Categoria: News

In questa categoria si trovano articoli che parlano di comunicazione, condivisione, social media, social network. Insomma, tutto ciò che riguarda il web 2.0 e di come si sta evolvendo

  • Threads ha poco meno di 100 milioni di utenti, senza UE

    Threads ha poco meno di 100 milioni di utenti, senza UE

    Threads, l’app di Meta, ha “poco meno” di 100 milioni di utenti a 5 mesi dal lancio ufficiale. Senza essere presente in UE. Ma nonostante tutto e le preoccupazioni sulla privacy, Zuckerberg si dice ottimista.

    A distanza di cinque mesi dal suo lancio ufficiale, Threads, l’app di Meta che si è candidata a “sostituire” Twitter/X, ha “poco meno” di 100 milioni di utenti. Ad offrire questo dato, molto atteso per la verità, è stato proprio Mark Zuckerberg, CEO e fondatore di Meta (Meta Platforms Inc.), la holding che comprende al suo interno Facebook, WhatsApp, Instagram e Oculus, a margine della call di presentazione dei dati finanziari relativi al Q3 2023.

    In più, Zuckerberg pensa che questa intrapresa sia la strada che potrebbe portare Threads a raggiungere il fatidico traguardo del miliardo di utenti, giusto per essere ben accolta in famiglia dalle altre app.

    “Ho pensato per molto tempo che ci dovrebbe essere un’app di conversazioni pubbliche da un miliardo di persone che sia un po’ più positiva e penso che se continuiamo su questa strada per qualche altro anno, abbiamo buone possibilità di realizzare la nostra visione“, ha detto Zuckerberg.

    Quando dice “più positiva” ovviamente il riferimento è a X, la piattaforma che Elon Musk ha acquisito esattamente, oggi, un anno fa, quando si chiamava ancora Twitter.

    threads quasi 100 milioni utenti franzrusso

    Threads, partenza a razzo e poi il crollo

    Come abbiamo raccontato, Threads in questi mesi ha fatto registrare momenti davvero turbolenti. Ricorderete tutti il momento del lancio, avvenuto lo scorso 5 luglio, e di come, nonostante il record di 100 milioni di utenti in soli 5 giorni, nel giro di poche settimane abbia perso l’80% del coinvolgimento sulla app e oltre il 50% degli utenti attivi.

    Ora questi numeri offerti da Zuckerberg sembrano delineare un altro scenario. E cioè che Meta intende ancora investire su Threads con l’obiettivo di portarla sempre più in alto.

    In questi ultimi mesi, e nelle ultime settimane in particolare, Meta ha introdotto su Threads molte funzionalità attese, tra cui la versione web dell’app, la possibilità di cercare post e una funzione di modifica del contenuto, che non si paga.

    Come sappiamo, l’app rimane ancora non disponibile in Europa a causa dell’incertezza di Meta sulla sua capacità di conformarsi alla nuova normativa DMA, Digital Markets Act.

    In un post su Threads di mercoledì, il capo di Instagram, Adam Mosseri, ha scritto che “spero che possiamo adeguarci presto per l’Europa, i primi progressi di Fediverso, migliori integrazioni di Instagram e tendenze nei prossimi mesi“. Quindi l’approdo nei 27 paesi UE non è imminente come invece si era creduto.

    Threads non presente in UE, lo sarà ancora per mesi

    L’app è stata descritta come un “incubo per la privacy” dai giornalisti tecnologici europei perché, nonostante sia un’app autonoma, importa dati personali da Instagram.

    Nella sua versione americana, gli utenti di Threads vengono informati che l’app raccoglie un’ampia gamma di dati, tra cui informazioni sanitarie e finanziarie, cronologie di navigazione, posizione, acquisti, contatti, cronologia delle ricerche e informazioni sensibili.

    Una simile impostazione è, di fatto, incompatibile con le normative UE ed è per questo motivo che Meta non ha compreso i paesi UE al momento del lancio ufficiale.

    Staremo allora a vedere con grande attenzione cosa succederà su questo fronte, è quindi altamente probabile che Threads non si affaccerà all’interno dell’UE prima della fine del 2023.

    Meta, dati finanziari in breve

    Infine, tornando brevemente sui dati finanziari del terzo trimestre di quest’anno di Meta, diciamo che la società di Zuckerberg ha guadagnato 34 miliardi di dollari di entrate, in aumento del 23% rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso.

    Note molto positive rovinate però dalle pesanti perdite accumulate dalla divisione Reality Labs. Si parla ci una cifra in perdita di 25 miliardi di dollari. Meta si aspetta che le sue perdite operative aumenteranno “significativamente” anno su anno.

  • Cominciano a cadere le prime alternative a X, come Pebble

    Cominciano a cadere le prime alternative a X, come Pebble

    A un anno dall’acquisizione di Twitter – oggi X – da parte di Elon Musk, l’alternativa Pebble, nata come T2, annuncia la chiusura. Nel panorama dei social media, la concorrenza si intensifica e le nuove piattaforme iniziando ad affrontare difficoltà impreviste.

    A distanza di un anno dall’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk dire che la piattaforma, che ora si chiama X, resista ancora appare cosa ovvia. Resiste ancora, ma non certo con la forza che qualcuno si aspettava.

    Con tutto quello che è avvenuto in questo anno, con il pullulare di alternative a Twitter/X, a distanza di 12 mesi possiamo dire che forse qualcosa sta cambiando. E non è detto che questo cambiamento significhi miglioramento.

    Intanto nel grande mare delle alternative a Twitter qualcuna comincia a arenarsi definitivamente. Ed è il caso di Pebble. Il sassolino smette di funzionare.

    Ascesa e caduta di Pebble, ex T2

    La piattaforma nata inizialmente come T2, fondata da ex dipendenti di Twitter, e poi conosciuta come Pebble ha annunciato che smetterà di funzionare a partire dal 1 novembre prossimo. Una notizia che può sembrare una delle tante che si leggono durante il giorno sul web e sui social media, ma che in verità ci dice molte cose.

    Intanto è che la forza propulsiva di andare oltre Twitter/X si è esaurita e chi andava alla ricerca di alternative a Twitter ha trovato il suo luogo dove restare. E poi, questa notizia ci dice anche che X resta ancora forte, grazie comunque al fatto che molti utenti restano all’interno della piattaforma continuando ad usarla come prima, nonostante i cambiamenti introdotti nell’ultimo anno.

    addio pebble franzrusso.it

    E, ancora, che creare una alternativa a Twitter in realtà è quasi impossibile. Perché Twitter resta una esperienza irripetibile, con tutti i suoi difetti.

