Tag: dati personali

  • Caso Booking, perché proteggere il perimetro non basta più

    Caso Booking, perché proteggere il perimetro non basta più

    Il data breach di Booking ha esposto i dati di milioni di utenti, subito usati per truffe di phishing mirate. I dati di pagamento sono esclusi, ma il caso dimostra che la sicurezza perimetrale da sola non basta più.

    Il furto dei dati di Booking.com ha fatto molto discutere e ovviamente molto preoccupare. Come sempre accade in questi casi.

    Viviamo in un’era dove ormai non basta dire di essere protetti semplicemente adottando un software, bisogna cambiare approccio e mentalità. E questo caso, che tocca tutti, ce lo ricorda ancora una volta.

    Va specificato, del caso specifico di Booking.com non si conoscono tutti i dettagli. L’azienda ha confermato ufficialmente l’incidente il 13 aprile 2026, dopo aver rilevato anomalie nei propri sistemi. Alcune segnalazioni di utenti indicavano attività sospette già nei mesi precedenti (con casi isolati riportati a settembre 2025), suggerendo una possibile esposizione prolungata o attacchi mirati sequenziali.

    L’azienda non ha fornito dettagli, ma dati emersi da alcune indagini giornalistiche parlano di server esposto collegato a operazioni simili con dati di milioni di utenti. Non ci sono altri numeri su questo caso, su cui le indagini sono ancora in corso.

    In ogni caso, nomi, email, indirizzi, numeri di telefono, dettagli delle prenotazioni. Tutto leggibile, tutto utilizzabile senza alcuna decodifica. I dati di pagamento risultano esclusi dalla violazione, ma tutto il resto era esposto e conservato in chiaro. Booking.com ha confermato l’accaduto, aggiornato i PIN delle prenotazioni attive e avvisato i clienti con procedura standard.

    Nel frattempo, però, alcuni utenti avevano già ricevuto messaggi di phishing via WhatsApp contenenti i dettagli reali delle loro prenotazioni. Non messaggi generici, ma comunicazioni costruite con il nome della struttura, la data del soggiorno, il numero di telefono corretto. I dati sottratti sono stati usati nell’arco di ore per costruire truffe mirate.

    Per dare un’idea, Booking.com è una delle più grandi piattaforme di viaggio al mondo, con oltre 100 milioni di utenti attivi sull’app mobile, più di 500 milioni di visite mensili al sito e oltre 1,1 miliardi di pernottamenti prenotati nel 2024. Il fatturato annuo nel 2024 è stato di 23,7 miliardi di dollari, secondo Business of Apps.

    Caso Booking, perché proteggere il perimetro non basta più
    Caso Booking, perché proteggere il perimetro non basta più

    Il perimetro come illusione di sicurezza

    C’è un errore ricorrente nel modo in cui leggiamo queste vicende. Si guarda alla violazione come a un evento circoscritto: qualcuno è entrato, ha preso qualcosa, e quindi gestiamo le conseguenze.

    Ma quando i dati rubati sono in chiaro, l’incidente non ha una data di chiusura. Un nome associato a un indirizzo email, a un numero di telefono, a una prenotazione specifica diventa un profilo. Un profilo diventa un vettore di phishing. Un vettore di phishing, nelle mani giuste, diventa una campagna di frode che può durare mesi.

    I dati di Booking.com non spariscono dall’oggi al domani. Circolano, vengono rivenduti, vengono combinati con altri dataset. Ogni destinatario di quel messaggio WhatsApp che ci ha creduto ha già subito un danno che va ben oltre la prenotazione. E questo accade perché il sistema di sicurezza ha protetto i confini, non il contenuto.

    Valerio Pastore, fondatore di CyberGrant, lo spiega in modo efficace commentando proprio questo caso: la domanda giusta non è come impedire l’accesso, ma cosa succede se l’accesso avviene comunque.

    Se i dati sono crittografati nativamente, se seguono pattern di accesso non standard, se il dato stesso risulta illeggibile a chi non è autorizzato, allora la breccia diventa irrilevante. L’attaccante entra, ma non trova nulla di utile.

    La crittografia come presupposto, non come opzione

    Nessuna piattaforma che gestisce i dati di milioni di persone può garantire che nessuno entrerà mai nei suoi sistemi. Non dipende dal budget, dalla competenza del team o dalla tecnologia adottata. È la natura stessa delle infrastrutture connesse, e chi lavora nella sicurezza informatica lo sa da anni.

    Quando una violazione avviene – e prima o poi avviene – ciò che determina la gravità delle conseguenze è lo stato in cui si trovano i dati al momento dell’accesso.

    Se sono in chiaro, leggibili, immediatamente utilizzabili, il danno si propaga in ore. È quello che è successo con Booking.com: le informazioni sottratte sono diventate truffe di phishing personalizzate prima ancora che l’azienda completasse le notifiche ai clienti.

    La crittografia dei dati a riposo, come sottolinea Pastore, non è un componente opzionale da inserire in una roadmap futura o da valutare in funzione del budget disponibile.

    Nel 2026, per qualsiasi organizzazione che tratta dati personali su scala, è il presupposto minimo di responsabilità. Proteggere il perimetro serve a ridurre le probabilità di un accesso non autorizzato. Cifrare i dati all’origine serve a rendere quell’accesso inutile anche quando il perimetro non tiene.

    Fino al prossimo data breach…

    La differenza tra gestire un rischio e togliere valore a ciò che un attaccante riesce a rubare è tutta qui.

    Un dato cifrato che esce da un sistema non produce messaggi WhatsApp con i dettagli delle prenotazioni. Non alimenta campagne di phishing personalizzate. Non crea quel cortocircuito tra furto e danno che abbiamo visto in questo caso.

