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  • Podcast, aumentano gli utenti ma sono ancora pochi i paganti

    Podcast, aumentano gli utenti ma sono ancora pochi i paganti

    Il 30 settembre si celebra la Giornata Internazionale dei Podcast. In Italia aumentano gli utenti che ascoltano podcast, ma pochi sono quelli che pagano per la fruizione degli stessi. Vediamo a livello globale dove sono più ascoltati.

    Il 30 settembre si celebra la Giornata Internazionale dei Podcast, la International Podcast Day. La giornata è nata nel 2015 e anno dopo anno è cresciuta fino a coinvolgere podcaster provenienti da 100 paesi, tra i quali tra cui Australia, Nuova Zelanda, Thailandia, Polonia, Germania, Sud Africa, Giamaica, Spagna, Argentina, Messico, Emirati Arabi Uniti, Nigeria, Filippine, India, Francia, Svizzera, Scozia, Regno Unito, Finlandia, Canada, Stati Uniti.

    È inutile dire che il fenomeno dei Podcast è in crescita ovunque e anche in Italia, senza dimenticare anche il sensibile aumento del numero degli utenti che preferiscono ascoltare podcast registratosi lo scorso anno. Aumento che, grazie ai recenti dati dell’Osservatorio Digital Content – School of Management del Politecnico di Milano, continua anche in questo anno.

    Il mercato italiano è ancora abbastanza contenuto nelle sue dimensioni, lo vedremo anche più avanti guardando altri dati, solo che adesso si pone il vero problema legato alla monetizzazione, ossia alla possibilità di poter costruire una forma di guadagno utilizzando questo strumento.

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    Se questo è vero in altri paesi, dove esistono podcaster, e anche realtà più strutturate, che sono riusciti a mettere su un’attività sostenibile, non è altrettanto vero nel nostro paese. L’abbonamento al singolo podcast o altre forme più estese per ora non si sono verificate come concrete da questo punto vista.

    Nel nostro paese, nel 2021, il 28% degli utenti internet in Italia (erano il 21% lo scorso anno), secondo i dati del report di Politecnico, dichiara di ascoltare podcast, ma solo una parte marginale di essi paga per la fruizione degli stessi. Esiste poi un 20% di “non ascoltatori” che dice di volersi avvicinare ai podcast nel prossimo futuro.

    Il problema è quindi sempre legato alla monetizzazione, quindi alla capacità di creare contenuti interessanti e originali per cui gli utenti ascoltatori sarebbero disposti a pagare. Un’operazione non facile, al momento, ma non impossibile.

    Come dicevamo prima, ci sono altri dati che ci aiutano a delineare meglio la diffusione dei podcast in Italia e sono quelli di Statista, pubblicati proprio in occasione della International Podcast Day.

    Il sondaggio Statista Global Consumer Survey, condotto a livello globale, coinvolgendo da 1.000 a 5.700 utenti per paese (54 in totale, incluso l’Italia), rileva che il paese dovei i podcast sono più ascoltati è la Svezia, con il 47% degli intervistati che dichiara di aver ascoltato almeno un podcast negli ultimi 12 mesi. Sono pochi gli altri paesi dove si registrano percentuali così alte, come Irlanda e Brasile, oltre il 40%.

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    La percentuale di utenti che ascolta podcast negli Usa è del 34% ed è del 31% in Uk. Come vedete dal grafico, anche Canada, Islanda, Spagna, Portogallo Cile, Australia si attestano su una percentuale compresa tra 30-39%.

    L’Italia è in linea con i dati che abbiamo visto prima, infatti l’indagine riporta una percettuale di ascoltatori compresa tra 20-29%, percentuale molto diffusa nel resto del mondo.

    Diversa la situazione in Cina, dove si registra una percentuale del 19%, la stessa la si riscontra anche in Marocco e altri paesi nel Sud Esta Asiatico. Fino ad arrivare a percentuali molto basse come quella del Giappone, la più bassa con il 5% di ascoltatori di podcast, e di Taiwan, Malesia e Pakistan.

    Questa la situazione dei podcast in Italia e a livello globale nel 2021.

    E voi li ascoltate i podcast? Siete abbonati a qualche podcast in particolare?

  • Huawei Italia e Politecnico di Milano insieme per i giovani ricercatori

    Huawei Italia e Politecnico di Milano insieme per i giovani ricercatori

    La collaborazione tra il Politecnico di Milano e Huawei Italia, che va avanti ormai da oltre 10 anni, continua e si rafforza con l’istituzione di borse di studio per giovani ricercatori nell’ambito delle “Wireless Communications”.

    Durante il nostro ultimo incontro con Huawei Italia, tenutosi a a luglio di quest’anno, avevamo conosciuto il centro di ricerca per il 5G del colosso cinese, che ha sede a Segrate. In quell’occasione avevamo avuto l’occasione di venire a conoscenza del fatto che il centro di ricerca punta molto sui giovani ricercatori. E il 75% proviene da atenei con cui Huawei Italia già collabora. Infatti, il colosso cinese punta a creare “Joint Lab”, delle collaborazioni strette con gli atenei su 5 anni, con l’obiettivo di portare avanti un programma specifico. Tra questi atenei figura anche il prestigioso Politecnico di Milano.

    Questa premessa doverosa per dire che la collaborazione tra il Politecnico di Milano e Huawei Italia, che va avanti ormai da oltre 10 anni, continua e si rafforza con l’istituzione di borse di studio per giovani ricercatori nell’ambito delle “Wireless Communications”.

