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  • Anche Twitter aggiorna le regole della Privacy per uniformarsi alla GDPR

    Anche Twitter aggiorna le regole della Privacy per uniformarsi alla GDPR

    Anche Twitter, come tutti i colossi tech, si uniforma al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, aggiornando i propri termini di servizio e l’Informativa sulla Privacy. Obiettivo è quello di rendere più semplice e chiara la gestione delle informazioni personali.

    Anche Twitter si prepara per uniformarsi alla GDPR e, in vista dell’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla Privacy per visto per il 25 maggio, la società guidata da Jack Dorsey aggiorna i Termini di Servizio e l’Informativa sulla Privacy. Obiettivo è quello di rendere più semplice e chiara la gestione delle informazioni personali, mettendo in evidenza le informazioni che Twitter condivide.

    Tutti gli utenti che oggi effettueranno l’accesso sulla piattaforma vedranno comparire una finestra con scritto “Aggiornamenti importanti” annunciando la modifica dei termini e della privacy.

    twitter privacy gdpr

    In un post sul blog di Twitter, Damien Kieran, Data Protection Officer di Twitter, spiega che da questo mese verranno introdotte nuove modalità per permettere agli utenti una migliore gestione dei propri dati personali. La nuova versione dell’Informativa sulla Privacy è anche scaricabile in pdf, trovate il bottone in alto a destra.

    L’aggiornamento rende possibile all’utente la presa di coscienza di quali siano le informazioni che Twitter gestisce e, soprattutto, decidere se renderle ancora disponibili o meno. Il 25 maggio gli utenti residenti in Europa vedranno una richiesta a prendere visione delle informazioni riguardanti l’aggiornamento, invitando tutti gli utenti a prenderne visione, e un grafico che spiegherà come vengono trattati i dati degli utenti. Da quel momento darà possibile visualizzare le informazioni e, se si vuole, modificarle.

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    Twitter si uniforma dunque alla nuova GDPR, General Data Protection Regulation- Regolamento UE 2016/679, che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio e ha come obiettivo quello di dare ai cittadini europei un maggiore controllo sui propri dai in possesso delle aziende che li gestiscono. Negli ultimi giorni si è generata, come al solito, un po’ di confusione sull’entrata in vigore delle nuove norme annunciando una proroga in Italia di qualche mese. Ebbene, non ci sarà nessuna proroga per il fatto che questa, dopo essere stata adottata nel 2016, e dopo un periodo di transizione di due anni, non prevede alcuna forma di legislazione applicativa da parte degli stati membri. Per le aziende che non si uniformeranno alle nuove regole, le mule sono molto salate. Si può arrivare a 10 milioni di euro, o fino al 2% del volume d’affari globale, per i casi previsti dall’articolo 83, paragrafo 4, o fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del volume d’affari nei casi previsti dai Paragrafi 5 e 6.

  • Su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, anche da Mobile

    Su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, anche da Mobile

    Lo avevamo anticipato due settimane fa, e da ieri su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, un passo fondamentale che permette alla piattaforma di adeguarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, che entrerà in vigore dal prossimo 25 maggio. Per avere una copia potrebbero servire anche 48 ore. La funzionalità è disponibile anche per iOS e Android.

    Lo avevamo anticipato due settimane fa, dopo che TechCrunch aveva invitato Instagram ad adeguarsi a quando già era possibile su Facebook da diversi anni. La risposta a quell’invito, da parte di Instagram, fu veloce, anticipando che presto lo strumento per scaricare una copia dei dati sarebbe stato messo online. E così è stato. Da ieri, infatti, gli utenti Instagram hanno la possibilità di poter scaricare una copia dei propri dati che arriva via mail. Per ricevere la copia potrebbe essere necessarie fino a 48 ore. E’ uno strumento che permette ad Instagram di uniformarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio.

    Cosa contiene il file che riceveremo via mail? E un documento all’interno del quale troveremo le informazioni sul profilo, foto, video, le storie archiviate (quelle pubblicate dopo dicembre 2017), i post e le didascalie delle storie, i contatti caricati, i nomi utente dei followers e le persone che seguiamo, messaggi diretti, foto e video (non effimeri) dei messaggi diretti, commenti, like, ricerche e impostazioni.

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    Al momento lo strumento è disponibile solo per la versione web del servizio, la versione mobile per iOS e Android sarà disponibile a breve.

    Come scaricare la propria copia di dati su Instagram

    Per scaricare la propria copia dei contenuti condivisi su Instagram è molto semplice. E’ sufficiente accedere al profilo da instagram.com dal browser desktop, una volta inserite le credenziali dovrete accedere alla alle impostazioni cliccando sull’ingranaggio che trovate di fianco a “Modifica profilo”. Fatto questo, vi apparirà un menù e dovrete cliccare su “Privacy e sicurezza“.

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    Da qui, individuate la voce “Download dei dati” e cliccate “Richiedi il download”. Una volta cliccato su questa sezione, vi apparirà quello che vedete nell’immagine, una sezione in cui dovrete inserire l’indirizzo e-mail sul quale riceverete la vostra copia di dati. Come detto, potrebbero volerci fino a 48 ore per mettere insieme tutti i vostri dati.

