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  • Commissione UE: X viola il DSA con le spunte blu

    Commissione UE: X viola il DSA con le spunte blu

    L’UE ha formalmente avvisato X, la società di Elon Musk, che il sistema di verifica della spunta blu viola il DSA. La società rischia una multa fino la 6% del fatturato globale annuale. Intanto il numero degli account abbonati è davvero esiguo, ma molto spinto dall’algoritmo.

    L’UE ha informato, in maniera formale, X, la società di Elon Musk, che il sistema di verifica in atto su X vìola il DSA (Digital Services Act). Il commissario europeo, Thierry Breton, con un post su X, ha precisato che le “spunte blu”, un tempo utili per indicare l’affidabilità delle informazioni condivise, siano sempre più “ingannevoli” per gli utenti.

    In aggiunta a questo, l’attuale sistema che permette di ottenere la spunta blu, aderendo ad una delle versioni Premium, rappresenta una violazione delle norme del DSA.

    A seguito dell’indagine portata avanti dalla Commissione UE, è emerso che X non sta rispettando gli obblighi di trasparenza in materia di pubblicità e di fornitura di dati pubblici ai ricercatori.

    Come sappiamo bene, una delle prime mosse che Musk ha portato avanti da nuovo proprietario di Twitter è stata quella di stravolgere il senso della spunta blu.

    La spunta blu indicava autorevolezza

    Come scritto da Breton, prima era utilizzata come modalità per rendere gli account di personalità pubbliche e rilevanti. Come personalità politiche, imprenditori, giornalisti, personaggi del mondo dello sport, delle arti e dello spettacolo. Autentici e quindi affidabili.

    Un sistema che, allo stesso tempo, rendeva autentico e genuino l’account di una personalità. Per dire, era una sorta di bollino di affidabilità. Questo era il messaggio che trasmetteva.

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    Abbiamo poi raccontato qui su InTime quali sono state le vicissitudini. E come è cambiato anche il sistema di assegnazione delle spunte blu nel tempo.

    Fatto sta che Musk, appena arrivato, ha cominciato ad instillare il pensiero che quel sistema fosse “corrotto” e non affidabile.

    La spunta blu e lo stravolgimento di X

    Da quel momento la spunta blu veniva assegnata attraverso l’abbonamento alla versione Premium. Senza presentare alcun documento di riconoscimento, cosa necessaria nel vecchio sistema. Quello che Musk aveva bollato come “corrotto”.

    Associare la spunta blu alla versione a pagamento voleva dire una sola cosa. Fare in modo che chiunque potesse abbonarsi e fare cassa.

    Tutto questo senza alcun tipo di controllo.

    Ricorderete il caso di Lilly, quando un account con spunta blu si spacciò per l’azienda americana sostenendo che l’insulina sarebbe diventata gratis per tutti producendo un danno enorme in termini finanziari.

    Il sistema quindi è cambiato, chiunque può ottenere la spunta blu con requisiti di accesso minimi. E i risultati sono questi che in tanti avevamo già notato ma che ora la Commissione UE mette in evidenza. In quanto questo sistema ha provocato un numero di account verificati, senza alcun controllo, che spesso diffondono disinformazione.

    UE: spunta blu ingannevole

    Nel suo richiamo formale, la Commissione rileva che il sistema attuale è ingannevole per gli utenti.

    Poiché chiunque può abbonarsi per ottenere tale status “verificato”, ciò incide negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono. Vi sono prove di attori malevoli motivati che abusano dell’ “account verificato” per ingannare gli utenti.

    Si tratta della prima volta che un’azienda viene richiamata formalmente per una violazione del DSA. E non è un caso che questa azienda sia proprio X.

    Solo meno di una settimana fa la stessa Commissione UE aveva già avvisato la piattaforma di Musk del rischio di una multa in seguito all’apertura dell’indagine sulla gestione dei contenuti dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

    Il rischio della multa fino al 6%

    Il rischio per X è quello di vedersi comminata una multa fino al 6% del fatturato globale annuo.

    Ovviamente X non è la sola ad essere stata messa sotto inchiesta dalla Commissione europea. Ci sono anche TikTok e Meta. Ma, come ricordato prima, è la prima volta che una società viene richiamata in maniera formale di fronte ad una violazione del DSA.

    A questo punto gli scenari prevedono che, nel caso in cui il parere della Commissione venisse confermato, X si uniformi con il pagamento della multa e l’adozione di misure di correzione del sistema di assegnazione della spunta blu.

