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  • Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Il primo trimestre 2026 per Meta si chiude con ricavi a 56,31 miliardi di dollari, ma per la prima volta gli utenti giornalieri delle sue app calano. E intanto gli investimenti sull’IA salgono a 145 miliardi e si profila il rischio delle cause sui minori.

    Per la prima volta da quando Meta misura i suoi utenti con la metrica dei Daily Active People, il numero delle persone che usano ogni giorno almeno una delle sue app è sceso. Non è un crollo, diciamolo subito, però è un dato che va registrato.

    Si tratta di un passaggio da 3,58 miliardi di utenti giornalieri nel quarto trimestre 2025 a 3,56 miliardi nel primo trimestre 2026. È una soglia simbolica e cade nel momento in cui Mark Zuckerberg sta chiedendo agli azionisti di sottoscrivere il più grande investimento infrastrutturale nella storia dell’azienda.

    La trimestrale del primo trimestre 2026 è costruita interamente intorno a una promessa. E questa promessa si chiama superintelligenza personale, e dovrebbe raggiungere, parole testuali di Zuckerberg, “miliardi di persone”.

    Attorno a questa promessa, però, si muovono numeri che raccontano una storia più articolata: ricavi in fortissima crescita, un piano di investimenti che sale ancora una volta, una divisione hardware che continua a perdere miliardi, una flessione storica nella base utenti, e l’ammissione esplicita che i processi sui minori negli Stati Uniti potrebbero costare cari.

    I numeri che si vedono, intanto, raccontano di un’azienda in piena salute.

    Meta, nel primo trimestre 2026 i ricavi continuano a salire

    I ricavi sono saliti a 56,31 miliardi di dollari, con una crescita del 33% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’utile netto ha toccato i 26,77 miliardi, l’EPS diluito è arrivato a 10,44 dollari. Le impressioni pubblicitarie sono cresciute del 19%, il prezzo medio per inserzione del 12%.

    La macchina della pubblicità, in buona sostanza, non solo funziona ma accelera. Solo che il titolo, nelle contrattazioni successive alla chiusura del mercato, ha perso oltre il 6%. E qui sta il punto interessante della trimestrale, quello che cerchiamo di osservare qui insieme.

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta e la prima frenata degli utenti

    Nel primo trimestre 2026, la media giornaliera degli utenti attivi sulla famiglia di app di Meta è scesa di circa venti milioni rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 3,56 miliardi. Su base annua il dato è ancora positivo, con una crescita del 4%. Ma il confronto trimestre su trimestre è negativo, e Meta stessa, nel comunicato ufficiale, ha riconosciuto la flessione.

    La spiegazione fornita dall’azienda riconduce il calo a due fattori specifici, entrambi di natura geopolitica.

    Il primo sono le interruzioni di internet in Iran, dove il conflitto in corso ha pesato sulla connettività. Il secondo è la decisione della Russia di limitare l’accesso a WhatsApp, nel quadro della spinta del Cremlino a obbligare i propri cittadini a usare un servizio di messaggistica statale.

    Le piattaforme social statunitensi, in questa fase, sono diventate ostaggio delle decisioni dei governi. Quando un Paese decide di interrompere internet o di bloccare un’app, milioni di utenti escono dai conti trimestrali di Meta nel giro di poche settimane. È un’esposizione strutturale che, fino a pochi anni fa, non aveva un peso così visibile sui dati finanziari, ma oggi questi contano eccome. E di questo ne abbiamo parlato a lungo qui su InTime Blog.

    Va aggiunto un terzo elemento, che la spiegazione ufficiale di Meta non considera ma che invece va rilevato. L’Australia, dal dicembre 2024, ha approvato il divieto di accesso ai social per gli under 16, una misura che da inizio 2026 sta entrando pienamente in vigore. Questo, sommato alle restrizioni greche per gli under 15 e ai dibattiti analoghi in corso in Spagna e in altri Paesi UE, sta sottraendo a Meta una fascia di utenti giovani che fino a ieri era data per acquisita.

    Meta e gli investimenti per il 2026

    Meta ha rivisto al rialzo le stime degli investimenti per il 2026, inserendoli in una forchetta tra 125 e 145 miliardi di dollari, dai precedenti 115-135 miliardi.

    La motivazione ufficiale, riportata nel comunicato firmato dalla CFO Susan Li, parla di un rialzo dei prezzi delle componenti, in particolare la memoria, e in misura minore di costi aggiuntivi per i data center necessari a sostenere la capacità di calcolo degli anni futuri.

    Per dare la dimensione di quanto stia accadendo, basta un semplice confronto. Nel 2025 il conto investimenti di Meta era stato di 72,2 miliardi di dollari. In due anni, in sostanza, l’azienda sta quasi raddoppiando l’investimento infrastrutturale. È una traiettoria che non riguarda solo Meta, ma tutte le Big Tech impegnate in una corsa parallela a costruire data center, ad accumulare GPU, a stipulare contratti pluriennali per l’energia.

    Resta il fatto che, in valori assoluti, Meta si conferma uno degli attori più aggressivi di questa fase.

    Nel primo trimestre, le spese in conto capitale sono già state pari a 19,84 miliardi di dollari. È una cifra che, proiettata sull’intero anno, dà la misura concreta della pressione finanziaria che la corsa all’IA sta esercitando sui bilanci.

    Il messaggio implicito ai mercati è che questa traiettoria di spesa non sia transitoria, ma strutturale. E la reazione degli investitori, con il titolo in calo nell’after-hours, lascia intendere che la pazienza, anche per un’azienda che cresce a doppia cifra, non è infinita.

    La narrazione della superintelligenza personale

    L’apertura del comunicato di Zuckerberg è stata costruita per fissare un concetto e cioè: “Abbiamo avuto un trimestre di svolta, con un forte slancio nelle nostre app e il rilascio del primo modello da Meta Superintelligence Labs”, ha dichiarato. E ancora: “Siamo sulla strada per portare la superintelligenza personale a miliardi di persone”. È la tesi che dovrebbe giustificare, agli occhi degli azionisti, il livello di investimento fin qui descritto.

    Il primo modello di cui Zuckerberg parla è Muse Spark, presentato all’inizio di aprile. Muse Spark rappresenta il tentativo di Meta di rientrare in una corsa che, almeno sul piano dei modelli di frontiera, vede oggi in vantaggio OpenAI, Anthropic e Google.

    Va detto che le valutazioni esterne sul modello sono state contrastanti, e che la stessa Meta, attraverso un suo dirigente intervistato da Bloomberg, ha ammesso che Muse Spark non è in grado di competere con i modelli di punta dei concorrenti.

    Eppure, la narrazione della superintelligenza è ormai diventata l’asse portante della comunicazione finanziaria di Meta. È un cambio di scenario rispetto al biennio 2022-2024, quando l’asse era il metaverso. Allora si parlava di mondi virtuali, oggi si parla di assistenti personali alimentati da modelli di IA.

    Reality Labs, l’archiviazione di un sogno

    Mentre la superintelligenza prende il centro della scena, la divisione che doveva costruire il metaverso continua a perdere miliardi.

    Nel primo trimestre 2026, Reality Labs ha registrato ricavi per 402 milioni di dollari e una perdita operativa di 4,03 miliardi. Sono numeri che, se proposti per qualunque altra divisione di qualunque altra azienda, farebbero scattare l’allarme rosso. Per Meta, ormai, sono diventati, quasi, ordinaria amministrazione.