    Instagram a questo punto non solo si uniforma alla GDPR, ma diventa una piattaforma completa, aggiungendo quello che forse, visti gli oltre 800 milioni di utenti che la utilizzano, sarebbe dovuto essere messo a disposizione già da qualche tempo.

    #Update

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    Alcuni utenti hanno segnalato che la possibilità di scaricare una copia dei propri dati è attiva anche dall’app mobile. Abbiamo infatti verificato che è così.

     

  • Instagram permetterà agli utenti di scaricare una copia dei loro dati

    Instagram permetterà agli utenti di scaricare una copia dei loro dati

    Instagram rilascerà presto uno strumento attraverso il quale gli utenti potranno salvare una copia dei loro dati, proprio quello che permette di fare già Facebook. La notizia viene diffusa da TechCrunch dopo che un portavoce dell’azienda ha risposto ad una critica del blog sul fatto che Instagram non permettesse ancora di salvare i propri dati. In questo modo, Instagram rispetterebbe il nuovo regolamento europeo sulla privacy, la GDPR.

    Il caso Cambridge Analytica ha scatenato tra gli utenti anche la voglia di cancellarsi da Facebook. Ricorderete certamente, qualche giorno fa, il tweet che fece Brian Acton, co-fondatore di WhatsApp, oggi proprietà di Facebook, allineandosi al fenomeno #deletefacebook. Una posizione che ha fatto molto discutere ovviamente, ma l’idea di abbandonare Facebook per molti utenti, soprattutto in questi giorni, si è fatta sempre più concreta. Non si registrano abbandoni rilevanti (eventualmente lo si rileverà nella prossima trimestrale), non vi è il rischio di una cancellazione di massa. Ma prima di procedere ad un eventuale abbandono, gli utenti vogliono salvare una copia dei propri dati. Come sapete Facebook permette di farlo, cliccando sul link “Scarica una copia dei tuoi dati di Facebook.” che trovate nelle Impostazioni. Una possibilità che Facebook permette ormai dal 2010.

    Due giorni fa, legandosi allo scandalo Cambridge Analytica, al conseguente fenomeno di voler abbandonare Facebook, TechCrunch faceva notare come Instagram non permettesse la possibilità di poter salvare i propri dati nell’eventualità di abbandonare la piattaforma (sempre proprietà di Facebook). Appena passate 24 ore, un portavoce di Instagram, rispondendo al post di Josh Costine, ha dichiarato che presto anche Instagram rilascerà uno strumento attraverso il quale gli utenti potranno salvare una copia dei propri dati.

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    Questo permetterà a Instagram di uniformarsi al nuovo regolamento europeo sula privacy, la GDPR, che entrerà in vigore in Europa il prossimo 25 maggio. Ieri, durante la seconda audizione alla Camera del Congresso Usa, Mark Zuckerberg ha dichiarato che le impostazioni della GDPR su Facebook avranno valore in tutto il mondo, quindi anche nei paesi extra europei.

    Come certamente sapete, non è facile salvare i propri contenuti su Instagram, non si possono neanche salvare le foto che si pubblicano sulla piattaforma che oggi conta 800 milioni di utenti.

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    Non si sà molto sullo strumento, il portavoce che ha risposto a TechCrunch non ha specificato i dettagli, quello che si sà è che anche Instagram permetterà di salvare le foto, i video, i messaggi e le reazioni. E una volta che Instagram rilascerà questo strumento, si potrà fare a meno di quelle app di terze parti che promettono di salvare i contenuti pubblicati sulla piattaforma. Il consiglio è quello di evitare di utilizzare simili applicazioni che spesso possono rivelarsi molto pericolose nel trattare i vostri dati.

    In ogni caso si tratta di un annuncio importante e non ci resta che attendete la messa online, sicuri che non passerà molto tempo.

    E voi che ne pensate?

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  • Facebook da oggi rende più facile per gli utenti la gestione della privacy

    Facebook da oggi rende più facile per gli utenti la gestione della privacy

    Facebook risponde al caso Cambridge Analytica rendendo più semplice e visibile per gli utenti la gestione della propria privacy. Adesso gli strumenti per gestire la privacy sono in un unico posto, è possibile cancellare vecchi post e scaricare l’archivio selezionando la categoria precisa che si vuole salvare. Una risposta positiva, ma, allo stesso tempo tardiva.

    Il caso Cambridge Analytica ha finito per rendere ancora più visibile quanto fosse difficile per gli utenti trovare gli strumenti adatti per proteggere e gestire al meglio la propria privacy. Tutto era molto frastagliato e poco chiaro. Ma oggi tutto questo sarà reso più semplice, come ha annunciato Facebook in un comunicato ufficiale. Le novità riguardano un nuovo schema più chiaro e visibile per gli utenti per gestire la privacy, viene introdotta la possibilità di cancellare vecchi post, reazioni, commenti e ricerche che non si desidera più avere sulla piattaforma, una possibilità che non era presente prima.