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    La partnership tra il Politecnico e Huawei è culminata nel giugno dello scorso anno, proprio con la nascita del Joint Lab, all’interno del quale studenti e dottorandi dell’Ateneo possono sviluppare le loro tesi sotto la supervisione dei docenti del Politecnico e dei ricercatori di Huawei per favorire il loro approccio al mondo aziendale.

    Il Joint Lab tra Huawei e Politecnico, sotto la direzione di Umberto Spagnolini, Professore ordinario del Politecnico di Milano, ha riscosso grande successo con una decina di progetti già attivati e 30 persone coinvolte tra professori, dottorati, ricercatori e studenti.

    Umberto Spagnolini, è stato inoltre insignito da Huawei del titolo di Huawei Industry Chair, che gli consente di fare ricerca congiunta per i prossimi 10 anni su argomenti di alto valore industriale oltre che scientifico. In particolare, il prof. Spagnolini sarà impegnato nella ricerca per sistemi wireless beyond 5G ad alta frequenza.

    “Il corso di studi in Ingegneria delle Telecomunicazioni” – racconta il Prof. Spagnolini – “avrà, attraverso questa donazione, la possibilità di offrire a giovani eccellenze l’opportunità di svolgere l’attività di didattica e ricerca nell’ambito dei sistemi 5G/6G con borse di studio e posizioni di ricercatore. Questa nuova linfa permetterà un’ulteriore crescita di competenze e innovatività nell’ambito del Joint Lab tra Politecnico di Milano e Huawei”.

    Anche da ex alunno del Politecnico, sono entusiasta di questa donazione di Huawei con la quale l’azienda intende esprimere il suo grande apprezzamento per le attività di ricerca e didattiche che una così prestigiosa Istituzione offre ai propri studenti e partner di ricerca. E’ la conferma che ancora una volta Huawei riconosce nell’Italia un terreno fertile per coltivare valide risorse nel campo della ricerca scientifica.” Afferma Renato Lombardi, Direttore del Centro di Ricerca Huawei di Milano.

    L’intenzione comune è di scommettere sulle nuove generazioni e offrire loro competenze e preparazione per le sfide tecnologiche del futuro.

  • Smart working 2020, sono più di 6,5 milioni gli smart workers

    Smart working 2020, sono più di 6,5 milioni gli smart workers

    Il Covid-19 ha provocato una crescita esponenziale dello smart working in Italia, come prevedibile. I dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano ci dicono che si è passati da 570 mila a 6,58 milioni di smart workers.

    Come abbiamo più volte sottolineato da inizia pandemia, il Covid-19 ha accelerato diversi fenomeni. Prima tra tutti, quella della digitalizzazione di diversi processi, molte aziende hanno abbracciato il digitale come mai prima. E le stesse aziende si sono trovate poi ad affrontare il fenomeno dello smart working, un fenomeno che nel nostro paese era molto circoscritto prima del decreto di febbraio di quest’anno.

    Smart Working in Italia nel 2020, un vero boom

    Ebbene, i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano ci descrivono un vero boom dello smart working in Italia in questi ultimi mesi. Non che questi rappresenti una sorpresa, era un dato atteso, ma i numeri sono comunque importanti, se consideriamo, inoltre, che buona parte di coloro che per necessità sono diventati smart workers non torneranno più indietro, e sono tanti.

    smart working italia 2020

    Pensate, lo abbiamo anche riportato, che prima del Coronavirus gli smart workers in Italia erano appena 570 mila, facendo segnare nel 2019 comunque una crescita del 15%. Adesso la crescita è del 1.050% e gli smart workers italiani sono 6,58 milioni. Numeri che impressionano e che danno bene l’idea di cosa sia stato il fenomeno per le aziende italiane e, di conseguenza, per le città italiane, un aspetto quest’ultimo non secondario.

    Il fenomeno ha coinvolto il 97% delle aziende, il 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e il 58% delle Piccole e Medie Imprese. Dei 6,58 milioni di smart workers, la maggior parte lavora nelle grandi imprese, 2,11 milioni; 1,13 milioni lavora nelle PMI; 1,5 milioni nelle microimprese sotto i dieci addetti e infine 1,85 milioni di lavoratori agili nelle PA.

    I dati ci dicono anche che a settembre, al ritorno dalle ferie, il numero di smart workers era comunque alto: 5,06 milioni. Ed erano così suddivisi: 1,67 milioni nelle grandi imprese; 890 mila nelle PMI; 1,18 milioni nelle microimprese; 1,32 milioni nella PA. In media i lavoratori nelle grandi aziende private hanno lavorato da remoto per la metà del loro tempo lavorativo (circa 2,7 giorni a settimana), nel pubblico 1,2 giorni a settimana.

    Il dato forse più interessante è che alla fine dell’emergenza, perché finirà prima o poi, saranno ben 5,35 milioni gli smart worker che continueranno a lavorare in remoto, un numero che resta quindi molto alto. Di questi, 1,72 milioni continueranno da casa nelle grandi imprese; 920mila nelle PMI; 1,23 milioni nelle microimprese e 1,48 milioni nelle PA.

    Smart Working e “New Normal”

    A fronte di questa “nuova normalità” o “new normal“, il 70% delle grandi imprese aumenterà le giornate di lavoro da remoto, portandole in media da uno a 2,7 giorni alla settimana, una su due modificherà gli spazi fisici. Nelle PA saranno introdotti progetti di smart working (48%), aumenteranno le persone coinvolte nei progetti (72%) e si lavorerà da remoto in media 1,4 giorni alla settimana (47%), rispetto alla giornata media attuale.

    smart working new normal 2020

    Due aspetti possiamo cogliere da questi dati, tra l’altro ripresi anche qui sul nostro blog. E cioè che questa pandemia ha dimostrato che un nuovo modo di lavorare è possibile, anche nel nostro paese. Sembrava quasi difficile a credersi solo 1 anno fa.

