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  • X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X ha tagliato il limite giornaliero di post per gli account senza abbonamento da 2.400 a 50, con un aggiornamento silenzioso della pagina di Help Center. Una riduzione del 98%, accompagnata da un nuovo tetto di 200 risposte al giorno e dall’invito implicito a passare a X Premium.

    X nei giorni scorsi ha tagliato il limite giornaliero di post per gli account senza abbonamento da 2.400 a 50, con un aggiornamento della pagina di Help Center.

    Si tratta di una riduzione del 98%, accompagnata da un nuovo tetto di 200 risposte al giorno e da una suddivisione in finestre semi-orarie. Non vi è stato alcun annuncio ufficiale, nessun post di Musk a fare da megafono.

    Ad accorgersene sono stati migliaia di utenti – compreso chi scrive – , ricevendo un messaggio che parlava di richieste automatizzate ogni volta che raggiungevano il nuovo limite. Una stretta che, nei modi e nei tempi, resta ancora davvero molto discutibile.

    Da una prima verifica, a ricevere questo messaggio sono stati anche utenti verificati, quindi utenti abbonati almeno a Premium.

    Il vecchio limite di 2.400 post al giorno, valido per tutti gli account verificati e non, era documentato sulla stessa pagina di Help Center ancora ad aprile. Oggi quel numero è stato sostituito da una soglia che è quaranta volte più bassa.

    X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X e la stretta che cambia le regole del gioco

    Intendiamoci, 50 post al giorno significano in media due post all’ora, considerando le ore di veglia. Per la maggior parte degli utenti, quelli che postano due o tre volte al giorno, la differenza non si nota. E infatti la stessa X fa notare che l’80% degli account non posta praticamente mai. Per la grande massa silenziosa, il nuovo limite è invisibile.

    Ma il limite non è una soglia piatta che si raggiunge alla fine della giornata. È spezzato in finestre di mezz’ora, come specifica la stessa pagina di Help Center. In pratica, basta una raffica di risposte durante un evento dal vivo, una partita, una conferenza stampa, per consumare l’intera quota disponibile nell’arco di un’ora.

    E quando questo capita, il messaggio che si riceve non parla di abbonamento. Parla di automazione, di sospetto comportamento da bot, di richieste che il sistema considera anomale.

    In buona sostanza, la piattaforma sta dicendo agli utenti normali che il loro uso intenso, anche se perfettamente legittimo, viene trattato come traffico spam.

    Un cortocircuito comunicativo che ha generato confusione, perché molti utenti hanno pensato a un bug, a un’azione mirata contro il loro account, persino a una sanzione politica. Una confusione che ho vissuto, come dicevo prima, in prima persona.

    Domenica scorsa, 17 maggio, mentre seguivo la finale degli Internazionali di Roma vinta da Jannik Sinner, ho provato a postare un commento e mi sono ritrovato bloccato dallo stesso messaggio. Ma non ero il solo perché già nelle ore successive mi hanno scritto in tanti, preoccupati che X stesse restringendo l’uso della piattaforma a chi fa informazione.

    Non era una restrizione mirata. Era il nuovo limite che stava entrando in vigore proprio in quelle ore, mascherato da segnalazione antibot, senza alcun avviso che spiegasse cosa stesse davvero succedendo. Una stretta che resta, in ogni caso, molto discutibile nei modi e nei tempi.

    Il muro dell’abbonamento a X

    La motivazione ufficiale, quella che X mette in vetrina, parla di lotta allo spam, di tutela della stabilità tecnica, di pressione sui sistemi di infrastruttura. La pagina di Help Center parla di limiti pensati per «ridurre la pressione sui sistemi» e «minimizzare i tempi di inattività». Un linguaggio asettico, neutro, da manutenzione ordinaria.

    Ora in Italia il piano Basic di X Premium costa 3,54 euro al mese o circa 35 euro l’anno; il piano Premium completo arriva a circa 9,44 euro al mese o circa 99 euro l’anno; Premium+, dopo l’aumento di febbraio 2025 ha raggiunto i 44,85 euro euro al mese o poco meno di 445 euro l’anno.

    C’è un elemento che potrebbe aiutare a chiarire meglio la natura di questa scelta, ed è il modo in cui si lega a una distinzione che avevo già rilevato in un articolo precedente sull’algoritmo di X, quando il sistema di raccomandazione era stato riscritto con Grok e Phoenix.

    La piattaforma, in quel passaggio, aveva spostato il controllo dalle euristiche manuali a un modello di machine learning che apprende dai dati. Nessuna regola scritta che dicesse «penalizza i link esterni», ma l’effetto pratico era identico.

    Oggi succede qualcosa di simile, ma a un livello diverso. Non è più solo una questione di visibilità ridotta, è una questione di libertà di parola ridotta.