    Facebook decide quindi di affrontare il tema della gestione della privacy, rendendola più semplice per gli utenti, un passaggio obbligato per quanto successo in questi ultimi giorni e, in parte, annunciato proprio da Mark Zuckerberg nella sua prima uscita pubblica dopo lo scandalo Cambridge Analytica. Ma scopriamo meglio queste novità.

    facebook privacy cambridge analytica
    A sinistra, il vecchio menù di gestione della privacy; a destra come si presenta oggi

    I controlli adesso sono più facili da trovare, Facebook porta in un unico posto quello che prima si trovava in almeno 20 posti differenti. Sui dispositivi mobili l’intero menù viene ridisegnato. Si chiama Privacy Shortcut che offre adesso informazioni più chiare, da dove è possibile: rendere più sicuro il proprio profilo grazie anche all’autenticazione a 2 fattori; controllare i dati personali, nel senso che si può rivedere ciò che si è condiviso e anche cancellarlo, ma anche rivedere le richieste di amicizia e le ricerche effettuate; gestire gli annunci pubblicitari, quindi gestire le preferenze che significa scegliere che tipo di informazione rendere visibile.

    Vi è poi Access your information, “un modo sicuro per accedere e gestire le informazioni, come post, reazioni, commenti e ricerche che non si desidera più avere su Facebook”, con la possibilità di cancellare definitivamente tutto questo materiale dai server della piattaforma. Questa è, a differenza delle altre, una novità che prima non era presente. Si può eliminare ciò che si vuole dalla timeline o dalla propria bacheca.

    Altra novità che viene introdotta da oggi riguarda la possibilità di scaricare il proprio archivio, opzione già possibile, ma, stavolta, scegliendo la categoria da salvare, quindi foto, post o contatti. Dell’archivio in questi giorni si parla molto a proposito del fatto che alcuni utenti, nel tentativo di cancellarsi da Facebook, scaricando il proprio archivio si sono accorti che la piattaforma tiene registrate le informazioni riguardanti le telefonate fatte e gli SMS inviati. Un caso che riguarda solo gli smartphone Android.

    E’ la risposta che si attendeva dopo Cambridge Analytica? In parte sì, in realtà si tratta di novità che Facebook avrebbe potuto organizzare e implementare ben prima che accadesse tutto quello che abbiamo scoperto dopo. Come si diceva poco più sopra, prima che accadesse tutto lo scandalo di questi giorni, per l’utente riuscire a trovare gli strumenti per la gestione della privacy era impresa quasi ardua, una situazione non ammissibile. Il fatto che adesso tutto venga reso più semplice è certamente un buon segnale, ma non ci voleva uno scandalo come quello di Cambridge Analytica per accorgersene.

  • Ecco Qwant, il motore di ricerca che rispetta la privacy degli utenti

    Ecco Qwant, il motore di ricerca che rispetta la privacy degli utenti

    Qwant è il primo motore di ricerca europeo con l’obiettivo di difendere la privacy degli utenti attraverso tre principi fondamentali: difesa della privacy, no cookies, neutralità. Al Campus Party abbiamo incontrato Alberto Chalon, direttore generale di Qwant, che ci ha spiegato meglio come funziona e dove vuole arrivare questo nuovo motore di ricerca in questa intervista.

    Il settore del search engine, dei motori di ricerca, è ormai da qualche anno presidiato da un unico grande leader che è Google, motori di ricerca che nel corso degni anni è cresciuto fino a diventare una vera galassia, oggi di nome Alphabet. Se guardiamo il market share a livello globale, scopriamo che Google oggi detiene una quota del 92% (StatCounter); se poi guardiamo qualche dettaglio, vediamo che negli Usa la quota è dell’87%, in Italia è del 93,7%, in Uk è 89,3%, in Canada 90,6%, in India 94,3%. Insomma, il mercato è saldamente nelle mani di Google e piccole quote di mercato restano ad altri motori di ricerca come Bing, Yahoo! (oggi di proprietà di Verizon), Yandez ed altri.

    qwant motore ricerca privacy

    Ma nell’era dei social media, delle informazioni che girano a velocità sostenuta su più piattaforme, nell’era in cui la privacy è quanto mai il vero tema principale da tenere in considerazione, proprio in un contesto così esteso, in termini di spazi su cui condividere. Ebbene, da un po’ di tempo, in un settore così difficile a muovere un po’ le acque e, soprattutto, a fare della difesa della privacy il vero motivo di esistere, ci prova Qwant, motore di ricerca francese che viene lanciato nel 2013 e che oggi sta crescendo molto, con tre principi basilare: no cookies, rispetto per la privacy, neutralità. Certo non è il primo, ma forse l’idea di Qwant offre qualcosa di più. Dopo la Francia, la società fondata da Éric Leandri, è presente in Germania e, entro poche settimane, sarà presente anche in Italia.

    In occasione della prima edizione italiana del Campus Party, abbiamo avuto il piacere di incontrare Alberto Chalon, direttore generale di Qwant, che ci aiutato a conocsere e a capire meglio Qwant con questa intervista.

    Perchè nasce Qwant?

