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  • Instagram, attivo l’avviso di visualizzazione dei post degli ultimi due giorni

    Instagram, attivo l’avviso di visualizzazione dei post degli ultimi due giorni

    Instagram ha annunciato il rilascio di una funzionalità che dovrebbe aiutare gli utenti a migliorare la gestione del tempo sull’app. La funzionalità non è altro che un avviso che l’utente visualizzerà una volta tutti i post degli ultimi due giorni: “You’re All Caught Up”, “Non hai contenuti da vedere”. Ed è in arrivo i rilascio di un’altra funzionalità, “Non disturbare”, che permetterà di disattivare le notifiche fino a quando si desidera. Sarà valida anche per Facebook.

    Come già ricordavamo nel post in cui vi parlavamo dell’arrivo di una prossima funzione su Facebook che ci ricorderà il tempo trascorso sulla piattaforma, è un momento in cui le aziende che operano nel mondo dei social media stanno riponendo molta attenzione sul tema dell’eccessivo tempo trascorso sulle app e sulle piattaforme social da parte degli utenti. Apple qualche settimane fa ha annunciato una funzione che una funzionalità per la gestione del tempo e, sempre di recente, lo stesso CEO, Tim Cook, ha espresso preoccupazione da questo punto di vista, arrivando ad affermare che “non volevamo che la gente passasse tanto tempo sull’iPhone”. Detto dal leader dell’azienda che ha inventato lo smartphone nel 2007 ha un certo peso.

    instagram tempo app

    In questa ottica si sta muovendo anche Instagram e tra indiscrezioni e rumors, da oggi lancia una funzione che ha come obiettivo quello di limitare il tempo trascorso sull’app, aiutando l’utente ad avvisarlo quando ha visualizzato tutti i contenuti condivisi dalla sua cerchia di utenti negli ultimi due giorni. Se tale funzione può risultare debole nel suo intento, di certo ha lo scopo di accrescere la consapevolezza del tempo trascorso sull’app.

    instagram tempo visti tutti

    La funzionalità si chiama “You’re All Caught Up“, volendo tradurre l’espressione in italiano sarebbe come a dire “ok, sei a posto, li hai visti tutti“. In italiano sarà (o lo è già per qualcuno) “Non hai contenuti da vedere“.

    Instagram vuole quindi aiutare gli utenti ad avere un resoconto rispetto a quello che hanno visto sull’app, senza lasciarla e farsi “assalire” dalla sensazione di essersi perso qualcosa. Proprio quella sensazione che poi tiene incollati gli utenti all’app, trascorrendovi tanto tempo al punto da non accorgersene. Ma questo vale per tutte e app e piattaforme social, non solo per Instagram.

    Vedremo se questo strumento si rivelerà utile, anche in base a quelli che saranno i vostri feedback che, speriamo, vogliate condividere anche con noi. Altrimenti, resta sempre valido il suggerimento del “vecchio saggio” che dice: “Lascia stare per un po’ e chiudi tutto!“.

    Ma non è tutto, perchè nel giorno del lancio ufficiale di “You’re All Caught Up” arriva un altro rumor che riguarda sempre Instagram. E si tratta della funzionalità “Non disturbare“, che dovrebbe trovarsi nel menù Impostazioni>Utente. La funzionalità è stata intercettata da WhatsApp Beta e da Matt Navarra e sarebbe attiva già per un ristretto numero di utenti, si tratta quindi di un test. Con questa funzionalità sarà possibile avere il controllo delle notifiche dell’app. Le si potrà infatti sospendere per un periodo limitato, da 30 minuti fino ad 1 giorno, oppure disattivarle fino a quando si desidera. Tale funzionalità sarà valida anche per Facebook.

  • Facebook lancia la funzione ‘Metti in pausa’ anche per le parole fastidiose

    Facebook lancia la funzione ‘Metti in pausa’ anche per le parole fastidiose

    Facebook, dopo aver lanciato lo scorso dicembre la funzionalità “Snooze” per le persone, dando la possibilità di “metterle in pausa” fino a 30 giorni, da oggi rilascia la possibilità di fare lo stesso anche per le parole. Potremo usare “metti in pausa” per quelle parole contenute in un post che riteniamo essere fastidiose, scegliendo di non silenziare l’autore del post.

    Facebook sta puntando sempre di più ad offrire strumenti che possano dare all’utente la possibilità di migliorare la qualità del suo news feed. Dopo aver rilasciato, lo scorso dicembre, la funzionalità “Snooze” per le persone, ossia la possibilità di “silenziare” utenti che pubblicano contenuti che non ci aggradano fino a 30 giorni (rinnovabili fino a quando si vuole), Facebook adesso rilancia la versione “Snooze” anche per le parole. In questo modo l’utente avrà una opzione in più intervenendo direttamente sulle parole chiavi che possono risultare fastidiose.

