezza.

    Le minacce cyber sono in costante evoluzione e le PMI, senza le risorse e l’expertise delle grandi aziende, possono trovarsi particolarmente vulnerabili.

    Cyber Index PMI 2023

    Il fulcro del rapporto “Cyber Index PMI” è la promozione e la diffusione della cultura digitale tra le PMI italiane. Il rapporto, realizzato grazie all’indagine su oltre 700 imprese, ha rivelato dati sorprendenti. Le PMI italiane mostrano un livello complessivo di consapevolezza in materia di sicurezza digitale di 51 su 100.

    cyberindexpmi livello 51

    Se da un lato il 45% delle PMI intervistate è ben conscio del rischio cyber, solo il 14% ha un approccio strategico per affrontare e mitigare tali rischi. Al contrario, un considerevole 55% delle PMI risulta poco consapevole, con un ulteriore 20% che può essere categorizzato come “principiante” nel dominio della cybersicurezza.

    Il rapporto offre molti spunti su cui riflettere, ma vale la pena segnalarne due su tutti, fondamentali.

    Il primo è che il 57% delle aziende prese in esame dal rapporto ha adottato misure, e strumenti, per la rilevazione di attività anomale e per la protezione dei dati. In un momento in cui i dati sono sempre più preziosi, perché portatori di informazioni cruciali per la vita economica di un’impresa, questo è un aspetto che può solo migliorare e tanto.

    Il secondo elemento è quello della formazione. Il 38% delle PMI prese in esame dal rapporto prevede di avviare iniziative in questo senso, al fine di accrescere le necessarie competenze che servono ad affrontare le sfide future.

    Ecco, una parola chiave che è risuonata in occasione della conferenza stampa di presentazione: competenze. Servono skills e capacità per affrontare l’evoluzione de digitale che permetterà alle aziende di crescere e di essere sempre più internazionali.

    Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia - franzrusso.it
    Al centro, Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia

    Serve, come ha sottolineato Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia, è necessario “fare sistema, in modo resiliente ed efficace. Quanto individuato dal rapporto Cyber Index PMI è un punto di partenza strategico per la crescita delle PMI italiane. E noi come azienda di assicurazioni siamo pronti a fare la nostra parte offrendo tutti gli strumenti necessari a sostegno delle imprese”.

    Di fronte a questi dati, è necessario assumere un “approccio strategico” alla cybersecurity. Si tratta di comprendere e valutare i rischi, implementare soluzioni di sicurezza adatte, formare il personale e, soprattutto, adottare una mentalità di sicurezza proattiva. Non basta semplicemente installare un software antivirus o avere una password complessa; la cybersicurezza riguarda la creazione di una cultura aziendale in cui la protezione dei dati e delle risorse digitali è prioritaria.

    L’iniziativa “Cyber Index PMI”, promossa da Confindustria e Generali, è un passo nella giusta direzione. Il contributo degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano aggiunge un valore scientifico alla ricerca, garantendo che i risultati siano accurati e pertinenti. La presenza dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale sottolinea ulteriormente l’importanza e l’urgenza del tema.

    La presentazione del “Rapporto Cyber Index PMI” a Roma non è stata solo l’annuncio di un nuovo rapporto. Ma, in un certo senso, si è trattato di un appello all’azione, un invito alle PMI italiane a prendere sul serio le minacce cyber, ad investire nella formazione e nella protezione, e a navigare con sicurezza nel vasto oceano del digitale, ricco di sfide e di opportunità.

    L’importanza della cybersicurezza per le PMI

    Le PMI rappresentano la colonna vertebrale dell’economia italiana, contribuendo significativamente alla produzione, all’occupazione e all’innovazione. Spesso, la loro dimensione ridotta e le risorse limitate possono rendere queste aziende particolarmente vulnerabili agli attacchi informatici.

    A differenza delle grandi aziende, le PMI potrebbero non avere un team dedicato alla sicurezza informatica o le risorse finanziarie per investire in soluzioni di sicurezza avanzate. Questa vulnerabilità viene spesso sfruttata dai cybercriminali, rendendo le PMI un bersaglio attraente.

    Rischi associati alla mancanza di cybersicurezza

    La mancanza di misure di sicurezza adeguate può esporre le PMI a una serie di rischi. Questi includono, tra gli altri:

    1. Furto di dati: Le informazioni aziendali, come i dati dei clienti o le informazioni finanziarie, possono cadere nelle mani sbagliate, portando a gravi conseguenze finanziarie e di reputazione.
    2. Ransomware: Questo tipo di malware crittografa i dati dell’azienda, rendendoli inaccessibili fino al pagamento di un riscatto.
    3. Interruzione delle operazioni: Un attacco informatico può paralizzare le operazioni aziendali, causando perdite economiche e danneggiando la reputazione.
    4. Violazione normativa: Le aziende potrebbero essere soggette a pesanti sanzioni se non proteggono adeguatamente i dati personali, come previsto dal GDPR e da altre normative.

    La necessità di sensibilizzazione

    La sensibilizzazione è il primo passo fondamentale verso la creazione di un ambiente digitale sicuro. Le PMI devono essere consapevoli non solo dei rischi, ma anche delle misure preventive che possono adottare. La formazione dei dipendenti, l’adozione di protocolli di sicurezza standard e la collaborazione con esperti del settore sono tutte strategie essenziali. L’obiettivo non dovrebbe essere solo quello di prevenire gli attacchi, ma anche di essere preparati a rispondere efficacemente nel caso in cui si verifichino.

    cyberindexpmi cybersecurity pmi franzrusso.it

    Un’azienda che non è preparata a gestire gli attacchi informatici può subire danni irreparabili. Perdite finanziarie, danni alla reputazione, e possibili azioni legali sono solo alcune delle conseguenze potenziali di un attacco informatico riuscito. La sensibilizzazione e la formazione, elementi più volte sottolineati dal rapporto Cyber Index PMI, rappresentano strumenti essenziali per prevenire queste situazioni e garantire che le PMI possano prosperare nell’era digitale.