    Qwant nasce verso la fine del 2011, da un’idea di Éric Leandri, periodo che coincide nel momento in cui Google decide di non voler più essere solo un motore di ricerca ma di voler essere un ecosistema, e annuncia il lancio di Google Plus. In questo momento Leandri capisce che, per la prima volta, c’è un’opportunità di potersi proporre sul mercato europeo, unico mercato che presenta l’anomalia di avere un unico player ad oltre il 95% di quota di mercato, forza che non si manifesta allo stesso modo negli Usa; l’altra opportunità era quella di poter studiare come sfruttare la forza dei social network in modo da dare risposte contestualizzate, recuperando tutto ciò che è reso pubblico sui social media. In relazione proprio a questo, con l’intenzione di voler aprire Google Plus, la stessa Google non avrebbe avuto più modo di poter recuperare le conversazioni, pubbliche, da Twitter o Facebook, diventando quindi loro competitor. L’idea di Qwant, affinata nel corso delle varie fasi e dei brevetti depositata è quella di rilasciare informazioni contestualizzate dai social senza mai rivelare chi l’ha condivisa. Qwant oggi è un motore di ricerca che rispetta la privacy ed è perfettamente in linea con i principi delle norme europee sulla materia della privacy.

    alberto chalon qwant

    Che tipo di riflessioni avete fatto quando è stato creato Qwant? Avevate già chiara l’idea che questo dovesse essere il motore di ricerca in difesa delle privacy?

    Oggi ci troviamo in una situazione in cui la privacy è un valore enorme da difendere, specie in un momento in cui la tecnologia sta mettendo a dura prova la difesa stessa della privacy degli utenti, specialmente in Europa. Qwant vuole essere una vera alternativa per gli utenti europei proprio nel rispetto della privacy. L’idea che abbiamo noi è che nel momento in cui un utente effettua una ricerca in un certo qual modo si sta aprendo, è giusto quindi che si instauri un rapporto diretto che le informazioni non vengano condivise con tutti gli e-commerce del tuo paese, ad esempio. Quello che succede adesso è che se un utente effettua una ricerca, l’informazione viene condivisa con un editore e poi finisce che lo stesso di ritrova l’oggetto della ricerca un po’ ovunque. Non troviamo che tutto questo sia rispettoso e giusto.

    Qwant si presenta come il motore rispettoso della privacy, no cookies e neutralità. Ce ne puoi parlare meglio?

    Di privacy abbiamo già parlato. La neutralità è l’effetto causa della Privacy, perchè nel momento in cui non conosco chi tu sia devo dare dei risultati neutri. Ad una stessa richiesta, noi diamo gli stessi risultati. Nel momento in cui questi due valori sono rispettati, lo stesso trattamento dei dati viene fatto nel rispetto delle leggi europee. Per quanto riguarda i social media, siamo molto attenti a recuperare solo informazioni pubbliche. Ma dirò di più su questo, se un’informazione viene pubblicata e cancellata dopo dieci minuti, noi aggiorniamo i nostri server e quel risultato non verrà più fuori.

    principi qwant

    Come lavora Qwant e quindi come fate a proteggere la privacy degli utenti?

    Quando un utente arriva su Qwant e fa una ricerca, noi cancelliamo subito il suo indirizzo IP e il suo user ID Agent e assegniamo un numero univoco e irricostruibile. Da quel momento sappiamo che quello per noi è solo un numero, non sappiamo chi sia l’utente, di conseguenza non siamo in grado di fare alcuna associazione su quanto farà sul motore di ricerca. Per quanto riguarda l’indicizzazione, abbiamo una tecnologia proprietaria per cui in base ai nostri algoritmi siamo in grado di dare dei risultati assolutamente in linea con la concorrenza.

    Qual è, a questo punto, il business model di Qwant?

    Qwant fa pubblicità contestualizzata, siamo convinti che la pubblicità debba essere molto pertinente, e attinente, con la ricerca che si effettua e deve essere evidenziato che ci sia lo scopo pubblicitario. Sul fatto che il primo o il secondo risultato possano essere dei link sponsorizzato in effetti non vi è niente di male, ma su Qwant quella sponsorizzazione resta valida solo su quella ricerca contestualizzata. A differenza di quanto fanno gli altri motori di ricerca, Qwant non trasmette le informazioni a nessun altro (quindi, per fare un esempio concreto, uscendo da Qwant e andando su un altro sito dove sono presenti dei banner, non vi ritroverete la pubblicità che abbia ad oggetto la ricerca precedentemente effettuata, ndr). La seconda fonte di ricavi per Qwant è lo shopping, nel senso che, in relazione alla ricerca di un prodotto, offriamo una esperienza più ampia in una sezione dedicata dove l’utente può trovare altre informazioni, anche il prezzo, e poi decidere dove andare a comprare il prodotto. Si tratta quindi, come dicevo, di pubblicità contestualizzata che infatti aiuta l’utente, senza “perseguitare” l’utente su tutti i siti che si troverà a consultare da quel momento in avanti. E se l’utente dovesse usare Qwant per un mese noterà che i banner presenti sugli altri siti faranno girare solo annunci casuali, non in linea con quanto ricercato sul motore. Alle ricerche che gli utenti faranno su Qwant non vi sarà allegato alcun cookie.

    Quali sono gli ambiti su cui state lavorando maggiormente?