    La somma dei conti è impressionante. Da quando, alla fine del 2020, Meta ha iniziato a separare in bilancio i conti di Reality Labs, le perdite cumulate hanno superato gli 83 miliardi di dollari. La media trimestrale, nel periodo, è di circa quattro miliardi. In altre parole, la divisione che doveva incarnare la visione del futuro di Zuckerberg ha bruciato in poco più di cinque anni una cifra equivalente al PIL annuale di un piccolo Paese europeo.

    Il metaverso, come progetto strategico, è stato di fatto già archiviato. A gennaio 2026 Meta ha tagliato circa mille posti di lavoro proprio in Reality Labs, riallocando le risorse verso i dispositivi indossabili alimentati dall’intelligenza artificiale, in particolare i Ray-Ban Meta.

    La forza pubblicitaria di Meta e la sua dipendenza dall’IA

    Sul fronte delle piattaforme social media, i numeri della trimestrale sono robusti, e questo nonostante la flessione degli utenti di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo.

    La crescita delle impressions del 19% e del prezzo per inserzione del 12% indica che i sistemi di raccomandazione e di targeting pubblicitario, alimentati sempre di più da modelli di intelligenza artificiale, stanno continuando a migliorare la monetizzazione.

    In altre parole, anche con qualche utente in meno, Meta riesce a estrarre più valore da ciascuno di loro.

    È un meccanismo che ci mostra bene la fase attuale del capitalismo delle piattaforme. La crescita non passa più tanto dall’acquisizione di nuovi utenti, quanto dalla capacità di intensificare la monetizzazione di quelli esistenti.

    Più tempo speso sulle app, più annunci visualizzati, prezzi più alti per ciascun annuncio. Tutto questo è reso possibile dall’evoluzione degli algoritmi di raccomandazione, che diventano sempre più precisi nell’incrociare i dati comportamentali degli utenti con gli interessi degli inserzionisti.

    Il punto, però, è un altro. La forza pubblicitaria di Meta dipende ormai in modo strutturale dai modelli di IA che governano le raccomandazioni e l’asta degli annunci. In buona sostanza, una parte dei 125-145 miliardi di investimenti annunciati per il 2026 serve a sostenere proprio questa dipendenza.

    È una circolarità che si spiega così: l’IA costa moltissimo, ma è anche la leva che giustifica il prezzo per inserzione in crescita e l’efficacia del targeting. Da una parte la spesa, dall’altra il ritorno. Il rischio, per Meta, è che il rapporto tra le due grandezze si deteriori prima che la promessa della superintelligenza si traduca in nuovi flussi di ricavo.

    Meta ammette il rischio dei processi sui minori

    La trascrivo in italiano: “continuiamo a vedere una situazione particolare sulle questioni legate ai minori e abbiamo ulteriori processi previsti quest’anno negli Stati Uniti, che potrebbero in ultima istanza tradursi in una perdita rilevante”. È un’ammissione che, inserita in un comunicato finanziario, vale come un campanello di allarme.

    A marzo 2026 Meta ha perso due cause, entrambe relative ad accuse di aver ingannato i consumatori sui rischi dei propri prodotti. Proprio qui su InTime Blog ho raccontato la sentenza nel caso KGM, che è stata la prima decisione a riconoscere la responsabilità di una piattaforma per il design del prodotto in relazione ai danni subiti da un utente minorenne.

    Meta è costretta oggi a riconoscere un rischio finanziario concreto.

    Nelle trimestrali precedenti, Meta aveva accennato in modo generico ai rischi legali e regolatori. Ma questa volta la formulazione è più diretta, e parla esplicitamente di “perdita rilevante”.

    Nel linguaggio dei comunicati finanziari, una formula del genere serve a tutelare l’azienda dal rischio di accuse di omessa informazione agli azionisti. E segnala che i legali interni considerano l’esito dei processi sufficientemente incerto da giustificare una preventiva messa in guardia.

    In altre parole, l’azienda sta dicendo ai mercati che i contenziosi sui minori non sono più una preoccupazione remota, ma un fattore che potrebbe incidere sui conti in modo rilevante.

    Il beneficio fiscale che gonfia l’utile

    Un ultimo elemento da considerare su questa prima trimestrale 2026 di Meta.

    L’utile netto del primo trimestre, pari a 26,77 miliardi di dollari, incorpora un beneficio fiscale una tantum di 8,03 miliardi, legato all’applicazione del cosiddetto “One Big Beautiful Bill Act” e al Treasury Notice 2026-7. La stessa Meta, nel comunicato, ha precisato che senza questo beneficio l’EPS diluito sarebbe stato inferiore di 3,13 dollari.

    In buona sostanza, una porzione significativa della forza dei conti deriva da una variazione fiscale, non dalla performance operativa. È un dato tecnico, ma è anche un dato che gli analisti hanno immediatamente sottratto dal calcolo degli utili ricorrenti. Nelle prossime trimestrali, senza un effetto analogo, l’asticella sarà più alta. E il margine di errore, per un’azienda che continua ad accelerare sulla spesa, si restringe.

    Cosa osservare nei prossimi trimestri

    La trimestrale Q1 2026 di Meta racconta un’azienda che si trova esattamente nel punto in cui due forze opposte si incontrano. Da una parte, la macchina pubblicitaria dei social, che cresce, monetizza meglio, e produce la cassa necessaria a finanziare tutto il resto.

    Dall’altra, una scommessa industriale sull’intelligenza artificiale che richiede un livello di investimento senza precedenti, una divisione hardware che continua a perdere miliardi a ritmo costante, una base utenti che per la prima volta segna una flessione, e un perimetro di rischi legali che l’azienda stessa, nel proprio materiale ufficiale, non nasconde più.

    Per il secondo trimestre 2026 le previsioni indicano ricavi tra 58 e 61 miliardi di dollari. Le spese complessive per l’intero 2026 restano confermate nella forchetta tra 162 e 169 miliardi.

    Sono numeri che, presi insieme, descrivono un’azienda che continuerà a crescere, ma che lo farà comprimendo i margini per finanziare la propria trasformazione.

    Bisognerà attendere i prossimi due o tre trimestri per capire se la flessione degli utenti rientrerà, se la promessa della superintelligenza personale comincerà a tradursi in nuovi flussi di ricavo, e se i processi sui minori produrranno l’impatto economico che Meta stessa, ormai, mette in conto.

  • Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era

    Dal 10 febbraio 2026 Facebook eliminerà i pulsanti “Mi piace” e “Commenti” dai siti web. Un cambiamento che segna la fine del web aperto e l’ascesa definitiva delle piattaforme chiuse.

    Meta ha annunciato che dal 10 febbraio 2026 due dei suoi plugin social più iconici scompariranno dal web. Stiamo parlando dei pulsanti “Mi piace” e “Commenti”.

    Una notizia che a molti potrebbe sembrare marginale, quasi una nota in fondo alla pagina nella storia dei social media. Eppure, dietro questo abbandono si nota un chiaro segnale di cambiamento. Quel tipo di cambiamento che sta attraversando le piattaforme social media di cui tutti noi stiamo osservando gli effetti.

    Quando Facebook voleva essere ovunque

    Per capire cosa sta accadendo, dobbiamo fare un passo indietro e arrivare al 2010. In quegli anni Facebook stava vivendo la sua età d’oro. Era nel pieno di una crescita esponenziale, miliardi di utenti attivi e l’ambizione di spingere la piattaforma oltre i suoi naturali confini.

    L’idea era semplice ma rivoluzionaria per quei tempi. E cioè portare il social network in ogni angolo del web attraverso l’Open Graph.