    L’abbonamento, in questa nuova geometria, non è più solo un servizio premium per chi vuole funzioni aggiuntive. Diventa una condizione strutturale per partecipare alla piattaforma con un volume normale di attività. Una cosa è offrire un’opzione a pagamento per ottenere di più, che poi nella realtà delle cose è impercettibile perché sottoposto all’algoritmo del proprietario. Un’altra è alzare un muro intorno all’uso base e chiedere un pagamento per scavalcarlo. La differenza, possiamo dirlo, è tutta lì.

    Cosa succedeva all’epoca di Twitter

    Per comprendere meglio quello che è successo, conviene tornare a com’era Twitter prima di Musk. Allora i limiti erano strumenti di gestione tecnica, non leve di tipo commerciale.

    Nei primi anni, il tetto era fissato a 1.000 “tweet” al giorno, valido per tutti gli account, verificati e non. Era una soglia che serviva a contenere il carico sui server e a scoraggiare gli abusi automatizzati.

    Poi, nel tempo, è stato alzato a 2.400 tweet (poi post) al giorno, sempre per tutti, sempre senza distinzione tra utenti paganti e non paganti.

    La verifica, allora, era un’altra cosa. Era gratuita, gestita dalla piattaforma, e serviva a certificare l’identità di personaggi pubblici, giornalisti, istituzioni. Non dava diritto a postare di più, non sbloccava nessun limite operativo, non concedeva alcuna corsia preferenziale. La spunta blu era un sigillo di autenticità, non un biglietto di accesso. La separazione tra utenti normali e utenti certificati era una questione di identità.

    Il cambio di paradigma è arrivato dopo l’acquisizione di Twitter da parte di Musk nell’ottobre 2022. Già nei primi mesi del 2023 alcuni utenti si trovavano bloccati per aver raggiunto il limite di 2.400 tweet al giorno, ma in molti casi senza nemmeno averli raggiunti, per via di problemi tecnici che colpivano una piattaforma con metà del personale licenziato.

    Pochi mesi dopo, a luglio 2023, è arrivata la stretta più clamorosa, con limiti di lettura, non di scrittura, differenziati tra account verificati e non verificati: un tetto di 10.000 post al giorno per i primi, 1.000 per i secondi, appena 500 per i nuovi account non verificati.

    Era la prima volta nella storia della piattaforma che un limite operativo veniva esplicitamente legato all’abbonamento. Prima, leggere e scrivere erano funzioni universali e gratuite.

    Da quel momento in poi, hanno iniziato a essere oggetto di tariffazione. E quello che oggi vediamo, con i 50 post originali e le 200 risposte al giorno, è la prosecuzione coerente di quella traiettoria. Solo che adesso non si tratta più di scoraggiare lo scraping. Si tratta di disegnare un’architettura in cui chi non paga viene compresso fino quasi a silenziarlo.

    Il messaggio antibot e l’ambiguità della comunicazione

    Quando un utente raggiunge il nuovo limite, il messaggio che riceve non chiarisce nulla. Non dice: «Hai superato il tuo limite di 50 post giornalieri, valutiamo insieme l’abbonamento». Dice invece: «Questa richiesta sembra essere automatizzata. Per proteggere i nostri utenti da spam e altre attività dannose, attualmente non possiamo completare questa attività. Riprova più tardi.»

    Comunica al normale utente che il suo comportamento è sospetto, e lo invita a riprovare più tardi. Senza spiegare che il «più tardi» non è una pausa tecnica, ma il riavvio di una finestra semi-oraria del nuovo limite.

    In teoria, dunque, X sta combattendo gli automatismi, ma in pratica sta trasformando ogni utente attivo in un automatismo presunto. La proporzione è quella di un sistema che, invece di profilare il bot e lasciare in pace l’utente reale, profila tutti come potenziali bot e poi offre l’abbonamento per dimostrare appunto di non essere un bot, in una logica rovesciata dove chi non paga diventa sospetto.

    La confusione generata da questo messaggio, un filtro antispam dichiarato ma che implicitamente è un muro a pagamento, è il motivo per cui in tanti hanno pensato a un bug, a una restrizione mirata, persino a un’azione contro i giornalisti.

    La realtà è più semplice e, per certi versi, più scomoda: il messaggio antibot copre una scelta commerciale. E quando la scelta commerciale viene mascherata da scelta tecnica, è lo stesso rapporto di fiducia con gli utenti a uscirne incrinato.

    L’algoritmo del proprietario e la libertà di parola a pagamento

    Resta da capire dove si colloca questa stretta nel disegno più ampio della piattaforma, e qui il quadro diventa chiaro. È il disegno che chiamo da tempo “l’algoritmo del proprietario”, quella pratica per cui le scelte tecniche di una piattaforma servono in primo luogo gli interessi strategici di chi la possiede, e solo in secondo luogo gli interessi della comunità che la usa.

    L’architettura, in questa logica, smette di essere uno spazio neutrale e diventa uno strumento di indirizzo verso il pensiero del proprietario.