    In questo momento stiamo lavorando molto sul prodotto, qwant.com, migliorando i verticali che abbiamo a disposizione. E cioè: Junior (dedicato ai giovanissimi), Games (dedicato agli appassionati gamers) e Music (cercando artisti o gruppi Qwant rilascia sezioni complete con tante informazioni aggiornate e la possibilità di accedere direttamente a siti di streaming). Stiamo lavorando molto sulla mappa e sulla mail, molto richiesti dai nostri utenti. Crediamo che questi due strumenti daranno un grande slancio a Qwant che andranno a completare l’esperienza del motore di ricerca.. Per quanto riguarda la mappa, la tranciabilità nel tempo e dei percorsi che l’utente ha fatto nel corso di un dato periodo, garantendo la cancellazione delle informazioni sui percorsi entro un tempo molto breve. Per la mappa, ovviamente, dobbiamo comunque disporre di informazioni sulla geolocalizzazione dell’utente, ma solo nel tempo minimo indispensabile. Per quanto riguarda le mail, garantiremo il fatto che nessun potrà leggere quelle email, se non l’utente stesso. La pubblicità in questo caso non sarà contestuale, ma si baserà su categorie del sociale. Forse meno efficace, ma molto meno intrusiva. Per i tempi di realizzazione, prevediamo qualche mese.

    E poi, grazie ai capitali raccolti, 18,5 milioni di euro di aumento di capitale e 25 milioni di prestito dalla Banca Centrale Europea, faremo, oltre a sviluppare il prodotto e ad aumentare le tecnologie, anche degli investimenti in direzione del marketing cercando di far conoscere sempre di più in nostro marchio. Tra qualche settimana, dopo Francia e Germania, saremo presenti con una nostra sede anche in Italia. Il nostro obbiettivo dal 2020/2021 è quello di avere dal 5 al 10% di market share sul mercato europeo. E’ un progetto molto ambizioso ma ci crediamo molto con un prodotto valido.

    no cookie qwant

    E il ruolo dell’Italia in questo vostro progetto?

    Il Campus Party per noi è stata un’occasione di pre-lancio ufficiale, abbiamo voluto essere qui proprio per i giovani, siamo convinti che loro saranno il motore digitale dell’Italia di oggi e di domani. La qualità dei giovani che abbiamo incontrato in questi giorni è stata altissima, sia di quelli che hanno partecipato al nostro contest sia quelli che sono venuti a trovarci nel nostro stand, per capire e per condividere. Sono giovani molto evoluti, sensibili ai problemi e aperti a nuove alternative. A settembre ci sarà poi un lancio istituzionale, la sede italiana verrà aperta già nei primi giorni del mese, abbiamo un country manager che ci raggiungerà e si occuperà dello sviluppo commerciale in Italia. E faremo anche investimenti importanti in Italia sul marketing, sia sul digitale che sulla televisione. E ci auguriamo che gli italiani apprezzino la nostra idea e ci aiutino a crescere. Siamo aperti sempre a consigli, suggerimenti, critiche, richieste.

    Nell’intervista Alberto Chalon accennava al prestito di 25 milioni di euro da parte della BEI (Banca Europea di Investimenti), ma in Qwant ha investito anche Axel Springer, il grande gruppo editoriale tedesco, con 3,5 milioni di euro. Dalla Cassa Depositi e Prestiti francese sono arrivati invece 15 milioni di euro. Nel 2016 le richieste effettuale sul motore di ricerca sono state 2,6 miliardi, 32 milioni sono stati gli utenti unici e 26 le lingue con cui ci si è interfacciati sul motore di ricerca.

    Al momento Qwant è disponibile anche su mobile con una app dedicata. Il motore di ricerca si presenta davvero molto interessante, forse uno dei tentativi più interessanti in tema di rispetto della privacy a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Certo, come tutte le cose, ha bisogno di tempo e ha bisogno di crescere. Intanto, provatelo e fateci sapere cosa ne pensate.

  • Cybersecurity, il 92% degli italiani pensa che non sarà mai vittima di cyber criminali

    Cybersecurity, il 92% degli italiani pensa che non sarà mai vittima di cyber criminali

    La Cybesecurity è un tema molto importante e di grande attualità, specie per i tanti episodi di aziende e privati vittime di gravi attacchi, nell’era del Web e dei Social Media. Ma per gli italiani questo sembra non essere un problema. Secondo una recente ricerca di Kaspersky Lab il 92% pensa che non sarà vittima dei cyber criminali.

    Il tema della sicurezza sul web e, particolarmente sui Social Media è oggi di vitale importanza. Con il proliferarsi dell’uso di questi strumenti di comunicazione, allo stesso modo proliferano anche i rischi che possono scaturire da un utilizzo, spesso, non molto attento. Una recente ricerca di Kaspersky Lab, azienda leader mondiale per i prodotti di cyber security, ha rilevato che ben il 92% degli italiani non crede di poter diventare vittima dei cyber criminali e il 46% non ci penasa neanche ad installare soluzioni di sicurezza sui propri dispositivi. Un dato che preoccupa non poco perchè superiore alla media mondiale che è del 74%.

