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  • Elon Musk porta a vincere Trump: alleanza controversa

    Elon Musk porta a vincere Trump: alleanza controversa

    Dopo aver portato Donald Trump a diventare nuovamente presidente degli Usa, Elon Musk adesso attende la sua ricompensa. E tra ambizioni per lo spazio, conflitti di interesse e politiche governative, si profila un’alleanza controversa.

    Alla fine ce l’ha fatta, l’ha spuntata. Elon Musk, il miliardario che tanto aveva scommesso su Trump alla fine è riuscito nel suo intento. Del resto, chi lo conosce bene non aveva mai avuto dubbi che potesse esserci un esito diverso. Difficilmente Musk decide di impegnarsi a tal punto senza essere sicuro di raggiungere il suo obiettivo.

    L’ha fatto diverse volte, sarebbe stato strano se fosse andata diversamente.

    Il suo obiettivo era portare a vincere Trump, e così è stato.

    Elon Musk ha investito ben 100 milioni di dollari per supportare Trump nella sua campagna presidenziale. E adesso potrebbe trovarsi in una posizione di grande influenza, aprendo la strada potenzialmente a un inedito conflitto d’interessi che potrebbe modellare il futuro del governo americano e delle sue relazioni con le aziende del mondo tech. Quel mondo che lui conosce benissimo.

    Il miliardario visionario – da oggi “super genio – dietro Tesla e SpaceX, dovrà comunque affrontare un primo problema. E cioè, come bilanciare il suo coinvolgimento con un’amministrazione governativa che regola diversi aspetti del suo business, dai lanci spaziali alle auto a guida autonoma?

    Il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, una struttura che Trump avrebbe promesso al capo della Tesla, potrebbe aprire proprio a Musk un accesso diretto alle decisioni cruciali per i suoi interessi finanziari. E chi lo avrebbe mai detto?

    Elon Musk porta a vincere Trump, adesso attende la ricompensa

    L’impero di Musk e i rapporti con le agenzie federali

    Per la cronaca, Elon Musk è a capo di un gruppo di aziende valutato oltre 1.000 miliardi di dollari, con Tesla e SpaceX in primo piano.

    Queste sono spesso al centro di indagini federali da parte di agenzie come la Federal Trade Commission e la Securities and Exchange Commission, che monitorano la sicurezza dei dati degli utenti, la gestione della privacy su X (ex Twitter), e la sicurezza delle auto Tesla.

    Durante la campagna elettorale, Trump ha espresso il suo supporto a Musk, definendolo un “genio” che merita protezione e celebrazione. Non era di questo parere qualche anno fa, anzi.

    Il rapporto tra i due si è rafforzato anche su questioni che riguardano su questioni come diversità di genere e immigrazione. Musk ha appoggiato pubblicamente diverse posizioni conservatrici di Trump, diventando un simbolo della campagna elettorale. Lo abbiamo anche visto al fianco del 47° presidente degli Usa nella notte elettorale.

    Musk e la sua rete internazionale

    Come sappiamo, la rete di relazioni di Musk non si limita agli Usa. Musk ha costruito nel corso del tempo contatti con leader internazionali, che includono Vladimir Putin e funzionari cinesi; ha discusso di possibili progetti in India con il primo ministro Modi. L’appoggio di investitori stranieri come sauditi e qatarioti a X, inoltre, solleva domande sugli effetti di queste alleanze sulla politica estera dell’amministrazione Trump.

    Come primo effetto post elezione, le azioni Tesla oggi hanno raggiunto il loro massimo annuale, mostrando la fiducia degli investitori in una potenziale era di crescita sotto la nuova presidenza Trump.

    SpaceX, poi, potrebbe trarre grande vantaggio dall’amministrazione grazie a contratti governativi per miliardi di dollari. Le operazioni della società per la NASA e il Pentagono sono fondamentali. Infatti, SpaceX è attualmente l’unico provider di trasporto spaziale umano verso la Stazione Spaziale Internazionale e uno dei maggiori fornitori di servizi di lancio per il Dipartimento della Difesa.

    Le ambizioni di Musk: dallo spazio alla connettività globale

    Ma non è tutto. Tutti sanno che la grande ambizione di Musk è la colonizzazione di Marte, un progetto che considera cruciale per la sopravvivenza umana e che vorrebbe portare avanti con il supporto del governo.

    Starship, il suo razzo di punta, rappresenta il cuore del progetto marziano, ma la Federal Aviation Administration pone limiti alla frequenza dei lanci, una questione che Musk ha più volte criticato. Ecco che a questo punto la vittoria di Trump potrebbe permettergli di esercitare una maggiore pressione per ridurre tali restrizioni.

    Il successo di Starship proietta l’uomo verso Marte

    Anche Starlink, il sistema di satelliti per l’accesso a Internet, potrebbe beneficiare dei progetti governativi per l’espansione della banda larga nelle aree rurali. Trump e il commissario della FCC Brendan Carr hanno sostenuto l’idea che Starlink possa offrire una connessione migliore in queste zone rispetto alle tradizionali linee in fibra ottica, e l’amministrazione potrebbe favorire questa espansione con sussidi mirati.

    Tesla e la transizione verso i veicoli elettrici

    E poi c’è Tesla. L’azienda di punta di Musk ha tratto grandi benefici dai crediti per l’aria pulita introdotti dal governo Biden. Tuttavia, con Trump, noto scettico della mobilità elettrica, Musk dovrà mediare per continuare a ottenere supporto.

    Nonostante le posizioni iniziali, Trump ha recentemente dichiarato il suo sostegno ai veicoli elettrici, anche grazie all’influenza di Musk. La crescita di Tesla passa inoltre dalla regolamentazione dei veicoli autonomi. Su questo punto Musk ha richiesto un’accelerazione delle approvazioni federali per favorire l’adozione delle tecnologie di guida autonoma.

    Le funzioni avanzate come l’Autopilot e il Full Self-Driving sono sotto la lente d’ingrandimento della National Highway Traffic Safety Administration per la loro sicurezza. Indagini sui sistemi di guida assistita hanno rivelato incidenti attribuibili a problemi tecnici, mentre il Wall Street Journal ha raccolto dati su centinaia di collisioni, alimentando il dibattito sulla sicurezza delle auto Tesla.

    X, la piattaforma ora megafono politico

    Come non parlare di X, la piattaforma che un tempo era Twitter.

    Nel 2022, Musk ha acquistato Twitter con l’intento dichiarato di contrastare la censura. Un intento mai del tutto chiaro, salvo poi esplicitarlo nei mesi successivi, che aveva una sua strategia. E cioè creare un canale che servisse a promuovere posizioni pro-Trump e per criticare regolatori e avversari politici.

    Questa dinamica ha attirato l’attenzione della SEC e della FTC, con quest’ultima che ha avviato indagini sulla gestione della privacy e sulla sicurezza della piattaforma.

    Musk non ha esitato a rispondere duramente: a fine ottobre, ha dichiarato che Lina Khan, presidente della FTC, “sarà licenziata presto”. Sarà interessante capire come Musk affronterà adesso, visto anche il suo ruolo istituzionale.

    La SEC ha anche intrapreso azioni legali contro Musk per aver violato obblighi di trasparenza durante l’acquisto di Twitter.

    Muske e le imprese “minori”

    Poi ci sono le attività “minori” di Musk, come xAI e Neuralink. Anche queste potrebbero risentire di regolamentazioni federali.

    Neuralink, ad esempio, sviluppa impianti cerebrali e necessita dell’approvazione della Food and Drug Administration per le sue sperimentazioni; mentre xAI potrebbe essere influenzata dalle nuove leggi sull’intelligenza artificiale.

    Durante una diretta live elettorale su X, Musk ha annunciato l’intenzione di proseguire il proprio impegno politico anche dopo le elezioni, affermando che il suo comitato “America PAC” peserà sulle future elezioni, comprese le elezioni di medio termine.

    Musk e Trump: allenza strategica e, forse, duratura

    Si profila un’alleanza molto ampia tra Musk e Trump, su vari fronti.

    Come accennato prima, Musk e Trump avevano già collaborato durante la precedente amministrazione, anche se l’accordo si era interrotto per divergenze sulle politiche ambientali.