    Una decisione di non conformità può anche far scattare un periodo di vigilanza rafforzato per garantire il rispetto delle misure che il fornitore intende adottare per porre rimedio alla violazione. La Commissione può inoltre imporre penalità di mora per costringere una piattaforma a conformarsi.

    Quante sono le spunte blu su X

    Immagino che a questo punto vi stiate chiedendo “ma quante saranno mai queste spunte blu su X?”. La domanda è lecita e pertinente.

    In pratica, per il fatto di essere diventata una società privata X non rilascia mai un dettaglio sul numero di utenti. Spesso su questo viene intavolata una narrazione, da Musk e dal suo entourage, che risulta abbastanza lontana dalla realtà.

    Ma ammettiamo che i risultati diffusi qualche giorno fa siano veritieri, e cioè che gli utenti registrati sono ad oggi 570 milioni, purtroppo non è dato sapere il dettaglio sugli utenti abbonati a Premium.

    Attenzione, con il sistema attuale per avere la spunta blu ci si deve abbonare almeno a Premium.

    Ebbene, qualcuno ha comunque provato a verificare che a fine anno scorso gli abbonati Premium erano 650 mila. Questo quando la piattaforma aveva 540 milioni di utenti.

    Ora, provando ad applicare l’incremento registrato per arrivare a 570 milioni attuali, si potrebbe ipotizzare che gli abbonati siano circa 690 mila. Vale a dire, lo 0,12% sul totale.

    Una percentuale bassissima. E lo sarebbe anche se questi dati avessero un coefficiente di errore molto ampio.

    Un sistema non sostenibile per X

    Un sistema che difficilmente può rendere sostenibile la piattaforma dopo che gli investitori, quelli grandi e importanti, hanno abbandonato la piattaforma.

    E allora, come si spiega che una percentuale così piccola risulta, in pratica, così rilevante.

    Semplice, l’algoritmo tende a spingere verso l’alto gli account Premium (non tutti!) e, di conseguenza, risulta facile intercettarli. Specie se questi account diffondono disinformazione che, nella maggior parte dei casi, si presentano come contenuti polarizzanti. E, per questo motivo, molto visibili.

    Al momento nè Musk e nè X ha risposto ufficialmente al richiamo della Commissione UE. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni.

    UPDATE – La risposta di Musk

    In realtà la risposta è arrivata quando l’articolo stava per essere pubblicato.

    E il proprietario dimostra che non l’ha presa bene e neanche di fronte ad una situazione come questa decide di mantenere un profilo collaborativo. Tutt’altro.

    In risposta a Margrethe Vestager scrive: “Il DSA è disinformazione”.

    Ma non è tutto. Citando lo stesso post della Vestager fa un’affermazione che avrà sicuramente un seguito.

    Musk infatti sostiene che la Commissione avrebbe proposto a X un accordo “segreto illegale”. In pratica, censurare i contenuti senza dirlo a nessuno per evitare la multa.

    “Le altre piattaforme hanno accettato l’accordo”, chiude Musk.

    La decisione della Commissione UE di richiamare formalmente X per violazione del DSA segna un punto di svolta importante nella regolamentazione delle piattaforme digitali.

    Il sistema di verifica di X, nato dalle modifiche introdotte da Elon Musk, si trova ora al centro di un dibattito che va oltre la semplice assegnazione di una spunta blu.

    Piattaforme digitali e regole, adesso tutto è cambiato

    Questa situazione solleva importanti questioni sulla trasparenza, l’affidabilità delle informazioni online e la responsabilità delle grandi piattaforme tecnologiche. Il caso di X potrebbe diventare un precedente cruciale per il futuro della moderazione dei contenuti e della verifica dell’identità sui social media.

    La palla ora passa a X: saprà adeguarsi alle richieste dell’UE mantenendo allo stesso tempo il suo modello di business? O assisteremo a un nuovo capitolo nella sempre più complessa relazione tra i giganti tech e i regolatori?

    Una cosa è certa. Il mondo dei social media sta cambiando, e con esso le regole del gioco.

  • Il Deplatforming come barriera alla disinformazione

    Il Deplatforming come barriera alla disinformazione

    Un nuovo studio su Twitter, pubblicato su Nature, mostra che il deplatforming dopo i fatti di Capitol Hill ha ridotto drasticamente la diffusione di disinformazione.

    L’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 ha scosso il mondo. Un evento di cui si parla ancora oggi, per la sua imprevedibilità e per il ruolo che i social media hanno giocato in quell’occasione. Un evento che ha messo in luce il pericoloso potere della disinformazione diffusa proprio attraverso i social media.