    Cybersecurity

    La ricerca rileva anche che sono 176 le nuove minacce cyber ogni minuto, cioè quasi tre al secondo. A questo dato va aggiunto quello che riguarda il fenomeno del ransomware cresciuto dell’88%. Il ransomware è il software malevolo che prende in ostaggio i dati dei nostri dispositivi e li restituisce solo dopo il pagamento di un riscatto, spesso in bitcoin.

    Secondo Morten Lehn, General Manager per l’Italia di Kaspersky Lab, “gli italiani si dimostrano ancora troppo poco attenti alla loro sicurezza online. Questo ha portato più di un utente su cinque a diventare vittima dei cyber criminali”.

    Ma ci sono altri dati interessanti, questa volta del Global Threat Intelligence di McAfee Labs che registra notevoli trend di crescita: il numero complessivo dei nuovi “malware” è cresciuto del 24% nel 2016 arrivando a 638 milioni di campioni. Si è registrata anche un’impennata del 99% per quanto riguarda i virus malevoli che colpiscono i dispositivi mobili.

    Insomma, nonostante si parli quasi ogni giorno dei rischi che comporta il web e i social media con il crescere a dismisura delle minacce cyber, noi italiani ci dimostriamo praticamente disattenti a questo grave problema. Una disattenzione pericolosa che potrebbe davvero comportare forti rischi per il modo in cui utilizziamo la rete e i Social Media. Fatto salvo il principio “faccio sapere agli altri solo ciò che vogliono che sappiano”, qui il problema assume dimensioni molto più grandi per il fatto 9 italiani su 10 si ritengono immuni da qualsiasi minaccia. Senza parlare i quasi 5 su 10 che neanche pensa a proteggersi con un software. Sono dati allarmanti che devono fa rilflettere su quanta ignoranza e leggerezza ci sia ancora di fronte a questi problemi.

    E voi che ne pensate?

  • Il 65% degli utenti è vittima di uno dei rischi principali della Rete

    Il 65% degli utenti è vittima di uno dei rischi principali della Rete

    Il Safer Internet Day è la giornata internazionale di sensibilizzazione per i rischi della rete, #SID2017, e a vedere i dati del “Microsoft Digital Civility Index” i rischi sono tanti e sono ancora tante le persone che purtroppo vi incorrono. Il 65% delle persone è vittima di uno dei principali rischi individuati e il 58% afferma di aver incontrato dal vivo l’autore di una minaccia online.

    Oggi 7 febbraio 2017 è la giornata internazionale di sensibilizzazione per i rischi della rete, #SID2017, una giornata particolare che impone si una riflessione vera ma anche che forse servirebbe più di una giornata. La Rete è un luogo dove le persone si informano, arricchiscono le proprie competenze, si incontrano, costruiscono relazioni, ma è anche un luogo dove esistono dei rischi, tanti per la verità. E le persone più esposte sono i più giovani, anche se da questo punto di vista il problema è vasto e riguarda davvero tutti.

    Del fatto che i rischi sono tanti e che sono ancira tante le persone che vi incorrono, e ne sono vittime, ce lo dimostra lo studio “Microsoft Digital Civility Index” di Microsoft, una ricerca analizza le attitudini e le percezioni degli adolescenti e degli adulti in 14 Paesi, rispetto all’educazione civica digitale e alla sicurezza online. I risultati sono stati presentati oggi a Roma in un incontro organizzato da Microsoft Italia e Fondazione Mondo Digitale, al quale hanno preso parte anche De Agostini Scuola e Polizia Postale e delle Comunicazioni, con il patrocinio dell’Assessorato Roma Semplice. All’incontro erano presenti anche 250 studenti insieme a studenti di varie scuole.

    safer internet day 2017 rischi rete

    La ricerca ha preso in esame l’esposizione degli intervistati a 17 rischi online in quattro aree: comportamento, reputazione, invadenze sessuali e personali. Il dato che emerge e che rende bene l’idea della situazione a cui siamo di fronte è che il 51% delle persone ha dichiarato di aver incontrato dal vivo l’autore di una minaccia online, percentuale che arriva al 58% tra i più giovani.

    Il 65% degli intervistati dichiara di essere stato vittima di almeno uno dei principali rischi online, in particolare di contatti indesiderati (43%) e molestie (41%). La percentuale sale al fino al 78% se si includono anche esperienze di amici e familiari. Il 62% degli intervistati ha inoltre dichiarato di non sapere dove trovare aiuto quando si imbatte in un rischio online, mentre il 48% dei giovani ha dichiarato di sapere a chi rivolgersi in caso di necessità.

    La ricerca ci presenta anche dei dati su quelle che sono le conseguenze che i rischi della Rete comportano sulle persone. Ebbene, oltre ad un generale aumento del livello di stress, lo dichiara il 23%, la ricerca evidenzia che :

    • il 30% degli intervistati dice di aver perso fiducia nelle persone nella vita reale
    • il 18% ha perso un amico
    • il 42% ha ristretto le impostazioni relative alla privacy sui social media
    • il 21% ha ridotto la condivisione di informazioni personali.

