Categoria: Social Media

In questa categoria trovate articoli che riportano dati e ricerche sul mondo dei Social Media. Dal numero di utenti connessi, al tempo trascorso su ciascun social network

  • Se Elon Musk acquistasse davvero TikTok Usa

    Se Elon Musk acquistasse davvero TikTok Usa

    Cosa accadrebbe se davvero TikTok USA venisse venduta a Elon Musk? Ecco alcuni scenari e implicazioni di una mossa dal sapore geopolitico, che potrebbe rivoluzionare ancora il futuro delle piattaforme digitali.

    Partiamo subito dal fatto che, al momento, ci sono solo smentite. TikTok ha tenuto a precisare che per ora di tutto quello di cui si sta parlando nel mondo “è pura fiction”.

    Ok, va bene. Come commento può starci. Ma se davvero le cose andassero come ha scritto Bloomberg?

    Vero, ma di cosa si sta parlando? Ovvio, dell’ennesima notizia che riguarda Elon Musk. Stavolta il suo nome viene accostato a TikTok, come possibile acquirente delle attività Usa. Possibilità che sarebbe stata presa in considerazione direttamente da Pechino.

    Un’ipotesi che potrebbe sembrare azzardata, ma che in realtà si inserisce in un contesto geopolitico e tecnologico delicato, reso ancora più complesso dalle tensioni tra Stati Uniti e Cina.

    E, per giunta, tutto questo avviene a ridosso dell’insediamento di Donald Trump come nuovo presidente Usa.

    Andiamo per ordine.

    Se Musk acquistassa TikTok Usa cosa comporterebbe?

    Cosa potrebbe significare realmente questa mossa? E quali sarebbero le conseguenze per TikTok, per Elon Musk e per l’ecosistema globale dei social media?

    TikTok, con i suoi 170 milioni di utenti negli Stati Uniti, è da tempo al centro di un acceso dibattito politico. Già durante l’amministrazione Trump, l’app di ByteDance era stata minacciata di divieto per ragioni di sicurezza nazionale, con l’accusa di facilitare l’accesso del governo cinese ai dati degli utenti americani.

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    Se davvero musk acquistasse TikTok Usa

    L’amministrazione Biden, nonostante un approccio meno spettacolare, ha mantenuto alta l’attenzione sul tema, fino ad arrivare a una legge che impone la vendita delle operazioni statunitensi di TikTok entro il 19 gennaio 2025, pena un bando completo dell’app.

    Una data limite che è il giorno prima dell’insediamento di Trump.

    Le preoccupazioni della Cina

    La Cina, che ha sempre mantenuto una posizione di controllo su ByteDance, non ha mai nascosto le sue preoccupazioni su un’eventuale vendita a società americane.

    Ma con il tempo che stringe, Pechino ha la necessità di trovare una soluzione che si fa sempre più pressante.

    Ed è qui che emerge il nome di Elon Musk, una figura molto vicina all’amministrazione Trump. Prossimo co-titolare del dipartimento governativo denominato D.O.G.E.

    Perché la Cina sceglierebbe Elon Musk

    Perché Elon Musk?

    La scelta di Elon Musk come possibile acquirente non è casuale. Da una parte, Musk vanta una presenza consolidata nei settori spaziale, automobilistico e ora con X (ex Twitter).

    Dall’altra, il suo recente ruolo come uomo di fiducia nell’amministrazione Trump lo rende un candidato ideale per mediare tra interessi politici e tecnologici.

    Dal punto di vista cinese, Musk è da sempre una figura amichevole. Di sicuro non una figura ostile.

    Elon Musk, CEO di Tesla e SpaceX, ha sviluppato nel corso degli anni relazioni strette con la Cina, intrecciando legami economici, politici e tecnologici.

    Cosa rappresenta la Cina per Elon Musk

    La Cina rappresenta un mercato cruciale per Tesla. La Gigafactory di Shanghai, inaugurata nel 2019, è stata la prima fabbrica di Tesla al di fuori degli Stati Uniti, diventando rapidamente un pilastro dell’azienda.

    Questo stabilimento ha permesso a Tesla di entrare nel vasto mercato cinese dei veicoli elettrici e di beneficiare di costi di produzione più competitivi.

    Nel 2024, Musk ha compiuto una visita strategica in Cina, durante la quale ha ottenuto il via libera dalle autorità cinesi in termini di sicurezza dei dati e ha stretto un accordo con il gigante tecnologico Baidu.

    Questo accordo mira a implementare le funzioni di mappatura e navigazione per il sistema di guida autonoma Full-Self Driving (FSD) di Tesla nel paese.

    Del resto, Musk ha spesso elogiato la Cina per i suoi obiettivi economici e climatici, mantenendo una relazione stretta con il governo cinese.

    Ha partecipato a interviste e scritto articoli per pubblicazioni ufficiali cinesi, come “China Cyberspace”, l’organo della Cyberspace Administration of China, l’agenzia responsabile della censura su Internet. In queste occasioni, Musk ha discusso delle sue visioni sul futuro della tecnologia e dell’umanità, allineandosi con le narrative promosse dal governo cinese.

    Una vicinanza tra Musk e la Cina che potrebbe creare problemi

    Una vicinanza, tra Musk e la Cina, che ha sollevato preoccupazioni negli Stati Uniti. Nel dicembre 2024, la deputata dem, Rosa DeLauro, ha accusato Musk di aver esercitato pressioni sui repubblicani alla Camera per rimuovere una restrizione sugli investimenti in Cina da un disegno di legge sul finanziamento del governo, suggerendo che gli interessi economici di Musk in Cina potessero influenzare la politica statunitense

    Ma da questa vicenda, cosa ne guadagnerebbe TikTok?

    E cosa guadagnerebbe TikTok dalla vendita a Musk

    La vendita a Musk garantirebbe la continuità operativa di TikTok negli Stati Uniti, evitando il bando imminente. Con Musk al comando, TikTok potrebbe scrollarsi di dosso parte delle accuse di essere uno strumento del governo cinese, migliorando la percezione pubblica e rasserenando la politica. Anzi quella parte politica che sarà al governo Usa per i prossimi 4 anni.

    E poi, sotto la guida di Musk, TikTok potrebbe beneficiare di nuove sinergie tecnologiche, magari integrando funzioni innovative legate all’intelligenza artificiale e ai sistemi di pagamento digitali, come già visto su X.

    Una grande opportunità per Musk

    Per Musk, l’acquisizione di TikTok rappresenterebbe una nuova grande opportunità.

    Integrare TikTok nel suo ecosistema significherebbe espandere ulteriormente la sua influenza sui social media, creando un monopolio tecnologico in grado di competere con Meta e Google.

    Lo stesso Musk potrebbe coronare così il suo sogno di avere un’app interamente dedicata ai video.

    È evidente che con TikTok, Musk aumenterebbe ancora di più il suo potere. Ritrovandosi nella doppia veste di imprenditore e di eminente membro dell’amministrazione Trump.

    Ovvio che Musk non si lascerebbe sfuggire questa opportunità e sfruttare TikTok per promuovere progetti legati a X, SpaceX o Tesla.

    Inoltre, sembra abbastanza scontato, l’acquisizione rafforzerebbe il legame tra Musk e l’amministrazione Trump, consolidando il suo ruolo politico.

    Ma gestire TikTok potrebbe esporre Musk a ulteriori critiche per il suo ruolo politico sempre più evidente.

    Possibili problemi con l’antitrust

    L’acquisizione potrebbe attirare l’attenzione delle autorità antitrust, complicando ulteriormente il suo già vasto impero tecnologico. Senza considerare che un possibile passo falso nella gestione di TikTok potrebbe danneggiare la reputazione di Musk, già spesso sotto i riflettori per le sue decisioni controverse. Ma di questo Musk non se ne preoccuperebbe affatto.

    Se l’acquisizione si concretizzasse, il panorama dei social media potrebbe subire una scossa non da poco. In un momento molto particolare.

    X integrata a TikTok

    Con Musk alla guida, TikTok (ipotizzo) potrebbe integrarsi con X, creando una piattaforma multifunzionale che combina intrattenimento, comunicazione e transazioni economiche.

    C’è poi l’aspetto geopolitico. Una vendita a Musk potrebbe rappresentare un compromesso accettabile per Pechino e Washington, ma lascerebbe irrisolte molte delle tensioni di fondo.

    La Cina, pur preservando il mercato interno di TikTok, perderebbe una parte della sua capacità di influenza globale. Gli Stati Uniti, dall’altra parte, si troverebbero a fare i conti con un monopolio sempre più concentrato nelle mani di Musk.

    Non si tratta solo di business

    La possibile vendita di TikTok USA a Elon Musk non è solo una questione di business: è una partita geopolitica, tecnologica e culturale che potrebbe ridefinire lo scenario attuale delle piattaforme digitali e delle relazioni internazionali.