    E poi, questa pandemia ha messo a nudo l’impreparazione delle aziende, tecnologica e non solo.

    Più di due grandi imprese su tre hanno dovuto aumentare la dotazione di pc portatili e altri strumenti hardware (69%) e di strumenti per poter accedere da remoto agli applicativi aziendali (65%); tre PA su quattro hanno incoraggiato i dipendenti a usare i dispositivi personali; il 50% delle PMI non ha potuto operare da remoto. A livello organizzativo, invece, è stato difficile mantenere un equilibrio fra lavoro e vita privata per il 58% delle grandi aziende e il 28% dei lavoratori, e per il 33% delle organizzazioni i manager non erano preparati a gestire il lavoro da remoto.

    Nonostante le difficoltà, questo tipologia di smart working atipico ha contribuito a migliorare le competenze digitali dei dipendenti (per il 71% delle grandi imprese e il 53% delle PA), a ripensare i processi aziendali (59% e 42%) e ad abbattere barriere e pregiudizi sul lavoro agile (65% delle grandi imprese), segnando una svolta irreversibile nell’organizzazione del lavoro.

    smart working equilibrio 2020

    Ma vi è ancora un altro aspetto che emerge da questi dati interessanti. Il 29% dei lavoratori ha incontrato difficoltà a separare il tempo del lavoro e quello privato e a mantenere un equilibrio fra i due aspetti (28%), oltre a sperimentare una sensazione di isolamento nei confronti dell’organizzazione nel suo insieme (29%). Il difficile work-life balance è stata anche la prima barriera da superare per le grandi imprese (58%), seguita dalla disparità del carico di lavoro fra alcuni lavoratori meno impegnati e altri sovraccaricati (40%), dall’impreparazione dei manager a gestire il lavoro da remoto (33%) e limitate competenze digitali del personale (31%). Nelle PA, invece, le difficoltà maggiori hanno riguardato l’inadeguatezza delle tecnologie a disposizione (46%) e la disparità nel carico di lavoro (39%), poi l’equilibrio fra vita privata e professionale (33%) e le scarse competenze digitali (31%).

    Ecco, questi i dati, presentati oggi durante una conferenza online, più rilevanti che abbiamo colto.

    E voi che ne pensate? Siete tra quelli che hanno approcciato allo smart working durante questa pandemia? Qua è stata la vostra esperienza? Raccontatecela tra i commenti o attraverso i nostri canali social.

  • Blockchain in Italia mercato agli albori e in un anno cresce del 76 percento

    Blockchain in Italia mercato agli albori e in un anno cresce del 76 percento

    Il mercato della Blockchain inItalia è praticamente agli inizi, ma mostra comunque una grande crescita. Secondo quanto rilevato dall’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano, i progetti messi in atto sono cresciuti in un anno del 76% e l’Italia è il terzo mercato in Europa, dietro Uk e Germania.

    La Blockchain sta cominciando a prendere piede anche in Italia e ha di fronte a sè grandi spazi di crescita. Secondo quando rilevato dall’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano, i progetti messi in atto dalle aziende italiane sono cresciuti in un anno del 76%, sono stati 328 quelli realizzati solo tra il 2017 e il 2018. Le aziende che ci hanno creduto di più sono quelle del settore finanziario (48% dei progetti), le pubbliche amministrazioni (10%) e quelle della logistica (8%), mentre i principali processi di applicazione sono la gestione dei pagamenti (24%), la gestione documentale (24%) e la tracciabilità di filiera (22%).

    L’Italia è il terzo paese europeo per numero di progetti (19 che hanno avuto visibilità mediatica, ma se guardiamo anche alla formazione e alla consulenza superano i 150 totali), ma il mercato si può dire che è ancora agli albori. Da un sondaggio su 61 CIO, (Chief Innovation Officer), di grandi imprese italiane emerge che ben il 59% delle aziende ha avviato sperimentazioni o è in procinto di avviarne, ma gli investimenti sono ancora limitati (15 milioni di euro in formazione, progetti e consulenze) e il 59% non ha un budget dedicato.

    blockchain mercato

    Le aziende italiane, inoltre, conoscono ancora poco le tecnologie Blockchain e Distributed Ledger e non le ritengono rivoluzionarie per il futuro: se il 26% dichiara una conoscenza elevata della “catena dei blocchi”, il 31% non sa ancora cosa sia; soltanto per il 32% sarà una rivoluzione e appena il 2% dei CIO la considera una priorità.

    Il mercato italiano della Blockchain

    blockchain aziende italiane

    Restando sul mercato italiano, per dare qualche dettaglio in più, i dati dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano ci dicono che nel 2018 le aziende italiane hanno speso in tecnologie Blockchain e Distributed Ledger circa 15 milioni di euro, con 150 casi suddivisi fra corsi di formazione e consulenza strategica per comprendere modalità e ambiti applicativi di questa tecnologia (50, avviati da imprese che devono ancora orientarsi sul tema), consulenze per conoscere le diverse piattaforme e sviluppare progetti pilota (80, attivati da aziende che hanno già una conoscenza di base della Blockchain), progetti operativi (10) e ICO (Initial Coin Offering, 10 casi attivati da startup). Fra questi soltanto 19 hanno avuto visibilità mediatica. Al momento le aziende che investono in progetti di Blockchain e Distributed Ledger sono solo quelle di grandi dimensioni e le startup che cercano supporto operativo nella realizzazione di ICO.

