Categoria: Social Media

In questa categoria trovate articoli che riportano dati e ricerche sul mondo dei Social Media. Dal numero di utenti connessi, al tempo trascorso su ciascun social network

  • Twitter Spaces sarà disponibile anche nella versione web

    Twitter Spaces sarà disponibile anche nella versione web

    Twitter Spaces, dopo il propagarsi su iOS e anche su Android, sta per arrivare anche per versione web, quindi anche per desktop.

    Da qualche giorno, Twitter Spaces si sta propagando anche sull’app Android, diversi utenti, anche in Italia, stanno cominciando ad aprire i propri “spazi” di conversazione, dopo un primo test riservato a pochi utenti su iOS. E infatti, aumentano i momenti live visibili nella sezione dedicata ai Fleets. Ma c’è una notizia che potrebbe ancora di più estendere la diffusione di Spaces ed è quella, confermata poi anche da Twitter, che presto vedremo e useremo Twitter Spaces anche via web. Questo significa poter aprire spazi di conversazione anche dal proprio desktop e non solo, come è adesso, solo via app mobile.

    La prima ad accorgersi della novità, come sempre accade in questi casi, è stata Jane Manchun Wong, la revers engineering specializzata a scovare novità che poi vedremo aperte a tutti, che con un tweet ha “spoilerato” la novità. Nel tweet si vede una anteprima di quello che potrebbe essere la scheda di anteprima dell’apertura dello spazio, visualizzata da web.

    twitter spaces desktop franzrusso.it

    Ma c’è di più. Infatti, un po’ prima della Manchun Wong, uno sviluppatore di Twitter Spaces, “Noah”, che tutti abbiamo imparato a conoscere, ha pubblicato delle schermate di come potrebbe apparire Spaces da desktop.

    Portare Twitter Spaces sul web, e quindi renderlo disponibile anche per desktop, permetterebbe a Twitter di essere ancora più avanti nella grande corsa che vede tutte le piattaforme impegnate a lanciare la propria versione “Clubhouse-like“. Significherebbe, per la società guidata da Jack Dorsey, presidiare una zona, quella web/desktop, finora ancora inesplorata, in fatto di chat audio o audio rooms, che permetterebbe di abbracciare e coinvolgere un pubblico ancora più vasto.

    Di solito Twitter, in questi anni, non ci ha abituato a scatti in avanti nel momento in cui sembrava naturale muoversi in una direzione già segnata (basta guardare la storia di Periscope e del suo epilogo), ma stavolta è diverso. Twitter ha in mano un’occasione unica di anticipare tutti, anche Clubhouse che ancora non ha un versione Android che potrebbe vedere la luce, forse, in estate o più avanti. L’unico competitor diretto, al momento è Discord che ha lanciato la sua versione di audio room, chiamata Stage Channels, su tutte le versione, web e mobile.

    Twitter a questo punto ha tutto per non fallire e provare a tracciare una rotta, guidando le fila. E siamo sicuri che sarà così, anche perché le notizie societarie sono molto positive.

    Twitter, il futuro è nelle Community e nei Creator

    Come ricorderete, lo scorso anno il fondo Elliott (proprietario anche del Milan) aveva investito una grossa quota all’interno della società, con l’intento di mandare via Jack Dorsey e perseguire una strada diversa, che prevedesse innovazione e introiti. Ebbene, a distanza di pochi giorni tutto venne sistemato con l’ingresso di Silver Lake che mise sul piatto 1 miliardo di dollari e la riconferma di Jack Dorsey.

    Tutto questo per dire che la notizia è che Jesse Cohn, l’uomo di Elliott all’interno del consiglio di amministrazione di Twitter si dimetterà non appena la società di Dorsey troverà il suo nuovo direttore. La conferma che la strada giusta è ormai segnata, quella che prevede di raddoppiare i ricavi entro il 2023. E i mercati stanno dando ragione a questa strategia. In un anno, dall’ingresso di Elliott, le azioni di Twitter sono cresciute del 95%.

  • Anche LinkedIn e Spotify pronti a sfidare Clubhouse sulle chat audio

    Anche LinkedIn e Spotify pronti a sfidare Clubhouse sulle chat audio

    Anche LinkedIn e Spotify si apprestano a sfidare Clubhouse sulle chat audio. Due nuove occasioni per gli utenti di creare contenuto audio coinvolgente.

    Da quando Clubhouse è approdato nel mondo dei social media, mettendo la voce al centro della propria piattaforma, diversamente da quanto fatto dalle altre piattaforme in precedenza, non passa giorno che l’elenco dei potenziali competitor si aggiorni. Stavolta è il turno di LinkedIn, l’ultima grande piattaforma social media ad approdare alla forma di contenuto vocale, e di Spotify che, con l’acquisizione di Betty Labs, si appresta ad ospitare anche le conversazioni dal vivo, dopo aver molto investito sui podcast.

    Allora, andiamo con ordine e cerchiamo di capire come le due piattaforme si stanno attrezzando ad entrare nel grande mondo delle chat audio. Prima però è necessario ribadire che ci troviamo di fronte ad un fenomeno, per certi versi, inarrestabile e inevitabile. Certo, siamo ancora qui a raccontare dell’ennesimo esempio di “copia-incolla”, ma non poteva essere che così. I social media costituiscono l’unica, vera e grande, rivoluzione all’interno della comunicazione digitale ed è, appunto, inevitabile che questo fenomeno “copy-pasta” (da copy and paste) continui. D’altronde, tutti copiano la Coca-Cola, ma solo la Coca-cola è unica. Arriveremo, ad un certo punto, che sapremo riconoscere l’unicità come un valore per il fatto che una piattaforma riesce ad interpretare quella novità meglio di chiunque altra. Ed è quello che è successo per le Instagram Stories, meglio riuscite che su Snapchat e che tutti, più o meno, oggi associamo all’idea “contenuto effimero”.

    linkedin spotify chat audio clubhouse franzrusso

    Bene, detto questo, passiamo a conoscere le idee di LinkedIn e Spotify rispetto alle chat audio.