    In risposta a quegli eventi, molte piattaforme intrapresero azioni senza precedenti per rimuovere account associati a queste attività. Lo stesso account di Donald Trump venne sospeso da Twitter. E anche dalle piattaforme di Meta.

    Capitol Hill, Trump e i social media

    Torniamo a parlare di questo argomento non solo perché Donald Trump è di nuovo candidato alla presidenza degli Stati Uniti e ha recentemente subito una condanna penale, ma anche perché un recente studio ha evidenziato come il deplatforming può essere una barriera solida alla diffusione di disinformazione.

    Il rischio di una situazione simile a quella di Capitol Hill nel caso in cui Trump non fosse più candidabile ha riacceso il dibattito.

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    Uno studio pubblicato su Nature ha esaminato l’impatto delle azioni di deplatforming, in particolare su Twitter, e ha analizzato le conseguenze sulla diffusione della disinformazione. L’obiettivo principale dello studio era valutare l’efficacia della pratica di deplatforming nel tentativo di ridurre la diffusione della disinformazione.

    Lo studio pubblicato su Nature sul deplatforming

    I ricercatori, guidati dal professor David Lazer, docente di scienze politiche e informatica alla Northeastern University di Boston, si sono concentrati su Twitter, una delle piattaforme più colpite da questa problematica, analizzando i dati prima e dopo la rimozione degli account.

    Gli autori hanno utilizzato un approccio quantitativo per raccogliere e analizzare i dati, esaminando il volume e la portata della disinformazione su Twitter in due periodi distinti: prima e dopo il deplatforming.

    Le metriche analizzate includevano il numero di tweet contenenti disinformazione, il livello di interazione con questi tweet e la velocità con cui si diffondevano.

    Lo studio ha preso in esame un campione di circa 500.000 utenti di Twitter attivi al momento delle rilevazioni, concentrandosi in particolare su 44.734 di questi utenti che avevano condiviso almeno un link a un sito web incluso nelle liste di fonti di notizie false o a bassa credibilità.

    Tra questi utenti, quelli che seguivano account messi al bando dalla eliminazione di QAnon erano meno propensi a condividere tali link dopo la deplatforming rispetto a quelli che non seguivano tali account.

    I risultati dello studio

    Questi i risultati più significativi dello studio:

    • Riduzione del volume di disinformazione: dopo la rimozione di circa 70.000 account legati al movimento radicale di destra QAnon, il numero di tweet contenenti disinformazione è diminuito drasticamente. Questo suggerisce che gli account rimossi erano tra i principali diffusori di tali contenuti.
    • Calo delle interazioni: anche le interazioni con i contenuti che contenevano disinformazione sono diminuite, indicando una minore esposizione del pubblico a questo tipo di messaggi.
    • Effetto spillover: non solo la disinformazione è diminuita tra gli utenti direttamente colpiti dal deplatforming, ma anche tra gli altri utenti di Twitter, provocando un effetto a catena sulla riduzione della disinformazione.
    • Durata dell’effetto: nel tempo, la presenza complessiva di disinformazione su Twitter è continuata a diminuire, mostrando un effetto duraturo del deplatforming.

    I risultati dello studio evidenziano quindi l’importanza delle politiche di moderazione delle piattaforme social.


    Cos’è il Deplatforming

    Deplatforming è il termine utilizzato per descrivere la rimozione o il ban di un individuo o di un gruppo da una piattaforma di social media o da un servizio online. Questo viene fatto generalmente per impedire a queste persone di diffondere disinformazione, incitare all’odio, promuovere violenza o violare altre linee guida della piattaforma.

    Una delle principali critiche al deplatforming riguarda la libertà di espressione. Alcuni che sostengono che bandire account possa limitare il dibattito pubblico e la diversità di opinioni.

    Rispetto poi all’efficacia della pratica, alcuni sostengono che sul lungo periodo gli utenti trovano nuovi modi per aggirare i ban o spostano la loro attività su altre piattaforme.

    DEPLATFORMING franz russo 2024


    La pratica del deplatforming, sebbene controversa, si è dimostrata un metodo efficace per contenere la disinformazione e proteggere l’integrità dei contenuti e delle informazioni condivise.

    Deplatforming e libertà di espressione

    Questo pone una domanda cruciale su come le piattaforme possano bilanciare la libertà di espressione con la necessità di prevenire la diffusione di disinformazione che possono avere conseguenze gravi.

    Kevin M. Esterling, professore di scienze politiche e politiche pubbliche presso l’Università della California a Riverside e coautore dello studio, ha sottolineato che l’effetto spillover ha ridotto la circolazione della disinformazione su tutta la piattaforma.

