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  • Muse Image, l’Intelligenza Artificiale di Meta entra nella creazione dei contenuti

    Muse Image, l’Intelligenza Artificiale di Meta entra nella creazione dei contenuti

    Meta lancia Muse Image, il suo primo modello di generazione di immagini firmato Meta Superintelligence Labs, e lo porta subito dentro Instagram Stories e WhatsApp. In anteprima arriva anche Muse Video. Il modello lavora in modo agentico, usa strumenti di ricerca e di coding e si autocorregge da solo.

    Dopo il lancio del Superintelligence Lab, avvenuto ad aprile scorso, ecco che Meta si lancia nel grande mondo della IA generativa, facendo un salto di qualità notevole. La società di Zuckerberg quindi, dopo tante fasi altalenanti, e tanti investimenti, decide di entrare in competizione diretta con Grok (modello di xAI alla base di X) e anche con ChatGPT e Gemini. Proprio nella generazione delle immagini.

    Infatti ieri, 7 luglio 2026, Meta ha annunciato Muse Image, il suo primo modello di generazione di immagini, e ha presentato in anteprima Muse Video, il modello gemello per i contenuti in movimento.

    Si tratta dei primi prodotti di generazione di contenuti firmati Meta Superintelligence Labs, la divisione di ricerca guidata da Alexandr Wang, primo Chief AI Officer nella storia dell’azienda.

    E non si tratta di un rilascio isolato. Come già raccontato sempre ad aprile, Muse Spark era stato il primo modello costruito da zero dal nuovo laboratorio. Muse Image, quindi, ne è la naturale prosecuzione, applicata questa volta alla generazione visiva.

    Muse Image, l'Intelligenza Artificiale di Meta entra nella creazione dei contenuti
    Muse Image, l’Intelligenza Artificiale di Meta entra nella creazione dei contenuti

    Meta Superintelligence Labs e la logica agentica di Muse Image

    Va sottolineato un elemento che distingue Muse Image dalla maggior parte dei generatori di immagini che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni. Il modello di Meta non si limita a tradurre un prompt (indicazione o comando testuale) in un’immagine in un solo passaggio. Funziona, dice il colosso di Menlo Park, in modo agentico. Significa che il modello pianifica, usa strumenti esterni, valuta il proprio lavoro e lo corregge prima di consegnarlo.

    Durante l’addestramento con apprendimento per rinforzo (tecnica di machine learning), il modello ha imparato a scrivere ed eseguire codice per produrre grafici accurati o QR code funzionanti, e a cercare sul web per ancorare le immagini generate a informazioni reali e aggiornate, specialmente su temi legati all’attualità.

    In combinazione con Muse Spark, la stessa capacità di scrivere codice arriva a produrre GIF animate, siti con immagini incorporate e persino giochi visivi interattivi. Meta sostiene inoltre che la capacità di ricerca migliori sensibilmente l’accuratezza fattuale delle immagini prodotte, un problema che ha sempre accompagnato i generatori come questi.

    L’azione di autocorrezione di Muse Image

    Ma il dettaglio più interessante è un altro. Muse Image mostra un comportamento di auto-correzione che, stando a quanto scrive Meta, non è stato progettato in precedenza. Infatti, è emerso in maniera naturale durante l’addestramento, perché produceva immagini migliori e quindi un punteggio di ricompensa più alto. In pratica il modello rilegge il proprio lavoro nella catena di ragionamento e decide se serve una piccola modifica, una generazione da capo, o un cambio di strategia più radicale.

    A questo si aggiunge la scalabilità del calcolo in fase di inferenza: più tempo e risorse il modello impiega a “pensare”, tra ragionamento testuale, chiamate a strumenti esterni e passaggi di autocorrezione, più il risultato migliora. Di conseguenza, i miglioramenti crescono via via più lentamente man mano che si aggiunge calcolo.

    Interessante notare che, secondo i test interni dell’azienda, generare più immagini e scegliere la migliore (la tecnica nota come best-of-N, quando il modello genera più immagini da uno stesso prompt) funziona bene solo all’inizio e si esaurisce in fretta, mentre investire lo stesso calcolo in ragionamento deliberato continua a produrre miglioramenti.

    Editing di precisione e composizione da più riferimenti

    Muse Image punta molto sull’editing controllato. Il modello, spiega Meta, modifica esattamente quello che l’utente chiede, mantenendo coerenza tra i vari passaggi di un editing iterativo, così da permettere modifiche successive senza perdere il contesto delle precedenti.

    Si può chiedere di rimuovere un elemento indesiderato da una fotografia, mettersi virtualmente davanti a un monumento storico, o costruire un QR code funzionante partendo da un semplice prompt testuale.

    C’è poi la composizione multi-riferimento: Muse Image può combinare elementi provenienti da più immagini di input, persone, oggetti, abiti, stili, ambienti, interpretando prompt che alternano testo e immagini per costruire composizioni complesse. Ed è qui che il modello si appoggia esplicitamente a Instagram per il contesto social, un’integrazione che nessun concorrente diretto può replicare con la stessa profondità, semplicemente perché nessun concorrente possiede una piattaforma social media di quelle dimensioni.

    Muse Image, l'Intelligenza Artificiale di Meta entra nella creazione dei contenuti
    Muse Image, come si presenta

    Dove è attivo Muse Image e dove arriverà

    Muse Image è disponibile da subito nell’app Meta AI e su meta.ai, nelle Instagram Stories negli Stati Uniti e su WhatsApp in un numero limitato di Paesi. Meta ha annunciato che arriverà presto anche su Facebook. L’uso per la “creazione quotidiana” resta gratuito, ma oltre una certa soglia serve un abbonamento ai piani a pagamento di Meta.

    Gli usi che Meta stessa mostra vanno oltre il semplice intrattenimento. Si va dalla creazione di asset di marketing per piccole imprese alla possibilità, integrata con Facebook Marketplace, di visualizzare come apparirebbe in salotto un divano prima di acquistarlo. In buona sostanza, Meta sta provando a portare la generazione di immagini dentro i flussi di lavoro quotidiani delle persone e delle aziende, non solo dentro un’app dedicata.

    E posso confermare da esperienza diretta che Muse Image funziona su meta.ai anche dall’Italia. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’accesso di base al modello non è affatto bloccato: la limitazione geografica riguarda solo l’integrazione nelle Instagram Stories, per ora riservata agli Stati Uniti, e in parte WhatsApp.

    L’interfaccia si presenta con una domanda semplice, “A cosa stai pensando questa mattina?”, e tre modalità tra cui “Crea immagine”, accompagnata da una serie di preset con anteprima reale: “La mia foto”, “Foto pulita del prodotto”, “Poster di un film”, “Restauro foto”, “In 16-bit”.

    Al primo utilizzo compare anche un messaggio di benvenuto, “Creazione di immagini, migliorata. Più realismo, più dettagli, più controllo”, che invita a provare un preset o a descrivere direttamente un’idea.

    Muse Image, l'Intelligenza Artificiale di Meta entra nella creazione dei contenuti
    Muse Image, come funziona

    C’è un dettaglio che salta all’occhio più di ogni altro: da nessuna parte, in questa interfaccia, compare il nome Muse Image. Per chi la usa, resta semplicemente Meta AI, un po’ più capace di ieri. Ed è forse la conferma più chiara della tesi con cui abbiamo aperto: l’intelligenza artificiale generativa entra nei nostri strumenti quotidiani proprio perché non si fa notare.

    Restano poi alcuni dettagli pratici raccolti nelle prime ore dopo il lancio, da prendere con la dovuta cautela trattandosi di indicazioni ancora parziali. Oltre al prompt testuale, Muse Image permetterebbe di disegnare o scrivere a mano libera direttamente sulla foto per indicare cosa modificare.

    Il progetto, se ricordate anche voi, era conosciuto internamente con il nome in codice Mango. E l’abbonamento a pagamento necessario oltre la soglia gratuita è quello di Meta One, con limiti che variano da servizio a servizio e da Paese a Paese.

    Le IG Stories cambiano volto, con nuovi effetti

    Parallelamente al lancio di Muse Image, Instagram ha introdotto oltre trenta nuovi effetti per le Stories, tutti alimentati dal nuovo modello. Adam Mosseri, a capo di Instagram, li ha presentati lui stesso su Threads, citando effetti come Disposable (monouso) e Night Flash (flash di notte), che trasformano la luce delle fotografie, oppure Instagram Charms e Instagram Receipt, effetti personalizzati costruiti sul profilo di chi li usa.