    Come sappiamo, il processo di sensibilizzazione non è un’attività una tantum. Con il continuo evolversi del paesaggio delle minacce informatiche, le aziende devono aggiornarsi costantemente sulle ultime tendenze e metodi di attacco. Partecipare a workshop, seminari e corsi di formazione, può aiutare le PMI a rimanere un passo avanti rispetto ai cybercriminali.

    Concludendo, il “Cyber Index PMI” ha rivelato l’urgente necessità per le PMI italiane di elevare il loro livello di consapevolezza e preparazione in materia di cybersicurezza. La strada verso un futuro digitale sicuro per le PMI passa attraverso la formazione, l’investimento in soluzioni di sicurezza e la creazione di una cultura aziendale centrata sulla sicurezza.

    Il rapporto Cyber Index PMI 2023 è disponibile per essere consultato e scaricato.

  • Sam Altman (ri)promette che OpenAI non lascerà l’Europa

    Sam Altman (ri)promette che OpenAI non lascerà l’Europa

    Sam Altman, CEO di OpenAI, cerca di passare come paladino dell’etica dell’IA, una situazione di equilibrio non facile. Intanto è costretto, nel giro di poche ore a ritrattare le sue dichiarazioni, fatte a Londra, e a (ri)promettere che ChatGPT non lascerà l’UE.

    Nel giro di meno di 24 ore, si può affermare che è accaduto di tutto. Probabilmente, Sam Altman, CEO di OpenAI, pensava ancora di trovarsi di fronte alla Commissione del Congresso USA. Fatto sta che, nel giro di poco tempo, ha dovuto rivedere le sue dichiarazioni che stavano già infiammando il dibattito.

    Per cercare di capire cosa sia successo, ripercorriamo i fatti.

    Sam Altman, CEO di OpenAI, azienda che è diventata uno dei progetti più profittevoli per l’implementazione dell’intelligenza artificiale generativa, da qualche tempo si impegna a diventare uno dei nuovi volti della regolamentazione dell’IA.

    Si tratta di un equilibrio molto difficile da mantenere, ma lui è intenzionato ad andare avanti. E così, mentre è riuscito a far passare le sue idee al cospetto di un certo numero di parlamentari statunitensi, possiamo affermare che non ha riscontrato lo stesso successo in Europa. Tanto che è stato costretto a chiarire quali sono i piani della sua azienda per continuare a operare fuori dagli Stati Uniti.

    sam altman IA europa

    Durante una tappa a Londra, mercoledì scorso, Altman ha dichiarato che se l’UE dovesse continuare sulla stessa linea riguardo alla regolamentazione sull’IA, potrebbe provocare non pochi problemi a OpenAI.

    Tra le sue dichiarazioni, Altman ha detto: “Se possiamo rispettare, lo faremo, e se non possiamo, smetteremo di operare… Ci proveremo. Ma ci sono limiti tecnici rispetto a ciò che è possibile“.

    Non è difficile immaginare le reazioni che queste parole hanno suscitato in Europa, e non solo. Ma Altman, resosi conto di non essere negli USA, ha cercato di correre ai ripari, ritrattando le sue affermazioni rese a Londra. Infatti, ha cambiato decisamente tono: “siamo entusiasti di continuare a operare (in Europa) e ovviamente non abbiamo intenzione di andarcene“. Ah, ok. Caso risolto, ma solo in parte.

    È vero che negli USA sta prendendo piede un dibattito serio riguardo alla regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale, ma bisogna dire che gli Stati Uniti sono ancora lontani dal mettere in pratica una seria regolamentazione.

    Si parla ancora della nuova Legge sulla responsabilità algoritmica, ormai da più di un anno, e più di recente con una proposta di “Task Force sull’IA“. Ma, a dispetto di tutto, non c’è ancora nulla di concretamente deciso.

    L’UE, d’altra parte, ha modificato una proposta di legge sull’IA per tener conto dell’Intelligenza Artificiale generativa moderna, come ChatGPT.

    Quel disegno di legge potrebbe avere enormi implicazioni per il modo in cui i grandi modelli di linguaggio come il GPT-4 di OpenAI vengono addestrati su una moltitudine di dati degli utenti prelevati da Internet. La legge proposta dalla commissione europea potrebbe etichettare i sistemi AI come “ad alto rischio” se dovessero essere utilizzati per influenzare le elezioni.

    OpenAI non è l’unica grande azienda tecnologica che sembra voler anticipare il dibattito sull’etica dell’IA. Nei giorni scorsi anche i dirigenti di Microsoft hanno intrapreso una campagna mediatica per spiegare cosa intendono fare in materia di regolamentazione dell’IA. Il presidente di Microsoft, Brad Smith, durante una diretta su LinkedIn, ha detto che gli Stati Uniti potrebbero utilizzare una nuova agenzia per gestire l’IA. Si tratta di un’idea avanzata anche da Altman, ma vedremo.