    La vicenda non è di facile gestione, perché da qui passa le gestione dell’amministrazione Trump per i prossimi quattro anni. Partire con il piede sbagliato nei confronti della Cina, significherebbe aggiungere ulteriori problemi.

    Ma la vera domanda è: un tale cambiamento sarebbe davvero nell’interesse degli utenti di TikTok? O rappresenterebbe solo l’ennesimo capitolo di una guerra di potere tra superpotenze e magnati tecnologici?

    Pero ora abbiamo provato a ragionare su quello che, al momento, sembra essere solo archiviabile come “voci di corridoio”. Ma se fosse così, allora gli effetti sarebbero davvero evidenti.

  • Meta, addio al fact checking e abbraccia il modello di X

    Meta, addio al fact checking e abbraccia il modello di X

    Meta elimina il fact-checking e adotta il modello delle Community Notes, ispirate a X di Elon Musk. Una svolta che potrebbe ampliare la libertà di espressione, ma aumentare il rischio di disinformazione.

    Le iniziative di Meta, mentre si avvicina all’insediamento di Donald Trump, come nuovo presidente Usa, continuano. E questa tempistica indica un progressivo allineamento da parte della società di Mark Zuckerberg verso la parte politica che sostiene Donald Trump.

    Se qualche giorno fa era chiara questa tendenza con la nomina di Joel Kaplan al posto del dimissionario Nick Clegg, quello che stiamo per vedere ne è solo la chiara conferma.

    Meta, l’azienda madre di Facebook e Instagram, ha annunciato di aver preso una decisione che potrebbe ridisegnare ancora di più il panorama della moderazione dei contenuti online, e dei social media in generale.

    Mark Zuckerberg, CEO e fondatore di Meta, ha dichiarato l’intenzione di smantellare il programma di fact-checking negli Stati Uniti, introducendo un nuovo modello che si rifà direttamente alla filosofia di libertà di espressione promossa da Elon Musk su X (ex Twitter). L’esempio è per rendere più chiaro il concetto di cosa si sta parlando.

    Una scelta che apre interrogativi su come verrà gestito il fenomeno della disinformazione e sulla strada che intende percorrere da oggi Meta.

    Meta, addio al fact checking e abbraccia il modello di X
    Meta, addio al fact checking e abbraccia il modello di X

    La fine di un modello: dal fact-checking al controllo delle community

    Introdotto nel 2016, il programma di fact-checking di Meta era stato pensato per contrastare la disinformazione attraverso la collaborazione con oltre 90 organizzazioni indipendenti in più di 60 lingue.

    Un modello che non è stato privo di casi eclatanti, ma che in realtà si affidava a realtà certificate.

    Zuckerberg ha invece evidenziato i limiti del sistema, criticandone l’inefficacia e l’eccessiva censura dei contenuti. La nuova strategia che Meta intende adottare prevede l’adozione di “Community Notes”, un sistema ispirato a quello di X, che consente agli utenti di aggiungere contesto ai post potenzialmente fuorvianti.

    Questa svolta è stata giustificata con la necessità di “tornare alle nostre radici sulla libertà di espressione”.

    L’obiettivo è ridurre le restrizioni su temi controversi come l’immigrazione e l’identità di genere, affidando alla comunità il compito di moderare e contestualizzare i contenuti. Ma può una strategia del genere garantire la creazione di un ambiente informativo affidabile?

    Il trasferimento in Texas: un cambio di prospettiva

    Parallelamente, Meta ha annunciato il trasferimento del team dedicato alla moderazione dei contenuti dalla California al Texas. Questo spostamento riflette una scelta non solo logistica, ma anche simbolica.

    La California, tradizionalmente associata a una cultura progressista e alla regolamentazione tecnologica, lascia il posto al Texas, uno stato noto per le sue posizioni più conservatrici.

    Zuckerberg mira a dissipare le percezioni di parzialità politica nella moderazione dei contenuti. Ma non solo.

    Questa mossa è stata interpretata da molti come un ulteriore passo verso un allineamento con l’approccio di Elon Musk, che ha trasformato X in una piattaforma più permissiva e meno vincolata da regole rigide. E, guarda caso, anche Musk ha trasferito i suoi team da San Francisco al Texas, proprio a sottolineare il contrasto alle politiche portate avanti dall’attuale governatore Gavin Newsom.

    Lo stesso Musk ha aspramente criticato Newsom la scorsa estate proprio su X.

    Libertà di espressione o disinformazione?

    L’allineamento con il modello di X porta inevitabilmente a un confronto.

    Da quando Musk ha adottato una filosofia di libertà di espressione pressoché illimitata su X, la piattaforma è stata oggetto di critiche per la diffusione di disinformazione e discorsi d’odio.

    Ora Meta sembra avviarsi su un percorso simile, cercando di bilanciare libertà di parola e responsabilità sociale.

    Il sistema “Community Notes” si propone come un’alternativa partecipativa al fact-checking tradizionale, ma presenta rischi molto elevati.

    Affidarsi soltanto a quella che possiamo definire “saggezza collettiva” potrebbe amplificare i bias e aprire la porta a manipolazioni, specialmente su argomenti politicamente divisivi. Che è praticamente quello che si vede su X, accompagnato da una corposa modifica dell’algoritmo in questo senso.

    Questo nuovo modello rappresenta una scommessa per Meta, che rischia di compromettere la fiducia degli utenti in nome di una libertà di espressione più ampia e, paradossalmente, poco garantita.

    Il video di Zuckerberg e il “ritorno alle radici”

    In un video pubblicato il 7 gennaio 2025, Zuckerberg ha dichiarato:

    • Ritorno alle radici della libertà di espressione: nel video Zuckerberg ha sottolineato l’intenzione di “tornare alle nostre radici e concentrarci sulla riduzione degli errori, semplificando le nostre politiche e ripristinando la libera espressione sulle nostre piattaforme”.
    • Sostituzione dei fact-checker con Community Notes: il CEO di Meta ha annunciato che i fact-checker saranno sostituiti con “Community Notes” simili a quelle utilizzate su X, a partire dagli Stati Uniti.
    • Critica ai fact-checker esistenti: Zuckerberg ha affermato che i fact-checker erano diventati “troppo politicamente di parte” e che c’erano “troppi errori e troppa censura”.
    • Riferimento al panorama politico: il fondatore di Facebook (il vecchio nome di Meta) ha menzionato le recenti elezioni, sostenendo che queste rappresentano un “punto di svolta culturale” verso una nuova libertà di parola.

    Questi cambiamenti riflettono un allineamento con l’approccio di Elon Musk su X, enfatizzando una maggiore libertà di espressione e riducendo le restrizioni sui contenuti.

    Una scelta che ha il sapore di strategia politica

    La nomina recente di Joel Kaplan, noto per le sue affiliazioni al Partito Repubblicano, a capo degli Affari Globali di Meta, offre ulteriori indizi sulla direzione strategica dell’azienda.

    Kaplan, vicino all’amministrazione Trump, potrebbe guidare Meta verso un’apertura alle posizioni conservatrici, rafforzando l’idea di una piattaforma meno regolamentata e più allineata alle dinamiche politiche statunitensi attuali.

    Quali saranno i nuovi scenari

    L’abbandono del fact-checking tradizionale da parte di Meta rappresenta un cambiamento che avrà ripercussioni non solo sull’ecosistema dei social media, ma anche sull’informazione digitale globale.

    In uno scenario in cui piattaforme come X e Meta si allontanano da politiche di moderazione stringenti, si rischia di assistere a un aumento della polarizzazione e della disinformazione, mettendo alla prova la capacità degli utenti di distinguere il vero dal falso.

    Molti sostengono che questa strategia potrebbe anche stimolare una maggiore partecipazione della comunità, spingendo gli utenti a diventare parte attiva del processo di moderazione.

    Ma resta da vedere se questa libertà di espressione ampliata sarà in grado di convivere con la necessità di garantire un ambiente digitale sano e informato.

    Ricordiamoci che Meta, a differenza di X, conta oltre 3 miliardi di utenti solo su Facebook e di oltre 2 miliardi di utenti su Instagram. Stiamo parlando di due delle piattaforme più usate al mondo, da giovani e da meno giovani. Si tratta di due piattaforme dalle quali gli utenti si informano su ciò che accade, tanto nel mondo quanto vicino casa.

    Conclusione

    La decisione di Meta di smantellare i team di fact-checking e abbracciare un modello simile a quello di X rappresenta una svolta che potremmo definire “epocale”, senza esagerazione.

    Tra promesse di maggiore libertà e rischi di disinformazione dilagante, il futuro dell’informazione sui social media si preannuncia quanto mai incerto.