    E, ha aggiunto Mosseri, chi vuole può anche crearsi un effetto su misura scrivendo semplicemente un prompt: è proprio questa la funzione che, a suo dire, è più curioso di vedere sperimentata dagli utenti.

    L’editor delle Stories si è aggiornato di conseguenza, mostrando un’anteprima di ogni effetto prima di applicarlo. È quindi una funzione che, negli Stati Uniti per ora, milioni di persone si troveranno semplicemente dentro l’app, senza dover cercare nulla.

    Il posizionamento competitivo: dietro OpenAI, avanti a Google

    Meta non si è sottratta al confronto diretto con i rivali. Sulla piattaforma Arena, che misura le preferenze umane tra modelli concorrenti, Muse Image occupa al momento il secondo posto nelle classifiche per generazione testo-immagine, editing di una singola immagine ed editing multi-immagine.

    Da benchmark interni diffusi dalla stessa azienda, il modello risulterebbe dietro a GPT Image 2 di OpenAI ma davanti a Nano Banana 2 di Google nei compiti di editing. Va detto, come sempre in questi casi, che si tratta di numeri forniti dall’azienda stessa: le classifiche Arena sono comunque un riferimento pubblico e verificabile, ma la lettura competitiva resta quella di Meta.

    Su Muse Video, ancora in anteprima e non disponibile al pubblico, Meta rivendica una performance competitiva su fedeltà visiva e aderenza al prompt, con audio nativo integrato fin da questa prima versione. Restano margini di miglioramento dichiarati su sincronizzazione audio-video e movimento fisico rapido. Sempre su Arena, il modello si posiziona al terzo posto per la generazione testo-video.

    Content Seal, la firma di Meta AI

    Ogni immagine generata con Muse Image nell’app Meta AI e su meta.ai porta con sé un segnale di provenienza invisibile, chiamato Content Seal, pensato per resistere a ritagli, compressioni, ridimensionamenti e persino screenshot.

    Meta ha annunciato anche uno strumento, ancora in anteprima, che permette di verificare se un’immagine porta questo tipo di filigrana, e ha promesso di estendere il sistema anche ai video. È una risposta, seppure parziale, a una domanda che si pone ogni volta che un’azienda mette nelle mani di milioni di persone uno strumento capace di generare immagini fotorealistiche: come distinguere cosa è stato creato da una IA.

    Il tag automatico sulle foto pubbliche, e la scelta del default

    C’è un aspetto, in questo lancio, che merita un chiarimento specifico, perché riguarda direttamente chi su Instagram ha un profilo pubblico. Muse Image permette di generare immagini a partire dal profilo di un altro utente semplicemente taggandolo con la chiocciola.

    E questa possibilità, per gli account pubblici, è attiva di default: non è l’utente a doverla attivare, ma eventualmente a doverla spegnere. Una pagina di supporto di Meta chiarisce inoltre che chi vede le proprie foto usate in questo modo non riceve alcuna notifica.

    Per disattivare la funzione bisogna entrare nel proprio profilo Instagram, aprire il menu in alto a destra, andare su “Condivisione e riutilizzo” e togliere la spunta a “Post” e “Reel” nella sezione che consente alle persone di usare i propri contenuti su Instagram e con le funzioni IA di Meta. Va specificato, per completezza, che disattivare l’opzione blocca solo le generazioni future, significa che le immagini già create restano.

    Non si tratta di una funzione nascosta o segreta, e Meta la presenta apertamente come un modo per creare contenuti “con gli amici” o per reimmaginare le proprie foto. Ma una cosa è offrire uno strumento di creazione condivisa, un’altra è farlo partendo da un’impostazione che richiede un’azione attiva per essere disattivata, invece che per essere attivata.

    In conclusione

    Muse Image arriva in un momento in cui la corsa alla generazione di immagini e video con l’IA è ormai affollata, tra OpenAI, Google e i tanti modelli, anche più piccoli, che si contendono lo stesso spazio.

    Ma quello che rende questo lancio diverso non è solo la qualità tecnica del modello, su cui peraltro Meta stessa ammette di non essere ancora prima. È la scala con cui viene distribuito: dentro Instagram, dentro WhatsApp, dentro Facebook Marketplace, cioè dentro le abitudini quotidiane di miliardi di persone, non in un’app a parte che bisogna scegliere di scaricare.

    Resta da vedere se lo stesso approccio, applicato anche al tag automatico e ai default di consenso, reggerà alla prova del tempo e dell’attenzione dei regolatori europei, abituati ormai a guardare con sospetto ogni impostazione che scarica sull’utente l’onere di proteggersi.

    Vedremo come andrà e intanto, se vi va, fatemi sapere se avete iniziato ad usarla e cosa ne pensate.

  • Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Meta lancia Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI. I messaggi non vengono salvati sui server, scompaiono alla chiusura della sessione e non possono essere letti né da Meta né da WhatsApp.

    L’annuncio è stato dato da Mark Zucherberg sulle sue piattaforme, presentando la nuova funzionalità come il primo importante prodotto di IA senza registro delle conversazioni e come tassello centrale della concetto, a lui molto caro, di superintelligenza personale.

    Non si tratta solo una nuova funzione di WhatsApp e dell’app Meta AI. Ma è il modo con cui Meta prova a rispondere a una delle obiezioni più frequenti che le persone fanno quando si parla di assistenti basati sull’intelligenza artificiale.

    E cioè: cosa succede a quello che racconto a questi sistemi? Chi può leggerlo? Per quanto tempo resta archiviato da qualche parte?

    La risposta arriva sotto forma di una nuova modalità di conversazione che Meta chiama “Incognito Chat” con Meta AI. Sarebbero quindi delle vere chat in incognito con la IA.

    Come detto in apertura, l’annuncio di oggi un tassello che si inserisce dentro la strategia della superintelligenza personale di Meta, quella visione di un assistente che ci conosce a fondo che si ricollega proprio a Muse Spark lanciato lo scorso aprile. E proprio in quel disegno questa novità trova il suo posto.

    Le chat in incognito con la IA e le parole di Zuckerberg

    «Oggi iniziamo a implementare Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI: un modo completamente privato per interagire con l’IA, in modo simile a come la crittografia end-to-end impedisce a chiunque, persino a Meta o WhatsApp, di leggere le tue conversazioni. Questo è il primo importante prodotto di IA in cui non viene memorizzato alcun registro delle conversazioni sui server».

    Due i punti su cui soffermarsi in relazione alle parole di Zuckerberg.

    Il primo è il paragone diretto con la crittografia end-to-end, quella tecnologia che da anni protegge i messaggi tra persone su WhatsApp. Il secondo è la promessa che sui server di Meta non resta alcun registro delle conversazioni.

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l'intelligenza artificiale

    È una dichiarazione netta, soprattutto se confrontata con quello che succede oggi con la maggior parte degli assistenti AI, dove le conversazioni restano archiviate per mesi e in molti casi vengono usate anche per migliorare i modelli.

    E Zuckerberg insiste proprio su questo confronto:

    «Le conversazioni sul tuo telefono scompaiono anche quando esci dalla sessione. Questo è diverso da altri prodotti di IA a scomparsa, in cui i registri delle conversazioni spesso rimangono sui server di altre aziende per molti mesi».

    La superintelligenza personale e lo spazio privato

    «Per ottenere il massimo dalla superintelligenza personale, avremo tutti bisogno di modi per discutere di argomenti sensibili in modo che nessun altro possa accedervi. Sono orgoglioso che MSL sia il primo laboratorio a fornire un’IA privata».

    La superintelligenza personale, nella visione che Zuckerberg ha pubblicato a luglio 2025 con il post Personal Superintelligence for Everyone, non è un sistema che automatizza il lavoro umano. È un compagno che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi e prova ad aiutarci a raggiungerli.

    Come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, questa visione si appoggia su un vantaggio strutturale che nessun concorrente può replicare: 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.

    Ma un assistente che ci conosce profondamente ha senso solo se può sentirsi raccontare cose che a chiunque altro non racconteremmo. Salute, soldi, lavoro, relazioni. E qui il problema diventa scomodo. Più l’assistente sa di noi, più diventa utile, ma anche più diventa rischioso che quei dati possano essere visti da qualcun altro.

    Incognito Chat- la modalità di chat in incognito con la IA – è la risposta di Meta a questo cortocircuito: uno spazio in cui parlare con l’IA, anche di temi sensibili, sapendo che la conversazione, una volta abbandonata, si chiude lì.