    Resta da vedere se il caso Booking.com spingerà altre piattaforme a ripensare l’architettura dei propri sistemi, o se continueremo a trattare la cifratura nativa come un lusso invece che come un requisito. La risposta, come sempre, la daranno – purtroppo – i prossimi data breach.

  • TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    TikTok è stata multata per 530 milioni di euro dall’UE per aver trasferito impropriamente dati degli utenti in Cina, violando il GDPR. Un caso che riaccende il dibattito sulla privacy.

    L’Unione Europea ha inflitto a TikTok una multa da 530 milioni di euro – pari a circa 600 milioni di dollari – per violazione delle norme sulla privacy dei dati personali.

    Il motivo? Un’inchiesta durata quattro anni ha accertato che l’azienda ha trasferito impropriamente dati degli utenti europei in Cina, senza rispettare quanto previsto dal GDPR. Una sanzione pesante, che si inserisce in un contesto di crescente diffidenza verso la piattaforma di proprietà del colosso cinese ByteDance.

    Una delle multe più alte mai comminate sotto il GDPR

    A decidere la sanzione è stata la Data Protection Commission (DPC) irlandese, autorità capofila per TikTok in quanto la sede europea dell’azienda si trova a Dublino.

    Dopo un’indagine avviata nel settembre 2021, la DPC ha stabilito che TikTok ha violato l’articolo 44 del Regolamento generale sulla protezione dei dati, che impone regole molto rigide sui trasferimenti verso paesi terzi.

    Nello specifico, è stato accertato che TikTok ha consentito l’accesso remoto ai dati degli utenti europei da parte di dipendenti e personale tecnico con sede in Cina, senza adottare misure sufficienti a garantire un livello di protezione “equivalente” a quello previsto dalla normativa europea.

    Agli utenti europei non è stato garantito un livello di protezione sostanzialmente equivalente a quello garantito all’interno dell’UE“, ha affermato in una nota Graham Doyle, vice commissario della Commissione irlandese per la protezione dei dati.

    Si tratta della terza multa più elevata mai inflitta nell’ambito del GDPR, dopo quelle a Meta (1,2 miliardi di euro) e Amazon (746 milioni di euro). E, per TikTok, non è nemmeno la prima: nel 2023 era già stata sanzionata con una multa da 345 milioni di euro per violazioni legate al trattamento dei dati dei minori.

    TikTok, multa dall'UE per trasferimento di dati in Cina
    TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    Il cuore della questione: i dati trasferiti in Cina

    A preoccupare le autorità europee è soprattutto il fatto che i dati degli utenti – compresi quelli di giovani e giovanissimi – siano potenzialmente accessibili da un paese, la Cina, i cui standard legali e di tutela della privacy sono molto diversi da quelli europei.

    La legge cinese sulla sicurezza nazionale, infatti, impone alle aziende di collaborare con il governo qualora richiesto, anche in termini di accesso ai dati. E questo, per i regolatori europei, rappresenta un rischio concreto per la protezione delle informazioni personali.

    TikTok ha inizialmente negato che i dati degli utenti europei fossero conservati o accessibili dalla Cina. Ma nel febbraio 2025 ha ammesso che una “quantità limitata” di dati era effettivamente archiviata in territorio cinese, contraddicendo quanto dichiarato fino a quel momento. Un elemento che ha avuto un peso determinante nelle conclusioni della DPC.

    Il nodo della trasparenza: cosa non è stato detto agli utenti

    Un altro punto su cui si è concentrata l’indagine riguarda la trasparenza. Secondo quanto accertato, TikTok non ha informato in modo chiaro gli utenti che i loro dati potevano essere trasferiti e trattati in Cina. Nella sua informativa sulla privacy, infatti, il paese non veniva menzionato in maniera esplicita.

    Non solo. L’indagine ha evidenziato che TikTok non ha condotto un’adeguata valutazione dei rischi legati a questi trasferimenti, né ha messo in atto misure tecniche e organizzative sufficienti per tutelare i dati.

    Ora la piattaforma ha sei mesi di tempo per mettersi in regola, altrimenti rischia la sospensione del trasferimento dei dati verso la Cina.

    TikTok risponde: “La decisione si riferisce al passato”

    TikTok ha fatto sapere di non condividere le conclusioni della DPC e di voler presentare ricorso. Ha inoltre sottolineato che la decisione si basa su pratiche risalenti a prima del maggio 2023, ossia prima dell’implementazione del cosiddetto Project Clover.

    Si tratta di un programma da 12 miliardi di euro con cui TikTok mira a rassicurare le autorità europee. Tra le misure previste, la costruzione di tre data center nel continente, una revisione dei protocolli di accesso ai dati e un sistema di audit indipendenti sulla gestione delle informazioni personali.

    Questa sentenza rischia di creare un precedente con conseguenze di vasta portata per le aziende e interi settori in tutta Europa che operano su scala globale“, ha affermato TikTok in una nota.

    Un’operazione che, al di là del tentativo di salvaguardare la propria immagine, dimostra quanto il tema del trattamento dei dati stia diventando centrale anche per una piattaforma cresciuta grazie alla leggerezza dei suoi contenuti.

    Un contesto sempre più teso tra l’UE e TikTok

    Questa nuova sanzione si inserisce in un clima di crescente diffidenza verso TikTok da parte delle istituzioni europee. Già nel febbraio 2023 la Commissione UE aveva vietato l’uso dell’app sui dispositivi del personale, citando proprio motivi di sicurezza e il rischio di accessi non autorizzati.

    Una decisione che fu seguita a ruota anche da altri organismi comunitari e da diversi governi nazionali. Da allora, la pressione su TikTok non si è mai realmente allentata.