    Zuckerberg ha scelto di percorrere una strada nuova, che lo pone in rotta di collisione con sfide enormi. Si intende sotto il profilo della fiducia da parte degli utenti e da parte delle aziende che investono sulle piattaforme. Elemento non da poco quest’ultimo.

     

  • Le dimissioni di Nick Clegg e la svolta politica di Meta

    Le dimissioni di Nick Clegg e la svolta politica di Meta

    Nick Clegg lascia Meta e Joel Kaplan lo sostituisce. Svolta dal chiaro segno politico per Meta che in questo modo si allinea alla nuova amministrazione Trump.

    Le dimissioni di Nick Clegg da Presidente degli Affari Globali di Meta arrivano in un momento particolare per il gigante di Menlo Park. L’azienda di Zuckerberg si trova ad affrontare un momento decisivo per il suo posizionamento, a livello politico e sociale.

    L’uscita di scena di Clegg è stata accompagnata dalla nomina di Joel Kaplan, una figura di spicco della politica conservatrice americana, che assumerà il ruolo strategico di Presidente degli Affari Globali.

    Si tratta di una scelta che implica questa breve considerazione: rappresenta un segnale di cambiamento per Meta, che segue la direzione politica che sta per prendere piede alla Casa Bianca.

    Il mandato di Nick Clegg in Meta

    Nick Clegg, ex Vice Primo Ministro del Regno Unito (nel governo guidato da David Cameron), ha guidato Meta in diverse fasi molto delicate della sua storia recente. Molti di voi lo ricorderanno, arrivò subito dopo lo scandalo di Cambridge Analytica. Uno scandalo che doveva essere risolto anche sul piano politico, ecco perché la scelta cadde su Clegg.

    Durante il suo mandato, iniziato nel 2018, ha affrontato questioni come la gestione della crisi in Ucraina, l’impatto globale della pandemia e, soprattutto, la controversa sospensione dell’account di Donald Trump dalle piattaforme del gruppo dopo gli eventi del 6 gennaio 2021.

    Clegg è stato un sostenitore di politiche che cercavano di bilanciare libertà di espressione e responsabilità, ma il suo approccio ha spesso incontrato critiche sia da destra che da sinistra.

    La sua gestione ha contribuito a rendere l’immagine di Meta come un’azienda impegnata a regolamentare i contenuti con un approccio globale. Va detto, però, che il suo lavoro ha anche evidenziato i profondi contrasti, anche politici, che stanno caratterizzando il mondo digitale.

    Conservatore, ma forse non quanto Joel Kaplan. E questo è un punto da tenere a mente.

    Le dimissioni di Nick Clegg e la svolta politica di Meta
    Le dimissioni di Nick Clegg e la svolta politica di Meta

    Un profilo di Joel Kaplan

    Con la nomina di Joel Kaplan, Meta vuole intraprendere un nuovo corso. Stavolta, non in antitesi ma in sintesi con la corrente politica che sta per insediarsi alla guida degli Usa per i prossimi quattro anni.

    Kaplan, con un passato nell’amministrazione di George W. Bush, ha ricoperto ruoli come Vice Capo di Gabinetto per le Politiche, consolidando la sua esperienza in strategie governative.

    Dal 2011, è stato una figura centrale in Meta come Vicepresidente per le Politiche Pubbliche Globali, diventando una sorta di collante tra l’azienda e i legislatori conservatori.

    La scelta di Kaplan, dunque, riflette una precisa volontà: consolidare i rapporti con l’amministrazione di Donald Trump, che si prepara a iniziare il suo secondo mandato presidenziale.

    Kaplan collabora con Trump e con il vice J.D. Vance a Wall Street. Quindi, esiste una correlazione diretta.

    Meta ha già manifestato questa intenzione attraverso una donazione di 1 milione di dollari al fondo inaugurale di Trump. Una mossa che ha suscitato reazioni contrastanti e che collega chiaramente la nomina di Kaplan a un cambio di rotta politico.

    Nuova direzione politica per Meta

    Sembra evidente che la nomina di Kaplan evidenzia l’intenzione di un allineamento di Meta, seguendo per certi versi l’approccio adottato da altre piattaforme. Come ad esempio X sotto la guida di Elon Musk.

    Kaplan è stato già criticato in passato per aver favorito pubblicazioni conservatrici come Breitbart News e per aver limitato interventi contro la disinformazione, con l’obiettivo dichiarato di evitare percezioni di parzialità contro i conservatori.

    Questa nuova direzione potrebbe segnare un cambiamento netto di Meta, tradizionalmente percepita come un’azienda più progressista o neutrale.

    L’avvicinamento alla destra Usa rappresenta una strategia rischiosa, lo sappiamo, come qualsiasi altra scelta politica. Ma per Meta potrebbe essere potenzialmente redditizia, soprattutto in un contesto politico polarizzato come quello attuale.

    Allo stesso tempo, apre scenari complessi sul fronte etico e reputazionale.

    Meta verso una convergenza con Musk?

    Con Kaplan alla guida degli Affari Globali, Meta potrebbe perseguire una strategia di apertura alle conversazioni politiche, predisponendo maggiore flessibilità e una visione ancora più estesa della libertà di espressione.

    Un approccio che potrebbe attrarre nuovi utenti e consolidare la presenza di Meta tra le piattaforme preferite dall’elettorato conservatore. Anche se rischia di allontanare una parte della base progressista e di attirare ulteriori critiche sui temi che afferiscono alla disinformazione.

    Se Meta decidesse di seguire questo percorso, potrebbe nascere una sorta di convergenza tra le piattaforme social che abbracciano la linea politica incarnata da Trump e dalla destra americana. Sarebbe un cambiamento sorprendente per un’azienda che, fino a pochi anni fa, era spesso criticata proprio dalla destra come ostile alle loro posizioni.

    Meta alla ricerca di un nuovo equilibrio

    Come detto, il passaggio di mano da Nick Clegg a Joel Kaplan rappresenta un momento importante per Meta. Da qui potrebbe prendere vita un cambio di strategia rispetto al nuovo posizionamento politico. Ma anche rispetto alla gestione delle relazioni con le istituzioni a livello globale.

    Questo cambio di leadership non è solo una questione di passaggio di funzioni, ma è un segnale chiaro di una possibile svolta politica. L’allineamento a un’agenda più conservatrice potrebbe ridefinire il ruolo di Meta nel panorama digitale e politico a livello globale.

    La domanda che resta aperta è: quale impatto avrà questa scelta sul futuro della piattaforma e sulla sua percezione pubblica? Meta sta davvero adottando una strategia ispirata alla far right, o si tratta di una mossa per compiacere il contesto politico attuale?

    Non si hanno certezze da questo punto di vista, anche se i segnali, come abbiamo visto, sono molto chiari. Vedremo col passare delle settimane e dei mesi se tutto questo sarà confermato dai fatti.

     

  • Addio agli hashtag, il cancelletto su X non è più gradito

    Addio agli hashtag, il cancelletto su X non è più gradito

    Elon Musk decreta la fine degli hashtag su X. Ecco una breve analisi della loro storia e del loro impatto. In questo si decreta definitivamente l’addio a Twitter, dando vita ad una piattaforma in netto contrasto col passato.

    Elon Musk, proprietario di X (quella che un tempo era Twitter), ha dichiarato che gli hashtag sulla piattaforma non funzionano più. Li ha definiti “brutti” e inutili, segnando così – senza esagerazione – la fine di un’era.

    Si tratta, infatti, di una scelta che non è solo tecnica, ma rappresenta un cambiamento radicale nella filosofia stessa di una piattaforma che deve il suo successo proprio agli hashtag.

    La rivoluzione degli hashtag nel 2007

    La storia degli hashtag è parte integrante di quella di Twitter. Era il 23 agosto 2007 quando Chris Messina propose l’uso del simbolo “#” per raggruppare discussioni e conversazioni.

    Un’idea semplice, ma rivoluzionaria: offrire agli utenti un modo per creare connessioni tematiche immediate e aggregare conversazioni globali su eventi, movimenti sociali e interessi condivisi.

    Nel tempo, gli hashtag sono diventati un linguaggio universale. Dai grandi eventi sportivi come i Mondiali di calcio, alle battaglie sociali come #BlackLivesMatter, gli hashtag hanno avuto un ruolo centrale nella comunicazione online.

    Hanno permesso alle voci individuali di unirsi in coro, dando visibilità a temi spesso ignorati dai media tradizionali.

    Tutto su Twitter.

    Da Twitter a X, il passato in frantumi

    Con il rebranding di Twitter in X, Elon Musk ha intrapreso una trasformazione che mira a smantellare l’identità storica della piattaforma.

