La condanna dei tre dirigenti di Google per il video in cui un ragazzo affetto da autismo veniva picchiato, non solo è un evento fino ad ora unico nel suo genere, ma pone un serio dubbio sulla libertà sul web.
Comincio subito col dire che non sono d’accordo con questa sentenza, ancor prima di leggerne le motivazioni. Il rischio che da oggi nonn si sia più liberi sul web c’è e rischia di subire sviluppi ancora più pericolosi. Dire che Goole è responsabile insieme a quei balordi che picchiano nel video quel ragazzo a mio avviso è una forzatura. E’ la prima volta che una corte di un paese, evoluto sotto tutti i punti di vista, si prende la briga di mettere a giudizio l’azienda che ha messo in piedi il motore di ricerca sul web più potente. Con questo non voglio dire che Google sia intoccabile. Ma è strano.
Se guardiamo bene come si è arrivati a questa sentenza, da subito si evidenzia un errore di fondo, e cioè che la corte agisce avendo in mente Google come editore. Ed è questo il punto: Google non è un editore e come tale non ha obblighi nel controllare questo o quel contenuto. Cosa, invece, a cui sono soggetti i giornali. Google non è un gruppo editoriale che da notizie, no. Goole è un spazio che mette a disposizione a tutti quello che c’è sul web. Quindi se da un lato si può prefigurare una violazione della privacy, in quanto vengono diffusi dati sensibili senza l’aprovazione dell’interessato, dall’altro non si puòcontestare a Google il reato di diffamazione. Infatti i tre dirigenti vengono assolti per il reato di diffamazione ma condannati per violazione della privacy con una pena di sei mesi di reclusione.
Marco Pancini di Google Italia:
Siamo profondamente turbati. Dalla decisione del giudice di Milano – afferma Pancini – i nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video in questione. Non sono nel video, non lo hanno girato, non lo hanno caricato, nè visionato. Riteniamo che nel processo i nostri colleghi hanno dato priva di grande coraggio e dignità. Il semplice fatto che siano stati processati è eccessivo». «C’è un’altra ragione – aggiunge – per la quale siamo profondamente turbati da questa decisione: ci troviamo di fronte a un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La normativa vigente è stata definita appositamente per mettere gli Internet service provider al riparo dal danno di responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. Se questi principi vengono meno, e se siti come i blog, Facebook, Youtube vengono ritenuti responsabili del controllo di ogni video, significherebbe la fine di Internet come oggi lo conosciamo, con tutte le conseguenze politiche e tecnologiche. Si tratta di principi per noi importanti, perciò continueremo a seguire i nostri colleghi in appello.
Già Libertà del Web, e ci risiamo. Sono del parere però che tra questo caso e quello Google-Cina ci sia una bella differenza. Per quanto la notizia abbia fatto il giro del mondo, veramente ne hanno parlato tutti, e in alcuni casi cedendo alla tentazione di fare raffronti, ci terrei a dire che comunque non ci troviamo in Cina, ancora no. Nel senso che se da questa storia si dovrebbero produrre conseguenze pericolose, anche politiche, oggi ha protestato anche l’Ambasciatore americano in Italia, allora il rischio c’è. Anna Masera de la Stampa ha scritto:
L’Internet Service Provider, cioè Google, cioè l’Autostrada, ha il dovere di controllare gli utenti, o deve accontentarsi della loro autocertificazione di possesso della patente (ossia del consenso dei soggetti ripresi in un filmato)? Se rispondiamo di NO, siamo in Europa e in Occidente, e Google, come tutti gli Internet Service Provider, NON è un editore. Se rispondiamo di SI, siamo un po’ meno in Europa, e un po’ di più in Cina e in Iran: ci siamo in buona compagnia, del Sig. Murdoch e di tutte le multinazionali dell’editoria globale, che vogliono imbrigliare la libera espressione sulla rete, e Google diventa un editore.
Come a dire , l’Italia non è la Cina, ma continuando di questo passo il passaggio è breve.
Ma penso anche alla ripercussioni che un caso come questo può avere sul nostro paese. E’ noto che dal punto di vista del web l’Italia ha ancora molto da fare, molti paesi sono molto avanti. Problemi strutturali e di mentalità fanno si che ancora verso il web non ci sia una coscienza positiva. Tutt’altro. Aumentano gli internauti nostrani, ma pochi credono che il web sia un potente mezzo di comunicazione e di crescita economica. A cominiciare dai nostri politici. Ed ecco che questa situazione rischia ancora di più di aggravare le cose.


Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.