Categoria: Social Media

In questa categoria trovate articoli che riportano dati e ricerche sul mondo dei Social Media. Dal numero di utenti connessi, al tempo trascorso su ciascun social network

  • X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X lancia le Timeline Personalizzate, una nuova scheda della Home che si aggiunge a “Seguiti” e “Per Te”. La funzione è disponibile in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS ed è alimentata da Grok. E arriva la chiusura, dal 6 maggio, di X Communities.

    X ha annunciato alcune novità e lo fa presentandole come se fossero conquiste dell’utente, come restituzione di maggiore controllo e come un atto di personalizzazione finalmente possibile.

    Gli annunci sono arrivati direttamente da Nikita Bier, responsabile di prodotto della piattaforma, con un tono entusiasta. Ma ciò che cambia, nel concreto, è qualcosa di più sottile di quanto possa apparire.

    Partiamo con la prima e importante novità. Le Timeline Personalizzate sono una nuova scheda che si aggiungerà a “Seguiti” e “Per Te” nella Home di X. L’utente potrà fissare un argomento specifico, scegliendolo tra oltre 75 categorie disponibili, e ottenere un feed dedicato a quel tema.

    Arte, finanza, sport, tecnologia, criptovalute, una volta scelto, la piattaforma genera un flusso di contenuti attorno a un singolo soggetto, calibrato sulle abitudini di interazione di ciascun utente.

    Funziona meglio, spiega Bier, su argomenti con cui l’utente è già solito interagire. Il limite tecnico è fissato a dieci argomenti selezionabili contemporaneamente sulla scheda Home, tra topic e liste.

    E qui arriviamo al punto interessante, perché quello che X sta costruendo non è semplicemente un filtro tematico, ma qualcosa di più.

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    Grok al centro di tutto, ancora una volta

    Come già raccontato, analizzando come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026, a gennaio di quest’anno la piattaforma aveva reso pubblico su GitHub il codice sorgente del nuovo algoritmo, scritto in Rust e Python, con Grok come cuore pulsante di tutto il sistema di raccomandazione.

    Quello era già un cambiamento radicale rispetto all’architettura precedente: non più regole manuali fisse, ma un modello di deep learning che analizza oltre 100 milioni di contenuti al giorno e li abbina agli interessi degli utenti in tempo reale.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, si inseriscono nella stessa logica, ma aggiungono un elemento nuovo. E cioè la dichiarazione esplicita dell’utente.

    Quindi, non è più solo Grok a dedurre cosa ti interessa dal tuo comportamento passato, ora è l’utente a dire a Grok cosa vuole vedere nella propria timeline. Grok legge ogni post pubblicato sulla piattaforma, lo classifica per argomento e costruisce il feed in base a quella selezione, combinandola con i segnali di personalizzazione già in uso.

    Un portavoce di X ha precisato che il sistema non si basa su parole chiave o hashtag, ma sulla comprensione semantica del contenuto da parte del modello.

    In teoria, è un passo verso la trasparenza e il controllo, nella pratica, rimane un sistema in cui l’intelligenza artificiale decide cosa effettivamente rientra in quell’argomento, come lo interpreta, quanto peso dare ai contenuti di utenti che non segui rispetto a quelli che segui. La lista dei 75 argomenti è fissa e l’utente sceglie dentro un catalogo predefinito.

    Va detto che anche sul fronte della novità in sé, il concetto non è del tutto inedito.

    Già nel 2019 Twitter aveva sperimentato timeline tematiche scorrevoli affiancate al feed principale. Ma Bier, ignorando volutamente il passato, presenta le Timeline Personalizzate come se fossero “uno dei cambiamenti più grandi” nella storia recente della piattaforma. Ma l’idea di feed paralleli governati per argomento è qualcosa su cui Twitter aveva già ragionato anni fa, senza allora affidarsi a un’intelligenza artificiale proprietaria per la selezione.

    Bier e il compito di riportare gli utenti a fidarsi di X

    Forse non tutti sanno che Nikita Bier è stato il fondatore di Gas e TBH, due app social costruite attorno a meccanismi di positività e connessione tra adolescenti, entrambe diventate virali in breve tempo. Gas, in particolare, aveva raggiunto il primo posto negli store americani prima di essere acquisita da Discord. Il suo approccio al prodotto è sempre stato centrato sul coinvolgimento emotivo, sulla rilevanza immediata, sulla capacità di dare all’utente la sensazione di contare.

    Poi, Bier è entrato in X a fine giugno 2025, dopo anni in cui aveva chiesto pubblicamente a Musk di assumerlo. Il suo primo aggiornamento pubblico, ad agosto 2025, parlava di download raddoppiati da quando aveva preso la guida del prodotto e di una timeline “sul punto di fare un salto di qualità”. Quello che stiamo vedendo oggi, con le Timeline Personalizzate, è probabilmente il risultato più visibile di quell’impegno.

    Ma Bier non è arrivato a X in un momento qualsiasi. È arrivato nel mezzo di una trasformazione profonda della piattaforma: l’algoritmo affidato interamente a Grok, la fusione con xAI, la moltiplicazione dei casi di deepfake sessualizzati generati proprio da Grok, le indagini europee, la multa da 120 milioni di euro per violazioni del DSA. In questo contesto, il suo compito non è solo migliorare il prodotto, è anche far tornare gli utenti a fidarsi della piattaforma. Impresa davvero molto complicata.

    Da “Per Te” alle Timeline Personalizzate

    Per capire dove siamo arrivati, vale la pena ripercorrere brevemente la sequenza.

    A ottobre 2025 Musk aveva annunciato che entro fine novembre tutte le euristiche manuali sarebbero state eliminate, lasciando Grok come unico responsabile delle raccomandazioni.

    A gennaio 2026, il codice era pubblico su GitHub e l’algoritmo era già completamente AI-driven.

    A febbraio 2026, X aveva introdotto i Filtri per Argomento per il feed “Per Te”: una prima versione, più semplice, che permetteva agli utenti iOS negli Stati Uniti e in Canada di selezionare macrocategorie come Politica, Sport, Crypto, AI, per filtrare temporaneamente il feed. Un meccanismo che si azzerava dopo 20 minuti.

    Oggi le Timeline Personalizzate sono qualcosa di diverso e di più strutturato. Non filtrano il feed esistente, ma creano una scheda dedicata, permanente, che affianca le due già presenti. L’utente la troverà lì, ogni volta che apre l’app. E la logica che la governa non è un semplice tag tematico, ma la comprensione del contenuto da parte di Grok, incrociata con lo storico delle interazioni dell’utente.

    Non siamo più di fronte a un filtro temporaneo, ma a una architettura del feed che si diversifica in modo permanente. Ognuno, in teoria, con la propria X.

    X Communities chiude il 6 maggio

    Di fianco all’annuncio del lancio delle Timeline Personalizzate, c’è anche quello che annuncia la chiusura definitiva di X Communities, fissata per il 6 maggio prossimo, motivandola con un “uso in calo”.

    Appena due anni fa, nel marzo 2024, X stessa riportava che il tempo speso nelle Communities era cresciuto del 600% su base annua, con 650.000 post pubblicati ogni giorno al loro interno. L’allora CEO Linda Yaccarino aveva fatto di Communities una delle leve centrali della strategia di engagement della piattaforma.

    Oggi, con Yaccarino fuori dai giochi ormai da tempo e con Bier a guidare il prodotto, quella stessa funzione viene dismessa come se fosse una cosa da eliminare, infatti.

    Le Communities erano uno spazio orizzontale, in cui i contenuti erano in mano agli utenti. Erano gli stessi utenti a creare gruppi tematici, a moderarli, a decidere chi poteva partecipare e cosa si poteva condividere.

    Le Timeline Personalizzate prendono lo stesso bisogno, quello di organizzare le conversazioni per argomento, e lo ribaltano completamente: l’utente sceglie il tema, ma la cura del contenuto la fa Grok. Adesso è l’intelligenza artificiale proprietaria che legge, classifica e seleziona.

    È anche questa una manifestazione concreta di quello che intendo quando parlo di algoritmo del proprietario. Il potere di decidere quali contenuti rientrano in un argomento, quali vengono amplificati e quali restano marginali, si sposta dagli utenti al proprietario della piattaforma, attraverso la sua IA.

    La personalizzazione del contenuto come strategia

    Con il termine “algoritmo del proprietario” le piattaforme social non costruiscono i loro sistemi di raccomandazione per seguire gli interessi degli utenti, ma per servire gli interessi strategici del proprietario della piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario decide chi viene amplificato, quali contenuti sono più rafforzati, quali argomenti dominano la conversazione.

    Le Timeline Personalizzate non cambiano questa logica di fondo, ma la rendono più sofisticata.

    Da una parte, offrono all’utente qualcosa di reale, vale a dire la possibilità di costruire un feed tematico senza dover curarsi di seguire account specifici.

    Dall’altra, concentrano ulteriormente il potere di classificazione del contenuto nelle mani di Grok, che è un modello sviluppato da xAI, la società di Musk, che gestisce l’algoritmo dell’intera piattaforma.

    È quindi lecito chiedersi, funzionerà davvero? E chi decide cosa rientra nell’argomento che hai scelto?

    Va poi considerato che in ogni Timeline Personalizzata, la seconda posizione del feed è riservata a un annuncio pubblicitario. Non ad un post organico, non un contenuto selezionato da Grok sulla base del topic, ma un contenuto promosso da un inserzionista.

    Le Timeline Personalizzate, detto senza giri di parole, non sono solo una funzione di personalizzazione, sono anche un nuovo spazio pubblicitario. E arrivano in una fase in cui il business pubblicitario di X, secondo diverse stime, continua a faticare rispetto al periodo pre-acquisizione.

    Immagine che mostra come si presentano le Timeline Personalizzate

    La personalizzazione come argomento di vendita

    Al momento del lancio, le Timeline Personalizzate sono disponibili in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS. Vi hanno accesso tutti i livelli di abbonamento Premium. Android arriverà presto, ha detto Bier nel suo annuncio, senza indicare una data.

    Non è stato precisato quando la funzione sarà disponibile per gli utenti non abbonati, e non è detto che lo diventi, almeno non con le stesse caratteristiche. Il modello di X, ormai consolidato, è quello di usare le funzionalità avanzate come leva di conversione verso gli abbonamenti.

    Va detto che il lancio si inserisce in una fase in cui X sta cercando di tornare attrattiva per gli inserzionisti e di aumentare il tempo di permanenza degli utenti. Bier ha parlato di mesi di lavoro su questa funzione. I download della piattaforma sono, secondo le sue stesse parole, raddoppiati da quando ha preso la guida del prodotto.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, rappresentano un argomento di vendita, non uno strumento pensato prima di tutto per l’esperienza dell’utente. E il fatto che la seconda posizione di ogni feed sia occupata da una pubblicità rende questa lettura difficile da ignorare.

    Parallelamente, ricordiamo che nelle ultime settimane X ha rilasciato anche un aggiornamento di Grok come editor fotografico, con strumenti di sfocatura dei volti e modifiche tramite comandi testuali, pensato anche per rispondere alle critiche sui deepfake sessualizzati che avevano travolto la piattaforma a inizio 2026.

    E a gennaio erano arrivati gli Smart Cashtags, che integrano dati in tempo reale su azioni e criptovalute direttamente nei post. Il quadro che emerge è quello di una piattaforma che sta costruendo, funzione dopo funzione, un ecosistema sempre più chiuso e autosufficiente, dove tutto passa per Grok.

    Ecco, questo era una considerazione che andava fatta alla luce di queste novità che disegnano sempre più un maniera chiara quale sia il volto vero di X. Vale a dire un allontanamento sempre più marcato di ciò che rappresentava Twitter e un avvicinamento sempre più evidente di cosa Musk intendeva realizzare quando parlava di “everything app”.

    E quindi X che diventa una app dove gli utenti possano fare davvero la qualsiasi cosa, e presto anche acquisti e transazioni finanziarie. Ma sempre tutto nelle mani di Grok, l’IA di casa xAI che assume sempre più un ruolo di primo piano all’interno di questa mega app.

    Gli utenti quindi avranno sempre più la consapevolezza di entrare in un contesto sempre più chiuso, sempre più autosufficiente. Un luogo dove sarà sempre più complicato smontare le idee del proprietario della piattaforma.

  • Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Una lettera di Apple, inviata a tre senatori Usa, ha rivelato che più volte gli aggiornamenti dell’app Grok di xAI furono respinti, arrivando a minacciare la rimozione dall’App Store.

    Certamente ricorderete quando tra la fine di dicembre 2025 e gennaio di quest’anno esplose lo scandalo Grok, l’app di xAI. Parliamo sempre del raggio di azione di Elon Musk. Ricorderete che quell’app permetteva a tutti, attraverso un testo condiviso su X, quindi in pubblico, di modificare immagini. Una funzionalità che ha finito per generare un fenomeno di deepfake a sfondo sessuale a livello globale.

    Ebbene, a distanza di tre mesi se ne torna a parlare perché NBC, in via esclusiva, in relazione alla lettera che tre senatori Usa avevano indirizzato a Apple e Google, chiedendo di rimuovere Grok dai rispettivi app market, ha avuto modo di visualizzare cosa Apple aveva risposto ai senatori.