    La rimozione degli hashtag è solo l’ultimo tassello di una strategia che punta a ridefinire X come qualcosa di diverso da una piattaforma social media. La visione di Musk, come si è sempre detto, è quella di una “applicazione totale”, una super app che dovrebbe integrare funzionalità di pagamento, e-commerce e intrattenimento.

    Addio agli hashtag, il cancelletto su X non è più gradito
    Addio agli hashtag, il cancelletto su X non è più gradito

    In questa visione, gli strumenti storici di partecipazione e connessione sembrano essere considerati superflui o addirittura d’intralcio.

    Già ad agosto 2023, un mese dopo l’operazione di rebranding di X, avevo segnalato la progressiva opera di smantellamento degli hashtag. L’occasione per fare chiarezza su come lavora l’algoritmo di X.

    Cosa significa eliminare gli hashtag

    Ma cosa significa eliminare gli hashtag? Non si tratta solo di perdere una funzionalità tecnica. Gli hashtag rappresentavano un simbolo di partecipazione, uno strumento che permetteva a chiunque di contribuire a una conversazione globale.

    Un modo prezioso per seguire e risalire a conversazioni di interesse; per comprendere tanti eventi e tanti fatti.

    In un’ottica aziendale, come più volte ho sottolineato qui, gli hashtag erano elementi di personalizzazione della comunicazione di un’azienda.

    La loro scomparsa segna la fine di Twitter come lo conoscevamo: una piazza digitale dove ognuno poteva far sentire la propria voce.

    Ma segna anche la fine di un certo modo di intendere le piattaforme digitali.

    Vero, su altre piattaforme esistono ancora. Ma, per struttura e tipologia delle piattaforme diverse da quello che era Twitter, gli hashtag non troveranno mai lo stesso spazio.

    Le conversazioni cambiano su X

    Eliminare gli hashtag significa anche cambiare il modo in cui le conversazioni vengono scoperte e organizzate. La scoperta dei contenuti su X sarà sempre più affidata a algoritmi proprietari, togliendo agli utenti il controllo diretto sulla visibilità dei propri messaggi. Questo porta a una piattaforma più chiusa, dove le interazioni sono mediate da scelte proprietarie che privilegiano certi tipi di contenuti rispetto ad altri.

    E qui emerge un tema più ampio: Musk vuole che X diventi uno spazio chiuso dove le conversazioni sono animate da evidente polarizzazione senza mai sfociare in un confronto. L’idea di base è polarizzare, chiudere la piattaforma depotenziando i link verso l’esterno, e fare in modo che tutto rimanga all’interno di X.

    Obiettivo è quello, si spera, di incrementare il più possibile il tempo di permanenza sulla piattaforma.

    Questo approccio contrasta nettamente con la filosofia originale di Twitter, che puntava sulle conversazioni e sulla capacità degli utenti di creare trend. Puntava poi sulla condivisone di notizie e informazioni in modo organico.

    Ricordiamo che gli hashtag erano elementi essenziali per seguire le conversazioni in termini analitici. A questo mi riferivo quando ho scritto della personalizzazione della comunicazione.

    Gli hashtag venivano creati per fare in modo che tutte le conversazioni potessero aggregarsi dietro a quella parole preceduta dal simbolo “#”.

    Gli strumenti di analisi partendo da quel hashtag potevano risalire ad informazioni preziose. Sulle persone che condividevano, da dove condividevano, quante volte, e via dicendo.

    Prima di depotenziare gli hashtag ricordiamo che Musk ha riformulato gli accessi alle API, rendendo così complicata l’attività di analisi, ad esempio.

    Cosa perdiamo con la fine degli hashtag

    Perdiamo molto. Gli hashtag non erano solo strumenti tecnici: erano diventati simboli culturali.

    Rappresentavano la capacità della rete di connettere persone attraverso confini geografici, linguistici e culturali. Erano il cuore pulsante delle campagne sociali, e non. E dei grandi movimenti a livello globale, dalla Primavera Araba a #MeToo.

    Erano anche strumenti di leggerezza, capaci di unire milioni di persone in momenti di ironia collettiva.

    Senza gli hashtag, X perde una parte importante di quella che era l’anima della piattaforma precedente. Diventa una piattaforma che parla sempre meno il linguaggio degli utenti e sempre più quello delle strategie del suo proprietario.

    Mi permetto di ricordare qui quando diedi vita a #cinemavoto, l’hashtag che creai nel 2018 in occasione delle allora elezioni politiche. Un successo strepitoso che poi aprì la strada alle innumerevoli versioni fatte con #cinema. A dimostrazione di quanto fosse gli hashtag fossero utili per coinvolgere gli utenti.

    Addio hashtag, addio Twitter

    La fine degli hashtag segna anche la fine di Twitter.

    Quella piazza globale dove ogni hashtag rappresentava un’idea, un momento di condivisione, è ormai un ricordo.

    X si dirige verso un futuro diverso, in netta contrapposizione col passato.

    Cosa avrebbe fatto Elon Musk di Twitter era ormai cosa nota. Prendere una piattaforma esistente, con dati, utenti e relazioni attive per trasformarla in altro. In questo consiste la spesa di 44 miliardi di dollari, a volte giudicata spropositata.

    La fine dell’hashtag non è che il capitolo finale di una storia che ne decreta l’inizio di un’altra. E non per questo più interessante.

     

     

  • Bluesky cresce ancora e supera i 25 milioni di utenti

    Bluesky cresce ancora e supera i 25 milioni di utenti

    Bluesky raggiunge 25 milioni di utenti. Ecco alcune fasi dalla crescita iniziale al successo attuale. La piattaforma continua a consolidarsi ma deve ancora dimostrare molto.

    Bluesky, la piattaforma social media decentralizzata, ha oggi, 13 dicembre 2024, superato la soglia dei 25 milioni di utenti, consolidando la sua posizione nel panorama delle piattaforme digitali emergenti.

    Questo traguardo è il risultato di una serie di eventi e strategie che hanno caratterizzato la sua evoluzione, soprattutto negli ultimi tre mesi.

    Bluesky e la crescita iniziale

    Nata nel 2019 come progetto interno di Twitter sotto la guida di Jack Dorsey, Bluesky si è proposta come un’alternativa decentralizzata ai tradizionali social network. Dopo un periodo di sviluppo e test, l’app è stata resa disponibile su iOS in versione beta privata nel marzo 2023, seguita dal lancio su Android nell’aprile dello stesso anno.

    L’accesso inizialmente su invito ha creato un’aura di esclusività, alimentando l’interesse degli utenti.

    Bluesky cresce ancora e supera i 25 milioni di utenti
    Bluesky cresce ancora e supera i 25 milioni di utenti

    L’accesso su invito è cessato a febbraio di quest’anno, quando Bluesky è diventata accessibile a tutti. Se prolungato ulteriormente, il periodo di accesso su invito sarebbe potuto diventare un bel boomerang. Un esempio da citare a riguardo è Clubhouse.

    Bluesky e la recente migrazione da X

    Le dinamiche interne di X, la piattaforma ex Twitter, hanno avuto un impatto notevole sulla crescita di Bluesky. Decisioni controverse e cambiamenti nella gestione di X hanno spinto molti utenti a cercare alternative.

    Eventi come il divieto di X in Brasile hanno portato a un incremento di 3 milioni di utenti su Bluesky in una sola settimana, raggiungendo oltre 9 milioni di iscritti.

    Inoltre, le elezioni presidenziali statunitensi del novembre 2024 hanno accelerato questa migrazione: Bluesky è passata da 14 a 22 milioni di utenti in poco più di una settimana, con una media di un milione di nuovi utenti al giorno.

    Bluesky cresce ancora e supera i 25 milioni di utenti
    Bluesky cresce ancora e supera i 25 milioni di utenti

    Bluesky e nuove funzionalità

    Per competere efficacemente con altre piattaforme, Bluesky ha implementato diverse funzionalità richieste dagli utenti. A settembre 2024, è stata introdotta la possibilità di caricare video fino a 60 secondi, sia tramite app che da desktop, ampliando le opzioni di contenuto disponibili.

    Successivamente, sono stati aggiunti post fissati in alto, font personalizzati e una serie di strumenti per contrastare la tossicità online.

    Bluesky adesso prova a monetizzare

    Con l’espansione della base utenti, Bluesky ha iniziato ad esplorare modalità di monetizzazione sostenibili.

    A dicembre 2024, proprio qualche giorno fa, la piattaforma ha annunciato l’introduzione di un abbonamento premium, denominato Bluesky+. L’obiettivo è di offrire funzionalità avanzate a pagamento e a differenziare le entrate per la piattaforma.

    Questa mossa mira a generare entrate senza compromettere l’esperienza utente, evitando l’inserimento massiccio di pubblicità.

    La CEO Jay Graber ha sottolineato l’importanza di mantenere l’integrità della piattaforma, evitando la cosiddetta “enshittification” che ha afflitto altri social network.