    Avevo descritto questa dinamica analizzando il passaggio dell’algoritmo di X alla gestione tramite Grok, dove la penalizzazione dei link esterni passava dal codice esplicito al comportamento appreso dal modello, con la stessa logica del controllo ma in una forma più sofisticata e meno contestabile.

    Avevo poi ripreso lo stesso schema parlando delle modifiche annunciate da Nikita Bier, l’attuale responsabile prodotto di X, che lo scorso aprile aveva ridisegnato il sistema di incentivi per premiare il contenuto originale e ridurre la visibilità di chi pubblica con link esterni o reposta materiale altrui. E oggi torniamo lì, sullo stesso terreno, da un’angolazione diversa.

    Perché il limite sui post non è solo una questione di volume, è una questione di presenza del dibattito pubblico.

    Cinquanta post al giorno per chi fa informazione, per chi commenta in diretta, per chi gestisce account istituzionali, sono davvero pochi. E sono pochissimi se applicati a finestre semi-orarie.

    Una giornata di lavoro su un evento, una conferenza, una crisi politica, può consumare l’intera quota in mezza mattinata, e da quel momento in poi quel professionista esiste meno sulla piattaforma, esiste a singhiozzo, esiste poi solo se decide di pagare.

    Va detto, e questo precisato con onestà, che X non è l’unica piattaforma a praticare logiche di monetizzazione spinta. Meta sta seguendo strade analoghe, anche se per ora con muri a pagamento meno aggressivi. .

    Ma X, con questa stretta, è andato oltre. Infatti, ha trasformato la quota di parola in una tariffa. E lo ha fatto in maniera silenziosa, senza un comunicato, senza una spiegazione.

    Cosa significa davvero questo nuovo limite

    La categoria più colpita dalla stretta, lo si capisce subito, è quella dei professionisti dell’informazione, di chi usa X per informare condividendo notizie.

    L’effetto è un impatto diretto sulla libertà di espressione per quei giornalisti non Premium che usano X per fare cronaca dal vivo da un’aula di tribunale, da un’assemblea parlamentare, da una manifestazione. 50 post al giorno sono una soglia che non regge a una giornata di copertura intensa.

    Lo stesso vale per i divulgatori, per i ricercatori che usano X come strumento di lavoro, per i piccoli editori indipendenti che hanno scelto la piattaforma come canale principale di distribuzione.

    C’è poi una questione più ampia, che riguarda il pluralismo dell’informazione.

    Quando una piattaforma usata da centinaia di milioni di persone come spazio di discussione pubblica decide di legare il volume di parola al portafoglio, sta producendo un effetto che non è solo tecnico.

    C’è poi una questione che riguarda direttamente l’Europa. La Commissione UE ha già multato X per 120 milioni di euro lo scorso dicembre, prima sanzione della storia ai sensi del Digital Services Act. Una delle violazioni contestate riguardava proprio il sistema della spunta blu, considerato un design ingannevole perché lega un simbolo di affidabilità a un servizio a pagamento.

    Oggi, con la riduzione dei post per chi non paga, quel principio si estende ulteriormente. La spunta non è più solo una questione di credibilità apparente, è anche una questione di “volume di parola”. E questo, sul piano della trasparenza degli obblighi del DSA, potrebbe diventare un altro terreno di scontro tra Bruxelles e Musk.

    X e la trasformazione sempre più netta

    Quando Twitter è nato ormai 20 anni fa, nel 2006, l’idea era semplice . Era una piazza pubblica dove chiunque, con un account gratuito, poteva dire la sua nello stesso spazio in cui parlavano capi di Stato, premi Nobel, giornalisti, attivisti.

    L’unico vincolo erano i famosi 140 caratteri, poi diventati 280. Quel modello, nel bene e nel male, ha disegnato una stagione della comunicazione online. La stagione in cui la parola digitale era democratica by default.

    Quella stagione, oggi, possiamo dirlo, è finita. E su X tutto questo è ancora più evidente.

    Prima è stata la spunta blu trasformata in abbonamento; poi sono arrivati i limiti di lettura per chi non paga; poi le penalizzazioni per i link esterni, prima esplicite, poi implicite nel modello di Grok.

    Resta da vedere fino a che punto questa monetizzazione spinta potrà reggere prima di erodere il valore stesso della piattaforma, che dovrebbe essere quello dell’ascolto, del confronto, della relazione. Ormai tutti questi possiamo considerarli valori del passato. Vedremo cosa succederà.

  • Meta come Twitter, la spunta blu è a pagamento

    Meta come Twitter, la spunta blu è a pagamento

    Anche Meta, come Twitter, lancia la sua versione a pagamento. Si chiama Meta Verified e permetterà di ottenere la tanto agognata spunta blue, su Facebook e su Instagram, e anche maggiore visibilità e reach. Ecco qualche considerazione.