    David Lazer ha aggiunto che i risultati dello studio rimangono validi anche se si escludono gli effetti della sospensione dell’account di Donald Trump.

    Un nuovo Capitol Hill oggi?

    Ma se oggi si verificasse un evento simile a quello di Capitol Hill, come si comporterebbero le piattaforme? Come si comporterebbe X di Elon Musk?

    Da quando Elon Musk è diventato il proprietario della piattaforma, molti account precedentemente banditi sono stati riabilitati. Inclusi quelli di Donald Trump e Alex Jones.

    Oggi la piattaforma è molto diversa e implementa una policy molto diversa da Twitter. Una pratica di deplatforming come quella del passato sarebbe quasi irripetibile. La disinformazione su X è aumentata, il team di sicurezza precedente è stato smantellato e quasi tutto viene demandato alle “Note della Collettività“.

    Inoltre, non sarebbe più possibile effettuare una ricerca simile a quella di cui stiamo parlando, almeno non nelle stesse modalità.

    X non fornisce più accesso gratuito alla sua interfaccia di programmazione delle applicazioni (API), rendendo l’accesso ai dati molto costoso.

    La ricerca, pur con i suoi diversi limiti, è molto interessante. Fornisce una evidenza del fatto che la rimozione di account dediti alla condivisione di notizie false può significativamente ridurre la diffusione della disinformazione.

    Alla luce di questi dati sarebbe opportuno sviluppare una riflessione più profonda rispetto alle responsabilità delle piattaforme digitali. Riflessione che riguardi anche la loro forza nel proteggere gli utenti dal proliferare di contenuti con informazioni fuorvianti e dannose.

  • UE, indagine su Facebook e Instagram per la disinformazione russa

    UE, indagine su Facebook e Instagram per la disinformazione russa

    L’UE ha avviato un’indagine su Facebook e Instagram per il rischio di disinformazione russa in vista delle elezioni europee del 2024. L’indagine si concentra sulle politiche di Meta e anche sulla mancanza di sostituti per Crowd Tangle.

    L’attenzione verso la disinformazione in UE è sempre molto alta, soprattutto in questo periodo.

    Le piattaforme di Meta, Facebook e Instagram, sono finite sono indagine dall’UE. Il motivo di questa indagine è che a Bruxelles si teme che Meta non riesca a eliminare del tutto la disinformazione russa. Un pericolo questo che l’UE non vuole correre in vista delle prossime elezioni dell’8 e 9 giugno 2024.

    L’indagine prende di mira la cosiddetta campagna Doppelganger. Si tratta di un’operazione pro-Russia che tenta di replicare nella forma l’aspetto dei siti di informazione tradizionali. Ma, in realtà, è un modo per creare contenuti a favore delle politiche del presidente russo Vladimir Putin.

    Meta sotto indagine in relazione al DSA

    La Commissione Europea ha dichiarato in una nota che l’indagine, aperta nell’ambito del Digital Services Act, prenderà in esame le politiche e le pratiche che Meta prevede in relazione alla pubblicità ingannevole e ai contenuti politici sui suoi servizi.

    Le potenziali violazioni oggetto di indagine riguardano proprio l’approccio della società di Mark Zuckerberg nell’affrontare le campagne di disinformazione e il “comportamento coordinato non autentico” nell’UE.

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    Questo insieme alla mancanza di strumenti di terze parti efficaci per monitorare l’andamento delle elezioni. Particolare preoccupazione desta il fatto che Meta sta abbandonando Crowd Tangle senza prevedere un sostituto adeguato.


    Cos’è Crowd Tangle

    Crowd Tangle è uno strumento sviluppato da Meta utilizzato principalmente per tracciare le interazioni sui social media. È uno strumento molto utile per giornalisti, ricercatori e professionisti del marketing per analizzare le tendenze, il coinvolgimento e la portata dei contenuti sui social media.

    Di recente, Meta ha annunciato che intende chiudere Crowd Tangle. Questa decisione ha sollevato preoccupazioni tra giornalisti e ricercatori.

    La chiusura di Crowd Tangle potrebbe avere un serio impatto sulla capacità di analisi e monitoraggio delle dinamiche dei social media, specialmente per quanto riguarda la trasparenza e la diffusione delle informazioni.

    Al momento dell’annuncio, non ci sono strumenti alternativi adeguati da parte di Meta che potessero completamente sostituire le funzionalità offerte da Crowd Tangle


    Le preoccupazioni in UE per la disinformazione

    Le preoccupazioni sul monitoraggio elettorale fanno seguito alla richiesta rivolta ai leader politici dell’UE di contrastare “urgentemente e vigorosamente” i tentativi russi di interferire in particolare con le elezioni europee.