    Cosa si intende per enshittification

    Per “enshittification” si intende il graduale deterioramento della qualità delle funzionalità di una piattaforma o di un servizio online. È da intendere come parte di un ciclo in cui la piattaforma o il servizio prima offre vantaggi agli utenti per attirarli, quindi persegue altre finalità e/o profitti a spese degli utenti.

    Bluesky e le sfide future da affrontare

    Il rapido aumento degli utenti ha posto sfide significative, tra cui la necessità di potenziare l’infrastruttura e migliorare la moderazione dei contenuti.

    Bluesky ha risposto aumentando il numero di moderatori e implementando sistemi di verifica degli account per garantire un ambiente sicuro.

    La piattaforma sta anche esplorando l’introduzione di una sorta di spunta blu per la verifica degli utenti, al fine di migliorare la fiducia e la sicurezza all’interno della community.

    Arriva Bluesky a pagamento, rischio o opportunità

    In conclusione, il raggiungimento dei 25 milioni di utenti rappresenta un traguardo importante per Bluesky, frutto di scelte strategiche e di una risposta efficace alle esigenze degli utenti.

    La piattaforma inizia a posizionarsi come una valida alternativa nel panorama dei social media, offrendo un’esperienza decentralizzata e focalizzata sulla qualità dell’interazione.

    Il futuro di Bluesky dipenderà dalla sua capacità di innovare e adattarsi, mantenendo al contempo i principi che ne hanno guidato la crescita fino ad oggi.

    Un equilibrio questo ancora tutto da verificare.

     

  • IA e possibili rischi di disinformazione, il caso Grok

    IA e possibili rischi di disinformazione, il caso Grok

    L’IA generativa offre opportunità straordinarie ma solleva anche enormi rischi di disinformazione. Grok, l’intelligenza artificiale di X, disponibile per tutti, rappresenta al momento un esempio emblematico.

    Negli ultimi anni, come abbiamo più volte sottolineato qui su InTime Blog, l’intelligenza artificiale generativa ha fatto passi da gigante, offrendo strumenti potenti per creare contenuti visivi, testuali e multimediali.

    A fronte di tutto questo, la crescente accessibilità di queste tecnologie sta sollevando nuove domande sulla loro sicurezza e sull’impatto sociale.

    Un esempio emblematico, per cercare di essere più chiari, è dato da Grok, il chatbot IA sviluppato da xAI, ora disponibile gratuitamente sulla piattaforma X. Grazie a funzionalità avanzate come la generazione di immagini, Grok apre infinite possibilità creative, ma anche scenari inquietanti di disinformazione.

    IA e Grok, l’esperimento che fa riflettere

    Immaginate una fotografia apparentemente innocua: Elon Musk, Giorgia Meloni e Donald Trump ritratti insieme in un contesto formale. Nulla di più normale, se non fosse che quell’immagine è completamente falsa, generata con l’ausilio di strumenti di IA come Grok.

    In pochi minuti è possibile creare contenuti visivi realistici che, se non analizzati con attenzione, potrebbero essere scambiati per veri.

    Questo semplice esperimento evidenzia un rischio significativo: la capacità dell’IA di manipolare la realtà, alimentando potenzialmente la disinformazione su larga scala.

    Non è un caso isolato. Di recente, un breve video mostrava Elon Musk e Giorgia Meloni intenti a baciarsi, apparentemente durante la riapertura della basilica di Notre Dame a Parigi. Sebbene il video fosse stato creato partendo da una fotografia reale, la scena del bacio era completamente artefatta.

    donald trump immagini grok IA disinformazione franzrusso

    Molti utenti, tuttavia, hanno creduto che il video fosse autentico, dimostrando come sia facile trasformare un contesto reale in un fatto inesistente e dargli credibilità proprio grazie al legame con elementi reali.

    Facilità d’uso e rischi disinformazione 

    Un ulteriore esperimento è stato condotto da me, con l’intento di dimostrare la facilità con cui si possono generare contenuti di questo tipo.

    Utilizzando Grok, infatti, sono stato in grado di creare ben 15 immagini che ritraggono Elon Musk e Giorgia Meloni insieme, senza incontrare alcuna barriera o limitazione.

    immagine grok fake Musk Meloni franz russo 2024
    Uno degli esempi di immagine generate con Grok con Elon Musk e la presidente Giorgia Meloni

    Sebbene le immagini includessero un watermark visibile, ciò non ha impedito di creare contenuti in serie che, decontestualizzati, possono facilmente alimentare disinformazione.

    Inoltre, rimuovere il watermark con un comune programma di editing risulta un’operazione semplice e alla portata di chiunque, rendendo invisibile di fatto uno dei pochi elementi di riconoscimento della natura artificiale di queste immagini.

    Questo per dimostrare quanto sia immediato passare da un utilizzo creativo a uno che alimenta potenziali distorsioni della realtà. La possibilità di creare immagini realistiche in serie, senza alcun filtro o controllo, alimenta ulteriormente il rischio di disinformazione e di perdita di fiducia nei contenuti digitali.

    Grok, strumento IA all’avanguardia

    Grok è uno strumento all’avanguardia, senza dubbio, progettato per rispondere a domande, analizzare immagini e persino generare contenuti visivi. Da poco reso disponibile anche per gli utenti non abbonati alla piattaforma X, Grok si pone come alternativa a chatbot più noti come ChatGPT o Gemini.

    Per gli utenti non abbonati a Premium+ sono previste alcune limitazioni:

    • Richieste: si possono inviare fino a 10 richieste ogni due ore.
    • Analisi immagini: la capacità di Grok di interpretare e rispondere a domande su immagini caricate dagli utenti.
    • Generazione di immagini: fino ad un massimo di 3 immagini al giorno.

    La sua caratteristica distintiva? Un approccio informale e talvolta ironico che riflette la personalità del suo creatore, Elon Musk. Ma la facilità con cui si possono creare immagini credibili, senza particolari restrizioni, solleva interrogativi sulla necessità di regolamentare questi strumenti.

    IA e disinformazione: un problema reale

    La possibilità di generare immagini e contenuti testuali altamente realistici rappresenta un rischio elevato, soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo.

    In un contesto dove i contenuti vengono condivisi e consumati in pochi secondi, distinguere il reale dal falso diventa sempre più complesso.

    immagine grok fake Musk Meloni franz russo 2024
    Immagine realizzata con Grok, alla sinistra ELon Musk e alla destra la presidente Giorgia Meloni
    Immagine realizzata con Grok, alla sinistra ELon Musk e alla destra la presidente Giorgia Meloni
    Immagine realizzata con Grok, alla sinistra ELon Musk e alla destra la presidente Giorgia Meloni

    L’IA generativa, se utilizzata in modo improprio, può creare narrazioni ingannevoli, alterare il dibattito pubblico e minare la credibilità delle fonti affidabili.

    Le conseguenze di questo fenomeno sono già evidenti.

    Dai deepfake che manipolano video di figure pubbliche (quello citato prima tra Musk e la Meloni a Parigi), alle immagini che alimentano teorie complottiste, il rischio è che la disinformazione diventi ancora più difficile da arginare.

    Inoltre, piattaforme come X, che puntano su questi strumenti per attrarre e coinvolgere gli utenti, hanno la responsabilità di garantire un utilizzo etico e trasparente della tecnologia.

    In relazione proprio a X, questo è ancora più necessario. Proprio perché Grok si alimenta dei contenuti condivisi sulla piattaforma. E poi, di recente, la piattaforma ha cambiato le condizioni di utilizzo della piattaforma specificando che i post degli utenti serviranno ad alimentare proprio strumenti di IA con un accordo tacito, senza possibilità di scelta.

    Opportunità e sfide dell’IA generativa

    Non tutto, però, è negativo.

    L’intelligenza artificiale generativa offre anche opportunità straordinarie. Può essere un alleato nella creazione di contenuti educativi, nel supporto alla creatività artistica e persino nella ricerca scientifica.

    Ma come ogni tecnologia potente, necessita di regole chiare e di un utilizzo consapevole. L’equilibrio tra innovazione e sicurezza è una sfida cruciale per il futuro.

    Un passo fondamentale è sensibilizzare gli utenti. Sapere che un’immagine o un testo possono essere generati dall’IA è il primo passo per approcciare questi contenuti con spirito critico.

    Inoltre, le aziende che sviluppano queste tecnologie dovrebbero puntare su sistemi più sofisticati di riconoscimento dei contenuti artificiali, dato che il semplice watermark, come dimostrato, è facilmente rimovibile con strumenti di editing comuni, riducendo la sua efficacia come deterrente.

    E anche provare a migliorare e rafforzare i limiti di utilizzo, evitando situazioni sensibili. Questo per evitare che si possa ricorrere a questi strumenti per creare fake news e disinformazione.