    Non si può dire che lo scorso fine settimana sia stato noioso, almeno per quel che riguarda il panorama dei social media che diventa sempre più un luogo a pagamento, a differenza di come lo abbiamo sempre conosciuto.

    E così, mentre si discuteva dell’ultima mossa di Elon Musk, quella di rendere l’autenticazione a 2 fattori (A2F) via SMS a pagamento come funzionalità aggiuntiva all’abbonamento a Twitter Blue, Mark Zuckerberg, attraverso il suo canale su Instagram (il canale broadcast lanciato la scorsa settimana) lanciava Meta Verified, ossia una versione a pagamento, per Facebook e Instagram, che dietro il pagamento di una quota mensile permette di accedere a funzionalità aggiuntive. Vediamo quali.

    Intanto c’è da fare una precisazione. In molti hanno notato la quasi concomitanza dei due annunci, quello di Twitter e quello di Meta, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, ma non è possibile immaginare una risposta di Meta a Twitter nell’arco, appunto, di poche ore. appare evidente, come era già nell’aria, che Meta stesse lavorando alla sua versione a pagamento già da tempo.

    meta twitter spunta blu pagamento franzrusso.it

    Colpisce, e questa è solo una curiosità che può trovare qualche spiegazione squisitamente corporate, l’annuncio fatto di domenica mattina, orario Usa. Di solito questi annunci vengono fatti, più o meno a metà settimana. Probabile che Meta abbia optato per l’annuncio con Wall Street ancora chiusa in modo tale da poter verificare meglio la reazione dei mercati avendo la settimana a disposizione. Può darsi che questa osservazione sia sbagliata nel merito, ma la curiosità resta.

    Allora, Meta Verified è la versione a pagamento di Facebook e Instagram che prevede il pagamento di 11,99 dollari al mese, se l’abbonamento viene sottoscritto via web, o 14,99 dollari al mese se l’abbonamento viene sottoscritto via app iOS, probabile l’estensione anche sull’app Android anche se nessuno di Meta ne ha fatto menzione. Si tratta di un test che viene avviato, per ora in Australia e in Nuova Zelanda.

    Cosa offre Meta Verified ai sottoscrittori, principalmente creator?

    Come viene specificato da Meta, l’abbonamento a questa versione premium prevede la tanto agognata spunta blu, una “protezione proattiva dell’account”, accesso all’assistenza e, attenzione su questo ultimo punto, maggiore visibilità e portata (la reach).

    Se osserviamo bene quanto proposto, la differenze sostanziali con Twitter Blue (lo usiamo come metro di paragone per fare più chiarezza), per quello che si può rilevare, è che la verifica dell’account per avere la spunta blu avviene attraverso la presentazione di un documento personale, come può essere il proprio documento di identità o il proprio passaporto. Si tratta di una differenza non da poco che va nella direzione di contrastare, per davvero, il rischio di impersonificazione di altri e la possibilità hackerare con più facilità un account.

    Ricorderete il grande flop, l’autunno scorso, del lancio di Twitter Blue a tappeto, senza un minimo di controllo, e con i vari account fake che, semplicemente dietro il pagamento di 8 dollari, riuscivano ad ottenere la spunta blu e a creare account falsi di aziende o personaggi famosi. Eclatante il caso dell’azienda Lilly.

    Perché questo aspetto è importante rispetto a Twitter Blue? Semplicemente perché, ancora oggi, la spunta blu ottenuta con l’abbonamento non avviene attraverso la verifica del documento, cosa che invece è sempre avvenuta con il vecchio metodo di verifica, quello che Musk vuole cambiare perché lo ritiene “corrotto”.

    Aspetto rilevante, che interesserà appunto i creator, è la possibilità di avere, con Meta Verified, maggiore visibilità e reach, specificatamente per quanto riguarda “alcune aree della piattaforma, come la ricerca, i commenti e le raccomandazioni”, come ha specificato Meta. Si tratta di una considerazione rilevante per il fatto che oggi su Facebook, come su Instagram, è sempre più difficile riuscire a scalare il feed con contenuti rilevanti. È sempre più difficile riuscire ad essere visibili anche ai propri follower e per i creator questo è un grande problema che l’azienda ha sempre considerato poco. Adesso capiamo il perché.

    Ora, come abbiamo già accennato, Meta non è la prima azienda ad abbracciare una versione a pagamento. Lo sta facendo Twitter, appunto, lo fa Snapchat con la sua versione Plus, lo fa LinkedIn ormai dal 2005, lo fa Telegram.

    Appare evidente che tutte le aziende proprietarie di piattaforme social media si aviino a considerare forme a pagamento per contrastare la crisi finanziaria a livello globale, con conseguenza licenziamenti di massa, le difficoltà apparse dopo la pandemia, il mancato ritorno di massicci investimenti come è stato per Meta che ha investito molto sulla propria visione di Metaverso in un momento poco propizio. E c’è bisogno di abbracciare nuove forme di entrate anche per il calo dell’advertising.