    Come funziona il Trusted Execution Environment

    «Incognito Chat gestisce tutte le inferenze dell’IA in un ambiente di esecuzione affidabile (Trusted Execution Environment) che garantisce che i tuoi messaggi non siano accessibili a noi».

    Proviamo a tradurlo in maniera semplice. Quando l’utente scrive un messaggio in modalità incognito, quel messaggio viaggia cifrato fino a un ambiente isolato dentro il cloud. Un ambiente che funziona dentro processori specializzati di AMD e NVIDIA progettati apposta per essere inaccessibili anche da chi gestisce i server.

    L’intelligenza artificiale elabora la richiesta dentro questa specie di stanza chiusa, genera la risposta, e poi tutto viene cancellato. Niente registri, niente copie di backup, niente accesso da parte di operatori umani.

    È la tecnologia che Meta chiama Private Processing, presentata per la prima volta a LlamaCon nell’aprile del 2025 e poi aggiornata a marzo del 2026. Su WhatsApp era già usata per funzioni più semplici, come i riassunti automatici delle conversazioni. Oggi alimenta una vera modalità privata di conversazione con l’assistente.

    Cosa si può fare e cosa no nella modalità di cha in incognito con la IA

    La funzione si attiverà su WhatsApp con una nuova icona dedicata nella chat uno a uno con Meta AI. E arriverà nei prossimi mesi anche sull’app standalone Meta AI, quella che si scarica separatamente. Quindi non riguarda solo WhatsApp, ma il rollout parte da lì.

    Ci sono però alcuni limiti pratici da conoscere. In modalità incognito si può solo scrivere e ricevere risposte di testo. Non si possono caricare immagini, non si possono generare immagini, non si possono fare conversazioni vocali.

    La sessione si chiude da sola anche bloccando il telefono o uscendo dall’app, e l’assistente perde il contesto di quello che è stato detto. Inoltre Meta chiede di confermare l’età, perché i minori di 13 anni non sono ammessi sulle sue piattaforme. E come nella modalità standard restano attivi i filtri di sicurezza che impediscono all’assistente di rispondere su temi pericolosi.

    Un rollout graduale e tutto da osservare in UE

    Sulla disponibilità è bene essere precisi. Meta dichiara apertamente che il rilascio è graduale e che la disponibilità varia in base all’account e alla regione geografica. Al lancio alcuni Paesi sono esclusi, come l’India.

    Per quanto riguarda l’Unione Europea, al momento non c’è una conferma esplicita di esclusione dal lancio iniziale, ma sappiamo bene che Meta procede sempre con maggiore cautela qui in UE, per via del quadro normativo del GDPR e del DSA. Resta da vedere in quali Paesi UE la funzione comparirà nelle WhatsApp degli utenti nelle prossime settimane.

    Da ricordare che la nuova funzionalità non si attiva tutta insieme per tutti, ma viene distribuita progressivamente. Anche dentro lo stesso Paese, alcune persone la vedranno prima di altre.

    I nuovi progetti attorno a Meta AI

    Incognito Chat arriva dentro una stagione di annunci di Meta sull’intelligenza artificiale che sta caratterizzando proprio queste settimane.

    A inizio aprile, come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, Meta ha lanciato il primo modello sviluppato dal nuovo Meta Superintelligence Labs guidato da Alexandr Wang. Ed è proprio quel laboratorio, MSL, che Zuckerberg cita nel suo post come il primo a fornire un’IA privata.

    A questo si è aggiunto un altro fronte, quello dedicato ai più giovani. Lo scorso 23 aprile Meta ha annunciato nuovi strumenti per i genitori, che adesso possono vedere su Facebook, Messenger e Instagram i temi generali di cui i loro figli adolescenti hanno parlato con Meta AI nell’ultima settimana. La funzionalità è già attiva anche in Italia.

    E il 5 maggio Meta ha annunciato l’espansione delle protezioni Teen Account su Instagram nei 27 Paesi dell’Unione Europea e in Brasile, con un sistema di intelligenza artificiale che individua automaticamente gli utenti che potrebbero essere minorenni.

    Meta ha già anticipato che dopo Incognito Chat arriverà Side Chat con Meta AI, una funzione che permetterà di rivolgersi all’assistente direttamente all’interno delle conversazioni private con altre persone, senza che gli altri partecipanti vedano la richiesta. Anche questa basata sull’infrastruttura di Private Processing.

    Cosa resta da capire

    Alla fine possiamo dire che questa funzionalità di Incognito Chat Meta proverà a costruire le condizioni per la sua superintelligenza personale. Senza uno spazio davvero privato, l’assistente che ci conosce profondamente resta una promessa difficile da mantenere. E a queste condizioni, così come le abbiamo viste qui, la promessa prova a diventare prodotto.

    Staremo a vedere come si svilupperà nelle prossime settimane, come sempre.

  • Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Mark Zuckerberg ha testimoniato davanti alla giuria del caso KGM. Una testimonianza a tratti molto tesa dove, in sostanza, Zuckerberg in modo netto ha anche sottolineato il suo potere all’interno di Meta. Un caso che tocca anche l’UE.

    Il 18 febbraio 2026, Mark Zuckerberg si è seduto sul banco dei testimoni del Los Angeles Superior Court, davanti a una giuria per il caso KGM. Si tratta di un processo storico per le piattaforme digitali

    Non era la prima volta che il fondatore di Meta rispondeva di fronte a un’istituzione: nel 2018 aveva già affrontato il Congresso americano, e in quell’occasione aveva persino chiesto scusa alle famiglie colpite dai danni dei social.

    Ma era la prima volta che Mark Zuckerberg lo faceva sotto giuramento, davanti a dodici giurati chiamati a decidere se Instagram sia una piattaforma dannosa.

    Il caso, come già ricordato, vede coinvolta KGM contro le piattaforme digitali, nello specifico Meta e YouTube.

    La protagonista di questa vicenda è Kaley, una ventenne californiana identificata negli atti giudiziari con le sole iniziali per tutelarla. Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni; a nove era già su Instagram; a undici, secondo i documenti del processo, il suo profilo era attivo quotidianamente. La sua storia fatta di dipendenza digitale, depressione, pensieri suicidari è diventata il cuore di una battaglia legale che va ben oltre la sua vicenda personale.

    Un processo che vale 1.600 cause

    Il caso KGM è quello che negli Stati Uniti si chiama un “bellwether trial”, un processo-campione. Il suo esito potrebbe influenzare l’andamento di oltre 1.600 cause simili, già consolidate e in attesa di sentenza, oltre a più di 2.300 procedimenti paralleli depositati da genitori, distretti scolastici e procuratori generali statali.

    TikTok e Snap hanno già patteggiato prima dell’inizio del dibattimento e, quindi, restano in piedi Meta e Google, che risponde per YouTube.

    La tesi dell’accusa è semplice nelle parole, quanto complessa nelle prove: le piattaforme non sono strumenti neutrali ma prodotti progettati intenzionalmente per agganciare gli utenti più giovani, sfruttando le loro vulnerabilità neurologiche.

    Un “casinò digitale”, secondo la definizione usata dall’avvocato dell’accusa Mark Lanier. La difesa risponde che la complessità della salute mentale adolescenziale non può essere ridotta all’uso di un’app.

    Per decenni Big Tech ha goduto della protezione offerta dalla Section 230 del Communications Decency Act del 1996, una norma che esclude le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    Ma in questa occasione l’accusa ha adottato un’altra strada: aggirare il 230 applicando le leggi sulla responsabilità del produttore. Non si contesta quello che gli utenti pubblicano, ma come la piattaforma è stata progettata. È la stessa logica che negli anni Novanta ha trascinato in tribunale le grandi case del tabacco, se possiamo avanzare questo esempio.

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM
    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Zuckerberg in aula: i documenti interni che scottano

    La testimonianza di Mark Zuckerberg è durata ore e ha riservato momenti di tensione evidente. L’avvocato Lanier ha costruito la sua strategia attorno ai documenti interni di Meta, portando in aula email e report che la società non avrebbe mai voluto vedere proiettati su uno schermo davanti a una giuria.

    Il primo elemento riguardava gli obiettivi di crescita.

    Lanier ha mostrato un’email del 2015 in cui Zuckerberg scriveva di voler aumentare del 12% in tre anni il tempo che gli utenti trascorrevano su Instagram. Il fondatore ha risposto di non ricordare se fosse un obiettivo ufficiale, aggiungendo che Meta cerca di creare servizi utili e che le persone continuano a usarli perché li trovano validi. Un’affermazione che, nel contesto del processo, è sembrata una risposta preparata per l’occasione.