    L’indagine valuterà anche il modo in cui Meta modera la pubblicità ingannevole, le politiche che riducono la visibilità dei contenuti politici su Instagram e Facebook. E la funzionalità degli strumenti che consentono agli utenti di segnalare contenuti illegali.

    Come detto, l’indagine si inserisce all’interno del perimetro del DSA.

    Si tratta della nuova norma UE che conferisce nuovi strumenti per agire contro le principali aziende tecnologiche per il modo in cui gestiscono i contenuti sulle loro piattaforme.

    Meta ha 5 giorni di tempo per rispondere all’UE

    L’UE ha concesso a Meta cinque giorni lavorativi per rispondere in relazione alle preoccupazioni sollevate, prima che le autorità decidano di intensificare l’indagine.

    L’indagine segue le dichiarazioni del ministro francese degli Affari europei, Jean-Noel Barrot, che ha avvertito che una campagna di disinformazione, orchestrata dalla Russia, sta cercando di destabilizzare l’opinione pubblica UE, prima del voto di giugno.

    Barrot ha anche aggiunto che, negli ultimi mesi, 25 stati membri dell’unione sono finiti nel mirino della propaganda russa.

     

  • Indagine formale UE su X per disinformazione

    Indagine formale UE su X per disinformazione

    La Commissione UE indaga su X (ex Twitter) per potenziali violazioni del Digital Services Act, esaminando la diffusione di contenuti illegali e disinformazione.

    La settimana che riguarda il mondo dei social media, ancora coinvolto dall’approdo di Threads in UE, si apre proprio all’insegna dell’UE. Nello specifico, si apre all’insegna della commissione UE che apre la sua prima indagine formale sulla base del DSA – Digital Services Acts.

    E l’apertura dell’indagine formale vede coinvolta la piattaforma di Elon Musk, X (conosciuta prima come Twitter). Come scritto nel comunicato, la commissione ha avviato “procedimenti formali per valutare se X possa aver violato il Digital Services Act (DSA) in aree collegate alla gestione del rischio, moderazione dei contenuti, schemi occulti, trasparenza pubblicitaria e accesso ai dati per i ricercatori“.

    L’apertura del procedimento formale contro X

    L’apertura del procedimento formale segue l’indagine preliminare dalla quale, tra l’altro, emerge la grande preoccupazione. E cioè che X abbia contribuito alla “diffusione di contenuti illegali nel contesto degli attacchi terroristici di Hamas contro Israele”.

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    La commissione fa sapere che esaminerà tentativi di X nel contrastare la diffusione di contenuti illegali sulla sua piattaforma. Ed esaminerà gli sforzi della stessa piattaforma atti a fermare la “manipolazione delle informazioni” tramite il suo sistema di “Note della Comunità” e altre politiche.

    Inoltre, la commissione passerà ad esaminare altre questioni che comprendono “design ingannevole” relativi ai cosiddetti “segni di spunta Blu“; la trasparenza pubblicitaria e l’accesso ai dati per i ricercatori.

    Il DSA e la posizione di X

    Il DSA ha previsto la definizione dei VLOPS, i cosiddetti “Very Large Online Platforms”. E tra questi soggetti figura anche la piattaforma di Elon Musk. Oltre a X, la lista include altre 16 piattaforme e due motori di ricerca. Tra cui Facebook e Instagram di Meta, TikTok, Snapchat, LinkedIn, Amazon, Google Search e l’App Store di Apple.

    L’annuncio dell’indagine formale arriva poco più di due mesi dopo che Breton ha sollevato preoccupazioni iniziali sulla diffusione di “contenuti illegali e disinformazione” su X.

    La società aveva risposto a Breton confermando i suoi sforzi di moderazione. In quella occasione fece notare la rimozione di “centinaia” di account affiliati a Hamas. E di aver rimosso o etichettato “decine di migliaia di pezzi di contenuto“. Va ricordato che richieste simili sono state inviate anche a Meta e TikTok.

    Dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas, ci sono state numerose segnalazioni di disinformazione/misininformazione diffusa su X sul conflitto. Tra cui video e immagini condivise fuori contesto; una rete di propaganda di dozzine di account che condividono contenuti falsi e infiammatori. Di fronte a tutto questo, non sono mancate le segnalazioni riguardo il mancato intervento di X nella rimozione di post che violano le sue stesse regole.

    La risposta di X alla commissione UE

    In risposta alla commissione UE, X ha pubblicato una dichiarazione tramite il suo account ufficiale di Sicurezza, chiedendo che il processo segua la legge e sia “libero da influenze politiche”.