    E adesso, con questa multa, l’Unione Europea manda un segnale chiaro. E cioè che il trattamento dei dati personali non è negoziabile. Tanto più quando si parla di minorenni, e quando i dati rischiano di finire sotto la giurisdizione di paesi che non offrono garanzie equivalenti a quelle europee.

    Perché questa vicenda è importante

    Questa vicenda non è soltanto una questione squisitamente giuridica. È una questione di fiducia. E, nel mondo digitale – lo abbiamo imparato bene in questi anni – la fiducia è tutto.

    Il modo in cui le piattaforme trattano i dati degli utenti – cosa raccolgono, dove li conservano, chi può accedervi – definisce il perimetro entro cui possiamo ancora sentirci “cittadini” e non solo “consumatori”.

    E TikTok, oggi, è chiamata a scegliere quale strada vuole davvero percorrere. Non solo per evitare sanzioni, ma per dimostrare se è disposta a rispettare, davvero, le regole del gioco europeo.

  • DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è breve. Il caso DeepSeek solleva nuovamente il grande problema di come gli utenti curano i propri dati.

    Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è davvero breve. Ed è quello che è successo a DeepSeek, almeno in Italia.

    Negli ultimi giorni, la rapida diffusione di DeepSeek, il nuovo modello di intelligenza artificiale cinese, ha scatenato un acceso dibattito sulla privacy.

    Molti utenti e commentatori hanno lanciato l’allarme, mettendo in guardia sui potenziali rischi per la sicurezza dei dati personali. E invitando a non scaricare l’app per evitare esposizioni indesiderate.

    Ma fermiamoci un attimo: il vero problema è solo DeepSeek, o stiamo dimenticando qualcosa di più grande?

    Il problema non è solo DeepSeek

    Ogni volta che emerge una nuova tecnologia, soprattutto se proveniente dalla Cina, il dibattito sulla privacy si riaccende. L’impressione è che questa preoccupazione sembra essere poco consapevole della situazione.

    Se un utente teme che DeepSeek possa accedere ai suoi dati, ma nel frattempo ha installato sul proprio smartphone applicazioni ben più invasive come TikTok, allora il vero problema non è la singola app. Ma la mancanza consapevolezza rispetto alla protezione dei propri dati personali.

    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati
    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    E dove sono i nostri dati?

    I nostri dati non sono custoditi in un luogo sicuro e isolato. Sono già ovunque nelle mani di aziende di tutto il mondo.

    Stati Uniti, Cina, India, Europa: chiunque operi nel settore digitale ha accesso a informazioni personali raccolte attraverso app, piattaforme digitali e servizi online.

    Se ci preoccupiamo di DeepSeek, dovremmo allora preoccuparci di ogni altra piattaforma che già raccoglie e utilizza i nostri dati quotidianamente.

    TikTok, un caso eclatante di raccolta dati

    Un esempio chiaro di questa scarsa consapevolezza è TikTok.

    Molti utenti allarmati da DeepSeek usano senza problemi TikTok, ignorando che si tratta di una delle app più invasive dal punto di vista della raccolta dati.

    Uno studio del 2023 ha rivelato che TikTok condivide il proprio SDK con circa 28.000 applicazioni.

    Questo significa che l’app non solo raccoglie enormi quantitativi di dati dai propri utenti, ma ha accesso anche alle informazioni provenienti da una rete vastissima di applicazioni che integrano il suo kit di sviluppo.

    In altre parole, i dati degli utenti finiscono in un ecosistema molto più ampio di quanto si possa immaginare.

    Inoltre, TikTok ha un livello di accesso ai dispositivi particolarmente elevato, soprattutto nella versione Android.

    Alcune analisi di esperti di cybersecurity hanno evidenziato come l’APK dell’app possa raccogliere informazioni dettagliate sul comportamento dell’utente, sui dispositivi utilizzati, sulla rete Wi-Fi e persino sui dati copiati negli appunti.

    Il vero problema: la mancanza di consapevolezza

    Il caso DeepSeek evidenzia un problema che va ben oltre il singolo modello AI. La vera questione non è tanto chi raccoglie i nostri dati, ma come noi stessi li proteggiamo (o meglio, non li proteggiamo).

    Infatti, spesso

    • accettiamo cookie e tracking senza leggere le informative;
    • creiamo account su siti e piattaforme digitali senza pensare alla condivisione dei dati;
    • concediamo autorizzazioni indiscriminatamente ad app che raccolgono informazioni ben oltre quanto necessario;
    • utilizziamo servizi gratuiti senza chiedersi quale sia il modello di business che li finanzia.

    Questa leggerezza porta a una situazione paradossale. Ci si allarma per DeepSeek, ma nel frattempo si cedono dati a decine di altre piattaforme senza alcuna preoccupazione.

    La privacy è un problema di consapevolezza

    Se vogliamo davvero proteggere la nostra privacy, dobbiamo smettere di reagire in modo selettivo e impulsivo di fronte a nuovi attori digitali.

    Il problema non è solo la Cina, gli Stati Uniti o qualsiasi altra nazione che sviluppi tecnologia avanzata. Il primo problema è la nostra incapacità di gestire i dati in modo responsabile.

    È la nostra mancanza di consapevolezza e la facilità con cui cediamo informazioni sensibili senza riflettere sulle conseguenze a creare i primi grandi problemi.

    La vera sfida è allenarci a una gestione più responsabile della nostra identità digitale.

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

     

  • DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    Dopo la richiesta del Garante della Privacy italiano verso DeepSeek e su come vengono trattati i dati degli utenti, l’app scompare dai market in Italia. Un caso?

    Nelle ultime ore, l’applicazione DeepSeek – il chatbot di intelligenza artificiale sviluppato in Cina e considerato uno dei principali concorrenti di ChatGPT – è scomparsa dagli store italiani di Apple e Google.