    Rispetto a Microsoft, bisogna dire che il colosso di Redmond è stato il più pronto a diffondere l’IA rispetto ai suoi rivali, in un tentativo di superare le grandi aziende tecnologiche come Google e Apple. Per non parlare del fatto che Microsoft è in una partnership multimiliardaria in corso con OpenAI.

    Sempre in merito a OpenAI, il giorno dopo le tanto discusse affermazioni di Altman a Londra, OpenAI ha rivelato di essere in procinto di creare un programma di sovvenzioni per finanziare gruppi che potrebbero decidere le regole attorno all’IA.

    Il fondo distribuirà 10 sovvenzioni da 100.000 dollari a gruppi disposti a fare il lavoro e a creare “prove di concetto per un processo democratico che potrebbe rispondere a domande su quali regole dovrebbero seguire i sistemi IA“. L’azienda ha detto che la scadenza per questo programma è solo di un mese, entro il 24 giugno.

    Ecco, questo è quanto è successo rispetto all’IA e alle dichiarazioni di Sam Altman. Ma siamo sicuri che non sarà l’unico momento di revisione delle proprie dichiarazioni. Nelle prossime settimane, e nei prossimi mesi, ne vedremo degli altri.

  • Imprese aperte 2023: innovazione, formazione e futuro

    Imprese aperte 2023: innovazione, formazione e futuro

    Imprese Aperte Parma 2023 valorizza eccellenze imprenditoriali locali, svelando il cuore di aziende come Davines. Eventi, incontri e visite guidate permettono di esplorare l’innovazione e la cultura d’impresa che continuano anche nel mese di giugno.

    Nei giorni scorsi ho preso parte a Imprese Aperte Parma 2023, l’iniziativa promossa dall’associazione “Parma, Io Ci Sto!”, che continuerà fino a giugno per poi riprendere in autunno.

    Durante questa occasione ho avuto il privilegio di visitare una delle aziende partecipanti, Davines, leader mondiale nel settore della cosmesi. Questa azienda è un perfetto esempio di come l’innovazione e la formazione possano essere fondamenta solide per la crescita e il successo di un’impresa.

    Davines celebra quest’anno il suo 40esimo anniversario e ha colto l’occasione di Imprese Aperte Parma per aprire le porte e far conoscere i propri valori fondamentali. Al cuore della filosofia dell’azienda c’è l’idea che la bellezza è un valore fondamentale che va ricercato e costruito con le persone come riferimento.

    davines imprese aperte parma 2023

    Non sorprende che Davines Group, dal 2016, sia un’azienda certificata B Corp, un marchio di eccellenza che certifica l’attenzione dell’azienda alla sostenibilità e all’impatto sociale.

    Davines ha sedi in tutto il mondo, ma è a Parma che svolge la sua produzione e la ricerca e sviluppo. Ho avuto la fortuna di visitare il loro giardino scientifico, il luogo dove nuovi prodotti vengono pensati, sviluppati e perfezionati.

    Imprese Aperte Parma, promosso dall’associazione “Parma, Io Ci Sto!”, continuerà fino a giugno, con ulteriori incontri programmati per l’autunno. Questa iniziativa rappresenta una rara opportunità per scoprire da vicino la cultura d’impresa che anima le aziende del territorio, spesso vere eccellenze internazionali come Dallara e Barilla.

    L’invito è quindi quello di cogliere l’occasione per partecipare a questi incontri gratuiti e scoprire la varietà e la qualità delle imprese locali. Per informazioni dettagliate, potete visitare il sito di “Parma, Io Ci Sto!”.

    Da questa esperienza, ho portato con me un messaggio potente, una frase che risuona ancora nelle mie orecchie: “Non vogliamo essere la migliore azienda del mondo, ma l’azienda migliore per il mondo“. Un motto che, spero, possa essere d’ispirazione per tutte le imprese del nostro territorio e oltre.

    Come già ricordato, “Imprese Aperte Parma 2023” celebra la cultura d’impresa attraverso vari temi come l’agroalimentare, la cultura, il turismo, la formazione e l’innovazione, la sostenibilità ambientale, dimostrando la diversità e la ricchezza del nostro tessuto imprenditoriale.

    imprese aperte parma 2023 franzrusso.it

    Questo progetto innovativo, ideato da “Parma, io ci sto!” e l’Unione Parmense degli Industriali, in collaborazione con Cisita Parma, si sforza di esaltare il talento imprenditoriale di Parma. Attraverso una serie di incontri con la comunità, coinvolgiamo sia le aziende storiche che le nuove realtà per creare un ambiente di crescita, conoscenza e valore per il territorio.

    Nei mesi a venire, le aziende apriranno le loro porte a cittadini, turisti e studenti. Questo porta a una serie di eventi culturali, workshop, laboratori e visite guidate, consentendo a tutti di vedere come funzionano le cose dietro le quinte e di entrare in contatto con il capitale umano che spinge l’innovazione.

    Sono stati previsti 58 eventi per la prima parte del progetto, tra maggio e giugno, e chiunque può registrarsi gratuitamente attraverso la piattaforma Eventbrite o l’app Parma 2020+21.

    14 aziende rappresentative del territorio parteciperanno a questa iniziativa, ognuna con il suo settore di specializzazione. Queste vanno dall’agroalimentare alla cosmesi, dall’abbigliamento sportivo all’automotive, fino alla logistica.

    “Imprese Aperte” non è solo un evento per le aziende partecipanti, ma anche per il pubblico che è interessato a scoprire l’eredità imprenditoriale del territorio. Il forte aumento della partecipazione rispetto all’edizione del 2022 e la varietà delle aziende partecipanti dimostrano l’importanza di questo progetto e il senso di appartenenza che le imprese hanno nei confronti di un tessuto imprenditoriale unico, che desiderano condividere.