    Questo lo si vede proprio dalla fine di Pebble. La piattaforma T2 (e forse, come riconosciuto anche dai fondatori, il cambio di nome deciso negli ultimi mesi non ha aiutato) è arrivata in queste ultime settimane ad esaurire tutte le sue forze, facendo segnare circa 3 mila utenti attivi al giorno su 20.000 utenti registrati. Numeri poi arrivati a 1.000 utenti giornalieri dopo il rebranding.

    Eppure, i numeri erano partiti bene con circa il 60% di conversione sulla base delle decine di migliaia di inviti inviati. Un finanziamento inziale di 1,1 milioni di dollari che includeva investitori come l’ex VP di Google, Bradley Horowitz, il co-fondatore di Android, Rich Miner, e l’ex CEO di Wikipedia, Katherine Maher non è bastato.

    L’ipotesi di Pebble era che gli utenti desiderassero un’alternativa a Twitter che desse priorità alla fiducia, alla sicurezza e alla moderazione, fin dall’inizio. Per questo motivo, e fin dall’inizio, il team fondatore (in cui vi è anche Gabor Cselle, Group Product Manager di Twitter) includeva anche Sarah Oh, ex consulente per i diritti umani di Twitter.

    Pebble continua a credere che il suo approccio alla moderazione fosse corretto. Anche se non è stato alla fine un fattore di crescita.

    “Siamo immensamente orgogliosi di ciò che il nostro team e la nostra comunità hanno realizzato insieme – scrive Pebble – e ci sentiamo validati dal fatto che la nostra visione per Pebble si sia rivelata vera: una crescita mirata, sostenuta da un profondo impegno per la sicurezza, può favorire una bellissima comunità online piena di autentica connessione umana. La dura realtà, tuttavia, è che non stavamo crescendo abbastanza velocemente per convincere gli investitori che avremmo avuto successo. Unendosi a un mercato affollato di alternative, la salita diventa ancora più ripida. Per continuare a sviluppare Pebble, avremmo avuto bisogno di più investimenti e più tempo”.

    Già il tempo. La variabile che ormai determina il successo o la fine, come abbiamo visto in questo caso, di un progetto che punta a creare nuove strade. E siccome in questo mare si naviga velocemente, con altrettanta velocità bisogna essere bravi ad imporsi con idee chiare sin da subito.

    E poi, il cambio del nome, come dicevo prima, non ha aiutato. Forse per staccarsi da quella “T” che richiamava subito Twitter si è pensato che un nome diverso potesse essere più attraente. Ma così non è stato.

    Il grande mare delle alternative, dunque, comincia a restringersi, a ridursi verso quelle idee che hanno superato questa prima fase che coincide con il primo anno di X a guida Elon Musk. E sicuramente la chiusura di Pebble potrebbe rivelarsi un segnale da non sottovalutare per tutte quelle alternative che ancora riescono ad attrarre utenti in cerca di luoghi sicuri e alternativi a Twitter.

    Lo scenario delle alternative a X e il futuro

    E pensiamo a Mastodon, a Bluesky, a Threads di Meta, tanto per citare quelle che al momento stanno provando a ricavarsi uno spazio proprio.

    Chiaro che tra tutte Threads sembrerebbe avere una marcia in più, che si chiama Meta. Ma il fatto di non essere presente nei paesi UE e anche quello di non avere ben chiaro cosa fare con la condivisione delle notizie, non è detto che riesce il suo intento. Specie se consideriamo che nel giro di poche settimane dal suo lancio perse circa l’80% degli utenti.

    Senza dimenticare Bluesky. Il progetto iniziale di piattaforma decentralizzata voluto da Jack Dorsey, oggi fuori dalla società, con 1,5 milioni di utenti si candida seriamente come valida alternativa a Twitter/X. Anche se resta ancora in versione beta chiusa, cioè ci accede solo con invito.

    Certo, la crescita di valide alternative avrebbe come ricaduta la perdita di appeal di X. Che si troverebbe a dover fare i conti, in maniera seria, con una situazione molto difficile, dove gli utenti sono in calo e dove la raccolta pubblicitario è crollata, a detta dello stesso Musk.

    Insomma, alla luce di tutto questo resta però il fatto che una delle candidate a sostituire Twitter, come idea iniziale, si ferma. Ce ne sarà una prossima?

  • Il British Museum digitalizza le opere per difendersi dai furti

    Il British Museum digitalizza le opere per difendersi dai furti

    Il British Museum, in risposta a recenti furti, ha lanciato un ambizioso progetto di digitalizzazione. Il progetto mira a migliorare la sicurezza e l’accesso pubblico.

    Il British Museum, uno dei più importanti musei al mondo, ha annunciato un corposo piano per digitalizzare l’intera collezione. L’obiettivo è, attraverso questa operazione molto ambiziosa, di aumentare la sicurezza e l’accesso pubblico e, allo stesso tempo, rispondere anche alle richieste di restituzione di alcuni oggetti.

    Attraverso questo progetto, si prevede l’aggiornamento o il caricamento di 2,4 milioni di documenti e si stima che richiederà cinque anni per essere completato. Probabile, quindi, che nel 2029 ci sarà una versione del musei visitabile in digitale.

    Il museo è giunto a decisione dopo la rivelazione del furto di 2.000 oggetti. Gli oggetti preziosi conservati all’interno del museo sono stati rubati da un ex membro dello staff, identificato come l’ex curatore Peter Higgs. Al momento, gli oggetti recuperati sono circa 350 e il mese scorso il museo ha lanciato un appello pubblico per chiedere una mano nella ricerca degli oggetti mancanti.

    british museum digitalizzare opere franzrusso.it

    La digitalizzazione come misura di protezione

    Il direttore ad interim del museo, Mark Jones, ha dichiarato: “Dopo aver scoperto che degli oggetti sono stati rubati dalla collezione, abbiamo adottato misure per migliorare la sicurezza. Crediamo fermamente che la risposta più importante ai furti sia aumentare l’accesso alle opere. Più una collezione è conosciuta e utilizzata, più rapidamente si notano eventuali assenze.”

    British Museum ha anche annunciato dei progetti per un “accesso potenziato” alle sue sale di studio, dove il pubblico e i ricercatori possono vedere gli oggetti della collezione su appuntamento. A seguito dei furti, l’istituzione del museo ha modificato le sue regole di accesso, impedendo a chiunque di entrare da solo nelle sue camere blindate.

    Il caso del furto ha avuto una grande eco in Uk. E nello stesso giorno in cui è stata annunciata questa iniziativa di digitalizzazione, Mark Jones e il presidente del consiglio di amministrazione, George Osborne, hanno testimoniato presso la Commissione per la Cultura, i Media e lo Sport del Parlamento britannico. Al centro dei colloqui sono state le dinamiche dei furti, delle modifiche alle politiche adottate in seguito ai furti e di come il museo gestirà le segnalazioni di illeciti in futuro.