    Una rimozione improvvisa, che lascia aperti diversi interrogativi: si tratta di una decisione autonoma degli store o di una conseguenza della recente richiesta del Garante per la protezione dei dati personali?

    Il contesto: l’indagine del Garante della Privacy

    La rimozione di DeepSeek dagli store italiani arriva a poche ore di distanza dalla richiesta formale del Garante della Privacy italiano, che ieri, 28 gennaio 2025  ha avviato un’indagine sull’applicazione.

    L’Autorità ha chiesto a DeepSeek di fornire chiarimenti su come vengano raccolti, trattati e conservati i dati personali degli utenti, con particolare attenzione alla localizzazione dei server e alla possibile trasmissione delle informazioni in Cina.

    La richiesta del Garante è scaturita dall’attenzione crescente verso i chatbot basati su intelligenza artificiale generativa, specie quelli di origine cinese, che sollevano interrogativi sulla protezione dei dati e sulla trasparenza delle loro operazioni.

    La questione diventa ancora più delicata considerando che DeepSeek ha conquistato rapidamente una fetta di utenti europei, grazie alla sua capacità di offrire risposte articolate e modelli di interazione avanzati.

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia
    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    Rimozione dagli store: coincidenza?

    Al momento, né Apple né Google hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla scomparsa di DeepSeek dai rispettivi store italiani.

    Per ora, il servizio web di DeepSeek rimane accessibile e gli utenti che avevano già scaricato l’app possono continuare a utilizzarla.

    Questa situazione solleva una domanda cruciale: la rimozione è stata una decisione autonoma delle piattaforme, una misura precauzionale presa dagli sviluppatori dell’app, oppure è il primo effetto dell’intervento del Garante italiano?

    Al momento, l’azienda dietro DeepSeek non ha commentato la questione, lasciando il campo a ipotesi e speculazioni.

    Casi precedenti e possibili sviluppi

    Non sarebbe la prima volta che un chatbot IA viene sottoposto a restrizioni per questioni di privacy.

    Basti pensare al caso di ChatGPT, che nel 2023 fu temporaneamente bloccato in Italia proprio su ordine del Garante della Privacy, fino a quando OpenAI non adeguò le proprie politiche di gestione dei dati.

    Se DeepSeek non fornirà risposte adeguate sulle modalità di gestione dei dati, potrebbe andare incontro a restrizioni simili.

    D’altra parte, se la rimozione fosse stata un atto volontario da parte degli sviluppatori, potremmo assistere a una modifica delle politiche dell’azienda prima di un eventuale ritorno negli store italiani.

    La stessa situazione del 2023 con ChatGPT

    Ma più passa il tempo e più si ha la certezza di essere di fronte ad una situazione analoga a quella del 2023. In quel caso venne resa inaccessibile la piattaforma web (non c’era ancora l’app di ChatGPT), nel caso di DeepSeek vengono disattivate le app.

    Altro elemento da considerare è che l’Italia, al momento, è l’unico paese al mondo ad aver preso questa misura.

    Cosa significa per gli utenti

    Per chi utilizzava DeepSeek tramite l’app, l’assenza dagli store non implica un’immediata impossibilità di accedere al servizio

    Questa vicenda solleva il tema più ampio della consapevolezza degli utenti rispetto alla gestione dei propri dati, specie quando si tratta di strumenti basati su IA generativa. Che proveremo ad approfondire più avanti.

    Resta da vedere se ci saranno sviluppi ufficiali, chiarimenti da parte degli store o della stessa DeepSeek.

    La sensazione è che questa sia solo la prima di una serie di mosse che definiranno il futuro del chatbot in Italia. Il dibattito sulla privacy e sulla sicurezza dei dati nell’era dell’intelligenza artificiale generativa è tutt’altro che concluso.

  • Perché adesso TikTok preoccupa tutti gli stati e governi

    Perché adesso TikTok preoccupa tutti gli stati e governi

    TikTok ormai preoccupa, in maniera crescente, gli stati e governi un po’ di tutto il mondo. Improbabile che si arrivi ad un divieto esteso agli utenti privati, ma le istituzioni governative europee, americane e canadesi stanno iniziando a vietare l’app. Vediamo, in sintesi, di comprenderne di più.

    Negli ultimi giorni si è parlato molto della possibilità che TikTok possa essere vietato un po’ ovunque. Ma, diciamole subito e chiaramente: un possibile divieto dell’uso di TikTok per gli utenti privati è assolutamente improbabile. Proprio nelle ultime ora, alcuni movimenti per i diritti civili digitali, negli Usa, stanno protestando contro una ipotetica possibilità di ban verso TikTok, in quanto violerebbe i diritti della persona secondo il primo emendamento.

    Quindi, la possibilità di vietare TikTok per gli utenti privati non è presa in considerazione da nessuno. Il tema piuttosto riguarda le istituzioni pubbliche, a livello mondiale, che nei giorni scorsi hanno adottato provvedimenti di divieto per i funzionari e i dipendenti delle varie istituzioni pubbliche, perché sussistono rischi sulla sicurezza.

    Come saprete certamente, negli ultimi giorni si è parlato molto della decisione delle tre istituzioni europee, vale a dire Parlamento, Consiglio e Commissione UE di vietare l’uso di TikTok, di cancellarla dal proprio smartphone entro il 15 marzo di quest’anno, in quanto comporterebbe seri rischi per la sicurezza delle istituzioni.

    divieto tiktok governo stati

    La stessa cosa ha poi fatto il governo del Canada, con divieto immediato. In questo caso il primo ministro canadese, Justin Trudeau, si è augurato che questo ban per le istituzioni governative possa servire come esempio per gli utenti canadesi, spingendoli a cancellare l’app dal proprio dispositivo mobile.