    “Imprese Aperte” ha l’obiettivo di evidenziare il ruolo cruciale che le imprese giocano per la comunità, non solo come generatori di lavoro e benessere, ma anche come attori culturali che lavorano in rete per mettere a disposizione del territorio le loro esperienze, competenze e creatività.

    Il calendario ricco di eventi mira a coinvolgere un vasto pubblico, con particolare attenzione alle nuove generazioni, per scoprire e valorizzare l’immensa ricchezza del patrimonio aziendale locale.

    Nell’edizione precedente, “Imprese Aperte” ha raggiunto cifre impressionanti: 28 imprese hanno aperto le loro porte a 2.000 visitatori, organizzando 250 eventi. Tra questi, un programma speciale dedicato esclusivamente agli studenti universitari, testimonianza del nostro impegno a coinvolgere la futura generazione di imprenditori.

    Una volta conclusa la prima serie di appuntamenti, il progetto riprenderà da settembre a novembre 2023, con molte altre imprese che hanno già confermato la loro partecipazione, testimoniando l’entusiasmo e la dedizione del nostro tessuto imprenditoriale.

    La celebrazione della cultura d’impresa non termina qui. Il viaggio continua per valorizzare e riconoscere il ruolo fondamentale che le imprese svolgono nel plasmare la comunità e nel definire il futuro del territorio.

  • Il 51% degli italiani pensa che l′Intelligenza Artificiale ridurrà il lavoro

    Il 51% degli italiani pensa che l′Intelligenza Artificiale ridurrà il lavoro

    Un sondaggio condotto da YouTrend per la Fondazione Pensiero Solido ha rilevato che il 54% degli italiani ammette di non essere preparato sull’Intelligenza Artificiale; il 51% pensa poi che l’IA ridurrà il lavoro.

    YouTrend ha recentemente condotto un sondaggio su base nazionale per la Fondazione Pensiero Solido. L’indagine mirava a esplorare la comprensione e la percezione dell’intelligenza artificiale (IA) tra gli italiani, con un particolare interesse per l’impatto previsto sul mercato del lavoro.

    Comprensione dell’IA e richiesta di regolamentazione

    Secondo i risultati del sondaggio, oltre la metà (54%) degli italiani intervistati ammette una mancanza di preparazione sul tema dell’IA. Inoltre, una percentuale significativamente più alta (59%) ritiene che la politica e la legislazione dello Stato dovrebbero intervenire attivamente, regolamentando l’uso dell’IA o persino vietandolo, se necessario.

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    Percezioni sull’IA e il mercato del lavoro

    Quando si tratta dell’impatto dell’IA sul mondo del lavoro, la percezione dominante tra gli italiani è che l’IA porterà a una riduzione complessiva dei posti di lavoro. Questo è il pensiero del 51% degli intervistati, mentre solo il 10% ritiene che l’occupazione aumenterà e il 26% prevede che il numero di posti di lavoro rimarrà invariato, anche se le mansioni stesse potrebbero cambiare.

    IA italiani lavoro

    L’IA sul posto di lavoro: una questione di controllo e valutazione

    In termini di interazione diretta con l’IA sul posto di lavoro, oltre la metà (55%) dei lavoratori intervistati ha dichiarato di non essere disposto a ricevere istruzioni da un sistema di IA. Nonostante ciò, l’automazione del controllo e della valutazione è vista più come un vantaggio (47%) che come uno svantaggio (30%). Nota interessante, la percezione di vantaggio aumenta tra i gruppi più giovani e tra i laureati.

    Lavori più e meno a rischio di automatizzazione

    I sondati hanno individuato i lavori di impiegati (56%), operai (51%) e commessi (43%) come i più a rischio di essere sostituiti dall’IA. Queste sono tutte mansioni che in genere non richiedono livelli di istruzione avanzati. D’altra parte, artisti (24%), imprenditori (26%) e medici (27%) sono visti come i meno a rischio di sostituzione da parte dell’IA.

    Impatto personale dell’IA

    Quando gli occupati sono stati interrogati sul loro sentimento personale nei confronti delle nuove tecnologie, solo una minoranza si è detta aiutata (23%) o minacciata (21%) dai cambiamenti portati dall’IA. Sorprendentemente, la maggioranza (50%) non si sente né aiutata né minacciata.

    Il sondaggio di YouTrend offre una panoramica preziosa sulle attitudini e le percezioni degli italiani nei confronti dell’IA e del suo potenziale impatto sul mondo del lavoro.

  • Imprese Aperte Parma 2023 celebra la cultura d’impresa

    Imprese Aperte Parma 2023 celebra la cultura d’impresa

    Al via Imprese Aperte Parma 2023 che celebra la cultura d’impresa e coinvolge le aziende del territorio attraverso appuntamenti con la comunità per valorizzare le eccellenze imprenditoriali di Parma.

    Su InTime Blog ci piace segnalare iniziative che vedono al centro il tema delle imprese, il cuore pulsante dell’economia del nostro paese. E ci piace anche raccontare le aziende, le loro storie, sempre molto affascinati che spesso fungono da esempio per altre idee di impresa.

    Ecco, Imprese Aperte Parma, giunta alla sua terza edizione, rappresenta una grande occasione per tutti, cittadini, turisti e anche studenti di conoscere le aziende del territorio, spesso grandi eccellenze del nostro paese.