    X rimane impegnata a rispettare il Digital Services Act e sta collaborando con il processo normativo“, si legge nella dichiarazione. “X è focalizzata sulla creazione di un ambiente sicuro e inclusivo per tutti gli utenti sulla nostra piattaforma, proteggendo al contempo la libertà di espressione, e continueremo a lavorare instancabilmente verso questo obiettivo.

    La Commissione afferma che i suoi prossimi passi saranno raccogliere prove e che potrebbe intraprendere anche sanzioni nei confronti X. Non esiste una scadenza legale entro cui procedimenti formali come questo devono essere conclusi.

    Vedremo nelle prossime settimane come evolverà questa situazione.

  • Twitter abbandona il Codice di condotta UE sulla disinformazione

    Twitter abbandona il Codice di condotta UE sulla disinformazione

    Twitter, targato Elon Musk, ha abbandonato il Codice di condotta UE sulla disinformazione, suscitando preoccupazioni sulla sicurezza della piattaforma. L’ultimo episodio di una serie di mosse controverse di Musk.

    L’era di Twitter sotto la guida di Elon Musk, indipendentemente dal punto di vista, è indubbiamente ricca di polemiche. È un dato incontrovertibile.

    Sin dall’acquisizione, abbiamo affermato, qui su InTime Blog, che il destino di Twitter fosse intrinsecamente legato a quello del suo nuovo proprietario, Elon Musk. A distanza di sette mesi, possiamo affermare con certezza che questa previsione si è avverata senza ombra di dubbio. Il Twitter che abbiamo conosciuto e utilizzato non esiste più. Ora abbiamo il Twitter 2.0, una versione della piattaforma sempre più distante da quella originale, secondo la visione di Musk.

    L’ultima polemica è scaturita da un fatto significativo che evidenzia la natura di questo nuovo Twitter 2.0.

    Infatti, Twitter ha deciso di lasciare il “Codice di condotta dell’UE sulla disinformazione“, un patto volontario che riunisce le principali piattaforme di social media. Nonostante questa mossa, “i suoi obblighi restano”, ha twittato sabato il Commissario per l’Industria dell’UE, Thierry Breton.

    Twitter abbandona Codice condotta UE disinformazione franzrusso.it

    Il Codice di Condotta, uno sforzo per stabilire standard di autoregolamentazione per le aziende tecnologiche al fine di mitigare la disinformazione, è stato concordato da Twitter, Facebook, Google e altri partner del settore nel 2018 e successivamente rivisto e rafforzato nel 2022.

    I firmatari del Codice si impegnano a prendere varie misure per contrastare la diffusione di informazioni false. Queste misure comprendono la demonetizzazione della disinformazione, interventi sulla pubblicità politica, standard di trasparenza e integrità, sforzi per migliorare l’alfabetizzazione mediatica e aiutare gli utenti a identificare la disinformazione, potenziare la comunità di ricerca e cooperare con i fact-checkers.

    A febbraio di quest’anno, Twitter è stata l’unica grande piattaforma a non presentare un rapporto completo sulla sua attuazione del Codice, non rispettando così questo requisito fondamentale.

    Ad agosto, Twitter sarà soggetta ai requisiti del Digital Services Act (DSA) dell’UE, che trasforma molti degli obblighi del Codice in legge. Poiché Twitter è riconosciuta come una piattaforma online di grandi dimensioni dalla Commissione Europea, sarà soggetta a un attento esame se desidera operare nel mercato europeo.

    Thierry Breton ha twittato una frase che è destinata a diventare iconica in questa vicenda: “Si può scappare, ma non ci si può nascondere”.

    Lotta alla disinformazione diventerà un obbligo legale sotto la DSA (legge sui servizi digitali, n.d.r.) a partire dal 25 agosto” ha scritto ancora Breton. “Le nostre squadre saranno pronte per far rispettare la legge” ha avvertito.

    La decisione di abbandonare l’impegno a combattere le false informazioni sembra essere l’ultima mossa di Elon Musk per allentare le redini della piattaforma dopo averla acquistata l’anno scorso.

    In questi mesi, Musk ha mitigato le precedenti regole anti-disinformazione e ha gettato nel caos il sistema di verifica e le politiche di moderazione dei contenuti, nel tentativo di trasformare Twitter in una piazza digitale dove ciascuno è libero di esprimersi. Ha inoltre licenziato il 75% dei dipendenti, causando una serie di disservizi e malfunzionamenti sulla piattaforma e riducendo in maniera considerevole il team dedicato alla sicurezza della stessa.