    E si è mossa in questa direzione anche l’amministrazione Usa, guidata dal presidente Joe Biden, che ha invitato tutti i dipendenti e funzionari delle amministrazioni federali a cancellare l’app entro i prossimi 30 giorni. Una decisione, questa, che segue la battaglia che aveva iniziato nel 2020 Donald Trump che si trovò sul punto di smembrare le attività Usa di ByteDance, la società cinese che gestisce TikTok, per affidarle ad un’azienda terza e Oracle vi andò molto vicino. Poi arrivò Biden e non se ne fece più nulla. Solo che adesso i repubblicani fanno pressione su Biden, in virtù della sua decisione verso TikTok, per appoggiare la legge in discussione al Congresso che porterebbe ad un divieto esteso dell’app in tutti gli Usa.

    Come detto all’inizio, un divieto dell’app esteso anche agli utenti privati non è assolutamente praticabile e non risolverebbe il vero problema.

    Già, ma qual è il problema?

    Il problema è che TikTok non solo condivide i dati dei suoi utenti, così come fanno anche le altre app social media, ma li assorbe anche da tutte le altre app che sono installate su uno smartphone. Questo è il vero punto del problema che riguarda, soprattutto, le istituzioni pubbliche. E stiamo parlando di dati personali e di dati biometrici, ossia quei dati che definiscono le “caratteristiche fisiche, fisiologiche e comportamentali di una persona fisica” (GDPR art. 4, par. 1, n. 14).

    Il problema è dovuto al fatto che oramai è sempre più promiscuo l’uso che si fa del proprio smartphone. Lo si usa tanto dal punto di vista personale quanto dal punto di vista lavorativo e professionale. E, come abbiamo visto, negli anni della pandemia e successivi, questo utilizzo misto è sempre stato più esteso anche per via del remote working.

    Da qui nascono le preoccupazioni delle istituzioni pubbliche, e cioè che questi dati possano essere condivisi anche con TikTok, in quanto presente sullo smartphone, e condivisi con funzionari cinesi.

    Non se ne è discusso molto, ma circa tre mesi fa è stata proprio TikTok ad ammettere la condivisione dei dati dei propri utenti, e di quelli raccolti dalle altre app, con le proprie sedi nel mondo. E cioè con la sede brasiliana, con la sede israeliana e anche con la sede cinese.

    Ma non solo vi è questo tipo di condivisione, TikTok deve condividere i propri dati anche con il governo cinese, in virtù di una legge precisa del governo.

    Ora, la situazione è molto delicata e ByteDance anche in questi giorni ha sempre negato, a più livelli e in diverse occasioni, di condividere dati con il governo cinese o di aver ricevuto pressioni in tal senso. Ma un problema di condivisione dei dati c’è e bisogna prenderne atto.

    In una situazione difficile come stiamo vivendo, con gli equilibri internazionali molto fragili, soprattutto dal punto di vista delle relazioni Usa-Cina e del ruolo che la stessa Cina può giocare nella guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, un possibile divieto di TikTok a livello quasi globale sarebbe pericoloso, oltre che inutile.

    Inutile perché, fatte salve le preoccupazioni mosse dalle istituzioni pubbliche, anche vietando all’utente privato di usare l’app TikTok il problema della condivisione dei dati non verrebbe assolutamente risolto.

    Un recente studio di Gizmodo ha dimostrato come TikTok raccolga i dati da oltre 28 mila applicazioni. Si tratta di app che utilizzano l’SDK (il kit di sviluppo dell’app) usato da TikTok. Si tratta di strumenti che integrano le app con i sistemi di TikTok e inviano i dati degli utenti di TikTok per funzioni come annunci all’interno di TikTok, accesso e condivisione di video dall’app.

    Ma le app non sono l’unica fonte di dati di TikTok. Esistono tracker TikTok distribuiti anche su tantissimi siti web. Va poi detto che il tipo di condivisione dei dati che TikTok sta praticando è altrettanto comune a quello che fanno altre app, web e mobile.

    Questo per dire che anche vietando l’uso di TikTok a tutti gli utenti il problema non verrebbe comunque risolto.

    Insomma, questo era un tentativo, sintetico, anche perché il tema sarebbe ancora più esteso e complesso, per cercare di dare una spiegazione a quanto sta succedendo in questi ultimi giorni.

    A questo proposito, segnalo anche l’episodio del podcast di Marco Maisano “Ma perché?” proprio dedicato a rispondere alla domanda “ma perché TikTok rischia il bando?”.

  • Social Media e Privacy, è Instagram quella che condivide più dati online

    Social Media e Privacy, è Instagram quella che condivide più dati online

    Instagram è la piattaforma social media che condivide più dati degli utenti verso terze parti. È quanto emerge da una ricerca di pCloud basandosi sulle categorie delle app su Apple Store.

    Instagram condivide più dati di Facebook. Sembra strano vero? Eppure, è così. La conferma di questa affermazione ci arriva da una recente ricerca di pCloud che ha analizzato il modo in cui le app, tutte o quasi, condividono online i dati dei propri utenti. Un tema questo molto sentito di recente, specie dopo la vicenda che ha riguardato WhatsApp, quando ha chiesto di accettare, senza opzione, il cambio delle condizioni d’uso e della privacy che contenevano o scambio di dati con Facebook, la piattaforma della casa madre.

    Ora, al netto di quelle che sono le regole europee in materia, che proteggono gli utenti del vecchio continente più di quanto si è portati a credere, esiste un grande tema di come le piattaforme condividono i nostri dati con app di terze parti.