    L’Open Graph era un sistema di protocolli e strumenti per sviluppatori che permetteva ai siti web di integrarsi profondamente con Facebook. In pratica, trasformava ogni pagina web in un “oggetto sociale” che poteva essere condiviso, commentato e apprezzato esattamente come un post su Facebook. I siti diventavano estensioni del social network e Facebook diventava il tessuto connettivo del web.

    Facebook addio ai "Mi piace" e "Commenti": la fine di un'era
    Facebook addio ai “Mi piace” e “Commenti”: la fine di un’era


    Cos’è l’Open Graph?

    L’Open Graph è stato lanciato da Facebook nel 2010 come un set di strumenti che permetteva ai siti web di “parlare” con Facebook. Grazie a semplici righe di codice, ogni articolo, pagina o prodotto poteva diventare un contenuto social: gli utenti potevano mettere “Mi piace”, commentare o condividere direttamente dal sito esterno, e queste azioni comparivano nel loro profilo Facebook.

    Era l’epoca in cui Facebook voleva essere il centro del web, non solo una destinazione tra tante.


    I plugin “Mi piace” e “Commenti” rappresentavano l’incarnazione perfetta di questa visione. Permettevano agli utenti di interagire con contenuti esterni senza mai lasciare l’ecosistema Facebook. Un clic su quel bottoncino blu in fondo a un articolo, e l’azione veniva registrata, condivisa, amplificata attraverso il news feed. Per i publisher era una promessa allettante: traffico organico, engagement, visibilità gratuita.

    E per un po’ ha funzionato. Blog, siti di news, portali di ogni tipo si sono riempiti di questi widget azzurri. Era il web sociale, aperto, interconnesso. O almeno così sembrava.

    La motivazione: “un’era precedente dello sviluppo web”

    Nel comunicato ufficiale, Meta spiega la decisione con toni asettici e professionali. I plugin, si legge, “riflettono un’era precedente dello sviluppo web” e “il loro utilizzo è naturalmente diminuito mentre il panorama digitale si è evoluto”.

    Dal punto di vista tecnico, non ci saranno problemi. I plugin diventeranno semplicemente elementi invisibili (0x0 pixel si dice in gergo), senza causare errori o arrecare problemi ai siti.

    Non serve alcuna azione da parte dei webmaster. I bottoncini scompariranno in silenzio, lasciando al massimo qualche riga di codice inutile da ripulire per chi vorrà e saprà farlo.

    Ma la vera domanda è un’altra. Perché questo utilizzo è “naturalmente diminuito”? La risposta ci porta dritti al cambiamento a cui accennavo prima, che ha investito le piattaforme digitali negli ultimi anni.

    Oggi il web che non esce più dalle piattaforme

    La verità è che il modello delle piattaforme è cambiato radicalmente. Oggi gli utenti sono sempre più portati a non uscire più dalle piattaforme per andare sui siti web.

    I contenuti si consumano direttamente dentro Facebook, Instagram, X, TikTok. Le piattaforme hanno costruito spazi enormi, ma chiusi. Dove tutto accade all’interno: video, articoli, conversazioni, acquisti.

    Enormi perché ognuno di essi raccoglie un numero di utenti tale che potrebbe competere con la popolazione dei paesi più grande del pianeta. Suona come una contraddizione parlare delle piattaforme come “spazi chiusi”, ma è la realtà di oggi.

    Il web “aperto”, quello degli anni 2010, dove i social media fungevano da ponte tra piattaforme e siti esterni, ha ceduto il passo a un modello in cui le piattaforme vogliono trattenere le persone dentro il proprio ecosistema.

    Ogni clic verso l’esterno è un’opportunità persa. Ossia, meno tempo sulla piattaforma, meno dati raccolti, meno pubblicità visualizzata.

    Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di una strategia precisa. Meta, come le altre big tech, ha compreso che il vero valore sta nel catturare e trattenere l’attenzione. E l’attenzione non si trattiene abilitando l’uscita verso altri siti, ma costruendo un ambiente dove tutto ciò di cui hai bisogno è già disponibile.

    Ecco chi ci perde

    E quando quei tasti “Mi piace” e “Commenti” hanno smesso di funzionare realmente come generatori di traffico? Difficile dirlo con precisione, ma il declino è stato progressivo.

    Gli algoritmi di Facebook hanno via via ridotto la visibilità dei contenuti esterni nel news feed. Le condivisioni organiche sono diventate sempre meno efficaci. I publisher hanno iniziato a notare che quei bottoncini blu generavano sempre meno clic, sempre meno engagement.

    Eppure, per molti siti, soprattutto quelli di informazione e news che negli anni hanno costruito parte della loro strategia su Facebook, questa dismissione è comunque un campanello d’allarme. Anzi, forse più di un campanello d’allarme.

    Non tanto per il traffico che effettivamente generano oggi questi plugin (probabilmente marginale), ma per ciò che rappresentano. Quindi la fine definitiva di un’era in cui i social media erano alleati dei publisher nel distribuire contenuti.

    Il calo del traffico da Facebook

    Secondo le analisi di Chartbeat e Similarweb nel maggio 2024, il traffico referral da Facebook verso siti di news e media è crollato del 50% in soli 12 mesi (da marzo 2023 a marzo 2024).

    In sei anni, dal marzo 2018 al marzo 2024, il declino è stato del 58%, passando da 1,3 miliardi a 561 milioni di referral mensili. Come percentuale del traffico totale, Facebook è passato dal rappresentare il 30% nel 2018 al 7% nel 2024, per poi scendere ulteriormente al 4% nel novembre 2024 secondo dati Chartbeat riportati da Digiday.

    Le piattaforme preferiscono che gli utenti leggano gli articoli direttamente all’interno dell’app, attraverso formati proprietari come Instant Articles o semplicemente attraverso anteprime sempre più ricche.

    calo traffico referral Facebook
    Calo traffico referral Facebook

    Il contesto più ampio, la “tiktokizzazione” del web

    L’abbandono dei pulsanti Facebook si inserisce in un fenomeno più ampio che potremmo chiamare la “tiktokizzazione” del web. TikTok ha dimostrato che è possibile costruire una piattaforma di successo dove gli utenti passano ore senza mai uscire dall’app, consumando un flusso infinito di contenuti verticali.

    Instagram ha abbracciato questa visione con i Reels. YouTube con gli Shorts. Anche X (ex Twitter) sta spingendo sempre più verso contenuti video nativi. L’obiettivo è lo stesso: massimizzare il tempo trascorso all’interno della piattaforma.

    E quasi tutte le piattaforme stanno via via demotivando il clic verso link esterni, prediligendo contenuti senza link.

    In questo scenario, i plugin che facilitano l’uscita verso siti esterni diventano non solo inutili, ma addirittura controproducenti rispetto alla strategia di business. Meta sta semplicemente prendendo atto di una realtà che era già evidente da tempo.

    Cosa rimane e cosa cambia

    Non tutti i plugin sociali di Facebook stanno scomparendo. Il pulsante “Condividi”, quello con la “F” blu che si vede in fondo a molti articoli, continuerà a funzionare. Condividere un link su Facebook è un’azione che avviene dentro la piattaforma e genera engagement al suo interno. Il “Mi piace” esterno e i commenti esterni, invece, creavano interazioni che vivevano in parte fuori dal controllo di Meta.

    Per i publisher e i proprietari di siti, specie quelli che avevano costruito tutta la strategia di distribuzione su Facebook si fa dura. Non è più tempo di aspettarsi che le piattaforme social portino traffico come succedeva un tempo.

    Il modello è cambiato. Se si vuole raggiungere il pubblico dove si trova, bisogna ripensare l’intera strategia e cercare di essere presenti sulle piattaforme in maniera diversa.

