Categoria: News

In questa categoria si trovano articoli che parlano di comunicazione, condivisione, social media, social network. Insomma, tutto ciò che riguarda il web 2.0 e di come si sta evolvendo

  • FaceApp dichiara di non salvare i dati e i server non sono in Russia

    FaceApp dichiara di non salvare i dati e i server non sono in Russia

    Dopo giorni in cui si accavallano informazioni contrastanti, è forse giunto il momento di provare a fare un po’ di chiarezza su FaceApp. Intanto c’è la risposta alle continue richieste di spiegazioni da parte di Yaroslav Goncharov, fondatore dell’app, il quale dice che i dati non vengono salvati o ceduti a terzi. I server poi sarebbero localizzati in Usa e Australia.

    Da giorni ormai impazza, di nuovo, il fenomeno FaceApp, in tutto il mondo, Italia compresa ovviamente. Di nuovo perché in effetti l’app esiste dal 2017 e permette di invecchiare il proprio viso. Il fatto, e quindi il tema vero attorno al quale ruotano le polemiche di questi giorni, è che nessuno sa bene come funziona e nessuno conosce il meccanismo con cui l’Intelligenza Artificiale, che sta alla base dell’app, agisce. Però, nel dubbio, come spesso accade in situazioni analoghe, gli utenti non si pongono tanti problemi, e infatti è esploso il fenomeno fino a farlo diventare il vero tormentone dell’estate, perché ogni bella stagione che si rispetti ne deve avere uno, è la regola.

    Solo che questo tormentone porta sè dei punti fino ad oggi poco chiari. Intanto, gli utenti che non avrebbero resistito a vedersi più vecchi sarebbero già più di 100 milioni in tutto il mondo, dalle celebrity alle persone comuni. E c’è chi sostiene, diversi esperti per la verità, che attraverso il giochino dell’invecchiamento si stanno regalando all’app preziose informazioni biometriche che potrebbero essere poi usate per altri fini.

    faceapp app

    Il fatto che non si conosca come funziona l’Intelligenza Artificiale, ha portato a pensare tanti esperti al fatto che la stessa intelligenza in realtà viene educata dal continuo flusso di informazioni che gli utenti condividono attraverso l’app stessa, in modo da raccogliere tutte le informazioni biometriche di tutti. Ma per farne cosa? Questa è la domanda che riecheggia da giorni, insieme all’altra domanda che riguarda il luogo dove queste informazioni vengono raccolte.

    Elliot Alderson, pseudonimo di Baptiste Robert, un ricercatore francese, ha analizzato a fondo l’app riuscendo a scoprire che i server in cui vengono collezionate tutte le informazioni che gli utenti stanno cedendo in questi giorni (attraverso l’invecchiamento dei propri visi) non risiedono in Russia, come si è creduto sin da subito, perché il fondatore dell’app è russo in effetti, e si chiama Yaroslav Goncharov, ma risiedono in America e in Australia. E si tratta, per lo più, di data center Amazon che si trovano negli Stati Uniti. Ovvio che poi questi dati potrebbero essere trasferiti facilmente su server in Russia, questo non è escluso, come non può essere escluso l’accesso alle informazioni da parte di operatori di FaceApp.

    face app esempio

    Quindi, l’informazione che i server siano al di fuori della Russia in realtà non fornisce molte risposte. E molto probabile che la scelta di usare server negli Usa e in Australia sia stata fatta con coscienza da FaceApp. Infatti, se la polizia russa volesse accedere a quelle informazioni, potrebbe avere molte difficoltà proprio perché risiedono su server al di fuori della Russia, diversamente sarebbe più facile ottenerle se si trovassero sul territorio russo. Questa è una considerazione che fanno in molti.

    Ma resta il problema di capire quale sia allora lo scopo e l’utilizzo di queste informazioni. C’è addirittura che pensa che FaceApp in effetti sia stata studiata per sfruttare le capacità avanzate dei dispositivi moderni, sia dal punto di vista biometrico che dal punto di vista dell’Intelligenza Artificiale, ormai sono diversi i dispositivi che dispongono di AI. Quella di FaceApp alla fine sfrutterebbe la tecnologia del dispositivo per “educare meglio” i propri algoritmi. Secondo questa ipotesi, gli utenti in effetti sarebbero del tutto ignari, continuando ad usare l’app senza sapere di contribuire ad arricchire l’AI dell’app.

    Inoltre, la stessa app avrebbe accesso ad informazioni importanti, foto a parte. Potrebbe registrare anche gli spostamenti. A questo però si può ovviare o cancellando l’app, oppure restringendo, dalle impostazioni del dipositivo, l’accesso alle informazioni.

    Ma come dicevamo prima, c’è, dopo giorni, una risposta di FaceApp, da parte di Yaroslav Goncharov, il fondatore dell’app. Goncharov a diversi media Usa ha dichiarato che le informazioni non vengono raccolte in Russia e che le immagini vengono raccolte su cloud, ma solo quelle che gli utenti scelgono di condividere, non tutte. E poi, notizia importante, Goncharov sostiene che le foto vengono poi eliminate dai server dopo 48 ore. Inoltre, ha poi detto che gli stessi utenti possono richiedere la cancellazione delle immagini attraverso le impostazioni della stessa app aprendo un ticket con la voce “privacy”, anche se questo aspetto non è chiarissimo.

    face app zuckerberg

    Ma, cosa più importante e che dovrebbe fare chiarezza sulle tante richieste di spiegazioni da parte di media, utenti, politici, insomma tutti, Goncharov ha dichiarato che i dati condivisi dagli utenti non vengono nè ceduti e nè venduti a terzi.