    Ormai ci siamo abituati, non del tutto per la verità, ma sappiamo bene che se ci troviamo su una piattaforma e visualizziamo un annuncio, è altamente probabile che, spostandoci da un’altra parte, visualizzeremo comunque la pubblicità di quel prodotto/servizio visto prima. E lo stesso ci seguirà un po’ ovunque. Questo perché nel momento in cui abbiamo accettato le condizioni d’uso, abbiamo accordato questo tipo di trattamento. E spesso, accettiamo senza leggere che cosa stiamo accordando. Accettando quelle condizioni, diamo il permesso a quell’app di trattare i nostri dati.

    social media dati utenti franzrusso.it

    Fatta questa premessa, per cercare di in quadrare bene il tema, vediamo cosa è venuto fuori dalla ricerca di pCloud.

    La ricerca si basa sulle categorie evidenziate da Apple all’interno dell’Apple Store. Sono 14 e permettono di comprendere come vengono trattati i dati degli utenti. pCloud ha basato la sua analisi sulla base di questi dati.

    Intanto partiamo da un dato generale, molto significativo che è questo: il 52% delle app condivide i nostri dati con terze parti.

    I dati dicono che il 43% dei dati raccolti cercando un video su YouTube vengono condivisi con terze parti. Dati che serviranno ad ottimizzare meglio gli annunci da mostrare agli utenti. Se il 43% vi sembra un dato elevato, allora aspettate a sapere quanto condividono le altre piattaforme social media.

    app social media terze parti instagram pcloud

    Instagram, l’app che condivide più dati degli utenti: il 79%

    Quella che condivide più dati degli utenti verso terze parti è Instagram, il 79% dei nostri dati, tra i quali la cronologia di navigazione e le informazioni personali. Questo è il motivo per cui non c’è molto da restare sorpresi se vi sono così tanti annunci sull’app. Circa 1 annuncio ogni 4/5 post sul feed (alle volte anche dopo 3 annunci) e 1 annuncio ogni 3 stories.

    Dopo Instagram si piazza Facebook, che condivide il 57% dei nostri dati, mentre LinkedIn ne condivide il 50%. Notate come il podio, le prime tre posizioni di questa classifica, vede solo piattaforme social media che, di conseguenza, sono le peggiori da questo punto di vista.

    Ma quali sono le app più sicure ì, quelle che condividono meno dati di altre?

    app social media terze parti sicure pcloud

    Ebbene, si tratta di Clubhouse, Netflix e Signal. A proposito di Signal, vi invitiamo a leggere il nostro approfondimento sull’app di messaggistica, al momento, più sicura.

    Anche app come Skype, Teams o Classroom, app che hanno riscontrato un grande successo durante il lockdown dello scorso anno, non condividono tanti dati.

    Ecco, questo era un breve resoconto di questo studio che trovate anche qui.

    E poi, fateci sapere cosa ne pensate.

  • Facebook è pronta a lanciare il suo smartwatch nel 2022

    Facebook è pronta a lanciare il suo smartwatch nel 2022

    Facebook sta per lanciare il suo smartwatch basato su Android. Un modo per accedere ad altri dati degli utenti, dopo aver fallito l’acquisizione di Fitbit finita poi nelle mani di Google.

    Da tempo Facebook sta cercando di sviluppare non solo software ma anche hardware, cercando di posizionarsi sul mercato con proprio prodotti e provare a sfidare le grandi aziende tech che da tempo presidiano i vari settori. Stavolta, secondo quanto riporta The Information, sempre molto informato appunto, l’azienda di Mark Zuckerberg starebbe lavorando ad un proprio smartwatch e sarà sicuramente basato su Android. Una scelta questa quasi obbligata, vista la maretta tra i due colossi a proposito dell’aggiornamento iOS 14 che andrebbe a penalizzare in maniera rilevante proprio il colosso di Menlo Park.

    Non si sa se alla fine Facebook opterà per Wear OS, il sistema operativo di Google per i dispositivi indossabili, ma è certo che per il futuro Facebook vuole sviluppare un suo sistema operativo, facendo presagire che ha serie intenzioni ad inserirsi nel mercato dei wearable devices. Il lancio sarebbe previsto entro il prossimo anno.

    facebook smartwatch franzrusso.it

    Lo smartwatch di Facebook avrà come focus la messaggistica e una sezione salute e fitness molto strutturata, il tutto andrebbe poi a posizionarsi insieme agli altri prodotti come le cuffie Oculus per la realtà virtuale e Portal, il dispositivo che permette anche le video chat, completando, al momento l’intero ecosistema. E non mancheranno, nei prossimi mesi, gli occhiali, in collaborazione con Ray Ban (andando a sfidare, ad esempio Snapchat ma anche Google e Huawei).

    Non è la prima vola che Facebook si lancia sul mercato con un proprio dispositivo. Molti di voi ricorderanno lo sviluppo di uno smartphone, in collaborazione con HTC, che non venne accolto benissimo.

    Chiaro che in questa fase Facebook ha bisogno di posizionarsi nel grande mercato dei dati che derivano dall’utilizzo di questi dispositivi. E come sappiamo bene, da questo punto di vista Facebook non si presenta benissimo e quindi questo tema, se non curato secondo le leggi vigenti, soprattutto in Europa, rischierebbe di trasformarsi in una specie di boomerang, rischiando di buttare all’aria gli investimenti.

    Ricorderete anche che Facebook aveva cercato di comprare Fitbit, finita nelle mani di Google per 7,3 miliardi di dollari, proprio per cercare di mettere la sua “bandierina” anche nel mercato dei dispositivi indossabili e avere accesso ad altri dati. E anche Google ha avuto le sue grane da questo punto di vista.

    Per ora di tratta di informazioni verificate, ma non è escluso che possano nascere anche delle problematiche per cui tutto questo non vedrà mai la luce. Intanto, va registrato come Facebook cerchi di posizionarsi anche in altri mercati, pur sapendo dei rischi che non derivano solo dalla gestione dei dati. L’intento è sempre quello di riunire a messaggistica delle tre app al momento, Instagram Messenger e WahtsApp, in modo da veicolarla come una entità unica e cercare di evitare qualsiasi problema con l’antitrust Usa. E di questo se ne parlerà ancora.