    Anche LinkedIn avrà le sue chat audio

    Come anticipato da Alessandro Paluzzi, il nostro revers engineering a cui nulla sfugge, anche LinkedIn sta sviluppando la sua versione di chat audio. Nell’ottica di offrire sempre nuove modalità di creazione del contenuto, LinkedIn ha poi confermato quello che Paluzzi aveva scoperto dall’app LinkedIn su Android. L’idea della piattaforma di proprietà di Microsoft è quella di offrire la possibilità di creare contenuti audio dall’identità professionale degli utenti. Si tratta quindi di un passo avanti ulteriore, rispetto alle altre piattaforme che si stanno cimentando sulla forma di contenuto vocale, come Twitter con Twitter Spaces (che dovrebbe essere presto disponibile per tutti gli utenti) o Facebook, di cui ancor non si conosce nulla.

    LinkedIn quindi, dopo i video e i video live, la newsletter, le stories, si lancia anche nelle chat audio e conferma di stare lavorando ad un format audio a TechCrunch, offrendo anche un’immagine di come sarà la chat audio sulla piattaforma. Come si vede dall’immagine, a differenza delle altre versioni, qui si differenziano visivamente gli speaker dagli ascoltatori, mettendoli ben in evidenza insieme all’host.

    Cosa offre di più LinkedIn? Di certo la possibilità di estendere la modalità di contenuto in chiave di networking, il vero core della piattaforma. E il contenuto audio può essere poi impiegato anche negli eventi. Come confermato dalla stessa società, il 2020 per LinkedIn è stato l’anno in cui gli utenti hanno usato di più la piattaforma per connettersi con gli altri (+30%), totalizzando 4,8 miliardi di connessioni, considerando che il 60% degli utenti si è spostato verso lo smart working, rispetto all’8% pre pandemia.

    Spotify pronta a lanciarsi negli audio live

    E anche Spotify, piattaforma audio musicale per eccellenza, dopo aver investito molto sui podcast, decide di lanciarsi nella sfida a Clubhouse puntando sugli audio live, andando a completare l’offerta di contenuto che viene messa a disposizione degli utenti. E questo perché la società guidata da Daniel Ek, CEO e co-founder, ha deciso di acquisire Betty Labs, la società che sviluppa Locker Room, l’app audio dal vivo dedicata allo sport. L’app è stata finora disponibile solo all’interno dell’Apple Store per iOS, probabile pensare, a questo punto, che l’app verrà sviluppata anche per Android aprendosi anche ad altri generi (con un altro nome), in modo da permettere agli utenti di creare contenuti audio anche su altri generi, oltre allo sport.

    Sebbene le due app rimarranno separate nella fase iniziale, non è escluso che poi, anche sulla base di come gli utenti useranno l’app per conversare dal vivo, le due possano fondersi un qualche modo. Di certo, lo sviluppo di Spotify verso i contenuti audio dal vivo è molto interessante.

    Come abbiamo visto, da qui in avanti la possibilità di usufruire e creare, soprattutto, contenuti audio sarà alla portata di tutti. Sarà poi l’utente, in base all’argomento, al pubblico a cui vuole parlare, a decidere dove realizzare la sua chat audio.

    A differenza di Clubhouse e di Twitter, LinkedIn e Spotify non hanno specificato se verrà sviluppata una modalità tale da permettere ai creator la possibilità di guadagnare creando degli eventi. Ma siamo certi che anche questa possibilità verrà replicata.

    E voi che ne pensate?

  • Amazon, i sindacati Usa e una strategia social sbagliata

    Amazon, i sindacati Usa e una strategia social sbagliata

    Amazon sta affrontando uno dei momenti più complicati da quando è nata. Il voto in Alabama potrebbe permettere l’ingresso dei sindacati all’interno delle proprie strutture. Ma la strategia social, molto aggressiva, è una scelta sbagliata.

    Come molti di voi sapranno, questa per Amazon è la settimana decisiva, in quanto potrebbe dare vita, per la prima volta in 27 anni, all’ingresso dei sindacati all’interno dei propri magazzini. La posta in gioco per Amazon è molto alta perché significherebbe rivedere i rapporti di lavoro con i propri dipendenti, finora gestiti senza bisogno che ci fosse una organizzazione dei lavoratori ad avanzare le istanze e le richieste degli stessi. Si tratta di uno dei grandi traguardi del secondo datore di lavoro degli Stati Uniti d’America che impiega nel mondo 1,3 milioni di persone. Solo nel 2020, l’anno della pandemia, con la spinta enorme e globale registratasi sul commercio online, Amazon ha impiegato 500 mila persone. In Italia sono circa 9.500 in 40 siti.

    Amazon e Union Vote in Alabama

    Per cercare di riassumere la questione, molto complessa per la verità, diciamo che all’interno del magazzino di Bessemer, Alabama (Usa), a fronte della pandemia, è nata una crescente richiesta di orari di lavoro più congrui, più tempo per le pause (i lavoratori raccontano di due pause di 30 minuti in un turno di 10 ore) e un trattamento più rispettoso. Come già successe nel 2014, per la seconda volta in un magazzino Amazon negli Usa si vota per avere una rappresentanza sindacale che gestisca le relazioni con l’azienda.

    amazon sindacati social media franzrusso.it

    Le operazioni di voto per posta non iniziate a febbraio e si sono concluse nello scorso fine settimane. Da lunedì è iniziata la fase del conteggio dei 6.000 voti e le operazioni potrebbero protrarsi per diverse giorni prima di conoscere l’esito. Nel frattempo, il caso ha finito per coinvolgere, inevitabilmente, la politica e non sono pochi i deputati che hanno preso posizione a difesa dei lavoratori Amazon dell’Alabama.

    In particolare, due senatori si sono schierati apertamente a difesa dei lavoratori e parliamo di Bernie Sanders, che è andato a trovare i lavoratori nel sito di Bessemer, ed Elizabeth Warren.

    Amazon e la strategia sui social media

    Ora, questo era per cercare di contestualizzare un po’ quello che sta accadendo intorno ad Amazon, il colosso e-commerce fondato da Jeff Bezos, l’intento è quello di soffermarci sulla strategia di comunicazione, sui social media in particolare, che l’azienda ha tenuto negli ultimi giorni. Una strategia dura, rude, in alcuni casi anche inappropriata, a testimonianza di come a volte non è vero che le dimensioni dell’azienda corrispondano ad una migliore gestione della propria comunicazione e della propria immagine.