    Le piattaforme digitali sempre più chiuse

    La fine dei “Mi piace” e “Commenti” di Facebook non è un evento isolato, ma il sintomo di una trasformazione strutturale del web. Stiamo passando da un modello distribuito e interconnesso a uno fatto di ecosistemi chiusi e verticalmente integrati.

    Le piattaforme non ambiscono più a essere ponti verso altri siti, ma scelgono di diventare destinazioni finali.

    Questa evoluzione pone domande importanti. Un web frammentato in spazi chiusi, sebbene enormi, è davvero nell’interesse degli utenti? La concentrazione del potere nelle mani di poche piattaforme che controllano l’accesso all’informazione è sostenibile a lungo termine? E i publisher, come possono sopravvivere in un ecosistema dove il traffico organico dai social è sempre più ridotto?

    Non ci sono risposte semplici. Ma è certo che quando quei bottoncini blu scompariranno il 10 febbraio 2026, con loro se ne andrà definitivamente un pezzo della storia del web.

    Un web che, per qualche anno, aveva creduto possibile essere allo stesso tempo sociale, aperto e interconnesso. Prima che le logiche di business e il controllo dell’attenzione prendessero il sopravvento.


    [L’immagine di copertina è stata realizzata utilizzando il modello di IA generativa DALL-E 3]

  • Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    Instagram supera Facebook in Italia e in UE: cresce dieci volte più velocemente. I dati del Digital Services Act mostrano un cambiamento profondo nel panorama dei social media.

    Per anni Facebook è stato considerato il centro della vita digitale, la piattaforma madre dei social media. Oggi però i dati, pubblicati di recente, ci raccontano un’altra storia.

    Instagram cresce molto più di Facebook, addirittura dieci volte di più nei Paesi UE. Un dato rilevante, che segna una svolta nel panorama dei social media in UE.

    I dati sulla Trasparenza delle piattaforme Meta

    Le informazioni arrivano dai report semestrali che le piattaforme sono obbligate a pubblicare in base al Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo che impone trasparenza su utenti attivi e moderazione.

    Tra gennaio e giugno 2025, Facebook ha totalizzato 263,6 milioni di utenti attivi mensili nell’UE, mentre Instagram ha raggiunto 281,8 milioni.

    Ma il dato più rilevante riguarda il ritmo di crescita: Facebook è cresciuto appena dello 0,65%, mentre Instagram ha registrato un +6,17%, dieci volte tanto.

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia
    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    L’Italia al terzo posto in UE per crescita

    In Italia il sorpasso è evidente. Facebook conta 36,5 milioni di utenti attivi mensili, mentre Instagram raggiunge 41,7 milioni. La differenza è di oltre 5 milioni di persone, pari a un +14,2% rispetto a Facebook.

    Un dato che conferma come Instagram sia diventato oggi il punto di riferimento per milioni di utenti italiani, non più solo la piattaforma dei giovanissimi. Nel tempo, Instagram è diventato per molti uno spazio dove ci si informa, si interagisce con brand, creator e aziende.

    Germania e Spagna: il divario più ampio

    La crescita di Instagram è ancora più impressionante in Germania e Spagna:

    • in Germania, Instagram conta 47,2 milioni di utenti, contro i 32,9 milioni di Facebook; una differenza di 14,3 milioni, pari a un +43,4%.

    • in Spagna, Facebook registra 27,1 milioni di utenti, mentre Instagram arriva a 37,5 milioni; un sorpasso di 10,4 milioni, pari al +38,3%.

    • in Francia, invece, i numeri sono più vicini; Facebook 42,9 milioni, Instagram 43,7 milioni.

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia
    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia – La tabella

    Perché Instagram suoera Facebook

    Instagram è riuscito a evolvere.

    Negli anni ha assorbito formati da altre piattaforme, dalle Stories “copiate” da Snapchat ai Reels “presi in prestito” da TikTok. Fino a diventare un ecosistema capace di adattarsi a diverse modalità di consumo dei contenuti.

    Facebook, invece, è rimasto legato a un modello di interazione testuale e a un’immagine percepita come meno attuale. Non ha saputo attrarre le nuove generazioni, e oggi paga una crescita ferma e un pubblico che invecchia.

    In pratica, mentre su Instagram il cambio generazionale c’è stato e si vede, su Facebook non è mai avvenuto.

    La centralità del video breve su Instagram

    Il motore principale della crescita di Instagram è il video breve.

    I Reels, oggi estesi fino a tre minuti, rappresentano il cuore dell’esperienza e trattengono l’attenzione degli utenti. È su questo terreno che Instagram sfida direttamente TikTok, che in UE continua a crescere.

    Tra l’altro, i dati sulla Trasparenza di TikTok in seno al DSA certificano che la piattaforma ha raggiunto 200 milioni di utenti attivi mensili, in aumento rispetto ai 170 milioni precedenti.

    La competizione è aperta, ma Instagram ha consolidato la sua posizione, diventando la piattaforma centrale nell’ecosistema Meta.

    Una svolta generazionale

    Possiamo quindi dire che va delineandosi un panorama molto chiaro. E Facebook non è più il punto di riferimento in UE.

    Instagram ha preso il suo posto, diventando lo spazio privilegiato non solo per intrattenimento e relazioni con creator e brand, ma anche per informarsi e costruire il proprio racconto digitale.

    È una svolta generazionale che ridefinisce le dinamiche della comunicazione online. Un sorpasso che non è solo nei numeri, ma nel linguaggio, nei formati e nella cultura digitale quotidiana degli utenti europei.

    Ascolta e guarda il video qui:

  • Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    Community Notes fa il suo debutto sulle piattaforme Meta, per ora solo in fase di test negli Usa. Il modello è analogo a quello adottato sulla piattaforma X. Esempio di partecipazione collettiva che potrebbe comportare molti rischi.

    Community Notes ha fatto il suo debutto negli Usa proprio ieri, 18 marzo 2025.

    Come ricorderete, circa un mese fa Meta aveva annunciato il lancio di questo nuovo programma che sostituisce il fact-checking tradizionale, tramite un post su Threads.

    Ora ci siamo. La fase di test è iniziata, per ora solo negli Stati Uniti. Segna un cambio di rotta nella gestione dei contenuti sulle piattaforme di Mark Zuckerberg. Ispirandosi esplicitamente a quanto già vediamo su X.

    Meta lo ha comunicato in modo chiaro: da ieri, un gruppo selezionato di utenti americani può usare le Community Notes su Facebook, Instagram e Threads.

    L’idea alla base delle Community Notes

    L’idea è semplice: consentire agli utenti di aggiungere note a post con informazioni fuorvianti o incomplete, sul modello di X. Queste note diventano visibili a tutti solo se ricevono abbastanza valutazioni positive dalla comunità.

    Si tratta, insomma, di una sorta di sistema di crowdsourcing che prende il posto del fact-checking di terze parti. Un passaggio che Zuckerberg aveva anticipato all’inizio dell’anno.

    Le Community Notes di Meta, come quelle di X, sono uno strumento collaborativo. Gli utenti possono segnalare un post e aggiungere una nota con correzioni o informazioni aggiuntive, supportate da fonti verificabili.

    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa
    Community Notes di Meta, al via il test negli Usa

    La fase di test per ora negli Usa

    Durante la fase di test, Meta monitorerà la creazione e la valutazione di queste note per capire se riescono a contrastare la disinformazione. Il sistema parte in modo graduale ma coinvolge tutte e tre le piattaforme principali: Facebook, Instagram e Threads.

    Negli Usa, il programma di fact-checking tradizionale sarà abbandonato del tutto, una scelta non priva di rischi.