  • WhatsApp aggiorna i termini d’uso e condivide i dati con Facebook

    WhatsApp aggiorna i termini d’uso e condivide i dati con Facebook

    WhatsApp aggiorna i termini d’uso e l’informativa sulla privacy. In sostanza, l’aggiornamento prevede la condivisione dei dati con Facebook, fino ad ora rimandata. I nuovi termini entreranno in vigore il prossimo 8 febbraio, senza possibilità di scelta.

    Alzi la mano chi stamattina ha letto per davvero la notifica di aggiornamento dei nuovi termini di WhatsApp prima di cliccare su “Accetta”, per altro unica possibilità lasciata all’utente. Provando ad indovinare, pochissimo avete alzato la mano perché nella maggior parte dei casi si è cliccato sul tasto verde, senza leggere, come quasi sempre accade con qualsiasi altra app. Solo che stavolta leggere prima di andare avanti era davvero prezioso. Perché?

    La risposta è semplice. Perché dal prossimo 8 febbraio 2021, giorno in cui entreranno in vigore i nuovi termini di utilizzo e l’informativa sulla privacy di WhatsApp i dati degli utenti verranno condivisi con Facebook.

    whatsapp aggiornamento termini informativa privacy 2021 franzrusso 2021

    È probabile anche che tutto questo non vi sorprenda, del resto resta tutto in famiglia. Invece questo aggiornamento è importante per un paio di motivi in particolare.

    Il primo è sicuramente legato al fatto che WhatsApp ha da sempre sostenuto che la condivisione dei dati personali a Facebook, che in sostanza servirà alle aziende che investono a migliorare l’offerta dei propri prodotti e servizi, non sarebbe mai avvenuta, è invece è successo. Il secondo motivo è che questo aggiornamento, importante, non lascia molta scelta all’utente, mettendolo di fronte al fatto di continuare, e quindi accettare, oppure abbandonare l’app.

    L’unica cosa che può fare l’utente è quella di ritardare l’aggiornamento e magari attendere l’8 febbraio prima di accettare in maniera compulsiva e riflettere se sia il caso, a queste condizioni, di continuare ad usare l’app.

    I dati che verranno condivisi includono, dall’8 febbraio, anche le informazioni sui pagamenti e sulle transazioni.

    whatsapp aggiornamento-termini informativa privacy

    Raccogliamo informazioni sulla tua attività sui nostri servizi, come informazioni relative ai servizi, alla diagnostica e alle prestazioni. Ciò include informazioni sulla tua attività (incluse le modalità di utilizzo dei nostri Servizi, le impostazioni dei Servizi, il modo in cui interagisci con gli altri utenti che utilizzano i nostri Servizi (anche quando interagisci con un’azienda) e l’orario, la frequenza e la durata delle tue attività e delle tue interazioni), i file di log e i log e i rapporti su diagnostica, crash, sito web e prestazioni.

    Ciò include anche informazioni su quando ci si è registrato per utilizzare i nostri Servizi; le funzioni che si utilizzano come la nostra messaggistica, le chiamate, lo stato, i gruppi (compreso il nome del gruppo, la foto del gruppo, la descrizione del gruppo), i pagamenti o le funzioni aziendali; la foto del profilo, le informazioni “about”; se si è online, quando si è utilizzato i nostri Servizi per l’ultima volta; e quando si è aggiornato l’ultima volta le informazioni “about”“.

    E intanto Elon Musk consiglia di usare Signal

    Questo è quello che si legge all’interno delle condizioni.

    Un aggiornamento che alla fine non fa altro che portare vantaggio a Facebook, e, a guardare bene, non poteva essere diversamente.

  • Twitter, lo scambio di maggiori dati commerciali non vale in Europa

    Twitter, lo scambio di maggiori dati commerciali non vale in Europa

    Twitter sta notificando agli utenti, che vivono al di fuori dell’Europa, di aver cambiato la policy per lo scambio di informazioni con i propri partner commerciali: Facebook e Google. Gli utenti non hanno più possibilità di scegliere.

    Twitter da ieri ha iniziato a notificare agli utenti, al di fuori dell’Europa, compresi i paesi EFTA (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) e il Regno Unito, di aver cambiato la policy con cui la società condivide i dati degli utenti con i propri partner commerciali. Un cambiamento che sta destando non poche polemiche negli Usa, e non solo, ma che forse è una risposta all’incidente di qualche mese fa, quando dalla piattaforma, per via di un bug, vennero resi pubblici i dati degli utenti dalla piattaforma Mobile Advertising Platform.

    Tutti gli utenti che accedono a Twitter, dagli Usa e da altri paesi, si sono trovati davanti al fatto che da oggi Twitter condivide i dati degli utenti con i suoi partner commerciali, nello specifico Facebook e Google, senza più avere la possibilità di scegliere. Ed è questo il punto su cui si concentra la polemica.

    twitter cambio policy dati franzrusso.it 2020

    La società di Jack Dorsey spiega che questa scelta è un modo per garantire l’uso gratuito della piattaforma a 280 caratteri. “È stata rimossa la vostra capacità di controllare le misure pubblicitarie delle applicazioni mobili, ma potete controllare se condividere alcuni dati non pubblici per migliorare le attività di marketing di Twitter su altri siti e applicazioni. Questi cambiamenti, che aiutano Twitter a continuare a funzionare come servizio gratuito, li trovate nelle vostre impostazioni“.