    Come detto, il 59% delle aziende ha avviato progetti legati alla blockchain o è pronto a farlo, fra cui il 3% ha già progetti operativi, il 35% ha delle sperimentazioni iniziate e il 21% ha intenzione di attivarle nei prossimi 12 mesi. Il restante 41% non ha ancora lanciato progetti, ma il 31% di queste si sta informando per capire cosa fare. Le principali barriere all’adozione della tecnologia Blockchain sono la mancanza di competenze, la difficoltà nel valutare i benefici attesi e la scarsità delle risorse a disposizione. La maggior parte delle aziende, infatti, non ha né un budget né un team dedicato alla Blockchain.

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    Il 59% delle imprese non ha stanziato risorse per questa tecnologia nel 2018, il 30% ha un budget inferiore a 100 mila euro, il 7% ha preventivato risorse comprese tra 100 mila e 500 mila euro e solo il 4% ha investito più di 500 mila euro. Oltre un’impresa su tre non ha nessuna figura in organico impegnata sul tema (36%), il 17% ha più persone ma non in modalità strutturata, il 39% delle aziende ha affidato il compito al team innovazione e solo l’8% ha un delle figure dedicate.

    Ci sono ampi spazi di crescita, perchè queste sono le indicazioni di mercato, ma bisogna anche considerare che su 61 grandi aziende italiane emerge come la conoscenza di queste tecnologie sia ancora scarsamente diffusa: il 31% del campione non sa cosa siano la Blockchain e gli strumenti Distributed Ledger, il 43% ha una conoscenza sufficiente e solo il 26% conosce bene la tecnologia. Anche le aspettative sull’impatto della Blockchain sono ancora ridotte: solo un’azienda su tre (32%) ritiene che sarà una rivoluzione, per il 61% si limiterà a migliorare alcuni processi e per il 7% non ci sarà alcuna influenza.

    Il mercato della Blockchain a livello internazionale

    blockchain mercato internazionale

    Dal punto di vista del mercato internazionale della blockchain, l’area con la più alta densità di casi di applicazione nell’ultimo triennio è l’Asia, col 32% dei progetti, seguita da Europa (27%), America (22%) e da Oceania e Africa (5%), mentre il restante 14% è costituito da progetti multi continentali. Gli Stati Uniti, invece, guidano la classifica dei singoli paesi con più progetti (17%), seguiti da Giappone (oltre il 7%), Cina (7%), Regno Unito (4%) e Corea del Sud (4%). Anche l’Italia registra un forte fermento e si posiziona per numero di progetti al terzo posto in Europa, dopo Regno Unito e Germania.

    Le aziende che hanno attivato sperimentazioni di Blockchain preferiscono affidarsi a piattaforme private (90% dei 448 casi in cui viene dichiarata la tipologia di soluzione utilizzata) piuttosto che a piattaforme pubbliche (10%). Fra i 318 casi in cui viene indicata la piattaforma impiegata, le più diffuse sono Hyperledger (75 progetti, 24%) e nuove piattaforme Blockchain sviluppate appositamente (altri 75 casi, 24%), seguite da Ethereum (49 casi, 15%), Corda (35 casi, 11%), Ripple (22 casi, 7%) e Bitcoin (7 casi, 2%). I restanti 55 progetti si affidano a piattaforme minori (17%).

  • L’Internet Advertising traina il mercato pubblicitario in Italia

    L’Internet Advertising traina il mercato pubblicitario in Italia

    I dati resi noti oggi dall’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano, in occasione del convegno “Data&Media: handle with care!”, parlano chiaro: l’Internet Advertising è il comparto che cresce di più nel 2018 con l’11% e pesa, sul mercato pubblicitario italiano, il 36%. In 10 anni Internet ha guadagnato 7 punti percentuali di quota di mercato sulla Televisione e ben 16 punti percentuali sulla Stampa.

    Il mercato pubblicitario italiano è a traino Internet, anche se la situazione complessiva sembra essere ritornata ai livelli del 2009. Il mercato pubblicitario complessivo in Italia chiude il 2018 a quota 8,2 miliardi di euro, in crescita del 4% rispetto al 2017. L’Internet advertising pesa per il 36% del totale con il tasso di crescita (+11%) più alto di questo mercato. La vecchia cara Tv si conferma ancora come lo zoccolo duro dell’intera pianificazione pubblicitaria nel nostro Paese (+1%, per una quota pari al 47% del mercato). Nel 2018 cresce anche la Radio (+5%, pari al 5% del mercato), mentre decresce ancora il settore della Stampa (-6%, pari al 12%). Volendo guardare i dati in termini assoluti, in 10 anni Internet ha guadagnato 7 punti percentuali di quota di mercato sulla Televisione e ben 16 punti percentuali sulla Stampa. I dati sono stati presentati oggi a Milano dall’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano, in occasione del convegno “Data&Media: handle with care!”.

    Guardando i dati più nel dettaglio, notiamo che nel 2018 il mercato del Programmatic advertising raggiunge i 482 milioni di euro e cresce del 18%. Questa componente si assesta quindi al 16% del totale Internet advertising (era il 15% nel 2017) e al 26% della Display advertising (era il 25%). Il mercato italiano è in continua crescita anno su anno, ma con tassi non così alti se confrontati con altri Paesi: sempre nel 2018 infatti Germania e Francia crescono ben oltre il 30%, US del 30% e UK del 25%, Paesi che inoltre hanno una penetrazione del Programmatic sulla componente Display più alta rispetto a quella dell’Italia.