    In pratica, il 9 gennaio 2026, i senatori Ron Wyden, Ben Ray Luján ed Edward Markey avevano scritto a Tim Cook e Sundar Pichai chiedendo la rimozione immediata delle app X e Grok dagli store.

    I senatori accusavano Grok di generare immagini sessuali non consensuali di donne e bambini, e Musk di aver incoraggiato il fenomeno reagendo con emoji di risate. La scadenza era fissata al 23 gennaio per una risposta scritta.

    E in effetti, senza che nessuno ne sapesse nulla, e si è scoperto grazie alla NBC, Cupertino aveva risposto.

    Il passaggio chiave della lettera recita: «Apple ha esaminato le successive modifiche degli sviluppatori e ha determinato che X aveva sostanzialmente risolto le proprie violazioni, ma l’app Grok rimaneva non conforme. Di conseguenza, abbiamo respinto la modifiche di Grok e notificato allo sviluppatore che sarebbero state necessarie ulteriori modifiche per rimediare alla violazione, oppure l’app avrebbe potuto essere rimossa dall’App Store.».

    In buona sostanza, Apple aveva bocciato i primi tentativi di xAI di sistemare il problema, giudicandoli però insufficienti. Solo dopo ulteriori modifiche ha approvato la versione aggiornata, definendola «sostanzialmente migliorata». Ma la minaccia di rimozione era stata formalizzata.

    Apple e la minaccia di rimuovere l'app Grok di xAI
    Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI

    Come si arrivò a quel punto

    Per chi ha seguito questa vicenda su InTime Blog, il contesto è abbastanza chiaro.

    Come ricordato in apertura, tra il 25 dicembre 2025 e l’8 gennaio 2026, Grok ha generato circa 4,6 milioni di immagini, di cui circa 3 milioni sessualizzate e circa 23.000 raffiguranti minori.

    Come avevo analizzato nell’articolo sulle migliaia di immagini di nudo generate da Grok, un’inchiesta di Bloomberg aveva quantificato il fenomeno: 6.700 immagini sessualizzate all’ora, 84 volte più dei principali siti di deepfake messi insieme.

    Ricorderete il post di Musk del 31 dicembre 2025, un’immagine di sé stesso in bikini generata da Grok, che aveva causato un’impennata del 1.400% nella generazione di contenuti simili.

    Come sottolineato più volte, in questa vicenda scatenata dalla funzionalità libera permettendo a chiunque di modificare immagini, le vittime non avevano strumenti per difendersi: donne che segnalavano immagini sessualizzate delle proprie foto a X non ricevevano risposta, o ricevevano notifiche che «non vi erano violazioni delle regole».

    X ha poi limitato la generazione di immagini agli abbonati paganti. Ma come avevo scritto nell’analisi sulla spunta blu che non rende sicura la generazione di immagini, spostare la funzionalità dietro un paywall non è una misura di sicurezza.

    Lo dimostrava il fatto che l’utente che aveva chiesto a Grok di manipolare l’immagine della donna uccisa a Minneapolis era un abbonato verificato. E come avevo ricordato nell’articolo sui numeri degli abbonamenti di X, la limitazione agli abbonati ha finito per monetizzare lo scandalo stesso.

    Lo scandalo Grok si è esteso ovunque

    Il 26 gennaio l’Unione Europea aveva aperto un’indagine formale DSA contro X per le immagini generate da Grok, con sanzioni potenziali fino al 6% del fatturato globale.

    Il DPC irlandese ha avviato un’indagine GDPR, con potenziali sanzioni fino al 4% del fatturato. Il Regno Unito ha varato una nuova legge con pene detentive fino a due anni per chi genera deepfake intimi non consensuali.

    E poi c’è la Francia. Il 3 febbraio la procura di Parigi, insieme a Europol, ha perquisito gli uffici parigini di X. Musk e l’ex CEO Linda Yaccarino sono stati convocati per un’audizione fissata per il 20 aprile, vale a dire tra pochi giorni.

    Negli Stati Uniti, il TAKE IT DOWN Act, firmato nel maggio 2025, entrerà in vigore a maggio 2026 rendendo reato federale la pubblicazione di immagini intime non consensuali generate da IA.

    Il DEFIANCE Act, approvato dal Senato il 13 gennaio citando esplicitamente lo scandalo Grok, consente alle vittime di citare in giudizio i creatori per danni fino a 150.000 dollari. E sono già in corso almeno tre cause legali contro xAI.


    Cosa dicono il TAKE IT DOWN Act e il DEFIANCE Act

    Il TAKE IT DOWN Act, firmato il 19 maggio 2025, è la prima legge federale Usa a criminalizzare la diffusione di immagini intime non consensuali, siano esse reali o generate dall’IA. La norma impone alle piattaforme l’obbligo di rimuovere tali contenuti entro 48 ore dalla segnalazione, prevedendo sanzioni penali e multe per chi pubblica o minaccia di diffondere tali immagini.

    Complementare a questo è il DEFIANCE Act, approvato dal Senato nel gennaio 2026, che colma un vuoto fondamentale: permette alle vittime di citare in giudizio civile i creatori di deepfake sessualizzati, richiedendo danni economici significativi.

    Per quanto riguarda l’operatività:

    • Il TAKE IT DOWN Act è tecnicamente in vigore dal giorno della firma, ma le piattaforme hanno tempo fino al 19 maggio 2026 per implementare procedure di segnalazione chiare e visibili.
    • Il DEFIANCE Act, dopo il via libera del Senato di metà gennaio 2026, deve ora completare l’iter alla Camera per diventare pienamente esecutivo.

    Due norme Usa che permetteranno di passare da una fase di “far west” digitale a una in cui la responsabilità civile e penale inizia a pesare anche nel mondo dei falsi artificiali.


    La generazione di immagini con sessualizzare con Grok continua

    Un secondo report di NBC documenta che Grok continua a generare immagini sessualizzate non consensuali, seppur in volumi ridotti.

    Gli utenti hanno sviluppato tecniche di aggiramento: chiedono a Grok di «abbinare la posa» di una foto di celebrità a una figura stilizzata in posizione suggestiva, o di «scambiare gli abiti» tra due foto. I video animati rappresentano una nuova frontiera di abuso.

    La risposta di Musk è stata la solita, ossia quella di provare a minimizzare e ad attaccare. In risposta ai provvedimenti del governo Uk, ha definito il governo di Starmer «fascista», ha sfidato pubblicamente gli utenti a «provare a violare la moderazione di Grok» ricevendo immediatamente risposte con contenuti nudi, e la risposta ufficiale di xAI ai giornalisti è stata «Legacy Media Lies».

    Il paradosso di questa vicenda è che la stessa reazione di Musk ha finito per amplificare la crisi, invece di placarla.

    Cosa potrebbe succedere adesso

    La rivelazione della lettera di Apple dimostra che i gatekeeper degli store hanno utilizzato la leva della rimozione come strumento di pressione, anche se non l’hanno esercitata fino in fondo.

    Apple ha anche rimosso 28 app «nudify» dal proprio store dopo che il Tech Transparency Project ne aveva identificate 47 disponibili su iOS, complessivamente scaricate 705 milioni di volte.

    Ma il vero banco, dicevamo, di prova sarà nelle prossime settimane.

    La scelta di Musk di posizionare Grok come un’intelligenza artificiale «spicy», con meno restrizioni, si scontra ora con un ecosistema normativo globale che non concede più sconti.

    L’integrazione di un generatore di immagini IA con misure di controllo minime all’interno di una piattaforma social da centinaia di milioni di utenti ha creato un rischio enorme. Conosciuto del resto.

    Un rischio tale per cui nessun intervento tardivo di moderazione può pienamente correggere.

    Ed è questo il punto in cui ci troviamo oggi. La lettera di risposta di Apple ci dice che il rischio c’è ed è conosciuto anche ai grandi gatekeeper. E le possibilità che la prossima volta si possa scrivere un esito diverso non è del tutto remota.

    Intanto, staremo a vedere cosa emergerà dall’audizione di Musk e della Yaccarino a Parigi.

  • Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Meta sta sviluppando un clone IA di Zuckerberg per interagire con i dipendenti. È l’ultimo capitolo di un’ossessione decennale per gli alter ego digitali, dalla realtà virtuale del 2016 al metaverso, fino alla superintelligenza.

    Partiamo da questa scena. Barcellona, febbraio 2016, quindi 10 anni fa al Mobile World Congress. Mark Zuckerberg fa il suo ingresso spettacolare in una sala gremita di giornalisti, mentre nessuno di loro lo nota. Sono tutti girati dalla parte opposta, immersi in visori per la realtà virtuale, intenti a osservare una scena che si svolge altrove, in un mondo simulato.

    Lui passa alla loro destra con un’espressione soddisfatta, quasi trionfante. Un’immagine che diventerà virale e storica allo stesso tempo e, a guardarla bene, fa ancora oggi un certo effetto.

    Quella scena oggi quasi surreale dava l’idea di quello che sarebbe stata la realtà virtuale social secondo Zuckerberg: un networking di persone riprodotto in un mondo non reale, totalmente ricostruito, simulato. Una realtà non reale attraverso la quale provare instaurare relazioni tra persone.

    Sono passati dieci anni esatti da allora e in questi giorni Zuckerberg ci riprova, con strumenti diversi certo, ma sempre con lo stesso identico pallino. Ossia quello di creare alter ego digitali che possano essere presenti ovunque senza esserci fisicamente.

    Secondo quanto riportato dal Financial Times, Meta sta sviluppando un clone IA fotorealistico del suo CEO, addestrato sui suoi modi di fare, sul suo tono e sulle sue dichiarazioni pubbliche, con l’obiettivo di farlo interagire con i dipendenti quando Zuckerberg non può o non vuole farlo di persona. Il CEO stesso starebbe supervisionando il progetto, dedicandoci dalle cinque alle dieci ore a settimana di quello che ormai si chiama vibe coding (sviluppo software con l’assistenza della IA).

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso
    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Un nuovo tentativo di cloni digitali dopo 10 anni

    Per capire cosa sta succedendo oggi ritorniamo a quel febbraio 2016.

    Due anni prima Facebook aveva acquisito Oculus VR per 2 miliardi di dollari, e Zuckerberg non aveva mai fatto mistero che quello fosse il segnale di un futuro nella realtà virtuale. Al Mobile World Congress di Barcellona 2016, quel futuro sembrava essere arrivato.

    Con la realtà virtuale le opportunità di connessione tra amici sarebbero state molte di più, al punto da vivere insieme, quindi virtualmente, esperienze che si svolgono in parti del mondo diverse. Era il pallino di Zuckerberg, e dopo aver lanciato il più grande social network, voleva passare alla storia anche come il pioniere della realtà virtuale in salsa social.

    Cinque anni dopo, nell’ottobre 2021, quel pallino diventa addirittura strategia aziendale. Facebook Inc. cambia nome e diventa Meta. L’accoglienza del nuovo nome fu tutt’altro che entusiasmante. A molti sembrò un’operazione di maquillage per distrarre l’opinione pubblica dai Facebook Papers e dalle rivelazioni di Frances Haugen.

    Ma si trattava anche di una mossa strategica con investimenti da 10 miliardi di dollari e l’assunzione di 10.000 persone in Europa. Tutto con l’obiettivo di costruire il metaverso.

    Il metaverso era la versione aggiornata della stessa visione: mondi virtuali dove le persone avrebbero potuto incontrarsi, lavorare, socializzare attraverso avatar digitali. Il concetto di alter ego era al centro di tutto. Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, avrebbe dovuto essere il luogo dove tutto questo si sarebbe materializzato.

    Il metaverso, la promessa non mantenuta

    Ma le cose non sono andate come previsto.

    Reality Labs, la divisione dedicata al metaverso, ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta ha tagliato la spesa per il metaverso fino al 30%. E il colpo più simbolico è arrivato poche settimane fa: Horizon Worlds verrà rimosso dalla VR il prossimo 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.

    Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.

    L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto. Adesso si parla di Muse Spark e i Superintelligence Labs,

    In buona sostanza, Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, e dirottati centinaia di miliardi di dollari verso l’IA. Con l’addio di Yann LeCun e la rimozione di Chris dalla supervisione dell’IA, il ventottenne Alexandr Wang è diventato il primo Chief AI Officer nella storia dell’azienda.

    Ma restiamo concentrati sul tema. Dopo tutto questo, il pallino di Zuckerberg non è cambiato. È cambiata solo la tecnologia con cui cerca di realizzarla, ma la sua idea nel corso di questi anni è rimasta intatta.

    Mark Zuckerberg al MWC 2016
    Mark Zuckerberg al MWC 2016

    Dal metaverso al clone IA

    Nel 2016 la visione era la realtà virtuale social: essere presenti in un altro luogo senza esserci fisicamente. Nel 2021 è diventato metaverso: vivere in mondi virtuali attraverso avatar. Nel 2026 è la superintelligenza personale: avere un compagno IA che ci conosce profondamente e può agire al posto nostro.