    Osborne ha inoltre rivelato, sempre in fase di testimonianza, che la digitalizzazione della collezione avrà un costo stimato di £10 milioni (circa 11,5 milioni di euro). La somma non verrà finanziata dal governo o dai contribuenti, ma il British Museum spera di raccogliere fondi privatamente.

    Il museo ha già digitalizzato metà della sua collezione come parte di un progetto avviato nel 2020.

    La Questione dei Marmi del Partenone, e non solo

    E, trattandosi di una grande istituzione museale al livello mondiale, in risposta ai recenti furti, il ministro della cultura greco, Lina Mendoni, ha espresso preoccupazione riguardo alla “ospitalità” fornita ai marmi del Partenone presso il British Museum, uno dei tanti vanti del museo. Osborne ha risposto dicendo di essere in contatto diretto con il governo greco per creare una “vera partnership”, che potrebbe vedere oggetti provenienti dalla Grecia esposti a Londra e pezzi della collezione del Partenone viaggiare in Grecia.

    Ma Osborne, di fronte alla Commissione, ha tenuto a sottolineare come questi sforzi di digitalizzazione siano anche una risposta alle richieste di rimpatrio, nei rispettivi paesi di provenienza, di tante opere presenti nel British Museum.

    In ogni caso, a fronte di sforzi per digitalizzare i musei come risposta ai tanti furti subiti, e per proteggersi meglio, già un rapporto del National Science Foundation, nel 2019, sollecitava progetti simili come parte di una strategia globale per proteggere gli oggetti reali da elementi esterni e per consentire un maggiore accesso ai ricercatori.

    Va detto che lo stesso rapporto affermava che ci sarebbero voluti decenni prima che la maggior parte dei musei venga completamente digitalizzata, con un costo globale di 500 milioni di dollari.

    Il British Museum, un tesoro culturale

    british museum londra franzrusso.it

    Il British Museum è uno dei musei più conosciuti e visitati al mondo, situato nell’area di Bloomsbury a Londra. È stato fondato nel 1753 e ha aperto le sue porte al pubblico nel 1759. Il museo ha la distinzione di essere stato il primo museo nazionale a coprire tutti i campi della conoscenza umana. La sua collezione permanente, che comprende otto milioni di opere, è dedicata alla storia umana, all’arte e alla cultura.

    Il British Museum è particolarmente noto per le sue eccezionali collezioni in archeologia ed etnografia. Tra i pezzi più famosi del museo ci sono la Stele di Rosetta, i marmi del Partenone e la mummia di Cleopatra.

    Oltre alle sue vaste collezioni, la storia del museo aiuta a comprendere l’evoluzione della cultura e della società nel corso dei secoli. È unico nel suo genere, poiché riunisce sotto lo stesso tetto le culture del mondo, attraversando continenti e civiltà.

    [L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3]

  • Cyber Index PMI: ecco la Cybersecurity nelle PMI Italiane

    Cyber Index PMI: ecco la Cybersecurity nelle PMI Italiane

    Cyber Index PMI evidenzia la consapevolezza delle PMI italiane sui rischi cyber. Mentre molte sono consapevoli dei pericoli, poche adottano un approccio strategico. La formazione e la sensibilizzazione sono cruciali nell’era digitale.

    Nell’era della digitalizzazione, la cybersecurity non è più un argomento riservato ai giganti tecnologici o alle grandi corporazioni. Ogni azienda, indipendentemente dalle sue dimensioni, può diventare un bersaglio per gli attacchi informatici.

    In questo contesto, le piccole e medie imprese italiane, spesso considerate meno protette, hanno un bisogno cruciale di sensibilizzazione e formazione.

    È in questa cornice che nasce il “Cyber Index PMI”, un rapporto illuminante che getta luce sullo stato di consapevolezza delle PMI italiane nei confronti dei rischi cyber.

    Il Cyber Index PMI non è solo una semplice indagine, ma rappresenta un campanello d’allarme per le aziende italiane. La digitalizzazione, seppur portatrice di innumerevoli vantaggi in termini di efficienza e innovazione, presenta anche sfide in termini di sicurezza.

    Le minacce cyber sono in costante evoluzione e le PMI, senza le risorse e l’expertise delle grandi aziende, possono trovarsi particolarmente vulnerabili.

    Cyber Index PMI 2023

    Il fulcro del rapporto “Cyber Index PMI” è la promozione e la diffusione della cultura digitale tra le PMI italiane. Il rapporto, realizzato grazie all’indagine su oltre 700 imprese, ha rivelato dati sorprendenti. Le PMI italiane mostrano un livello complessivo di consapevolezza in materia di sicurezza digitale di 51 su 100.

    cyberindexpmi livello 51

    Se da un lato il 45% delle PMI intervistate è ben conscio del rischio cyber, solo il 14% ha un approccio strategico per affrontare e mitigare tali rischi. Al contrario, un considerevole 55% delle PMI risulta poco consapevole, con un ulteriore 20% che può essere categorizzato come “principiante” nel dominio della cybersicurezza.

    Il rapporto offre molti spunti su cui riflettere, ma vale la pena segnalarne due su tutti, fondamentali.

    Il primo è che il 57% delle aziende prese in esame dal rapporto ha adottato misure, e strumenti, per la rilevazione di attività anomale e per la protezione dei dati. In un momento in cui i dati sono sempre più preziosi, perché portatori di informazioni cruciali per la vita economica di un’impresa, questo è un aspetto che può solo migliorare e tanto.

    Il secondo elemento è quello della formazione. Il 38% delle PMI prese in esame dal rapporto prevede di avviare iniziative in questo senso, al fine di accrescere le necessarie competenze che servono ad affrontare le sfide future.

    Ecco, una parola chiave che è risuonata in occasione della conferenza stampa di presentazione: competenze. Servono skills e capacità per affrontare l’evoluzione de digitale che permetterà alle aziende di crescere e di essere sempre più internazionali.

    Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia - franzrusso.it
    Al centro, Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia

    Serve, come ha sottolineato Giancarlo Fancel, Country Manager Italy e CEO di Generali Italia, è necessario “fare sistema, in modo resiliente ed efficace. Quanto individuato dal rapporto Cyber Index PMI è un punto di partenza strategico per la crescita delle PMI italiane. E noi come azienda di assicurazioni siamo pronti a fare la nostra parte offrendo tutti gli strumenti necessari a sostegno delle imprese”.

    Di fronte a questi dati, è necessario assumere un “approccio strategico” alla cybersecurity. Si tratta di comprendere e valutare i rischi, implementare soluzioni di sicurezza adatte, formare il personale e, soprattutto, adottare una mentalità di sicurezza proattiva. Non basta semplicemente installare un software antivirus o avere una password complessa; la cybersicurezza riguarda la creazione di una cultura aziendale in cui la protezione dei dati e delle risorse digitali è prioritaria.