    Community Notes di Meta, non ancora in Italia

    Per ora, in Italia, le Community Notes non arriveranno. L’avvio dei test negli Usa lascia pensare che i tempi per un’estensione in Europa potrebbero non essere troppo lontani.

    Questo approccio ha un lato positivo che mira ad affidare il controllo agli utenti, rendendo le piattaforme più aperta e partecipativa. Ma c’è un rovescio della medaglia, legato alle competenze e alla preparazione di chi valuta.

    Non serve una conoscenza specifica per intervenire; basta partecipare a un sistema di valutazione collettiva per verificare i contenuti segnalati. E qui si apre un tema cruciale.

    Il confronto con Community Notes di X

    Rispetto a X, che conta circa 580 milioni di utenti registrati su un’unica piattaforma, Meta gestisce tre realtà ben più grandi: Facebook con oltre 3 miliardi di utenti e Instagram con oltre 2 miliardi, per non parlare di Threads.

    Piattaforme di questa scala, se controllate dagli utenti, rischiano di ritrovarsi con valutazioni imprecise sui contenuti. E le conseguenze sono evidenti a tutti.

    Su X, le Community Notes in alcuni casi riescono a trovare un punto di equilibrio – persino Elon Musk ha dovuto cancellare contenuti oggettivamente falsi dopo le segnalazioni. Ma molti sono i casi di valutazioni molto discutibili.

    Rischio di diffondere informazioni poco affidabili

    In molti casi, dimostrato da alcune ricerche recenti, le Community Notes su X hanno avuto un approccio limitato verso la disinformazione, concentrandosi solo sulla falsità oggettiva e trascurando il contesto storico, sociale, culturale, economico e politico che spesso accompagna le narrazioni malevoli.

    Su Meta, con numeri così alti, questo fenomeno potrebbe amplificarsi. Il rischio è che informazioni vere vengano messe in discussione da gruppi di utenti con opinioni diverse o che si affidino a fonti errate, deviando il giudizio finale su un contenuto.

    Uno degli aspetti critici, che vengono mossi anche nei confronti delle Community Notes di X, è che spesso queste valutazioni arrivano quando già il post ha raggiunto l’apice della sua visibilità. Di conseguenza, le valutazioni degli utenti potrebbero risultare davvero poco efficaci.

    Community Notes di X e le sue contraddizioni

    Inoltre, va aggiunto che spesso le note che vengono apposte su X fanno riferimento, come base di informazione oggettiva, ai siti di informazione costantemente attaccati da Musk. Questo è vero a tal punto che lo stesso Musk nei giorni scorsi si è lanciato a dire che presto “tutto questo verrà sistemato”. Ennesimo esempio di “algoritmo del proprietario”.

    Per tutto questo che abbiamo visto finora, il sistema va monitorato con attenzione.

    Non sappiamo ancora quanto durerà il test negli Usa né quando arriverà in Europa o in altri paesi. Quel che è certo è che si tratta di un momento importante, soprattutto nel contesto attuale.

    Serve osservare come evolverà, perché se da un lato punta a ridurre la disinformazione, dall’altro potrebbe generare nuove sfide.

    Qui in basso trovate il mio video podcast – lo trovate su YouTube – dove approfondisco questi aspetti.

     

  • Meta, in UE arrivano Facebook e Instagram anche a pagamento

    Meta, in UE arrivano Facebook e Instagram anche a pagamento

    Meta introduce la versione a pagamento per Facebook e Instagram in UE, permettendo una navigazione senza annunci. Questa mossa risponde alle normative UE e potrebbe segnare un cambiamento nel panorama dei social media.

    Alla fine, dopo settimane in cui se ne è discusso, Meta lancia in UE una versione di Facebook e Instagram a pagamento. Questa formula è un modo per osservare le regole UE e permettere agli utenti di poter usare le piattaforme di Meta senza visualizzare annunci pubblicitari.

    Come abbiamo imparato in questi anni, nell’era digitale, la pubblicità è diventata una costante nella vita degli utenti. Quando scorriamo il feed di Facebook o Instagram, veniamo bombardati da annunci mirati, basati sulle nostre preferenze e comportamenti online. Spesso si è superato il limite, al punto da richiedere un intervento dell’UE. Con l’intento di salvaguardare gli utenti.

    Ma come si è giunti a questa decisione? Vediamo insieme le motivazioni, i costi, le implicazioni che questa mossa di Meta può comportare. Per gli inserzionisti e per i social media in generale.

    meta facebook instagram UE pagamento franzrusso

    Dalle prime voci alla conferma ufficiale. I costi

    Le prime voci di un possibile cambiamento nelle politiche di monetizzazione di Meta sono di qualche settimana fa. Gli esperti avevano già previsto che con GDPR e Digital Markets Act, sarebbe stato solo questione di tempo prima che Meta prendesse una decisione in merito. E oggi, con l’annuncio ufficiale di Meta, quelle previsioni sono diventate realtà.

    L’abbonamento senza pubblicità sarà disponibile solo per gli utenti di età pari o superiore a 18 anni in UE, EEA e Svizzera. Il costo previsto è di costerà 9,99 €/mese sul web o 12,99 €/mese su iOS e Android.

    Nella prima fase, a partire da novembre, si applicherà su tutti gli account Facebook e Instagram collegati. Anche se Meta alla fine addebiterà un extra per gli account collegati.

    A partire da marzo 2024, ci sarà una commissione aggiuntiva di € 6 da web o € 8 da mobile, iOS e Android, per ogni account collegato.

    L’azienda afferma che finché qualcuno rimane iscritto, i suoi dati non verranno utilizzati per il targeting degli annunci.

    La mossa di Meta: risposta alla UE o strategia di mercato?

    Mentre l’introduzione dell’abbonamento a pagamento può sembrare una risposta diretta alle normative europee, alcuni ritengono che ci sia di più. Con l’aumento della concorrenza nel mondo dei social media e la crescente richiesta di privacy da parte degli utenti, offrire un’opzione senza pubblicità potrebbe essere una mossa strategica per mantenere e aumentare la base di utenti.

    Resta chiaro l’intento di Meta di non abbandonare il modello di business che si poggia sull’advertising. Anzi, questa situazione permette alla società di Zuckerberg di affiancare un nuovo modello, tutto da sperimentare però.

    Le implicazioni per gli inserzionisti Meta

    Con l’introduzione di un’opzione a pagamento, gli inserzionisti potrebbero dover rivedere le loro strategie. Se un numero significativo di utenti dovesse optare per la formula abbonamento a pagamento, senza annunci, questo potrebbe ridurre la portata degli annunci stessi.

    Tuttavia, questa nuova strada potrebbe anche portare a una maggiore qualità degli annunci. Infatti, gli inserzionisti cercheranno di rendere i loro contenuti più pertinenti e coinvolgenti per il pubblico. Potrebbe avere dei risvolti anche per la versione gratuita.

    Il futuro della pubblicità su Facebook e Instagram

    L’abbonamento senza pubblicità, dunque, rappresenta un cambiamento significativo per Meta. Anche se è improbabile che segni la fine della pubblicità su queste piattaforme, come dicevamo prima.

    La pubblicità rimarrà cruciale per Meta e con l’avvento di nuove tecnologie potremmo vedere forse nuove e innovative forme di pubblicità.

    Un passo verso un futuro più personalizzato?

    L’introduzione dell’abbonamento senza pubblicità rappresenta un passo significativo verso un futuro in cui gli utenti hanno maggiore controllo sulla loro esperienza online.