    Nonostante gli elogi reciproci e una comune passione per l’egocentrismo e protagonismo, le divergenze passate ricordano a loro che l’alleanza attuale potrebbe essere temporanea.

    Lo stesso Musk, nel 2022, criticava Trump come un personaggio eccessivamente “drammatico”. Le circostanze attuali, però, sembrano aver portato i due a una convergenza di interessi, abbastanza evidente.

    Questa sinergia tra un imprenditore – super genio – con la fissa dello spazio e di Marte, e un presidente dalle vedute dirompenti, potrebbe ridisegnare gli equilibri tra politica, tecnologia e industria, con effetti potenzialmente duraturi.

    In ogni caso, resta da vedere fino a che punto questa alleanza saprà resistere alle pressioni politiche e alle sfide regolamentari dei prossimi anni.

    [L’immagine di copertina è di Justin Merriman | Bloomberg Copyright: © 2024 Bloomberg Finance LP]

  • Il Deplatforming come barriera alla disinformazione

    Il Deplatforming come barriera alla disinformazione

    Un nuovo studio su Twitter, pubblicato su Nature, mostra che il deplatforming dopo i fatti di Capitol Hill ha ridotto drasticamente la diffusione di disinformazione.

    L’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 ha scosso il mondo. Un evento di cui si parla ancora oggi, per la sua imprevedibilità e per il ruolo che i social media hanno giocato in quell’occasione. Un evento che ha messo in luce il pericoloso potere della disinformazione diffusa proprio attraverso i social media.

    In risposta a quegli eventi, molte piattaforme intrapresero azioni senza precedenti per rimuovere account associati a queste attività. Lo stesso account di Donald Trump venne sospeso da Twitter. E anche dalle piattaforme di Meta.

    Capitol Hill, Trump e i social media

    Torniamo a parlare di questo argomento non solo perché Donald Trump è di nuovo candidato alla presidenza degli Stati Uniti e ha recentemente subito una condanna penale, ma anche perché un recente studio ha evidenziato come il deplatforming può essere una barriera solida alla diffusione di disinformazione.

    Il rischio di una situazione simile a quella di Capitol Hill nel caso in cui Trump non fosse più candidabile ha riacceso il dibattito.

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    Uno studio pubblicato su Nature ha esaminato l’impatto delle azioni di deplatforming, in particolare su Twitter, e ha analizzato le conseguenze sulla diffusione della disinformazione. L’obiettivo principale dello studio era valutare l’efficacia della pratica di deplatforming nel tentativo di ridurre la diffusione della disinformazione.

    Lo studio pubblicato su Nature sul deplatforming

    I ricercatori, guidati dal professor David Lazer, docente di scienze politiche e informatica alla Northeastern University di Boston, si sono concentrati su Twitter, una delle piattaforme più colpite da questa problematica, analizzando i dati prima e dopo la rimozione degli account.

    Gli autori hanno utilizzato un approccio quantitativo per raccogliere e analizzare i dati, esaminando il volume e la portata della disinformazione su Twitter in due periodi distinti: prima e dopo il deplatforming.

    Le metriche analizzate includevano il numero di tweet contenenti disinformazione, il livello di interazione con questi tweet e la velocità con cui si diffondevano.

    Lo studio ha preso in esame un campione di circa 500.000 utenti di Twitter attivi al momento delle rilevazioni, concentrandosi in particolare su 44.734 di questi utenti che avevano condiviso almeno un link a un sito web incluso nelle liste di fonti di notizie false o a bassa credibilità.

    Tra questi utenti, quelli che seguivano account messi al bando dalla eliminazione di QAnon erano meno propensi a condividere tali link dopo la deplatforming rispetto a quelli che non seguivano tali account.

    I risultati dello studio

    Questi i risultati più significativi dello studio:

    • Riduzione del volume di disinformazione: dopo la rimozione di circa 70.000 account legati al movimento radicale di destra QAnon, il numero di tweet contenenti disinformazione è diminuito drasticamente. Questo suggerisce che gli account rimossi erano tra i principali diffusori di tali contenuti.
    • Calo delle interazioni: anche le interazioni con i contenuti che contenevano disinformazione sono diminuite, indicando una minore esposizione del pubblico a questo tipo di messaggi.
    • Effetto spillover: non solo la disinformazione è diminuita tra gli utenti direttamente colpiti dal deplatforming, ma anche tra gli altri utenti di Twitter, provocando un effetto a catena sulla riduzione della disinformazione.
    • Durata dell’effetto: nel tempo, la presenza complessiva di disinformazione su Twitter è continuata a diminuire, mostrando un effetto duraturo del deplatforming.

    I risultati dello studio evidenziano quindi l’importanza delle politiche di moderazione delle piattaforme social.


    Cos’è il Deplatforming

    Deplatforming è il termine utilizzato per descrivere la rimozione o il ban di un individuo o di un gruppo da una piattaforma di social media o da un servizio online. Questo viene fatto generalmente per impedire a queste persone di diffondere disinformazione, incitare all’odio, promuovere violenza o violare altre linee guida della piattaforma.

    Una delle principali critiche al deplatforming riguarda la libertà di espressione. Alcuni che sostengono che bandire account possa limitare il dibattito pubblico e la diversità di opinioni.

    Rispetto poi all’efficacia della pratica, alcuni sostengono che sul lungo periodo gli utenti trovano nuovi modi per aggirare i ban o spostano la loro attività su altre piattaforme.

    DEPLATFORMING franz russo 2024


    La pratica del deplatforming, sebbene controversa, si è dimostrata un metodo efficace per contenere la disinformazione e proteggere l’integrità dei contenuti e delle informazioni condivise.

    Deplatforming e libertà di espressione

    Questo pone una domanda cruciale su come le piattaforme possano bilanciare la libertà di espressione con la necessità di prevenire la diffusione di disinformazione che possono avere conseguenze gravi.

    Kevin M. Esterling, professore di scienze politiche e politiche pubbliche presso l’Università della California a Riverside e coautore dello studio, ha sottolineato che l’effetto spillover ha ridotto la circolazione della disinformazione su tutta la piattaforma.

    David Lazer ha aggiunto che i risultati dello studio rimangono validi anche se si escludono gli effetti della sospensione dell’account di Donald Trump.

    Un nuovo Capitol Hill oggi?

    Ma se oggi si verificasse un evento simile a quello di Capitol Hill, come si comporterebbero le piattaforme? Come si comporterebbe X di Elon Musk?

    Da quando Elon Musk è diventato il proprietario della piattaforma, molti account precedentemente banditi sono stati riabilitati. Inclusi quelli di Donald Trump e Alex Jones.

    Oggi la piattaforma è molto diversa e implementa una policy molto diversa da Twitter. Una pratica di deplatforming come quella del passato sarebbe quasi irripetibile. La disinformazione su X è aumentata, il team di sicurezza precedente è stato smantellato e quasi tutto viene demandato alle “Note della Collettività“.

    Inoltre, non sarebbe più possibile effettuare una ricerca simile a quella di cui stiamo parlando, almeno non nelle stesse modalità.

    X non fornisce più accesso gratuito alla sua interfaccia di programmazione delle applicazioni (API), rendendo l’accesso ai dati molto costoso.

    La ricerca, pur con i suoi diversi limiti, è molto interessante. Fornisce una evidenza del fatto che la rimozione di account dediti alla condivisione di notizie false può significativamente ridurre la diffusione della disinformazione.

    Alla luce di questi dati sarebbe opportuno sviluppare una riflessione più profonda rispetto alle responsabilità delle piattaforme digitali. Riflessione che riguardi anche la loro forza nel proteggere gli utenti dal proliferare di contenuti con informazioni fuorvianti e dannose.

  • TikTok verso il divieto o la vendita negli Usa, ma non subito

    TikTok verso il divieto o la vendita negli Usa, ma non subito

    Il presidente Biden firma la legge che avvia il conto alla rovescia, di nove mesi più altri 3, per il divieto o la vendita di TikTok negli Usa. Un lento addio.

    La vicenda del divieto di TikTok o della sua vendita negli Usa è ormai sempre più netta. Con la firma del presidente Joe Biden sulla legge proposta dal Congresso Usa, inizia un vero e proprio conto alla rovescia.