    Dopo che i due parlamentari citati si sono schierati apertamente a favore dei lavoratori, secondo quanto riportato da Recode, Jeff Bezos in persona si sarebbe indispettito non poco, ordinando ai suoi manager di essere più incisivi a contenere le critiche sollevate dai due democratici.

    Di fronte a questa richiesta, mentre le operazioni di voto erano ancora aperte, Amazon decide di optare per una strategia sui social media frontale, molto aggressiva. E, oltre alle lamentele di Bezos, quello che ha preoccupato di più i vertici di Amazon è stato l’annuncio della visita di Sanders al magazzino di Bessemer. A quel punto la parola d’ordine è diventata “combattere”.

    Guardate i tweet che fa Dave Clark, il 24 marzo, quasi a sfidare Sanders sul tema del salario orario che l’azienda garantisce e sulle garanzie.

    https://twitter.com/davehclark/status/1374853182484963332

    Clark alza subito il tiro, vuole lo scontro e non è affatto conciliante. Butta nel mezzo quello che loro fanno, facendo intendere che “quello che facciamo noi non lo fa nessun altro, vai a fare battaglia da qualche altra parte“. Insomma, non un bel modo di conversare per essere il CEO di Amazon, una delle aziende più grandi del mondo. Provate a immaginare se Tim Cook facesse una cosa del genere, sarebbe, appunto, impossibile.

    Amazon sa benissimo che questo “Union Vote” è più grande di quanto si possa immaginare, è in gioco la stessa credibilità dell’azienda.

    E non è finita. Guardate come l’account di Amazon, @AmazonNews, risponde al repubblicano Mark Pocan che, citando con un commento il tweet di Clark, fa notare che nonostante la paga 15 dollari l’ora, Amazon non è un “luogo di lavoro progressista” se ci sono autisti che “fanno la pipì nelle bottiglie“. Guardate con quale aggressività si risponde, tutto il contrario di quello che si dovrebbe fare in questi casi: “La verità è che noi abbiamo più di 1 milione di dipendenti che sono orgogliosi di quello che fanno”.

    L’azienda non approcci alla conversazione cercando di spiegare la propria posizione, come si dovrebbe fare in questi casi, invitando l’interlocutore a “toccare con mano” quello che si sostiene. L’errore è già stato fatto, continuare con una strategia aggressiva non si fa altro che peggiorare le cose. Altro errore è anche quello di ritenere che l’aggressività in questi casi possa poi permettere di raccogliere qualche frutto. Invece, e bisogna dirlo chiaramente, questa strategia porta a raccogliere solo tempesta, come infatti sta avvenendo.

    Come detto prima, anche Elizabeth Warren, in questa occasione, è tornata alla carica sfruttando l’occasione dello Union Vote per rimarcare l’intenzione di presentare una legge che imponga ai colossi di Amazon di pagare “le giuste tasse” ed “evitare di eluderle portando tutto in paradisi fiscali“. Ecco come risponde Amazon:

    Cambiatele pure le leggi, non abbiamo pagato miliardi di dollari di tasse negli ultimi anni, questi sono i fatti“. Ma il diverbio poi è continuato, con la senatrice Warren che sottolinea l’arroganza dei tweet:

    E Amazon risponde così:

    La strategia del “tweeting through it”

    Quasi sempre le grandi personalità, come anche le grandi aziende, quando avvertono di essere in difficoltà o di essere prese di mira, la prima cosa che pensano di fare è adottare una strategia di attacco, pensando che esprimendo il proprio pensiero e le proprie motivazioni con aggressività possa portare a qualcosa di buono. Si tratta di una strategia che il più delle volte viene adottata proprio su Twitter, è quella che in gergo la si definisce “tweeting through it“. Una strategia difensiva che il più delle volte ha finito per complicare le cose. In pratica ad una domanda o ad alcune considerazioni che possono sembrare aggressive, si risponde moltiplicando l’aggressività, alzando il tono della conversazione, spiegando le proprie motivazioni con un tono arrogante e tracotante.

    Un esempio di strategia “tweeting through it” è quella che sistematicamente metteva in campo Donald Trump quando veniva attaccato. E sappiamo tutti come è finita.

    Cosa avrebbe dovuto fare Amazon in una situazione come questa?

    Cosa avrebbe dovuto fare Amazon?

    La risposta è molto semplice: esattamente il contrario.

    Questo perché l’esito del voto dell’Alabama, se vincessero i lavoratori, potrebbe innescare altri voti in altrettanti magazzini Usa e quindi metter in condizioni l’azienda di cedere sul punto che finora ha resistito in questi 27 anni. Quello che rimane, mettendo in pratica una strategia aggressiva, senza minimamente dimostrare di voler ascoltare e aprire un dialogo costruttivo, è il messaggio: “Io sono quello che vi pago di più e voi fate quello che vi dico“.

    Non è un bel modo di comunicare, specialmente sui social media dove il tema è trattato sempre con grande enfasi, capaci di generare conseguenze pesanti per l’azienda. Adesso Amazon potrebbe ancora recuperare in termini di immagine e chiedere scusa. Ma questa volta senza usare Twitter. Non avrebbe senso infatti fare come fanno in tanti, alzare il polverone e poi esporsi chiedendo scusa non aiuta. Il più delle volta si finisce per generare una “toppa peggiore del buco”.

    Ideale, prima dell’esito del voto, sarebbe quello di emanare un comunicato e scusarsi per aver alzato i toni, invitando i parlamentari a un dialogo sereno. Questo aiuterebbe molto, ma non succederà.

  • Facebook pronta a riaprire i suoi uffici dal 10 maggio

    Facebook pronta a riaprire i suoi uffici dal 10 maggio

    Facebook riapre gradualmente i propri uffici. Inizieranno a riaprire il 10 maggio gli uffici della Bay Area per poi pro seguire a riattivare il 10% di Menlo Park. In ogni caso, niente cibo all’interno dei campus e niente autobus.