    Di fronte ad una situazione del genere è necessario intensificare gli sforzi verso una maggiore divulgazione e informazione su quelli che sono i rischi della Rete. Sconforta che ci siano ancora persone, il 62%, che dichiara di non sapere a chi rivolgersi. E non è solo un problema che riguarda i più giovani, ma tutti. Ecco perchè serve che il Safer Internet Day duri più di una semplice giornata, deve diventare un’attività costante perchè quanto meno si possa arrivare ad una maggiore consapevolezza dei rischi che si corrono.

  • WhatsApp, anche il numero di telefono verrà condiviso con Facebook

    WhatsApp, anche il numero di telefono verrà condiviso con Facebook

    A distanza di due anni da quando WhatsApp venne acquisita da Facebook l’integrazione tra le due piattaforme oggi diventa più forte. L’azienda comunica oggi che inizierà a condividere con Facebook una parte dei dati degli utenti, tra cui il numero di telefono.

    Due anni fa, quando Facebook acquisì per 20 miliardi di dollari WhatsApp, uno dei problemi che emerse da quella acquisizione era proprio relativo alla privacy. Molti sollevarono il problema su come sarebbero stati gestiti i dati degli utenti che allora pagavano 0,89 centesimi di euro l’anno. La cifra venne poi eliminata fino a rendere WhatsApp completamente gratuito. Una scelta che spiega, forse, l’annuncio viene fatto oggi. WhatsApp fa sapere infatti che da oggi condividerà con Facebook (quindi l’azienda che la controlla) una parte dei dati degli utenti. E tra questi dati figura il numero di telefono. E non viene offerta all’utente la possibilità di scegliere.

    In un post sul blog ufficiale, WhatsApp afferma di procedere alla dei termini di servizio e dell’informativa sulla privacy con l’intenzione di “condividere alcune informazioni con Facebook e il gruppo di aziende di Facebook che ci permetteranno di coordinare e migliorare le esperienze attraverso i nostri servizi e quelli di Facebook e del gruppo di Facebook“.

    facebowhatsapp numero telefono

    I dati che verranno condivisi serviranno poi a Facebook per meglio suggerire amici con cui entrare in contatto e per meglio visualizzare annunci pubblicitari in linea con gli interessi degli utenti stessi. Altri dati analitici potranno poi essere utili per combattere l’annoso fenomeno dello spam. Per esempio, si legge sul blog ufficiale “potrai vedere l’annuncio di una società con cui già lavori, piuttosto che l’inserzione di una società di cui non hai mai sentito parlare“.

    Insomma, tutto viene fatto passare per migliorare i contatti e per meglio ricevere suggerimenti in linea con gli interessi. Ma resta comunque il fatto che di fronte ad una scelta del genere WhatsApp perde una delle caratteristiche più apprezzate dagli utenti. Cioè la certezza di avere una policy relativa alla privacy più stringente e rispettosa degli utenti. Lo stesso Jan Koun all’indomani dell’acquisizione di WhatsApp garantiva gli utenti che mai avrebbe modificato la privacy sull’app. L’esatto contrario di quello che avviene oggi.

    Una scelta che segue, come dicevamo all’inizio, quella di rinunciare alla (minima) cifra per l’abbonamento che era in essere fino a poco tempo fa. Gli utenti condividono i propri dati su piattaforme che hanno come core proprio questo, WhatsApp rientra in questa categoria. La cessione dei propri dati su una piattaforma gratuita diventa “moneta di scambio”, proprio come in questo ultimo caso, e proprio grazie a Facebook sappiamo bene di cosa si parla. Di sicuro gli utenti di WhatsApp non approveranno questa scelta.

    #UPDATE – 30 giorni di tempo per scegliere 

    Diversamente da quanto scritto ieri, WhatsApp all’interno degli aggiornamenti previsti, che modificano i termini di utilizzo dell’app, prevede un periodo di 30 giorni per effettuare la scelta se condividere o meno alcuni dati (ricordiamo che tra questi figura il numero di telefono) con Facebook. Lo si legge proprio nelle “Informazioni Legali su WhatsApp“.

    E voi che ne pensate?

  • Just10, il social network per soli 10 amici attento alla privacy

    Just10, il social network per soli 10 amici attento alla privacy

    Nell’era dei social network, e del digitale in generale, il tema della privacy è sempre più sentito. E oggi vi vogliamo farvi conoscere Just10, un social network appena nato che permette di creare una network di soli 10 amici e tutti i dati condivisi scompariranno dopo 10 giorni.

    Nell’era dei social network, e del digitale in generale, il tema della privacy è sempre molto più sentito. Gli utenti chiedono sempre più garanzie e le piattaforme devono necessariamente garantire sempre nuovi standard di sicurezza per proteggere i dati dei propri utenti. Temi che anche qui sul nostro blog trattiamo di sovente. Anche se spesso le regole non sono mai all’altezza  di quello che richiedono gli utenti.