    Da questo momento scatta un periodo di 9 mesi, entro il quale ByteDance deve evitare il divieto attraverso la ricerca di un compratore delle sue attività nel territorio Usa. Il periodo può essere prorogato per altri 3 mesi. Solo nel caso in cui si arrivi ad intavolare una trattiva con un potenziale compratore.

    L’accelerazione verso la firma di Biden è data dalla approvazione di un pacchetto di aiuti che la Camera ha approvato per poi passare al Senato. Il pacchetto conteneva anche il ddl su TikTok. Ragion per cui l’approvazione del pacchetto comportava anche l’approvazione della stessa proposta e, quindi, dell’inizio di una fase che per molti potrebbe rivelarsi rischiosa.

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    TikTok e il possibile ban negli Usa, cerchiamo di fare chiarezza

    Cerchiamo, per quel che si può, di fare un po’ di chiarezza.

    L’accelerazione è arrivata in un momento in cui sembrava che il ddl stesse per arenarsi. E non avrebbe di certo sorpreso. In questi anni i tentativi di fermare TikTok negli Usa sono stati tanti. Ma la svolta è stata trovata alla Camera, inserendo il ddl in un provvedimento importante. Come l’approvazione di un pacchetto di 95 miliardi di dollari di aiuti che include finanziamenti per Ucraina, Israele e Taiwan.

    Si è trattato quindi di mettere in atto un gioco politico per arrivare a sbloccare una situazione sempre più orientata verso lo stallo.

    Molti di voi ricorderanno che proprio Joe Biden aveva aperto il suo account, in vista delle elezioni presidenziali di novembre 2024, in occasione del SuperBowl.

    La vicenda TikTok negli Usa ha acceso un dibattito molto intenso che ora, con la firma del provvedimento, sarà ancora più acceso.

    TikTok strumento utile per molte PMI negli Usa

    Primo perchè molte piccole e medie imprese hanno messo in evidenza come lo strumento TikTok sia stato di grande aiuto per superare la crisi post pandemica. E poi perchè un eventuale ban negli Usa significherebbe privare l’accesso alla piattaforma a oltre 170 milioni di utenti.

    Argomenti seri che vanno considerati quando si adottano provvedimenti di legge come questi.

    Contrario a questo provvedimento si era detto l’ex presidente Usa, Donald Trump. Nei giorni scorsi aveva dichiarato che un eventuale ban di TikTok negli Usa sarebbe stato un regalo a Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg.

    Un parere che suona strano perché fu proprio lo stesso Trump a dare il via al problema TikTok negli Usa. Fu sempre lui ad essere andato vicino alla vendita della attività di TikTok a Larry Ellison, fondatore di Oracle e grande finanziatore di Trump (oltre che di Elon Musk).

    Di quella vendita non si fece nulla. Trump perse le elezioni e per Biden la vicenda non era prioritaria.

    TikTok e la figura di Jeff Yass

    Molti pensano che il cambio di parere di Trump sia dovuto all’incontro, avvenuto il Florida, con Jeff Yass. Nome non molto conosciuto ai più, ma molto noto nell’ambiente. È proprietario del Susquehanna International Group, società di investimenti. Oggi detiene il 15% di ByteDance, una quota del valore di circa 40 miliardi di dollari.

    Yass è molto vicino alla parte politica di Trump ed è uno dei principali sostenitori del Club for Growth, un influente gruppo di destra, e il principale donatore di Protect Freedom PAC, un comitato di azione repubblicano per la raccolta fondi allineato con il senatore Rand Paul, che si è opposto al divieto di TikTok.

    Ma poi è cambiato lo scenario geopolitico globale. La crisi energetica prima, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la guerra che ne è conseguita, l’attacco di Hamas ad Israele, le tensioni tra Israele e Iran, le tensioni tra Cina e Taiwan. Sono tutte vicende che pongono gli Usa in una posizione diversa, valutando qualsiasi tipo di minaccia.

    TikTok, la posizione dell’azienda

    Ed è in questo contesto che si è riaccesa l’attenzione su TikTok, considerato dall’intelligence americana una minaccia alla sicurezza nazionale.

    TikTok ha sempre negato che il governo cinese abbia una qualche forma di controllo sull’app. L’azienda di proprietà di ByteDance ha promesso di presentare ricorso contro quella che ha descritto come una “legge incostituzionale” pari a un “divieto” che “devasterebbe 7 milioni di imprese e metterebbe a tacere 170 milioni di americani“.

    Crediamo che i fatti e la legge siano chiaramente dalla nostra parte e che alla fine dimostreremo le nostre ragioni. Il fatto è che abbiamo investito miliardi di dollari per mantenere i dati statunitensi al sicuro e la nostra piattaforma è libera da influenze e manipolazioni esterne”, ha affermato TikTok.

    Non sono di questo parere i deputati Usa.

    Mark Warner, presidente democratico della commissione intelligence del Senato, martedì ha dichiarato che il fatto che il governo cinese abbia esercitato pressioni sui membri del Congresso sul disegno di legge indica “quanto Xi Jinping abbia investito in questo prodotto“.

    Non commettere errori, questo è un divieto“, ha detto il CEO di TikTok Shou Chew in un video pubblicato su TikTok, contestando le affermazioni di alcuni legislatori che vogliono solo vedere la piattaforma disconnessa dalla proprietà cinese. “Un divieto su TikTok è un divieto su di te e sulla tua voce.

    Bandire TikTok dagli store significherebbe che l’app non riceverebbe più aggiornamenti, rendendola sempre più difficile da utilizzare con l’evoluzione dei sistemi operativi e rendendola, quindi, obsoleta.

    Al momento l’app continuerà a funzionare ma solo fino a gennaio del 2025. Dopo di che bisognerà vedere l’evoluzione della situazione.

    Di certo, non è un ban immediato a TikTok, ma è un lento addio.

  • Twitter, l’effetto Trump non ha impedito la crescita degli utenti

    Twitter, l’effetto Trump non ha impedito la crescita degli utenti

    Possiamo dire che l’effetto Trump su Twitter non c’è stato. Ci si attendeva qualche effetto negativo dopo la sospensione permanente dell’account del 45° presidente Usa, ma la piattaforma nel 2020 è cresciuta sia in termini di ricavi che di utenti giornalieri.

    C’era molta attesa per la presentazione dell’ultima trimestrale 2020 (Q4 2020) di Twitter, soprattutto per valutare quale fosse stato l’effetto Trump sulla piattaforma. E anche per verificare come Twitter avesse superato la pandemia. Di sicuro per Twitter il 2020 è stato un anno di crescita, sia in termini finanziari che in termini di prodotto e base utenti.

    E dai numeri, che fra poco vedremo insieme, emerge che, ad oggi, Twitter può fare a meno di Trump per crescere, nel senso che la piattaforma ha retto anche la decisione estrema di bloccare l’account del 45° presidente Usa in modo permanente dopo l’attacco a Capitol Hill.

    Ma passiamo subito a vedere qualche numero.

    Twitter, crescono i ricavi anche nel 2020

    I ricavi nell’ultimo trimestre del 2020 sono pari a 1,29 miliardi di dollari (le stime davano 1,19 miliardi di dollari), in crescita del 28% rispetto allo scorso anno, registrando una crescita in termini simili su tutti i prodotti e su tutte le aree geografiche. Negi Usa si sono registrati ricavi pari a 773 milioni di dollari, con + 24%, mentre i ricavi totali a livello internazionale sono state di 556 milioni di dollari, in crescita del 34%.

    twitter trimestrale 2020 trump franzrusso InTime Blog

    Le entrate pubblicitarie sono cresciute de 31%, pari a 1,15 miliardi di dollari.

    I ricavi complessivi del 2020 sono stati pari a 3,72 miliardi di dollari con una crescita del 7% rispetto al 2019. E sono cresciute anche le spese e i costi del 19%. La perdita netta è stata di 1,14 miliardi di dollari.

    Questo, in estrema sintesi, l’aspetto finanziario. Ma ora passiamo a vedere l’aspetto legato alla base utenti che cresce, ma leggermente meno di quanto previsto dagli analisti. resta il fatto che si registra comunque un dato positivo rispetto agli utenti giornalieri monetizzabili.