    Secondo quanto riporta di San Francisco Chronicle, Facebook è pronta a riaprire i suoi uffici, in maniera graduale, seguendo l’andamento positivo della fase post pandemia da Covid-19. Il 10 maggio 2021 apriranno gli uffici della Bay Area, per poi arrivare a riattivare il 10% delle attività di Menlo Park, il quartier generale del colosso fondato da Mark Zuckerberg.

    Le riaperture proseguiranno poi con gli uffici di Freemont, il 17 maggio, Sunnyvale la settimana successiva, il 24 maggio, per poi proseguire il 7 giugno, quando riapriranno le due torri che si trovano al centro di San Francisco. Si tratta quindi di un lento ritorno ad una nuova normalità e di un provvedimento che si affianca a quello che in precedenza prevedeva il ritorno degli uffici a partire dal 2 luglio 2021. Data, quest’ultima, che resta comunque ancora valida per tutti gli altri dipendenti che potranno continuare a lavorare da casa.

    facebook riapre uffici franzrusso.it

    In ogni caso, Facebook prevede di riaprire i siti più grandi entro il 7 settembre 2021.

    Si tratta di un segnale positivo che testimonia come la situazione negli Usa, e in particolar modo in California, stia lentamente migliorando.

    Ma in realtà le prime aperture di Facebook avverranno già nel mese di aprile, quando si riattiveranno le attività in presenza negli uffici di Seattle. In programma c’è anche la riattivazione degli uffici in Asia.

    Gli uffici riapriranno ma con alcune limitazioni. Infatti per i dipendenti non sarà possibile più approfittare del cibo gratis e non ci saranno più gli autobus che porteranno i dipendenti nei campus. Restrizioni che al momento vengono fissate senza limiti di tempo. Una situazione questa che, come annota il SFC, potrebbe aiutare i ristoranti della zona, duramente colpiti dalla crisi pandemica, come in tutto il mondo.

    Altra notizia importante, da sottolineare, è che ai dipendenti non verrà richiesto di vaccinarsi. Una decisione che farà discutere.

    C’è da dire, però, che in parallelo al lento ritorno in ufficio per gli oltre 58 mila dipendenti, Facebook sta comunque assumendo figure professionali che resteranno a lavorare sempre da casa, o comunque in remoto.

    Nell’are di San Francisco, Facebook è la prima grande azienda ad annunciare la riattivazione dei propri uffici. A San Francisco per ora è permesso la riapertura degli uffici solo fino a 25%.

    Ad oggi, i grandi colossi tecnologici, quelli che hanno di certo guadagnato più di altri dalla crisi pandemica, stanno cominciando a rivedere i propri programmi di riapertura delle proprie sedi, in modo graduale.

    Microsoft nei giorni scorsi ha fatto sapere che i dipendenti della sede di Redmond cominceranno a rientrare dal prossimo 29 marzo, lasciano comunque la scelta se lavorare in ufficio a tempo pieno, o da casa, oppure una scelta ibrida tra casa e ufficio.

    Tra gli altro colossi, Salesforce ancora non ha deciso nulla in merito, mentre Google ha fatto sapere che i propri dipendenti potranno lavorare da casa ancora fino a settembre di quest’anno, senza programmare una vera riapertura.

  • Social Media e Privacy, è Instagram quella che condivide più dati online

    Social Media e Privacy, è Instagram quella che condivide più dati online

    Instagram è la piattaforma social media che condivide più dati degli utenti verso terze parti. È quanto emerge da una ricerca di pCloud basandosi sulle categorie delle app su Apple Store.

    Instagram condivide più dati di Facebook. Sembra strano vero? Eppure, è così. La conferma di questa affermazione ci arriva da una recente ricerca di pCloud che ha analizzato il modo in cui le app, tutte o quasi, condividono online i dati dei propri utenti. Un tema questo molto sentito di recente, specie dopo la vicenda che ha riguardato WhatsApp, quando ha chiesto di accettare, senza opzione, il cambio delle condizioni d’uso e della privacy che contenevano o scambio di dati con Facebook, la piattaforma della casa madre.

    Ora, al netto di quelle che sono le regole europee in materia, che proteggono gli utenti del vecchio continente più di quanto si è portati a credere, esiste un grande tema di come le piattaforme condividono i nostri dati con app di terze parti.

    Ormai ci siamo abituati, non del tutto per la verità, ma sappiamo bene che se ci troviamo su una piattaforma e visualizziamo un annuncio, è altamente probabile che, spostandoci da un’altra parte, visualizzeremo comunque la pubblicità di quel prodotto/servizio visto prima. E lo stesso ci seguirà un po’ ovunque. Questo perché nel momento in cui abbiamo accettato le condizioni d’uso, abbiamo accordato questo tipo di trattamento. E spesso, accettiamo senza leggere che cosa stiamo accordando. Accettando quelle condizioni, diamo il permesso a quell’app di trattare i nostri dati.

    social media dati utenti franzrusso.it

    Fatta questa premessa, per cercare di in quadrare bene il tema, vediamo cosa è venuto fuori dalla ricerca di pCloud.

    La ricerca si basa sulle categorie evidenziate da Apple all’interno dell’Apple Store. Sono 14 e permettono di comprendere come vengono trattati i dati degli utenti. pCloud ha basato la sua analisi sulla base di questi dati.

    Intanto partiamo da un dato generale, molto significativo che è questo: il 52% delle app condivide i nostri dati con terze parti.

    I dati dicono che il 43% dei dati raccolti cercando un video su YouTube vengono condivisi con terze parti. Dati che serviranno ad ottimizzare meglio gli annunci da mostrare agli utenti. Se il 43% vi sembra un dato elevato, allora aspettate a sapere quanto condividono le altre piattaforme social media.

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    Instagram, l’app che condivide più dati degli utenti: il 79%

    Quella che condivide più dati degli utenti verso terze parti è Instagram, il 79% dei nostri dati, tra i quali la cronologia di navigazione e le informazioni personali. Questo è il motivo per cui non c’è molto da restare sorpresi se vi sono così tanti annunci sull’app. Circa 1 annuncio ogni 4/5 post sul feed (alle volte anche dopo 3 annunci) e 1 annuncio ogni 3 stories.