    Dopo le funzionalità come “Non seguire più“, “Nascondi post“, “Metti in pausa per 30 giorni“, adesso Facebook offre agli utenti la possibilità di intervenire direttamente sulle parole con la funzionalità che, stando a quello che è stato finora, dovrebbe mantenere in italiano la stessa forma, quindi: “Metti in pausa (parola) per 30 giorni”. Ma come si attiva?

    facebook snooze metti in pausa parole

    Facebook fa sapere che la funzionalità sta cominciando a propagarsi sulla piattaforma partendo da un ristretto gruppo di utenti fino poi ad essere disponibile per tutti nel giro di qualche giorno o di qualche settimana. Attivare la funzionalità, sempre dal menù in alto a destra del contenuto (quello che si apre dai 3 pallini) si selezionerà “Metti in pausa”. A questo punto si potrà mettere in pausa la parola chiave contenuta in quel post. Non si potrà quindi fare una scelta preventiva, ma si potrà silenziare la parola solo una volta attivata la funzionalità dal menù.

    Se ad esempio volete mantenere pulito il vostro news feed da parole che ritenete fastidiose, oppure se “allontanare” troll, oppure ancora se non volete sapere l’evoluzione di un qualsiasi tema, pensiamo all’esito di una partita di calcio, o l’uscita di un film oppure il finale della vostra serie tv preferita, allora sceglierete di mettere in pausa quella parola chiave. Automaticamente il sistema non vi mostrerà più, per 30 giorni, quelle determinate parole, indipendentemente da chi le pubblica.

    facebook snooze metti in pausa parole

    Ad un primo sguardo potrebbe somigliare ad una funzionalità che già esiste su Twitter, ad esempio, quella che permette di inserire parole offensive e violente per non vederle più in modo permanente. In questo caso, infatti, si tratta solo di una sospensione temporanea, della durata di 30 giorni, e quindi l’utente, per mantenere attiva la funzionalità, dovrà ogni volta rinnovarla.

    E’ un altro modo per mantenere il proprio news feed più pulito da parole che possono risultare fastidiose o offensive, ci permettiamo di aggiungere questo elemento, che ci sembra più rilevante, invece, come ha fatto Facebook, di mettere l’accento sul fatto che in questo modo si possono evitare gli spoiler.

  • Facebook sta lavorando ad una funzione che indica il tempo trascorso sull’app

    Facebook sta lavorando ad una funzione che indica il tempo trascorso sull’app

    Secondo quanto riporta TechCrunch, Facebook sta lavorando ad una funzione che indica il tempo trascorso sull’app. Il nome sarebbe “Your Time on Facebook” e oltre ad indicare all’utente il tempo trascorso, permetterà anche l’impostazione di un limite. La funzione è simile a quella su cui starebbe lavorando anche Instagram.

    Come evidenzia bene Josh Constine su TechCrunch, che per primo ha riportato la notizia, Mark Zuckerberg dopo averci detto che “proteggere la nostra community è più importante dei profitti” (a proposito dello scandalo Cambridge Analytica, n.d.r.), adesso si appresta a trasformare questo nostro continuo impegno sull’app in qualcosa da rivendere bene. Sembrerà strano, ma è proprio così. Il riferimento è alla funzione scoperta dalla programmatrice è ingegnere Jane Manchun Wong, non nuova a questo genere di scoperte, che ha scovato, sepolta in Android, “Your Time on Facebook”, una funzione che permette all’utente di conoscere quanto tempo trascorre sull’app. Una funzione simile a quella su cui starebbe lavorando anche Instagram, funzione sempre scoperta dalla Wong.

    Questa funzionalità permetterà anche l’impostazione di un limite per l’uso dell’applicazione stessa.

    tempo trascorso facebook

    E Facebook ha confermato questa indiscrezione, sia a TechCrunch che ad Engadget, dichiarando che “stiamo lavorando sempre su strumenti innovativi che garantiscano agli utenti di spendere bene il proprio tempo sull’app“. Al momento, però, non è chiaro quando questa funzione verrà resa disponibile, in via ufficiale, sul sistema Android e, quindi, anche su iOS.

    Facebook quindi seguirebbe l’esempio di Apple e di Google che permettono ai proprio utenti si saper quanto tempo trascorrono sul computer o sullo smartphone.

    La nuova funzione di Facebook dovrebbe quindi aiutare gli utenti ad un uso più attento e consapevole dell’app, quanto meno a mantenere sotto controllo il fattore tempo che, nella maggior parte dei casi, viene assolutamente considerato in secondo piano. Eppure, nonostante gli ultimi dati dicano che il coinvolgimento sull’app siano in calo, questo non trova riscontro poi sull’effettivo business di Facebook che va a gonfie vele.

    Vedremo quale sarà il futuro di questa funzione su cui vi terremo informati.

    Di certo, possiamo solo aggiungere che sul market di Android, Google Play, esiste già un’app, Quality Time che permette di conoscere quanto tempo trascorriamo sullo smartphone e quali app usiamo e pariamo di più durante la giornata, offrendo anche parametri quotidiano e settimanali.

  • Facebook, al via i test per i Gruppi in abbonamento per contenuti esclusivi

    Facebook, al via i test per i Gruppi in abbonamento per contenuti esclusivi

    Facebook ha annunciato di aver avviato i test per i Gruppi in abbonamento, una modalità che permetterebbe agli utenti di pagare gli amministratori dei gruppi per avere in cambio contenuti esclusivi. Gli amministratori potrebbero così creare dei sottogruppi in abbonamento facendosi pagare da 4,99 a 29,99 dollari al mese.