    Twitter, la base utenti continua a crescere, nonostante Trump

    Twitter fa sapere che il coinvolgimento sulla piattaforma è cresciuto del 35%, un dato che è la diretta conseguenza di una crescita delle visualizzazioni degli annunci e ad una crescita della domanda di pubblicità. In relazione a questo, il “costo per coinvolgimento” (Cost per Engagement) è diminuito del 3%.

    La base degli utenti giornalieri monetizzabili è cresciuta al 31 dicembre 2020 del 27% arrivando ad essere 192 milioni. Un dato in crescita di 5 milioni nell’ultimo trimestre, dato tutto sommato molto positivo se considerate che la crescita tra il secondo e il terzo trimestre del 2020 era stata solo di 1 milione di utenti in più.

    twitter utenti q4 2020

    La cifra degli utenti giornalieri monetizzabili ha continuato a crescere anche a gennaio 2021, quando l’effetto Trump era già passato, con una crescita che è la più alta se considerata la media storica degli ultimi 4 anni. La società di Jack Dorsey comunque ha fissato come obiettivo minimo una crescita del 20%.

    E proprio negli Usa la crescita degli utenti giornalieri è stata di 37 milioni, rispetto ai 31 milioni dell’anno precedente e ai 36 milioni dell’ultimo trimestre. A livello internazionale gli utenti giornalieri monetizzabili sono 155 milioni, in crescita rispetto ai 121 milioni dello scorso anno e rispetto ai 152 milioni dell’ultimo trimestre.

    Nei prossimi mesi Twitter prevede dati in calo, in maniera fisiologica.

    In ogni caso, come vi abbiamo riportato qualche giorno fa, Twitter sta esplorando una via più autonoma di sostenibilità economica, puntando su qualche servizio in abbonamento. E certamente, nel corso del 2021, vedremo quale sarà l’effetto a livello globale di Spaces, il servizio di cha audio che entrerà in diretta concorrenza con Clubhouse.

  • Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole

    Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole

    La sospensione di Donald Trump da Facebook e da Twitter, e non solo, ha acceso un grande dibattito sul ruolo dei social media. Abbiamo chiesto un parere ad esperti che ci hanno offerto il proprio punto di vista, come: Vincenzo Cosenza, Vera Gheno, Stefano Epifani, Veronica Gentili, Ernesto Belisario.

    La sospensione di Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti d’America ormai a fine mandato, da Facebook e da Twitter, ma non solo, ha acceso il dibattito sul grande tema che avvolge le piattaforme social media, dopo i gravi fatti di Capitol Hill. E cioè: si tratta di piattaforme pubbliche o private? Possono davvero arrivare a mettere a tacere il presidente Usa, al limite della censura? Sono allora degli editori?

    Tutte domande, lecite, che ormai si ripetono da giorni senza, tuttavia, aver ricevuto delle risposte esaustive. Si tratta della prima volta che un personaggio così rilevante viene sospeso da tutte le piattaforme. Già, perché si continua a discutere di Facebook e Twitter, le prime a prendere una posizione netta, in realtà la lista è lunghissima e coinvolge anche Pinterest, YouTube, Shopify, Twitch e via discorrendo, con molte altre come TikTok o Snpachat che hanno rimosso video di Trump.

    trump banned sullivan getty images

    Ricordiamo sempre che stiamo parlando di piattaforme gestite da aziende private che perseguono scopo di lucro con la vendita della pubblicità. E sono anche quotate in borsa, come Facebook o Twitter. Questo per dire che, in gioco ci sono, enormi interessi economici, basti pensare alle decine di milioni di dollari in pubblicità a cui ha rinunciato Facebook sospendendo l’account del presidente. Ma c’è in gioco anche la libertà di parola, principio nobile a cui tutte le piattaforme si richiamano, attorno al quale hanno costruito un insieme di regole da rispettare, nelle rispettive piattaforme, sempre tenendo conto delle regole vigenti.

    Insomma, si tratta di un problema enorme che non può essere risolto nel giro di poco tempo e che, comunque la si pensi, questo costituisce un precedente.

    Come sempre in questi casi, ci piace sentire la voce di chi ci può aiutare a vedere il problema da angolazioni diverse, in modo tale da far emergere diverse sfaccettature. E per questo, in questa nostra tavola rotonda, abbiamo voluto coinvolgere personalità ed esperti che ci offrono il loro punto di vista, prezioso, per noi, e speriamo anche per voi, per formularci una opinione quanto più oggettiva possibile.

    E cominciamo con Vincenzo Cosenza, social media analyst tra i più esperti al mondo che da poco ha pubblicato “Marketing Aumentato“, che pone il tema della regolamentazione:

    vincenzo cosenzaÈ la prima volta che viene estromesso un presidente degli USA, anche se a pochi giorni dall’uscita. In questo senso si tratta di decisioni poco coraggiose e un po’ furbe, che rispondono più a logiche contingenti che di interesse pubblico (altrimenti avrebbero dovuto agire prima).
    Ora si aprirà un dibattito sul potere di queste aziende e su possibili regolamentazioni esterne. Facebook sta cercando di correre ai ripari attraverso la nomina preventiva di un suo “oversight board”, ma credo che si arriverà a qualche forma di regolamentazione, almeno in Europa“.

    Vera Gheno, sociolinguista tra le più esperte in Italia:

    A riguardo, questi sono i miei pensieri:

    vera gheno1) Le policy delle piattaforme sono molto grossolane per forza di cose, particolarmente per quanto riguarda lo hate speech. Per esempio, bloccano a livello lessicale senza tenere conto di contesto, intenzioni comunicative e interlocutori; se ricevono una marea di segnalazioni, prima bloccano e poi casomai controllano. 2) Il sistema dice di essere democratico, ma non lo è affatto: un po’ come per l’esperienza che ho avuto con la branca italiana di una nota enciclopedia condivisa, c’è chi fa il bello e il brutto tempo, altro che democrazia. In realtà, la stessa difficoltà che c’è nell’arrivare a parlare con qualcuno del customer care secondo me la dice lunga di come questi contesti abbiano al loro interno una ben precisa piramide del potere. Insomma, sui social non siamo tutti uguali. 3) Trovo comico che queste misure siano arrivate adesso, quando il Titanic sta affondando, anche se concedo loro – soprattutto a Twitter – che già da mesi mettevano gli avvisi ai messaggi di Trump in caso di tweet particolarmente impresentabili. 4) Anche io sono spaventata dal fatto che la decisione di cosa far vedere e cosa no dipenda dalle superpotenze della rete, ma del resto, cosa ci aspettavamo? Rimango dell’idea che sia ora di educare seriamente all’uso della rete, perché non sarà vietando e nascondendo che ci sbarazzeremo dei complottismi vari e assortiti. Del resto, abbiamo permesso che si creassero queste superpotenze della rete (forse perché i governi hanno continuato a pensare ai social come un giochetto per lungo tempo); ora è oggettivamente un po’ difficile intervenire. 5) Mi rimane un interrogativo in testa: io sono felice che abbiano bloccato Trump perché lo giudico insopportabile e pericoloso, ma non so se sia la strada giusta per vincere i Trump del mondo. La verità è che chi si ritiene dalla parte dei “giusti” tende, da molto tempo, a minimizzare l’intelligenza o le azioni degli “altri”. Anche oggi, mille post per prendere in giro il tizio con il copricapo con le corna o quello ricoperto di pelliccia. Non ci si rende conto che questo disprezzo non fa che peggiorare la situazione e aumentare il rift tra il presunto “noi” e il presunto “loro”? Chi si definisce progressista o di sinistra non può pensare che abbandonare “gli scemi” possa essere una reale soluzione, almeno non rimanendo in democrazia”.