    Dopo Instagram si piazza Facebook, che condivide il 57% dei nostri dati, mentre LinkedIn ne condivide il 50%. Notate come il podio, le prime tre posizioni di questa classifica, vede solo piattaforme social media che, di conseguenza, sono le peggiori da questo punto di vista.

    Ma quali sono le app più sicure ì, quelle che condividono meno dati di altre?

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    Ebbene, si tratta di Clubhouse, Netflix e Signal. A proposito di Signal, vi invitiamo a leggere il nostro approfondimento sull’app di messaggistica, al momento, più sicura.

    Anche app come Skype, Teams o Classroom, app che hanno riscontrato un grande successo durante il lockdown dello scorso anno, non condividono tanti dati.

    Ecco, questo era un breve resoconto di questo studio che trovate anche qui.

    E poi, fateci sapere cosa ne pensate.

  • Perché Microsoft potrebbe acquisire Discord, e sarebbe un affare

    Perché Microsoft potrebbe acquisire Discord, e sarebbe un affare

    Microsoft potrebbe acquisire Discord per 10 miliardi di dollari, secondo molte fonti. E per il colosso di Redmond sarebbe un vero affare.

    La notizia sta rimbalzando ovunque e sta facendo, ovviamente, molto discutere. Stiamo parlando della possibile acquisizione di Discord da parte di Microsoft, per una cifra che dovrebbe essere pari o superiore ai 10 miliardi di dollari. Al momento non ci sono conferme ufficiali, ma da più fonti citate dai blog e dai media americani, sembra che il colosso di Redmond sia in vantaggio su altre aziende che hanno manifestato interesse verso la piattaforma di messaggistica online, usata per lo più nel grande mondo del gaming. Secondo fonti raccolte da VenureBeat, in lizza per cercare di accaparrarsi l’affare ci sarebbero, oltre a Mirosoft, anche Amazon, Twitter e Google.

    Di certo è che Discord ha di fronte a sè una scelta obbligata tra due opzioni: provare a vendere al migliore offerente, oppure, andare in Borsa ed evitare la prima opzione. Microsoft in questa fase iniziale è in vantaggio rispetto alle altre pretendenti, anche perché è quella che già dispone di una piattaforma di gaming, come la Xbox, che potrebbe sfruttare le grandi potenzialità di Discord.

    Microsoft potrebbe acquisire-Discord affare franzrusso.it

    Perché Microsoft dovrebbe acquisire Discord

    Ed è proprio in relazione agli sforzi fatti su Xbox, in questi anni, nel cercare di reggere alla concorrenza della Playstation, che Microsoft avrebbe tutto da guadagnare dall’affare con Discord. Infatti, la piattaforma di messaggistica, usata dai gamers per messaggiare tra loro, potrebbe vivere come piattaforma a sè stante all’interno dell’ecosistema Microsoft, così come succede per LinkedIn o Github, ma potrebbe poi integrarsi con Xbox, diventando la piattaforma di messaggistica all’interno della console. Ma potrebbe essere integrata anche in altri prodotti, certo. Se fosse così, Discord potrebbe affiancarsi a Teams e far andare in pensione Skype, piattaforma ormai sempre più desueta.

    Ecco, per queste motivazioni, Microsoft avrebbe tutto da guadagnare da un affare come questo, riuscendo a sorprendere la concorrenza. Per queste motivazioni sarebbe un vero affare.

    Ma cos’è Discord?

    Cos’è Discord

    Discord è una piattaforma di messaggistica nata per community. Quella che ha tratto vantaggio dalle sue caratteristiche è la community dei gamers. Per questo motivo no sorprendono i numeri che caratterizzano Discord.

    Lanciata nel 2015, fondata da Jason Citron (CEO) e Stan Vishnevskiy (CTO), nel 2020 ha generato 130 milioni di ricavi con una crescita del 188%, come riportato dal Wall Street Journal. La piattaforma è gratuita, ma la maggior parte delle entrate deriva da Discord Nitro che offre diverse funzionalità.

    Discord conta 300 milioni di utenti iscritti, 140 milioni di utenti attivi al mese (2021) e circa 20 milioni di utenti attivi al giorno (2020).

    La piattaforma ad oggi vale 7 miliardi di dollari, raddoppiando il suo valore di 3,5 miliardi di dollari dello scorso anno.

  • Twitter, al via il test per vedere i video YouTube sulla piattaforma

    Twitter, al via il test per vedere i video YouTube sulla piattaforma

    Twitter sta sperimentando, su iOS, una modalità che permetterà la visualizzazione dei video di YouTube all’interno del timeline. Curioso il siparietto tra Adam Mosseri e Kayvon Beykpour.

    Twitter sta sperimentando una modalità che permetterà la visualizzazione dei video di YouTube all’interno del timeline. Di conseguenza, sarà possibile vedere il video senza mai lasciare la piattaforma. Solitamente, come avviene oggi, inserendo il link del video di YouTube, la visualizzazione avveniva al di fuori di Twitter, venendo trasferiti appunto su YouTube. In questo modo, per ora il test vale solo su iOS, si potrà continuare a vedere il video rimanendo sempre su Twitter.

    twitter video youtube

    Il tweet di Twitter Support fa vedere come funzionerà:

     

    Il test di Twitter durerà 4 settimane in pochi paesi

    Da quello che si sa, il test per ora sarà possibile solo per un ristretto numero di utenti, localizzati in Canada, Usa, Giappone e Arabia Saudita.

    Il test su iOS sarà un esperimento che andrà avanti per quattro settimane“, ha dichiarato un portavoce della società guidata da Jack Dorsey. “La nostra intenzione è quella di dare di dare un’occhiata ai risultati, alla fine di questo periodo, per poi decidere di conseguenza“.

    Twitter, sarà possibile condividere le immagini nel formato originale

    Questo test si aggiunge a quello già lanciato qualche giorno fa, restando sempre all’interno dei contenuti multimediali. Infatti, Twitter sta sperimentando la modalità di condividere le immagini lasciando che vengano condivise nel loro formato originale. Una volta pubblicate, si vedranno come quando vengono inserite nella composizione del tweet. Senza tagli dunque.