    Il clone IA di Zuckerberg si inserisce perfettamente in questa progressione. Non è un’idea nuova, è la stessa idea di sempre realizzata con strumenti diversi. L’obiettivo resta quello di creare versioni digitali di persone reali che possano interagire al posto loro.

    Va detto, Meta ci ha già provato. Nel 2023 l’azienda aveva annunciato che avrebbe pagato milioni di dollari a celebrity come Snoop Dogg per trasformarle in chatbot. Il progetto è stato un fallimento e i chatbot hanno finito per fare dichiarazioni imbarazzanti per conto dei loro equivalenti in carne e ossa.

    Nel 2024 è arrivato AI Studio, che permette ai creator di Instagram di costruire versioni IA di se stessi per interagire con i fan via DM. Anche questo progetto ha avuto i suoi problemi, al punto che Meta ha dovuto bloccare l’accesso ai teenager dopo le critiche sulla salute mentale dei minori.

    Ora Zuckerberg sta applicando la stessa logica, partendo da se stesso.

    Il clone IA sarà addestrato non solo sui suoi modi di fare e sul suo tono, ma anche sul suo pensiero recente riguardo alle strategie aziendali. L’idea, secondo il Financial Times, è che i dipendenti possano sentirsi più connessi al fondatore attraverso le interazioni con il suo avatar digitale.

    La trasformazione del CEO nel corsi di questi 10 anni

    Nel 2016, quando Zuckerberg immaginava la realtà virtuale social, il ruolo del CEO di una grande azienda tecnologica era sostanzialmente quello di guida interna. Certo, le figure come lui erano già personaggi pubblici, ma la loro funzione principale restava quella di dirigere l’azienda, non di rappresentarla costantemente verso l’esterno.

    Dieci anni dopo, quel ruolo è cambiato radicalmente. I CEO delle grandi piattaforme di oggi sono diventati figure mediatiche a tutti gli effetti, produttori di contenuti che incarnano la visione aziendale.

    Lo vediamo con Sam Altman di OpenAI, che costruisce la propria immagine pubblica attraverso podcast, interviste, post sui social.

    E lo vediamo con lo stesso Zuckerberg, che negli ultimi anni ha curato attentamente la propria trasformazione da nerd impacciato a imprenditore sportivo e appassioandosi alle arti marziali miste.

    Il CEO non è più solo chi prende le decisioni. È una figura oggi che comunica la narrazione, che costruisce il brand, che incarna l’identità dell’azienda agli occhi del pubblico, degli investitori, delle istituzioni.

    E adesso Zuckerberg vuole clonare proprio quella figura.

    Cosa significa davvero clonare il CEO

    Se il ruolo del CEO moderno include la costruzione di una narrazione, la comunicazione di una visione, l’incarnazione di valori aziendali, cosa succede quando quella figura viene replicata artificialmente?

    Un avatar IA addestrato sulle dichiarazioni pubbliche e sul pensiero strategico di Zuckerberg può rispondere a domande, offrire feedback, partecipare a riunioni. Ma potrebbe incarnare una visione? Potrebbe trasmettere fiducia? Potrebbe davvero prendere decisioni che comportano responsabilità?

    Il Financial Times riporta che esiste anche un progetto separato, un CEO agent progettato per aiutare Zuckerberg a recuperare informazioni e svolgere compiti al suo posto.

    Si tratta di due progetti distinti ma complementari: uno clona la presenza, l’altro automatizza le funzioni.

    C’è poi la questione della governance. Se l’avatar IA di Zuckerberg dà un feedback a un dipendente, chi è responsabile di quel feedback? Se prende una posizione su una questione strategica, quella posizione riflette davvero il pensiero del CEO o si parla di approssimazione della IA? E se il clone dice qualcosa di sbagliato, come è già successo con i chatbot delle celebrity, chi ne risponde?

    Certo che sono tutte questioni che saranno risolte, ove mai questo progetto prenderà davvero piede, ma sono comunque domande da porsi in questo frangente.

    Dieci anni dopo, la stessa domanda

    Ma la realtà virtuale social affascina o inquieta?

    Dieci anni dopo, la domanda è la stessa ma la tecnologia, e il mondo, è cambiata.

    Non si tratta più di mondi virtuali dove incontrarsi come avatar, oggi si parla di creare copie di persone reali, che possano agire, parlare, decidere al loro posto. E se il primo esperimento è il CEO di una delle aziende più potenti del mondo, il passo successivo potrebbe essere davvero chiunque.

    Il Financial Times riporta che se l’esperimento con Zuckerberg avrà successo, Meta prevede di permettere ai creator di costruire avatar IA di se stessi, espandendo il progetto dimostrato al Meta Connect del 2024.

    Nel frattempo, tra licenziamenti e nuove strategie sulla IA, Meta sta spingendo i propri dipendenti a usare strumenti di automazione e software agentici.

    Insomma, Zuckerberg dimostra che il suo obiettivo resta quello di sempre. E per trasformarlo in realtà sarebbe disposto a cambiare anche la sua azienda. Il primo tentativo col metaverso è andato come abbiamo visto. Forse quello con la IA gli potrebbe andare bene. Forse.

  • Ecco Muse Spark, la superintelligenza di Meta

    Ecco Muse Spark, la superintelligenza di Meta

    Meta ha presentato Muse Spark, il primo modello di IA sviluppato dal nuovo Superintelligence Lab. È un modello proprietario che segna una rottura netta con la filosofia open source che aveva caratterizzato Meta fino a ieri. La domanda è se tutto questo basterà a colmare il divario con OpenAI, Anthropic e Google.

    Mark Zuckerberg ha al momento diversi problemi, ma uno in particolare ce l’ha con le promesse. Nel gennaio 2025 aveva annunciato che sarebbe stato un anno decisivo per l’intelligenza artificiale di Meta, con Llama 4 pronto a diventare il modello stato dell’arte e Meta AI destinata a raggiungere un miliardo di utenti.

    Un anno dopo, Llama 4 è soltanto un ricordo imbarazzante, il Chief AI Scientist che lo aveva costruito se n’è andato sbattendo la porta, e Zuckerberg si ritrova a presentare qualcosa di completamente diverso.

    E parliamo di Muse Spark, il primo modello sviluppato da un laboratorio che non esisteva nemmeno dodici mesi fa.

    Ma questa volta la posta in gioco è diversa. Non si tratta di un aggiornamento incrementale o di una nuova versione di un prodotto esistente.

    Muse Spark rappresenta una rottura totale con il passato di Meta. È un modello proprietario invece che open source ed è stato costruito da un team quasi interamente nuovo.

    Muse Spark rappresenta il prodotto concreto di una riorganizzazione che ha investito ogni livello dell’azienda. Centinaia di licenziamenti, l’abbandono progressivo del metaverso, investimenti da 135 miliardi di dollari nel solo 2026. E al centro di tutto, un ventottenne che fino a ieri guidava un’azienda di etichettatura dati. Ma andiamo con ordine.

    Muse Spark nasce dalle ceneri di Llama

    Per capire Muse Spark bisogna partire da quello che è successo prima.

    Nell’aprile 2025, Meta lancia Llama 4 nelle varianti Maverick e Scout, ma il rilascio è un disastro. Yann LeCun, premio Turing 2019 e Chief AI Scientist di Meta dal 2013, ammetterà poi al Financial Times che i risultati erano stati falsificati: il team aveva usato versioni ottimizzate per specifici benchmark, gonfiando artificialmente le prestazioni. Il modello di punta, Behemoth, viene rinviato più volte e infine accantonato.

    Zuckerberg, furioso, mette da parte l’intera organizzazione GenAI e inizia a reclutare personalmente un nuovo team.

    Crea un gruppo WhatsApp chiamato Recruiting Party attivo 24 ore su 24. Il risultato di quella crisi è Muse Spark, nome in codice interno Avocado, costruito da zero in nove mesi dal nuovo Meta Superintelligence Labs. Non è una versione evoluta di Llama, è un modello completamente diverso, ricostruito a partire da un nuovo stack di pre-training.

    Cosa fa Muse Spark

    Proviamo a spiegarlo in modo semplice, perché è importante capire di cosa stiamo parlando.

    Muse Spark è un modello di intelligenza artificiale multimodale, il che significa che può elaborare testo, immagini e voce contemporaneamente.

    Ha una finestra di contesto di 262.000 token, vale a dire che può tenere a mente una quantità enorme di informazioni durante una conversazione. E opera in tre modalità diverse a seconda di cosa gli viene chiesto.

    La modalità Instant serve per le domande rapide: chiedi qualcosa, ottieni una risposta immediata. La modalità Thinking attiva un ragionamento più profondo per problemi complessi. Ma la vera novità è la modalità Contemplating, che orchestra più sotto-agenti che ragionano in parallelo.

    In pratica, se chiedi a Meta AI di pianificare un viaggio in famiglia, un agente si occupa dell’itinerario, un altro confronta le destinazioni, un terzo cerca le attività adatte ai bambini. Tutto contemporaneamente.

    Tra le capacità distintive c’è il ragionamento visivo: si può fotografare uno scaffale di snack in aeroporto, ad esempio, e Muse Spark ti dice quali hanno più proteine senza che tu debba leggere le etichette.

    C’è poi una modalità shopping che integra dati comportamentali dalle piattaforme Meta. E ci sono capacità di ragionamento medico sviluppate in collaborazione con oltre mille medici, anche se su questo punto, va detto, i dubbi sulla privacy restano aperti.

    Muse Spark, una storia all’inseguimento

    I benchmark sono il modo in cui l’industria misura le capacità dei modelli di IA, e quelli di Muse Spark raccontano dei dati interessanti.

    Sull’Artificial Analysis Intelligence Index, il modello di Meta ottiene un punteggio di 52, collocandosi nella top 5 globale ma dietro a GPT-5.4 e Gemini 3.1 Pro, entrambi a 57, e leggermente sotto Claude Opus 4.6, a 53. Il salto rispetto ai modelli Llama 4 è enorme: Maverick aveva ottenuto 18, Scout appena 13.

    Dove Muse Spark eccelle davvero è nei benchmark specialistici.

    Nel ragionamento medico batte GPT-5.4 e surclassa tutti gli altri. Nella comprensione di grafici e figure supera anche i migliori modelli di OpenAI. Ma i punti deboli sono altrettanto significativi: nel ragionamento astratto il divario con Gemini è drastico, 42.5 contro 76.5. E nel coding agentico, che è diventato l’obiettivo principale di Anthropic e degli altri nella corsa all’IA, GPT-5.4 lo supera nettamente.

    C’è poi un aspetto che va sottolineato, perché riguarda la credibilità di questi numeri.

    I benchmark auto-dichiarati di Meta vanno trattati con cautela data la storia recente.

    Fortune ha notato che le verifiche indipendenti mostrano a volte discrepanze: su alcuni test, Meta dichiara risultati che i laboratori esterni non riescono a replicare. È un problema di fiducia che l’azienda dovrà risolvere.

    L’abbandono dell’open source e la svolta strategica

    La scelta closed source è il cambio di rotta più clamoroso.

    Nel luglio 2024, Zuckerberg aveva pubblicato un manifesto intitolato Open Source AI is the Path Forward, paragonando Llama a Linux e argomentando che l’IA open source rappresentava la migliore possibilità del mondo di sfruttare questa tecnologia. Appena due anni dopo, Muse Spark è completamente un modello proprietario.

    Le ragioni di questa inversione sono diverse.

    Primo, la pressione competitiva: dopo il fallimento di Llama 4, Meta non può permettersi di regalare le proprie innovazioni ai concorrenti.

    Secondo, il precedente di DeepSeek: il laboratorio cinese aveva copiato con successo l’architettura di Llama per sviluppare il proprio modello R1, dimostrando concretamente i rischi della strategia aperta.

    Terzo, la monetizzazione: Meta sta sperimentando l’accesso API a pagamento, attualmente in anteprima privata per partner selezionati.

    La strategia emergente sembra quella di un modello freemium: i modelli più potenti e recenti restano proprietari e disponibili tramite API a pagamento, mentre le versioni precedenti vengono rilasciate come open source. Meta ha dichiarato di sperare di rendere open source le future versioni del modello, ma senza fornire alcuna tempistica. Tradotto: per ora resta tutto chiuso.

    Alexandr Wang e i 14 miliardi di dollari per un ventottenne

    A guidare il Meta Superintelligence Labs c’è Alexandr Wang, nominato primo Chief AI Officer nella storia di Meta. La sua storia merita di essere raccontata perché dice molto sulla scommessa che Zuckerberg sta facendo.