    Ora, a parte che, se è vero che le immagini vengono cancellate dopo 48 ore, alla fine due giorni sono più che sufficienti per immagazzinare qualsiasi tipo di informazioni e poi cancellarle, ma intanto si salva quello che serve. Resta da registrare l’informazione che quei dati che gli utenti condividono non vengono ceduti a terze parti.

    Intanto, il comitato nazionale del partito democratico Usa ha chiesto a tutti di non usare l’app in quanto c’è il rischio che queste informazioni possano essere usate illegalmente in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2o20.

    Insomma, abbiamo cercato di dare un quadro più aggiornato rispetto alle tante informazioni che girano in questi giorni, registrando le prime affermazioni di FaceApp. Ovviamente, siamo qui a disposizione di esperti del settore che vogliano aiutarci a capirne di più e anche a vostra disposizione per condividere commenti e impressioni su questa app.

  • Instagram: al via il test che nasconde il Like in Italia, ma in Canada sono ritornati

    Instagram: al via il test che nasconde il Like in Italia, ma in Canada sono ritornati

    E’ di oggi la notizia che Instagram sta avviando anche in Italia un test che modifica il modo in cui vediamo i like. Il test segue quanto già avvenuto in Canada a fine maggio e consiste nel nascondere il like dei post. Solo l’autore del post potrà vedere il numero totale. Solo che, dopo neanche due mesi, i like sono ricomparsi in Canada.

    Si sta discutendo molto del test che Instagram ha iniziato anche in Italia allo scopo di nascondere il numero di “Like” sotto ogni post. Sono già tante le segnalazioni di utenti che hanno visto apparire sulla loro app un annuncio che da il via al test, allo scopo di concentrarsi di più sul contenuto e meno sul numero delle interazioni accumulate dal post stesso. In pratica, gli altri utenti non vedranno più il numero totale dei Like, dato che invece resterà disponibile solo all’autore del post.

    In molti stanno associando questo avvio di test con quanto già annunciato da Instagram a fine maggio, con l’avvio del primo test in Canada. Solo che, con l’avvio del testi in anche Italia (il test è al via anche in altri paesi europei tra cui l’Irlanda), in Canada, secondo quanto segnalato da alcuni utenti su Twitter, in realtà il numero totale dei Like visibile dagli altri utenti sarebbe riapparso. E si vede bene, dalle conversazioni, come gli utenti canadesi siano divisi nelle opinioni, tra chi applaude al ritorno dei Like e tra chi, invece vorrebbe Instagram nascondesse per sempre quel numero perché ritenuto “tossico”.

    instagram test nascondi like

    Instagram quindi, con l’avvio di questo test, e in attesa di capire meglio quanto invece sta accadendo contemporaneamente in Canada, spinge gli utenti a concentrarsi di più sui contenuti e meno sul numero delle interazioni ricevute. Un modo per rendere l’app un luogo migliore e per lanciare il messaggio che questa non è una gara, ma è semplicemente un luogo dove si condividono contenuti interessanti per sviluppare interazioni finalizzate alla conversazioni, allo scambio reciproco di esperienze, interessi; all’arricchimento, perché no, rispetto ad interessi in comune, sotto il profilo dello scambio di informazioni ed esperienze.

    “Vogliamo aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono“, dice Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram. “Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimersi. Stiamo avviando diversi test in più paesi per apprendere dalla nostra comunità globale come questa iniziativa possa migliorare l’esperienza su Instagram“, aggiunge ancora Tara Hopkins.

    Questo il tweet con cui Instagram ha ufficializzato la notizia, senza aggiungere altri dettagli.

    Se questo test arrivasse ad essere definitivo, allora si che ci troveremmo di fronte ad una “rivoluzione”, nel senso che finalmente verrebbe ad essere premiato il contenuto e non la mera produzione di Like in serie che spesso non sono neanche lo specchio della qualità espressa, tutt’altro. Il meccanismo che si è scatenato, e di è registrato fino ad oggi, è quello di fare in modo che venga evidenziato il numero di Like a dispetto della qualità. Un meccanismo che ha spesso offuscato la qualità premiando, invece, il solo elemento vanity. Terreno su cui si sta muovendo, almeno nelle intenzioni, anche Twitter.

    Qualcuno dice che in questo modo verrebbero messi in crisi gli “influencer”, vero, ma solo quegli influencer che nel tempo hanno spinto molto per ottenere molto Like, con tutti i mezzi, a scapito della qualità. Coloro che hanno sempre messo avanti la qualità nei loro contenuti, raccogliendo meno in termini di interazioni, continueranno come se niente fosse, anzi, forse adesso potrebbero anche raccogliere ciò che gli è stato tolto per strada.

    Ma attenzione. Si tratta solo di un test e quanto sta accadendo in Canada ci impone di esser più attenti, anche perché non ci sono annunci ufficiali in merito a quanto sta accadendo nel paese nord americano, è quindi probabile che alla fine del test, anche in Italia si torni alla vecchia versione.

    In attesa, godiamoci questi momenti, apprezzando la qualità su Instagram che non manca, impegnandoci tutti a condividerla con serenità.

     

  • Planet or Plastic: una mostra per riflettere sull’uso consapevole della plastica

    Planet or Plastic: una mostra per riflettere sull’uso consapevole della plastica

    Siamo stati a vedere la mostra che si terrà a Bologna fino al 22 settembre, durante una visita speciale organizzata da BASF Italia, tra i sostenitori dell’esposizione. Ecco perché le 40 foto e le installazioni fanno riflettere a fondo su cosa sia la plastica oggi e su cosa le aziende, gli Stati, i cittadini possono fare per gestirla con consapevolezza e assunzione di responsabilità.

    Ci sono mostre che ti cambiano un po’ la vita, non tanto nell’accezione più alta del termine, ma che te la modificano proprio a livello pratico, nelle percezioni che hai ogni giorno e in quelle azioni che porti avanti quotidianamente.