    Resta da vedere come si evolverà la situazione. Di certo, Elon Musk ha un numero limitato di opzioni a disposizione, e il tempo stringe.

  • Twitter cambia temporaneamente il modo di fare ritweet in vista delle elezioni USA

    Twitter cambia temporaneamente il modo di fare ritweet in vista delle elezioni USA

    Twitter da oggi cambia, temporaneamente, il modo di fare ritweet. Una decisione anticipata nei giorni scorsi, in vista delle prossime elezioni Usa, per evitare la diffusione di disinformazione. Giusta nell’intento, ma non ideale perché estesa a livello globale.

    Twitter in vista delle elezioni Usa del prossimo 3 novembre sta cambiando alcune cose, anche forse troppo e spiegheremo più avanti perché, soprattutto per preservare le conversazioni sulla piattaforma ed evitare il più possibile la diffusione di disinformazione. E infatti, da oggi noterete che per fare retweet ad un tweet apparirà un passaggio ulteriore, ossia quello di aggiungere un commento al tweet che volete, appunto retwittare. Si aggiunge un passaggio extra con l’intento, corretto, di portare l’utente a riflettere prima di fare retweet e indurlo alla condivisone aggiungendo un suo pensiero attraverso la modalità della citazione.

    Sia da desktop che da mobile infatti, non appena andate per compiere l’azione di RT apparirà immediatamente il composer della modalità “citazione”. Il retweet veloce, quello fatto spesso senza pensare, viene in questo modo “scoraggiato”, invitando l’utente ad aggiungere un pensiero. Non si tratta però di una impostazione fissa, infatti se non volete aggiungere altro, potrete comunque cliccare sul tasto in alto a destra “Ritwitta” (da mobile) o in basso a destra (da desktop).

    twitter cambia retweet franzrusso.it 2020

    In ogni caso, si aggiunge un passaggio in più, in qualche modo, ci sembra, si scoraggia un po’ l’azione di retweet anche perché, parliamoci chiaro, la cosa non è così intuitiva. L’utente si sa è tendenzialmente pigro e, di conseguenza, l’unica cosa che gli verrà in mete di fare sarà quella di chiudere, senza compiere alcuna azione. In questo modo si perde per strada quella interazione, attraverso il RT che è la linfa vitale della piattaforma.

    https://twitter.com/TwitterComms/status/1318683980300836864

    Come dicevamo in apertura, l’intento è assolutamente condivisibile ma, forse, il fatto di averla estesa da subito a livello globale non gioverà alla piattaforma. Sarebbe stato meglio attivarla temporaneamente negli Usa, appunto in vista delle elezioni del 3 novembre, e poi, sulla base dei risultati, pensare di estenderla a livello globale con altre modalità, al fine di preservare, prima di tutto l’interazione.

    L’avvio di questa fase temporanea era stato anticipato in un post sul blog ufficiale di Twitter, a firma di Vijaya Gadde (@vijaya‎), Legal, Policy and Trust & Safety Lead di Twitter, e Kayvon Beykpour (‎@kayvz‎), Product Lead di Twitter e co-founder di Periscope. L’idea è quella di tenere attiva questa modalità fino alla fine della settimana delle elezioni Usa. Molto probabilmente Twitter ha intenzione di mantenere attiva questa modalità e lo farà ancor di più se l’esito della prova darà l’esito sperato. E cioè, una diretta correlazione tra il calo di disinformazione generato anche dallo scoraggiamento del RT immediato.

    https://twitter.com/seanmdav/status/1318631368423841793

    Ribadiamo, lodevole come iniziativa, ma l’interazione in questo modo andrà persa definitivamente, andandola a scoraggiare anche verso quei contenuti che sono palesemente sani e informativi.

    Twitter, sempre in questi giorni, scoraggerà anche la comparsa sulla timeline le raccomandazioni “Ritwittato da” o “Piace a” che arrivano da account che non si seguono, sempre nell’ottica di migliorare la conversazione e la timeline, libera da disinformazione.

    Ecco, per quanto pensiamo che Twitter sia una delle poche piattaforme che si sta attrezzando al fine di rendere la piattaforma sempre più sana e protetta, dopo anni di inattività (lo abbiamo sempre scritto qui sul nostro blog), pensiamo anche che generalizzare un’azione che possa generare conseguenze non proprio positive sui contenuti “sani” non sia una buona idea.

    E voi che ne pensate?