    Resta da vedere come questa mossa influenzerà l’ecosistema dei social media nel suo complesso. Appare chiaro che stiamo entrando in un’era di maggiore personalizzazione e controllo da parte degli utenti.

    Vedremo quante persone saranno davvero disposte a pagare pur di non vedere annunci pubblicitari.

  • Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Secondo quanto riporta il WSJ, confermando i rumors di un mese fa del NYT, Meta sta considerando l’introduzione di abbonamenti a pagamento su Facebook e Instagram per eliminare la pubblicità personalizzata. E si parla di tariffe per desktop e dispositivi mobili.

    Esattamente un mese fa, in New York Times riferiva della possibilità che Meta potesse pensare di introdurre delle forme a pagamento, per Facebook e Instagram, in modo da non vedere più annunci pubblicitari. A distanza di quattro settimane, quello che poteva sembrare uno dei tanti rumor che affollano il mondo tech e delle aziende social media in realtà sembra essere vero.

    A confermarlo è l’altro grande giornale di New York, il Wall Street Journal che con una notizia esclusiva fa sapere che, di fatto, Meta sta pensando seriamente di introdurre forme a pagamento senza pubblicità.

    E si parla anche di tariffe, a conferma che si tratta di qualcosa di più di una semplice voce di corridoio.

    Se fosse così, e non ci sono motivi per non credere che sia così, anche se Meta non ha commentato queste notizie in via ufficiale, ma ha comunque confermato l’intenzione di trovare soluzioni nel rispetto delle normative vigenti, si tratterebbe di un passaggio storico per l’azienda di Mark Zuckerberg.

    Meta esplora opzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Meta pronta ad adottare soluzioni a pagamento per Facebook e Instagram

    Per essere più chiari, Meta è pronta ad adottare soluzioni a pagamento per le piattaforme social media di sua proprietà per ovviare alla limitazione di visualizzazione degli annunci pubblicitari personalizzati, senza il previo consenso degli utenti, come previsto dalle regole UE.

    In questa ottica, riporta sempre il WSJ, funzionari di Meta nel mese di settembre hanno tenuto diverse riunioni con i regolatori della privacy a Dublino e con i funzionari europei della concorrenza digitale. Il piano è stato condiviso anche con altri regolatori della privacy dell’UE che non hanno fatto mancare il loro contributo.

    Si parla quindi di fatti concreti.

    Meta ha comunicato ai regolatori, con cui ha avuto gli incontri, che spera di implementare il piano, che si chiama SNA (subscription no ads), abbonamento senza annunci – nei prossimi mesi per gli utenti europei.

    Questa formula, come dicevamo prima, darebbe agli utenti la possibilità di scegliere se continuare ad accedere a Instagram e Facebook gratuitamente con annunci personalizzati o pagare per avere la versione senza annunci.

    Da quello che si sa, per come lo riporta sempre il WSJ, il piano comunicato da Meta ai regolatori prevede di addebitare agli utenti circa 10 euro al mese su desktop per un account Facebook o Instagram, e circa € 6 per ogni account aggiuntivo collegato.

    Sui dispositivi mobili il prezzo salirebbe a circa 13 euro al mese, perché Meta terrebbe conto delle commissioni addebitate dagli app store di Apple e Google sui pagamenti in-app.

    Al momento non è chiaro però se questo sarà il piano definitivo oppure se la Commissione UE riterrà di intervenire sui costi. Un tema è proprio quello di non rendere l’accesso alla piattaforma troppo costoso.

    Meta con gli abbonamenti abbandona il suo modello di business

    E, per spiegare meglio il perché questo passaggio prefigura comunque una tappa storica per Meta, l’azienda di Zuckerberg per la prima volta di discosta da quello che è sempre stato il suo modello di business, abbracciando la formula a pagamento.

    La formula che ha sempre adottato Meta è quella della piattaforma accessibile da tutti gli utenti, sorretta dalla pubblicità. Con questo piano, Meta cambia il suo modello, adottando la formula degli abbonamenti a pagamento che potrebbero incidere in maniera significativa sui ricavi totali.

    In attesa di capire come evolverà il piano degli abbonamenti a pagamento di Meta, c’è da dire che comunque l’azienda di Zuckerberg già a inizio di questo anno ha dato il via ad una formula molto simile che è quella legata all’ottenimento alla spunta blu, con tariffe molto vicine a quelle citate in questo articolo.

    In ogni caso, questo di Meta va registrato come un nuovo passo dei social media verso formule a pagamento, già adottate da Snapchat e da X. Anzi, per quanto riguarda la piattaforma di Elon Musk, l’idea sarebbe quella di renderla a pagamento per tutti.

    Finisce quindi l’era delle piattaforme gratuite, ricorderete la frase “Se il prodotto è gratis, allora il prodotto sei tu” che diventerà sempre meno attuale. La frase, nel tempo attribuita a diverse persone, trova origine nel blog di Andre Lewis che scrisse così, nel 2012: “Se non lo stai pagando non sei il cliente, sei il prodotto venduto“.

  • Trasferimento dati UE-USA: multa record da 1,2 mld di euro a Meta

    Trasferimento dati UE-USA: multa record da 1,2 mld di euro a Meta

    Meta è stata multata per 1,2 mld dall’UE, si tratta di una multa senza precedenti. Il provvedimento comporta lo stop al trasferimento dei dati degli utenti da Europa agli USA. In attesa dell’accordo definitivo tra Washington e Bruxelles.

    Si tratta di una multa senza precedenti nel suo genere ed è destinata a far discutere perché riguarda Meta, in particolare Facebook, e il tema del trasferimento dei dati degli utenti dall’Europa agli Usa. Tema che prima o poi dovrà essere affrontato in maniera definitiva.

    Secondo quanto riportato inizialmente da Bloomberg, Politico e Wall Street Journal, Meta, la società madre di Menlo Park che è a capo di Facebook, Instagram, WhatsApp, Oculus, è stata multata di 1,2 miliardi di euro (1,3 miliardi di dollari) dal Garante europeo della protezione dei Dati.

    Il Garante europeo ha ordinato a Meta di interrompere il trasferimento verso gli Stati Uniti dei dati di Facebook riguardanti i cittadini dell’UE. L’ente per la protezione dei dati europeo ritiene che questi trasferimenti di dati espongano i cittadini dell’Unione Europea a violazioni della privacy. Il caso fa riferimento ad una denuncia che risale al 2013 e alle rivelazioni dell’informatore Edward Snowden (ricorderete certamente lo scandalo della NSA) sui programmi di sorveglianza di massa operati dagli Stati Uniti.

    meta multa trasferimento dati usa ue franzrusso.it

    La sentenza è stata emessa dalla Commissione irlandese per la protezione dei dati (DPC), specificando che l’attuale quadro giuridico per il trasferimento dei dati verso gli Usa “non affronta i rischi per i diritti e le libertà fondamentali” degli utenti europei di Facebook.

    Come dicevamo all’inizio, si tratta della multa più alta mai comminata prima nel suo genere. Infatti, supera il precedente record europeo di 746 milioni di euro inflitto ad Amazon nel 2021 per analoghe violazioni della privacy.

    Ora, come tutti sappiamo, la faccenda è molto delicata e vede coinvolti Europa e Usa ormai da anni. Sappiamo anche che il trasferimento dei dati negli Stati Uniti è basilare per tutte le operazioni di targeting pubblicitario messe in atto da Meta, che si basano sull’elaborazione dei dati personali dei propri utenti.

    L’anno scorso, Meta dichiarò che avrebbe preso in considerazione la chiusura di Facebook e Instagram nell’UE se non fosse stato possibile inviare dati negli Stati Uniti. Si trattò di una sorta di avvertimento che in Europa venne percepita come una minaccia.