    Una mostra di questo tipo è Planet or Plastic il cui titolo, con quell’or, “oppure”, sembra quasi un imperativo a scegliere, ma in realtà è un invito ad affrontare la plastica e il suo utilizzo con una maggiore consapevolezza per rispettare quello spazio in cui lavoriamo, amiamo, in una parola: viviamo.

    Abbiamo avuto modo di vedere questa bella esposizione fotografica organizzata da National Geographic a Bologna nel complesso Santa Maria della Vita – dove sarà possibile visitarla fino al 22 settembre –  mercoledì 10 luglio, durante una visita guidata molto speciale. Insieme a noi, infatti, diversi blogger e giornalisti per un evento organizzato da BASF, che è tra i sostenitori della mostra.

    planet or plastic
    Nell’isola giapponese di Okinawa, un paguro eremita usa un tappo di plastica per proteggere il suo addome molle. In spiaggia gli uomini raccolgono le conchiglie usate dai paguri e abbandonano rifiuti. Fotografia di Shawn Miller. Credit photo: National Geographic

    40 foto shock per una mostra che colpisce fin da subito

    Avevamo detto che è un’esposizione che “colpisce” e questo fin dall’inizio. Si apre infatti con Soup 500+, un’opera di Mandy Barker che da lontano affascina ed esalta i nostri sensi: una girandola dai colori più svariati che indubbiamente cattura lo sguardo.

    E invece basta avvicinarsi pian piano per scoprire che questa foto è il risultato di una soup, “zuppa” appunto, di detriti di plastica trovata all’interno del tratto digestivo di un giovane albatros che volava sul Pacifico del Nord.

    Quasi un pugno allo stomaco, ma d’altra parte tutto il lavoro di Mandy Barker che, in questa mostra, si alterna alle immagini scattate dai fotoreporter di National Geographic, crea questo effetto. La fotografa britannica ha infatti deciso di raccogliere rifiuti di plastica da ogni parte del pianeta per tramutarli in un progetto dal grande impatto emotivo. Questo continuo accarezzare i sensi e poi provocare un effetto straniante sulla ragione è infatti il leit motiv di tutta l’esposizione.

    Complice anche la location – sicuramente uno dei posti più belli di Bologna – si resta sconvolti di fronte a tante immagini (per un totale di 40) che fanno pensare a quanto quello che succede nel mondo potrebbe cambiare anche solo con una piccola azione.

    Ancora la Barker stupisce con una foto sempre su sfondo nero in cui ci sono 769 palloni raccolti in 41 Paesi e isole da tutto il mondo, da 144 spiagge diverse e da 89 persone, in soli 4 mesi. Palloni con cui tutti abbiamo giocato da bambini e per i quali poco importava se l’avessimo perso o lasciato al mare: ne avremmo comprato subito un altro.

    Eppure quell’usa e getta crea situazioni simili e fa sì che ci sia un mondo con sempre più plastica.

    E poi oggetti apparentemente insignificanti come le cannucce che diventano protagoniste di un’installazione. Siamo nell’Oratorio dei Battuti e al centro c’è Iceberg di Francesca Pasquali, artista nota per rivalutare oggetti d’uso comune, che ci porta a un livello ulteriore di riflessione sulle cannucce che tutti usiamo a dismisura.

    Come ci ha ricordato Marco Cattaneo, direttore di National Geographic Itaia: “Negli Stati Uniti siamo a 500 milioni ogni giorno, pari a 2 volte e mezzo il giro della terra”. Per non parlare dell’Italia: sono presenti nel 90% delle spiagge. La prossima volta che ordiniamo uno Spritz e vogliamo la cannuccia forse dovremmo pensarci 2 volte…

    Anche se come ci dicono le guide, “si può ovviare usando per esempio gli ziti (un tipo di pasta, ndr)”. Restiamo ancora colpiti di fronte a tantissime altre immagini come quella che forse avrete visto altre volte: una tartaruga marina impigliata nelle reti di pescatori e fotografata da Jordi Chias al largo della Spagna. Reti che non lasciano scampo agli animali del mare e che ne possono decretarne la morte.

    Dare una seconda vita alla plastica: la scommessa

    D’altra parte, come viene fuori dalla mostra, i numeri non mentono: si stima che sulla Terra siano presenti circa 8,3 miliardi di tonnellate di plastica e sì, se siete bravi in matematica il conto è presto fatto. Si tratta di poco più di una tonnellata per ogni abitante.

    Ma se 2 miliardi di questa plastica sono ancora in uso, c’è da dire dei 6,3 miliardi restanti ben 5,7 non viene riciclato. Le percentuali forse rendono ancora di più l’idea se si pensa che la Cina ricicla solo il 20% e gli States il 30%.

    planet or plastic
    Marco Cattaneo, direttore di National Geographic Italia, spiega a cosa servono le bottigliette di plastica raccolte

    Dare una seconda vita alla plastica è per altro la scommessa di questa mostra a partire dall’invito all’azione che viene fatto ai visitatori una volta che hanno varcato la soglia: possono lasciare la propria bottiglietta di plastica all’ingresso e contribuire così alla creazione una grande installazione, a dimostrazione che la plastica riciclata può avere tantissimi usi e una “second life”.

    Sostenibilità e assunzione di responsabilità: l’impegno di BASF

    Seconda vita, sostenibilità, assunzione di responsabilità: sono alcuni dei motivi per cui un’azienda come BASF ha deciso di sponsorizzare questa mostra. Come ha detto Filippo Bertacchini, communication manager di BASF Italia, durante l’incontro: “La sostenibilità è nel nostro DNA e la nostra azienda da sempre utilizza materiali di riciclo”.