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    Per le aziende investitrici italiane è diventato sempre più importante ricorrere ai third party data provider per poter arricchire la conoscenza dei clienti e le indicazioni sui contatti in proprio possesso.  La capacità di integrazione dei dati venduti con le informazioni già presenti in azienda è quindi fondamentale: dall’analisi condotta (che ha compreso 28 data company attive in Italia), emerge che l’89% del campione permette questa attività: 8 su 10 tramite cookies matching e solo alcune attraverso altre tecnologie. Bisogna dire che da una parte, ci sono i data provider “puri” (o Data Providers & Technologies), ossia coloro che mettono direttamente a disposizione dell’acquirente i dati; dall’altra le Buying Technologies, che invece veicolano i dati esclusivamente in corrispondenza dell’attivazione congiunta di una campagna pubblicitaria. Indipendentemente da queste due macro-categorie, ogni azienda può offrire diverse tipologie di dato: tra le più diffuse troviamo i dati socio-demo(come sesso, età o reddito) e di interesse, venduti dal 93% dei provider; seguono i dati comportamentali (ad esempio, cronologia di navigazione e ricerche sui browser) venduti dall’89%, i dati di purchase (legati agli acquisti) e i dati geo-local(per fornire all’utente messaggi contestuali alla sua posizione) venduti dal 71%; infine i dati psicografici(che si focalizzano sulla comprensione degli attributi cognitivi, come ad esempio le emozioni dei consumatori, 39%) e gli analytics in store (comportamento in punto vendita, 25%).

    Come vedete dal grafico in basso, il comparto social in Italia vale poco meno di 650 milioni di euro, pesa il 35% dell’Internet advertsiging e mostra una crescita costante dal 2013, quando valeva l’11%, fino a crescere del 28% nell’ultimo anno.

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    Dai dati emerge una grande attenzione da parte delle aziende per il tema della Media Trasparency, quindi c’è molta attenzione alle policy e anche ai meccanismi di protezione dalle frodi all’interno dell’adv. Nel mondo dell’advertising si affacciano tecnologie blockchain e una delle aree di applicazione più importante è quella  dell’advertising online. La Blockchain può essere associata in particolare a due ambiti applicativi: la user engagement, ossia tutte quelle soluzioni che permettono di coinvolgere l’utente in modo attivo all’interno della filiera pubblicitaria, e la Media Trasparency, ossia tutte quelle soluzioni che permettono di favorire la trasparenza all’interno della filiera pubblicitaria. Processi di cui sentiremo parlare ancora e vedremo insieme quali saranno gli sviluppi.

     

  • Intelligenza Artificiale, solo il 12% delle aziende ha avviato progetti

    Intelligenza Artificiale, solo il 12% delle aziende ha avviato progetti

    Il mercato dell’Intelligenza Artificiale è agli inizi ma con grandi margini di crescita. Il valore dei progetti di IA vale in Italia 85 milioni di euro, questo il dato che ha rilevato l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano. Nonostante le aziende italiane siano sempre più consapevoli delle grandi opportunità, solo il 12% di esse ha avviato dei progetti.

    SI sente parlare spessi di Intelligenza Artificiale, come grande opportunità da cogliere, e questo è vero. Quello che manca spesso è una panoramica relativa al nostro paese, per comprendere quanto questo fenomeno si stia sviluppando nel nostro paese. Ebbene, a queste domande risponde bene l’Osservatorio Artificial Intelligence che oggi a Milano ha presentato i risultati di una ricerca che offre dati e spunti molto interessanti su come le aziende italiane stanno affrontando il fenomeno dell’Intelligenza Artificiale.

    Intelligenza Artificiale, il mercato in Italia

    Il valore di mercato degli algoritmi sviluppati sviluppati è oggi in Italia di 85 milioni di euro, stiamo parlando quindi di un mercato agli inizi ma con grandi margini di crescita. A questo dato relativo ai progetti va affiancato il mercato degli assistenti vocali intelligenti (capaci di generare nel 2018 un mercato di 60 milioni di euro), quello dei robot autonomi e collaborativi usati in ambito industriale, il cui mercato valeva nel 2017 già oltre 145 milioni di euro. Dai interessanti che ci offrono una prima panoramica sulle dimensioni di mercato. Ma le aziende italiane come stanno implementando i vari progetti di Intelligenza Artificiale?

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    A questa domanda si può rispondere con il dato che soli il 12% delle aziende italiane ha portato a regime almeno un progetto di intelligenza artificiale, mentre quasi una azienda su due non si è ancora mossa ma sta per farlo (l’8% è in fase di implementazione, il 31% ha in corso dei progetti pilota, il 21% ha stanziato del budget).

    Tra chi ha già realizzato un progetto, ben il 68% è soddisfatto dei risultati e le più diffuse sono quelle di Virtual Assistant/Chatbot. Le imprese italiane però hanno una visione ancora confusa delle opportunità dell’Artificial Intelligence: la maggioranza, il 58%, la associa a una tecnologia capace di replicare completamente la mente umana (un concetto che ha poco a che fare con i risvolti pratici della disciplina), il 35% a tecniche come il Machine Learning, il 31% ai soli assistenti virtuali, mentre solo il 14% ha compreso che l’AI mira a replicare specifiche capacità tipiche dell’essere umano (la visione prevalente nella comunità scientifica).

    intelligenza artificiale aziende italiane

    Intelligenza Artificiale e mercato del lavoro

    La ricerca dell’Osservatorio ci offre anche quella che è la visione dell’Intelligenza Artificiale delle aziende italiane in relazione al lavoro.