    <!-- wp:heading -->
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Meta ha presentato Muse Spark, il primo modello di IA sviluppato dal nuovo Superintelligence Lab. È un modello proprietario che segna una rottura netta con la filosofia open source che aveva caratterizzato Meta fino a ieri. La domanda è se tutto questo basterà a colmare il divario con OpenAI, Anthropic e Google.</strong></h2>
<!-- /wp:heading -->

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<p>Mark Zuckerberg ha al momento diversi problemi, ma uno in particolare ce l'ha con le promesse. Nel gennaio 2025 aveva annunciato che sarebbe stato un anno decisivo per l'intelligenza artificiale di Meta, con Llama 4 pronto a diventare il modello stato dell'arte e Meta AI destinata a raggiungere un miliardo di utenti. </p>
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<p>Un anno dopo, <a href="https://www.franzrusso.it/?s=Llama" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Llama</a> 4 è soltanto un ricordo imbarazzante, il Chief AI Scientist che lo aveva costruito se n'è andato sbattendo la porta, e Zuckerberg si ritrova a presentare qualcosa di completamente diverso.</p>
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<!-- wp:paragraph -->
<p>E <a href="https://about.fb.com/news/2026/04/introducing-muse-spark-meta-superintelligence-labs/">parliamo di Muse Spark, il primo modello sviluppato da un laboratorio che non esisteva nemmeno dodici mesi fa</a>.</p>
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<p>Ma questa volta la posta in gioco è diversa. Non si tratta di un aggiornamento incrementale o di una nuova versione di un prodotto esistente. </p>
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<p>Muse Spark rappresenta una rottura totale con il passato di Meta. È un modello proprietario invece che open source ed è stato costruito da un team quasi interamente nuovo.</p>
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<p>Muse Spark rappresenta il prodotto concreto di una riorganizzazione che ha investito ogni livello dell'azienda. Centinaia di licenziamenti, l'abbandono progressivo del metaverso, investimenti da 135 miliardi di dollari nel solo 2026. E al centro di tutto, un ventottenne che fino a ieri guidava un'azienda di etichettatura dati. Ma andiamo con ordine.</p>
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<!-- wp:heading -->
<h2 class="wp-block-heading">Muse Spark nasce dalle ceneri di Llama</h2>
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<p>Per capire Muse Spark bisogna partire da quello che è successo prima. </p>
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<p>Nell'aprile 2025, Meta lancia Llama 4 nelle varianti Maverick e Scout, ma il rilascio è un disastro. <a href="https://www.franzrusso.it/intelligenza-artificiale/yann-lecun-laurea-ad-honorem-universita-siena/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Yann LeCun</a>, premio Turing 2019 e Chief AI Scientist di Meta dal 2013, ammetterà poi al Financial Times che i risultati erano stati falsificati: il team aveva usato versioni ottimizzate per specifici benchmark, gonfiando artificialmente le prestazioni. Il modello di punta, Behemoth, viene rinviato più volte e infine accantonato. </p>
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<p>Zuckerberg, furioso, mette da parte l'intera organizzazione GenAI e inizia a reclutare personalmente un nuovo team. </p>
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<p>Crea un gruppo WhatsApp chiamato Recruiting Party attivo 24 ore su 24. <strong>Il risultato di quella crisi è Muse Spark, nome in codice interno Avocado, costruito da zero in nove mesi dal nuovo Meta Superintelligence Labs</strong>. Non è una versione evoluta di Llama, è un modello completamente diverso, ricostruito a partire da un nuovo stack di pre-training.</p>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa fa Muse Spark </strong></h2>
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<p>Proviamo a spiegarlo in modo semplice, perché è importante capire di cosa stiamo parlando. </p>
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<p><strong>Muse Spark è un modello di intelligenza artificiale multimodale, il che significa che può elaborare testo, immagini e voce contemporaneamente</strong>. </p>
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<p>Ha una finestra di contesto di 262.000 token, vale a dire che può tenere a mente una quantità enorme di informazioni durante una conversazione. E opera in tre modalità diverse a seconda di cosa gli viene chiesto.</p>
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<!-- wp:paragraph -->
<p>La modalità Instant serve per le domande rapide: chiedi qualcosa, ottieni una risposta immediata. La modalità Thinking attiva un ragionamento più profondo per problemi complessi. Ma la vera novità è la modalità Contemplating, che orchestra più sotto-agenti che ragionano in parallelo. </p>
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<p>In pratica, se chiedi a Meta AI di pianificare un viaggio in famiglia, un agente si occupa dell'itinerario, un altro confronta le destinazioni, un terzo cerca le attività adatte ai bambini. Tutto contemporaneamente.</p>
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<p>Tra le capacità distintive c'è il ragionamento visivo: si può fotografare uno scaffale di snack in aeroporto, ad esempio, e Muse Spark ti dice quali hanno più proteine senza che tu debba leggere le etichette. </p>
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<p>C'è poi una modalità shopping che integra dati comportamentali dalle piattaforme Meta. E ci sono capacità di ragionamento medico sviluppate in collaborazione con oltre mille medici, anche se su questo punto, va detto, i dubbi sulla privacy restano aperti.</p>
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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading"><strong>Muse Spark, una storia all'inseguimento</strong></h3>
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<p>I benchmark sono il modo in cui l'industria misura le capacità dei modelli di IA, e quelli di Muse Spark raccontano dei dati interessanti. </p>
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<p>Sull'<a href="https://artificialanalysis.ai/evaluations/artificial-analysis-intelligence-index">Artificial Analysis Intelligence Index</a>, il modello di Meta ottiene un punteggio di 52, <strong>collocandosi nella top 5 globale ma dietro a GPT-5.4 e Gemini 3.1 Pro</strong>, entrambi a 57, e leggermente sotto Claude Opus 4.6, a 53. Il salto rispetto ai modelli Llama 4 è enorme: Maverick aveva ottenuto 18, Scout appena 13.</p>
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<p>Dove Muse Spark eccelle davvero è nei benchmark specialistici. </p>
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<p>Nel ragionamento medico batte GPT-5.4 e surclassa tutti gli altri. Nella comprensione di grafici e figure supera anche i migliori modelli di OpenAI. Ma i punti deboli sono altrettanto significativi: nel ragionamento astratto il divario con Gemini è drastico, 42.5 contro 76.5. E nel coding agentico, che è diventato l'obiettivo principale di Anthropic e degli altri nella corsa all'IA, GPT-5.4 lo supera nettamente.</p>
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<p>C'è poi un aspetto che va sottolineato, perché riguarda la credibilità di questi numeri. </p>
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<p>I benchmark auto-dichiarati di Meta vanno trattati con cautela data la storia recente. </p>
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<p>Fortune ha notato che le verifiche indipendenti mostrano a volte discrepanze: su alcuni test, Meta dichiara risultati che i laboratori esterni non riescono a replicare. È un problema di fiducia che l'azienda dovrà risolvere.</p>
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<!-- wp:heading -->
<h2 class="wp-block-heading">L'abbandono dell'open source e la svolta strategica</h2>
<!-- /wp:heading -->

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<p>La scelta closed source è il cambio di rotta più clamoroso. </p>
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<p>Nel luglio 2024, Zuckerberg aveva pubblicato un manifesto intitolato Open Source AI is the Path Forward, paragonando Llama a Linux e argomentando che l'IA open source rappresentava la migliore possibilità del mondo di sfruttare questa tecnologia. Appena due anni dopo, Muse Spark è completamente un modello proprietario.</p>
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<p>Le ragioni di questa inversione sono diverse. </p>
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<p>Primo, la pressione competitiva: dopo il fallimento di Llama 4, Meta non può permettersi di regalare le proprie innovazioni ai concorrenti. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<p>Secondo, il precedente di DeepSeek: il laboratorio cinese aveva copiato con successo l'architettura di Llama per sviluppare il proprio modello R1, dimostrando concretamente i rischi della strategia aperta. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Terzo, la monetizzazione: Meta sta sperimentando l'accesso API a pagamento, attualmente in anteprima privata per partner selezionati.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La strategia emergente sembra quella di un modello freemium: i modelli più potenti e recenti restano proprietari e disponibili tramite API a pagamento, mentre le versioni precedenti vengono rilasciate come open source. Meta ha dichiarato di sperare di rendere open source le future versioni del modello, ma senza fornire alcuna tempistica. Tradotto: per ora resta tutto chiuso.</p>
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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading"><strong>Alexandr Wang e i 14 miliardi di dollari per un ventottenne</strong></h3>
<!-- /wp:heading -->

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<p>A guidare il Meta Superintelligence Labs c'è Alexandr Wang, nominato primo Chief AI Officer nella storia di Meta. La sua storia merita di essere raccontata perché ci dice molto sulla scommessa che Zuckerberg sta facendo. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p></p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Nato nel 1997 a Los Alamos, figlio di fisici cinesi immigrati che lavoravano al laboratorio nazionale, Wang aveva fondato Scale AI a 19 anni abbandonando il MIT. A 24 anni era il più giovane miliardario self-made al mondo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Meta ha investito 14,3 miliardi di dollari per una quota del 49% in Scale AI, raddoppiandone la valutazione. Come parte dell'accordo, Wang ha lasciato la carica di CEO per guidare il nuovo laboratorio. Zuckerberg lo ha descritto come il fondatore più impressionante della sua generazione. Ma c'è chi solleva dubbi: Wang viene da un'azienda di etichettatura dati, non dalla ricerca fondamentale sull'IA. E il suo arrivo ha provocato la partenza di Yann LeCun, che al Financial Times ha dichiarato di non essere disposto a sottostare all'autorità di un giovane e inesperto manager.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading"><strong>I licenziamenti e l'abbandono del metaverso</strong></h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La nascita del Superintelligence Labs è solo un tassello di una riorganizzazione che ha investito ogni livello di Meta. L'elenco delle perdite è impressionante. Yann LeCun se n'è andato e ha fondato un proprio laboratorio raccogliendo oltre un miliardo di dollari. Chris Cox, Chief Product Officer e veterano ventennale, è stato rimosso dalla supervisione dell'IA dopo il fiasco di Llama 4. Undici dei quattordici ricercatori originali che avevano costruito il primo modello Llama nel 2023 hanno lasciato l'azienda.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I licenziamenti hanno colpito a ondate: circa 600 posizioni eliminate dal laboratorio nell'ottobre 2025, circa 1.500 dipendenti da Reality Labs nel gennaio 2026 con la chiusura degli studi di gioco VR, e diverse centinaia in più nel marzo 2026. Come avevo raccontato qui su InTime Blog analizzando l'acquisizione di Moltbook, Meta sta ridisegnando completamente la propria struttura organizzativa attorno all'intelligenza artificiale.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Il ridimensionamento del metaverso è altrettanto drastico. Reality Labs ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta sta tagliando la spesa per il metaverso fino al 30%. Il colpo più simbolico: Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, verrà rimosso dalla VR il 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile. Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta. Ora è un residuo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading -->
<h2 class="wp-block-heading">Zuckerberg e la superintelligenza personale per tutti</h2>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Nel luglio 2025, Zuckerberg ha pubblicato un lungo post intitolato Personal Superintelligence for Everyone, in cui delineava la sua visione. Vale la pena di soffermarsi su cosa intende, perché è diverso da quello che propongono i concorrenti. La superintelligenza personale di Meta non è un sistema centralizzato che automatizza tutto il lavoro umano. È un compagno personale che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi, e può aiutarci a raggiungerli.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Come avevo scritto nell'articolo sulla strategia di Meta verso la superintelligenza, questa visione ha un vantaggio strutturale che nessun concorrente può replicare: 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta. Se Muse Spark funziona, quella distribuzione potrebbe trasformarlo nel modello di IA più utilizzato al mondo quasi per inerzia. È la stessa logica che ha guidato l'acquisizione di Moltbook, il social network per agenti AI: Meta sta costruendo l'infrastruttura dove l'intelligenza artificiale vive, lavora e interagisce.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Ma nella conference call sugli utili del gennaio 2026, il tono di Zuckerberg è cambiato sensibilmente. Ha ammesso che le risposte a molte domande degli investitori sarebbero state insoddisfacenti, perché l'azienda è in un periodo di ricostruzione. Sui primi modelli ha detto che sarebbero stati buoni, ma soprattutto avrebbero mostrato la traiettoria rapida su cui Meta si trova. È un'ammissione implicita che le promesse del 2025 erano premature.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><strong>Lo scenario competitivo e la frattura Altman-Amodei</strong></p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Muse Spark arriva in un panorama competitivo incandescente. Il giorno prima del lancio, Anthropic ha svelato Claude Mythos Preview, descritto come il modello di IA più potente mai sviluppato dall'azienda, talmente pericoloso da non poter essere rilasciato al pubblico per le minacce alla sicurezza informatica. È disponibile solo per dodici partner selezionati, tra cui AWS, Apple, Google e Microsoft. Come avevo analizzato qui su InTime Blog raccontando la frattura tra Altman e Amodei, la rivalità tra i due è ormai una guerra aperta.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>All'India AI Impact Summit del febbraio 2026, il primo ministro Modi ha invitato i leader dell'IA a tenersi per mano per una foto simbolica di unità: Altman e Amodei hanno ostentatamente rifiutato, alzando i pugni chiusi. Al Super Bowl 2026, Anthropic ha trasmesso quattro spot che deridevano i piani di OpenAI; Altman ha risposto definendo Anthropic disonesta e autoritaria. In questo scontro, Zuckerberg potrebbe inserirsi per provare a uscirne vincitore. C'è poi il rapporto con Elon Musk, che ha seguito una traiettoria inversa: dalla sfida alla gabbia del 2023 a un disgelo tattico. Come avevo scritto nell'articolo sulla possibile alleanza tra Zuckerberg e Musk, documenti giudiziari desecretati nel marzo 2026 hanno rivelato contatti diretti tra i due. Zuckerberg aveva offerto supporto per DOGE, Musk aveva chiesto se fosse interessato a un'offerta congiunta per OpenAI. Zuckerberg ha ascoltato ma ha rifiutato di partecipare. La convergenza resta tattica, non strategica, ma il nemico comune in OpenAI potrebbe cambiare le cose.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><strong>I 600 miliardi di dollari e la scommessa esistenziale</strong></p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I numeri degli investimenti sono impressionanti anche per gli standard della Silicon Valley. Meta prevede di spendere fino a 135 miliardi di dollari nel 2026, quasi il doppio dei 72 miliardi dell'anno precedente. Zuckerberg ha promesso 600 miliardi in nuovi data center entro il 2028. È una scommessa esistenziale: se la superintelligenza arriva e Meta non è pronta, l'azienda rischia di diventare irrilevante. Se investe tutto e la superintelligenza non arriva, o arriva in forme diverse da quelle previste, ha bruciato centinaia di miliardi. Come avevo analizzato nell'articolo sui risultati record di Meta nel 2025, il razionale di Zuckerberg è elegante nella sua semplicità: se la superintelligenza arriva presto, Meta sarà pronta per un cambio di paradigma generazionale. Se arriva tardi, Meta avrà capacità di calcolo in eccesso che può usare per accelerare il proprio core business pubblicitario. Nel peggiore dei casi, rallenta la costruzione di infrastruttura e cresce lentamente dentro quello che ha già costruito. È lo stesso ragionamento che Jeff Bezos usò per Amazon Web Services.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><strong>Una trasformazione senza precedenti</strong></p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Muse Spark non è semplicemente un nuovo modello di intelligenza artificiale. È la manifestazione fisica di una trasformazione aziendale che ha pochi precedenti nella storia della tecnologia. Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, abbandonato la propria filosofia open source, investito decine di miliardi in un ventottenne, e promesso 600 miliardi di dollari per costruire qualcosa che, per sua stessa ammissione, è ancora alla portata ma non raggiunto.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I rischi sono proporzionali all'ambizione. I benchmark auto-dichiarati richiedono verifica indipendente. La partenza di LeCun priva Meta di credibilità scientifica. La scelta closed source aliena la comunità degli sviluppatori che aveva costruito un ecosistema attorno a Llama. E il modello Watermelon, il vero test della capacità del Superintelligence Labs di competere stabilmente alla frontiera, è ancora in fase di sviluppo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Nel frattempo, Anthropic ha dimostrato con Mythos capacità che pongono domande esistenziali sulla sicurezza, Google domina su più benchmark, e OpenAI prepara un'IPO da mille miliardi. La corsa alla superintelligenza è appena iniziata. E Meta ha deciso che il prezzo per non partecipare è più alto di qualsiasi investimento immaginabile. Staremo a vedere se questa scommessa si rivelerà la più lungimirante o la più costosa della storia della Silicon Valley.</p>
<!-- /wp:paragraph -->
    Nella foto: Alexandr Wang