    La riflessione però deve essere ad ampio raggio:

    “Il problema va affrontato da più punti di vista: legislativo, organizzativo, tecnologico, comunicativo. Un solo approccio non ci porta da nessuna parte, si tratta di un tema complesso in cui ognuno ci deve mettere del suo”.

    Sapevate per esempio che in Italia si possono riciclare solo gli imballaggi? O che i rifiuti in plastica possono essere trattati solo dalle aziende che trattano rifiuti?

    Dal canto suo, BASF sta agendo in diversi modi:

    “Vogliamo creare cultura e dare la possibilità a paesi che non hanno modo, di mettere in campo la sostenibilità e di poterlo fare. Questo è uno dei nostri obiettivi. Ecco perché siamo entrati a far parte dell’Alliance End to Plastic Waste”.

    Si tratta di un’alleanza internazionale, senza scopo di lucro, per promuovere soluzioni che riducano ed eliminino i rifiuti plastici nell’ambiente, in particolar modo quelli presenti negli oceani.

    Obiettivo è quello di sviluppare e portare su larga scala nuove soluzioni che riducano al minimo e gestiscano al meglio i rifiuti in plastica, promuovendo anche soluzioni di riutilizzo della plastica che favoriscono un’economia circolare.

    Chemcycling: il riciclo chimico di plastiche normalmente non riciclabili

    Ma non solo: BASF, come ci è stato spiegato sia da Bertacchini che da Astrid Palmieri, Sustanibility Manager, “sta portando avanti anche un progetto pilota volto al riciclo chimico della plastiche,  Chemcycling, presso il sito principale di BASF a Ludwigshafen in Germania”.

    In cosa consiste? Insieme ai clienti e partner, sono stati sviluppati dei progetti pilota basati su rifiuti in plastica riciclati chimicamente.

    Il riciclo chimico consente di riutilizzare in modo innovativo i rifiuti in plastica che attualmente non sono riciclabili, come la plastica mista o sporca. Plastiche che, a seconda dei paesi, vengono inviate alle discariche o bruciate con recupero di energia. Il riciclo chimico va oltre: tramite i processi termochimici, queste plastiche possono essere utilizzate per produrre gas di sintesi o olii. A loro volta, poi, possono essere utilizzati come base nella produzione di BASF.

    “Se riusciamo a sviluppare il progetto e a renderlo disponibile per il mercato, allora il ChemCycling diventerà un’innovazione di riciclo e recupero complementare ad altri processi già esistenti per affrontare il problema dei rifiuti in plastica” ha detto Bertacchini, ricordando che però sono ancora diversi i problemi da risolvere.

    Ovvio che quello della riduzione della plastica e del riciclo sono solo parte del problema, ma l’azienda sta lavorando anche sulla sostenibilità da più fronti, migliorando la qualità di vita dei loro dipendenti.

    Come ci ha raccontato Manuel Pianazzi, responsabile dello stabilimento di Pontecchio: “Stiamo sviluppando il carpooling in modo da limitare lo spostamento dei dipendenti così come favoriamo la sostenibilità sostituendo tutte le bottigliette di plastica con dei thermos. E ancora: abbiamo pensato di creare un centro medico all’interno dell’azienda per evitare al lavoratore quelle corse che deve fare ogni volta che ha una visita o un esame medico”. E poi macchine ibride e tanto altro ancora per una sostenibilità a 360 gradi.

    Non demonizzare la plastica, ma farne un uso più consapevole

    Quello che però ci è rimasto particolarmente impresso da questo incontro è che la plastica non va demonizzata a prescindere – ha migliorato la vita di tutti noi, a partire dal settore medico e non solo – e che allo stesso tempo il vero problema non è la plastica tout court, ma la monouso. Quella, per intenderci, che a volte ci serve giusto il tempo di mangiare un gelato o bere un succo di frutta e che inquina notevolmente.

    Una plastica, invece, destinata a durare nel tempo può essere di notevole apporto nella nostra vita e ha il “suo ruolo. Basti pensare”, ha spiegato Bertacchini “che per le auto elettriche, che hanno la necessità di essere leggere, l’impiego di polimeri sarà fondamentale“.

    Quindi più che dire no in toto alla plastica dovremmo dire sì a un uso consapevole della plastica, in particolare di quella già esistente. Le foto di Planet or Plastic sono lì a ricordarcelo.

    [In collaborazione con BASF Italia]

  • Amazon Prime Day 2019, ecco alcune offerte da non perdere

    Amazon Prime Day 2019, ecco alcune offerte da non perdere

    Oggi e domani 16 luglio è Amazon Prime Day, due giorni dedicati ai clienti Prime che potranno approfittare di forti sconti su tantissimi prodotti. Ecco una breve selezione di prodotti tech da non perdere.

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  • Facebook, 5 miliardi di dollari di multa e il titolo vola a Wall Street

    Facebook, 5 miliardi di dollari di multa e il titolo vola a Wall Street

    Secondo quando riferito dal Wall Street Journal, Facebook ha raggiunto un accordo con la FTC a proposito dell’inchiesta sullo scandalo Cambridge Analytica. L’accordo è stato raggiunto sulla base di 5 miliardi di dollari di multa e il titolo FB  a Wall Street vola.

    Fonti del Wall Street Journal riferiscono di un accordo raggiunto tra Facebook e FTC (Federal Trade Commission), la commissione federale per il commercio, sulla base di 5 miliardi di dollari per lo scandalo Cambridge Analytica. Se tutto venisse confermato, anche dal dipartimento di Giustizia americano, si tratterebbe della multa più salata mai pagata da una società. La più alta resta ancora quella pagata da Google alla FTC di 22,5 milioni di dollari.