    Come sapete, una volta che viene condivisa un’immagine all’interno di un tweet, questa viene tagliata, lasciando che il focus sia il centro dell’immagine. La visualizzazione viene comunque tagliata, proprio nei punti in cui il taglio non è necessario, con risultati non proprio esaltanti. E pensare che qualche anno fa Twitter pensava di risolvere il tutto affidandosi all’Intelligenza Artificiale.

    Questo test segue ancora un altro test che riguarda, invece, la possibilità di caricare e visualizzare, da mobile, immagini in 4K.

    Twitter, dopo YouTube è la volta di Instagram?

    A margine dell’annuncio dell’avvio del test riguardo alla possibilità di visualizzare il video di YouTube sempre restando su Twitter, vogliamo segnalarvi il simpatico siparietto tra Adam Mosseri, il capo di Instagram, e Kayvon Beykpour, responsabile di prodotto di Twitter. Il tutto è nato da un tweet di Casey Newton, di The Verge, il quale con un tweet provocatorio ha scritto:

    Invitando a fare lo stesso con Instagram , immediata è stata la risposta di Beykpour: “Ci piacerebbe, ma bisogna essere in due a ballare il tango“. Alludendo al fatto che per realizzare la possibilità di poter visualizzare il contenuto condiviso da Instagram sempre restando sulla piattaforma (cosa ad oggi non possibile, infatti), bisogna che ci sia la collaborazione di tutti e due.

    Al tweet di Beykpour risponde proprio Mosseri, chiamato in causa proprio da Casey Newton, con una GIF, senza aggiungere altro:

    E, sempre Beykpour gli fa notare che quello che balla è sempre uno, e non due. Probabile che il messaggio di Mosseri fosse: “Per ora balliamo da soli“. Vale a dire, al momento non ci sarebbe l’interessa da parte di Instagram ad andare avanti.

    La cosa finisce lì, anche se non pochi utenti hanno evidenziato come, forse, la riluttanza di Instagram sia motivata dal fatto che non vuole disperdere altrove l’engagement.

    Su questo punto, Kayvon Beykpour fa notare che non è una questione di engagement, quanto una “questione filosofica” che solo Mosseri potrebbe spiegare, sottolineando la volontà di Twitter a poter proseguire su questa strada.

    Insomma, la possibilità di poter condividere contenuti da Instagram anche su Twitter, non sarebbe male, e sicuramente sarebbe una opportunità per entrambi. Staremo a vedere cosa succederà.

  • YouTube, ecco la sfida a TikTok con YouTube Shorts

    YouTube, ecco la sfida a TikTok con YouTube Shorts

    YouTube, dopo alcuni mesi di test in India, lancia negli Usa YouTube Shorts, il formato di video brevi con una lunghezza massima di 60 secondi. La sfida a TikTok è partita.

    Come anticipato esattamente un mese fa, YouTube lancia da oggi la sfida a TikTok negli Usa. Il formato di video brevi chiamato YouTube Shorts era stato lanciato in India, in fase di test, qualche mese fa e da oggi inizia a comparire negli Stati Uniti.

    YouTube Shorts è un formato di video brevi che possono essere registrati con il proprio smartphone, attivando la telecamera Shorts, e possono avere una durata massina di 60 secondi. L’ideale sarebbe quello di realizzare mini video di 15 secondi con diversi clip. I video brevi possono essere accompagnati da brani musicali grazie ad accordi con diverse case discografiche come Universal Music Group, Sony Music Entertainment, Warner Music Group e Warner Chappell Music, Believe, Merlin, 300 Entertainment, Kobalt, Beggars, CD Baby, Empire, Peer, Reservoir, OneRPM e altre. Si parla di accordi, a livello globale, con circa 250 etichette, e questo è, senza dubbio, un grande punto di forza per YouTube Shorts.

    youtube shorts tiktok

    Il formato prevede anche la possibilità di utilizzare testo, alcune funzionalità sono state arricchite proprio in occasione del lancio negli Usa, e anche la possibilità di impostare un Timer, impostando il conto alla rovescia e lavorare liberamente, e anche la Velocità, per accelerare o rallentare il video.

    La modalità di visualizzazione degli YouTube Shorts è identica a quella per vedere i video su TikTok, quindi un feed infinito, gestito da algoritmi, il quale permette di esplorare tag e account specifici. Per dirla tutta, l’interfaccia è identica a TikTok.

    Attenzione però, si tratta di in formato ancora in divenire e quindi, paragonandolo a TikTok, si notano ancora diverse mancanze. Al momento di tratta di un semplice formato di video brevi, con visualizzazione a scorrimento, all’interno di YouTube, ma non ancora ai livelli di TikTok. Molto probabile che, nel corso delle prossime settimane, quando si completerà la propagazione negli Usa, verranno lanciati nuovi strumenti.

    Il motivo per cui YouTube ha deciso di dare vita a un formato di video brevi è, senza dubbio, quello di estendere l’accesso sulla piattaforma a chiunque voglia realizzare un video su YouTube, in maniera smart e veloce, senza per forza avventurarsi a creare video più lunghi. Gioco forza, questa strategia guarda evidentemente a quanto già fa TikTok, anche se il risultato finale al momento somiglia molto ai Reels di Instagram, che, a loro volta, nascono proprio copiando TikTok.

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    Il tentativo di YouTube appare forse tardivo, ma sappiamo quale sia la forza della piattaforma di condivisione di video più usata. Con questa funzionalità, ai creator viene offerta la possibilità di diversificare il contenuto, abbracciando anche il contenuto breve, in alternativa al formato più lungo. E poi, un altro grande vantaggio, è quello di poter attingere ai brani musicali originali, cosa non da poco.

    A proposito di India, la fase di test non è casuale in quanto il paese asiatico ha ormai vietato TikTok ormai da mesi. Ed è notizia di questi giorni che ByteDance, la startup proprietaria della piattaforma, si è arresa del tutto al volere delle autorità, procedendo a chiudere del tutto i propri uffici e licenziando oltre 2 mila dipendenti.