    Nato nel 1997 a Los Alamos, figlio di fisici cinesi immigrati che lavoravano al laboratorio nazionale, Wang aveva fondato Scale AI a 19 anni abbandonando il MIT. A 24 anni era il più giovane miliardario self-made al mondo.

    Meta ha investito 14,3 miliardi di dollari per una quota del 49% in Scale AI, raddoppiandone la valutazione. Come parte dell’accordo, Wang ha lasciato la carica di CEO per guidare il nuovo laboratorio. Zuckerberg lo ha descritto come il fondatore più impressionante della sua generazione. Ma c’è chi solleva dubbi: Wang viene da un’azienda di etichettatura dati, non dalla ricerca fondamentale sull’IA.

    E il suo arrivo ha provocato la partenza di Yann LeCun, che al Financial Times ha dichiarato di non essere disposto a sottostare all’autorità di un giovane e inesperto manager.

    I licenziamenti e l’abbandono del metaverso

    La nascita del Superintelligence Labs è solo un tassello di una riorganizzazione che ha investito ogni livello di Meta. L’elenco delle perdite è impressionante.

    Yann LeCun se n’è andato e ha fondato un proprio laboratorio raccogliendo oltre un miliardo di dollari.

    Chris Cox, Chief Product Officer e veterano ventennale, è stato rimosso dalla supervisione dell’IA dopo il fiasco di Llama 4. Undici dei quattordici ricercatori originali che avevano costruito il primo modello Llama nel 2023 hanno lasciato l’azienda.

    I licenziamenti hanno riguardato circa 600 posizioni del laboratorio, nell’ottobre 2025; circa 1.500 dipendenti da Reality Labs nel gennaio 2026 con la chiusura degli studi di gioco VR, e diverse centinaia in più nel marzo 2026.

    Come avevo raccontato qui su InTime Blog analizzando l’acquisizione di Moltbook, Meta sta ridisegnando completamente la propria struttura organizzativa attorno all’intelligenza artificiale.

    Il ridimensionamento del metaverso è stato altrettanto drastico.

    Reality Labs ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta stava tagliando la spesa per il metaverso fino al 30%.

    La ristrutturazione ha colpito anche Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone. Verrà rimosso dalla VR il 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.

    Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.

    Zuckerberg e la superintelligenza personale per tutti

    Nel luglio 2025, Zuckerberg ha pubblicato un lungo post intitolato Personal Superintelligence for Everyone, in cui delineava la sua visione.

    Vale la pena di soffermarsi su cosa intende, perché è diverso da quello che propongono i concorrenti.

    La superintelligenza personale di Meta non è un sistema centralizzato che automatizza tutto il lavoro umano. Si tratta di un compagno personale che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi, e può aiutarci a raggiungerli.

    Come avevo scritto sulla strategia di Meta verso la superintelligenza, questa visione ha un vantaggio strutturale che nessun concorrente può ancora raggiungere. E cioè 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.

    Se Muse Spark funziona, quella distribuzione potrebbe trasformarlo nel modello di IA più utilizzato al mondo quasi per inerzia.

    È la stessa logica che ha guidato l’acquisizione di Moltbook, il social network per agenti AI: Meta sta costruendo l’infrastruttura dove l’intelligenza artificiale vive, lavora e interagisce.

    Lo scenario competitivo e la frattura Altman-Amodei

    Muse Spark arriva in un panorama competitivo incandescente.

    Il giorno prima del lancio, Anthropic ha svelato Claude Mythos Preview, descritto come il modello di IA più potente mai sviluppato dall’azienda, talmente pericoloso da non poter essere rilasciato al pubblico per le minacce alla sicurezza informatica.

    È disponibile solo per dodici partner selezionati, tra cui AWS, Apple, Google e Microsoft. Come avevo analizzato qui su InTime Blog raccontando la frattura tra Altman e Amodei, la rivalità tra i due è ormai una guerra aperta.

    C’è poi il rapporto con Elon Musk, che ha seguito una traiettoria inversa: dalla sfida alla gabbia del 2023 a un disgelo tattico.

    Come avevo scritto nell’articolo sulla possibile alleanza tra Zuckerberg e Musk, documenti giudiziari desecretati nel marzo 2026 hanno rivelato contatti diretti tra i due.

    Insomma, non si tratta solo del lancio di un nuovo modello di IA, come ormai ci stiamo abituando ad assistere praticamente ogni giorno.

    Dietro c’è una strategia che val la pena di essere indagata per capire il perché di certe mosse, per avere chiaro anche il contesto in cui ci si muove.

    E anche di comprendere come lo schema delle alleanze si muove e agisce di conesguenza.

  • X nel 2026, l’algoritmo del proprietario ha vinto

    X nel 2026, l’algoritmo del proprietario ha vinto

    L’analisi di Nate Silver rivela come X nel 2026 sia dominata da account di destra di bassa qualità. Al centro di tutto ovviamente c’è Musk. Non è visibilità organica, ma è l’algoritmo del proprietario che ha ribaltato la piattaforma.

    Quando Elon Musk ha acquistato Twitter nell’ottobre 2022, ha promesso di trasformarlo in una piazza digitale dove la libertà di espressione avrebbe trionfato. Tre anni e mezzo dopo, quella piazza è diventata qualcosa di molto diverso. Vale a dire un ecosistema chiuso dove prosperano account di bassissima qualità, teorie complottiste e disinformazione sistematica, mentre il giornalismo tradizionale viene progressivamente marginalizzato.

    E il grafico pubblicato da Nate Silver su Silver Bulletin lo dimostra con una chiarezza lascia spazio davvero a poche interpretazioni.

    L’immagine che si vede qui in basso è molto chiara. Si nota una costellazione di bolle che rappresentano gli account con più engagement su X nei primi mesi del 2026.

    Al centro c’è, ovviamente, Elon Musk con i suoi 223 milioni di follower e il boost algoritmico che si è costruito su misura.

    Attorno a lui, una galassia quasi interamente rossa: Pop Base, Catturd, Jackson Hinkle, Libs of TikTok, Laura Loomer, Scott Presler. Gli account blu, quelli che Silver classifica come liberal, sono pochi e marginali. Ma il dato più importante, forse, non è lo squilibrio politico, quello lo sapevamo già, ma è la qualità di ciò che genera engagement.

    Catturd preferito al New York Times: la vittoria della spazzatura

    C’è un dettaglio nel grafico di Silver che va evidenziato, ed è l’account Catturd, un profilo satirico di estrema destra, che genera più engagement del New York Times. Sì, si chiama letteralmente «Catturd» e che pubblica contenuti di qualità infima. E grazie alla spinta dell’algoritmo supera in interazioni una delle testate giornalistiche più importanti del mondo. E non è un caso isolato.

    Come avevo scritto analizzando l’evoluzione dell’algoritmo di X con Grok, la piattaforma di Musk ha progressivamente abbandonato qualsiasi pretesa di neutralità. Quello che vediamo oggi è il risultato finale di un processo iniziato subito dopo l’acquisizione: la costruzione dell’algoritmo del proprietario, come lo definisco ormai da tempo, che premia ciò che il proprietario vuole amplificare e penalizza ciò che vuole silenziare.

    Non si tratta di crescita organica, è ingegneria algoritmica

    Qualcuno potrebbe sostenere che questo spostamento rifletta semplicemente le preferenze degli utenti, che la destra americana sia più attiva sui social media, che si tratti di una dinamica organica.

    Ma poi i fatti raccontano una storia diversa. Prima dell’acquisizione di Musk, gli account con più engagement su Twitter erano figure come Taylor Swift, Barack Obama, Cristiano Ronaldo: celebrità che erano seguite da milioni di follower senza particolari spinte algoritmiche. Twitter lasciava che la rilevanza emergesse dalle interazioni reali degli utenti.

    Oggi quella che abbiamo sotto gli occhi è una situazione radicalmente diversa.

    Musk si è costruito un boost algoritmico personale – algoritmo del proprietario in purezza. I link esterni vengono sistematicamente penalizzati, una strategia che Silver definisce «miope» perché trasforma X in un giardino recintato dove i contenuti di qualità non hanno ragione di entrare.

    Gli account con la spunta blu legacy, quelli che avevano ottenuto la verifica prima dell’era Musk, sono stati progressivamente condannati all’irrilevanza. E il sistema di monetizzazione premia chi rimane sulla piattaforma e genera engagement, non chi produce contenuti verificati o approfonditi.

    Silver usa una metafora ecologica molto efficace per descrivere questo fenomeno. Infatti paragona X a un’isola remota dove, per mancanza di competizione, si sviluppano creature strane.

    È il cosiddetto effetto isola: in assenza di predatori naturali, prosperano specie che non sopravviverebbero in un ecosistema più competitivo. Il drago di Komodo esiste solo perché vive su isole isolate dell’Indonesia.

    In buona sostanza, Catturd esiste solo perché l’algoritmo di X lo protegge dalla competizione con contenuti di qualità.

    X, come i social media, sempre meno rilevanti per contenuti di qualità

    I social media, e X in particolare, stanno diventando sempre meno rilevanti per chi produce contenuti di qualità.

    Il New York Times ha 53 milioni di follower su X, eppure i suoi tweet generano spesso poche centinaia di like. È una sproporzione che non si spiega con il declino dell’interesse per il giornalismo. Ma si spiega con un algoritmo che penalizza sistematicamente i link esterni e i contenuti che portano gli utenti fuori dalla piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario ha vinto

    Come avevo raccontato qui su questo blog, fin dall’inizio della vicenda Twitter/Musk, l’obiettivo dell’acquisizione non è mai stato quello dichiarato.

    Non si trattava di salvare la libertà di espressione o di combattere la censura.

    Si trattava di costruire una macchina di amplificazione per un certo tipo di contenuti: quelli che servono agli interessi politici e commerciali del proprietario. E quel progetto, possiamo dirlo, è andato a buon fine.

    Il grafico di Nate Silver non è solo una fotografia dello stato attuale di X. È la prova documentale di un’operazione riuscita.

    L’algoritmo del proprietario ha ribaltato completamente l’ecosistema della piattaforma, trasformandola da spazio di conversazione pubblica a camera di risonanza per disinformazione, teorie complottiste e propaganda politica.

    Resta da vedere se questa traiettoria sia reversibile o se X sia destinata a diventare sempre più marginale nel dibattito pubblico.