    Più pesante il documento del 2020, che mostrava come gli undicenni avessero quattro volte più probabilità di tornare su Facebook rispetto agli utenti adulti. “Persone che si iscrivono a Facebook a undici anni?“, ha chiesto Lanier sarcasticamente. “Pensavo che non ne aveste.”

    Zuckerberg ha confermato che molti utenti mentono sull’età per accedere alla piattaforma, definendo la verifica “molto difficile”.

    Ma è il documento datato 2017 quello che ha lasciato meno margine di manovra al fondatore di Facebook poi diventata Meta.

    Un’email interna recitava testualmente: “Mark ha deciso che la priorità principale dell’azienda nel 2017 sono gli adolescenti“.

    Zuckerberg, incalzato, ha risposto che “il contesto suggerisce che sia corretto“, di fatto confermando il contenuto senza smentirlo. E un documento del 2018 riportava la frase: “Se vogliamo vincere in grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro da tweens“, cioè prima dei tredici anni, che è l’età minima prevista dalla stessa policy di Instagram.

    La strategia dei “tweens” e i filtri estetici

    Un altro capitolo della testimonianza nel caso KGM ha riguardato i filtri estetici di Instagram.

    Quando i propri esperti interni avevano segnalato che quei filtri, che modificano l’aspetto del viso, levigano la pelle, alterano i lineamenti, contribuivano a problemi di immagine corporea nelle ragazze giovani, Zuckerberg aveva deciso di non eliminarli.

    La sua spiegazione in aula, in sostanza, è stata: rimuoverli avrebbe significato fare una scelta paternalistica. “Abbiamo permesso alle persone di usarli se lo desideravano“, ha detto, “ma abbiamo smesso di raccomandarli attivamente“.

    Kaley usava spesso quei filtri. E la sua causa avanza la tesi che abbiano contribuito alla sua dismorfia corporea.

    Il momento più teatrale è arrivato quando Lanier ha fatto srotolare in aula, con l’aiuto di sei avvocati, un collage largo dieci metri con centinaia di selfie che Kaley aveva pubblicato su Instagram negli anni della sua dipendenza.

    L’avvocato ha chiesto a Zuckerberg di osservarli. Il suo account era mai stato monitorato per un uso così massiccio da parte di una bambina? Il CEO non ha risposto. Kaley ha assistito alla testimonianza dalla galleria del tribunale riservata al pubblico.

    Nel corso della deposizione, Zuckerberg è apparso visibilmente irritato. “Non è quello che sto dicendo“, “Stai fraintendendo le mie parole“, “Stai travisando quello che ho detto“, le sue risposte sono diventate più taglienti man mano che le ore passavano.

    Quando invece è toccato all’avvocato della difesa fare le domande, il tono si è fatto più disteso. Zuckerberg ha sostenuto che esiste un malinteso di fondo: più tempo trascorso sulla piattaforma non significa automaticamente più profitti, perché “se le persone non hanno una buona esperienza, perché continuerebbero a usarla?”.

    Zuckerberg e la conferma del suo potere su Meta

    Non sono mancati i momenti di tensione per Zuckerberg.

    Specie nel momento in cui gli avvocati hanno avanzato il dubbio che avesse mentito in una intervista al podcast di Joe Rogan, lo scorso anno, riguardo all’impossibilità che il CdA di Meta potesse mai licenziarlo.

    In quella occasione disse di non essere particolarmente preoccupato, ma di fronte agli avvocati ha risposto: “Se il consiglio volesse licenziarmi, potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”.

    Un messaggio chiaro e limpido. In sostanza Zuckerberg in aula ha voluto sottolineare il suo totale controllo di Meta. La sua non è una figura paragonabile a qualsiasi altro CEO, quindi sostituibile. Con quella frase Zuckerberg ha voluto marcare il concetto che la sua leadership all’interno di Meta è blindata e che il board non è un potere avverso all’interno dell’azienda. Tutt’altro.

    Meta è strettamente legata alle sorti di Mark Zuckerberg ed è un tema che assume una certa rilevanza in questo periodo in cui si parla sempre più della diretta responsabilità dei proprietari delle piattaforme, specie in UE.

    Ecco perché questo processo interessa anche l’UE

    Il caso KGM non è solo una storia americana. In Italia, in Germania, in Francia, in Spagna e nel resto dell’UE, il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme nei confronti dei minori si è acceso in particolar modo nelle ultime settimane.

    Come abbiamo visto nei giorni scorsi, avanzano proposte di legge a difesa dei minori sulle piattaforme nei paesi UE e, in particolar modo, si fa strada il metodo Spagna che punta a mettere nel mirino proprio la responsabilità diretta dei proprietari delle piattaforme e dei senior manager.

    Una sentenza favorevole a Kaley potrebbe avere conseguenze anche oltre l’Atlantico, non tanto per effetto giuridico diretto ma per pressione politica e reputazionale.

    Sarebbe la conferma, dopo anni di dibattiti, che le piattaforme, e forse anche i proprietari, possono essere ritenute responsabili non solo per ciò che i loro utenti pubblicano, ma per il modo in cui sono state costruite per trattenerli.

    La giuria del Los Angeles Superior Court dovrà raggiungere un accordo con nove voti su dodici per emettere un verdetto. La sentenza è attesa entro fine marzo 2026.

    Nel frattempo, fuori dal palazzo di giustizia, genitori che hanno perso i loro figli a causa di dinamiche legate all’uso dei social media continuano ad attendere. Molti di loro tenevano in mano una foto dei propri figli che non ci sono più.

  • Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Dal 10 febbraio 2026 Facebook eliminerà i pulsanti “Mi piace” e “Commenti” dai siti web. Un cambiamento che segna la fine del web aperto e l’ascesa definitiva delle piattaforme chiuse.

    Meta ha annunciato che dal 10 febbraio 2026 due dei suoi plugin social più iconici scompariranno dal web. Stiamo parlando dei pulsanti “Mi piace” e “Commenti”.

    Una notizia che a molti potrebbe sembrare marginale, quasi una nota in fondo alla pagina nella storia dei social media. Eppure, dietro questo abbandono si nota un chiaro segnale di cambiamento. Quel tipo di cambiamento che sta attraversando le piattaforme social media di cui tutti noi stiamo osservando gli effetti.

    Quando Facebook voleva essere ovunque

    Per capire cosa sta accadendo, dobbiamo fare un passo indietro e arrivare al 2010. In quegli anni Facebook stava vivendo la sua età d’oro. Era nel pieno di una crescita esponenziale, miliardi di utenti attivi e l’ambizione di spingere la piattaforma oltre i suoi naturali confini.

    L’idea era semplice ma rivoluzionaria per quei tempi. E cioè portare il social network in ogni angolo del web attraverso l’Open Graph.

    L’Open Graph era un sistema di protocolli e strumenti per sviluppatori che permetteva ai siti web di integrarsi profondamente con Facebook. In pratica, trasformava ogni pagina web in un “oggetto sociale” che poteva essere condiviso, commentato e apprezzato esattamente come un post su Facebook. I siti diventavano estensioni del social network e Facebook diventava il tessuto connettivo del web.

    Facebook addio ai "Mi piace" e "Commenti": la fine di un'era
    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era


    Cos’è l’Open Graph?

    L’Open Graph è stato lanciato da Facebook nel 2010 come un set di strumenti che permetteva ai siti web di “parlare” con Facebook. Grazie a semplici righe di codice, ogni articolo, pagina o prodotto poteva diventare un contenuto social: gli utenti potevano mettere “Mi piace”, commentare o condividere direttamente dal sito esterno, e queste azioni comparivano nel loro profilo Facebook.

    Era l’epoca in cui Facebook voleva essere il centro del web, non solo una destinazione tra tante.


    I plugin “Mi piace” e “Commenti” rappresentavano l’incarnazione perfetta di questa visione. Permettevano agli utenti di interagire con contenuti esterni senza mai lasciare l’ecosistema Facebook. Un clic su quel bottoncino blu in fondo a un articolo, e l’azione veniva registrata, condivisa, amplificata attraverso il news feed. Per i publisher era una promessa allettante: traffico organico, engagement, visibilità gratuita.