    L’iniziativa “Cyber Index PMI”, promossa da Confindustria e Generali, è un passo nella giusta direzione. Il contributo degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano aggiunge un valore scientifico alla ricerca, garantendo che i risultati siano accurati e pertinenti. La presenza dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale sottolinea ulteriormente l’importanza e l’urgenza del tema.

    La presentazione del “Rapporto Cyber Index PMI” a Roma non è stata solo l’annuncio di un nuovo rapporto. Ma, in un certo senso, si è trattato di un appello all’azione, un invito alle PMI italiane a prendere sul serio le minacce cyber, ad investire nella formazione e nella protezione, e a navigare con sicurezza nel vasto oceano del digitale, ricco di sfide e di opportunità.

    L’importanza della cybersicurezza per le PMI

    Le PMI rappresentano la colonna vertebrale dell’economia italiana, contribuendo significativamente alla produzione, all’occupazione e all’innovazione. Spesso, la loro dimensione ridotta e le risorse limitate possono rendere queste aziende particolarmente vulnerabili agli attacchi informatici.

    A differenza delle grandi aziende, le PMI potrebbero non avere un team dedicato alla sicurezza informatica o le risorse finanziarie per investire in soluzioni di sicurezza avanzate. Questa vulnerabilità viene spesso sfruttata dai cybercriminali, rendendo le PMI un bersaglio attraente.

    Rischi associati alla mancanza di cybersicurezza

    La mancanza di misure di sicurezza adeguate può esporre le PMI a una serie di rischi. Questi includono, tra gli altri:

    1. Furto di dati: Le informazioni aziendali, come i dati dei clienti o le informazioni finanziarie, possono cadere nelle mani sbagliate, portando a gravi conseguenze finanziarie e di reputazione.
    2. Ransomware: Questo tipo di malware crittografa i dati dell’azienda, rendendoli inaccessibili fino al pagamento di un riscatto.
    3. Interruzione delle operazioni: Un attacco informatico può paralizzare le operazioni aziendali, causando perdite economiche e danneggiando la reputazione.
    4. Violazione normativa: Le aziende potrebbero essere soggette a pesanti sanzioni se non proteggono adeguatamente i dati personali, come previsto dal GDPR e da altre normative.

    La necessità di sensibilizzazione

    La sensibilizzazione è il primo passo fondamentale verso la creazione di un ambiente digitale sicuro. Le PMI devono essere consapevoli non solo dei rischi, ma anche delle misure preventive che possono adottare. La formazione dei dipendenti, l’adozione di protocolli di sicurezza standard e la collaborazione con esperti del settore sono tutte strategie essenziali. L’obiettivo non dovrebbe essere solo quello di prevenire gli attacchi, ma anche di essere preparati a rispondere efficacemente nel caso in cui si verifichino.

    cyberindexpmi cybersecurity pmi franzrusso.it

    Un’azienda che non è preparata a gestire gli attacchi informatici può subire danni irreparabili. Perdite finanziarie, danni alla reputazione, e possibili azioni legali sono solo alcune delle conseguenze potenziali di un attacco informatico riuscito. La sensibilizzazione e la formazione, elementi più volte sottolineati dal rapporto Cyber Index PMI, rappresentano strumenti essenziali per prevenire queste situazioni e garantire che le PMI possano prosperare nell’era digitale.

    Come sappiamo, il processo di sensibilizzazione non è un’attività una tantum. Con il continuo evolversi del paesaggio delle minacce informatiche, le aziende devono aggiornarsi costantemente sulle ultime tendenze e metodi di attacco. Partecipare a workshop, seminari e corsi di formazione, può aiutare le PMI a rimanere un passo avanti rispetto ai cybercriminali.

    Concludendo, il “Cyber Index PMI” ha rivelato l’urgente necessità per le PMI italiane di elevare il loro livello di consapevolezza e preparazione in materia di cybersicurezza. La strada verso un futuro digitale sicuro per le PMI passa attraverso la formazione, l’investimento in soluzioni di sicurezza e la creazione di una cultura aziendale centrata sulla sicurezza.

    Il rapporto Cyber Index PMI 2023 è disponibile per essere consultato e scaricato.

  • Sono oltre 27 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer

    Sono oltre 27 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer

    Una recente ricerca rileva che in Italia oltre 27 milioni di italiani, il 71% degli utenti attivi sui social media, seguono almeno un influencer. Instagram resta la piattaforma preferita, ma cresce ancora TikTok.

    In un momento in cui tutto è sempre più fluido e le piattaforme social media sempre più frammentate, il ruolo degli influencer resta ancora centrale, anzi.

    Il fenomeno degli influencer in Italia è in costante crescita, come dimostrano i dati recentemente emersi dalla ricerca “Italiani & Influencer”, condotta da BVA Doxa in collaborazione con Mondadori Media e Buzzoole.

    Di seguito i dati più rilevanti della ricerca.

    Il 71% degli utenti segue almeno un influencer

    Diciamo subito che il 71% degli utenti attivi sui social media (non ha molto più senso al giorno d’oggi continuare a chiamarli ‘social network’), vale a dire oltre 27 milioni di italiani adulti tra i 18 e i 74 anni, segue almeno un influencer o i canali social di un brand editoriale.

    E qui si registra aumento del 17% rispetto al 2021.

    Influencer italia 2023 ricerca franzrusso.it

    La ricerca rileva che il 57% degli italiani, 18-54 anni, segue quotidianamente un macro-influencer o i canali social di un brand editoriale.

    L’incremento è di 20 punti percentuali in soli due anni.

    I macro influencer sono definiti come figure o brand editoriali con almeno 100.000 follower e sono riconosciuti come autorevoli in sei settori: lifestyle, beauty, fashion, entertainment, food e wellness.

    Influencer e brand italiani 2023 ricerca franzrusso.it

    Chiara Ferragni è la più seguita

    Dal punto dei vista dei macro influencer, Chiara Ferragni domina la classifica.

    Fa registrate l’86% di citazioni. A seguire Giallozafferano e Benedetta Rossi (entrambi al 72%), ClioMakeUp (62%) e Aurora Ramazzotti (60%).

    Le tematiche più seguite sui social sono: food e l’entertainment (58%), evidenziando l’importanza dei food media brand tra i Top Five.

    Come già rilevato in passato, e questa ricerca lo conferma, gli influencer giocano un ruolo cruciale nei processi di acquisto.

    Il 46% degli intervistati ha effettuato almeno un acquisto su suggerimento di un influencer, e l’83% valuta i loro consigli.

    A sorpresa, oltre 3 milioni di italiani seguono almeno un virtual influencer.

    La concentrazione più alta è tra Gen Z e Millennials. Le persone che seguono virtual influencer lo fanno in modo costante, quotidianamente (come se fossero influencer reali).