    E siccome, come abbiamo detto prima, viviamo nell’era dei social network e della condivisione, oggi vi vogliamo parlare di questo social network appena nato che prova a superare il problema della privacy e della protezione dei dati con la regola del 10.

    just10

    Si chiama Just10, “Solo 10”, presentato qualche giorno fa e non a caso nel (questo di febbraio) Mese Internazionale dell’Amicizia, e permette di creare un mini network aperto solo a 10 amici. Elemento curioso è che i contenuti che verranno condivisi si cancelleranno automaticamente entro 10 giorni. La garanzia della privacy sta nel fatto che i 10 amici selezionati non saranno certamente contatti casuali, ma saranno persone con cui avete una certa confidenza a tal punto da avere la consapevolezza di condividere idee, opinioni e contenuti che se condivise in altri realtà sarebbe davvero rischiose per la propria privacy e anche per la propria reputazione. La piattaforma sarà senza pubblicità e lo sarà per sempre, assicura il suo fondatore Frederick Ghahramani.

    Una volta che vi sarete registrati, vi apparirà una schermata con i 10 esagoni che saranno i vostri amici. Per invitarli è sufficiente avere l’indirizzo email dei vostri amici e una volta che accetteranno il vostro mini-network è già pronto.

    just10 mobile amici

    https://youtu.be/OGOgVy54AOU

    just10 espressioni

    Just10 utilizzerà come strumento di interazione sui contenuti una modalità che va “oltre il semplice like”. Infatti sarà possibile, attraverso Meactions esprimere apprezzamento o meno anche con le espressioni del proprio viso. In quella sezione la piattaforma consente di caricare delle immagini per esprimere delle emozioni e tra queste sarà possibile caricare anche espressioni fatte con il proprio volto.

    Il progetto sembra interessante ed curiosa questa modalità dei 10 amici o dei contenuti che si cancellano, e non saranno mai resi ricercabili e rintracciabili da nessuna parte, entro 10 giorni. Certamente risponde ad un’esigenza di privacy e di sicurezza, la condivisione è si in libertà ma in un numero ristretto, ma avrà un futuro? Ovvio che non sarà questo il nuovo Facebook e forse neanche punta a diventarlo. Gli utenti hanno sempre più voglia di condividere emozioni, immagini, momenti e attraverso quelli fare nuove conoscenze. Anche correndo il rischio di mettere in gioco la propria privacy.

    Altro spunto interessante, visto il numero ristretto dei 10 amici, è quello sollevato da un recente studio dell’Università di Oxford che ha rilevato che solo 4 su 150 sono i veri “amici” su Facebook. Allora la risposta è questa?

    E voi che ne pensate?

  • GrabMe, la campagna fake di Generali Italia per la privacy

    GrabMe, la campagna fake di Generali Italia per la privacy

    Qualche giorno fa vi avevamo parlato di GrabMe, l’#AppPerLadri che gelocalizza gli utenti rubando i loro dati. In realtà si trattava di una campagna fake di Generali Italia per sensibilizzare tutti sul grande tema della privacy e della sicurezza online.

    Qualche giorno fa scrivevamo di GrabMe, l’#AppPerLadri che gelocalizza gli utenti rubando i loro dati. E bisogna dire che in effetti siamo riusciti nell’intento, e cioè quello di far passare per vero quello che poi in realtà non lo era. Ma leggendo il post il dubbio restava, riflettendo poi sul fatto che quell’app fosse davvero un pericolo per i nostri dati. Come ha rivelato oggi sul suo blog Giuliano Ambrosio, che ringrazio per il coinvolgimento e per il sostegno nel reggere il gioco, questa è una campagna fake di Generali Italia, società leader nel campo delle assicurazioni.

    GrabMe campagna fake generali italia

    Tutti i dettagli circa la campagna li trovate in questo post di Giuliano, [CaseStudy] GrabMe: L’operazione Fake per la protezione della Privacy di @GeneraliItalia che svela le motivazioni della campagna realizzata da JWT e da Mosaicoon. Scopo della campagna di Generali Italia è ovviamente quello di sensibilizzare le persone sul tema della protezione della privacy e sicuramente questo obiettivo è stato raggiunto.

    https://www.youtube.com/watch?v=pD4Ys4-Lt68

    L’idea della falsa intervista all’hacker che svela GrabMe, il sito che da subito viene oscurato, la prova video di Giuliano e anche il video di Luca La Mesa che sventa una rapina, sono tutti ingredienti che fanno davvero pensare alla veridicità della cosa. Quando Giuliano mi ha contattato per partecipare all’iniziativa ho pensata davvero che si fosse “al limite”. Ma vi ho preso parte perchè credevo nella bontà dell’iniziativa che mette gli utenti, in maniera molto diretta e veritiera, su quelli che sono i rischi e i pericoli che si possono incontrare online.

    E in effetti la campagna ha avuto successo, come rivelano appunto i dati raccolti da Giuliano nel suo post. Il video del lancio della campagna fake ha totalizzato 65 mila visualizzazioni, il video della prova fake di Giuliano ha totalizzato 6.500 visualizzazioni, l’hashtag scelto #AppPerLadri è stato addirittura in trending topic.

    Alla fine, questa campagna ha dimostrato che anche con idee portate al limite, come è appunto questa, lo scopo viene raggiunto, perchè gli utenti, le persone vogliono sapere e conoscere i rischi, quasi toccarli con mano. GrabMe mette appunto l’utente di fronte al rischio reale e al pericolo concreto di quello che può succedere quando si pone poca attenzione ad un tema come come quella della privacy dei nostri dati. Ecco perchè da oggi vale la pena fare ancora più attenzione.