    Si tratta di un’iniziativa che vuole celebrare la cultura d’impresa attraverso temi come Agroalimentare, Cultura, Turismo e tempi libero, Formazione e Innovazione, Sostenibilità Ambientale.

    Il progetto è ideato e sviluppato da “Parma, io ci sto!” e Unione Parmense degli Industriali, in collaborazione con l’ente di formazione Cisita Parma. Sperimentato con successo durante il biennio di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21, quest’anno l’iniziativa vede inoltre il patrocinio del Comune di Parma.

    Imprese Aperte Parma 2023 cultura impresa 2023

    Il format di Imprese Aperte Parma 2023 è innovativo e unico a livello nazionale, che punta a valorizzare le eccellenze imprenditoriali di Parma, coinvolgendo aziende storiche e nuove realtà in cicli di appuntamenti con la comunità, per trasformare la cultura d’impresa in un’occasione di crescita, conoscenza e valore per il territorio.

    Nei prossimi mesi, le aziende aderenti apriranno le porte a cittadini, turisti e studenti per condividere il proprio ricco patrimonio di conoscenze e competenze: eventi culturali, workshop, laboratori e visite guidate, per scoprire il “dietro le quinte” delle dinamiche produttive e venire a contatto con il capitale umano delle aziende, vera spinta alla creatività e all’innovazione.

    Sono già 58 gli appuntamenti previsti durante la prima finestra temporale del progetto che si svilupperà tra maggio e giugno, a cui è possibile registrarsi gratuitamente tramite piattaforma Eventbrite o app Parma 2020+21.

    Protagoniste, 14 aziende del territorio in rappresentanza di diversi settori produttivi: dall’agroalimentare con Agugiaro & Figna Molini, Barilla, Coppini Arte Olearia, F.lli Galloni, Parmacotto, Salumificio Trascinelli Pietro,  Torrcaffè, alla cosmesi con Davines; passando per l’abbigliamento sportivo con il marchio storico Erreà, l’impiantistica alimentare con Sidel, il mondo delle costruzioni con Allodi e quello dell’auto con Dallara e Autocentro Baistrocchi fino alla logistica con CePIM.

    «“Imprese Aperte” è un appuntamento corale che coinvolge non solo le aziende aderenti, ma soprattutto il pubblico che vuole andare alla scoperta del patrimonio imprenditoriale e produttivo del territorio in cui vive. L’incremento significativo rispetto al 2022 e la varietà delle aziende che hanno aderito all’edizione 2023 testimoniano il valore che le imprese riconoscono al progetto e il loro grande senso di appartenenza ad un tessuto imprenditoriale unico che vuole farsi conoscere», ha dichiarato Gabriele Buia, Presidente dell’Unione Parmense degli Industriali.

    «“Imprese Aperte” nasce dalla volontà di valorizzare il ruolo cruciale che le imprese svolgono per la comunità, non solo in quanto portatrici di lavoro e quindi di benessere e di innovazione, ma anche in quanto attori culturali capaci di fare rete e di mettere a sistema esperienze, competenze e creatività, al servizio del territorio. Il ricco calendario di appuntamenti si pone l’obiettivo di coinvolgere un largo pubblico, e soprattutto le nuove generazioni, nella scoperta e nella valorizzazione del prezioso patrimonio aziendale che lo circonda», ha commentato Alessandro Chiesi, Presidente di “Parma, io ci sto!”.

    Lo scorso anno “Imprese Aperte” ha registrato numeri importanti, con 28 realtà che hanno ospitato complessivamente 2.000 visitatori, per un totale di 250 appuntamenti. Tra questi anche un programma speciale di circa 30 iniziative dedicate esclusivamente agli studenti universitari.

    Concluso il primo ciclo di appuntamenti, il progetto proseguirà da settembre a novembre 2023, con altre realtà che hanno già confermato la loro partecipazione: Bonatti, Bugnion, CFT Group, Consorzio Agrario di Parma, Crown, Dulevo International, Elantas Europe, Esperta, Fepa, Food Farm 4.0, Hi-Food, Laminam, Laterlite, Lincotek, Monte delle Vigne, Mutti, Opem, Parmalat, Puratos, Rizzoli Emanuelli, Rodolfi Mansueto, Sacmi Beverage, Transfer Oil, Zatti Top Class.

    E sono felice di prendere parte a questa iniziativa andando a visitare l’azienda Davines nel giorno di inaugurazione della manifestazione in questa prima parte.

    L’azienda, fondata nel 1983, inizia la sua storia come laboratorio di ricerca e produzione di prodotti tricologici di alta qualità, destinati a rinomate società cosmetiche nel mondo.

    Dopo un decennio dedicato alla ricerca e al miglioramento, nasce il brand Davines dedicato ai prodotti cosmetici professionali per l’acconciatore, mentre nel 1996, prende vita il brand skincare per istituti di bellezza e spa.

    Il Gruppo è oggi una B Corporation, un’azienda che usa il business per generare un impatto positivo sulle persone e l’ambiente, oltre ad essere una realtà internazionale presente in più di 90 paesi con uno staff multiculturale proveniente da diverse nazionalità.

    Ecco, conoscere Davines in questo contesto significa conoscere come l’azienda ha abbracciato l’innovazione, ormai passaggio inevitabile per le aziende, e come la formazione è stata impiegata per restare sempre al passo coi tempi.

    L’invito è quindi quello di seguire il racconto sui social media sui canali dell’iniziativa: Facebook, LinkedIn, Instagram.