    Ora, da un lato il 33% delle aziende intervistate dichiara di aver dovuto assumere nuove figure professionali qualificate per realizzare soluzioni di AI; dall’altro il 27% ha dovuto ricollocare personale dopo l’introduzione di una soluzione di AI. L’indagine puntuale sul bilancio occupazionale in Italia rivela come l’Artificial Intelligence sia da considerarsi più come un’opportunità che una minaccia: 3,6 milioni di posti di lavoro equivalenti potranno essere sostituiti nei prossimi 15 anni dalle macchine, ma nello stesso periodo a causa della riduzione dell’offerta di lavoro (principalmente per questioni demografiche, ipotizzando continuità̀ sui saldi migratori) e l’incremento di domanda si stima un deficit di circa 4,7 milioni di posti di lavoro nel Paese, da cui emerge un disavanzo positivo di circa 1,1 milioni di posti.

    In questo scenario, diffuso a livello globale, di progressiva riduzione della forza lavoro, l’Intelligenza Artificiale appare non solo come una opportunità, ma come una necessità per mantenere gli attuali livelli di benessere economico e sociale, riducendo i costi assistenziali necessari a mantenere gli standard di vita, creando nuovi lavori a maggiore valore, per avvicinarsi all’1,5% di tasso medio annuo di crescita della produttività̀ che sarebbe necessario, nei prossimi 15 anni, per mantenere invariato l’attuale equilibrio socioeconomico del sistema assistenziale-previdenziale del nostro Paese.

  • Internet delle Cose, il valore in Italia è di 2 miliardi di euro

    L’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano ha reso noti i dati riferiti all’Internet delle Cose in Italia nel 2015. Il valore è di 2 miliardi di euro, in crescita del 30% rispetto al 2014. Il mercato è trainato da contatori gas (25%) e dalle auto connesse (24%) che da soli sfiorano il miliardo di euro di valore.

    L’Internet delle Cose è ormai anche in Italia un fenomeno consolidato e conferma sene ha dai nuovi dati diffusi dall’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano. Il valore del mercato IoT nel 2015 in Italia è di 2 miliardi di euro, in crescita del 30% rispetto all’anno precedente, trainato in particolare dai contatori gas (25%) e dalle auto connesse (24%) che da soli sfiorano il miliardo di euro di valore. Lo Smart Metering è infatti uno dei settori più avanzati nel nostro paese e sono 350.000 contatori gas già installati per le utenze industriali e 1,2 milioni per quelle residenziali. Avanzato è anche il settore delle Smart Car con 5,3 milioni di auto connesse in Italia, cioè un settimo del totale delle auto in circolazione.

    Vanno bene anche le soluzioni di Smart Building (18%), in particolare per la videosorveglianza e la gestione degli impianti fotovoltaici, quelle di Smart Logistics (11%) per la gestione di flotte aziendali e antifurti satellitari, con 700.000 automezzi connessi tramite SIM, quelle di Smart City & Smart Environment (9%), tra cui si segnalano 200.000 mezzi di trasporto pubblico monitorati da remoto e 600.000 pali di illuminazione intelligente. Bene anche il settore delle Smart Home (7%), soprattutto con applicazioni di antintrusione e termostati controllati a distanza, e lo Smart Asset Management (5%) per gestire da remoto 340.000 gambling machine, 300.000 ascensori e 80.000 distributori automatici.

    Se nel 2014 gli oggetti connessi erano 8 milioni, nel 2015 il numero cresce fino ad arrivare a 10,3 milioni quelli connessi in Italia tramite rete cellulare (+29%), a cui si aggiungono quelli che sfruttano altre tecnologie di comunicazione: oltre ai 36 milioni di contatori elettrici connessi da tempo tramite PLC, ci sono in particolare i 500.000 contatori gas tramite radiofrequenza Wireless M-Bus 169 MHz e i 600.000 lampioni connessi tramite PLC o radiofrequenza.

    IoT e Smart Home in Italia

    Per quanto riguarda la Smart Home, la casa intelligente, il 79% dei consumatori italiani è disposto ad acquistare prodotti relativi a questo settore, il 33% in più rispetto all’anno precedente (46% nel 2014). Anche se solo un consumatore su cinque dispone già di almeno un oggetto intelligente nella propria abitazione e le intenzioni di acquisto sono lontane nel tempo: solo il 25% di chi dichiara di voler comprare un prodotto lo farà entro 12 mesi. L’indagine dell’Osservatorio ha poi rilevato 3 cluster di utenti che differiscono per familiarità verso la tecnologia, profilo sociodemografico e conoscenza della Smart Home: i Conservatori (il 45% ne ha già sentito parlare), i Fruitori (60%) e i Tecnofili (75%), con profonde differenze tra priorità, canali e soluzioni. Conservatori e Fruitori si orientano verso soluzioni consolidate e prediligono funzionalità di risparmio energetico e antintrusione, i Tecnofili sperimentano installando in autonomia i prodotti e sono interessati principalmente al comfort e al benessere.