    Dal punto di vista degli utenti, colpisce però che Meta, da sempre considerata la grande madre di tutti i social media, quella con i capitali, la forza finanziaria, lanci una sua versione a pagamento. E se Meta considera questa strada vuol dire che da oggi gli utenti sono un po’ meno “il prodotto”.

    Un’ultima considerazione, quasi amara, va fatta.

    Pensandoci bene, è bastata una pandemia per comprendere che quel modello di business, di agire quasi incontrollato e lanciato a velocità della luce, fosse insostenibile, anche per quelli più capaci. Il periodo della pandemia ha messo a nudo tante cose che non funzionavano.

    In mezzo ci sono gli utenti che adesso si ritrovano quei contenitori delle proprie esistenze un po’ meno liberi. Forse, è arrivato il momento di ripensare per davvero al modo in cui ci si relaziona a queste piattaforme.

  • Twitter Blue, negli Usa gli abbonati sono meno di 300 mila

    Twitter Blue, negli Usa gli abbonati sono meno di 300 mila

    Secondo un documento interno di Twitter, il cui contenuto è stato riportato da The Information, gli abbonati a Twitter Blue negli Usa, il mercato più grande della piattaforma, sono meno di 300 mila.

    Approdato da poco anche in Italia, e in altri 5 paesi (tra i quali Arabia Saudita, Francia, Germania, Portogallo e Spagna, per un totale di 12), al costo di 8 dollari al mese se effettuato dal web (che scendono a 7 se si sceglie l’abbonamento annuale) e di 11 euro se si sceglie l’abbonamento da iOS o Android, Twitter Blue, la versione premium di Twitter in realtà non sta decollando come si sperava. Anzi, come Elon Musk sperava.

    Dai numeri che sono stati diffusi in questi giorni, si capisce che le cose non vanno per il verso giusto e, forse, è il caso che proprio Elon Musk riveda un po’ gli obiettivi che si era prefissato di raggiungere in questo anno.

    Ma partiamo dai numeri. The Information, solitamente molto informato, nei giorni scorsi ha pubblicato un report citando un documento interno all’azienda il quale riportava che il numero di abbonati a gennaio di quest’anno, negli Usa, il mercato più grande per Twitter, ammontava a circa 180 mila utenti. Un numero decisamente inferiore alle attese e che si attesta tra lo 0,2% e lo 0,3% degli utenti attivi mensili, restano fermi agli ultimi dati.

    Twitter blue abbonamenti

    E con questi numeri, all’interno del mercato dove risiede il 62%, più o meno, degli utenti della piattaforma, è dura per Elon Musk trasformare Twitter Blue nello strumento in grado di fornire la metà degli introiti, fissati a 3 miliardi di dollari. Sta per diventare una sfida, quasi, impossibile.

    Ora, tenendo per buoni i numeri che si trovano all’interno di quel documento interno visionato da The Information, è verosimile dire che gli utenti paganti, negli Usa siano meno di 300 mila, ovvero sia 290 mila.

    https://twitter.com/travisbrown/status/1619722713786118144

    Le rilevazioni fatte dal ricercatore Travis Brown in effetti danno questi numeri che corrispondono a quelli contenuti all’interno del documento interno.

    Sulla base di queste rilevazioni, allora si può dire che Twitter sta guadagnando circa 7,2 milioni di dollari a trimestre, numeri tutto sommato non cattivi. Ma vanno comunque contestualizzati alla realtà di Twitter.

    E qui ritornano gli obiettivi fissati da Elon Musk con il suo programma “Twitter 2.0”. Infatti, questo programma prevede che i ricavi provenienti da Twitter Blue debbano raggiungere il 50% dei ricavi totali. Obiettivo al momento attuale assai poco raggiungibile.

    Se consideriamo il numero di circa 300 mila abbonati negli Usa, stiamo parlando di un numero molto piccolo rispetto al numero totale di utenti iscritti a Twitter. E anche dopo l’estensione di Twitter Blue ad altri paesi è molto probabile che la situazione, in proporzione, resti analoga.

    Quindi, come farà Elon Musk a raggiungere a cifra di 3 miliardi di dollari entro quest’anno se anche l’advertising comincia a soffrire? Dopo l’arrivo di Musk sono stata centinaia le aziende che hanno deciso si abbandonare l’advertising sulla piattaforma, per via delle tante decisioni controverse, assolutamente in antitesi rispetto alla gestione precedente.

    A tutto questo va aggiunto la recente decisione di cancellare l’accesso gratuito agli API e trasformarlo a pagamento, scelta che sta penalizzando le agenzie di social media monitoring, i ricercatori universitari. Si tratta di una scelta che avrà una ricaduta anche sulle aziende in termini di costi aggiuntivi.

    Va aggiunto anche l’intenzione di rendere la spunta per le aziende a pagamento, circa 1000 dollari al mese. Al momento un’idea che non ha ottenuto alcun riscontro positivo.