    Oltre a questo, le aziende dovrebbero intensificare i controlli e intervenire immediatamente nel momento in cui ci si accorge che certi contenuti (come quello di Musk e Meloni a Parigi) sono usati sulle piattaforme con l’intendo di disorientare il pubblico.

    Serve una maggiore consapevolezza

    Questa riflessione non vuole demonizzare l’IA generativa, ma piuttosto invitare a un uso responsabile e consapevole.

    La tecnologia in sé non è il problema: è l’uso che se ne fa a determinare il suo impatto. Strumenti come Grok hanno un potenziale enorme, ma è fondamentale istruire gli utenti e introdurre norme che ne regolino l’utilizzo.

    Viviamo in un’epoca in cui la realtà digitale si intreccia sempre più con quella fisica. Essere informati, critici e consapevoli è la chiave per affrontare le sfide di un mondo in continua evoluzione.

    Perché, alla fine, il vero potere dell’intelligenza artificiale risiede nella nostra capacità di governarla con saggezza.

    [Tutte le immagini presenti in questo articolo sono state realizzate usando l’intelligenza artificiale Grok, con evidente watermark sulle stesse immagini]

  • Arriva Bluesky a pagamento, rischio o opportunità

    Arriva Bluesky a pagamento, rischio o opportunità

    In arrivo Bluesky+, l’abbonamento premium di Bluesky. E si pensa anche alla pubblicità. Solo che le aziende inserzioniste per ora si limitano solo a guardare.

    Il fenomeno Bluesky continua a crescere e ad andare avanti. Ormai è vicino a superare il traguardo dei 25 milioni di utenti e, come già si vociferava, all’orizzonte si intravede un periodo per la piattaforma.

    I numeri dicono che la piattaforma sta continuando a crescere, dopo la spinta in avanti ricevuta dalle elezioni presidenziali americane del 5 novembre scorso. È arrivato il momento di provare a crescere per davvero.

    Bluesky non è certo nata ieri e ha trascorso buona parte del 2024 praticamente in sordina. Nonostante lo sblocco degli accessi a tutti gli utenti. Infatti prima di febbraio 2024 vi si poteva accedere solo con un codice invito.

    Ma ormai quello è il passato e il futuro sarà diverso.

    Più che di futuro possiamo parlare al presente.

    Bluesky+ per provare a crescere ancora

    E possiamo ormai ben dire che sta per arrivare una versione a pagamento. Si chiamerà Bluesky+, una versione premium del social che offrirà agli utenti funzionalità esclusive. Si sta anche pensando alla possibilità di verificare il proprio account.

    L’abbonamento avrà un costo di 8 dollari al mese o 72 dollari all’anno. L’idea è far diventare questa una fonte di sostentamento alternativa a quella attuale, ossia la vendita di domini per personalizzare il proprio account.

    bluesky pagamento rischio opportunità franzrusso

    Tra i vantaggi che offrirà Bluesky+ ci saranno: la possibilità di caricare video in alta risoluzione; strumenti per personalizzare i profili, dai colori alle cornici per gli avatar.

    A proposito della verifica, a differenza di altre piattaforme, la verifica non servirà a creare gerarchie o status sociali, bensì, a detta di Jay Graber, CEO di Bluesky, a garantire interazioni più sicure e autentiche.

    Bluesky e la verifica, le parole di Jay Graber

    Qualche giorno fa così si esprimeva Jay Graber: “La verifica non deve essere un privilegio per pochi. Deve essere uno strumento che rafforza la comunità e garantisce un’esperienza rispettosa per tutti.”

    L’introduzione di un abbonamento a pagamento sta facendo, ovviamente molto discutere. E sta dividendo anche gli utenti tra chi è favorevole, relativamente pochi, e tra chi ritiene che questo passo sia ancora prematuro.

    In effetti, la tempistica potrebbe indurre a pensare che stiano andando veloce, forse troppo.

    È innegabile però che la piattaforma sta crescendo. E che per alimentare la crescita di una piattaforma, con un progetto importante come questo, c’è bisogno di risorse. E su questo potremmo essere tutti d’accordo.

    Bluesky a pagamento, quali opportunità per utenti e aziende

    La riflessione potrebbe invece vertere sull’opportunità per gli utenti di dotarsi di una versione a pagamento. Quindi riflettere bene cosa questo potrebbe comportare.

    Al momento, se l’abbonamento fosse già disponibile da oggi, le opportunità per chi si abbona sono pari a zero. Nel senso che la piattaforma non è ancora in grado di garantire volumi di interazioni elevate. E questo vale sia per gli utenti abituali che per gli utenti che userebbero la piattaforma per lavoro.

    Questo è un tema che ci porta all’altra notizia. E cioè che è allo studio, confermando i rumors dei giorni precedenti di una forma di pubblicità, diversa da ciò che si vede sulle altre piattaforme.

    Bluesky e la pubblicità sulla piattaforma

    Sempre Jay Graber nei giorni scorsi ha affermato che si sta lavorando su questo fronte, assicurando una forma di advertising più discreta e rispettosa. Ad esempio, si sta pensando ad inserzioni all’interno dei risultati di ricerca. Quindi una modalità lontana dall’invasività dei feed sponsorizzati.

    “Vogliamo esplorare modelli pubblicitari che rispettino l’intento degli utenti”-  ha affermato Jay Graber – “senza mai trasformare la loro attenzione in un prodotto”.

    Un approccio che, se realizzato con successo, potrebbe essere davvero un modello alternativo.

    Di fronte a tutto questo c’è da dire che le aziende inserzioniste ancora non sarebbero pronte a fare questo passo.

    Yes. This experiment will work if you make it your own. Customize your experience, build new ones, make a social network that can be controlled by the people who use it an idea we do not go back on.

    Jay 🦋 (@jay.bsky.team) 2024-12-06T17:44:34.092Z

    Come è sempre accaduto in casi di grandi novità, come è stata allora Clubhouse oppure BeReal, le aziende hanno sempre osservato i fenomeni con grande attenzione. Salvo poi scoprire che il momento per investire arrivava sempre quando lo spettacolo è praticamente finito.

    In questo caso, nel caso specifico di Bluesky, da parte delle aziende c’è molta attenzione e curiosità, ma niente di concreto ancora. Anche perché i numeri non sono ancora sufficienti da garantire ritorni importanti.

    Bluesky e l’attenzione da parte delle aziende

    C’è il rischio quindi che tutto possa ridursi al classico “fuoco di paglia”, rischio forse superato nel caso di Bluesky, ma c’è anche il tema politico che le aziende vorrebbero evitare.

    È evidente che la crescita importante della piattaforma è coincisa con l’elezione di Donald Trump e con le ultime uscite di Elon Musk, proprietario di X e prossimo al suo ingresso nell’amministrazione Trump.

    Quindi si tratta di elementi che al momento non favorirebbero le inserzioni.

    Quello che è da capire, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, è se Bluesky riuscirà a convertire questo entusiasmo in un modello economico sostenibile, senza snaturarsi.

    Sfida molto complicata da vincere, ma val la pena affrontarla.

  • Rapporto Censis 2024: l’Italia tra crescita del digitale e superficialità

    Rapporto Censis 2024: l’Italia tra crescita del digitale e superficialità

    Il Rapporto Censis Comunicazione 2024 analizza l’evoluzione digitale in Italia: dati su internet, piattaforme digitali, IA e la crisi della lettura. Sperando in un futuro più consapevole.

    La presentazione del Rapporto Censis è uno di quei momenti che servono a confermare o ribaltare (cit.) la situazione. Sinceramente, non è un momento che serve per scoprire nuovi trend, no. Questo è uno di quei momenti dell’anno per capire se tutto quello che abbiamo osservato nell’ultimo anno trova conferma o meno.

    E, da ciò che risulta dal Rapporto Censis Comunicazione 2024, molti dei dati sono confermati. Anche con una visione più ampia. Ed è proprio questo lo scopo per parlare di questo importante rapporto.

    Ovviamente, ci concentreremo sui dati che riguardano Internet, l’informazione digitale e le piattaforme digitali. Ma useremo anche gli altri dati del rapporto per fare un veloce confronto con quelli che sono, appunto, di nostro interesse.

    Internet sempre più parte del quotidiano degli italiani

    Negli ultimi 12 mesi si è consolidato l’uso di internet tra gli italiani, con una percentuale di utenti che ha raggiunto l’89,1%, registrando un aumento di 1,1 punti rispetto all’anno precedente. Questo dato evidenzia una stretta correlazione con l’utilizzo degli smartphone, che coinvolge l’88,2% della popolazione, e con quello dei social media, pari all’82,0%.