    Ora per cercare di comprendere meglio cosa significa questa multa e qual è il tema in ballo, è utile fare qualche passo indietro.

    In precedenza, questi trasferimenti di dati erano protetti da un patto transatlantico noto come Privacy Shield. Quadro normativo che è stato dichiarato non valido nel 2020, dopo che la Corte suprema dell’UE ha stabilito che non proteggeva i dati dal rischio di essere utilizzati dai programmi di sorveglianza degli Stati Uniti. La sentenza è stata emessa in risposta a un reclamo dell’avvocato austriaco Max Schrems, la cui battaglia legale contro Facebook risale al 2013 e alle prime rivelazioni di Snowden sulla sorveglianza statunitense.

    Ne scrissi su Fanpage, trovate l’articolo qui.

    Nonostante la sentenza ordini a Meta di interrompere il trasferimento dei dati, ci sono alcune situazioni che rischiano di creare un contesto a doppia velocità..

    Per prima cosa, la sentenza si applica solo ai dati di Facebook, non riguarda le società Meta come Instagram e WhatsApp. E ancora, è previsto un periodo di tolleranza di cinque mesi prima che Meta debba interrompere i trasferimenti futuri, periodo di tolleranza che scade il 22 ottobre. Inoltre, l’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno attualmente negoziando un nuovo accordo per il trasferimento dei dati che potrebbe entrare in vigore già quest’estate e arrivare a ottobre.

    Dato che la situazione è ancora in divenire, e che un eventuale accordo cambierebbe radicalmente l’intero scenario, al di là della mega multa da oltre 1 miliardo di euro, c’è da dire che comunque la situazione resta ancora sospesa. E l’entità stessa della multa non cambierà molto.

  • Meta, ecco l′interfaccia unica per Facebook e Instagram

    Meta, ecco l′interfaccia unica per Facebook e Instagram

    Nel tentativo di rendere l’esperienza sempre più connessa, Meta sta lanciando un test per rendere unica l’interfaccia di accesso per Facebook e Instagram. Potrebbe essere anche un modo per difendersi dai tentativi di spacchettare le attività di Menlo Park negli Usa.

    Meta, la casa madre delle app di Menlo Park, ha pubblicato un articolo in cui annuncia l’avvio di un test che ha come obiettivo quello di creare una interfaccia unica per accedere a Facebook e ad Instagram. Si tratta di testare una serie di funzionalità che dovrebbero offrire all’utente la possibilità di poter “switchare” velocemente da un account ad un altro. Ovviamente gli account dell’utente devono essere collegati attraverso la gestione dell’account in quello che viene chiamato “Account Center”.

    Così accedendo ad un’app sarà più facile passare all’altra semplicemente con un gesto.

    Meta sostiene che questo dovrebbe semplificare le cose per tutti coloro che passano continuamente da un account all’altro sulle due app o per chi ha molti profili Instagram dividendosi tra vita personale e attività commerciale/professionale. Basterà quindi cliccare sull’icona a sinistra del menù in basso per visualizzare gli account collegati e accedervi con un semplice clic.

    facebook instagram interfaccia unica

    L’intenzione è quindi quella di fare in modo che le due esperienze siano sempre più collegate, agevolando anche la procedura per creare nuovi account. La nuova interfaccia, per ora in fase di test come dicevamo, è disponibile a livello globale su iOS e Android.

    Perché Meta pensa ad una interfaccia unica per le sue app principali (l’idea è quella poi di permettere lo switch semplificato tra tutte le app)?

    La risposta più semplice sarebbe quella di fare in modo che le app della stessa casa madre siano sempre più connesse tra loro, la possibilità di avere una unica interfaccia di accesso è un passo importante verso una completa interoperabilità.

    Questo permettere a Meta di difendersi da un tentativo di dividere le proprie attività come da tempo è richiesto negli Usa, per evitare che il monopolio continui a crescere. Rendere sempre più interconnesse tutte le app renderà più complicate le eventuali operazioni di separazione.

    Un’altra spiegazione da ricercare nel tentativo di aumentare l’engagement sulle piattaforme. Come sappiamo oggi l’esperienza degli utenti è molto frastagliata, si trascorre meno tempo su più piattaforme e qui ritorna sempre il tema TikTok. In questo modo Meta spera di aumentare i livelli di coinvolgimento facendo passare gli accesi da un unico cruscotto, restando sempre all’interno della stessa esperienza. In questo modo potrebbe augurarsi numeri positivi.

    Ovviamente sono tutte cose da dimostrare. Certamente, Meta prova a cerare una unica interfaccia sempre più riconoscibile come Meta, appunto, che offre acceso immediato a diversi strumenti.

    E voi che ne pensate?

  • Facebook rincorre TikTok e propone un nuovo design del feed

    Facebook rincorre TikTok e propone un nuovo design del feed

    Facebook abbandona il newsfeed e propone un nuovo design del feed: Home e Feeds. Rincorre TikTok, da una parte, e accentra l’attenzione su cosa vogliono gli utenti.

    Facebook è una piattaforma che ormai, raggiunta la maggiore età, deve decidere cosa fare: se abbandonarsi a sè stessa o se provare a stare ancora al passo, guardando a cosa fanno gli altri. L’abbiamo sintetizzata così, ma nei fatti la principale app di Meta, con l’annuncio di oggi, sta agendo proprio in questo modo, optando, ovviamente, per la seconda ipotesi. E quindi, guardando cosa fanno gli altri, quelli più bravi al momento, e provando a migliorare e aggiornare la propria piattaforma.

    Nulla da eccepire da questo punto di vista e, come ci racconta la breve storia dei social media, non si tratta nulla di nuovo. Tra l’altro, sempre guardando un po’ indietro nel tempo di queste piattaforme lanciate a mille (già guardare indietro sembra una contraddizione in un contesto come questo) era già successa una cosa simile, proprio in casa Meta (quando allora si chiamava Facebook) con Instagram che ad un certo punto per provare ad essere più competitiva fu “costretta” a guardare a Snapchat e provare a fare di meglio. A distanza di sei anni quella strategia è risultata vincente.

    Perdonate questo allungo e torniamo all’annuncio di oggi.

    Come cambia il feed di Facebook: Home e Feeds

    Oggi, 21 luglio 2022, Meta nella persona del suo CEO Mark Zuckerberg, sempre più uomo degli annunci ha fatto sapere che il feed di Facebook verrà rivisto e “splittato”, come si dice in gergo.

    In pratica, quello che è il feed principale verrà denominato “Home” che resterà il luogo dove scorrono i contenuti dei “creator”. Infatti, è qui che verranno mostrati i post provenienti da creator e sempre da qui sarà più facile accedere ai Reels, il servizio di video brevi di Facebook, e alle Stories.

    Quindi vedremo questa sezione principale con contenuti “suggeriti” provenienti, appunto, da creator dove la visualizzazione degli stessi sarà per lo più in verticale. Molti riscontreranno una grande similitudine con quanto avviene già su Instagram che da poco ha introdotto il feed in senso cronologico.

    L’altra sezione si chiama Feeds si tratta di una sezione, in senso cronologico, in cui gli utenti troveranno i contenuti condivisi da amici, parenti e gruppi. In pratica è una sezione che può essere “filtrata” tenendo conto di queste variabili.