    E per un po’ ha funzionato. Blog, siti di news, portali di ogni tipo si sono riempiti di questi widget azzurri. Era il web sociale, aperto, interconnesso. O almeno così sembrava.

    La motivazione: “un’era precedente dello sviluppo web”

    Nel comunicato ufficiale, Meta spiega la decisione con toni asettici e professionali. I plugin, si legge, “riflettono un’era precedente dello sviluppo web” e “il loro utilizzo è naturalmente diminuito mentre il panorama digitale si è evoluto”.

    Dal punto di vista tecnico, non ci saranno problemi. I plugin diventeranno semplicemente elementi invisibili (0x0 pixel si dice in gergo), senza causare errori o arrecare problemi ai siti.

    Non serve alcuna azione da parte dei webmaster. I bottoncini scompariranno in silenzio, lasciando al massimo qualche riga di codice inutile da ripulire per chi vorrà e saprà farlo.

    Ma la vera domanda è un’altra. Perché questo utilizzo è “naturalmente diminuito”? La risposta ci porta dritti al cambiamento a cui accennavo prima, che ha investito le piattaforme digitali negli ultimi anni.

    Oggi il web che non esce più dalle piattaforme

    La verità è che il modello delle piattaforme è cambiato radicalmente. Oggi gli utenti sono sempre più portati a non uscire più dalle piattaforme per andare sui siti web.

    I contenuti si consumano direttamente dentro Facebook, Instagram, X, TikTok. Le piattaforme hanno costruito spazi enormi, ma chiusi. Dove tutto accade all’interno: video, articoli, conversazioni, acquisti.

    Enormi perché ognuno di essi raccoglie un numero di utenti tale che potrebbe competere con la popolazione dei paesi più grande del pianeta. Suona come una contraddizione parlare delle piattaforme come “spazi chiusi”, ma è la realtà di oggi.

    Il web “aperto”, quello degli anni 2010, dove i social media fungevano da ponte tra piattaforme e siti esterni, ha ceduto il passo a un modello in cui le piattaforme vogliono trattenere le persone dentro il proprio ecosistema.

    Ogni clic verso l’esterno è un’opportunità persa. Ossia, meno tempo sulla piattaforma, meno dati raccolti, meno pubblicità visualizzata.

    Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di una strategia precisa. Meta, come le altre big tech, ha compreso che il vero valore sta nel catturare e trattenere l’attenzione. E l’attenzione non si trattiene abilitando l’uscita verso altri siti, ma costruendo un ambiente dove tutto ciò di cui hai bisogno è già disponibile.

    Ecco chi ci perde

    E quando quei tasti “Mi piace” e “Commenti” hanno smesso di funzionare realmente come generatori di traffico? Difficile dirlo con precisione, ma il declino è stato progressivo.

    Gli algoritmi di Facebook hanno via via ridotto la visibilità dei contenuti esterni nel news feed. Le condivisioni organiche sono diventate sempre meno efficaci. I publisher hanno iniziato a notare che quei bottoncini blu generavano sempre meno clic, sempre meno engagement.

    Eppure, per molti siti, soprattutto quelli di informazione e news che negli anni hanno costruito parte della loro strategia su Facebook, questa dismissione è comunque un campanello d’allarme. Anzi, forse più di un campanello d’allarme.

    Non tanto per il traffico che effettivamente generano oggi questi plugin (probabilmente marginale), ma per ciò che rappresentano. Quindi la fine definitiva di un’era in cui i social media erano alleati dei publisher nel distribuire contenuti.

    Il calo del traffico da Facebook

    Secondo le analisi di Chartbeat e Similarweb nel maggio 2024, il traffico referral da Facebook verso siti di news e media è crollato del 50% in soli 12 mesi (da marzo 2023 a marzo 2024).

    In sei anni, dal marzo 2018 al marzo 2024, il declino è stato del 58%, passando da 1,3 miliardi a 561 milioni di referral mensili. Come percentuale del traffico totale, Facebook è passato dal rappresentare il 30% nel 2018 al 7% nel 2024, per poi scendere ulteriormente al 4% nel novembre 2024 secondo dati Chartbeat riportati da Digiday.

    Le piattaforme preferiscono che gli utenti leggano gli articoli direttamente all’interno dell’app, attraverso formati proprietari come Instant Articles o semplicemente attraverso anteprime sempre più ricche.

    calo traffico referral Facebook
    Calo traffico referral Facebook

    Il contesto più ampio, la “tiktokizzazione” del web

    L’abbandono dei pulsanti Facebook si inserisce in un fenomeno più ampio che potremmo chiamare la “tiktokizzazione” del web. TikTok ha dimostrato che è possibile costruire una piattaforma di successo dove gli utenti passano ore senza mai uscire dall’app, consumando un flusso infinito di contenuti verticali.

    Instagram ha abbracciato questa visione con i Reels. YouTube con gli Shorts. Anche X (ex Twitter) sta spingendo sempre più verso contenuti video nativi. L’obiettivo è lo stesso: massimizzare il tempo trascorso all’interno della piattaforma.

    E quasi tutte le piattaforme stanno via via demotivando il clic verso link esterni, prediligendo contenuti senza link.

    In questo scenario, i plugin che facilitano l’uscita verso siti esterni diventano non solo inutili, ma addirittura controproducenti rispetto alla strategia di business. Meta sta semplicemente prendendo atto di una realtà che era già evidente da tempo.

    Cosa rimane e cosa cambia

    Non tutti i plugin sociali di Facebook stanno scomparendo. Il pulsante “Condividi”, quello con la “F” blu che si vede in fondo a molti articoli, continuerà a funzionare. Condividere un link su Facebook è un’azione che avviene dentro la piattaforma e genera engagement al suo interno. Il “Mi piace” esterno e i commenti esterni, invece, creavano interazioni che vivevano in parte fuori dal controllo di Meta.

    Per i publisher e i proprietari di siti, specie quelli che avevano costruito tutta la strategia di distribuzione su Facebook si fa dura. Non è più tempo di aspettarsi che le piattaforme social portino traffico come succedeva un tempo.

    Il modello è cambiato. Se si vuole raggiungere il pubblico dove si trova, bisogna ripensare l’intera strategia e cercare di essere presenti sulle piattaforme in maniera diversa.

    Le piattaforme digitali sempre più chiuse

    La fine dei “Mi piace” e “Commenti” di Facebook non è un evento isolato, ma il sintomo di una trasformazione strutturale del web. Stiamo passando da un modello distribuito e interconnesso a uno fatto di ecosistemi chiusi e verticalmente integrati.

    Le piattaforme non ambiscono più a essere ponti verso altri siti, ma scelgono di diventare destinazioni finali.

    Questa evoluzione pone domande importanti. Un web frammentato in spazi chiusi, sebbene enormi, è davvero nell’interesse degli utenti? La concentrazione del potere nelle mani di poche piattaforme che controllano l’accesso all’informazione è sostenibile a lungo termine? E i publisher, come possono sopravvivere in un ecosistema dove il traffico organico dai social è sempre più ridotto?

    Non ci sono risposte semplici. Ma è certo che quando quei bottoncini blu scompariranno il 10 febbraio 2026, con loro se ne andrà definitivamente un pezzo della storia del web.

    Un web che, per qualche anno, aveva creduto possibile essere allo stesso tempo sociale, aperto e interconnesso. Prima che le logiche di business e il controllo dell’attenzione prendessero il sopravvento.


    [L’immagine di copertina è stata realizzata utilizzando il modello di IA generativa DALL-E 3]

  • Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    Instagram supera Facebook in Italia e in UE: cresce dieci volte più velocemente. I dati del Digital Services Act mostrano un cambiamento profondo nel panorama dei social media.

    Per anni Facebook è stato considerato il centro della vita digitale, la piattaforma madre dei social media. Oggi però i dati, pubblicati di recente, ci raccontano un’altra storia.

    Instagram cresce molto più di Facebook, addirittura dieci volte di più nei Paesi UE. Un dato rilevante, che segna una svolta nel panorama dei social media in UE.

    I dati sulla Trasparenza delle piattaforme Meta

    Le informazioni arrivano dai report semestrali che le piattaforme sono obbligate a pubblicare in base al Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo che impone trasparenza su utenti attivi e moderazione.

    Tra gennaio e giugno 2025, Facebook ha totalizzato 263,6 milioni di utenti attivi mensili nell’UE, mentre Instagram ha raggiunto 281,8 milioni.

    Ma il dato più rilevante riguarda il ritmo di crescita: Facebook è cresciuto appena dello 0,65%, mentre Instagram ha registrato un +6,17%, dieci volte tanto.