  • Twitter e la disinformazione sui fatti di Hong Kong, sospesi 936 account cinesi

    Twitter e la disinformazione sui fatti di Hong Kong, sospesi 936 account cinesi

    Nell’era dei social media e del digitale, canali come Twitter o Facebook possono trasformarsi in potenti mezzi di comunicazione politica e anche di disinformazione. In relazione ai recenti fatti di Hong Kong, Twitter ha sospeso 936 account cinesi accusati, colpevoli di diffondere notizie false sui protestanti. Facebook ha fatto lo stesso.

    I social media sono potenti strumenti di comunicazione, lo diciamo ormai da anni qui sul nostro blog, ma nell’era che stiamo vivendo adesso, contrassegnata dalla presenza massiccia di questi strumenti nella vita di tutti i giorni, possono diventare anche potenti strumenti di comunicazione politica e di disinformazione. Del resto, lo scandalo Cambridge Analytica per molto è stato un vero campanello di allarme in questo senso, il più eclatante anche, ma non l’unico.

    I fatti di Hong Kong, di cui in Italia oggettivamente si parla ancora poco, stanno dimostrando come la politica cerchi di controllare i social media per manipolare l’informazione, allo scopo di veicolare una realtà distorta, non veritiera. In altre parole, lo scopo è veicolare disinformazione per fare pressione sulla parte avversa.

    Le proteste di Hong Kong

    Giusto due righe per chi non avesse ancora chiaro cosa sta succedendo a Hong Kong da ormai due mesi a questa parte. Motivo delle proteste è stato l’emendamento alla legge sull’estradizione, letta dall’opinione pubblica come una vera intromissione nell’autonomia di Honk Kong da parte della Cina. Una protesta motivata dal fatto che la stessa autonomia sta per avvicinarsi alla data di scadenza. Infatti, dopo i negoziati con il Regno Unito del 1997, si arrivò all’accordo che Hong Kong mantenesse la sua autonomia dalla Cina fino al 2047. Ecco perchè quella legge è vista come una vera intromissione, un modo per erodere quell’autonomia che alle autorità cinesi, da sempre, va molto stretta.

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    Fatta questa rapida premessa, i fatti di questi giorni dimostrano come i social media possano giocare un ruolo importante nel veicolare preziose informazioni, ma anche diventare potenti strumenti di diffusione di notizie false.

    Le proteste a Hong Kong vanno avanti ormai da due mesi e la situazione non sembra ancora volgere verso una soluzione definitiva.

    Ed ecco che entrano in gioco i social media, nello specifico Twitter. Da giorni Twitter riceveva segnalazioni di account cinesi che diffondevano notizie false, dipingendo i protestanti di Hong Kong come dei violenti e dei facinorosi, il contrario di quello che era la realtà. A quel punto da San Francisco decidono di fare delle indagini più approfondite, anche solo per cercare di capire come avrebbero fatto questi account cinesi ad usare Twitter quando lo stesso canale è bandito in Cina. Già bella domanda.

    [In basso alcuni esempi di tweet di account cinesi]

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    La risposta arriva presto. Twitter scopre che migliaia di account cinesi accedevano al servizio da indirizzi IP cinesi, una vera anomalia, anche solo per il fatto che esiste il grande firewall, chiamato appunto “Great Firewall”, che ne impedisce l’accesso. Qualsiasi utente avrebbe dovuto bypassare il tutto con una VPN, senza alcuna garanzia del resto, ma questa è la possibilità che resta all’utente normale. Ma qui la situazione è ben diversa.

    Infatti, quegli utenti accedevano a indirizzi IP cinesi perché autorizzati dalle autorità. Si trattava di account espressamente autorizzati dallo stato per diffondere notizie false sulle proteste di Hong Kong.

    Twitter sospende 936 account cinesi

    Allora Twitter scopre una vasta rete di ben 200 mila account e ne sospende 936, account che diffondevano spam e disinformazione. Twitter poi condivide questi risultati con Facebook che ancora non aveva agito in alcun modo. A quel punto da Menlo Park fanno le opportune verifiche arrivando a sospendere 5 account, 7 pagine e 3 gruppi, tutti riconducibili alla disinformazione cinese.

    E non è finita, perché Twitter ha deciso anche che non accetterà più tweet sponsorizzati da agenzie cinesi. Si è scoperto infatti che nei giorni scorsi circolavano sulla piattaforma alcuni tweet sponsorizzati contro le proteste di Hong Kong pubblicizzati da Xinhua News, agenzia di stampa ufficiale dello stato cinese.

    Questa è la situazione al momento e non è detto che sia conclusa, purtroppo.

    [In copertina, immagine ANTHONY KWAN/GETTY IMAGES]