    Stefano Epifani, docente alla Sapienza di Roma, fondatore di Tech Economy 2030 e presidente del Digital Transformation Institute, che pone al centro di tutto la politica “grande assente”:

    stefano epifani“Sto vedendo una gigantesca confusione tra merito e metodo e distorsioni che non giovano al dibattito, anche da parte di professionisti che di questo si occupano, o dovrebbero occuparsi. Il punto non è se sia stato giusto o sbagliato bloccare Trump, ma il processo che ha portato a questa decisione. Dare ai Social Media la responsabilità di decidere chi bannare e chi no vuol dire conferire loro ulteriore potere, e responsabilità che se non è detto che vogliano (Zuckerberg lo ha sottolineato diverse volte) è certo che non devono avere. È troppo facile far riferimento ai TOS dimenticandosi che i TOS devono comunque essere subordinati alla normativa, e la normativa dipende dalla natura degli strumenti, in un contesto -oltretutto – in cui questa natura sta cambiando. Rispetto a questo punto il grande assente è stata la politica, che avrebbe dovuto occuparsi di questi anni già da anni. Non c’è più tempo per rimandare: occuparsene vuol dire capire cosa vogliamo che rappresentino le piattaforme rispetto a modelli di sostenibilità sociale ed economica verso le quali traghettare la nostra società. È impressionante come non ci si renda conto del fatto che quella che potrebbe anche sembrare una buona notizia è il primo passo verso un imperialismo di piattaforma che produrrà molti più danni di quelli che potrebbe risolvere. Oggi la decisione secondo molti è indubbia: ma cosa fare dei casi dubbi? E dei margini interpretativi? E quali le conseguenze di possibili errori? Di buono c’è che – se sapremo coglierla – questo fatto ci da l’opportunità per non poter più rimandare la discussione su un tema di importanza fondamentale. Ignorare la sostanza del problema e guardare al risultato immediato vorrà dire porre le basi di un problema che sarà davvero molto complesso da risolvere”.

    Proseguiamo il nostro giro con Veronica Gentili, esperta proprio di Facebook e del Social Media Marketing in generale, il suo ultimo libro è “Professione Social Media Manager“, che ci porta il suo punto vista su questo tema:

    veronica gentili“Penso che siamo di fronte a una di serie di azioni intraprese da parte di piattaforme private a seguito della palese violazione delle normative delle stesse. Ovvio che ci pone davanti a una serie di quesiti molto importanti che impongono sia una riflessione che un piano di azione: fin dove si possono spingere i privati nel “silenziare” chi si esprime negli spazi pubblici odierni? Dove finisce l’applicazione delle regole e inizia un vero e proprio meccanismo di censura? Aggiungo che non vedo conseguenze per quanto riguarda il Social Media Marketing, Facebook agisce già in questo modo, spesso blocca account e campagne senza una reale motivazione. L’unica possibilità è che irrigidiscano ancora di più le norme in materia politica, quindi chi tratta questi temi dovrà gestirsi con ancora più restrizioni”.

    E chiudiamo il nostro giro di tavolo con Ernesto Belisario, avvocato e uno dei massimi esperti in Italia di diritto delle tecnologie, che si spinge a riflettere sul ruolo che le piattaforme social media hanno nella nostra società:

    ernesto belisarioLa decisione di “deplatforming” del Presidente USA rappresenta sicuramente un passaggio di svolta nelle discussioni, aperte da anni, sul ruolo delle piattaforme nel dibattito pubblico, nel confronto politico e nelle campagne elettorali.
    È un tema complesso che deve essere affrontato partendo da un presupposto: i social media, oggi, sono piattaforme completamente private che si autoregolano. Decidono autonomamente quali sono le regole che gli utenti devono rispettare nell’uso del servizio. Decidono, con ampia discrezionalità e poca trasparenza, come (e quando) fare rispettare le regole che si sono dati autonomamente.
    In questo quadro, la decisione di bannare Trump appare coerente con le policy dei social, contrarie all’incitamento all’odio e alla disinformazione. Anzi, semmai sembrano tardive visto che al Presidente USA sono stati negli anni consentiti comportamenti che non sarebbero stati tollerati da parte di qualsiasi altro utente.
    Il tema su cui confrontarci è quindi il seguente: è giusto che piattaforme – che ormai erogano un servizio pubblico – siano totalmente libere di autoregolarsi? Credo che la stessa decisione di deplatforming testimoni la consapevolezza che i social media hanno del loro ruolo nella società (e in quello che è accaduto a Capitol Hill).
    A mio avviso è necessario che i legislatori lavorino a una regolamentazione delle piattaforme che – lungi dal prevedere filtri (che si trasformerebbero in censura preventiva) – imponga trasparenza su criteri e decisioni di moderazione, prevedendo tutele per gli utenti, meccanismi di reclamo efficaci contro le decisioni delle piattaforme, vigilanza da parte di autorità nazionali.
    In questo senso, l’Unione Europea – con la proposta di “digital services act” – potrebbe indicare la strada da intraprendere per rispettare i diritti e le libertà fondamentali (come già fatto con il GDPR per la protezione dei dati personali)“.

    Ecco, questo era il nostro tavolo ideale per ragionare su questo grande tema e i pareri espressi ci aiutano a focalizzare meglio il tema. Grazie davvero a questi grandi professionisti per la loro grande professionalità e disponibilità, davvero preziosa.

    E voi che ne pensate?

  • Il ruolo dei Social Media quando la democrazia negli Usa venne sospesa

    Il ruolo dei Social Media quando la democrazia negli Usa venne sospesa

    Nel giorno in cui la democrazia negli Usa è stata sospesa, i Social Media per una volta hanno agito di conseguenza. Una vicenda che segna anche l’avanzata delle piattaforme di “nicchia” come Parler.

    I social media da qualche anno a questa parte sono stati considerati principali responsabili della diffusione di fake news, disinformazione e contenuti di violenza. Ed è vero. Ma forse quello che è successo ieri notte potrebbe considerarsi come l’inizio di un nuovo corso.

    Per la prima volta, tutte le principali piattaforme social hanno agito allo stesso modo, eliminando contenuti che incitavano alla violenza e sospendendo l’account dal quale questi contenuti venivano diffusi.

    È successo quello che accade di solito in questi casi, solo che l’account in questione è quello di Donald Trump, presidente Usa uscente, che ieri si è reso protagonista, indiretto, di una delle pagine più brutte della storia americana e della democrazia a livello globale.

    social media capitol hill aggressione getty mages

    Come sapete, lo abbiamo scritto più volte qui sul nostro blog, dal 2016, anno in cui Trump è stato eletto come 45° presidente degli Stati Uniti d’America, i social media sono stati additati come diffusori di disinformazione e accusati di gestire il fenomeno in modo blando.

    Poi è arrivato lo scandalo Cambridge Analytica che ha aperto una voragine, dimostrando per davvero che una parte dell’elettorato era stato “traghettato” verso una parte politica con l’inganno; poi è scoppiato il “Russia gate“. Tutti scandali in cui i social media hanno avuto il ruolo di diffusori.

    Al centro di tutto questo vi era Facebook che nel corso degli anni ha mantenuto una linea non molto condivisa ma costante, ossia quella di non intervenire mai in maniera diretta su queste questioni per rispettare il “diritto di parola” di tutti. Anche di chi diffonde disinformazione. E i risultati si sono visti.

    Una strada ben diversa, ma con molte difficoltà, aveva invece intrapreso Twitter, decisa ad allontanare la diffusione della disinformazione dalla propria piattaforma, dichiarando guerra ai tanti account che sfruttavano i 280 caratteri per diffondere informazioni e notizie false.

    Ad un certo punto però Twitter decise che gli account dei politici non dovessero essere oggetto di attenzione, perché per loro doveva essere sempre valido il diritto di esprimersi, visto il ruolo pubblico. Salvo poi ricredersi lungo la strada.

    social media capitol hill aggressione getty mages

    Ecco, questa lunga premessa per dire che ieri invece il ruolo dei social media è stato attivo.

    Bisogna dirlo subito. A distanza di 5 anni, quello che è successo ieri è la dimostrazione di come la disinformazione sia in grado di invadere anche il ruolo più rappresentativo della democrazia: il Parlamento. L’aggressione a Capitol Hill, la sede del Congresso Usa, “aizzata” da colui che dovrebbe lasciare la sua carica al nuovo presidente eletto, Joe Biden, è una ferita alla democrazia a livello globale e coinvolge direttamente i social media.