    Per Facebook 5 miliardi di dollari non sono poi una cifra così salata. L’azienda di Mark Zuckerberg aveva fatto sapere nelle scorse settimane, proprio mentre la FTC si apprestava a terminare la fase di indagini iniziare nel 2018, di aver accantonato 3 miliardi di dollari per quella che era una multa certa. L’accordo transattivo si sarebbe quindi fermato a 5 miliardi di dollari, votato a favore da 3 commissari repubblicani, contrari sono stati i due commissari democratici.

    Si tratta quindi di un accordo, di una vera transazione, che passerà alla storia per due motivi. Il primo è che, come già ricordato, questa sarà ricordata come la multa più salata della storia, mai nessuna azienda aveva pagato un conto così salato. Il secondo è che questa multa non comporterà alcuna difficoltà finanziaria per Facebook. Prova ne è il fatto che appena diffusa la notizia dai media americani, a Wall Street il titolo FB è volato, chiudendo le contrattazioni ordinarie a +1,81%, crescendo poi dello 0,2% nell’after hours.

    facebook cambridge analytica-ftc

    Insomma, i mercati hanno esultato perché si è arrivati ad una soluzione che poteva essere davvero difficoltosa per il colosso Facebook, ma così non è stato e quindi il titolo non ne risente. I mercati sanno bene che Facebook non subirà alcuna conseguenza da questa multa, per il fatto che 5 miliardi sono appena un terzo dei profitti realizzati in un trimestre dal colosso di Menlo Park.

    Ed è proprio la cifra dei 5 miliardi di dollari a tenere banco negli Usa e anche nel nostro paese. Pensate che solo qualche settimana fa il Garante italiano aveva multato Facebook, per lo stesso motivo, per 1 milione di euro.

    Negli Usa la polemica si è fatta aspra nei confronti di questo accordo raggiunto tra le due parti. Quest multa ha finito per incrementare il patrimonio di Zuckerberg di 5 miliardi di dollari, senza dimenticare che Facebook, come già ricordato, ha realizzato più di 15 miliardi di dollari di entrate nell’ultimo trimestre e ben 22 miliardi di utili lo scorso anno.

    Pare che una condizione dell’accordo sia quella che Facebook, prima del lancio di un nuovo prodotto, dovrà dimostrare come intende utilizzare i dati degli utenti, promettendo di proteggere la privacy degli stessi. Si tratta di condizioni che, nei fatti, non impediranno a Facebook di agire come fatto finora. E tantomeno si tratta di condizioni che impediranno a Facebook di lanciare la sua valuta digitale, la Libra.

    La muta di 5 miliardi verso Facebook, per quando possa fare clamore la cifra, in realtà non rappresenta quella punizione esemplare che tutti aspettavano, tutt’altro. La sensazione, così come lamentato da più parti, è che questa situazione sia soltanto una panacea che non cambia la situazione, facendo passare il messaggio che “tanto non è successo nulla, stavolta“.

    Paradossalmente, Facebook ne esce meglio di quanto si potesse pensare. Chi pensava di voler “dare una lezione” a Facebook per aver violato la privacy degli utenti resterà fortemente deluso. Speriamo solo che qualcuno abbia imparato la lezione.

    Già, ma qual è la lezione in questa vicenda che chi ha violato la privacy degli utenti ne esce meglio di chi è stato invece danneggiato?

    [Image credits: Getty Images]

  • Twitter, al via in Canada il test sul ‘nascondi tweet’

    Twitter, al via in Canada il test sul ‘nascondi tweet’

    Prende il via dal Canada, a partire dalla prossima settimana, la sperimentazione sul “nascondi tweet”. E’ quanto dichiara Twitter con un post sul blog ufficiale. Si tratta di una funzionalità, annunciata qualche mese fa, che potrebbe offrire un maggior controllo sulle conversazioni.

    Se vi ricordate, qualche mese fa, avevamo annunciato questa novità insieme a tutte le altre annunciate nei primi mesi dell’anno da Twitter, al punto da definire la piattaforma da 280 caratteri come un “cantiere”. E infatti, tra le tante, per lo più indirizzate proprio a migliorare la conversazione tramite tweet, uno delle più interessanti era quella che abbiamo definito “nascondi tweet”. Si tratta della possibilità di poter controllare meglio le conversazioni che spesso, a causa di risposte poco pertinenti con il tema del contenuto, o a causa di risposte impertinenti, violente (in alcuni casi), generano in situazioni che poco hanno a che fare con il tweet stesso. Con il risultato di “allontanare” le persone dalla conversazione e, quindi, portare ad usare meno Twitter, proprio per evitare di incorrere in situazioni come queste. Questa funzionalità permetterà quindi di nascondere, e non di cancellare, quelle risposte che non aggiungono valore alla conversazione.

    Come molti di voi già sapranno, ne abbiamo scritto spesso anche qui sul nostro blog, uno dei grandi problemi di Twitter è proprio questo, ossia conversazioni che nascono con buoni intenti che poi, per colpa di risposte al di fuori del contesto, di trasformano in altro.

    twitter nascondi tweet

    Ebbene, la sperimentazione per il “nascondi tweet” sta per partire. Già dalla prossima settimana sarà possibile testarla in Canada, il primo paese in cui si inizierà ad usare questa funzionalità, è quindi probabile che, dopo questa prima fase, si passi ad altri paesi. Ma dal post ufficiale non si legge di altri test dopo il Canada. Anche per il fatto che si tratta di una funzionalità necessaria, ripetiamo in alcuni casi lo è, che ha comunque generato qualche polemica, arrivando, esagerando forse, a paragonarla ad una sorte di censura.

    nascondi tweet

    nascondi tweet

    Come funziona il “nascondi tweet”

    Il “nascondi tweet” in pratica permetterà all’utente che ha generato il tweet, che ha dato via alla conversazione, di, appunto, nascondere il contenuto. Attenzione, come già ricordato quando ne abbiamo dato notizia la prima volta, il contenuto non viene cancellato del tutto, viene solo “nascosto” all’interno della conversazione. Sarà sempre visibile da tutti cliccando sull’etichetta grigia. Da qui il senso di avere un maggiore controllo sulle conversazioni.