  • HPE spinge le aziende italiane verso la data maturity

    HPE spinge le aziende italiane verso la data maturity

    Come ormai abbiamo imparato bene in questi anni, specie negli ultimi 2/3 anni, i dati assumono sempre più importanza. Vuoi per il fatto che è aumentato l’uso del digitale a livello generale e globale, vuoi per il fatto che sono aumentate le fonti che rilasciano dati. Aggiungiamo anche l’intelligenza artificiale, da questo punto di vista.

    I dati aumentano, sappiamo quanto siano preziosi e quanto sia fondamentali, oggi, per la crescita delle economie dei paesi. Senza voler sembrare esagerati, dai dati passa il progresso moderno.

    Del resto, lo diceva Clive Humby nel 2006 quando coniò la frase “I dati sono il nuovo petrolio“. Frase che venne poi completata da Michael Palmer, sempre nello stesso anno: “i dati sono preziosi, ma se non raffinati non possono essere realmente utilizzati. [Il petrolio] deve essere trasformato in gas, plastica, prodotti chimici, ecc. per creare un’entità preziosa che guidi attività redditizie; quindi, i dati devono essere scomposti e analizzati affinché abbiano valore“.

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    Ecco, adesso ci troviamo in una fase più matura. Le aziende ormai, a distanza di anni, riconoscono l’importanza dei dati e ci avviciniamo a quella fase che viene definita data maturity.

    Per data maturity si intende un processo composto da più fasi della transizione di un’azienda dall’inconsapevolezza dei dati all’alfabetizzazione dei dati stessi.


    Cosa si intende per Data Maturity

    La data maturity è il livello di qualità, usabilità e completezza dei dati. È una misura dell’efficacia delle pratiche di gestione dei dati ed è diventata sempre più importante nell’era dei Big Data. La “maturità dei dati” può essere utilizzata per valutare la qualità dei dati e identificare le aree in cui è possibile apportare miglioramenti. Può anche fornire indicazioni su come i dati vengono raccolti, archiviati e utilizzati, e su come possono essere gestiti e sfruttati meglio per raggiungere i risultati aziendali desiderati. La data maturity è un elemento chiave del processo decisionale guidato dai dati ed è essenziale per le organizzazioni che vogliono massimizzare il valore dei propri dati.


    Va sottolineato che il processo di miglioramento della data maturity dovrebbe coinvolgere l’intera azienda piuttosto che solo un reparto dati specializzato.

    Ma esistono delle situazioni variegate tra le aziende se le osserviamo da questo punto di vista. E i dati che stiamo per vedere insieme confermano questo andamento.

    HPE (Hewlett Packard Enterprise) negli ultimi giorni ha presentato i risultati del sondaggio globale che mostrano che la mancanza di data maturity ostacola sia il settore privato sia quello pubblico nel raggiungimento di obiettivi chiave, come l’aumento delle vendite o il progresso nella sostenibilità ambientale.

    L’indagine, condotta da YouGov per conto di HPE su oltre 8.600 decision maker di tutti i settori privati e pubblici in 19 paesi, rivela che il livello medio di data maturity delle organizzazioni, ovvero la loro capacità di creare valore dai dati, è di 2,6 su una scala di 5, dove solo il 3% raggiunge il livello di maturità più elevato. In questo contesto, il dato relativo all’Italia riflette quello mondiale.

    Il sondaggio si basa su un modello di maturità sviluppato da HPE che valuta la capacità di un’organizzazione di creare valore dai dati sulla base di criteri strategici, organizzativi e tecnologici.

    Il livello di maturità più basso è chiamato “data anarchy”: a questo livello, i pool di dati sono isolati l’uno dall’altro e non vengono analizzati sistematicamente per generare insight o risultati. Il livello più alto è chiamato “data economics”: a questo livello, un’organizzazione sfrutta strategicamente i dati per ottenere risultati, sulla base di un accesso unificato a fonti di dati interne ed esterne che vengono analizzate con sistemi di analytics avanzati e di intelligenza artificiale.

    I risultati del sondaggio rivelano che il 14% delle organizzazioni si trova al livello di maturità 1 (data anarchy), il 29% al livello 2 (data reporting), il 37% al livello 3 (data insights), il 17% al livello 4 (data centricity) e solo il 3% è al livello 5 (data economics).

    In Italia si registrano dati simili: data anarchy 13%, data reporting 31%, data insights 34%, data centricity 17%, data economy 4%.

    La mancanza di capacità di gestione e valorizzazione dei dati, a sua volta, limita la capacità delle organizzazioni di raggiungere obiettivi chiave come l’aumento delle vendite (30%), l’innovazione (28%), il miglioramento della customer experience (24%), il miglioramento della sostenibilità ambientale (21%) e l’aumento dell’efficienza interna (21%).

    Per quanto riguarda l’Italia sono stati rilevati i seguenti dati: aumento delle vendite 34%, innovazione 32%, miglioramento della customer experience 23%, il miglioramento della sostenibilità ambientale 17%, l’aumento dell’efficienza interna 20%.