    Facebook, la prima piattaforma ad rimuovere il video di Trump

    Dopo l’aggressione, avvenuta quando Washington era in lockdown, Donal Trump ha diffuso un video in cui elogiava il gruppo dei violenti che era entrato a Capitol Hill, alcuni di essi erano armati. Di fronte a questo video, per la prima volta, Facebook è intervenuta prima delle altre piattaforme, rimuovendo il video, così come annunciato da Guy Rosen, VP Integrity, Facebook.

    Facebook e Instagram sospendono Trump per 24 ore

    In pratica Facebook, che negli anni aveva sempre rifiutato di agire per garantire a tutti il diritto di parola, è la prima ad intervenire, per evitare che quel video potesse alimentare altra violenza. Un intervento che anticipa anche Twitter che fino a quel momento si era limitata solo a indicare come contenuti di disinformazione i tweet di Trump, senza rimuoverli. Facebook anticipa anche YouTube, che rimuove i contenuti video che fanno riferimento all’aggressione al Capitol Hill e fa addirittura quello che mai la piattaforma di Zuckerberg aveva fatto. E cioè sospende l’account di Trump per 24 ore, su Facebook e su Instagram, come annunciato da Adam Mosseri:

    In un comunicato Facebook spiega meglio di essere intervenuta non solo per rimuovere il contenuto di Trump, ma di aver rimosso tutti i contenuti che facevano riferimento all’aggressione e anche quelli che intimavano a continuare le violenze per i prossimi giorni.

    Facebook sospende gli account di Trump per almeno 2 settimane

    Questo è un aggiornamento a quanto scritto poco sopra. Nel pomeriggio di oggi, sempre Adam Mosseri su Twitter dà notizia del fatto che Facebook, intendendo tutta la famiglia delle app di casa a Menlo Park, sospenderà gli account di Donald Trump per almeno due settimane.

    Nel tweet si legge:

    “Viste le circostanze eccezionali e il fatto che il Presidente (Trump) abbia deciso di condonare, piuttosto che condannare le violenze di ieri nella capitale, estendiamo a tempo indeterminato, o almeno per le prossime due settimane, il blocco degli account”.

    La forma “almeno due settimane” è stata usata per intendere che dagli account di Trump, su Facebook e su Instagram, non si potrà scrivere nulla fino all’insediamento di Joe Biden come 46° presidente Usa, e oltre.

    Twitter rimuove i contenuti e sospende Trump per 12 ore

    Anche Twitter, subito dopo che Facebook ha rimosso il video, interviene con mano più pesante e comincia a rimuovere i tweet di Trump, non era la prima volta che accadeva. E poi, decide di sospendere l’account di Donald Trump per 12 ore. Un atto dovuto.

    https://twitter.com/twittersafety/status/1346970430062485505

    Siamo di fronte ad un passaggio storico, senza dubbio e senza esagerazione. I Social media, lungamente ritenuti responsabili di diffondere disinformazione, hanno dimostrato che c’è un limite a tutto e che il valore della democrazia va preservato sempre.

    Ma c’è un però in tutto questo, una considerazione finale.

    L’avanza dei social di nicchia come Parler

    Si sapeva da giorni che qualcosa sarebbe successo, in vista della ratifica della elezione di Biden come 16° presidente Usa, e l’organizzazione di questa aggressione è avvenuta proprio sui social media, non soltanto Facebook o Twitter, ma anche attraverso quelle piattaforme che sono considerate in grande ascesa perché di “nicchia”, come Parler, la piattaforma che tanto piace ai sostenitori di Trump. Anche Telegram è stata usata per questo scopo, così come Twitch, piattaforma in grande ascesa anche in Italia.

    Ecco, nel giorno in cui la democrazia è stata sospesa, nel giorno in cui la disinformazione è riuscita ad approdare in Parlamento, i Social Media hanno agito in modo responsabile. Forse ci si attendeva qualcosa di più e le critiche non sono mancate.

    L’auspicio è che questo segni un nuovo inizio. Lo speriamo.

  • TikTok, divieto di download negli Usa ma un accordo ancora è possibile

    TikTok, divieto di download negli Usa ma un accordo ancora è possibile

    Il Dipartimento del Commercio Usa, recependo l’ordine esecutivo di Trump del 6 agosto scorso, ha disposto il divieto di download per TikTok e WeChat e la relativa rimozione delle app dagli app market a partire dal 20 settembre. Ma un accordo tra TikTok e Oracle è ancora possibile.

    Può suonare come sorprendente il comunicato in cui il Dipartimento del Commercio Usa (l’equivalente del nostro Ministero per lo Sviluppo Economico) dispone il divieto di download per TikTok e WeChat a partire dal 20 settembre. In realtà, come si potrebbe dire in gergo, è “un atto dovuto“, un’azione che comunque il Dipartimento era tenuta a fare, in attesa del pronunciamento finale del presidente Usa, Donald Trump. In pratica, il Dipartimento recepisce l’ordine esecutivo del 6 agosto, emanato da Trump, in attesa che lo stesso presidente prenda una decisione finale.

    Ad alcuni questa azione è sembrata un modo per affrettare i tempi e indurre TikTok ad accettare l’accordo con Oracle, in partnership con Walmart. Ricordiamo che il termine ultimo prima di un divieto definitivo per TikTok è il prossimo 12 novembre. L’intento sarebbe quindi, anche, quello di indurre i cinesi di ByteDance ad arrivare ad un accordo con Oracle che, secondo quelle che erano le indiscrezioni circolare nei giorni scorsi, dovrebbe avere un ruolo di tipo tecnologico, in modo da soddisfare il presidente Trump e rassicurarlo sul fatto che i dati degli utenti sarebbero gestiti da tecnologia “made in Usa”. E Oracle in fatto di tecnologia in cloud è leader mondiale.

    tiktok divieto download usa

    Ma torniamo a quanto ha stabilito il Dipartimento del Commercio Usa per poi collegarci alle novità di questi giorni, in modo da avere un quadro ancora più completo.

    Da domenica 20 settembre non sarà più possibile scaricare TikTok e WeChat dagli app market, quindi quelli di Apple e Google, in quanto da quella data nessuna azienda americana potrà distribuire le app e avere relazioni commerciali con le aziende cinesi di riferimento, ByteDance per TikTok e Tencent per WeChat. Quindi da domenica negli Usa nessuno utente potrà più scaricare le app. Significa che chi ha già scaricato l’app potrà continuare ad usarla, ma non potrà più aggiornarla, anche perché le stesse app non potranno più essere presenti su App Store e su Google Play.

    Lo stesso Dipartimento però lascia ancora aperti il termine del 12 novembre per TikTok, entro quella data dovrà risolvere i problemi di “sicurezza nazionale con gli Usa”. E proprio quest’ultima frase fa pensare che ci sia ancora la possibilità di arrivare ad un accordo.Su questo accordo, ipotetico, si attende il parere di Donald Trump e questo potrebbe avvenire anche nelle prossime ore.

    Infatti, nei giorni scorsi sono circolate diverse indiscrezioni su questo accordo che vede comunque come protagonisti TikTok, da un lato, e Oracle, insieme a Walmart, dall’altro. Le attività Usa, e quindi, come già spesso ricordato qui, anche quelle relative al Canada, all’Australia e alla Nuova Zelanda, verrebbero gestite da ByteDance insieme a Oracle che garantirà la propria tecnologia per preservare la sicurezza dei dati. Una soluzione che potrebbe incontrare il favore di Donald Trump.

    In virtù di questo accorso, ByteDance avrebbe presentato alle autorità Usa, e anche ai suoi partner, un progetto che porterebbe alla quotazione della società a Wall Street entro un anno. Ma non è tutto.

    Ultima indiscrezione che circolava fino a poche ore prima della decisione del Dipartimento del Commercio Usa, anticipata dal New York Times, è che nello scegliere il successore di Kevin Mayer, dopo le sue dimissioni da CEO nei giorni scorsi, si farebbe, in modo abbastanza insistente, il nome di Kevin Systrom, ossia fondatore ed ex CEO di Instagram. Un nome che potrebbe dare più solidità all’azienda che nascerebbe dall’accordo con Oracle, con una grande esperienza nello gestire piattaforme social media molto complesse.

