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  • Schrems, la sentenza: il Safe Harbor è invalido

    Schrems, la sentenza: il Safe Harbor è invalido

    La CGUE ha emesso ieri la sentenza sulla questione pregiudiziale relativa alla causa proposta da Max Schrems e conosciuta come “Europe versus Facebook”: la decisione 2000/520 è invalida. Pertanto, l’Irlanda dovrà valutare se il trasferimento dei dati degli utenti di Facebook verso gli Stati Uniti deve essere sospeso “perchè tale paese non offre un livello  di protezione dei dati personali adeguato”.

    Ieri è stato il giorno della prima vittoria per Max Schrems, promotore della famosa causa Europe versus Facebook : la Corte di Giustizia Europea (CGUE) ha emesso la sentenza relativa alla questione pregiudiziale sollevata dalla High Court irlandese e, in accordo con le conclusioni dell’Avvocato Generale Yves Bot, di cui ho parlato nel mio articolo “Schrems vs Facebook: Bot, i singoli Stati possono fermare il trasferimento di dati“, ha stabilito che il Safe Harbor, adottato con la decisione n. 2000/520, è invalido. La decisione della CGUE, a mio parere non del tutto inattesa – le conclusioni dell’Avvocato Generale sono state davvero circostanziate -, apre uno scenario abbastanza complesso, del quale sarà molto interessante seguire gli sviluppi. Vediamo le motivazioni della sentenza della CGUE, le prime reazioni e le conseguenze del provvedimento.

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    Caso Schrems vs Facebook: le motivazioni della sentenza della CGUE

    La Corte di Giustizia Europea, nella sentenza relativa alla questione pregiudziale sollevata dall’Alta Corte dell’Irlanda nel corso del giudizio promosso da Max Schrems nei confronti del Data Protection Commissioner, fa una prima, importante precisazione: in data 27 novembre 2013  la Commissione ha adottato, al Parlamento Europeo e al Consiglio, una comunicazione dal titolo “Ricostruire la fiducia nel Flusso dei Dati UE – USA”, accompagnata da una relazione redatta in collaborazione con gli Stati Uniti e contenente i risultati del gruppo di lavoro sulla protezione dei dati, dopo la rivelazione dell’esistenza di programmi di sorveglianza negli USA che comportano la raccolta e il trattamento dei dati personali su larga scala. Nelle conclusioni della relazione – contenente un’analisi della legge degli USA, con particolare riguardo alle basi giuridiche dell’autorizzazione all’esistenza dei programmi di sorveglianza e alla raccolta e trattamento dei dati personali da parte delle autorità statunitensi – si legge che l’accesso in larga scala, da parte di agenzie di intelligence, ai dati trasferiti negli USA con il Safe Harbor da società come Google, Facebook, Apple, Microsoft e Yahoo – che hanno centinaia di milioni di clienti in Europa e trasferiscono i dati personali negli Stati Uniti per il loro trattamento – “solleva questioni gravi per quanto riguarda la continuità dei diritti alla protezione dei dati degli europei quando i loro dati sono trasferiti agli Stati Uniti”.

    In merito, al caso Schrems, la CGUE osserva che, ai sensi dell’art. 25 della Direttiva 95/46, i trasferimenti dei dati personali verso un paese terzo possono avvenire a condizione che quest’ultimo garantisca un adeguato livello di protezione dei dati personali – anche se il preambolo del considerando 56 della Direttiva sopra citata afferma che tali trasferimenti sono necessari per l’espansione del commercio internazionale -. Il considerando 57 della medesima Direttiva stabilisce, peraltro, che devono essere vietati i trasferimenti di dati pesonali verso i paesi terzi che non garantiscono un livello di protezione adeguato.