    IoT e Smart City in Italia

    Per quel che riguarda le Smart City, il 60% dei comuni italiani con popolazione superiore a 20.000 abitanti ha avviato almeno un progetto Smart City negli ultimi tre anni e il 75% sta programmando iniziative per il 2016. Ma le città italiane sono ancora lontane dal poter essere definite realmente “smart”. I progetti infatti consistono spesso in piccole sperimentazioni e meno di un comune su tre li ha avviati all’interno di un programma strutturato per migliorare vivibilità, sostenibilità e dinamismo economico. In questo scenario, l’Internet of Things è, in grado di accelerare lo sviluppo della città intelligente: già oggi il 75% dei progetti avviati dai comuni utilizza tecnologie IoT e questi cresceranno nel 2016, grazie alle iniziative multi-servizio per l’obbligo normativo sullo Smart Metering gas e alla nascita di reti di comunicazione dedicate all’IoT, già presenti nelle prime città italiane. Nel 2015 aumentano i progetti di Illuminazione intelligente, con una riduzione dei consumi energetici di oltre il 40% e dei costi di manutenzione di circa il 25% per chi li installa.

    Aumentano anche i progetti per migliorare i servizi turistici che utilizzano soprattutto tag NFC o QR Code per informazioni su monumenti e opere artistiche, anche se bisogna lavorare di più per ripensare in profondità l’esperienza del visitatore. Sono nati inoltre i primi progetti pilota in musei, fiere e manifestazioni basati su iBeacon o Eddystone. Per il futuro, oltre a Illuminazione intelligente e Gestione del traffico cresce l’interesse verso la Raccolta rifiuti, prevalentemente con soluzioni per l’identificazione dei sacchetti per il ritiro porta a porta del rifiuto non riciclabile (tramite tecnologie RFId), con l’obiettivo di favorire la tariffazione puntuale.

  • Quando l’Innovazione fa rima con Futuro #MMHackathon

    Quando l’Innovazione fa rima con Futuro #MMHackathon

    #mmhackathon

    Magneti Marelli ha organizzato ieri #MMHackathon presso il Motor Show di Bologna con ragazzi provenienti dal Politecnico di Milano, Politecnico di Torino, Università di Bologna e Università di Brescia. Obiettivo era quello di realizzare un cruscotto sviluppandolo con l’aiuto di stampanti 3D e di lasercut. Ai blogger il compito di raccontare la giornata sul digitale

    Provare a riassumere l’entusiasmante giornata di ieri è facile, ossia questa è una di quelle volte dove la parola Innovazione fa davvero rima con Futuro. Certo, se si innova lo si fa perchè si guarda avanti, ovvio. Ma vedere dei ragazzi universitari, ingegneri, mettersi alla prova per realizzare in poche ore un qualcosa che davvero potrebbe svoltare la loro vita è davvero entusiasmante. E per una volta si parla del Futuro, quello che troppo spesso in questo periodo viene visto come sfocato e lontano, col sorriso e con fiducia.

    Ecco, con queste parole posso spiegare la mia esperienza al primo #MMHackathon organizzato da Magneti Marelli, brand storico italiano, che ha voluto organizzare questa maratona tecnologica, e ideato da HUB09, presso il Motor Show di Bologna che si tiene in questi giorni, invitando studenti universitari provenienti dal Politecnico di Milano, Politecnico di Torino, Università di Brescia e Università di Bologna a sfidarsi per realizzare in 8 ore una dashboard. Al gruppo vincitore veniva offerta la possibilità di svolgere un periodo di stage presso l’azienda Magneti Marelli. Il loro compito era quello di creare un cruscotto partendo dalle fasi iniziali, per poi svilupparlo con l’ausilio di stampanti 3D e di lasercut.

    Alla giornata ero presente insieme a dei cari e illustri colleghi del calibro di Giuliano Ambrosio (aka Julius Design) che seguiva il team di Brescia, Claudio Gagliardini che seguiva il team di Bologna e Riccardo Esposito che seguiva il team di Torino. Il compito che avevamo era quello di raccontare il lavoro dei ragazzi durante la giornata e trasmettere la loro fatica e il loro di entusiasmo. Perchè loro ne hanno davvero tanto.

    La vittoria finale è andata al team del Politecnico di Milano che ho avuto l’onore di seguire e di raccontare.

    #mmhackathon-vincitori-milano-polimi

    Dietro tutta questa bella operazione, come già detto, c’è Magneti Marelli che ha voluto sperimentare una strada nuova mettendo insieme Innovazione, Creatività, Tecnologia e Digitale. In altre parole, Magneti Marelli ha avuto il pregio di di innovare, consapevole che il Futuro passa necessariamente da questi ragazzi. Una visione che ogni azienda dovrebbe avere. Quindi merito a Magneti Marelli di aver osato con coraggio su questa strada, coinvolgendo anche il digitale, i social media, la comunicazione, aspetti fondamentali per fare conoscere a tutti che il Futuro è limpido e ha il sorriso e l’entusiasmo di questi ragazzi.

    Su Instagram e su Twitter potete vedere tutte le immagini della giornata seguendo l’hashtag #MMHackathon, mentre a questo link potete vedere il video della giornata.