    L’app continuerà ad aprirsi con un feed personalizzato nella scheda Home, dove il nostro motore di scoperta consiglierà i contenuti che riteniamo più interessanti per voi“, ha dichiarato Mark Zuckerberg nel suo post. “Ma la scheda Feed vi darà la possibilità di personalizzare e controllare ulteriormente la vostra esperienza“.

    facebook home feed design

    Ora, di fronte a questo “rinnovamento” c’è da fare alcune veloci considerazioni che dimostrano quanto Facebook stia cambiando e come la strategia da adesso in poi muterà completamente.

    Perché Facebook cambia il feed e va verso TikTok

    Facebook rincorre TikTok seguendo quanto sostenuto da Zuckerberg nei mesi scorsi, ossia l’intenzione di investire sempre di più nei Reels nei prossimi anni. E questo ormai è sotto gli occhi di tutti. Così come è evidente la concorrenza serrata di TikTok verso Meta in generale. Facebook vuole provare ad agganciare l’attenzione dei giovani. E non è detto che ci riesca, essendo ormai Facebook percepito dai giovani come piattaforma “vecchia”.

    Altra considerazione da fare. Facebook procede con questa modifica per “dare maggiore controllo agli utenti“. Negli Usa si sta discutendo molto sul fatto che continuare a proporre una sola modalità di feed gestita da un algoritmo ponga al centro la privacy. Discorso un po’ lungo da fare adesso, ma Facebook è costretta ad uniformarsi. Ed ecco spiegata la separazione del feed.

    Inoltre, questo nuovo design è di enorme importanza per Facebook che imposta una nuova strategia.

    Se prima l’algoritmo gestiva i contenuti in base al tempo trascorso e poi, dal 2018, sulla base del coinvolgimento, alimentandolo, adesso viene messo al centro in maniera più concreta ciò che gli utenti desiderano.

    Questo permetterà a Facebook di provare ad incentivare l’advertising su questo parametro, avendo ormai cambiato la strategia che, tra l’altro, non si basa più sulle notizie. Notate che il nuovo feed non si chiama più “newsfeed”. E questo è molto indicativo.

    Facebook quindi prova a cambiare e cercare di far valere la sua esperienza da fratello maggiore rispetto alle piattaforme più giovani che stanno navigando in mezzo ad un coinvolgimento sempre più crescente. Vedremo se, come già successo in passato, saprà farsi valere o se sarà costretto a soccombere perché ormai “vecchio”.

  • Se Facebook e Instagram scomparissero, una riflessione

    Se Facebook e Instagram scomparissero, una riflessione

    Ma davvero Facebook e Instagram rischiano di non funzionare più in Europa? Uno scenario, possibile quanto improbabile, che induce a fare una riflessione e a cambiare il nostro approccio verso i social media.

    Meta potrebbe chiudere le due piattaforme principali, come sono appunto Facebook e Instagram, in Europa. Una notizia che sta facendo il giro del mondo. Ma davvero potrebbe accadere una cosa del genere? Cerchiamo di capire perché potrebbe avverarsi questo scenario.

    Intanto partiamo da un punto fermo che è rappresentato dalla gestione dei dati degli utenti. Come sapete, con l’Europa da tempo esiste un contenzioso con le grandi aziende tech, che gestiscono app e piattaforme social media con centinaia di milioni di utenti, riguardo alla gestione dei dati al di fuori della SEE (Spazio Economico Europeo: Unione Europea incluse Norvegia, Liechtenstein e Islanda).

    Facebook e Instagram potrebbero non funzionare in Europa, lo scenario

    Il contenzioso, per cercare di essere sintetici ed esaustivi, nasce dal fatto che l’UE, prevede che il trattamento dei dati dei cittadini europei, al di fuori dell’Europa con diversa collocazione geografica, avvenga in due casi: nel caso lo richiedano gli stati esteri e nel caso lo richiedano le organizzazioni internazionali, come l’ONU e altre.

    Se Facebook e Instagram scomparissero, una riflessione

    Questo perché, mentre la circolazione dei dati dei cittadini europei è libera all’interno della SEE, è vietato che questo trattamento avvenga al di fuori.

    Però, nel caso del trattamento dei dati in paesi diversi dall’UE, il regolamento europeo richiede che il trattamento mantenga il principio dell’adeguatezza. Vale a dire, che le aziende che volessero trattare i dati di cittadini europei in server localizzati negli Usa, tanto per restare nella situazione di specie, devono osservare le regole europee previste dal famoso GDPR.

    Questo per avere un quadro chiaro della situazione sotto il profilo delle regole europee e per inquadrare meglio il tema.

    L’impossibilità di garantire alcuni servizi

    Ora, succede che nei documenti che Meta ha depositato presso la SEC (ricordiamo, l’ente americano equiparabile alla nostra Consob) ha delineato uno scenario in cui potrebbe accadere che, per via delle regole che vigono in Europa, l’impossibilità di garantire alcuni servizi (per i motivi che abbiamo visto sopra) come appunto Facebook e Instagram.

    I documenti sono quelli rivolti ai propri investitori e, come sempre accade in casi come questi, l’azienda prefigura anche gli scenari più nefasti, proprio per “avvisare” gli investitori che questo scenario, per quanto improbabile, potrebbe comunque verificarsi. Si tratta di una sorta: “non dite poi che non ve l’avevo detto!“. Ecco, proprio così.

    Come detto, lo scenario che Meta possa sospendere, o addirittura chiudere, Facebook e Instagram in Europa, rinunciando a oltre 300 milioni di utenti, è ipotesi assai remota, improbabile, impensabile. Eppure, se non viene trovato un accordo, cosa che invece avverrà, lo scenario potrebbe essere questo.

    Ma se, come abbiamo visto, questa ipotesi che Facebook e Instagram non dovessero più funzionare in Europa è probabile, quanto remota, non sarebbe invece il caso di porsi qualche domanda?

    È il momento di cambiare il nostro approccio verso i social media

    Non sarebbe il caso di cominciare a delineare uno scenario post-Facebook?

    Nel senso che, forse è meglio che cominciamo a rendere la nostra persona, i nostri profili, la nostra immagine meno dipendente dalle piattaforme social, meno dipendente dagli algoritmi, e cominciassimo a considerare la conversazione per come è.

    Insomma, fino ad ora, e la pandemia lo ha accentuato in un certo senso, abbiamo dedicato completamente le nostre esistenze a questi strumenti. Ben inteso, sono sempre validi e preziosi, ma come strumenti vanno utilizzati e non come esclusivi contenitori delle nostre esistenze.

    Anche perché, se continuassimo con questo approccio esclusivo, rischieremmo di restare senza la nostra esistenza digitale nel momento in cui queste piattaforme non dovessero più funzionare.

    Deve cambiare l’approccio

    Allora, l’approccio deve cambiare, e la pandemia, ancora una volta, ce lo ha dimostrato. Dobbiamo usare questi strumenti per comunicare con altre persone, mettendo in risalto la conversazione umana, quella che non dipende da algoritmi, ma solo dalla volontà di confrontarsi. Perché se un giorno tutto questo non dovesse più esistere, almeno siamo sicuri di aver creato una Relazione che può svilupparsi anche al di fuori di queste piattaforme. Saremmo sicuri che le nostre esistenza potrebbero continuare anche in altri luoghi, sempre con lo stesso approccio.

    Forse è un concetto ancora troppo astratto, che vale anche per le aziende, ma in qualche modo da questa notizia dobbiamo trarne un insegnamento e una riflessione.

    È arrivato il momento di usare i social media come strumenti di Relazione tra persone, senza lasciarsi guidare dagli algoritmi. Solo così potremmo essere sicuri di quello che abbiamo realizzato e non ci preoccuperemmo più di tanto se queste piattaforme dovessero scomparire, un giorno.

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