    YouTube prova a far sentire la sua voce all’interno di un settore, quello dei video brevi, presidiato da TikTok, da Spotlight di Snapchat e dai Reels di Instagram. resta da capire cosa farà la piattaforma per evitare che questo formato diventi una repository di video già pubblicati su TikTok, come accade per i Reels (adesso penalizzati in termini di portata) e cosa intende fare in termini di monetizzazione. Tutte domande che troveranno risposta nei prossimi mesi.

    Al momento non si conosce alcun piano di espansione del formato in altri paesi.

  • Clubhouse compie 1 anno e in Italia sono 435 mila i download

    Clubhouse compie 1 anno e in Italia sono 435 mila i download

    Clubhouse compie 1 anno e i download sono 13 milioni a livello globale. L’Italia si piazza in settima posizione tra i primi 10 paesi al mondo con 435 mila.

    Clubhouse è senza dubbio l’app del momento e fece il suo debutto il 17 marzo 2020, quindi oggi compie il suo primo anno. Curioso notare come, a distanza di un anno, si debba parlare di lockdown, almeno in Italia, parzialmente, e in qualche paese europeo. Forse suona strano dirla in questo modo, ma Clubhouse deve molto alla pandemia perché, essendo costretti tutti, almeno durante la prima ondata, a stare chiusi in casa, ha trovato condizione ideale per emergere in un panorama, quello dei social media, fino al quel momento arroccato a certi standard.

    Comunque la si pensi, come spesso si dice in casi in cui l’opinione non è omogenea, Clubhouse ha sicuramente contribuito a rendere più dinamico lo scenario, introducendo come forma di contenuto la voce.

    Clubhouse, download a livello globale sono 13 milioni

    Dopo un periodo in cui l’app ha conosciuto un momento di diffusione solo circoscritto agli Usa, l’app è diventata popolare verso la fine dell’anno scorso, affacciandosi anche all’interno del mercato italiano. Il successo è stato immediato un po’ ovunque e il nostro paese è uno dei principali mercati per numero di download.

    clubhouse download primo anno franzrusso.it Infatti, in occasione proprio del compleanno di Clubhouse, App Annie ha diffuso dati interessanti. E scopriamo che proprio in questi giorni l’app ha raggiunto il record di 13 milioni di download, erano 5 milioni appena un mese fa. Piccola precisazione sui download. Spesso si dice che i download non corrispondano sempre ad un utilizzo effettivo dell’app, ed è vero. In questo caso specifico, download e uso effettivo corrispondono, perché l’app funziona solo su iOS ed è su invito. Quindi, il dato del download dell’app è conseguenza dell’invito ricevuto a scaricare e ad usare l’app. Potremmo anche sbilanciarci a dire, sempre in questo caso specifico, che ad ogni download corrisponde un utente attivo.

    Clubhouse download italia app annie

    Clubhouse, in Italia i download sono 435 mila

    Il dato, che sicuramente interesserà molti di voi, è quello riferito al nostro paese. Posto che il mercato principale per Clubhouse resta quello degli Usa, possiamo dire che il nostro paese si piazza tra i primi 10, precisamente in settima posizione dopo la Malaysia. Nel dettaglio, ad oggi i download sono 435 mila, sempre secondo i dati forniti da App Annie.

    Recentemente, un sondaggio di Gimmelike ci ha permesso di conoscere cosa ne pensano gli italiani di Clubhouse. Ebbene, il 60% ha espresso apprezzamento, trovandolo “interessante”; il 35% “solo in parte”; il 5%, invece, è rimasto deluso. Tra gli aspetti che piacciono poco dell’app, al primo posto troviamo il fatto di essere “esclusivo” (23%), l’assenza di testo (23%), poco immediato (20%). Il 15% poi lo trova anche noioso. E poi, il 9% non lo trova interessante per la mancanza di video e foto. Altro dato interessante è che il 46,4% pensa che non lo userà, restando comunque in attesa della versione Android che, a detta dei due fondatori, Paul Davison e Rohan Seth, dovrebbe arrivare presto, forse entro la primavera inoltrata.

    Clubhouse, i primi dieci paesi

    Questi sono i dati precisi che riguardano i primi dieci paesi in cui Clubhouse è più popolare. Notate come dopo gli Usa ci sia il Giappone, seguito da Germania (primo paese europeo) e dal Brasile:

    1. Usa: 3,2 milioni
    2. Giappone: 1,8 milioni
    3. Germania: 735.000
    4. Brasile: 615.000
    5. Russia: 540.000
    6. Malesia: 567.000
    7. Italia: 435.000
    8. Regno Unito: 397.000
    9. Corea del Sud: 387.000
    10. Turchia: 363.000

    Clubhouse agli inizi di febbraio ha ricevuto un finanziamento di ben 100 milioni di dollari da Andreessen Horowitz, facendo lievitare il suo valore a 1 miliardo di dollari. In quella occasione venne diffusa quella che è la rotta che l’app seguirà nella sua evoluzione. Al primo posto vi era un passaggio che da subito abbiamo definito qui sul nostro blog come il più interessante, e cioè la possibilità per i creator di poter monetizzare.

    Clubhouse Creator First

    E infatti, a distanza di poche settimane, Clubhouse ha lanciato il suo programma di accelerazione “Creator First”, un programma specifico per i creator, finalizzato a mettere a disposizione tutti gli strumenti per poter monetizzare usando l’app. Obiettivo del programma è di portare i creator a generare fino a 5 mila dollari al mese. Traguardo ambizioso, ma evidentemente alla portata.

    Per Clubhouse inizia, forse, la sfida più difficile. Quella di dimostrare, prima del tempo, che non si tratta di un semplice “fuoco di paglia”, di dimostrare quindi di essere una realtà solida. Accanto a questa sfida, si aggiunge anche quella di reggere la concorrenza.

    Twitter, il futuro è nelle Community e nei Creator

    La più concreta è sicuramente quella di Twitter Spaces, una funzionalità di Twitter, in-app, nel senso che non necessità una app stand-alone, che è proprio la risposta a Clubhouse. Twitter in questi giorni sta permettendo ad un ampio gruppo di utenti, su iOS e su Android, di poter ascoltare gli “spazi”. Per ora la possibilità ci crearli resta circoscritta ad un ristretto gruppo di utenti, qualche migliaio in tutto il mondo. E intanto la società guidata da Jack Dorsey ha fatto sapere che Twitter Spaces sarà disponibile per tutti entro poche settimane, ne mese di aprile.