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia
    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    L’Italia al terzo posto in UE per crescita

    In Italia il sorpasso è evidente. Facebook conta 36,5 milioni di utenti attivi mensili, mentre Instagram raggiunge 41,7 milioni. La differenza è di oltre 5 milioni di persone, pari a un +14,2% rispetto a Facebook.

    Un dato che conferma come Instagram sia diventato oggi il punto di riferimento per milioni di utenti italiani, non più solo la piattaforma dei giovanissimi. Nel tempo, Instagram è diventato per molti uno spazio dove ci si informa, si interagisce con brand, creator e aziende.

    Germania e Spagna: il divario più ampio

    La crescita di Instagram è ancora più impressionante in Germania e Spagna:

    • in Germania, Instagram conta 47,2 milioni di utenti, contro i 32,9 milioni di Facebook; una differenza di 14,3 milioni, pari a un +43,4%.

    • in Spagna, Facebook registra 27,1 milioni di utenti, mentre Instagram arriva a 37,5 milioni; un sorpasso di 10,4 milioni, pari al +38,3%.

    • in Francia, invece, i numeri sono più vicini; Facebook 42,9 milioni, Instagram 43,7 milioni.

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia
    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia – La tabella

    Perché Instagram suoera Facebook

    Instagram è riuscito a evolvere.

    Negli anni ha assorbito formati da altre piattaforme, dalle Stories “copiate” da Snapchat ai Reels “presi in prestito” da TikTok. Fino a diventare un ecosistema capace di adattarsi a diverse modalità di consumo dei contenuti.

    Facebook, invece, è rimasto legato a un modello di interazione testuale e a un’immagine percepita come meno attuale. Non ha saputo attrarre le nuove generazioni, e oggi paga una crescita ferma e un pubblico che invecchia.

    In pratica, mentre su Instagram il cambio generazionale c’è stato e si vede, su Facebook non è mai avvenuto.

    La centralità del video breve su Instagram

    Il motore principale della crescita di Instagram è il video breve.

    I Reels, oggi estesi fino a tre minuti, rappresentano il cuore dell’esperienza e trattengono l’attenzione degli utenti. È su questo terreno che Instagram sfida direttamente TikTok, che in UE continua a crescere.

    Tra l’altro, i dati sulla Trasparenza di TikTok in seno al DSA certificano che la piattaforma ha raggiunto 200 milioni di utenti attivi mensili, in aumento rispetto ai 170 milioni precedenti.

    La competizione è aperta, ma Instagram ha consolidato la sua posizione, diventando la piattaforma centrale nell’ecosistema Meta.

    Una svolta generazionale

    Possiamo quindi dire che va delineandosi un panorama molto chiaro. E Facebook non è più il punto di riferimento in UE.

    Instagram ha preso il suo posto, diventando lo spazio privilegiato non solo per intrattenimento e relazioni con creator e brand, ma anche per informarsi e costruire il proprio racconto digitale.

    È una svolta generazionale che ridefinisce le dinamiche della comunicazione online. Un sorpasso che non è solo nei numeri, ma nel linguaggio, nei formati e nella cultura digitale quotidiana degli utenti europei.

    Ascolta e guarda il video qui:

  • Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Meta non firmerà il Codice UE sull’IA. Una scelta che rischia di inasprire i rapporti con Bruxelles, mentre OpenAI e Mistral si dichiarano pronte a firmare. Cosa cambia dal 2 agosto 2025.

    A meno di un mese dall’entrata in vigore delle norme europee sull’intelligenza artificiale, Meta ha deciso di sfilarsi. Non firmerà il Codice di buona condotta per i modelli generativi promosso dalla Commissione Europea.

    Lo ha fatto sapere ufficialmente Joel Kaplan, vicepresidente globale per gli affari istituzionali del gruppo, con una dichiarazione chiara. Il Codice, nelle parole di Meta, sarebbe inutilizzabile e incompatibile con la realtà operativa delle aziende. Un ostacolo allo sviluppo, più che una guida, sostiene Kaplan.

    La decisione di Meta su AI Act dell’UE

    La decisione di Meta non è una sorpresa. L’azienda aveva già espresso scetticismo nei mesi precedenti, soprattutto di fronte all’impianto dell’AI Act, che entrerà pienamente in vigore il prossimo 2 agosto.

    Ma stavolta la presa di posizione è formale. Il Codice, secondo Meta, introdurrebbe obblighi che vanno oltre quanto previsto dal regolamento europeo, ampliandone l’ambito in modo non proporzionato rispetto alla cornice legale definita dall’AI Act.

    Il nodo è proprio questo.

    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa
    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Cosa prevede il Codice di condotta su IA dell’UE

    Il Codice di buona condotta è uno strumento volontario, pensato per accompagnare l’entrata in vigore dell’AI Act e offrire una via semplificata alla conformità.

    Firmarlo significa aderire a una serie di impegni trasparenti, come: pubblicare informazioni dettagliate sui dati di addestramento; descrivere in modo comprensibile le capacità e i limiti dei modelli; evitare l’uso di contenuti protetti da copyright non autorizzati; prevedere sistemi di sicurezza informatica e monitoraggio dei rischi, specialmente per i modelli ad alto impatto.

    Ma significa anche beneficiare di un percorso di conformità agevolato, evitando verifiche caso per caso.

    Rifiutare la firma, invece, comporta l’obbligo di dimostrare puntualmente la compatibilità con ogni requisito dell’AI Act, con un carico legale potenzialmente molto più pesante.

    Secondo la versione di Kaplan, tutto questo si tradurrebbe in un freno per lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale in Europa.

    Possibile contrapposizione UE-Usa

    Meta teme che la combinazione tra Codice e regolamento generi un clima normativo incerto e disincentivante. E chiede che anche il governo statunitense intervenga per tutelare la competitività delle aziende americane, indicando che l’impianto europeo possa rappresentare una minaccia sistemica per l’intero settore.

    La posizione delle altre aziende IA

    Nel frattempo, le posizioni degli altri protagonisti del mercato si stanno delineando.

    OpenAI ha annunciato l’intenzione di firmare il Codice, subordinando la firma all’approvazione definitiva del testo da parte dell’AI Board europeo. La società che sviluppa ChatGPT, in una dichiarazione pubblicata l’11 luglio sul proprio sito, ha spiegato che aderire rappresenta un passo strategico per consolidare la sua presenza in Europa.

    La firma del Codice offrirebbe maggiore certezza normativa, permetterebbe un dialogo più stabile con le autorità e costituirebbe una base condivisa per future evoluzioni regolatorie. In sostanza, per OpenAI si tratta di una mossa diplomatica quanto pragmatica.

    Anche Mistral AI, la startup francese sostenuta dal governo Macron, ha già fatto sapere che firmerà. La decisione rientra nella visione sovrana europea sull’IA e segna un allineamento netto rispetto agli obiettivi della Commissione.

    Al contrario, altre aziende statunitensi come Google (con DeepMind e Gemini) o Anthropic non si sono ancora espresse pubblicamente. L’adesione al Codice resta aperta, ma il silenzio suona come un segnale prudente, se non di diffidenza.

    Non mancano poi le critiche da parte delle grandi aziende europee. In una lettera inviata a Bruxelles a fine giugno, un gruppo di 44 imprese tra cui Airbus, Mercedes-Benz, Siemens e SAP ha chiesto di posticipare di almeno due anni l’applicazione dell’AI Act.

    Il timore condiviso è che la sovrapposizione tra le varie normative europee – AI Act, Data Act, Cyber Resilience Act – produca un quadro troppo rigido e incoerente, penalizzando l’innovazione e allontanando gli investimenti.

    Le regole entreranno in vigore il 2 agosto, senza rinvii

    La Commissione ha però ribadito che non ci saranno rinvii.

    Il primo agosto sarà pubblicata la lista ufficiale dei firmatari del Codice e dal giorno successivo le nuove regole per i modelli generativi entreranno pienamente in vigore. I prossimi mesi diranno se l’adesione sarà ampia oppure limitata.

    Ma intanto, con la decisione di Meta, il confronto si sposta su un piano più ampio. E cioè quello del rapporto tra le regole pubbliche e il potere decisionale delle grandi piattaforme. Che sono in mano a società private.

    Quindi, mentre l’UE tenta di governare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale con strumenti giuridici trasparenti e condivisi, le grandi piattaforme continuano a negoziare lo spazio della norma.