    Quindi gli utenti che vivono al di fuori dell’Europa non hanno, sostanzialmente, più capacità di scelta.

    twitter avviso dati commerciali

    Twitter però specifica che ad essere condivisi con i partner non sono dati sensibili come nome, numero di telefono o indirizzo email. Ad essere condivisi sono le informazioni riguardanti gli annunci pubblicitari che vengono visualizzati nell’app e l’ID univoco dello stesso dispositivo, quello che si accorda dopo aver installato l’app e aver effettuato l’accesso.

    Quindi, Twitter utilizza l’SDK di Facebook e il Google tracking per tracciare queste informazioni. Le stesse informazioni possono poi essere utilizzate e analizzate da Twitter per comprendere meglio il comportamento degli utenti, cioè il suo targeting.

    The Verge fa notare che questa operazione d tracciamento aiuterà Twitter ad evitare incidenti come quello avvenuto lo scorso autunno.

    Si potrebbe notare da una parte lo sforzo di maggiore trasparenza da parte di Twitter, un gesto che potrebbe essere apprezzato. Ma quello che desta più stupore tra gli utenti, ripetiamo non europei, è il fatto di non poter decidere come usare i propri dati di navigazione.

    Forse questo è uno dei casi in cui le norme vigenti e livello europeo mostrano la propria efficacia, a difesa dei consumatori e dei fruitori di servizi digitali. Come già detto, il cambio di policy di Twitter per lo scambio di informazioni relative agli utenti con i propri partner commerciali non è vigente in Europa. Infatti gli utenti europei, sia su iOS che su Android, hanno ancora la possibilità di scegliere se e a quali partner cedere i propri dati, non i dati sensibili ovviamente.

  • Facebook rilascia uno strumento per scollegare i dati, non per cancellarli

    Facebook rilascia uno strumento per scollegare i dati, non per cancellarli

    Facebook sta per lanciare, solo in Irlanda, Corea del Sud e Spagna, uno strumento per gestire meglio i dati condivisi da app e siti. Ma mentre tutti hanno subito evidenziato che si potessero “cancellare” i dati, in realtà Facebook parla di “scollegare i dati. Cosa diversa, in questa fase.

    Si sta parlando molto del nuovo strumento che Facebook ha annunciato per dare la possibilità agli utenti di gestire meglio i dati condivisi con app e siti, giustamente, aggiungiamo. Ma, mentre ci si è buttati a dire che questa nuova funzionalità, denominata “Clear History“, servirà a cancellare i dati, in realtà, andando a leggere bene il post con cui gli ingegneri di Facebook hanno ufficializzato la notizia, si parla di “scollegare”, cosa ben diversa.

    Ci sembrava giusto fare un po’ di chiarezza perché questa non è una nostra interpretazione, ma è semplicemente riportare quello che dichiara Facebook, letteralmente, senza cambiare il senso delle cose.

    Intanto, c’è da dire che Facebook arriva a rilasciare questo strumento 18 mesi dopo averlo annunciato, lo fece proprio Mark Zuckerberg alla conferenza F8 (quella dedicata agli sviluppatori), a dimostrazione delle difficoltà e, anche, permettetecelo, la scarsa convenienza per Facebook ad operare una cancellazione completa. Quindi, senza fare attenzione a quello che c’è scritto nel post, ci si è lanciati a dire che questa funzionalità servirà a “cancellare” i dati, mentre, invece, servirà a “scollegare” i dati. Due concetti molto diversi in questa fase iniziale, poi spiegheremo anche il perché.

    facebook scollegare dati

    Al momento, la funzionalità verrà prevista solo in Irlanda, Corea del Sud e Spagna e con questa gli utenti potranno “scollegare i dati“, ossia separare i dati relativi alla navigazione dalle informazioni personali. Una operazione, certo, che aiuterà a limitare alcune pubblicità mirate, cosa che a molti, alla lunga, infastidisce non poco. Ma è ben mettere in evidenza che non c’è nessuna cancellazione, i dati rimarranno sempre all’interno dei server di Facebook. E, tantomeno, questo impedirà a Facebook di poter utilizzare questi dati.

    Se andiamo a leggere il post degli ingegneri di Facebook, si evince benissimo che la prima sfida è stata quella di trovare un modo per memorizzare i dati, e vi è una chiara spiegazione di come questo avverrà. Poi, alla sfida 2, si legge bene “Scollegare i dati“. In questo paragrafo gli ingegneri spiegano che il data warehouse (la collezione e l’aggregazione dei dati strutturati) “non è stato progettato per la cancellare o aggiornare singole righe“. E poi, più avanti, in maniera più esplicita, viene detto che:

    Il tentativo di cancellare informazioni da vari database attraverso molte tabelle e righe diverse richiederebbe tempo e potrebbe non funzionare in modo affidabile. Il metodo più rapido e affidabile sarebbe quello di scollegarlo direttamente dall’account di una persona. Non abbiamo la capacità di rimuovere facilmente i singoli elementi e ci affidiamo invece a metodi di disconnessione in blocco. Per questo motivo, abbiamo deciso di offrire la possibilità di disconnettere tutte le attuali informazioni sulle attività off-site in massa, piuttosto che consentire la rimozione granulare di attività specifiche“.

    Ora, queste parole sono molto chiare. E’ vero anche che, ed è bene sottolinearlo, la funzionalità non è male, non è da buttar via, per chiarezza. Solo che, forse bisognava meglio leggere cosa intendesse dire Facebook.

    Per essere ancora più chiari, restando su uno spettro molto ristretto, appunto Irlanda, Corea del Sud e Spagna, questa novità per ora darà effetti molto esigui. La maggior parte degli utenti non la userà infatti. Da considerare poi che non è prevista una imminente estensione della funzionalità in altri paesi, proprio per le difficoltà che gli ingegneri di Facebook hanno ammesso di avere. E non si sa, oggi, quando questa estensione avverrà.

    Resta quindi una buona intenzione, certamente, ma un po’ annacquata. Ci si aspettava ben altro.