    Il sondaggio fornisce una visione dettagliata dei gap strategici, organizzativi e tecnologici che le organizzazioni devono colmare per sfruttare i dati come asset lungo tutta la value chain. Tra le principali evidenze:

    • Solo il 13% degli intervistati afferma che la data strategy della propria organizzazione è una parte fondamentale della strategia aziendale.
    • Quasi la metà degli intervistati (48% – in Italia 33%) afferma che la propria organizzazione non alloca alcun budget per iniziative relative ai dati o finanzia solo occasionalmente iniziative relative ai dati tramite il budget IT.
    • Solo il 28% (in Italia il 29%) degli intervistati ha confermato che la propria organizzazione ha un focus strategico su prodotti o servizi data-driven.
    • Quasi la metà degli intervistati afferma che le proprie organizzazioni non utilizzano metodologie come il machine learning o il deep learning, ma si affidano a fogli di calcolo (29% – in Italia 34%) o business intelligence e report preconfezionati (18% – in Italia 15%) per l’analisi dei dati.

    La creazione di valore dai dati richiede anche l’aggregazione di dati o insight provenienti da diverse applicazioni, location o spazi dati esterni.

    Ad esempio, i dati di telemetria generati dai sensori dei prodotti venduti possono aiutare il reparto R&S di un produttore ad allineare meglio la successiva generazione di prodotti alle esigenze dei clienti. Allo stesso modo, la condivisione tra strutture sanitarie degli insight generati dai dati dei pazienti può far progredire la diagnostica medica.

    Una caratteristica legata a un basso livello di data maturity è che non esiste un’architettura globale di dati e analisi: i dati sono isolati in singole applicazioni o posizioni. Questo è il caso del 34% (in Italia 39%) degli intervistati. D’altra parte, solo il 19% (in Italia 14%) ha implementato un data hub o fabric centrale che fornisce accesso unificato ai dati in tempo reale in tutta l’organizzazione e un altro 8% (in Italia 13%) afferma che questo data hub include anche fonti di dati esterne.

    Considerato che le fonti di dati sono sempre più distribuite tra cloud ed edge, la maggior parte degli intervistati (62% – in Italia 63%) afferma che è strategicamente importante avere un alto grado di controllo sui propri dati e mezzi per estrarne valore.

    Più della metà dei rispondenti (52% – in Italia 48%) teme che i soggetti che detengono i monopoli dei dati abbiano un controllo eccessivo sulla loro capacità di creare valore e il 39% (in Italia 26%) sta rivalutando la propria strategia cloud a causa dell’aumento dei costi (42% – in Italia 40%), delle preoccupazioni sulla sicurezza (37% – in Italia 26%), della necessità di un’architettura più flessibile (37% – in Italia 29%) e della carenza di controllo sui propri dati (32% – in Italia 26%).

    In conclusione, la data maturity nel 2023 sarà molto diversa. Le aziende sfrutteranno il potenziale dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico per utilizzare i dati in modi sempre più significativi.

    I dati saranno più accessibili, con l’emergere di nuove fonti di dati e la capacità di integrare gli stessi in modo più rapido ed efficiente. Tutto questo si tradurrà in migliori intuizioni di business e previsioni più accurate, consentendo alle aziende di prendere le decisioni migliori.

    Anche le misure di sicurezza e di privacy saranno più rigorose, per garantire che i dati siano tenuti al sicuro e utilizzati in modo responsabile. Le aziende sono sempre più consapevoli di sfruttare i dati per creare esperienze migliori per i propri clienti, favorire la crescita e migliorare le operazioni. Con gli strumenti e le strategie giuste, la data maturity già in questo anno sarà una risorsa enorme per le aziende.

  • Robotica e stampa 3D, ecco come giovano al time to market

    Robotica e stampa 3D, ecco come giovano al time to market

    Dalla ripartenza, i ritmi per le aziende sono sempre più sostenuti. Consideriamo ancora poco quale sia impatto di robotica e stampa 3D, racchiuse all’interno dell’Additive Manufacturing, abbiano anche sul time to market e, di conseguenza, sulle nostre vite.

    Gli ultimi due anni hanno sicuramente segnato la nostra storia recente, lo abbiamo raccontato già diverse volte qui sul nostro blog. E adesso in una fase di ripresa e ripartenza, tutto riprende a ritmi sostenuti, come se ci fosse la corsa a recuperare il tempo perduto. E per “tutto”, si intende davvero tutto. Per rendersene conto, di questa che può sembrare una esagerazione, basta guardare i tempi di consegna di un qualsiasi prodotto acquistato online o in store. I tempi di consegna si sono dilatati, portando con sé tutta una serie di problematiche che si spera di poter risolvere in maniera definitiva (si spera).

    Guardando bene dentro le cose, e spesso ci dimentichiamo di farlo, possiamo renderci conto che in questa fase di ripresa a ritmi sostenuti esistono delle soluzioni che, sebbene solo in apparenza sono anni luce distanti dal nostro quotidiano, in realtà hanno un grande impatto sulle nostre vite, a cui facevamo riferimento prima.

    Ora, guardando il titolo di questo articolo, e leggendo fino a questo punto, vi starete chiedendo “ma cosa c’entra tutto questo con la Robotica, la stampa 3D, il time to market?“. La risposta è semplice: c’entra eccome!

    Le soluzioni appena accennate sono proprio quelle che tante aziende stanno adottando in questa fase, caratterizzata da mercati in fibrillazione, con le complicazioni del conflitto in Ucraina e del tema energetico, hanno come comune denominatore l’impiego di robot e stampa 3D a sostegno della produzione per la riduzione del time to market, ossia velocizzare la produzione per soddisfare una domanda crescente e sostenuta, e l’impiego della stampa 3D per la costruzione di componenti di macchine per evitare che la stessa produzione possa riscontare problemi.