    Insomma, i numeri non sono rosei e le previsioni neanche. Mettere a pagamento la spunta blu, perché di questo si tratta, non comporterà un aumento di interesse ma, invece, un calo di attenzione verso un aspetto tanto agognato in passato. E al momento non si intravede alcuna motivazione particolare per passare alla versione premium, a meno che non avvenga qualcosa di veramente rilevante.

    Forse, il tema si riproporrà quando Twitter, da qui a qualche mese, annullerà tutte le spunte blu tradizionali, vale a dire circa 400 mila utenti che potenzialmente saranno disposti a pagare pur di mantenere la spunta. Certo, ci saranno altri 400 mila abbonati e niente più.

  • Twitter Blue, Twitter in abbonamento arriva in Usa e in Nuova Zelanda

    Twitter Blue, Twitter in abbonamento arriva in Usa e in Nuova Zelanda

    Twitter Blue, la versione a pagamento di Twitter, dopo Canada e Australia, arriva anche negli Usa e in Nuova Zelanda. Tra le funzionalità, la possibilità di leggere articoli senza pubblicità.

    Dopo Canada e Australia, Twitter Blue arriva da oggi in Usa e in Nuova Zelanda, su iOS, Android e web. Di Twitter Blue ne abbiamo parlato qualche mese fa raccontando meglio le funzionalità di quella che, nè più e nè meno, è la versione a pagamento di Twitter. Ora il lancio si estende anche negli Usa, il mercato più grande per Twitter, e quindi questo rilascio assume una certa rilevanza. Twitter, da questi punto di vista, ci crede molto.

    Il costo dell’abbonamento è di 2,99 dollari negli Usa e di 4,99 dollari neozelandesi e permette di accedere a divers funzionalità che non sono attive nella versione aperta a tutti.

    Il lancio negli Usa permettere a Twitter di presentare Twitter Blue con alcune novità rispetto alla versione iniziale, novità che sono frutto dei diversi feedback inviati dagli utenti, recepiti e trasformati, appunto , in funzionalità.

    Accesso a funzionalità aggiuntive

    E infatti, Twitter Blue permetterà a tutti gli abbonati di accedere alla funzionalità che permette di leggere news da più di 300 siti, trai quali (negli Usa) Washington Post, L.A. Times, USA TODAY, The Atlantic, The Verge, Reuters, The Daily Beast, Rolling Stone, BuzzFeed, Insider e The Hollywood Reporter senza pubblicità. Questo perché, spiega Twitter, una parte delle entrate derivante dagli abbonamenti andrà agli editori. Una volta che si accede ad un articolo su uno di questi siti, comparirà una dicitura “Ad-free con Twitter Blue”.

    Twitter Blue Twitter abbonamento Usa Nuova Zelanda intime blog

    Attenzione però, questo non significa che una volta abbonati a Twitter Blue si avrà la possibilità di leggere articoli che fanno parte di forme di paywall attive su quel determinato sito. In quel caso, per leggerlo, è sempre necessario l’abbonamento anche al sito di news. Ma questa è la situazione attuale e non è detto che possa cambiare in futuro.

    In pratica, come molti di voi ricorderanno, questa funzionalità non è altro che Scroll, l’acquisizione che sta permettendo a Twitter di avviare questa funzionalità “ad-free” e di avviarne un’altra.

    https://twitter.com/TwitterComms/status/1458110401485365251

    La funzione Top articles

    Parliamo della funzionalità definita “Top Articles“. In pratica viene riprodotta, sempre grazie a Scroll, la modalità che proponeva Nuzzel che portava in alto quelli che erano gli articoli più condivisi. La carrellata per ora viene lanciata solo per la versione Android e in seguito su iOS, un caso molto raro.

    Twitter Blue comprende poi altre funzionalità e la più apprezzata dagli utenti sarà di annullare l’invio di un Tweet. Una modalità che permette di visualizzare in tweet in anteprima e verificare che tutto sia ok prima di inviarlo. Un modo per aggirare il modifica tweet che tutti gli utenti attendono e che non arriverà, forse, mai.

    Ma poi ci sono altre modalità come personalizzare la propria app con colori che evidenziano aree specifiche per renderle facilmente riconoscibili. Caratterizzare i segnalibri con colori diversi e in cartelle specifiche è un’altra di quelle funzionalità che sarà molto apprezzata.

    E poi, gli abbonati potranno caricare video fino a 10 minuti di durata, invece che dei 2 minuti standard.

    Insomma, Twitter prova a fare sul serio con la sua versione a pagamento che adesso si avvia alla prova più difficile che è quella di provare a invogliare gli utenti americani ad abbonarsi. Superato questo scoglio, Twitter comincerà a pensare di estendere Twitter Blue anche in Europa.