    Insomma, TikTok prova a resistere cercando di arrivare ad un accorso che possa essere soddisfacente per tutti, pur di non perdere i 100 milioni di utenti negli Usa, un mercato che potrebbe essere strategico per la piattaforma.

    TikTok, con 100 milioni di utenti l’Europa diventa il mercato principale

    Tra l’altro nei giorni scorsi TikTok ha ufficializzato che sono 100 milioni gli utenti attivi anche in Europa.

    Adesso la palla è, nel vero senso della parola, nelle mani di Donald Trump che potrebbe decidere a breve. Una decisione che ha evidenti ricadute sulle prossime elezioni presidenziali del 3 novembre.

  • L′affare TikTok potrebbe chiudersi domani, Cina permettendo

    L′affare TikTok potrebbe chiudersi domani, Cina permettendo

    Secondo la CNBC, l’affare TikTok potrebbe già concludersi domani, ByteDance avrebbe deciso il prezzo, circa 20 miliardi di dollari, e compratore, uno tra Microsoft e Oracle. Solo che adesso c’è l’ostacolo Cina. Intanto gli americani appoggiano la decisione di Trump.

    L’affare TikTok potrebbe concludersi nelle prossime ore e pare che ormai sia tutto chiaro, sia per quanto riguarda il prezzo, sia per quanto riguarda i compratori. È quanto riporta la CNBC, sostenendo che TikTok ha scelto a chi vendere, tra Microsoft e Oracle, e ha dichiarato anche il prezzo, una cifra che dovrebbe essere attorno ai 20 miliardi di dollari.

    Come abbiamo già ricordato, cercando di raccontarvi questa vicenda, che non si tratta della vendita totale di TikTok, ma solo delle attività della piattaforma negli Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda. È noto che si è arrivati a questo punto dopo che Donald Trump, presidente degli Usa, in piena campagna presidenziale, ha emesso un ordine esecutivo per chiedere ad un’azienda americana di comprare le attività Usa di TikTok, prima che scatti il divieto totale per ByteDance, società cinese proprietaria della piattaforma, di agire sul suolo statunitense entro il 15 settembre prossimo.

    tiktok trump vendita app

    L’affare TikTok potrebbe concludersi domani

    Domani quindi potrebbe concludersi questa vicenda, sempre che quanto riporta la CNBC sia confermato (al momento TikTok non ha dato nessuna conferma ufficiale). E per quanto riguarda i compratori, ormai il cerchio si stringe su due nomi, e sono Microsoft, che nei giorni scorsi ha ottenuto il sostegno di Walmart (la catena GDO americana vorrebbe sfruttare l’affare per far crescere il suo e-commerce), e Oracle che ha il sostegno diretto di Donald Trump, come abbiamo già spiegato qui.

    Resta in piedi ancora l’ipotesi Twitter, anche se molto debole. L’idea di Alphabet, la società madre di Google, è invece tramontata del tutto.

    Sembra essere quindi conclusa la vicenda, ma invece non è così. Ricordiamoci che questa vicenda che riguarda TikTok in realtà non è altro che un episodio della più ampia guerra commerciale tra Usa e Cina, scatenata proprio da Donald Trump. E infatti la Cina non sta certo a guardare e, mentre tutto sembrava segnato, ha posto quello che potrebbe essere il vero ostacolo all’affare.

    L’ostacolo cinese sulla vendita di TikTok

    Nei giorni scorsi il governo cinese ha rivisto le nuove regole di controllo sulle esportazioni, inserendo anche le nuove regole sulle tecnologie che implementano l’Intelligenza Artificiale. Significa che qualsiasi azienda cinese che volesse esportare la propria tecnologia, compresa in quelle regole, deve ottenere una licenza specifica dal governo cinese.

    TikTok è una piattaforma che implementa Intelligenza Artificiale, infatti le norme riguardano l’analisi del testo, il riconoscimento vocale e i suggerimenti sui contenuti. Tutte tecnologie per cui bisogna adesso avere una licenza. Tradotto in maniera ancora più semplice, significa che ByteDance può vendere le sue attività solo se in possesso di questa licenza.

    Ora, se è vero che domani potremmo conoscere l’esito delle trattative avviate ormai da giorni, con Microsoft da una parte e Oracle dall’altra, è anche vero che la stessa vendita potrebbe non concludersi in assenza di questa specifica licenza cinese. Su questo infatti non si sa nulla. Potrebbe anche darsi che nel frattempo ByteDance abbia ottenuto il via libera dal governo cinese, ma è anche vero che la Cina non permetterebbe la cessione di una parte di un’azienda ad una americana così a cuor leggero.

    E quindi, ancora nulla è deciso in effetti.

    Il 40% degli americani appoggia Trump contro TikTok

    Intanto, proprio mentre arrivava la notizia di una possibile conclusione dell’affare già domani, 1° settembre 2020, Reuters pubblicava i risultati di un sondaggio, condotto dalla Ipsos, negli Usa per sapere cosa ne pensano gli americani a proposito del possibile ban da parte di Trump ai danni di TikTok.

    Ebbene, il sondaggio, condotto sulla base di 1.349 interviste, rivela che il 40% degli americani si dice favorevole all’azione che Trump sta portando avanti innescata con l’ordine esecutivo. Quindi buona parte degli americani pensa che Trump faccia bene a portare avanti la sua battaglia contro l’app cinese. E proprio la scorsa settimana vi avevamo riportato che l’uso dell’app negli Usa è cresciuta dell’800%!

    I dati del sondaggio sono stati suddivisi anche in base all’orientamento politico, visto il clima elettorale. Il 69% degli elettori repubblicani ha risposto di appoggiare l’azione di Trump, mentre solo il 32% di essi ha dichiarato di conoscere l’app; il 21% degli elettori democratici appoggia la linea del presidente Usa, mentre il 46% ha dichiarato di conoscere l’app.

    Leggi anche:

    TikTok, si dimette Kevin Mayer. Facciamo il punto della situazione

    Quindi si può dire che gli americani appoggiano Trump, pur avendo una conoscenza non approfondita della vicenda TikTok. E questo lo si può spiegare guardando al modo in cui Trump, sui social media e non solo, ha portato avanti la sua crociata contro TikTok. Gli americani lo hanno seguito, hanno abbracciato la sua retorica, senza approfondire.

    E questo potrebbe avere qualche significato proprio in vista delle prossime elezioni elettorali.

  • Trump si vendica con l′addio all′immunità legale per i social media

    Trump si vendica con l′addio all′immunità legale per i social media

    La modifica del Communications Decency Act, e del “Section 230”, da parte di Trump suona come una vendetta verso Twitter e tutte le piattaforme social media. Sarà il caos nei tribunali federali, le piattaforme rischiano di diventare de censori. E intanto Twitter segnala, ma non elimina, un altro Tweet di Trump che dice: “se iniziano i saccheggi, iniziano le sparatorie”.

    Alla fine, quello che si temeva è successo. Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti d’America, è riuscito a formulare la sua (prima) vendetta verso i social media e verso Twitter in particolare. Tanto per essere chiari, riguardo a social media esiste un grande problema, non lo negano nemmeno le aziende proprietarie delle piattaforme e di chi le guida, ma questo non significa che una eventuale regolamentazione debba passare dopo che chi dovrebbe fare e garantire le leggi viene colto nel momento in cui diffonde informazioni “infondate”, lamentando, addirittura, che questo prefigura una minaccia alla libertà. Non funziona così. La libertà deve essere sempre garantita, nel rispetto delle regole che valgono per chiunque.

    Ma restiamo su quanto successo ieri, quando in Italia era sera inoltrata.

    donald trump twitter social media

    Trump firma l’ordine esecutivo che modifica il Section 230

    Donald Trump ieri sera ha firmato un ordine esecutivo che mira a modificare il Communications Decency Act, noto a tutti come “Section 230“. In pratica sparisce lo scudo che metteva a riparo le piattaforme social dalle responsabilità derivanti dalla pubblicazione degli stessi contenuti. Da oggi le piattaforme social non potranno godere della protezione legale, questo comporterà citazioni e ricorsi che affolleranno i tribunali federali.