    Il processo già in corso coinvolge tutte le piattaforme social media, nessuna esclusa.

    L’algoritmo del proprietario ha vinto la battaglia per il controllo della piattaforma. Ma potrebbe aver perso la guerra per la sua rilevanza. Staremo a vedere, come sempre.

  • Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    I documenti depositati nella causa Musk contro OpenAI rivelano messaggi privati tra i due CEO. Zuckerberg offrì supporto al DOGE e Musk propose un’offerta congiunta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una convergenza strategica che ribalta anni di rivalità pubblica.

    Mark Zuckerberg si è offerto di aiutare Elon Musk e il suo DOGE.

    Lo rivelano i documenti depositati venerdì scorso nell’ambito della causa che Musk ha intentato contro Sam Altman e OpenAI, e vale la pena soffermarsi un attimo perché racconta molto più di un semplice scambio di messaggi tra due miliardari.

    Vi ricordate dove li avevamo lasciati? Era il 2023, e i due si stavano organizzando per sfidarsi a duello, un combattimento che avrebbe dovuto tenersi addirittura al Colosseo, con l’allora ministro Sangiuliano che si era offerto come mediatore istituzionale per ospitare lo scontro del secolo.

    L’inizio della rivalità tra Zuckerberg e Musk

    Una rivalità che in realtà affondava le radici molto più indietro. Un esempio si ebbe nel 2016, quando l’esplosione di un razzo SpaceX distrusse un satellite Facebook che si trovava a bordo. Da quel momento in poi i due sono andati avanti con provocazioni reciproche e dichiarazioni al vetriolo.

    Eppure, nel corso dell’ultimo periodo, qualcosa è cambiato, e i documenti giudiziari ci permettono oggi di ricostruire la sequenza con una certa precisione.

    Il primo segnale risale al 13 dicembre 2024, quando Zuckerberg scrisse a Musk per avvisarlo personalmente che qualcuno aveva fatto trapelare la lettera con cui Meta chiedeva all’Attorney General della California di bloccare la transizione di OpenAI verso un modello for-profit. Una lettera in cui Meta sosteneva esplicitamente che Musk fosse “qualificato e ben posizionato per rappresentare gli interessi dei californiani” nella sua battaglia legale contro Altman.

    Zuckerberg e Musk, insieme nel segno di Trump

    Poi è arrivato il 20 gennaio 2025, il giorno dell’insediamento di Trump, e la scena che si è presentata agli occhi del mondo ha reso evidente ciò che stava accadendo.

    Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai sedevano insieme in prima fila, più vicini al nuovo presidente di molti dei suoi stessi consiglieri, gli unici non familiari in grado letteralmente di sussurrare all’orecchio di Trump o Vance dal palco.

    Ciascuno di loro aveva versato un milione di dollari per l’evento, e Zuckerberg aveva annunciato pochi giorni prima l’abbandono del fact-checking sulle piattaforme Meta, una svolta che segnava un allineamento politico ormai inequivocabile.

    Ma è il 3 febbraio 2025 che la convergenza diventa operativa, come riportano i documenti.

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici
    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    E uniti contro OpenAI di Sam Altman

    Alle 22:04, Zuckerberg scrive a Musk congratulandosi per i progressi del DOGE e offrendo supporto concreto: i suoi team sono pronti a rimuovere i contenuti che minacciano o fanno doxxing ai collaboratori di Musk. “Fammi sapere se c’è qualcos’altro che posso fare per aiutare”, conclude.

    Meno di mezz’ora dopo, Musk risponde con un cuore e rilancia: “Sei aperto all’idea di fare un’offerta per la proprietà intellettuale di OpenAI con me e alcuni altri?”. Zuckerberg propone di discuterne a voce, Musk dice che chiamerà la mattina dopo.

    Una settimana più tardi, il 10 febbraio, un consorzio guidato da xAI presenta un’offerta non sollecitata da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI, con l’obiettivo dichiarato di bloccare la sua trasformazione in società for-profit. Zuckerberg alla fine non firmò la lettera d’intenti e il board di OpenAI respinse l’offerta, ma il fatto che l’ipotesi sia stata contemplata racconta una storia che va ben oltre i rapporti personali tra i due.

    Zuckerberg, Musk e Trump: una convergenza strategica

    Quello che emerge da questa ricostruzione è un quadro di convergenza strategica guidata da interessi comuni. OpenAI e Sam Altman rappresentano una minaccia esistenziale sia per xAI di Musk che per gli investimenti di Meta nell’intelligenza artificiale, e questo ha creato le condizioni per un allineamento che sarebbe stato impensabile solo due anni fa.

    A questo si aggiunge l’abbraccio condiviso dell’amministrazione Trump, con Meta che ha abbandonato le politiche di moderazione dei contenuti proprio alla vigilia dell’insediamento, e la consapevolezza che la transizione di OpenAI verso il for-profit minaccia entrambi i loro modelli di business.

    Un abbraccio che proprio in questi giorni ha trovato una nuova formalizzazione: mercoledì scorso Trump ha nominato Zuckerberg nel President’s Council of Advisors on Science and Technology, il panel che fornirà consulenza alla Casa Bianca su intelligenza artificiale e politiche tecnologiche.

    Dal duello al Colosseo all’offerta congiunta per OpenAI il passo è stato più breve di quanto chiunque potesse immaginare, e forse questo ci dice qualcosa su come funzionano davvero le dinamiche di potere nella Silicon Valley di oggi.

  • La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    Una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e YouTube per aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minori. È la prima sentenza di questo tipo nella storia. I 6 milioni di dollari di risarcimento sono una cifra simbolica, ma il principio che si afferma potrebbe cambiare per sempre il modo in cui pensiamo ai social media.

    Da anni si sostiene che i social media stanno cambiando, ed è vero. Ma molto spesso quando si fa questa affermazione non ci si rende davvero conto in cosa consista in questo cambiamento.

    Infatti, non sempre ce ne accorgiamo subito, perché il cambiamento vero raramente arriva con i titoli cubitali che ci aspetteremmo. Ma la data 25 marzo 2026 verrà ricordata per essere quello momento specifico in cui le piattaforme social media sono davvero cambiate.

    In un’aula di tribunale di Los Angeles, dodici persone comuni hanno stabilito qualcosa che nessuna istituzione, o quasi, era riuscita a stabilire prima: le piattaforme social possono essere ritenute responsabili per il modo in cui sono progettateNon per i contenuti che ospitano, ma per il design stesso.

    Come già raccontato su queste pagine, la sentenza riguarda una ragazza californiana, identificata con le iniziali K.G.M., che ha citato in giudizio Meta e Google. Come detto in altre situazioni, Kaley iniziato a usare YouTube a sei anni, Instagram a nove. Di fronte alla giuria ha raccontato di aver sviluppato depressione, dismorfismo corporeo, pensieri suicidi. Ma la cosa più importante non è la sua storia personale, per quanto drammatica, è il principio giuridico che questa sentenza afferma.

    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media
    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    Il design dei social media provoca dipendenza

    Per decenni le piattaforme digitali sono state protette dalla Sezione 230 del Communications Decency Act, una norma americana che le esonera dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    È stata la base giuridica su cui si è costruito l’intero ecosistema dei social media. Ma questa sentenza aggira completamente quel principio. Non accusa Meta e YouTube per i video visti dalla ragazza o per i post che ha letto. Invece li accusa per lo scroll infinito, per le notifiche che interrompono il sonno, per i filtri di bellezza che alterano la percezione di sé, per i loop di engagement progettati per trattenere gli utenti il più a lungo possibile.

    In altre parole: il problema non è cosa c’è sulla piattaforma, ma è come funziona la piattaforma. È una distinzione sottile ma decisiva, e la giuria l’ha accolta. I documenti interni presentati in aula hanno mostrato che Meta sapeva esattamente cosa stesse facendo. Un memo aziendale recitava, traduco io: “Se vogliamo vincere alla grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro come tweens”. Un altro documento stimava il valore economico di un tredicenne in circa 270 dollari, sulla base del fatto che gli utenti più giovani hanno una ritenzione a lungo termine molto più alta. La giuria ha visto questi documenti e ha tratto le sue conclusioni.

    6 milioni di dollari simbolici ma sono un precedente

    Diciamolo, sei milioni di dollari per aziende che valgono più di mille miliardi sono una cifra irrilevante e Meta non accuserà nemmeno il colpo.

    Ma non è questo il punto, il punto è che esistono oltre duemila cause simili solo in California, e più di diecimila a livello nazionale negli Stati Uniti. Questa sentenza era un test, quello che in gergo legale si chiama bellwether trial: un processo apripista che serve a capire se una certa teoria giuridica può reggere in tribunale.

    Il confronto che molti stanno facendo è con le cause contro l’industria del tabacco negli anni Novanta. È un parallelo che ha senso, fino ad un certo punto. Anche allora i documenti interni delle aziende dimostrarono che sapevano dei danni causati dal fumo. E anche allora la difesa si basò sulla responsabilità individuale del consumatore. Le prime sentenze furono simboliche, prima che l’intero sistema crollasse. Ma tra i due casi ci sono differenze importanti.

    Il tabacco causava danni fisici misurabili attraverso l’ingestione di una sostanza. Mentre la dipendenza da social media non è ancora riconosciuta ufficialmente come diagnosi clinica. E soprattutto: nessuno vuole abolire i social media, mentre abolire il fumo era un obiettivo ragionevole.

    Forse il parallelo più calzante è un altro, quello con la sicurezza automobilistica degli anni Sessanta. Le automobili non furono abolite, ad un certo punto ci si rese conto che andavano riprogettate con cinture di sicurezza, airbag e altri sistemi di sicurezza.

    Il principio che si affermò allora è lo stesso che potrebbe affermarsi oggi. Ossia, se un prodotto può essere reso più sicuro senza comprometterne la funzione, allora si deve fare in modo che lo diventi.

    I social media provocano dipendenza

    In aula è stata usata una parola che le piattaforme hanno sempre rifiutato: dipendenza.

    Una psichiatra di Stanford ha testimoniato che lo scrolling compulsivo attiva gli stessi circuiti cerebrali della ricompensa attivati dalle droghe, con brevi scariche di dopamina che addestrano gli utenti a cercare continuamente la prossima «meta». Gli studi di neuroimaging mostrano alterazioni cerebrali simili a quelle osservate nella dipendenza dal gioco d’azzardo.

    È un punto su cui vale la pena soffermarsi. Perché la difesa delle piattaforme si è sempre basata su un argomento apparentemente ragionevole: le persone scelgono liberamente di usare questi servizi, quindi la responsabilità è loro.

    Ma se il servizio è progettato specificamente per compromettere la capacità di scelta, allora l’argomento crolla. E questa è esattamente la tesi che la giuria ha accolto.

    La giuria ha anche stabilito che Meta e YouTube hanno agito con dolo, cioè con consapevolezza del danno, o con deliberata indifferenza verso le conseguenze delle proprie scelte progettuali. È una soglia giuridica particolarmente alta nel sistema americano. Non è stata una svista, è stata una scelta deliberata.

    Social media e dipendenza, il contesto UE e italiano

    Questa sentenza arriva dagli Stati Uniti, ma le sue implicazioni ci riguardano direttamente. L’Unione Europea ha già un quadro normativo avanzato con il Digital Services Act, che obbliga le piattaforme accessibili ai minori ad adottare misure per garantire privacy e sicurezza. Le linee guida della Commissione pubblicate nel 2025 raccomandano account dei minori impostati come privati di default, disattivazione di funzionalità che promuovono l’uso eccessivo come autoplay e notifiche notturne, divieto di pubblicità mirata ai minori. La Commissione ha già avviato procedimenti formali contro TikTok.

    In Italia il quadro è più complesso. L’età del consenso digitale è fissata a 14 anni e il Senato sta discutendo un disegno di legge per alzarla  e l’AGCOM ha approvato regolamenti sulla verifica dell’età. Inoltre, una class-action contro Meta e TikTok è stata promossa presso il Tribunale delle Imprese di Milano.

    A tutto questo si aggiunge che l’Istituto Superiore di Sanità stima circa 100.000 adolescenti italiani a rischio di dipendenza da social media. Ma l’approccio italiano resta orientato verso l’educazione digitale piuttosto che verso il divieto o la regolamentazione stringente. Staremo a vedere se questa sentenza americana cambierà qualcosa anche da noi.

    Cosa significa davvero questa sentenza per i social media

    Molti commentatori stanno dicendo che questa sentenza segna la fine dei social media. Non è così, e sarebbe sbagliato raccontarla in questi termini. Quello che questa sentenza segna è la fine di una certa idea di social media: quella in cui le piattaforme potevano progettare qualsiasi meccanismo di engagement senza doversi preoccupare delle conseguenze. Ecco, quella fase è finita.

    Ma c’è un altro aspetto su cui dovremmo riflettere, e che riguarda il futuro più che il passato. I social media che hanno causato i danni a KGM erano già pienamente algoritmici, progettati per massimizzare il tempo sulla piattaforma attraverso sistemi di raccomandazione e loop di engagement.

    Oggi quei sistemi si stanno evolvendo in qualcosa di ancora più pervasivo con l’intelligenza artificiale.