    Il 57% degli intervistati, infatti, li segue ogni giorno, il 28% ogni 2-3 giorni, il 7% più o meno una volta a settimana, il 4% ogni 10-15 giorni e soltanto il 5% non ha una frequenza abituale.

    Instagram la piattaforma più usata, cresce TikTok

    social media Influencer italia 2023 ricerca franzrusso.it

    Riguardo ai social media, TikTok ha visto una crescita impressionante, con una presenza del 25% rispetto al 9% del 2021.

    Mentre Instagram rimane il preferito con il 77% (in aumento dal 67% del 2021).

    Ma perché seguire un influencer?

    Il 50% degli intervistati afferma che gli influencer forniscono consigli preziosi ed esperti. In particolare per quanto riguarda i settori wellness (55%) e cucina (56%).

    Gli influencer sono diventati ormai una parte integrante della cultura digitale italiana, influenzando le decisioni di acquisto.

    Con l’ascesa di nuove piattaforme come TikTok e l’emergere dei virtual influencer il panorama influencer in Italia è destinato ad evolversi ancora, offrendo nuove opportunità e nuove sfide per aziende e consumatori.


    L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3

  • Gen Z-Millennials a confronto su digitale, relazioni e non solo

    Gen Z-Millennials a confronto su digitale, relazioni e non solo

    Ecco uno sguardo completo sulla Gen Z, a confronto coi Millennials, rispetto al suo rapporto con digitale e i social media. Ma l’indagine di Changes Unipol e Kkienn indaga anche le relazioni sentimentali. Il 38% dei giovani della Gen Z ha avviato una relazione sentimentale o sessuale con una persona che hanno conosciuto online.

    Baby Boomers e Gen X sono cresciuti in un mondo prevalentemente analogico. E poi, ad un certo punto delle loro vite, sono entrati in contatto con il digitale, iniziando ad integrarlo nella loro realtà. Questo fenomeno di transizione è stato un momento importante, poiché hanno imparato a sfruttare le nuove tecnologie digitali, pur mantenendo una distinzione netta tra il mondo virtuale e quello reale. Per loro, il digitale era un’aggiunta al mondo fisico.

    La generazione successiva, nota come Gen Z, è cresciuta in un ambiente in cui il digitale era una parte integrante della loro realtà quotidiana. Non c’è stata separazione tra virtuale e reale; invece, esiste una sola realtà – una realtà “onlife”. Per la Gen Z, il digitale è come un’estensione delle loro vite, lo vedono come un potenziamento delle loro capacità.

    Questo cambiamento ha avuto un impatto notevole su molte sfere della vita, inclusi i vertici delle grandi aziende tecnologiche e le start-up di successo. È diventato comune osservare che queste organizzazioni sono guidate da giovani talenti. La loro familiarità innata con il digitale e la sua interconnessione con il mondo reale li rende dei veri e propri pionieri in questo nuovo paradigma.

    generazione z social media digitale sorridenti franzrusso.it

    Un’indagine socio-culturale condotta da Changes Unipol ed elaborata da Kkienn, denominata “Osservatorio Generation Ship“, ha rivelato spunti interessante per quanto riguarda l’uso del digitale e dei social media.

    La relazione con i social media, dal punto di vista dell’utilizzo è la seguente.

    La Gen Z e i social media nel 2023 in Italia

    Posto il ruolo trasversale che gioca WhatsApp, usato dall’87% della fascia 16-22 anni (Genz), dal 76% dei Millennials, fino ad arrivare all’81% dei Baby Boomers, gli utenti più giovani restano ancora fedeli a Instagram (81% fascia 16-22 anni) e a TikTok (52% fascia 16-22 anni).

    Mentre i Millennials preferiscono piattaforma social media come Instagram e Facebook (entrambi al 70%) e YouTube (59%).

    Ma ci sono alcune considerazione ulteriori da fare.

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    Il Digitale come Realtà Integrata: per la Gen Z, il digitale non è un’entità separata, ma piuttosto una parte integrante del loro mondo. Vedono il digitale come il “reale” in tutto ciò che fanno, sia che si tratti di comunicazione, apprendimento o lavoro.

    Familiarità con il Digitale fin da piccoli: avendo conosciuto il digitale sin da bambini, i membri della Gen Z sono cresciuti con una conoscenza innata delle tecnologie digitali e delle sue regole, il che li rende naturali adattabili e competenti nell’uso della tecnologia.

    Consapevolezza dei Rischi: la Gen Z è più consapevole dei rischi legati alla tecnologia, compresi temi come la privacy e la sicurezza online. Questa consapevolezza li rende più cauti nell’uso delle tecnologie digitali.

    Non Digital Addicted: contrariamente a una percezione comune, la maggior parte della Gen Z non è necessariamente dipendente dal digitale. Hanno superato gli entusiasmi dei neofiti e utilizzano la tecnologia in modo più equilibrato.

    Ottimismo Digitale: la Gen Z tende ad avere un atteggiamento ottimista verso la tecnologia digitale. Non sono apocalittici riguardo alle conseguenze negative, ma piuttosto vedono il digitale come una fonte di opportunità.

    Utilizzo del Digitale per tutto: la Gen Z utilizza il digitale per svolgere una vasta gamma di attività, dall’apprendimento alla comunicazione, alla ricerca di lavoro e alla creazione di opportunità nella sfera pubblica.

    I Social Media come ponte verso il Mondo: utilizzano i social media non solo per comunicare con amici e familiari, ma anche per entrare in contatto con il mondo, creare reti professionali e partecipare attivamente alla sfera pubblica.

    Apprendimento continuo: la Gen Z utilizza il digitale per apprendere costantemente cose nuove, piuttosto che limitarsi a migliorare le competenze già acquisite.

    Generazione di Valore: i membri della GenZ vedono il digitale come strumento per generare “valore” nella sfera pubblica, cercando opportunità di lavoro, formazione, connessione e partecipazione attiva alla società.

    Dunque, la Gen Z è una generazione che ha integrato completamente il digitale nella propria vita, utilizzandolo come mezzo per apprendere, comunicare e creare valore in vari aspetti della loro esistenza. La loro familiarità con la tecnologia e la loro prospettiva ottimista la rendono una forza influente nella società digitale odierna.

    La Gen Z e le relazioni sentimentali

    La stessa indagine socio-culturale, condotta sempre da Changes Unipol ed elaborata da Kkienn, “Osservatorio Generation Ship“, ha rivelato poi interessanti tendenze riguardo alle relazioni sentimentali e sessuali nella Gen Z italiana.

    Il rapporto indica che il 38% dei giovani della Gen Z ha avviato una relazione sentimentale o sessuale con una persona che hanno conosciuto online. Questo dato suggerisce che i social network stanno rivoluzionando il modo in cui i giovani costruiscono i loro legami affettivi.