    E se Facebook avesse intenzione di cominciare a monetizzare partendo dai Gruppi? La domanda sorge spontanea dopo l’annuncio fatto da Menlo Park che ufficializza una fase di test per i Gruppi in abbonamento. Facebook quindi pensa di sfruttare al meglio un bacino di utenti che ormai è di 1 miliardo di persone. Si tratta di una modalità che potrebbe permettere agli amministratori dei gruppi di creare dei contenuti esclusivi per i propri utenti, dietro il pagamento, appunto di un abbonamento. Al momento quello che si sa è che il range dell’abbonamento va dai 4,99 ai 29,99 dollari al mese. Per il primo anno Facebook tratterrà agli amministratori il 30%, successivamente invece tratterrà il 15%. Nella fase di test Facebook non tratterrà alcuna cifra.

    Alex Deve, responsabile di Facebook per i Gruppi, ha precisato, nell’articolo che annuncia l’inizio del test per un ristretto numero di amministratori di gruppi, che non si tratta di “guadagnare”, quanto invece di una modalità che potrebbe permettere agli amministratori di “investire” meglio tempo ed energie per migliorare il coinvolgimento degli utenti. “Il fatto di avere dei fondi che provengono dall’attività permetterà agli amministratori di creare contenuti di qualità superiore”, precisa Deve.

    E quali potrebbero essere questi contenuti esclusivi? Per esempio video tutorial speciali, checklist specifiche per ambiti di interesse, supporto diretto dagli amministratori. Per questa fase di test è stato coinvolto anche “Declutter My Home Group” di Sandra Mueller che ha creato un gruppo in abbonamento, a 14,99 dollari al mese, Organize My Home Group, in cui mostrerà agli utenti come gestire al meglio le checklist e guide video. Altro esempio per l’occasione è il gruppo The Grown and Flown Parents che mostra tutta una serie di contenuti per l’ammissione al college e un contatto diretto con i consulenti a 29,99 dollari al mese.

    facebook gruppi in abbonamento

    Ma come funzionano i Gruppi in abbonamento?

    Per prima cosa, l’utente deve trovarsi in un gruppo il cui amministratore ha accesso alle opzioni per attivare gruppi in abbonamento. In questo gruppo l’amministratore mostrerà con anteprime il gruppo, quali contenuti verranno condivisi e quanto costa diventare membro. Se l’utente lo trova interessante, a quel punto invia la sua richiesta. Una volta approvata la richiesta dall’amministratore, all’utente viene addebitato subito l’importo mensile. L’utente può interrompere il pagamento dell’abbonamento anche nel corso del mese e comunque fruire dei contenuti fino alla fine del mese stesso.

    Insomma, Facebook comincia a far passare il principio, sacrosanto, per cui la creatività di un utente nella creazione dei contenuti ha un costo ed sarebbe quindi giusti pagare per avere quel contenuto esclusivo che non troveresti da altre parti. Ma è anche vero che Facebook in questo modo sperimenta una modalità a pagamento, ristretta, con finalità diverse certo, ma sempre di modalità a pagamento si tratta. E’ un punto non da poco che potrebbe trasformarsi presto, qualora si passasse da una fase di test ad una più standard, in una nuova voce di reddito considerevole.

    E voi che ne pensate? Paghereste per avere contenuti esclusivi in un gruppo?

  • Facebook migliora l’autenticazione a 2 fattori senza il numero di telefono

    Facebook migliora l’autenticazione a 2 fattori senza il numero di telefono

    L’autenticazione a due fattori è un sistema di autenticazione, per l’accesso a siti e servizi online, più sicuro e Facebook ha deciso di migliorarlo senza per forza dover registrare il proprio numero di telefono. Attivarlo adesso è molto più semplice con Google Autenthicator o Duo Mobile.

    Come sapete, ne abbiamo parlato anche qui sul nostro blog, Facebook di recente ha migliorato molto la gestione della privacy per gli utenti, dando un maggiore controllo. Certo, complice l’ormai imminente GDPR, che entrerà in vigore da domani 25 maggio, che sancisce il principio di un maggiore controllo dei dati personali in mano ai legittimi proprietari, ossia gli utenti. E per questo, Facebook, all’interno di questo miglioramento continuo, sopratutto dal punto di vista dell’esperienza di consultazione (vi ricordate come era difficile prima solo cercare la sezione privacy?), ha deciso di migliorare l’autenticazione a 2 fattori adesso attivabile senza, per forza, registrare il proprio numero di telefono.

    autenticazione a 2 fattori facebook screen

    L’autenticazione a 2 fattori, recentemente attivata anche su Twitter, è un ulteriore sistema per rendere più sicura l’app ed è stato migliorato molto il processo di attivazione. E la grande novità, a differenza di quanto accadeva prima, è che non è più necessario registrare il proprio numero di telefono su cui ricevere il codice di attivazione, ma lo si può fare con due app di terze parti a scelta, Google Authenticator e Duo Mobile.