  • #Primarie del #PD, Renzi più coinvolgente, Bersani piace e Vendola il più seguito

    #Primarie del #PD, Renzi più coinvolgente, Bersani piace e Vendola il più seguito

    Mancano poche ore ormai al voto per le Primarie del Centrosinistra che vedono in lizza cinque candidati, Bersani, Renzi, Vendola, Tabacci e Puppato. Ma vediamo lo studio compiuto da BlogMeter e Politecnico di Milano che traccia un quadro completo di quelle che sono state le conversazioni sulla rete nelle ultime tre settimane

    Interessante lo studio che BlogMeter e Politecnico di Milano hanno portato avanti nelle ultime tre settimane monitorando le conversazioni sulle primarie del Pd e sui cinque candidati Bersani, Renzi, Vendola, Tabacci e Puppato. I risultati dello studio sono stati resi noti oggi e vedono i tre candidati principali primeggiare ognuno in un settore specifico. Infatti dalle conversazioni monitorate dal 1 al 23 novembre, cioè fino a ieri, il sindaco di Firenze mattero Renzi è il candidato che è stato capace di creare più engagement coi propri sostenitori sul web, Bersani comunque piace e il governatore della Puglia Vendola è quello che risulta avere il maggior seguito su Facebook come su Twitter. Ma vediamo i dati più nel dettaglio.

    Intanto sono stati 600 mila i documenti analizzati da inizio novembre ad oggi e per la gran parte, l’88%, provengono dai dai social network. Il 38% di questi riguarda Matteo Renzi, il 29% riguarda il segretario del PD Pierluigi Bersani, che colleziona il maggior numero di citazioni da siti di notizie, segue poi Nichi Vendola col 23%, più staccati gli altri due candidati, Puppato e Tabacci, ai quali fa riferimento il 5% dei documenti presi in analisi.

    Le interazioni scaturite da tutte le conversazioni analizzate sui social network sono state cicra 1 milione e da questo punto di vista Nichi Vendola è il candidato che colleziona il maggior numero di followers e fans, quasi 250 mila su Twitter e oltre 500 mila su Facebook. Anche se c’è da registrare che Matteo Renzi nelle ultime settimane è stato più bravo ad attrarre ben 662 fan e 1.225 follower al giorno, superando proprio Vendola, 561 follower e 172 fan al giorno; Bersani invece 426 follower e 72 fan al giorno.

    Come dicevamo prima, il candidato che ha saputo più di tutti esercitare maggiori capacità di engagement, quindi coinvolgimento, col proprio seguito è stato Matteo Renzi: negli ultimi giorni, mediamente ogni suo tweet riesce ad ottenere 107 reazioni (retweet e risposte), e per ogni post su Facebook 1.451 tra like, commenti, condivisioni. Il suo tweet più virale è stato quello contro lo stipendio di Manganelli:

    Ma Bersani se la cava infatti se guardiamo Twitter, per ogni tweet genera 77 reazioni, mentre Vendola, visto da Facebook, per ogni post ottiene 1451 reazioni.

    Primarie PD - BlogMeter Politecnico Milano

    Interessante è la valutazione delle conversazioni dal punto di vista della sentiment analysis, ossia si tratta di vedere quale sia il tenore delle conversazioni, quindi se positive o negative nell’esprimere delle opinioni. Ed è qui che il segretario del Pd Bersani esce vincente: il rapporto delle conversazioni che lo riguardano tendono ad essere più positive, 46%, che negative, 54%. Per il sindaco di Firenze Renzi il rapporto è leggermente più basso, 44% positive, 56% negative; per Vendola 37% positive, 63% negative.

    “Le rilevazioni effettuate confermano quanto il dibattito sulla rete sia diventato elemento centrale del discorso politico. Le strategie dei candidati sono tuttavia molto diverse – dichiara Giuliano Noci, ordinario di Marketing del Politecnico di Milano -; Matteo Renzi punta decisamente sui social network; non tanto e solo in termini di fan e follower quanto soprattutto in termini di capacità di ingaggio: il suo obiettivo è far parlare gli altri di sé e dei suoi temi, così come aveva fatto Obama nella sua campagna elettorale. Vendola, che è il più seguito in termini di fan e follower, ne fa un utilizzo misto: dai social network emerge sia il suo profilo personale che quello politico ma questa commistione di contenuti non lo ripaga. Bersani combina invece un approccio comunicativo tradizionale con un uso comunque rilevante della rete: non a caso è il candidato più ripreso dai siti web degli editori.”

    La sintesi che fa Noci è assolutamente condivisibile e traccia in maniera più netta tutto il quadro. A questo punto non ci resta che attendere l’esito del voto, vedere chi predomina poi nei voti reali e solo allora sapremo come e quanto le conversazioni sulla rete hanno inciso sull’esito finale. Vedremo.

  • Agenda Digitale, ecco gli ambiti per attivare la Crescita

    Agenda Digitale, ecco gli ambiti per attivare la Crescita

    Sono 6 gli ambiti individuati dall’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano utili per attivare la Crescita. Se avvenisse una digitalizzazione dei processi si risparmierebbero circa 20 miliardi di euro di costi e ci sarebbero 5 miliardi di maggiori entrate per la Pubblica Amministrazione, in 3 anni

    Crescita-economica-e-ICTL’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano ha presentato ieri allo Smau, in corso fino a domani a Milano, ha presentato un primo rapporto sugli ambiti, all’interno del progetto Agenda Digitale, che potrebbero effettivamente attivare la Crescita nel nostro paese. Gli ambiti individuati sono 6, quattro dei quali sono stati presi in considerazione dal recente Decreto Sviluppo, ma 2 sono stati tralasciati, nonostante siano importanti leve di risparmio per la spesa pubblica: eProcurement e Fatturazione Elettronica. In questo rapporto sono stati individuati i benefici che questi processi di digitalizzazione potrebbero apportare già nel giro di 3 anni. Vediamo quali e dove. (altro…)