  • Twitter, sempre più concreta l’idea di un servizio in abbonamento

    Twitter, sempre più concreta l’idea di un servizio in abbonamento

    Si fa sempre più concreta l’idea che Twitter possa dare vita ad un servizio a pagamento. TweetDeck potrebbe trasformarsi in servizio in abbonamento, ma ci sono altre strade.

    Si fa sempre più concreta l’idea che Twitter possa dare vita ad un servizio a pagamento. Certo, non si tratta proprio di una novità, è da quattro anni almeno che si parla di rendere TweetDeck a pagamento. Ma, dopo le rivelazioni di Bloomberg, tutto sembra andare verso una direzione più concreta. E ricorderete che l’ultima volta che è venuta fuori l’idea di un qualche servizio a pagamento è stato proprio la scorsa estate, quando si scoprì la nascente (forse) piattaforma in abbonamento, con nome in codice “Gryphon”.

    Quello che riporta Bloomberg è un altro progetto, in abbonamento, nome in codice stavolta “Rogue One“, e l’idea sarebbe quella di ricorrere al “tipping”, ossia piccoli pagamenti che permetterebbero agli utenti di fruire di un servizio premium oppure di poter accedere a contenuti più approfonditi e di qualità. La strada sempre aperta, come dicevamo prima, sarebbe poi quella di offrire TweetDeck con servizi più avanzati, come la possibilità di annullare un invio o anche la possibilità di poter personalizzare il proprio profilo con features aggiuntive.

    twitter servizio abbonamento franzrusso.it

    Nel dettaglio, nel caso in cui si dovesse prendere in considerazione l’idea di aggiungere nuove funzionalità e possibilità di personalizzazione, si potrebbero considerare le possibilità che gli utenti avevano indicato a Twitter, tra le quali:

    • la possibilità di avere un bottone “annulla invio” per annullare il tweet entro 30 secondi;
    • colori personalizzabili, per app e web;
    • personalizzazione del badge profilo;
    • possibilità di pubblicare tweet video più lunghi;
    • specificare i ruoli degli utenti, quindi diversificare gli account in “account personali” e “account business”;
    • hashtag personalizzati;
    • possibilità di avere sempre meno pubblicità;
    • modificare il tweet (questa la aggiungiamo noi, era già emersa in una conversazione con Jack Dorsey nel 2017).

    Ora, resta davvero il caso di chiedere se davvero qualcuno sarebbe disposto a pagare per avere una versione più completa di TweetDeck, piattaforma comunque popolare tra i social media manager.

    Twitter è quindi di nuovo alle prese con il dilemma se, o meno, ricorrere ad un servizio a pagamento, in modo tale da essere più autonoma, con una base più solida (quindi meno in balìa dei mercati), ma senza scontentare gli inserzionisti e gli azionisti. Gli inserzionisti sarebbero disposti ad accettare nuove forme, purché non venga ridotta loro la possibilità di fare advertising. Gli azionisti invece cercano nuove forme di business per cercare di rilanciare la società che vive comunque una situazione di stallo.

    Twitter starebbe lavorando ad una piattaforma in abbonamento

    Come abbiamo sempre sostenuto, Twitter vive una situazione societaria non proprio ottimale. Jack Dorsey è sempre nel mirino, colpevole di essere “assente” dalla vita aziendale, per dedicarsi invece all’altra società, Square, situazione in cui molti analisti vedono un “conflitto di interessi”. Negli Usa sono tanti quelli che sperano in una cacciata di Dorsey dal ruolo di CEO, in questi giorni è montata anche un’altra polemica, e cioè che Dorsey, rispetto ai suoi colleghi CEO, è quello che parla meno nelle call di presentazione dei dati finanziati trimestrale: solo il 6% delle parole dette in quell’occasione. I CEO di Facebook, Google e Apple sono tutti su un valore pari al 46%. Curiosamente, si nota come, nelle call di Square, Dorsey abbia uno spazio pari al 25%, molto più alto di quello per Twitter.

    Twitter è quindi alla ricerca di una forma di reddito che la renda più autonoma, proprio mentre altre piattaforme si pongono questo tema e proprio nel momento in cui ha acquisito Revue, servizio di newsletter che potrebbe avere un tasto di adesione già all’interno del profilo Twitter, anche a pagamento (idea fino a questo momento non confermata).

    Sempre nell’ordine delle idee, c’è chi proporrebbe di rendere a pagamento i profili con più di 200 mila follower, in virtù del pubblico che Twitter mette a disposizione di questi profili.

    Ma l’idea di creare strade alternative agli annunci pubblicitari insidia anche altre piattaforme. Abbiamo visto che anche Clubhouse intende offrire qualcosa in questa direzione, TikTok grazie alla partnership con Shopify permetterà alle aziende di vendere prodotti direttamente dall’app.

    Mentre scriviamo il titolo TWTR guadagna quasi il 2% a Wall Street.

    [UPDATE]

    Il titolo ha chiuso a +2,5%, segno che i mercati approverebbero un modello di business della società che considererebbe qualche servizio in abbonamento.