    Come attivare l’autenticazione a 2 fattori su Facebook senza numero di telefono

    L’attivazione è molto semplice, basta andare su “Impostazioni e privacy” (da mobile) => “Collegamenti rapidi alla privacy” => “Usa l’autenticazione a 2 fattori”. Una volta che inserite la password vi compare una schermata con la richiesta di “aggiungere un ulteriore livello di sicurezza”, cliccate su “Inizia“. A questo punto scegliete il metodo “App di autenticazione“, quindi Google Authenticator o Duo Mobile. Meglio scaricare prima una delle due app in modo che Facebook rilevi subito la presenza dell’app. Un consiglio potrebbe essere quello di usare l’app di Google. Quindi, una volta aggiunta Facebook, il sistema vi rilascia subito un codice che dovrete inserire su Facebook nella sezione specifica (vedi galleria in alto). A questo punto il gioco è fatto e l’autenticazione a 2 fattori su Facebook, senza numero di telefono, è attiva.

    In passato attivando il sistema di autenticazione attraverso l’SMS molti utenti sono stati bersagliati da avvisi di accesso non richiesti e poi, aspetto non secondario, l’SMS è spesso preso di mira da hacker che provano a forzare l’accesso attraverso il numero di telefono. Una app come Google Authenticator offre un livello di sicurezza maggiore, generando dei codici che hanno una durata breve, trascorsa la quale ne viene generato un altro e così via.

    Attivatela subito e fateci sapere cosa ne pensate.

  • Facebook inizia il test per i tasti upvote e downvote, molto simili a quelli di reddit

    Facebook inizia il test per i tasti upvote e downvote, molto simili a quelli di reddit

    Facebook ha iniziato oggi una fase di test in Australia e Nuova Zelanda per i tasti “upvote” e “downvote”, ossia un tasto fatto di freccia verso l’alto o verso il basso che aiuta a classificare il parere verso i commenti, su post pubblici. Si tratta dell’inizio di una fase di test che potrebbe portare l’introduzione del tasto sulla piattaforma. E’ un sistema molto simile a quanto già si vede su reddit.

    Sono almeno tre ani che si parla di un ipotetico tasto “dislike”, molto richiesto dagli utenti di Facebook. Ma la notizia di oggi è che Facebook ha iniziato una fase di test, in Australia e Nuova Zelanda, per quanto riguarda invece i tasti “upvote” e “downvote”. Si tratta di un tasto attraverso il quale gli utenti potranno esprimere un parere positivo (freccia in alto) o un parere negativo (freccia in basso). A vedere le immagini che circolano, specialmente quelle condivise su Twitter dagli utenti delle zone interessate, si tratta di un sistema molto simile a quello che da sempre si vede su reddit per esprimere un parere sulle notizie che si condividono.

    Un portavoce di Facebook ha confermato il test aggiungendo che questa sperimentazione (avviata in realtà negli Usa lo scorso febbraio per un esiguo gruppo di utenti) è “conseguente alle tante richieste ricevute dagli utenti che chiedono più strumenti per garantire pareri diversi sui contenuti condivisi”. Il test riguarda solo i commenti sulle pagine pubbliche e non i post privati. “La nostra speranza”, aggiunge il portavoce di Facebook, “è che questa funzionalità possa permettere agli utenti di apprezzare e portare più in alto (in termini di visibilità) i commenti che ritengono di premiare, piuttosto che vedere quelli che esprimono livelli emozionali molto forti”.

    facebook tasti upvote downvote franzrusso.it 2018

    Il messaggio è chiaro, più un commento riceverà “upvote”, quindi voti positivi attraverso la freccia in alto, e più sarà visibile rispetto ai commenti che ricevono più “downvote”, quindi voti negativi espressi con la freccia verso il basso.

    Altro elemento che va sottolineato è che queste frecce vanno ad aggiungersi ai tasti reactions, non si sostituiscono. Quindi potremo aggiungere (ammesso che la sperimentazione vada bene e che poi venga estesa a tutti) oltre al consueto like, o faccia arrabbiata, anche un parere che aiuta a classificare meglio il parere verso quel commento.

    facebook tasti upvote downvote
    Esempio di tasti upvote e downvote ad un commento su una pagina pubblica

    Forse qualcosa in più potrebbe venir fuori dalla conferenza F8 che si terrà in California nei prossimi giorni.

    Intanto, anche il fondatore di reddit, Alexis Ohanian, ha voluto commentare la fase di test twittanto “onorato”. Chiaro riferimento al fatto che Facebook si sia rifatto proprio al sistema in vigore sulla sua piattaforma.

    Questo è un esempio condiviso da un utente

    Al momento alcuni utenti da Sidney segnalano che i tasti “downvote” e “upvote” compaiano solo sui post pubblici di pagine create in Australia e sono visibili solo attraverso l’app mobile e non da web.