    Meta sta integrando chatbot basati su intelligenza artificiale generativa in Instagram e WhatsApp. Google sta facendo lo stesso con Gemini nei propri servizi. Sono prodotti progettati per creare conversazioni prolungate, relazioni continuative, interazioni che si ripetono giorno dopo giorno.

    Il principio affermato da questa sentenza, e cioè che il design di un prodotto digitale può essere considerato pericoloso se crea dipendenza, potrebbe applicarsi anche a questi nuovi sistemi.

    Se questa sentenza ci insegna qualcosa, è che non possiamo aspettare vent’anni per capire se questi nuovi prodotti stanno causando danni. Dobbiamo agire prima  e questa sentenza ci deve servire da monito. Perché i casi come quello della ragazza californiana potrebbero moltiplicarsi, e in forme ancora più gravi, se non interveniamo ora.

    La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Meta e YouTube hanno annunciato che faranno appello e le prossime cause potrebbero avere esiti diversi.

    Ma qualcosa si è rotto nel rapporto tra le piattaforme e la società tutta. E difficilmente si potrà tornare indietro.

    Staremo a vedere come si evolverà questa storia.

  • Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk giudicato responsabile di frode sui titoli per i tweet del 2022. Risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari. È la prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria.

    Venerdì 20 marzo 2026 una giuria federale di San Francisco ha emesso un verdetto nella vicenda giudiziaria di Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo è stato giudicato responsabile di aver ingannato gli investitori di Twitter con dichiarazioni false che hanno artificialmente abbassato il prezzo delle azioni durante i mesi precedenti l’acquisizione da 44 miliardi di dollari nel 2022.

    Si tratta della prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria. E, secondo le stime, potrebbe costargli fino a 2,6 miliardi di dollari in risarcimenti. Gli avvocati degli azionisti di Twitter ritengono che questo sia uno dei verdetti più grandi di una giuria in tema di frode finanziaria nella storia degli Stati Uniti.

    Su queste pagine del blog ho seguito passo passo la vicenda dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, fino a raccontare anche il momento della testimonianza in questo processo che vede imputato il proprietario di xAI. Questo verdetto conferma quello che avevo scritto già nel maggio 2022, quando gli azionisti depositarono la prima denuncia. E cioè che Musk stava giocando con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo potesse scendere e fare in modo che la trattativa si ponesse in suo favore.

    I tweet che a Musk potrebbero costare miliardi di dollari

    La giuria del tribunale federale del Northern District of California ha esaminato quattro capi d’accusa basati sulla Sezione 10(b) del Securities Exchange Act. Il verdetto è stato unanime ma non totale, nel senso che Musk è stato ritenuto responsabile su due dei quattro capi d’accusa, mentre è stato assolto dagli altri due.

    Le due dichiarazioni giudicate materialmente false sono entrambi tweet pubblicati nel maggio 2022. Il primo, del 13 maggio, affermava che l’acquisizione di Twitter era “temporaneamente sospesa” in attesa di una verifica sulla percentuale di account bot.

    Il secondo, del 17 maggio, sosteneva che l’operazione “non può procedere” finché il CEO di Twitter non avesse dimostrato che la percentuale di bot era inferiore al 5%, suggerendo che potesse essere superiore al 20%.

    Dopo questi tweet le azioni Twitter crollarono di quasi il 18%, raggiungendo un minimo di 32,52 dollari, circa il 40% al di sotto del prezzo di acquisizione concordato di 54,20 dollari per azione.

    La giuria ha invece assolto Musk da una dichiarazione rilasciata in un podcast, giudicandola un’opinione e non un’affermazione di fatto fuorviante. E soprattutto ha respinto l’accusa di aver orchestrato uno “schema” fraudolento sistematico contro gli investitori.

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Le ipotesi sulle cifre del risarcimento

    La giuria ha calcolato danni compresi tra 3 e 8 dollari per azione per giorno di negoziazione durante l’intero periodo della classe, dal 13 maggio al 4 ottobre 2022. L’avvocato degli azionisti, Mark Molumphy, ha stimato il risarcimento totale in circa 2,1 miliardi di dollari per le perdite azionarie più 500 milioni per le stock option, per un totale massimo di circa 2,6 miliardi di dollari.

    L’importo finale dipenderà dal numero di azionisti che presenteranno richiesta di risarcimento attraverso il procedimento di class action. Questa comprende tutti gli investitori che hanno venduto titoli Twitter tra il 13 maggio e il 4 ottobre 2022, data in cui Musk annunciò che avrebbe proceduto con l’acquisizione al prezzo originale, facendo balzare il titolo del 22% in una sola seduta.

    Nonostante la cifra imponente, diverse fonti hanno osservato che il risarcimento avrebbe un impatto minimo sul patrimonio personale di Musk, stimato tra 650 e 839 miliardi di dollari a seconda dell’indice utilizzato.

    La difesa di Musk annuncia l’appello

    La reazione del team legale di Musk è stata rapida. In una dichiarazione rilasciata subito dopo il verdetto gli avvocati di Musk hanno affermato di considerare la decisione “un ostacolo temporaneo” e di attendere “piena soddisfazione in appello”.

    Gli avvocati hanno anche ricordato le recenti vittorie di Musk in cause separate: una vittoria in appello in Delaware relativa al compenso Tesla e un’altra vittoria in un tribunale del Texas lo stesso giorno del verdetto.

    Durante il processo, durato circa tre settimane iniziato il 2 marzo 2026, Musk stesso testimoniato il 4 marzo scorso. Le sue dichiarazioni più notevoli includono l’ammissione che i tweet fossero stati imprudenti: “Se questo fosse un processo su tweet stupidi, mi dichiarerei colpevole”. Musk ha però insistito di non aver mai dichiarato l’annullamento dell’operazione e di non poter controllare le decisioni di vendita degli investitori.

    Cosa succede adesso

    La tempistica post-verdetto si articola su due binari paralleli. Sul fronte del risarcimento gli avvocati degli azionisti hanno stimato che serviranno circa 90 giorni per attivare la procedura di amministrazione dei reclami, seguiti da ulteriori mesi per l’elaborazione delle richieste individuali.

    Complessivamente gli azionisti che hanno portato Musk in tribunale per frode finanziaria potrebbero ricevere i pagamenti entro sei mesi dal verdetto.

    Sul fronte dell’appello, gli avvocati di Musk confermano l’intenzione di impugnare il verdetto presso la Corte d’Appello, il che potrebbe estendere significativamente i tempi.

    Un procedimento parallelo rilevante è la causa SEC contro Musk, intentata nel gennaio 2025 per la mancata tempestiva comunicazione della sua quota azionaria superiore al 5% in Twitter nel marzo 2022. Al 17 marzo 2026 le parti erano in trattative per un possibile accordo. La SEC chiede una multa civile e la restituzione dei circa 150 milioni di dollari che Musk avrebbe risparmiato acquistando azioni prima della divulgazione obbligatoria.

    E va avanti l’indagine parigina su X e Elon Musk

    E mentre a San Francisco la giuria emetteva il verdetto, da Parigi arrivava un’altra tegola.

    Come riportato da Le Monde, i procuratori della sezione cyber della procura di Parigi hanno inviato due rapporti alle autorità statunitensi, alla SEC e al Dipartimento di Giustizia.

    L’ipotesi è che Musk abbia tentato di gonfiare artificialmente il numero di utenti di X in vista di una possibile quotazione in borsa. Le informazioni raccolte dai procuratori francesi, emerse nel corso di un’indagine avviata in Francia all’inizio del 2025, suggeriscono che la controversia sui deepfake generati da Grok, il chatbot di X, potrebbe essere stata alimentata deliberatamente per aumentare la valutazione della piattaforma.

    Il tutto in un momento cruciale, con l’IPO della nuova entità nata dalla fusione di SpaceX e xAI prevista per giugno 2026, mentre X stava perdendo slancio.

    Cosa dice la sentenza che condanna Musk al risarcimento

    La sentenza stabilisce che i tweet di un individuo con la capacità di influenzare i mercati possono essere trattati alla stregua di dichiarazioni finanziarie formali, ai fini della responsabilità per frode sui titoli. Come ricordato qui, è la prima volta che una giuria ritiene Musk personalmente responsabile per l’impatto dei suoi tweet sul mercato azionario.

    Ma il verdetto del 20 marzo 2026 segna tre novità fondamentali.

    È la prima condanna di Musk per le conseguenze dei suoi tweet, una frattura nel mito dell’invulnerabilità legale di “Teflon Elon”, il soprannome che Musk si è guadagnato in riferimento al “teflon”, il rivestimento antiaderente delle padelle per intenderci.

    Con un risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari stabilisce un nuovo record per i verdetti di giuria in cause per frode sui titoli negli Stati Uniti. E crea un precedente sulla responsabilità per dichiarazioni sui social media che possono influenzare i mercati finanziari, con implicazioni che vanno ben oltre il caso specifico.

    In ogni caso, la battaglia legale è lontana dalla conclusione. L’appello annunciato dagli avvocati potrebbe prolungare il contenzioso per mesi, e l’assenza di una condanna per “schema fraudolento” offre alla difesa una base su cui costruire la propria impugnazione.

    Resta da vedere se questo verdetto segnerà davvero un limite al potere che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso messaggi pubblici, o se confermerà che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita.

    Perché è questo il punto nevralgico di questa vicenda.

  • X introduce il tasto dislike nelle risposte, ecco come funziona

    X introduce il tasto dislike nelle risposte, ecco come funziona

    Nikita Bier, responsabile di prodotto di X, ha annunciato il rilascio del tasto dislike sulle risposte con una battuta che sembrava uno scherzo. In realtà la funzionalità era già attiva per alcuni utenti. Il conteggio resta privato, ma il segnale arriva direttamente all’algoritmo di ranking.

    C’è un modo particolare in cui le piattaforme social introducono le novità più attese. Annunci studiati, comunicati stampa, roll-out graduali con tanto di post enigmatici. E poi c’è il modo di X, quello con cui ha introdotto il tasto dislike sulle risposte: con una battuta che nessuno, inizialmente, ha preso sul serio. Siamo su X e non poteva essere diversamente.

    Tutto è partito quando un utente ha chiesto a Nikita Bier, Head of Product di X, se fosse possibile aggiungere un pulsante di dislike per le risposte. La risposta di Bier è stata veloce e lapidaria: “Give me 60 seconds“.

    Otto minuti dopo, i primi screenshot mostravano l’icona del pollice verso già attiva su alcuni account. Non si trattava più di ironia e scherzo, era un’attivazione istantanea di una funzionalità che, con ogni probabilità, era già pronta e aspettava solo di essere accesa e aspettava solo il momento giusto.

    Ma la cosa interessante non è la velocità del rilascio, è il motivo per cui X ha deciso di procedere proprio ora.

    Bier: le risposte sono il peggior prodotto di X

    Nikita Bier non ha usato mezzi termini. In un post pubblicato poco dopo l’attivazione, ha scritto che l’algoritmo delle risposte è “attualmente il peggior prodotto dell’azienda” e che “non c’è logica, non c’è segnale, solo spazzatura”.

    Un’ammissione che spiega perché il dislike è stato introdotto esclusivamente sulle risposte e non sui post principali.

    Da mesi la sezione commenti di X è invasa da bot crypto, spam generato da agenti AI, e da tattiche di engagement farming e risposte completamente fuori tema che finiscono per inquinare l’esperienza (già molto difficile) di chi cerca un minimo di confronto che su X è sempre più un miraggio.

    Il tasto dislike serve proprio a questo, ossia a dare all’algoritmo un segnale immediato per mettere in cima le risposte apparentemente di valore e spingere in basso, o nascondere del tutto, il grande rumore di fondo.

    Il dislike su X, ecco come funziona

    La funzionalità è semplice e appare sotto le risposte, non sui post principali. È rappresentato da un’icona grigia, un pollice verso, posizionato accanto ai tasti di reactions. I conteggi sono assolutamente privati: nessuno può vedere quante volte una risposta è stata segnata come negativa, neanche l’autore stesso.

    Quando si clicca sul dislike, in alcuni casi si potrebbe aprire un piccolo spazio di feedback con opzioni strutturate in questo modo: “Spam”, “Generato da AI”, “Scorretto o fuorviante”, “Fuori tema”.

    Stiamo parlando quindi di un segnale privato che finisce dritto nell’algoritmo di ranking delle conversazioni. X lo usa per decidere quali risposte mostrare in alto e quali spingere verso il basso.

    Bier ha precisato che il tasto non funzionerà come il downvote di Reddit, dove i voti negativi sono pubblici e possono determinare il crollo della visibilità di un commento. Qui il segnale serve esclusivamente al ranking e alla personalizzazione della sezione risposte, senza esporre metriche che potrebbero alimentare dinamiche di attacchi coordinati o risposte di massa.

    L'immagine che mostra il dislike su X
    Come sarà il tasto dislike su X

    La strategia anti-spam: rendere lo spam economicamente insostenibile

    L’obiettivo di questa mossa, come dichiarato da Bier, non dovrebbe fermarsi al miglioramento dell’esperienza di chi legge le risposte. Nei prossimi 30 giorni, ha spiegato, chi produce spam su X guadagnerà sempre meno. Il dislike è solo una parte di un intervento più ampio che prevede anche limitazioni geografiche sulle risposte e altri strumenti per contrastare gli abusi.