    Quando ne parlammo la prima volta, la critica principale mossa da parte di alcuni nostri lettori era quella secondo cui questa funzionalità potrebbe in ogni caso permettere di nascondere eventuali critiche che, in questo caso, impoverirebbe la conversazione. Certo, il rischio c’è, bisogna, in questo caso, fare riferimento all’intenzione di ognuno di generare conversazioni che possano offrire spunti utili. Dare vita ad mainstream conversazionale (perdonale la parola) a senso unico non ha molto senso e non arricchisce nessuno.

    E’ una funzionalità che può tornare utile in quelle situazioni in cui ci si trova di fronte a risposte fuori luogo, giusto per rendere la conversazione più sana.

    Anche se va detto che l’annuncio non è stato il massimo, con la piattaforma che è andata in down contemporaneamente, proprio ne momento in cui si teneva alla Casa Bianca un importante summit con tutte le grandi aziende tech.

    E voi che ne pensate?

  • Italiani e Messaggistica 2019, 9 milioni di utenti usano Telegram

    Italiani e Messaggistica 2019, 9 milioni di utenti usano Telegram

    Italiani e Messaggistica istantanea, un rapporto sempre più stretto. L’analisi che di recente ha condotto Vincenzo Cosenza, ci mostra come, a distanza di due anni, gli italiani usino sempre di più la messaggistica istantanea. WhatsApp resta la più usata con 32 milioni di utenti, ma cresce anche Telegram: +30% in due anni e 9 milioni di utenti.

    Il fenomeno messaggistica istantanea appassiona sempre più gli italiani e non solo, per la verità. Certo, si potrebbe dire, gli italiani lo sono in particolar modo, ma è un fenomeno che appassiona un po’ tutti. L’analisi di Vincenzo Cosenza, a distanza di due anni, dimostra questo trend, sulla base dei dati Audiweb powered by Nielsen. Prima di passare a vedere qualche dato più in dettaglio, val la pena fare una breve considerazione sul fenomeno. E cioè che le persone tendono sempre più a conversare in privato e meno in pubblico, tendono quindi a trovare spazi più protetti all’interno dei quali conversare privatamente. Questo per tanti motivi, tra tutti quello di proteggersi dai social network, piattaforme che col tempo non hanno saputo proteggere a dovere la privacy degli utenti.

    Un fenomeno quindi che vedremo crescere ancora nei prossimi anni. Facebook del resto ha già compreso (in parte a sue spese) che questo è il trend da seguire e presto vedremo Instagram, WhatsApp e Messenger sempre più collegate fra loro.

    Ma prima di assistere a questo scenario in evoluzione, davvero a breve, guardiamo questi dati perché ci aiutano a capire come gli italiani si relazionano alle app di instant messaging e conoscere anche quelle che crescono di più in due anni.

    app messaggistica istantanea italia 2019 utenti

    E’ inutile dire che WhatsApp è l’app di messaggistica più usata dagli italiani, l’abbiamo sottolineato più volte qui sul nostro blog con dati alla mano. Sono 32 milioni gli utenti che la usano 14 ore al mese in media. Nel 2017 gli utenti erano 22 milioni e il tempo di media d’uso era di 11 ore e mezza. Sarà interessante osservare come questo bacino di utenti cambierà nel corso dei prossimi mesi, quando l’integrazione con le altre piattaforme di casa Facebook sarà più concreta.

    Facebook Messenger si piazza dietro WhatsApp con 23 milioni di utenti con un tempo d’uso di 1 ora e 15 minuti. Nel 2017 gli utenti italiani erano 15 milioni con un tempo di utilizzo pari a 1 ora. Spicca la differenza d’uso con WhatsApp ad esempio, differenza notevole che denota una destinazione d’uso differente tra le due app. Più volte abbiamo messo in evidenza come Messenger, con tempo, fosse diventata una utility app, un’applicazione che va ben oltre l’instant messaging.

    app messaggistica istantanea italia 2019

    E adesso veniamo a Telegram, fenomeno del momento, etichetta che ormai sembra quasi obsoleta visto che con 200 milioni a livello globale si tratta ormai di una realtà ben definita. Nel 2017 avevamo evidenziato il boom dell’app in Italia, un trend positivo che si conferma anche a distanza di 2 anni, anche se con numeri più ridotti, ma sempre importanti. Gli italiani che usano l’app ideata da Pavel Durov sono 9 milioni con un tempo di utilizzo di 3 ore e mezza al mese. La forza di questa app sta nella sicurezza delle conversazioni con un sistema di protezione molto alto, da poco è possibile cancellare le conversazioni, o pezzi di esse, anche andando indietro nel tempo. Caratteristiche che vengono spesso evidenziate quando capitano down alla concorrenza, come accaduto di recente. Nel 2017 gli utenti italiani erano 3,5 milioni con un tempo di utilizzo di 2 ore e mezza.

    Skype e Viber invece sono in caduta libera. L’app di Microsoft oggi è usata da 3,5 milioni di utenti italiani, in calo del 55% rispetto a due anni fa, con un tempo di 5o minuti al mese. L’app che prima di altri ha introdotto in tema del messaggio istantaneo, pur mantenendo ancora oggi un posizionamento più alto dal punto di vista dell’utilizzo in chiave business, deve oggi fare i conti anche con altre app, proprio perché anche su quelle avvengono contatti veloci tra colleghi e anche con i clienti. Un momento di contatto che non avviene più ormai solo su Skype.