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    Facebook a questo punto cerca di capire se l’esperimento fornirà elementi sufficienti per poter poi estendere la funzionalità a tutti sulla piattaforma. E’ un modo per dare meno spazio a quei commenti che spesso, per il loro carattere molto emotivo, rischiano di far passare in secondo piano quei commenti più interessanti, non necessariamente positivi, ma forse più critici ed obiettivi.

    Per il momento ci limitiamo a riportare la notizia rimandando un giudizio completo nel momento in cui la funzionalità dovesse essere adottata su tutta la piattaforma. Vi terremo aggiornati.

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    [L’immagine di copertina è realizzata da @franzrusso, si prega la citazione in caso di condivisione. Qualora i legittimi proprietari dei loghi lo ritenessero necessario, l’immagine sarà rimossa immediatamente]

     

  • La Privacy nell’era dei Social Media: i nostri Dati come moneta di scambio

    La Privacy nell’era dei Social Media: i nostri Dati come moneta di scambio

    Cosa ci insegna la vicenda di Cambridge Analytica in relazione alla nostra Privacy? E’ questa la domanda che riecheggia ormai da qualche giorno e la risposta sembra essere la solita, “se il servizio è gratuito, allora il prodotto sei tu”. Vero, ma fino ad certo punto, nel senso che questa vicenda ci dice che ormai i nostri Dati sono moneta di scambio.

    La vicenda di Cambridge Analytica, o scandalo se preferite, cosa ci ha insegnato? Questa è una bella domanda ed è quella che riecheggia ormai da qualche giorno. A quanto pare la risposta che sappiamo dare è la solita: “se il servizio è gratuito, allora il prodotto sei tu“. Una risposta che, alla luce della vicenda, potrebbe non essere più sufficiente a spiegare cosa sia successo e soprattutto, l’insegnamento che la vicenda stessa ci lascia. Per fare un veloce riassunto, ormai qualche settimana fa Facebook ha rivelato di essere a conoscenza dal 2015 del fatto che uno sviluppatore, Aleksandr Kogan, avesse condiviso dati di utenti della piattaforma con la società Cambridge Analytica. In totale violazione dell’accordo con Facebook e in totale violazione della privacy degli utenti. Le stime riportano che i dati sottratti riguardano quelli di 87 milioni milioni di persone, circa 240 mila anche di italiani.

    Lo scandalo nasce dal fatto che Facebook ammette di sapere da tre anni che una società era entrata in possesso dei dati di decine di milioni di utenti senza intervenire, anzi. Facebook dirà poi che si era limitata a fidarsi del fatto che la società avesse provveduto, come promesso, alla cancellazione dei dati sottratti. E neanche in questo caso Facebook ha effettuato un controllo. Qualcosa di inammissibile.

    social media privacy dati

    Ma fermiamoci un attimo a riflettere su come questi dati sono stati sottratti. Siamo partiti dalla risposta, alla nostra domanda iniziale, che il prodotto siamo noi, in quanto utilizziamo un servizio gratuito. Potrebbe essere che adesso questo concetto sia leggermente cambiato, nel senso che adesso i nostri dati sono diventati una vera e propria moneta di scambio. Abbiamo, nel corso del tempo, modificato il ragionamento. Perchè questa affermazione? Semplice, perchè una ricerca del 2016 aveva rilevato che il 20% degli utenti, tra i 18 e i 54 anni, sarebbe stato disposto a condividere più informazioni private se fossero pagati o se avesse ricevuto uno sconto su un servizio. E’ lecito pensare che ad oggi questa percentuale potrebbe essere addirittura più alta?

    La risposta potrebbe essere di sì. Ma torniamo allo scandalo Cambridge Analytica, sapete tutti che i dati delle decine di milioni di utenti sono stati ottenuti attraverso un’applicazione dal nome “This Is Your Digital Life”. Bene, in quel caso gli utenti che hanno partecipato al gioco che offriva l’app hanno ricevuto un compenso di 3/4 dollari. Ecco cosa intendevamo prima quando dicevamo che oggi i nostri dati sono moneta di scambio, e siamo addirittura capaci di scambiarli per pochi dollari.

    Questa ragionamento trova anche conferma nel fatto che i dati della prima trimestrale di Facebook dimostrano che da questa vicenda la società fondata e guidata da Mark Zuckerberg non ha subito alcuna conseguenza, anzi! I profitti in tre mesi sono stati di 12 miliardi di dollari e gli utenti sono cresciuti, soprattutto a livello giornaliero: 2,2 miliardi di utenti globali e 1,44 miliardi quelli che usano Facebook ogni giorno. La vicenda non ha cambiato le nostre abitudini, nonostante il grande fenomeno del #deletefacebook. Forse, come ha detto ieri il CFO di Facebook, David Wehner, se dovesse registrarsi un calo degli utenti nei prossimi tre mesi, la causa non sarà da addebitare a Cambridge Analytica, ma alla GDPR.

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    Facebook non è l’unica piattaforma che possiede dei nostri dati. Basti pensare alle piattaforme e alle applicazioni che usiamo, a Google (che forse è quello che possiede molti più dati che ci riguardano). Abbiamo distribuito i nostri dati un po’ ovunque in maniera, più o meno consapevole. Anzi no, spesso in modo del tutto inconsapevole.