    Rispetto a Clubhouse, il cui funzionamento è molto simile, Spaces offrirà la possibilità di scaricare il file audio e anche la trascrizione della conversazione, oltre alla possibilità di poter importare tweet testuali. E ha già previsto un modo per monetizzare con Super Follows.

    Insomma, la sfida si fa serrata, senza dimentica che anche Facebook si sta preparando a lanciare la sua versione di chat audio anche se ancora non si conoscono altri dettagli.

    E voi che ne pensate? State usando Clubhouse? E come vi trovate?

  • Twitter, il futuro è nelle Community e nei Creator

    Twitter, il futuro è nelle Community e nei Creator

    Twitter finalmente prova a cambiare la sua strategia e ora punta alle Community e ai Creator. Il futuro delle piattaforme social media è lì.

    A novembre dello scorso anno, qui sul nostro blog, scrivevamo che il futuro delle piattaforme social media non sarebbe stato nella ricorsa all’ultima funzionalità (magari copia-incolla), ma sarebbe stata invece nella capacità di “guardare alle proprie community”. Continuare a copiare funzionalità non solo non apporta nulla in termini di caratterizzazione della piattaforma, ma non aggiunge nulla alla costruzione della relazione.

    Ebbene, dopo anni di immobilismo, Twitter comincia a delineare la sua vera strategia per il futuro, mettendo al centro le community. Come già anticipato, la società guidata da Jack Dorsey, co-fondatore della piattaforma, in occasione del Virtual Investor Day 2021, ha delineato quello che sarà il futuro della piattaforma per i prossimi 3 anni, prevedendo un aumento della base utenti giornaliera, fino a 315 milioni di utenti giornalieri monetizzabili, e raddoppiando i ricavi al 2023. Un progetto ambizioso, ma non impossibile perché tutto questo ruoterà proprio attorno alle Community.

    twitter community creator futuro

    Come sappiamo, Twitter dalla fine dello scorso anno sta lavorando a Twitter Spaces, la risposta a Clubhouse. Si tratta di “spazi” all’interno dei quali gli utenti possono incontrarsi e conversare di argomenti specifici attraverso la voce. Per ora si tratta solo di una fase di test, allargata solo agli utenti iOS, nei giorni scorsi è stata estesa ad altri 1.000 nuovi utenti. Ma, come abbiamo ricordato qui sul nostro blog, nelle prossime settimane arriverà anche su Android.

    E Twitter su Space conta molto. A differenza delle altre volte in cui ci si è trovati ad avere tra le mani funzionalità tali da far evolvere la piattaforma, rovinate e perse per strada a causa della scarsa strategia, questa volta la società sembra aver compreso che questa potrebbe davvero innescare quel processo di innovazione della piattaforma tanto atteso.

    Il lancio di Super Follows è funzionale per la piattaforma per due motivi che adesso vedremo brevemente. Prima però spieghiamo che Super Follows è una funzionalità che permetterà ai creators di monetizzare, una svolta per la società guidata da Jack Dorsey. Una strada molto simile sta per prendere anche Clubhouse. Questa è la dimostrazione che le grandi piattaforme hanno compreso che all’interno delle stesse vi era un grande vuoto che andava colmato. Per la verità, altre piattaforme avevano cercato di farlo, ma adesso di fronte a questo scenario, verranno spazzate via e le piattaforme social media realizzeranno quello che era naturale che accadesse. E cioè dare spazio ai propri creator e creare luoghi dove la qualità è in qualche modo assicurata.

    Per troppo tempo abbiamo discusso di come le piattaforme aperte a tutti hanno finito per permettere a chiunque di infarcirle di fake news e contenuti d’odio e violenti. E per troppo tempo abbiamo constatato quanto fosse complicato per le piattaforme gestire questi fenomeni. Anche perché, il modello costruito sulla pubblicità non ha proprio l’interesse a gestirlo, perché quel contenuto, anche fake, porta visualizzazioni e porta guadagni. Spiace dirla in questo modo, ma così è.

    Twitter, futuro roseo con 315 milioni di utenti giornalieri e raddoppio dei ricavi

    Invece, il cambio di passo verso i creator e verso le community apre ad un altro modello di business, non più dipendente dalla pubblicità, ma che apre alla qualità dei contenuti. Questa è la svolta che Twitter vuole imprimere alla sua piattaforma. E non è poco.

    Di fianco a Super Follows, Twitter ha lanciato anche un’altra funzionalità dal nome eloquente, appunto Communities. Si tratta di una modalità che permette di creare spazi per argomenti, a cui gli utenti possono unirsi. Questo perché Twitter ha notato che gli utenti sono attratti più dagli argomenti che non dalle personalità che trattano di quegli argomenti di interesse. Gli argomenti sono il gancio per attrarre coinvolgimento. Infatti, le raccomandazioni di tweet su argomenti specifici guidano l’8,2% dell’engagement, rispetto al 3,2% delle raccomandazioni di tweet basati su account.

    Dicevamo prima dei due motivi che permetterebbero a Twitter di giovare da questo cambio di strategia. Il primo è quello di agganciarsi alla “creator economy“, permettendo agli utenti di crearsi uno spazio esclusivo per i propri followers e alzare il livello della qualità dei contenuti. Il secondo, è che in questo modo Twitter si assicura una fonte di entrata ulteriore e diversificata. Quella fonte di entrate che gli potrebbe permettere di raggiungere l’obiettivo dei 7,5 miliardi di dollari entro il 2023.

    Al momento le ipotesi di “abbonamento” parlano di cifre attorno ai 4,99 dollari al mese per avere contenuti extra ed esclusivi. All’interno di questo schema verrà inserito anche un paywall che includerebbe anche TweetDeck, con funzionalità ulteriori.

    Insomma, il futuro per come lo avevamo delineato qualche mese fa sta per delinearsi in maniera concreta e passa quindi dalle Community e dalle nicchie, dove giocano un ruolo fondamentale i creator.

    E voi che ne pensate? Paghereste per avere contenuti esclusivi?

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