    Dalla ricerca emerge poi una curiosa discrepanza: nonostante l’ampia presenza online, la Gen Z è meno incline a utilizzare app di incontri rispetto ai Millennials, con solo il 26% dei giovani tra i 16 e i 22 anni che le utilizza. Questo può essere attribuito principalmente ai timori di incontrare persone diverse da come si presentano online (46%) o malintenzionati (39%), oltre ai dubbi sulla superficialità di una relazione basata sull’aspetto fisico (39%).

    Per i Millennials, invece, le app di incontri sono più diffuse, con il 37% che ne fa uso. Inoltre, il 41% di loro utilizza queste app a scopo sessuale, mentre solo il 38% della Gen Z lo fa. Al contrario, i Baby Boomers si affidano a tali app per cercare relazioni stabili (55%).

    Le differenze di genere emergono anche nell’uso delle app di incontri. Solo il 15% delle donne della Gen Z le ha utilizzate, di cui il 41% per curiosità o per passare il tempo e il 19% per scopi sessuali. Nel complesso, le donne sembrano meno propense degli uomini (25%) a utilizzare app di incontri.

    Gen Z e modelli imposti di bellezza

    Un aspetto significativo è la pressione esercitata dai modelli di bellezza imposti dai social network. Il 51% dei giovani della Gen Z afferma di sentirne la pressione. Questo fenomeno è particolarmente evidente tra le giovani donne, che vengono influenzate dalla “narrazione” della perfezione veicolata dai social e dalle app, causando insicurezza e disagio legati all’aspetto fisico.

    Tuttavia, nonostante la pressione dei canoni estetici imposti dai social, emergono segnali di cambiamento. Il 68% degli intervistati ritiene che i social promuovano immagini di persone perfette, ma la body positivity sta guadagnando terreno, specialmente tra le generazioni più giovani.

    In conclusione, l’Osservatorio Generation Ship ci offre uno sguardo accurato sulla Gen Z e il suo rapporto col digitale e i social media. E rivela, anche, come le relazioni sentimentali e l’immagine corporea siano profondamente influenzate dalla digitalizzazione e dai social network, con la Gen Z che sta sperimentando una libertà e una fluidità nelle relazioni mai viste prima, ma anche affrontando nuove sfide legate all’aspetto fisico e alla pressione dei canoni di bellezza online.

  • Dall-E 3 di OpenAI è ora disponibile gratis per tutti su Bing

    Dall-E 3 di OpenAI è ora disponibile gratis per tutti su Bing

    Microsoft porta DALL-E 3 di OpenAI su Bing, disponibile gratuitamente per tutti. L’evoluzione di DALL-E offre immagini creative e fotorealistiche con un modello più grande e una migliore capacità generativa.

    Microsoft ha annunciato che l’ultimo modello Dall-E 3 di OpenAI è ora disponibile gratuitamente per tutti gli utenti di Bing Chat e Bing Image Creator. Si tratta di un importante aggiornamento per il generatore di immagini all’interno della chat di Bing alimentato dall’intelligenza artificiale, che ora è in grado di generare immagini più creative e fotorealistiche.

    Dall-E 3 è la terza versione del modello di generazione di immagini di OpenAI. La società di Redmond afferma che comprende le richieste molto meglio di prima. E può creare immagini più creative e molto più fotorealistiche.

    Lo strumento è anche progettato per essere molto più facile da usare, cosa che possiamo confermare dalla nostra veloce prova.

    dall-e 3 gratis bing image creator franzrusso.it

    Dall-E 3 è dunque integrato in Bing Image Creator e arriverà su ChatGPT durante questo mese. Su ChatGPT sarà a pagamento.

    Microsoft vuole comunque andare avanti con il processo di integrazione degli strumenti. E infatti è in programma lo sviluppo di uno strumento di creazione di immagini AI nell’app Paint chiamata Paint Cocreator che porterà il modello Dall-E direttamente dentro Windows.

    Cosa cambia con DALL-E 3, le caratteristiche

    Oltre alle nuove funzionalità e miglioramenti, Dall-E 3 presenta anche una serie di differenze tecniche rispetto alla versione precedente.

    Ecco le principali:

    • Dimensione del modello: DALL-E 3 ha un modello più grande di DALL-E 2, con 1,6 trilioni di parametri rispetto ai 12 miliardi di DALL-E 2. Questo significa che DALL-E 3 è in grado di generare immagini più realistiche e complesse.
    • Tecnologia di generazione: DALL-E 3 utilizza una nuova tecnologia di generazione chiamata Diffusion Models, che è più efficiente e produce immagini di migliore qualità.
    • Capacità di modifica: DALL-E 3 è in grado di modificare le immagini esistenti, mentre DALL-E 2 era in grado solo di generare immagini nuove.

    DALL-E 3 per tutti su Bing, la prova

    Dalla nostra breve prova, possiamo affermare che DALL-E 3 aderisce quasi fedelmente a istruzioni (prompt) complesse. Infatti, DALL E 3 può rappresentare accuratamente scene con oggetti specifici.

    Dall-E 2 spesso rendeva immagini con evidenti dettagli artefatti.

    Nella nostra prova abbiamo usato prompt molto veloci e quasi basici. Tipo: “cane che fa il bagno in una cascata“, oppure “una donna che passeggia a New York con capelli castani“; o ancora, “uomo che dimentica di fare backup“; e poi ancora, “uomo che passeggia a new york“.

    Il risultato è evidentemente superiore rispetto all’esperienza precedente.

    Un particolare che abbiamo notato è che quando Dall-E 3 si imbatte nella realizzazione di una immagine con un testo, questo viene adesso scritto in maniera quasi corretta e leggibile. A differenza di Dall-E 2 che spesso creava testi illeggibili.

    Dunque, l’introduzione di Dall-E 3 all’interno di Bing evidenzia momento fondamentale per la tecnologia di generazione di immagini AI, e Microsoft non vuole perdere l’occasione. Soprattutto con la crescita di potenziali concorrenti come Google, con Bard, Midjourney e Stability AI.

    Dall-E 3, attenzione agli aspetti etici

    Come abbiamo già detto, lo strumento è ora disponibile a un pubblico più ampio e offre una serie di nuove funzionalità e miglioramenti. Tra cui una dimensione del modello più grande, una nuova tecnologia generativa e la capacità di modificare le immagini esistenti.

    Grande attenzione per tutto ciò che riguarda l’aspetto etico dell’utilizzo di strumenti come questi. Questo per i rischi che si corrono, di cui si è molto discusso con i modelli precedenti. L’azienda si dice impegnata nel rispetto dei diritti d’autore, della privacy e della sicurezza degli utenti.

    Microsoft, inoltre, afferma di aver implementato dei meccanismi per prevenire la generazione di immagini inappropriate o offensive. Inoltre, afferma di monitorare costantemente le opinioni degli utenti al fine di migliorare il servizio.