    Siamo adesso entrati in una fase in cui le aziende sono alla ricerca dei nostri dati, questo lo sappiamo. Sapere sempre più informazioni degli utenti permette loro di attivare attività di advertising sempre più mirate, con la possibilità di soddisfare i nostri bisogni e le nostre esigenze in modo sempre più accurato, e mirato, appunto.

    Ma il caso Cambridge Analytica, oltre ad affermarci il fatto che oggi i nostri dati sono moneta di scambio, ci insegna anche che dobbiamo essere sempre più consapevoli dei dati che condividiamo. Dobbiamo essere sempre più consapevoli di quello che facciamo. Consapevoli significa responsabili, dobbiamo essere informati su quelle che potrebbero essere le conseguenze di una determinata azione e chiederci se quella stessa azione possa essere per noi a “zero rischi”. Chiediamoci anche se davvero i nostri dati oggi valgano 3 o 4 dollari. Davvero siamo disposti a cedere parte delle nostre informazioni per pochi euro/dollari? E quale sarebbe il valore aggiunto che ne otterremmo?

    Ecco, questa era solo una breve riflessione per prendere coscienza del fatto che da oggi dobbiamo avere bene a mente che i nostri dati sono la vera moneta di scambio e che in futuro potrebbero esserci altri casi Cambridge Analytica.

    In ultimo, sarebbe bene sempre leggere l’informativa della privacy dei servizi che utilizziamo, specialmente con gli aggiornamenti che molte aziende stanno apportando in vista dell’imminente GDPR. E’ vero la tecnologia e il digitale offrono tante opportunità, ma dedichiamo un momento (forse anche di più) nel valutare la convenienza nel condividere i nostri dati personali. E infine, fare attenzione alle app che scarichiamo, molte di esse non solo non servono ma non le aprirete più di 2 volte nel ciclo di vista del vostro smartphone.

  • Ecco come verificare se Facebook ha condiviso i vostri dati con Cambridge Analytica

    Ecco come verificare se Facebook ha condiviso i vostri dati con Cambridge Analytica

    Mentre Mark Zuckerberg, di fronte alla Commissione Giustizia e Commercio del Senato Usa, ha dichiarato che il caso Cambridge Analytica “è stato un errore, mi dispiace”, Facebook permette a tutti di verificare se i dati degli utenti sono stati effettivamente condivisi con la società di consulenza britannica. Ecco come fare.

    Questa per Facebook, e soprattutto per il suo fondatore e CEO Mark Zuckerberg, è una settimana cruciale. Ieri Zuckerberg ha risposto a 5 ore di domande da parte della Commissione Giustizia e Commercio del Senato Usa, dove è apparso visibilmente teso, eppure aveva avuto tutto il tempo per prepararsi. Durante la sua testimonianza Zuckerberg ha ammesso che il caso Cambridge Analytica “è stato un errore, mi dispiace“. E ha anche aggiunto che “non avremmo dovuto fidarci soltanto della loro parola“. Il fondatore di Facebook si è quindi assunto tutta la responsabilità del caso e delle sue conseguenze.

    E’ una settimana cruciale anche perchè si è aperta con l’invio delle comunicazioni da parte di Facebook verso tutti quegli utenti che, loro malgrado, sono rimasti coinvolti direttamente per il fatto che Facebook ha condiviso i loro dati con la società di consulenza britannica. Si tratta di oltre 87 milioni di utenti, di cui più di 214 mila quelli italiani, ma si tratta di cifre che potrebbero essere ancora più alte.

    facebook cambridge analytica

    Quello che si sa è che l’invio delle comunicazioni sta procedendo forse più lentamente del previsto ed è certo che non tutti gli utenti coinvolti abbiamo ricevuto la comunicazione. Per ovviare a questo disagio, Facebook ha messo a disposizione di tutti gli utenti un piccolo strumento per verificare se i propri dati sono finiti in altre mani, diverse da Facebook, per altri fini. E’ un modo per levarvi qualsiasi dubbio se avete utilizzato la famigerata app “thisisyourdigitallife”, quella usata per la raccolta dei dati, o se qualche vostro contatto lo ha fatto. Ma come fare?

    Ecco come verificare se i vostri dati sono stati condivisi con terzi

    Verificarlo è molto semplice. Basta andare nella sezione Centro Assistenza di Facebook, sia da desktop che da app mobile (Android e iOS) e scrivere nello spazio in alto “cambridge” o anche per intero “cambridge analytica“. Premete invio (da desktop) o “Vai” e la ricerca di rilascia un link “Come posso sapere se le mie informazioni sono state condivise con Cambridge Analytica?“, una volta cliccatoci sopra, dopo pochi secondi, Facebook vi informerà se i vostri dati sono stati condivisi con Cambirdge Analytica o meno.