    Ad oggi i tre quarti delle persone anziane e i quattro quinti dei soggetti meno istruiti hanno familiarità con strumenti connessi in rete. Questo per evidenziare quando la rete sia sempre più parte del quotidiano degli italiani.

    Ci informiamo attraverso lo smartphone

    E parlando di “quotidiano”, il Rapporto Censis Comunicazione 2024 evidenza come 4 italiani su 5 (l’83,7%) si informano attraverso il proprio smartphone.

    Tra questi, il 37,9% degli utenti preferisce svolgere ricerche mirate, mentre il 28,2% consulta più fonti per ottenere una visione più ampia e dettagliata.

    Il 25,4% legge articoli completi direttamente sullo smartphone, e il 13,2% si limita invece a leggere solo i titoli.

    Rapporto Censis 2024: l'Italia tra crescita del digitale e superficialità

    Sempre più visualizzatori

    Una parte del pubblico, pari al 12,3%, presta attenzione anche ai commenti dei lettori e follower, mentre il 12,1% si concentra principalmente sui video, con una prevalenza tra i giovani di età compresa tra 14 e 29 anni (16,7%).

    Solo l’8,1% si ferma alle immagini, un dato che sale al 9,7% nella stessa fascia giovanile.

    Infine, il 5,2% degli utenti commenta o scrive post, il 4,6% li condivide, e il 3,7% utilizza lo smartphone per informarsi ascoltando podcast.

    In base a queste abitudini, gli utenti possono essere distinti in lettori e visualizzatori.

    Sebbene i visualizzatori siano ancora una minoranza, il loro numero è in forte crescita, grazie all’influenza delle piattaforme basate su contenuti visivi (come Instagram, Telegram e TikTok) e alla sempre minore abitudine di leggere testi lunghi.

    Sempre meno abituali a leggere testi lunghi

    Attenzione a questo ultimo dato. Il Rapporto Censis evidenzia un trend già noto, ma val la pena sottolinearlo. La progressiva diminuzione dell’abitudine a leggere testi lunghi riflette il cambiamento nei consumi culturali, spinti dalla preferenza per contenuti rapidi e visivi.

    Questo trend, favorito dalle piattaforme digitali, produce effetti evidenti a lungo termine sulla capacità di approfondimento e sulla qualità del dibattito pubblico che si osserva sul web e sulle piattaforme.

    Si legge sempre meno in Italia e i dati del rapporto sono una conferma triste di ciò che già sappiamo. I quotidiani cartacei venduti in edicola, che nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, sono calati al 22,0% nel 2023 (con una differenza pari a -3,4% in un anno e a -45,0% in quindici anni).

    Anche il numero di utenti che accedono ai quotidiani online è in calo, attestandosi al 30,5% degli italiani, con una diminuzione del 2,5% rispetto all’anno precedente.

    Invece, l’utenza dei siti web d’informazione generici rimane stabile al 58,1%, lo stesso valore del 2022, ma con un incremento del 21,6% rispetto al 2011.

    Nel 2023, si interrompe il calo di lettori di libri: il 45,8% degli italiani legge volumi cartacei, con un aumento del 3,1% rispetto all’anno precedente, anche se il dato segna una flessione del 13,6% rispetto al 2007. Inoltre, il 5,3% degli italiani si affida agli audiolibri.

    Tra le piattaforme, in calo X e crolla Snapchat

    Tra i giovani di età compresa tra 14 e 29 anni, l’uso delle piattaforme online mostra una solida affermazione.

    WhatsApp è la più utilizzata, raggiungendo il 93,0% degli utenti, seguita da YouTube con il 79,3%, Instagram con il 72,9% e TikTok con il 56,5%.

    Alcune piattaforme registrano una lieve contrazione: Facebook scende dal 51,4% nel 2022 al 50,3%, Spotify cala dal 51,8% al 49,6%, mentre X/Twitter registra una diminuzione dal 20,1% al 17,2%.

    Anche Telegram registra una flessione significativa, passando dal 37,2% al 26,3%, e Snapchat crolla dal 23,3% all’11,4%.

    LinkedIn, invece, mantiene una quota del 9,6%.

    Il Rapporto Censis Comunicazione 2024 prende in esame anche l’Intelligenza Artificiale.

    Per gli Italiani la IA avrà impatto sul lavoro

    Attualmente, i software per la generazione di immagini sono utilizzati dall’8,4% degli italiani, mentre quelli per la creazione di testi, come ChatGPT e strumenti simili, coinvolgono l’8,2% della popolazione.

    Nonostante questi dati, il 65,5% degli italiani teme che l’IA avrà un impatto devastante sull’occupazione, sostituendo le persone con computer e chatbot.

    D’altra parte, il 37,4% vede un’opportunità: l’intelligenza artificiale potrebbe liberarci dai lavori monotoni e ripetitivi, consentendo di dedicarsi maggiormente ad attività creative.

    Inoltre, il 55,9% prevede che l’IA porterà significativi miglioramenti nelle cure mediche, mentre il 45,4% ritiene che i benefici principali riguarderanno la ricerca scientifica e il 44,5% si aspetta progressi in ambito sanitario, sia per la diagnosi che per le terapie.

    La maggioranza degli italiani, pari all’82,0%, considera indispensabile l’introduzione di regole precise per limitare le applicazioni dell’IA, mentre solo il 18,0% si oppone a tali regolamentazioni.

    Conclusione

    Il Rapporto Censis Comunicazione 2024 ci offre uno spaccato utile della società italiana, evidenziando come l’evoluzione digitale abbia trasformato le nostre abitudini e i nostri strumenti di informazione.

    Se da un lato l’accesso a internet e l’uso delle piattaforme digitali sono diventati elementi centrali nella vita quotidiana, dall’altro emergono questioni cruciali legate: alla qualità del consumo culturale; al declino della lettura e all’affermarsi di modalità di fruizione sempre più rapide e visive.

    Questi cambiamenti rappresentano una sfida enorme per la capacità di approfondimento e il dibattito pubblico su cui sarebbe necessaria più di una riflessione. Ma allo stesso tempo offrono opportunità inedite per innovare i modi in cui produciamo e condividiamo conoscenza.

    La diffusione dell’intelligenza artificiale, tra timori e aspettative, ci pone davanti a domande etiche e regolamentari fondamentali, segnando un nuovo confine tra progresso tecnologico e responsabilità.

    Guardare al futuro con consapevolezza significa cogliere questi segnali non solo come semplici dati, ma come indicazioni di un percorso da intraprendere, dove il digitale non sia solo consumo, ma anche occasione di crescita culturale e sociale.

    In questo contesto, il ruolo di ciascuno di noi rimane centrale: utenti, lettori e cittadini, sempre più consapevoli, che possono ancora fare la differenza.

    [L’immagine di copertina è realizzata da @franzrusso utilizzando strumenti di IA Generativa]

     

  • Spotify Wrapped 2024: dieci anni di musica e connessioni

    Spotify Wrapped 2024: dieci anni di musica e connessioni

    Spotify Wrapped 2024 segna il decimo anniversario con una campagna celebrativa che unisce fan e artisti, evidenziando trend globali, successi italiani. Taylor Swift è sempre l’artista più ascoltata.

    Questo è quel momento dell’anno in cui ormai c’è tanta attesa per fare i conti rispetto all’anno che sta per finire. E tra i momenti più attesi c’è proprio quello che oggi celebra il suo decimo anno.

    E sì, lo Spotify Wrapped 2024 è tornato, e questa volta non celebra solo un anno di musica, ma anche un decennio di emozioni condivise.

    L’edizione di quest’anno, rilasciata oggi 4 dicembre, segna infatti il decimo anniversario di Spotify  Wrapped, un format diventato ormai un appuntamento iconico per fan, artisti e creator di tutto il mondo.

    Dieci anni fatti di storie di ascolti, tendenze emergenti e dello straordinario potere della musica di unire persone e culture.

    Spotify Wrapped 2024 evolve con la musica

    La campagna di Wrapped 2024 si distingue per la sua forza creativa ispirata alla ciclicità e alla continua evoluzione della cultura pop. Generi che si mescolano, influenze senza tempo che incontrano nuove idee, e tendenze di nicchia che esplodono fino a ridefinire la cultura mainstream.

    spotify wrapped 2024 franzrusso
    spotify wrapped 2024 franzrusso

    È in questo contesto che Spotify ha dato vita a un design vibrante e trasformativo. Colori audaci, layout dinamici e animazioni accattivanti raccontano un anno fatto di scoperte musicali e connessioni globali.

    Spotify Wrapped 2024 l’Italia al centro della scena

    Milano si conferma protagonista di questa celebrazione globale con un’installazione OOH straordinaria: la stazione di Cadorna è stata trasformata in una “station domination” che omaggia i successi di 28 artisti, di cui ben 26 italiani.