    Vedremo se alla fine Meta rivedrà la sua decisione.

  • Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    Community Notes fa il suo debutto sulle piattaforme Meta, per ora solo in fase di test negli Usa. Il modello è analogo a quello adottato sulla piattaforma X. Esempio di partecipazione collettiva che potrebbe comportare molti rischi.

    Community Notes ha fatto il suo debutto negli Usa proprio ieri, 18 marzo 2025.

    Come ricorderete, circa un mese fa Meta aveva annunciato il lancio di questo nuovo programma che sostituisce il fact-checking tradizionale, tramite un post su Threads.

    Ora ci siamo. La fase di test è iniziata, per ora solo negli Stati Uniti. Segna un cambio di rotta nella gestione dei contenuti sulle piattaforme di Mark Zuckerberg. Ispirandosi esplicitamente a quanto già vediamo su X.

    Meta lo ha comunicato in modo chiaro: da ieri, un gruppo selezionato di utenti americani può usare le Community Notes su Facebook, Instagram e Threads.

    L’idea alla base delle Community Notes

    L’idea è semplice: consentire agli utenti di aggiungere note a post con informazioni fuorvianti o incomplete, sul modello di X. Queste note diventano visibili a tutti solo se ricevono abbastanza valutazioni positive dalla comunità.

    Si tratta, insomma, di una sorta di sistema di crowdsourcing che prende il posto del fact-checking di terze parti. Un passaggio che Zuckerberg aveva anticipato all’inizio dell’anno.

    Le Community Notes di Meta, come quelle di X, sono uno strumento collaborativo. Gli utenti possono segnalare un post e aggiungere una nota con correzioni o informazioni aggiuntive, supportate da fonti verificabili.

    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa
    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    La fase di test per ora negli Usa

    Durante la fase di test, Meta monitorerà la creazione e la valutazione di queste note per capire se riescono a contrastare la disinformazione. Il sistema parte in modo graduale ma coinvolge tutte e tre le piattaforme principali: Facebook, Instagram e Threads.

    Negli Usa, il programma di fact-checking tradizionale sarà abbandonato del tutto, una scelta non priva di rischi.

    Community Notes di Meta, non ancora in Italia

    Per ora, in Italia, le Community Notes non arriveranno. L’avvio dei test negli Usa lascia pensare che i tempi per un’estensione in Europa potrebbero non essere troppo lontani.

    Questo approccio ha un lato positivo che mira ad affidare il controllo agli utenti, rendendo le piattaforme più aperta e partecipativa. Ma c’è un rovescio della medaglia, legato alle competenze e alla preparazione di chi valuta.

    Non serve una conoscenza specifica per intervenire; basta partecipare a un sistema di valutazione collettiva per verificare i contenuti segnalati. E qui si apre un tema cruciale.

    Il confronto con Community Notes di X

    Rispetto a X, che conta circa 580 milioni di utenti registrati su un’unica piattaforma, Meta gestisce tre realtà ben più grandi: Facebook con oltre 3 miliardi di utenti e Instagram con oltre 2 miliardi, per non parlare di Threads.

    Piattaforme di questa scala, se controllate dagli utenti, rischiano di ritrovarsi con valutazioni imprecise sui contenuti. E le conseguenze sono evidenti a tutti.

    Su X, le Community Notes in alcuni casi riescono a trovare un punto di equilibrio – persino Elon Musk ha dovuto cancellare contenuti oggettivamente falsi dopo le segnalazioni. Ma molti sono i casi di valutazioni molto discutibili.

    Rischio di diffondere informazioni poco affidabili

    In molti casi, dimostrato da alcune ricerche recenti, le Community Notes su X hanno avuto un approccio limitato verso la disinformazione, concentrandosi solo sulla falsità oggettiva e trascurando il contesto storico, sociale, culturale, economico e politico che spesso accompagna le narrazioni malevoli.

    Su Meta, con numeri così alti, questo fenomeno potrebbe amplificarsi. Il rischio è che informazioni vere vengano messe in discussione da gruppi di utenti con opinioni diverse o che si affidino a fonti errate, deviando il giudizio finale su un contenuto.

    Uno degli aspetti critici, che vengono mossi anche nei confronti delle Community Notes di X, è che spesso queste valutazioni arrivano quando già il post ha raggiunto l’apice della sua visibilità. Di conseguenza, le valutazioni degli utenti potrebbero risultare davvero poco efficaci.

    Community Notes di X e le sue contraddizioni

    Inoltre, va aggiunto che spesso le note che vengono apposte su X fanno riferimento, come base di informazione oggettiva, ai siti di informazione costantemente attaccati da Musk. Questo è vero a tal punto che lo stesso Musk nei giorni scorsi si è lanciato a dire che presto “tutto questo verrà sistemato”. Ennesimo esempio di “algoritmo del proprietario”.

    Per tutto questo che abbiamo visto finora, il sistema va monitorato con attenzione.

    Non sappiamo ancora quanto durerà il test negli Usa né quando arriverà in Europa o in altri paesi. Quel che è certo è che si tratta di un momento importante, soprattutto nel contesto attuale.

    Serve osservare come evolverà, perché se da un lato punta a ridurre la disinformazione, dall’altro potrebbe generare nuove sfide.

    Qui in basso trovate il mio video podcast – lo trovate su YouTube – dove approfondisco questi aspetti.

     

  • Meta chiuderà Workplace nato per le aziende, focalizzandosi sulla IA

    Meta chiuderà Workplace nato per le aziende, focalizzandosi sulla IA

    Dopo quasi otto anni, Meta chiude Workplace entro il 2026 per focalizzarsi su AI e Metaverso. E alle aziende consiglia la migrazione a Workvivo di Zoom.

    Dopo quasi otto anni Meta (all’epoca so chiamava ancora Facebook) decide di chiudere Workplace. Lo strumento era nato specificatamente per le aziende.

    Workplace era stato concepito come un luogo dove le aziende potessero dare luogo a maggiori connessioni tra collaboratori e dipendenti. Ma ora c’è la realtà da tenere in considerazione.

    Come sappiamo, Meta ha ormai avviato una politica di snellimento dell’azienda. Una operazione che ha provocato tagli al numero dei dipendenti e tagli a diversi prodotti, tra cui anche Workplace.

    Workplace, motivi della chiusura e tempistiche

    Le fonti, raccolte da TechCrunch e da Axios, sostengono che la piattaforma funzionerà come normalmente fino a settembre 2025. Dopodiché resterà di sola lettura fino a maggio 2026. Fino alla completa disattivazione.

    Meta chiude workplace investe in IA franz russo

    I clienti di Workplace, tra cui figurano aziende come Starbucks e Danone, sono state invitate da Meta a utilizzare Workvivo di proprietà di Zoom come alternativa adeguata per la migrazione.

    Workvivo, un’altra piattaforma di comunicazione aziendale, è stata acquisita da Zoom nel 2023.

    Da quelli che sono gli ultimi dati a disposizione, nel 2021 Workplace di Meta contava circa 7 milioni di utenti paganti. Al momento non si conosce il numero preciso di dipendenti che potrebbe essere interessato da questa chiusura.

    Meta abbandona Workplace per puntare sulla IA

    “Stiamo interrompendo Workplace da Meta in modo da poterci concentrare sulla creazione di tecnologie AI e Metaverso che crediamo rimodelleranno radicalmente il modo in cui lavoriamo”, ha affermato Meta in una dichiarazione inviata via e-mail.

    Ecco quindi spiegata la motivazione della chiusura.

    Meta punta ad investire sull’intelligenza artificiale anche per realizzare nuovi prodotti che seguiranno il cambiamento del modo di lavorare.

    Possiamo tranquillamente affermare che, per necessità e per riorganizzazione, Meta sta percorrendo una strategia di riduzione.

    Mentre prima lo scopo era essere ovunque e quindi presentare prodotti sempre più diversificati per essere in grado di soddisfare qualsiasi tipo di esigenza, adesso tutto cambia.

    La strategia è, adesso, quella di ridimensionare e ricondurre tutto – nel vero senso della parola – all’intelligenza artificiale.

    Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi.

     

  • UE, indagine su Facebook e Instagram per la disinformazione russa

    UE, indagine su Facebook e Instagram per la disinformazione russa

    L’UE ha avviato un’indagine su Facebook e Instagram per il rischio di disinformazione russa in vista delle elezioni europee del 2024. L’indagine si concentra sulle politiche di Meta e anche sulla mancanza di sostituti per Crowd Tangle.