    Se i vostri dati non sono stati condivisi, avrete una risposta come questa:

    risposta facebook cambridge analytica

    Nel caso in cui invece i vostri dati fossero stati condivisi perchè voi direttamente, o un vostro contatto, ha utilizzato l’app “thisisyourdigitallife”, allora significa che i vostri dati come io nome, le pagine dove avete messo “like”, la data di nascita, la città dove risiedete, sono stati condivisi. Cambridge Analytica aveva sostenuto di aver cancellato i dati reperiti da quell’app nel 2015, app che Facebook aveva provveduto a rimuovere quello stesso anno. Quello che si è scoperto dopo è che Facebook si è fidata di quella affermazione senza verificare se fosse vera e Cambridge Analytica aveva mentito, in quanto quei dati non erano stati cancellati, almeno non tutti.

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    Allora, se avete qualche dubbio, non vi resta che controllare.

  • Italiani e Social Media, 1 utente su 3 non distingue la pubblicità dai contenuti

    Italiani e Social Media, 1 utente su 3 non distingue la pubblicità dai contenuti

    Blogmeter ha realizzato l’edizione 2018 dell’interessante ricerca, “Italiani e Social Media”, uno spaccato su come gli italiani si relazionano con i Social Media. La ricerca individua due categorie social: quella “di cittadinanza”, dominata da Facebook, e quella “funzionale”, dove figurano Trip Advisor e Messenger. Inoltre, 1 utente su 3 non distingue la pubblicità dai contenuti.

    Blogmeter ha presentato l’edizione 2018 della ricerca annuale “Italiani e Social Media“, uno spaccato attraverso il quale conoscere e comprendere come gli italiani si relazionano con i Social Media. La ricerca è stata realizzata attraverso interviste a 1.500 utenti, tra i 15 e i 64 anni, iscritti ad almeno un canale social.

    La ricerca individua due categorie di social: quelli di cittadinanza e quelli funzionali. I social di cittadinanza sono quelli che gli italiani usano più spesso, sono quelli che contribuiscono a definire le nostre identità di relazione. Questa categoria è dominata da Facebook, indicato dall’84% del campione intervistato come il social più usato. A seguire, YouTube (58%) e Instagram, quest’ultimo cresce in un anno del 6%, passando dal 40 al 46%. Restando sempre nella categoria “social di cittadinanza”, WhatsApp continua a giocare un ruolo importante e passa dal 91% al 94% di utilizzo quotidiano: per gli utenti questo è un considerato un social (nel senso di relazione) e non un semplice servizio di messaggistica.

    L’altra categoria social individuata dalla ricerca è quella “funzionale”, in questa categoria vengono considerati tutti quei social che riescono a soddisfare un bisogno specifico e del momento, come può essere la ricerca di un ristorante o di un hotel. Ed infatti, qui scopriamo che i principali sono Trip Advisor e Facebook Messenger, i quali crescono entrambi del 4%, rispetto al dato registrato lo scorso anno.

    social media social cittadinanza funzionali

    Notate come per Twitter la percentuale di chi lo usa “più volte al giorno” e di chi lo usa “ogni tanto” è quasi identica: 28% e 27% (lo scorso anno era 26% e 31%, c’è un piccolo miglioramento). Una simile proporzione la si riscontra anche per quanto riguarda Pinterest (lo scorso anno 15% e 17%). E per LinkedIn è praticamente identica: 23% (anche se lo scorso anno era 20% e 25%) tra gli lo usa ogni giorno e chi lo usa ogni tanto. Google Plus viene usato come Trip Advisor, la percentuale di chi lo usa ogni tanto (38%) e più alta di quelli che lo usano ogni giorno (23%), e anche questa è una notizia.

    I motivi per cui gli Italiani usano i Social Media

    Dalla ricerca emerge una polarizzazione: il 42% degli intervistati dichiara di limitarsi a leggere contenuti altrui, il 13% afferma di scrivere prevalentemente propri post, senza particolare attenzione a quelli degli altri. Il restante 45% legge, scrive o commenta. Facebook si conferma il social preferito per una pluralità di scopi. Tra le novità spicca la preminenza per leggere e condividere recensioni, che lo vede preferito anche a Trip Advisor. Instagram è il social di riferimento per seguire le celebrity (in crescita rispetto al 2017); YouTube e Pinterest invece sono utilizzati per trovare stimoli e idee. Crescono le menzioni di Facebook Messenger (+7%) come canale per comunicare con le aziende.

    1 utente su 3 non distingue la pubblicità dai contenuti

    La pubblicità su Facebook e Instagram è considerata dagli utenti italiani utile come fonte di stimoli rispettivamente per il 26% e il 33% degli intervistati. Però dalla ricerca emerge un dato che diventa automaticamente il più rilevante. Ed è il fatto che su questi canali molti utenti tendono a non distinguere la pubblicità dai contenuti, un dato che vale per 1 utente su 3. Su questo bisognerebbe aprire una profonda riflessione per quanto riguarda la capacità degli utenti nel prestare attenzione a quello che leggono e per quanto riguarda i creatori di contenuti.

    social media pubblicità

     

    Notate le risposte: “non ci faccio caso” (Facebook 33%, Instagram 34%), mentre la pubblicità veicola “suggerimenti utili” (Instagram 33%, Facebook 26%).