    Cosa dice il “Section 230”

    Prima di procedere, è doveroso però, a beneficio di tutti, spendere due parole su questo “Section 230“.

    Questa sezione fa parte della legge, come dicevamo prima, Communications Decency Act, una legge approvata nel 1997 che ha come obiettivo quello di regolamentare i contenuti pornografici su Internet. Questa legge ha avuto un forte impatto per due motivi: primo per aver cercato, appunto, di regolamentare “l’indecenza” su Internet; secondo per aver introdotto il principio per cui i servizi internet non sono da considerarsi editori, grazie proprio alla “Section 230”.

    Questa sezione negli anni ha assunto un valore enorme, soprattutto con l’ascesa del fenomeno dei social media, impedendo, tra l’altro, che le stesse piattaforme si trasformassero in censori e arbitri di tutto quello che viene condiviso attraverso questi strumenti.

    “Nessun fornitore o utente di un servizio informatico interattivo può essere trattato come l’editore o il relatore di qualsiasi informazione fornita da un altro fornitore di contenuti informativi”, così recita un passo della sezione.

    La protezione legale quindi proteggeva le piattaforme da qualsiasi azione illecita commessa dall’utilizzatore stesso. Ora, con l’ordine esecutivo, strumento che la Costituzione mette in dote al Presidente per determinare come far rispettare le leggi, il rischio è che questo possa generare il caos.

    Già nel 2013 un altro tentativo da parte di 47 procuratori generali che ne chiedevano la modifica, chiedendo appunto la rimozione dell’immunità legale per le piattaforme. La ACLU (l’Unione Americana per le Libertà Civili) commentò: “Se la sezione 230 venisse spogliata delle sue protezioni, non ci vorrebbe molto perché la vivace cultura della libertà di parola scompaia dalla rete“. Il rischio è appunto quello.

    Twitter e Trump, quando la politica crede di possedere i social media

    Obiettivo di Trump è una legge sui social media

    Vero obiettivo di Trump è una legge che punti a regolamentare i social e, non avendone potere diretto, dovrà per forza di cose ricorrere al Congresso. E non sarà certo facile. Anche con le elezioni presidenziali imminenti.

    Di certo questo è un primo passo verso quel controllo che la politica ha sempre cercato di esercitare sui social media. Prima volevano possedere e controllare i giornali, adesso vorrebbero fare lo stesso con questi strumenti gestiti da aziende private.

    Il dibattito sul Section 230 negli Usa è stato sempre molto vivace. Pensate che era uno dei temi portati avanti anche da Joe Biden, certo non un repubblicano, e anche Bernie Sanders aveva detto che era giunto il momento di modificarlo.

    Twitter segnala un altro tweet di Trump: “quando inizieranno i saccheggi, inizieranno le sparatorie”

    https://twitter.com/TwitterComms/status/1266267446979129345

    Intanto, Twitter ha segnalato, ma non eliminato, un altro tweet di Donald Trump in quanto ritenuto violento. Il contenuto viene oscurato in grigetto con l’etichetta “Visualizza”. Il tweet viene depotenziato in termini di reach e non è possibile esprimere interazioni, solo retwittare con commento. In questo tweet Trump fa riferimento ai fatti di Minneapolis dopo l’uccisione da parte di un poliziotto di George Floyd.

    “Quando inizieranno i saccheggi, inizieranno le sparatorie”. Una frase che Twitter ha giudicato come inneggiante alla violenza, contravvenendo alle regole della piattaforma.

    Un presidente degli Stati Uniti dovrebbe esprimersi in altri modi, cercando di agire per riunire le comunità con atteggiamenti e parole responsabili, proprio per evitare ulteriore violenze.

  • Twitter e Trump, quando la politica crede di possedere i social media

    Twitter e Trump, quando la politica crede di possedere i social media

    Twitter, per la prima, ha evidenziato come “infondati” due tweet di Donald Trump e il presidente Usa non l’ha presa bene. Al punto di minacciare la chiusura delle piattaforme. Questo è quello che accade quando la politica tende a possederle.

    Fino ad un paio di anni fa tra Twitter e Donald Trump c’era molto affetto. Più volte il 45° presidente degli Stai Uniti d’America aveva manifestato il suo apprezzamento per la piattaforma che usa direttamente, senza che vi sia lo staff a supporto. Poi qualcosa ha cominciato ad incrinarsi, quando, dietro la pressione del “Russia Gate“, ma soprattutto, in conseguenza dello scandalo “Cambridge Analytica“, Twitter ha cominciato seriamente a contrastare la diffusone di fake news, di contenuti violenti e inneggianti all’odio in ogni sua forma. Qualcosa si è incrinato perché più volte i contenuti di Trump venivano segnalati per i contenuti di odio e di violenza, ma, comunque, Twitter in virtù della garanzia di un dibattito sempre aperto, ha preferito sempre evitare la censura, “proteggendo” il presidente da oltre 80 milioni di followers.

    twitter donald trump politica

    Come ricorderete, lo scorso anno, Twitter ha cominciato a rendere più stringente il contrasto alle fake news, introducendo una etichetta che avrebbe dovuto evidenziare quei tweet palesemente infondati, senza ricorrere alla censura. Uno strumento introdotto poi alla fine del 2019, in vista proprio delle prossime elezioni Usa.

    C’è anche da ricordare, ne facevamo cenno prima, che Twitter ha sempre “protetto” (se si può usare questa espressione) Donald Trump, anche in quei casi era lecito intervenire in qualche modo, ma ha sempre evitato di farlo perché per Twitter i contenuti condivisi dai politici servivano in ogni caso a generare un dibattito, anche quando gli stesi contenuti erano forti, al limite. Una scelta che ha generato non poche critiche e dubbi. Per fare un esempio, nel 2018 Twitter decise di non cancellare i tweet di Trump che, in maniera esplicita, dichiarava guerra alla Corea del Nord, mentre, invece, fece cancellare un tweet del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Seyed Ali Khamenei.

    Ora Twitter afferma il principio che chiunque vìoli la policy sul contrasto alle fake news deve essere segnalato attraverso una etichetta che, con una procedura di fact-checking, mette il luce la vera notizia. E a farne le spese è stato proprio Donald Trump.

    Il tycoon non l’ha presa bene e ha dichiarato in un tweet che la piattaforma di Jack Dorsey “sta soffocando la libertà di parola“, oltre che a dichiarare che Twitter sta interferendo nelle elezioni presidenziali facendo fare “controlli di parte alla Fake News CNN e all’Amazon Washington Post“, le due testate usate per fare fact-checking verso le quali Trump non ha mai avuto simpatia.

    (In alto uno de due tweet segnalati da Twitter)

    Questo accade quando la politica pensa di possedere le piattaforme, non di usarle, in virtù del proprio ruolo. Trump, e tutti quelli che la pensano come lui (e sono tanti) crede che il suo ruolo possa giustificare qualsiasi cosa, anche quella di diffondere, come in questo caso, informazioni sbagliate.

    Trump si vendica con l′addio all′immunità legale per i social media

    Trump minaccia di chiudere Twitter e tutti i social media

    Come vedete il quadro è abbastanza grave già fin qui, ma c’è dell’altro. Perché, sempre oggi, Trump che minacciato in un tweet di chiudere le piattaforme, trovando la scusa che i repubblicani sono presi di mira da queste piattaforme. “Le regoleremo con la forza o le chiuderemo”.

    Ecco, questo è il punto più grave che si potesse toccare, quando la politica incapace di accettare regole democratiche per garantire una corretta informazione e per evitare la diffusione di disinformazione, decide di usare il pungo duro nel tentativo di assoggettarle al suo volere, alla sua parziale verità.

    È triste che si arrivi a queste minacce, come è triste che un presidente degli Usa arrivi ad esprimersi in questo modo. Il rispetto delle regole dovrebbe essere la base della convivenza civile e il suo ruolo è sinonimo di garanzia di libertà e democrazia.

    Adesso sì che è in ballo la libertà e non sono le regole a soffocarla, come sostiene Trump, ma l’uso degli strumenti a proprio piacimento per il ruolo politico. Il confronto e il rispetto sono il sale della democrazia e bisogna farne sempre buon uso.

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