    Viber è in calo del 16% e oggi è usata da 840 mila utenti italiani per circa 1 minuto e mezzo.

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    Cresce, invece, WeChat, l’app da 1 miliardo di utenti del colosso cinese Tencent, che in Italia conta 414 mila utenti che la usano per 5 ore al mese. Molto probabile, come sottolinea lo stesso Cosenza, che questo tempo di utilizzo molto alto sia giustificabile dal fatto che sono circa 300 mila i cinesi che la usano.

    Ecco, questo lo scenario delle app di messaggistica istantanea in Italia. Il blocco di app di casa Facebook, guidato da WhatsApp, è quello che guderà il mercato anche nei prossimi anni. Anche se, come detto già in questo post, sarà interessante notare anche come questi numeri impatteranno sulla integrazione tra le app che presto sarà realtà.

    Tra queste app va segnalata la performance sempre più crescente di Telegram e il suo trend positivo non si arresterà nemmeno di fronte ad una crescita maggiore del blocco di casa Facebook.

    E vi che ne pensate? Anche voi siete tra quelli che usano molto WhatsApp? E Telegram? Raccontateci le vostre esperienze.

  • Twitter rimuove la localizzazione precisa dei tweet, attiva solo attraverso la fotocamera

    Twitter rimuove la localizzazione precisa dei tweet, attiva solo attraverso la fotocamera

    Qualche giorno fa Twitter ha fatto sapere di aver rimosso la possibilità di localizzazione precisa dei tweet, una opzione poco usata dagli utenti, secondo Twitter. La possibilità, però, resta ancora attiva solo attraverso la nuova fotocamera interna, di recente aggiornata.

    Era il 2009, quindi tre anni dopo la sua fondazione, quanto Twitter diede la possibilità di localizzare i tweet, una possibilità, allora, resa possibile per “incrementare le conversazioni locali“. Solo che a distanza di dieci anni Twitter ha deciso di rimuovere questa possibilità e l’annuncio lo ha fatto qualche giorno fa con un tweet (e come, se no?). Un annuncio, per la verità, che non ha attirato la giusta attenzione, ma che invece merita.

    La spiegazione ufficiale è quella di “semplificare” l’esperienza degli utenti rimuovendo una funzionalità che, comunque, nel corso di questi anni è rimasta poco usata dagli utenti. Come certamente ricorderete, questa opzione era “opt-in”, bisognava attivarla proprio per evitare di diffondere informazioni di localizzazione nel momento in cui non si voleva condividere questa informazione. Va detto anche che questa modalità è stata ritenuta per certi versi poco precisa, poco attendibile. Salvo poi scoprire, qualche anno fa, che le informazioni sulla geolocalizzazione era invece molto precise e che erano accessibili anche via API.

    tweet localizzazione

    Eppure, dare una connotazione locale ad un tweet era molto utile, soprattutto per tutti coloro che usano Twitter da un punto di vista più professionale, per raccontare gli eventi. Pensiamo quindi ai blogger, ai giornalisti che per dare una connotazione più dettagliata all’informazione e al contenuto potevano anche localizzare il tweet.

    Twitter ha comunque tenuto a precisare che la possibilità di localizzare il tweet resta possibile solo all’interno della fotocamera della piattaforma, che da poco è stata aggiornata e resa più smart.

    Forse, a pensarci bene, riflessione magari già fatta, i tempi sono cambiati e gli utenti sono diventati più attenti a diffondere le loro informazioni. E’ quindi un tema che i lega molto alla privacy verso la quale è cresciuta una consapevolezza che non è paragonabile a quella di dieci anni fa, quando, per certi versi, sembrava quasi “normale” far sapere agli altri la localizzazione precisa anche di un tweet.

    Ma oggi gli utenti sono cambiati, condividono le loro informazioni, come la localizzazione, ma in contesti e su piattaforme sempre più private e meno pubbliche. Basti pensare a WhatsApp, Messenger, Telegram, sono questi i luoghi in cui adesso si condividono le proprie informazioni più precise.

    Twitter, così facendo, ha preso atto che sono cambiati i tempi.

    [Image credits: CASEY CHIN; GETTY IMAGES]

  • Garante Privacy, multa a Facebook da 1 mln di euro per Cambridge Analytica

    Garante Privacy, multa a Facebook da 1 mln di euro per Cambridge Analytica

    Lo scandalo Cambridge Analytica continua a tenere banco, per gli effetti e per la sua gravità. Il Garante per la Privacy italiano ha fatto sapere di aver comminato a Facebook una multa da 1 milione di euro “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica’”.

    Lo scandalo Cambridge Analytica continua a tenere banco, per gli effetti e per la sua gravità. Il Garante per la Privacy italiano ha fatto sapere di aver comminato a Facebook una multa da 1 milione di euro “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica’”. Lo scandalo, nato nel 2016 in occasione delle elezioni presidenziali Usa, venne scoperto nel 2017, quando Facebook ammise che i dati di 87 milioni di utenti vennero trafugati attraverso l’utilizzo di un’applicazione, scaricabile dal social network, “Thisisyourdigitallife“. La multa, in base al vecchio Codice Privacy, fa seguito al provvedimento del Garante del gennaio scorso con cui l’Autorità aveva vietato a Facebook di continuare a trattare i dati degli utenti italiani. Dalle indagini, in seguito alla scoperta dello scandalo, venne fuori che l’applicazione aveva poi acquisito i dati di ulteriori 214.077 utenti italiani, senza che questi l’avessero scaricata, mentre furono 57 gli utenti italiani che la scaricarono.