    Mentre invece viene considerata in modo più critico la pubblicità su YouTube, ritenuta fastidiosa dal 75% degli intervistati.

    Nel 2018 l’e-commerce si conferma fortemente correlato all’uso dei social: chi acquista frequentemente online è tra i più frequenti utilizzatori dei social network. Rispetto all’anno scorso cresce la quota di chi dichiara di acquistare cosmetici e prodotti per la persona (+6%), prodotti per animali domestici (+4%), pasti a domicilio (+3%) e articoli per bambini (+3%). Il 50% degli intervistati ritiene che incrementerà i propri acquisti online nell’anno a venire.

    La ricerca si sofferma anche su quelle che sono le icone social e, da questo punto di vista, gli intervistati indicano tra le personalità che seguono di più, e cioè: Chiara Ferragni e Clio Zammatteo; la terza personalità influencer per citazioni è anche quest’anno Gianni Morandi.

    I nativi digitali, la Generazione Z dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni, confermano i dati della ricerca: il 95% degli intervistati utilizza WhatsApp tutti i giorni e il 75% usa anche con Instagram. Per il 37% dei giovanissimi la pubblicità su social media, quali Facebook e Instagram, risulta utile e il 5% ha ammesso di aver acquistato prodotti perché visti sui profili social di una social icon. Questa categoria di utenti preferisce comunicare con le aziende utilizzando servizi di messaggistica istantanea, in misura decisamente maggiore rispetto ad altre fasce d’età. Un dato che conferma il fatto che per questa generazione la dimensione digitale è una e non ce ne sono altre, come viene ritenuto invece dalla altre generazioni.

  • Ecco come Facebook contrasterà le fake news con articoli correlati e info su autore

    Ecco come Facebook contrasterà le fake news con articoli correlati e info su autore

    Lo scorso anno Facebook aveva iniziato un test per gli articoli correlati, una funzionalità che attiva un contesto relativo a una data notizia, con info su autore della notizia, offrendo la possibilità di vedere da dove è stato condiviso e chi lo ha condiviso. Per il momento è attiva solo negli Usa, non è escluso che possa essere presto disponibile per altri paesi.

    Dopo qualche mese di test, Facebook ha raccolto tutti i feedback e gli spunti degli utenti e ha cominciato a rilasciare negli Usa la funzionalità che prevede gli articoli correlati per contrastare il fenomeno delle fake news, una delle spine nel fianco di Facebook. La funzionalità è stata arricchita con altri strumenti volti a dare più informazioni e dettagli agli utenti circa una notizia. La strategia del contesto dovrebbe quindi aiutare meglio l’utente a distinguere se si tratta di una notizia o di una informazione falsa.

    Obiettivo è quello di rendere più facile l’operazione di verifica da parte dell’utente, infatti il vero problema, quello che ha finito per far espandere in maniera esponenziale il fenomeno, è che spesso l’utente non ha molti strumenti e informazioni immediate per procedere ad una verifica veloce, cadendo spesso nell’inganno.

    In pratica, nel momento in cui l’utente visualizzerà la notizia sul proprio news feed noterà in basso a destra una etichetta con su scritto “About the article“, cliccando la quale si aprirà un menù con:

    facebook articoli correlati info autore fake news

    • le informazioni che riguardano l’autore, sarà presente anche il link alla pagina Wikipedia dell’autore
    • i link agli altri articoli correlati
    • le informazioni su quante volte l’articolo è stato condiviso su Facebook
    • da chi è stato condiviso
    • e anche da dove è stato condiviso.

    Sicuramente si tratta di informazioni molto utili che aiutano sicuramente l’utente ad aver un quadro più chiaro, aiuta senz’altro sapere se quella notizia è stata condivisa anche da nostri contatti o amici, un modo per misurare anche l’affidabilità della notizia stessa. Se mi fido di quella persona, perchè la ritengo affidabile e seria, quasi sicuramente sarò portato a condividerla anche io. Ma potrebbe capitare che quell’autore non abbia una pagina su Wikipedia, peraltro situazione molto frequente. Di fronte a questo caso, non si tratta di un’informazione che potrebbe inficiare la veridicità dell’informazione stessa. Quella potrebbe essere a rischio se ci si trovasse di fronte al caso di una notizia senza pagina autore su Wikipedia, senza altri articoli correlati, senza la condivisione di persone che reputiamo affidabili, a quel punto Facebook potrebbe trattare la notizia come una fake news.

    https://www.facebook.com/facebook/videos/10157254148271729/

    Si tratta comunque di una funzionalità che potrebbe aiutare a contrastare le fake news e, siccome tutto si basa sull’algoritmo, la stessa funzionalità appare ormai adatta e pronta per essere adottata anche in altre lingue. Si tratta quindi di aspettare qualche settimana o mese per vederla anche in Italia.

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    Facebook dimostra quindi di mantenere l’interesse a fornire notizie sulla piattaforma che sia realmente affidabili e credibili, nonostante abbia deciso di puntare sulle interazioni degli utenti piuttosto che sulle notizie condivise che, dal cambio dell’algoritmo, hanno perso in media il 20% di visibilità.