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    Si tratta di soluzioni che in questa fase trovano riscontro in ogni ambito, specialmente nel retail. Se c’è una lezione che le aziende hanno imparato in questi anni è che il processo di digitalizzazione degli impianti deve andare avanti in maniera spedita, abbracciando, appunto, robotica e stampa 3D, quella branca della tecnologia che viene definita Additive Manufacturing. In questo modo le aziende, in una fase di iper-connessione come questa, ce ne parlava proprio qui su InTime Blog Roberto Rizzo, fondatore e presidente di SolidWorld Group S.p.A., gruppo italiano leader del settore, sempre più di respiro internazionale.

    E questo è un mondo che sta apportando innumerevoli innovazioni, per cercare di rispondere alle esigenze delle aziende, in questo particolare momento storico.

    E le innovazioni si concentrano, per lo più, sul miglioramento della tracciabilità del prodotto, sull’efficienza energetica e sulla riduzione dell’impatto ambientale, integrando la progettazione del prodotto e gli aspetti di produzione per ridurre, il sempre più citato, il time-to-market.

    Le aree di interesse della ricerca includono prototipazione rapida (Additive Manufacturing), leggerezza (unione multimateriale, produzione di plastica e metalli, produzione di compositi a base di fibra di carbonio), robotica intelligente (robot agili, robot di consumo, robotica a sciame, cobot), monitoraggio e controllo (controllo wireless delle reti, interfaccia uomo-macchina) e simulazione e modellazione (software di progettazione e simulazione).

    Senza dimenticare, appunto, stampa 3D, sensori e reti wireless, tecnologia dell’informazione e della comunicazione, produzione di compositi, produzione digitale, micro e nano-produzione, laser, software avanzato e tecniche di stampa.

    Tutto questo, lo abbiamo in realtà sintetizzato per dare uno spaccato di quello che stiamo trattando, è alla base di ciò a cui Rizzo faceva riferimento, e cioè la Fabbrica 4.0, l’azienda connessa tecnologica, digitalizzata che abbraccia la robotica e le tecnologie annesse per migliorare la sua produzione e il suo business in generale.

    Per fare un esempio di utilizzo della robotica, molto vicino a noi, per gestire meglio la produzione o anche la distribuzione, nel mese di novembre 2022 Amazon ha presentato “Sparrow”, il warehouse robot che aiuterà i lavoratori negli stabilimenti a rendere l’ambiente di lavoro più efficiente e sicuro. Pensate alla crescita esponenziale di spedizione di prodotti Amazon e come questo possa tornare utile per gestire i carichi di lavoro, in sicurezza.

    Giusto per definire meglio il ruolo della stampa 3D, all’interno del settore dell’Additive Manufacturing, in questa fase, pensate a cosa possa comportare la produzione personalizzata di pezzi all’interno di un processo produttivo. La stampa di pezzi di ricambio o anche proprio di pezzi completi, comporta: riduzione di costi, i costi di produzione sono bassi con l’eliminazione della produzione di scarti; time to market, la fase di ideazione e progetto, e quella di commercializzazione.

    Per dare qualche numero, e per rendere chiara la dimensione dei mercati, Mordor Intelligence ha stimato che il mercato della stampa 3D e quindi dell’Additive Manufacturing è destinato a oltre 63 miliardi dollari entro il 2026. Il mercato dei cosiddetti robot collaborativi (corobot), secondo le stime di Future Market Insights, entro il 2033 dovrebbe raggiungere il valore di 20,5 miliardi di dollari, mentre il mercato della Robotica e Automazione è stimato a 67,48 miliardi di dollari entro il 2032 con una crescita media del 13,8%.

    robotica stampa 3D time to market mercato

    Esempi di impiego dell’Additive Manufacturing sono oggi tanti, ma volendo fare una stima, possiamo certamente citare:

    • Produzione di dispositivi medici: la stampa 3D impiegata per sviluppare prodotti come gli impianti dentali. Inoltre, è possibile realizzare tutta una gamma di prodotti e la finalizzazione di progetti specifici per i pazienti, garantendo confort elevato.
    • Industria automobilistica: le tecniche di produzione additiva sono andate oltre la prototipazione rapida e ora vengono utilizzate per costruire parti di automobili resistenti e leggere. Di conseguenza, le auto di fascia alta possono ottenere parti in fibra di carbonio più leggere e resistenti per migliorare le prestazioni.
    • Industria aerospaziale e della difesa utilizza la produzione additiva per parti leggere e resistenti. Dopotutto, gli aerei e le navette devono resistere alle forze eccessive sperimentate durante il decollo e il volo, e l’uso di parti composite stratificate stampate in 3D è un’ottima soluzione per questo uso specifico.
    • Produzione di articoli discreti più comuni (automobili, mobili, giocattoli, smartphone e aeroplani) utilizzano anche tecniche di produzione additiva per uno sviluppo e una prototipazione del prodotto più rapidi, riducendo il tempo necessario per portare un articolo dal prodotto minimo praticabile alla produzione completa.

    Senza sembrare troppo di parte, ma stiamo parlando proprio del raggio di azione di aziende come SolidWorld Group che presidiamo questi settori con un ruolo da leader, in Italia e nel mondo.

    Ecco, volevamo solo rendere più esplicito e comprensibile cosa si intende davvero oggi l’impiego da parte delle aziende di robot, stampa 3D, intendendo l’Additive Manufacturing in generale, all’interno delle proprie organizzazioni e cicli di produzione. Si tratta di tecnologie e processi di digitalizzazione racchiudibile nel termine Fabbrica 4.0 che ha, e avrà, sempre più un grande impatto sulle nostre vite.