    [L’immagine di copertina è stata realizzata con Bing Image Creator con tecnologia Dall-E 3]

  • Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Secondo quanto riporta il WSJ, confermando i rumors di un mese fa del NYT, Meta sta considerando l’introduzione di abbonamenti a pagamento su Facebook e Instagram per eliminare la pubblicità personalizzata. E si parla di tariffe per desktop e dispositivi mobili.

    Esattamente un mese fa, in New York Times riferiva della possibilità che Meta potesse pensare di introdurre delle forme a pagamento, per Facebook e Instagram, in modo da non vedere più annunci pubblicitari. A distanza di quattro settimane, quello che poteva sembrare uno dei tanti rumor che affollano il mondo tech e delle aziende social media in realtà sembra essere vero.

    A confermarlo è l’altro grande giornale di New York, il Wall Street Journal che con una notizia esclusiva fa sapere che, di fatto, Meta sta pensando seriamente di introdurre forme a pagamento senza pubblicità.

    E si parla anche di tariffe, a conferma che si tratta di qualcosa di più di una semplice voce di corridoio.

    Se fosse così, e non ci sono motivi per non credere che sia così, anche se Meta non ha commentato queste notizie in via ufficiale, ma ha comunque confermato l’intenzione di trovare soluzioni nel rispetto delle normative vigenti, si tratterebbe di un passaggio storico per l’azienda di Mark Zuckerberg.

    Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Meta pronta ad adottare soluzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Per essere più chiari, Meta è pronta ad adottare soluzioni a pagamento per le piattaforme social media di sua proprietà per ovviare alla limitazione di visualizzazione degli annunci pubblicitari personalizzati, senza il previo consenso degli utenti, come previsto dalle regole UE.

    In questa ottica, riporta sempre il WSJ, funzionari di Meta nel mese di settembre hanno tenuto diverse riunioni con i regolatori della privacy a Dublino e con i funzionari europei della concorrenza digitale. Il piano è stato condiviso anche con altri regolatori della privacy dell’UE che non hanno fatto mancare il loro contributo.

    Si parla quindi di fatti concreti.

    Meta ha comunicato ai regolatori, con cui ha avuto gli incontri, che spera di implementare il piano, che si chiama SNA (subscription no ads), abbonamento senza annunci – nei prossimi mesi per gli utenti europei.

    Questa formula, come dicevamo prima, darebbe agli utenti la possibilità di scegliere se continuare ad accedere a Instagram e Facebook gratuitamente con annunci personalizzati o pagare per avere la versione senza annunci.

    Da quello che si sa, per come lo riporta sempre il WSJ, il piano comunicato da Meta ai regolatori prevede di addebitare agli utenti circa 10 euro al mese su desktop per un account Facebook o Instagram, e circa € 6 per ogni account aggiuntivo collegato.

    Sui dispositivi mobili il prezzo salirebbe a circa 13 euro al mese, perché Meta terrebbe conto delle commissioni addebitate dagli app store di Apple e Google sui pagamenti in-app.

    Al momento non è chiaro però se questo sarà il piano definitivo oppure se la Commissione UE riterrà di intervenire sui costi. Un tema è proprio quello di non rendere l’accesso alla piattaforma troppo costoso.

    Meta con gli abbonamenti abbandona il suo modello di business

    E, per spiegare meglio il perché questo passaggio prefigura comunque una tappa storica per Meta, l’azienda di Zuckerberg per la prima volta di discosta da quello che è sempre stato il suo modello di business, abbracciando la formula a pagamento.

    La formula che ha sempre adottato Meta è quella della piattaforma accessibile da tutti gli utenti, sorretta dalla pubblicità. Con questo piano, Meta cambia il suo modello, adottando la formula degli abbonamenti a pagamento che potrebbero incidere in maniera significativa sui ricavi totali.

    In attesa di capire come evolverà il piano degli abbonamenti a pagamento di Meta, c’è da dire che comunque l’azienda di Zuckerberg già a inizio di questo anno ha dato il via ad una formula molto simile che è quella legata all’ottenimento alla spunta blu, con tariffe molto vicine a quelle citate in questo articolo.

    In ogni caso, questo di Meta va registrato come un nuovo passo dei social media verso formule a pagamento, già adottate da Snapchat e da X. Anzi, per quanto riguarda la piattaforma di Elon Musk, l’idea sarebbe quella di renderla a pagamento per tutti.

    Finisce quindi l’era delle piattaforme gratuite, ricorderete la frase “Se il prodotto è gratis, allora il prodotto sei tu” che diventerà sempre meno attuale. La frase, nel tempo attribuita a diverse persone, trova origine nel blog di Andre Lewis che scrisse così, nel 2012: “Se non lo stai pagando non sei il cliente, sei il prodotto venduto“.

  • Spotify lancia la traduzione vocale dei podcast con OpenAI

    Spotify lancia la traduzione vocale dei podcast con OpenAI

    Spotify lancia la traduzione vocale per i podcast. In collaborazione con OpenAI, sarà possibile avere una traduzione vocale in più lingue. In questa fase di lancio è coinvolto un ristretto gruppo di podcaster con la traduzione dall’inglese allo spagnolo all’interno di episodi disponibili da oggi.

    Per chi fa podcast la possibilità di poter raggiungere un pubblico sempre più ampio è una delle tante ambizioni. Specialmente la possibilità di poter raggiungere persone di altre nazioni. Ma, come potete immaginare, non è semplice poter registrare un episodio in lingue diverse.

    Ed è proprio su questo punto che Spotify ha indirizzato il suo interesse, forte del fatto che ad oggi sono oltre 100 milioni le persone che ascoltano podcast sulla piattaforma di Daniel Ek, un dato che è in crescita.

    Infatti, Spotify ha collaborato con un gruppo di podcaster per tradurre i loro episodi in dall’inglese allo spagnolo con il suo nuovo strumento, e ha in programma di implementare le traduzioni in francese e tedesco nelle prossime settimane.

    Gli episodi pilota arriveranno da alcuni grandi nomi, tra cui Dax Shepard, Monica Padman, Lex Fridman, Bill Simmons e Steven Bartlett. Spotify prevede di espandere il gruppo andando ad includere The Rewatchables di The Ringer e il prossimo spettacolo di Trevor Noah.

    Ma in che modo Spotify riesce a garantire la traduzione del parlato dei podcast?

    spotify traduzione vocale openai franzrusso

    La funzionalità della traduzione è resa possibile grazie allo strumento di trascrizione vocale di OpenAI, Whisper, che può sia trascrivere il parlato inglese che tradurre altre lingue in inglese.

    Lo strumento di Spotify va oltre la traduzione da parlato a testo: la funzione tradurrà un podcast in una lingua diversa e lo riprodurrà con una versione sintetizzata della voce dei podcaster.