    Tra i protagonisti ci sono brani che hanno definito l’anno, come “Sesso e Samba” di Tony Effe con Gaia, “Sinceramente” di Annalisa e “Tuta Gold” di Mahmood.

    Una celebrazione che dimostra come la musica italiana abbia conquistato non solo le classifiche nazionali, ma anche il cuore degli ascoltatori a livello internazionale.

    Spotify Wrapped 2024, Taylor Swift la regina indiscussa

    Con oltre 26 miliardi di streaming, Taylor Swift si riconferma l’artista più ascoltata al mondo per il secondo anno consecutivo.

    Spotify ha deciso di celebrare questo traguardo con iniziative uniche pensate per i suoi fan, gli Swifties. Una delle novità più intriganti è il Badge Global Top Artist, che sarà assegnato sul profilo della cantante, dando il via a un riconoscimento annuale per gli artisti più ascoltati.

    Inoltre, gli appassionati potranno scoprire Easter Egg speciali nell’app: animazioni che richiamano le diverse ere discografiche della carriera di Taylor Swift, dai brillantini di Fearless ai gabbiani di 1989.

    Dieci anni di Wrapped: il commento di Spotify

    Wrapped 2024 segna un decennio di celebrazione della musica su Spotify” ha dichiarato Ester Gazzano, Head of Consumer Marketing Europe. “Con questa edizione vogliamo rendere omaggio al potere della musica di connettere le persone, andando oltre i trend per coinvolgere direttamente i nostri 640 milioni di utenti. Wrapped è diventato un evento culturale che non solo celebra l’anno musicale degli utenti, ma li rende parte di una narrazione più ampia e sempre in evoluzione”.

    Cosa aspettarsi dallo Spotify Wrapped 2024

    Spotify Wrapped non è solo una festa musicale. È un viaggio attraverso i trend globali, le top list di artisti, canzoni, album e podcast più ascoltati. È, inoltre, una celebrazione del ruolo centrale degli ascoltatori.

    Per esplorare tutte le novità e curiosità di quest’anno, Spotify ha messo a disposizione l’hub ufficiale Wrapped 2024 su Spotify For the Record, un punto di riferimento per immergersi in questa esperienza collettiva.

    Con Wrapped 2024, Spotify non solo celebra i primi dieci anni di una tradizione amata, ma rinnova il suo impegno nel rendere la musica un elemento chiave della cultura contemporanea. Un appuntamento imperdibile per chi, come milioni di utenti in tutto il mondo, vede nella musica non solo una passione, ma un linguaggio universale.


    La Campagna di Spotify Wrapped 2024

    Head of Marketing Spotify: Ester Gazzano

    Marketing Manager Italia Spotify: Ginevra Caprino, Valeria Spinelli

    Agenzia creativa: Dentsu

    Agenzia media: Publicis Media

    La campagna è stata realizzata in collaborazione con le Brand Solutions di IGPDecaux.

  • L’Australia e il divieto di usare i social media sotto i 16 anni

    L’Australia e il divieto di usare i social media sotto i 16 anni

    L’Australia si appresta a vietare i social media ai minori di 16 anni, primo paese al mondo a farlo. La normativa approvata dal Senato ha sollevato dibattiti e diverse critiche. Interessante vedere le conseguenze che potrà provocare tra Australia e Usa.

    Come era ampiamente prevedibile ormai da settimane, l’Australia ha approvato una legge senza precedenti che vieta ai minori di 16 anni l’accesso ai social media. Questa normativa, che entrerà in vigore entro il 2025, obbliga piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e Snapchat a implementare rigide misure di verifica dell’età. Pena multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani (circa 30 milioni di euro).

    Si tratta di una decisione che ha attirato l’attenzione a livello globale, generando dibattiti sulla protezione dei giovani, la privacy e le implicazioni per le aziende tecnologiche.

    Le motivazioni del governo australiano

    La legge nasce dalla crescente preoccupazione per l’impatto negativo dei social media sulla salute mentale dei giovani.

    Recenti studi hanno evidenziato come l’uso intensivo di queste piattaforme sia correlato a fenomeni come ansia, depressione, cyberbullismo e dipendenza digitale.

    Il governo australiano ha risposto a queste sfide con un approccio diretto al problema, sostenuto dal 77% della popolazione, che ha espresso approvazione per misure più stringenti volte a proteggere i minori.

    L'Australia e il divieto di usare i social media sotto i 16 anni

    Le reazioni delle piattaforme social media

    Le piattaforme social media hanno reagito in modo misto a questa normativa. Ecco le posizioni principali:

    • Meta (Facebook e Instagram): Meta ha dichiarato che sta valutando come adattarsi alla legge australiana, sottolineando però le difficoltà tecniche e i potenziali rischi legati alla verifica dell’età. L’azienda teme che la normativa possa spingere i giovani verso l’uso di VPN o piattaforme non regolamentate, esponendoli a maggiori rischi.
    • TikTok: La piattaforma cinese ha espresso preoccupazione per l’impatto sulla sua base di utenti giovani, pur impegnandosi a rispettare le normative locali. TikTok ha sottolineato la necessità di un approccio equilibrato che protegga i giovani senza limitare l’accesso alle risorse educative o di supporto disponibili sulle piattaforme.
    • Snapchat: Snap Inc. ha evidenziato i propri sforzi per garantire un ambiente sicuro per i giovani utenti, ma ha espresso perplessità sulla fattibilità tecnica di applicare verifiche dell’età efficaci senza compromettere la privacy degli utenti.
    • X (ex Twitter): sebbene non abbia una base di utenti particolarmente giovane, Twitter ha criticato la normativa, definendola una “soluzione drastica” che rischia di colpire anche utenti sopra i 16 anni per errori nei sistemi di verifica.
    • LinkedIn: da segnalare la posizione della piattaforma di social business di Microsoft. “LinkedIn semplicemente non ha contenuti interessanti e accattivanti per i minorenni“, ha affermato la società di proprietà di Microsoft in una comunicazione presentata a una commissione del senato australiano.

    Implicazioni pratiche della legge australiana

    La legge impone alle piattaforme di sviluppare strumenti innovativi per la verifica dell’età, ma resta poco chiaro come queste misure saranno implementate senza compromettere la privacy degli utenti.

    Le soluzioni attualmente ipotizzate includono:

    • L’uso di intelligenza artificiale per analizzare i dati biometrici.
    • Richiesta di documenti d’identità, una misura che solleva però preoccupazioni per la sicurezza dei dati.
    • Collaborazione con enti terzi per garantire una verifica anonima e sicura.

    Le aziende hanno sottolineato che tali misure richiederanno investimenti significativi e potrebbero non essere pronte entro la scadenza fissata dalla legge.

    Sempre dal punto di vista delle implicazioni, bisognerà monitorare gli effetti che questa legge provocherà nei rapporti tra l’Australia e gli Usa, sotto l’amministrazione Trump.

    Dettaglio non da poco vista la presenza di Elon Musk, già proprietario di X, nella prossima amministrazione.

    Le critiche alla legge e il dibattito generato

    Oltre alle piattaforme social, anche diversi gruppi della società civile hanno espresso perplessità.

    Le organizzazioni per la tutela dei minori temono che la legge limiti l’accesso dei giovani a risorse di supporto disponibili online, mentre i sostenitori della privacy avvertono che i nuovi sistemi di verifica potrebbero aumentare la raccolta e il trattamento di dati sensibili.

    D’altro canto, molte famiglie hanno accolto favorevolmente la normativa, considerandola un passo necessario per proteggere i propri figli dagli effetti nocivi dei social media.

    É questo il modello da seguire?

    Con questa legge, l’Australia si pone come un laboratorio globale per la regolamentazione digitale rivolta ai giovani utenti.

    Altri paesi potrebbero seguire l’esempio australiano, osservando con attenzione gli effetti di questa normativa. Resta da vedere, in effetti, se l’approccio sarà efficace nel bilanciare la protezione dei giovani con i diritti alla privacy e la libertà di espressione.

    La decisione australiana potrebbe segnare una svolta importante nella regolamentazione dei social media. Mentre il governo si muove con l’obiettivo di proteggere i minori, l’efficacia della legge dipenderà dalla capacità delle piattaforme di implementare soluzioni tecniche adeguate e dall’impatto sociale delle nuove regole.

    Sarà interessante osservare come questa iniziativa influenzerà il panorama globale e se rappresenterà un precedente per altri paesi.


    Per approfondire di più:

    Reuters: Australia approva il divieto dei social media per i minori di 16 anni 

    Wall Street Journal: L’Australia approva una legge storica che vieta i social media ai minori di 16 anni

    News.com.au: Approvato in Australia il divieto più severo al mondo dei social media per minori e adolescenti

    BBC: LinkedIn: siamo troppo noiosi per i minori per vietare i social media

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