    Se le risposte spam vengono sistematicamente abbassate in termini di visibilità dall’algoritmo grazie ai segnali negativi degli utenti, chi le produce non ottiene più visibilità. E se non ottiene visibilità, non guadagna. Il modello di business dei bot che intasano le conversazioni per generare impressions potrebbe essere così colpito alla radice.

    Il caso precedente di YouTube

    X non è la prima piattaforma a sperimentare con i segnali negativi. E la scelta di mantenere privati i conteggi sembra aver recepito le lezioni di chi ci ha provato prima.

    YouTube, nel novembre 2021, ha reso invisibili al pubblico i conteggi dei dislike sui video, pur mantenendo il pulsante attivo. L’obiettivo dichiarato era ridurre gli attacchi coordinati, il cosiddetto “dislike bombing”, che colpiva soprattutto i creator più piccoli o chi affrontava argomenti controversi.

    Secondo YouTube, l’esperimento aveva mostrato una riduzione significativa dei comportamenti di attacco mirato. L’algoritmo continuava a usare il segnale internamente per le raccomandazioni, ma la negatività pubblica si era in parte spostata nei commenti.

    Reddit e il rischio delle camere dell’eco

    Reddit rappresenta l’altra piattaforma che utilizza ormai questo strumento.

    Il downvote è pubblico, in grado far crollare drasticamente la visibilità di un commento. Studi accademici hanno documentato come un singolo voto negativo possa influenzare a cascata i voti successivi: chi arriva dopo tende a conformarsi al giudizio già espresso.

    Il risultato è una moderazione efficace contro spam e contenuti fuori tema, ma anche un effetto echo-chamber, di camera d’eco dove le opinioni in genere minoritarie vengono sistematicamente affossate.

    X sembra prendere spunto da queste due esperienze. Rendendo i conteggi privati, come ricordato prima, il segnale arriva all’algoritmo.

    X e il dislike, rilascio graduale

    Al momento il rollout è limitato e lato server, infatti alcuni utenti lo vedono già, altri no. Classico rilascio asimmetrico che X ha adottato per molte delle sue novità recenti. Chi lo ha già attivo riporta che la sezione risposte appare effettivamente più pulita, con meno spam in evidenza.

    Va ricordato che già nel luglio 2024, TechCrunch aveva riportato che X stava sviluppando attivamente il tasto dislike, con riferimenti nel codice dell’app iOS a un’icona a forma di cuore spezzato.

    Anche Twitter, prima dell’acquisizione di Musk, aveva sperimentato funzionalità simili nel 2021. Ma solo ora che il rilascio è diventato realtà.

    X introduce il tasto dislike nelle risposte, ecco come funziona
    X introduce il tasto dislike nelle risposte, ecco come funziona

    Una mossa che è anche un’incognita

    Diciamolo, per come stanno le cose sulla piattaforma di Elon Musk questa sicuramente non risolverà tutti i problemi, ma prova ad affrontare quello che lo stesso responsabile di prodotto ha definito il suo lato più debole.

    Resta da vedere se la promessa di Bier si realizzerà, soprattutto quando punta a rendere lo spam economicamente insostenibile entro 30 giorni.

    Più interessante da vedere è come gli utenti useranno questo nuovo strumento, se per migliorare la qualità delle conversazioni o per altri scopi che X non ha previsto.

    Vedremo come andrà anche questa.

  • Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Il World Happiness Report 2026 dedica l’edizione al rapporto tra social media e benessere. I dati confermano quello che sapevamo da tempo: le piattaforme guidate da algoritmi stanno erodendo la salute mentale dei più giovani. In 85 paesi su 136 i giovani sono più felici di vent’anni fa, ma in Occidente il trend si è invertito e l’Italia non fa eccezione.

    È inutile girarci intorno, i social media hanno smesso di essere social. Cioè le piattaforme hanno perso molto, in questi anni, del significato della parola “social”, intesa come connessione tra le persone.

    E quel momento coincide con l’inizio del declino del benessere giovanile. Non si tratta di una coincidenza, ma di una correlazione diretta. Ed è un meccanismo che il World Happiness Report 2026, pubblicato in occasione della Giornata Internazionale della Felicità, 20 marzo 2026, documenta con una precisione che lascia poco spazio alle interpretazioni.

    Il rapporto di quest’anno è diverso dai precedenti, infatti non si limita a stilare la classifica dei paesi più felici. Dedica l’intera edizione a una domanda che riguarda centinaia di milioni di adolescenti: cosa stanno facendo le piattaforme digitali al loro benessere? La risposta arriva da nove capitoli firmati da alcuni dei maggiori esperti mondiali, tra cui Jonathan Haidt, Jean Twenge e Cass Sunstein.

    In 85 paesi i giovani stanno meglio, in Occidente peggio

    Cominciamo col dire che in 85 paesi, su 136 analizzati, i giovani sotto i 25 anni sono più felici oggi rispetto a vent’anni fa. Il benessere giovanile globale, nel suo complesso, è aumentato. Ma fanno eccezione i paesi occidentali, e in particolare quelli anglofoni.

    Negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda il benessere degli under 25 è crollato di 0,86 punti su una scala da 0 a 10 negli ultimi vent’anni. Quasi un punto intero. È un dato rilevante, che segna una frattura generazionale ormai evidente.

    E l’Europa occidentale, Italia compresa, segue lo stesso trend, anche se con intensità leggermente inferiore.

    Il WHR 2026 identifica con chiarezza il principale indiziato, vale a dire l’uso intensivo dei social media, in particolare quelli guidati da feed algoritmici.

    Per essere molto chiari in questo contesto, il problema non è internet in sé. Il rapporto distingue nettamente tra attività online che aumentano il benessere e attività che lo erodono. Comunicare, informarsi, imparare, creare contenuti sono associati a maggiore soddisfazione di vita. Consumare passivamente social media, fare gaming e navigare senza scopo sono associati a valutazioni di vita più basse.

    Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Correlazione che cambia con l’età: negativa per la Gen Z, positiva per i Boomer

    Per quanto riguarda il capitolo 8 del rapporto, c’è un passaggio che chiarisce meglio la questione. I ricercatori hanno analizzato quattro cicli dell’European Social Survey, coprendo 30 paesi europei dal 2016 al 2024. E hanno scoperto che la relazione tra uso di internet e benessere varia drasticamente in base all’età.

    Per la Generazione Z la correlazione è fortemente negativa, diventa poi moderatamente negativa per i Millennial, ed è vicina allo zero per la Generazione X. Per i Baby Boomer è leggermente positiva.

    In altre parole, lo stesso strumento produce effetti opposti a seconda di chi lo usa e di come lo usa. I giovani europei, soprattutto le ragazze, ne stanno pagando il prezzo più alto.

    Il rapporto documenta che le fondamenta sociali ed emotive del benessere mentale si sono deteriorate soprattutto per i giovani europei, in particolare in Europa occidentale. Fiducia interpersonale, fiducia nelle istituzioni, percezione dell’attività sociale, frequenza degli incontri di persona: tutti questi indicatori mostrano i cali più marcati per le donne della Gen Z e dei Millennial.

    La distinzione cruciale: piattaforme per connettersi e piattaforme per consumare

    Il WHR 2026 introduce una distinzione abbastanza chiara a tutti in questo momento storico. Le piattaforme guidate da contenuti curati algoritmicamente tendono a mostrare un’associazione negativa con il benessere. Quelle invece progettate per facilitare le connessioni sociali mostrano un’associazione chiaramente positiva con la felicità.

    Non è solo questione di tempo trascorso online, ma riguarda davvero come quel tempo viene impiegato.

    I dati PISA su quindicenni di 47 paesi mostrano che la soddisfazione è massima in presenza di bassi livelli di uso delle piattaforme social media e diminuisce progressivamente con l’aumentare delle ore. Ma il tipo di uso conta quanto la quantità: seguire molte piattaforme, usare i social come fonte primaria di notizie, seguire influencer sono tutti comportamenti associati a stress più alto, sintomi depressivi più frequenti e maggiore probabilità di sentirsi peggio dei propri genitori.

    Quello che Meta sapeva e non ha detto

    Il capitolo 3, firmato da Jonathan Haidt e Zach Rausch, presenta sette linee di evidenza a sostegno di una tesi molto chiara: i social media stanno danneggiando gli adolescenti al punto da causare cambiamenti misurabili.

    Si tratta della conclusione di un’analisi che incrocia testimonianze dirette di giovani, genitori e insegnanti, documenti aziendali interni, studi correlazionali, ricerche longitudinali, esperimenti di riduzione dell’uso e esperimenti naturali.

    Ma la parte più interessante riguarda quello che le aziende tech stesse sapevano.

    A gennaio 2026 Haidt e colleghi della NYU hanno lanciato MetasInternalResearch.org, un archivio di 31 studi interni condotti da Meta tra il 2018 e il 2024. Documenti ottenuti grazie anche alle rivelazioni di Frances Haugen, alle testimonianze di Arturo Béjar e ai procedimenti legali avviati dai procuratori generali statali americani.

    Uno studio interno, si chiamava Project Mercury, era interessante perché era un esperimento randomizzato e controllato, condotto tra il 2019 e il 2020 in collaborazione con Nielsen. Gli utenti assegnati casualmente a disattivare Facebook e Instagram per una settimana riportarono minori livelli di depressione, ansia, solitudine e tendenza al confronto sociale. Meta chiuse il progetto invece di pubblicarlo.

    L’onda legislativa che parte dall’Australia

    Come sappiamo, e lo abbiamo raccontato su queste pagine e sul video podcast, l’Australia ha fatto da apripista con l’Online Safety Amendment Act, entrato in vigore a dicembre 2025. Una legge che vieta l’accesso ai social media agli under 16, senza possibilità di consenso parentale. Le dieci piattaforme coperte dal divieto sono Facebook, Instagram, Threads, Snapchat, TikTok, YouTube, X, Reddit, Twitch e Kicke e nel primo mese di applicazione sono stati rimossi, disattivati o limitati 4,7 milioni di account.

    Ora l’onda legislativa su questo tema si sta propagando. La Francia ha approvato il divieto per gli under 15 all’Assemblea Nazionale nel gennaio 2026. Spagna e Paesi Bassi hanno annunciato divieti per gli under 16 a febbraio. La Danimarca ha raggiunto un accordo per il limite a 15 anni. La Germania sta costruendo un consenso trasversale per il divieto agli under 16. Negli Stati Uniti, 28 stati hanno emanato leggi per scuole senza telefoni nel solo 2025.

    Il collegamento con l’intelligenza artificiale che nessuno vuole vedere

    Ma c’è un passaggio ulteriore che il WHR 2026 non affronta direttamente, ma che Haidt ha reso esplicito in diverse interviste recenti.

    In un’intervista a NPR di quest’anno lo psicologo ha espresso un concetto che condivido e che ho espresso, riferendomi all’aspetto delle regole, anche io in questi ultimi due anno. In sostanza, con i social media abbiamo lasciato che le piattaforme entrassero nella vita dei giovani senza capire cosa stava facendo al loro benessere. Con l’intelligenza artificiale stiamo per ripetere lo stesso errore, ma questa volta sarà più rapido e più devastante, perché parliamo di qualcosa che rischia di sostituire le relazioni umane.

    Haidt vede la battaglia sui social media come un test. Se le democrazie riescono a regolare le piattaforme social, avranno la credibilità e gli strumenti per regolare l’IA prima che sia troppo tardi. Ma non abbiamo cinque anni, ha aggiunto, dobbiamo fare in modo che questo accada entro il 2026.

    I numeri ci dicono che il 72% degli adolescenti americani ha già usato un “companion AI” almeno una volta. I “companion AI” sono piattaforme come Replika, Character.AI, e in parte anche ChatGPT usato in quel modo. Applicazioni che i giovani usano per parlare, per sfogarsi, per avere qualcuno che risponde sempre, che non giudica, che è sempre disponibile.

    Il rischio è che i chatbot empatici sostituiscano le relazioni umane proprio nella fase della vita in cui quelle relazioni sono più formative.

    Il World Happiness Report 2026 nel suo rapporto non offre soluzioni definitive, ma ci mette davanti i dati che mostrano quanto le piattaforme oggi incidono sul benessere e sulla felicità delle persone.

    Come ha scritto Jan-Emmanuel De Neve, direttore del Wellbeing Research Centre di Oxford e co-curatore del rapporto, è chiaro che dovremmo cercare il più possibile di rimettere il social dentro i social media.

    Questa è la parte più difficile, in un momento in cui le piattaforme sono sempre più animate algoritmo del proprietario che lascia sempre meno spazio alle relazioni vere e autentiche.

    Non sarà facile ricostruire questo aspetto delle piattaforme, più facile cambiare totalmente approccio. Bisogna abbandonare l’idea che le piattaforme siano ancora “contenitori di esistenze”, come sostenevo qualche anno fa, e trasformale il luoghi dove serve molta consapevolezza e responsabilità.

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