    L’intelligenza artificiale alla base dello strumento, attraverso il processo di traduzione e di elaborazione della voce, sarà in gradi di avvicinarsi allo stile del podcaster.

    Tutto questo, secondo Spotify, si traduce in una “esperienza di ascolto più autentica” che diventa “più personale e naturale rispetto al doppiaggio tradizionale“.

    Gli episodi tradotti a voce dai creatori del progetto pilota di Spotify saranno disponibili per l’ascolto sulla piattaforma in tutto il mondo.

    I primi episodi inizieranno a essere distribuiti all’interno della visualizzazione “In riproduzione” a partire da questo lunedì 25 settembre, inizialmente in spagnolo. Le traduzioni in francese e tedesco verranno implementate nelle prossime settimane.

    Come dicevamo all’inizio, attualmente Spotify ha più di 100 milioni di ascoltatori di podcast a livello globale, e più di 5 milioni di titoli di podcast disponibili in oltre 170 mercati.

    E proprio oggi OpenAI ha fatto alcuni annunci, tra i quali il lancio di uno strumento in grado di creare “audio simile a quello umano solo da testo e pochi secondi di discorso campione“. OpenAI afferma che sta intenzionalmente limitando la diffusione di questo strumento a causa delle preoccupazioni relative alla sicurezza e alla privacy che questo strumento comporta.

    Probabilmente, è questo uno dei motivi per cui Spotify afferma che la tecnologia di traduzione per ora viene testata solo attraverso un “gruppo selezionato” di podcaster.

    Al momento, Spotify non ha fornito altri dettagli su come intende rendere disponibile lo strumento o quando aspettarsi un’espansione.

    Intanto, possiamo tranquillamente dire che con questo si è fatto un notevole passo in avanti sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la voce, in ottica massiva.

  • X, per gli utenti il nome della piattaforma è ancora Twitter

    X, per gli utenti il nome della piattaforma è ancora Twitter

    Sono ancora tanti gli utenti che continuano a riferirsi a X chiamandola con il vecchio nome Twitter. Non è solo una sensazione ma è un dato che emerge da un sondaggio di Ad Age negli Usa.

    A quasi un anno di distanza dal passaggio della piattaforma nelle mani di Elon Musk, e a due mesi dal cambio del nome, sono ancora tantissimi gli utenti che si riferiscono alla piattaforma con il vecchio nome “Twitter” e non X, quello voluto appunto da Musk.

    Sono tanti gli account celebri che ancora riportano “Twitter” all’interno della propria bio, come Louis Vuitton, Warner Bros, FBI, l’account di Chrome, ma anche l’account della Biennale di Venezia, della squadra di calcio del Napoli, del Milan e di tanti altri.

    Persino l’account @potus del presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, ha ancora nella sua bio la parola “tweet”.

    Difficile staccarsi da una piattaforma che per 16 anni ha caratterizzato un certo modo di usare i social media, introducendo anche vocaboli diventati, col tempo, parte del lessico quotidiano.

    Al momento, questa non è soltanto una sensazione ma è una impressione supportata anche da dati.

    Gli utenti la chiamano ancora Twitter

    Un recente sondaggio rileva che il 69% degli utenti statunitensi si riferisce ancora alla piattaforma con il nome “Twitter” e ai post come “tweet”. Il sondaggio, che ha coinvolto 1.047 adulti statunitensi di età superiore ai 18 anni, è stato condotto online negli Stati Uniti da The Harris Poll e Ad Age Research dal 6 al 7 settembre.

    Sono sicuro che questo dato troverebbe risultati molto simili anche se fosse condotto in Italia. Risulta ancora molto difficile usare il termine X o usare una definizione anonima come post, già molto usata in generale sui social media, e non solo. Quando, invece, tweet risultava essere un modo autentico e unico per invitare alla brevità e alla sintesi.

    Diciamo che l’operazione di rebranding (perché di questo si tratta, a differenza di ciò che continua a pensare qualcuno) risulta difficile da digerire per molti utenti. La sensazione è che i modi usati da Elon Musk rischiano di allontanare invece di avvicinare gli utenti.

    Dato a margine. Senza fornire alcuna fonte, qualche giorno fa account vicini alla narrazione dei fatti voluta e imposta da Elon Musk condividevano la notizia che sulla piattaforma si è raggiunti il numero di 550 milioni di utenti attivi mensili.

    Operazione di rebranding gestita male

    L’operazione di rebranding poteva essere gestita diversamente, e meglio. Un esempio da citare, restando nel mondo dei social media, è quello di LinkedIn. Microsoft, una volta acquisita la piattaforma, non smantella nulla, anzi. Lascia che la piattaforma resti con la sua impostazione originale, con il suo nome riconosciuto e riconoscibile, realizzando un programma per farla crescere. E così è stato.

    Ma Elon Musk non ha in mente nulla di tutto questo, vuole solo smantellare per non lasciare più alcuna traccia di Twitter. Dal prossimo 29 settembre entreranno in vigore i nuovi termini d’uso che abbandoneranno il nome Twitter e la definizione tweet. Il fatto è che ancora oggi ci sono molte pagine denominate “Twitter” e che riportano ancora la parola tweet.

    Provate a scrivere su Google “linee guida x” e noterete che tra i risultati in prima pagina c’è un link che riporta ad una pagina intestata ancora con “Twitter”.

    Tra l’altro, la stessa descrizione dell’app X, nell’App Store contiene ancora la forma “ex Twitter”.

    Difficile abbandonare Twitter

    Alla luce di tutto questo, risulta difficile per gli utenti abbandonare un logo aperto e amichevole come quello di Twitter e adottare X che, nella maggior parte dei casi, viene associato proprio al senso di chiudere qualcosa. Pensate solo a quando chiudete una pagina del browser, lo fate cliccando su una X. Per niente amichevole o positivo.

    Certo è che Elon Musk e il suo team, nella sua opera di trasformazione della piattaforma verso una “app per qualsiasi cosa“, sta cercando di far passare come nuova metrica di successo quella del tempo trascorso “non angosciato” sulla piattaforma. L’intento è quindi quello di dimostrare che più persone sono soddisfatte mentre usano la piattaforma, per contrastare le affermazioni secondo cui è aumentata la negatività da quando Musk lìha acquistata.

    Da questo punto di vista, anche il sondaggio Harris Poll/Ad Age fornisce alcuni spunti: il 59% degli intervistati che utilizzano X concordano sul fatto che si tratta di “tempo ben speso“. E, allo stesso tempo, il 49% degli utenti di X concorda sul fatto che i contenuti sulla piattaforma sono “generalmente più negativi ora rispetto a prima dell’acquisizione di Elon Musk“.

    Insomma, quasi la metà comunque considera che i contenuti negativi sono più rilevanti rispetto a prima e, di questo passo, sarà davvero difficile far dimenticare Twitter.

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