    Insomma, Twitter potrebbe dare vita, sul serio, ad una qualche forma di servizio in abbonamento. Voi che ne pensate?

  • Twitter starebbe lavorando ad una piattaforma in abbonamento

    Twitter starebbe lavorando ad una piattaforma in abbonamento

    Da un annuncio di lavoro potrebbe venir fuori una nuova idea di Twitter. Infatti, da un annuncio pubblicato dalla società di Jack Dorsey si scopre che Twitter starebbe lavorando ad una piattaforma in abbonamento, nome in codice “Gryphon”.

    E se Twitter introducesse una sorta di abbonamento? Continuereste a seguirla e usarla lo stesso, pura pagando? Queste domande non le facciamo a caso, ma le poniamo perché si è scoperto, invece, che questa potrebbe essere davvero un’idea, più concreta di quanto si possa pensare.

    Si è scoperto, da un annuncio di lavoro della società di Jack Dorsey, il co-fondatore e CEO della società, che Twitter stia lavorando ad una piattaforma in abbonamento e che, in questi giorni, è alla ricerca di persone che possano lavorare allo sviluppo di questa piattaforma, il cui nome in codice è “Gryphon“.

    twitter piattaforma abbonamento

    Il nascente team dovrebbe lavorare a stretto contatto con il team “Payments” e con quello di Twitter.com.

    Dall’annuncio infatti si legge:

    Stiamo costruendo una piattaforma in abbonamento, che potrà essere riutilizzata da altri team in futuro. Questa è la prima volta per Twitter! Gryphon è un team di ingegneri web che collabora strettamente con il team di Payments e con il team di Twitter.com”.

    Al momento abbiamo solo questo annuncio e non ci sono altre conferme da Twitter, la società per ora non ha rilasciato dichiarazioni o commenti in merito. Però, questa potrebbe risultare un’idea da considerare seriamente, soprattutto per diversificare le entrate, che per ora sono costituite per l’80% dalla vendita di pubblicità.

    twitter piattaforma abbonamento annuncio

    Una piattaforma a pagamento che fosse in grado di offrire agli utenti informazioni, notizie e strumenti tali per cui varrebbe la pena pagare un abbonamento, potrebbe essere un modo per realizzare nuove entrate. 

    Forse non è legato strettamente a questa notizia, ma il titolo oggi in borsa è schizzato a +8%. Potrebbe essere che il mercato recepisce positivamente il fatto che Twitter provi a dare agli investitori nuove possibilità di guadagno. Anche se, come osserva qualcuno, il riscontro positivo a Wall Street di Twitter, e non solo, è invece figlio delle dichiarazioni del Segretario di Stato Mike Pompeo che ieri ha dichiarato che gli Usa stanno davvero considerano la messa al bando di TikTok, e di altre app cinesi. Questo provocherebbe un effetto positivo sulle società proprietarie di piattaforme social.

    TikTok interrompe il servizio dell’app a Hong Kong

    Tornando alla piattaforma in abbonamento di Twitter, è giusto sottolineare che già in passato Twitter aveva preso inconsiderazione un’idea del genere. Si parlava di una piattaforma a pagamento per i “power user“, ai quali venivano forniti contenuti esclusivi.

    Quell’idea non partì mai, ma adesso, in uno scenario in cui Twitter, soprattutto da un punto di vista societario, necessita di trovare una condizione più stabile, forse questa potrebbe essere una strada percorribile.

    Ovviamente seguiremo con una certa attenzione lo sviluppo di questa notizia ma, intanto, voi raccontateci cosa ne pensate.

  • Cedi il tuo abbonamento su Ticketbis!

    Cedi il tuo abbonamento su Ticketbis!

    Chissà quante volte vi sarà capitato di non poter seguire la vostra squadra del cuore e di non sapere come fare per cedere il vostro abbonamento. Da oggi questo è possibile farlo su Ticketbis, la piattaforma di compravendita di biglietti online

    ticketbis_logoSapevi che su Ticketbis puoi cedere il tuo abbonamento? La piattaforma Ticketbis, conosciuta principalmente per la vendita di biglietti ti offre la possibilità di cedere il tuo abbonamento. Questo servizio si rivolge a tutti i soci della Juventus che possiedono un abbonamento e che, impossibilitati ad andare a una o varie partite, possono cedere il proprio abbonamento.

    Ticketbis facilita il processo fornendo un servizio intuitivo e sicuro, attraverso il quale il venditore riesce a raggiungere l’interesse di migliaia di tifosi della Vecchia Signora. Unica condizione da non dimenticare: il compratore dovrà essere titolare della Tessera del Tifoso per potersi assicurare l’accesso alla partita.

    Una volta effettuato l’acquisto, il compratore, attraverso la nostra piattaforma, invierà i suoi dati personali al cedente, cosi l’accesso potrá essere ceduto in maniera regolare!

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