    Dopo la multa di mezzo milione di sterline da parte del Garante Privacy Uk a Facebook per lo scandalo Cambridge Analytica, comminata nell’ottobre del 2018, arriva anche la multa del Garante per la Privacy italiano. L’Autorità italiana ha reso noto in una nota di aver comminato la multa di 1 milione di euro alla società di Mark Zuckerberg “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica”.

    facebook multa garante privacy

    La multa fa seguito al provvedimento del Garante del gennaio di quest’anno con il quale l’Autorità aveva vietato a Facebook di continuare a trattare i dati degli utenti italiani. Il Garante aveva infatti accertato che 57 italiani avevano scaricato l’app “Thisisyourdigitallife” attraverso la funzione Facebook login e che, in base alla possibilità consentita da questa funzione di condividere i dati degli ‘amici’, l’applicazione aveva poi acquisito i dati di ulteriori 214.077 utenti italiani, senza che questi l’avessero scaricata, fossero stati informati della cessione dei loro dati e avessero espresso il proprio consenso a questa cessione. La comunicazione da parte di FB dei dati alla app ‘Thisisyourdigitallife’ era dunque avvenuta in maniera non conforme alla normativa sulla privacy. I dati non erano comunque stati trasmessi a Cambridge Analytica.

    Già nel mese di marzo di quest’anno il Garante aveva contestato a Facebook le violazioni della mancata informativa, della mancata acquisizione del consenso e del mancato idoneo riscontro ad una richiesta di informazioni ed esibizione di documenti. Per queste violazioni Facebook si è avvalsa della possibilità di estinguere il procedimento sanzionatorio mediante il pagamento in misura ridotta di una somma pari a 52.000 euro.

    La sanzione di 1 milione trova fondamento nel fatto che le violazioni su informativa e consenso erano state commesse in riferimento ad una banca dati di particolare rilevanza e dimensioni, situazione per cui non è ammesso il pagamento in misura ridotta. La somma tiene conto, oltre che della imponenza del database, anche delle condizioni economiche di Facebook e del numero di utenti mondiali e italiani della società.

  • Twitter, da oggi nasconderà i tweet di personaggi pubblici che vìolano le regole

    Twitter, da oggi nasconderà i tweet di personaggi pubblici che vìolano le regole

    Twitter negli ultimi mesi è stata spesso criticata per non essere mai intervenuta su contenuti, ad opera di personaggi pubblici, politici e altro, che spesso violavano le regole della piattaforma. Da oggi i tweet di personalità che violeranno tali regole verranno segnalati e nascosti, ma non cancellati.

    Negli ultimi mesi Twitter è stata spesso criticata per non essere mai intervenuta a censurare quei tweet, ad opera di personaggi pubblici, spesso eminenti politici, che violavano chiaramente le regole della piattaforma, contenente toni incitanti all’odio. Oggi la piattaforma di Jack Dorsey fa un importante annuncio e cioè che a partire da subito i tweet che contengono contenuti d’odio, violenza, verranno resi ben visibili, in modo da essere riconoscibili dagli utenti, ed essere progressivamente “nascosti”. Ciò significa che la reach di quel contenuto verrà via via ridotta, non compariranno più nei risultati di ricerca del motore interno. Si tratta, per chiarire questo punto, di un’azione che riguarda account di personalità pubbliche, artisti, account verificati con oltre 100 mila follower.

    Ad individuare i contenuti che sono in palese violazione delle condizioni della piattaforma, e quindi ad intervenire ove servisse è un team di persone che, una volta verificato l’”interesse pubblico” del contenuto applicherà una etichetta grigia poco sopra il tweet, a segnalare a tutti gli utenti che si tratta di un contenuto che vìola le regole.

    twitter trump contenuti nascosti

    Il tweet, come avrete notato, non viene cancellato del tutto, ma verrà solo “nascosto”, vale a dire che perderà tutta la sua forza nel tentativo di evitare che possa raggiungere un numero altissimo di utenti.

    Twitter, con questa mossa, risponde ai tanti che avevano criticato il fatto che le regole valessero per tutti tranne che per i politici in primis. Fu lo stesso Dorsey, per la verità, che in un’occasione disse che non era possibile, ad esempio, censurare un tweet del presidente Donald Trump, proprio per il suo ruolo pubblico. Il problema è che proprio il modo di utilizzare Twitter da parte del 45° presidente degli Usa è stato spesso al centro di polemiche, per la violenza e l’odio che in alcuni casi i tweet contenevano. Twitter risponde quindi ai tanti utenti che attendevano un segnale in questo senso, ma risponde anche ai tanti manager interni che hanno spinto per arrivare almeno a questo tipo di iniziativa.

    twitter segnalazioni tweet

    In tweet che verrà segnalato allora non comparirà più nel motore di ricerca, come ricordavamo prima; non comparirà nelle pagine degli eventi; non comparirà nei Top Tweet; non comparirà nelle notifiche dei tweet raccomandati; nella scheda delle notifiche e, infine, nel tab Esplora.

    Purtroppo, questa decisione non avrà effetto retroattivo, cioè non verrà applicata a tutti quei contenuti che sono stati spesso indicati in violazione delle regole, ma verrà applicata a partire proprio da oggi e quindi è molto probabile che passerà del tempo prima di vederne qualcuno con l’etichetta grigia.

    Twitter, come è normale che sia, si aspetta di usare raramente questa nuova funzionalità. Per quel che ci riguarda, era ora che si intervenisse in questo senso perché, proprio per la natura pubblica di questi account non intervenire su contenuti violenti significava permettere loro di veicolare messaggi pericolosi e sbagliati che potevano trovare un grado seguito proprio per la loro capacità in “influenzare”.

    [L’immagine di copertina è di Getty Images]

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