    L’attenzione verso la disinformazione in UE è sempre molto alta, soprattutto in questo periodo.

    Le piattaforme di Meta, Facebook e Instagram, sono finite sono indagine dall’UE. Il motivo di questa indagine è che a Bruxelles si teme che Meta non riesca a eliminare del tutto la disinformazione russa. Un pericolo questo che l’UE non vuole correre in vista delle prossime elezioni dell’8 e 9 giugno 2024.

    L’indagine prende di mira la cosiddetta campagna Doppelganger. Si tratta di un’operazione pro-Russia che tenta di replicare nella forma l’aspetto dei siti di informazione tradizionali. Ma, in realtà, è un modo per creare contenuti a favore delle politiche del presidente russo Vladimir Putin.

    Meta sotto indagine in relazione al DSA

    La Commissione Europea ha dichiarato in una nota che l’indagine, aperta nell’ambito del Digital Services Act, prenderà in esame le politiche e le pratiche che Meta prevede in relazione alla pubblicità ingannevole e ai contenuti politici sui suoi servizi.

    Le potenziali violazioni oggetto di indagine riguardano proprio l’approccio della società di Mark Zuckerberg nell’affrontare le campagne di disinformazione e il “comportamento coordinato non autentico” nell’UE.

    meta indagine ue disinformazione facebook instagram franz russo

    Questo insieme alla mancanza di strumenti di terze parti efficaci per monitorare l’andamento delle elezioni. Particolare preoccupazione desta il fatto che Meta sta abbandonando Crowd Tangle senza prevedere un sostituto adeguato.


    Cos’è Crowd Tangle

    Crowd Tangle è uno strumento sviluppato da Meta utilizzato principalmente per tracciare le interazioni sui social media. È uno strumento molto utile per giornalisti, ricercatori e professionisti del marketing per analizzare le tendenze, il coinvolgimento e la portata dei contenuti sui social media.

    Di recente, Meta ha annunciato che intende chiudere Crowd Tangle. Questa decisione ha sollevato preoccupazioni tra giornalisti e ricercatori.

    La chiusura di Crowd Tangle potrebbe avere un serio impatto sulla capacità di analisi e monitoraggio delle dinamiche dei social media, specialmente per quanto riguarda la trasparenza e la diffusione delle informazioni.

    Al momento dell’annuncio, non ci sono strumenti alternativi adeguati da parte di Meta che potessero completamente sostituire le funzionalità offerte da Crowd Tangle


    Le preoccupazioni in UE per la disinformazione

    Le preoccupazioni sul monitoraggio elettorale fanno seguito alla richiesta rivolta ai leader politici dell’UE di contrastare “urgentemente e vigorosamente” i tentativi russi di interferire in particolare con le elezioni europee.

    L’indagine valuterà anche il modo in cui Meta modera la pubblicità ingannevole, le politiche che riducono la visibilità dei contenuti politici su Instagram e Facebook. E la funzionalità degli strumenti che consentono agli utenti di segnalare contenuti illegali.

    Come detto, l’indagine si inserisce all’interno del perimetro del DSA.

    Si tratta della nuova norma UE che conferisce nuovi strumenti per agire contro le principali aziende tecnologiche per il modo in cui gestiscono i contenuti sulle loro piattaforme.

    Meta ha 5 giorni di tempo per rispondere all’UE

    L’UE ha concesso a Meta cinque giorni lavorativi per rispondere in relazione alle preoccupazioni sollevate, prima che le autorità decidano di intensificare l’indagine.

    L’indagine segue le dichiarazioni del ministro francese degli Affari europei, Jean-Noel Barrot, che ha avvertito che una campagna di disinformazione, orchestrata dalla Russia, sta cercando di destabilizzare l’opinione pubblica UE, prima del voto di giugno.

    Barrot ha anche aggiunto che, negli ultimi mesi, 25 stati membri dell’unione sono finiti nel mirino della propaganda russa.

     

  • Meta, in UE arrivano Facebook e Instagram anche a pagamento

    Meta, in UE arrivano Facebook e Instagram anche a pagamento

    Meta introduce la versione a pagamento per Facebook e Instagram in UE, permettendo una navigazione senza annunci. Questa mossa risponde alle normative UE e potrebbe segnare un cambiamento nel panorama dei social media.

    Alla fine, dopo settimane in cui se ne è discusso, Meta lancia in UE una versione di Facebook e Instagram a pagamento. Questa formula è un modo per osservare le regole UE e permettere agli utenti di poter usare le piattaforme di Meta senza visualizzare annunci pubblicitari.

    Come abbiamo imparato in questi anni, nell’era digitale, la pubblicità è diventata una costante nella vita degli utenti. Quando scorriamo il feed di Facebook o Instagram, veniamo bombardati da annunci mirati, basati sulle nostre preferenze e comportamenti online. Spesso si è superato il limite, al punto da richiedere un intervento dell’UE. Con l’intento di salvaguardare gli utenti.

    Ma come si è giunti a questa decisione? Vediamo insieme le motivazioni, i costi, le implicazioni che questa mossa di Meta può comportare. Per gli inserzionisti e per i social media in generale.

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    Dalle prime voci alla conferma ufficiale. I costi

    Le prime voci di un possibile cambiamento nelle politiche di monetizzazione di Meta sono di qualche settimana fa. Gli esperti avevano già previsto che con GDPR e Digital Markets Act, sarebbe stato solo questione di tempo prima che Meta prendesse una decisione in merito. E oggi, con l’annuncio ufficiale di Meta, quelle previsioni sono diventate realtà.

    L’abbonamento senza pubblicità sarà disponibile solo per gli utenti di età pari o superiore a 18 anni in UE, EEA e Svizzera. Il costo previsto è di costerà 9,99 €/mese sul web o 12,99 €/mese su iOS e Android.

    Nella prima fase, a partire da novembre, si applicherà su tutti gli account Facebook e Instagram collegati. Anche se Meta alla fine addebiterà un extra per gli account collegati.

    A partire da marzo 2024, ci sarà una commissione aggiuntiva di € 6 da web o € 8 da mobile, iOS e Android, per ogni account collegato.

    L’azienda afferma che finché qualcuno rimane iscritto, i suoi dati non verranno utilizzati per il targeting degli annunci.

    La mossa di Meta: risposta alla UE o strategia di mercato?

    Mentre l’introduzione dell’abbonamento a pagamento può sembrare una risposta diretta alle normative europee, alcuni ritengono che ci sia di più. Con l’aumento della concorrenza nel mondo dei social media e la crescente richiesta di privacy da parte degli utenti, offrire un’opzione senza pubblicità potrebbe essere una mossa strategica per mantenere e aumentare la base di utenti.

    Resta chiaro l’intento di Meta di non abbandonare il modello di business che si poggia sull’advertising. Anzi, questa situazione permette alla società di Zuckerberg di affiancare un nuovo modello, tutto da sperimentare però.

    Le implicazioni per gli inserzionisti Meta

    Con l’introduzione di un’opzione a pagamento, gli inserzionisti potrebbero dover rivedere le loro strategie. Se un numero significativo di utenti dovesse optare per la formula abbonamento a pagamento, senza annunci, questo potrebbe ridurre la portata degli annunci stessi.

    Tuttavia, questa nuova strada potrebbe anche portare a una maggiore qualità degli annunci. Infatti, gli inserzionisti cercheranno di rendere i loro contenuti più pertinenti e coinvolgenti per il pubblico. Potrebbe avere dei risvolti anche per la versione gratuita.

    Il futuro della pubblicità su Facebook e Instagram

    L’abbonamento senza pubblicità, dunque, rappresenta un cambiamento significativo per Meta. Anche se è improbabile che segni la fine della pubblicità su queste piattaforme, come dicevamo prima.

    La pubblicità rimarrà cruciale per Meta e con l’avvento di nuove tecnologie potremmo vedere forse nuove e innovative forme di pubblicità.

    Un passo verso un futuro più personalizzato?

    L’introduzione dell’abbonamento senza pubblicità rappresenta un passo significativo verso un futuro in cui gli utenti hanno maggiore controllo sulla loro esperienza online.

    Resta da vedere come questa mossa influenzerà l’ecosistema dei social media nel suo complesso. Appare chiaro che stiamo entrando in un’era di maggiore personalizzazione e controllo da parte degli utenti.

    Vedremo quante persone saranno davvero disposte a pagare pur di non vedere annunci pubblicitari.

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