    La Corte aggiunge che la Commissione può adottare, sulla base dell’art. 25 della Direttiva 95/46, una decisione che constata che un paese terzo assicura un adeguato livello di protezione; gli Stati membri devono adottare le misure necessarie per conformarsi a questa decisione e non possono adottare misure contrarie. La decisione della Commissione può essere dichiarata nulla dalla Corte di Giustizia Europea ma, in ogni caso, non possono essere impediti i reclami – per la tutela dei propri diritti e libertà circa il trattamento dei propri dati personali – da parte di coloro i cui dati personali sono stati trasferiti o possono essere trasferiti a un paese terzo, ai sensi dell’art. 28 della Direttiva. In caso contrario, sarebbe negato il diritto di presentare una richiesta di tutela dei propri diritti fondamentali alle autorità di vigilanza nazionali, garantito dall’art. 8 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. La decisione della Commissione – nel caso specifico la decisione 2000/520 – non impedisce, inoltre, che l’autorità di vigilanza di uno stato membro possa esaminare la richiesta di una persona relativa alla tutela dei propri diritti e libertà con riguardo al trattamento dei dati personali trasferiti in un paese terzo nel quale la medesima afferma che la legge e la prassi in vigore non garantiscono un livello di protezione adeguato.

    Schrems, infatti, afferma – come sottolineato anche dall’avvocato Bot nelle sue conclusioni – che ha dubbi sulla validità della decisione 2000/520 (condivisi dal giudice del rinvio). La CGUE, esaminato il provvedimento, osserva che l’art. 1 della decisione appena descritta non ha indicato che gli Stati Uniti assicurano, di fatto, un adeguato livello di protezione in virtù della propria legislazione o degli impegni internazionali; di conseguenza, non rispetta i requisiti richiesti dall’art. 25 della Direttiva 95/46 – letto alla luce della Carta dei Diritti Fondamentali della UE – ed è, quindi, invalida. Analogamente, il primo comma dell’art. 3 della decisione in questione va inteso nel senso che nega alle autorità di vigilanza nazionali il potere di verificare se la decisione della Commissione che ha constatato che un paese terzo garantisce un adeguato livello di protezione è compatibile con la tutela della privacy, dei diritti fondamentali e delle libertà degli individui. Poichè gli articoli 1 e 3 della decisione non possono essere separati dagli articoli 2 e 4 della medesima decisione e dagli allegati, la loro “invalidità incide sulla validità della decisione nel suo complesso”.

    Alla luce di tutte queste considerazioni, la CGUE ha stabilito che la decisione 2000/520 – il c.d. Safe Harbor – è invalida.

    Il caso Schrems e la sentenza della CGUE: le reazioni e le conseguenze

    La sentenza della CGUE ha, ovviamente, scatenato moltissime reazioni. Nel corso della conferenza stampa, il Commissario per la Giustizia Vera Jourova ha dichiarato che la UE sta studiando, già dal 2013, un nuovo accordo con gli USA per la gestione e lo scambio dei dati personali. Ha aggiunto che la Commissione europea presenterà, nelle prossime settimane, un piano per dare attuazione alla sentenza della Corte di Giustizia. Il vicepresidente della commissione europea Frans Timmermans ha precisato che “La sentenza è un passo importante verso il rafforzamento del diritto degli europei alla protezione dei dati personali” e che “in queste settimane incontreremo le autorità nazionali per la protezione dei dati personali e insieme a loro discuteremo come applicare questa sentenza”. Il portavoce di Facebook chiede che UE e USA collaborino allo scopo di assicurare che “continueranno a fornire metodi affidabili per il trasferimento legale di dati e di risolvere qualsiasi questione relativa alla sicurezza nazionale”.

    Quali saranno le conseguenze della sentenza della CGUE? Nel comunicato stampa si legge che l’autorità irlandese di controllo dovrà esaminare la denuncia di Max Schrems e, nel caso in cui accerti che gli Stati Uniti non offrono un adeguato livello di protezione dei dati personali, dovrà decisdere se sospendere – in base alla Direttiva 95/46 – “il trasferimento dei dati degli iscritti europei a Facebook verso gli Stati Uniti”.

    A seguito della sentenza della CGUE, la vicenda si fa sempre più interessante, e continueremo a seguirla. Nel frattempo, aspettiamo le vostre impressioni e opinioni nei commenti.

  • Adesso anche Twitter ha bisogno di sapere di più sui nostri dati

    Adesso anche Twitter ha bisogno di sapere di più sui nostri dati

    Due giorni fa Twitter ha esteso la possibilità agli utenti di poter aggiungere al proprio account la propria data di nascita. Una chiara mossa per sapere dai propri utenti qualche dato in più per una migliore profilazione. E’ la dimostrazione che anche Twitter, così come altri social network, ha bisogno di sapere i nostri dati.

    Come avrete certamente saputo, e notato dal vostro account, due giorni fa Twitter ha esteso la possibilità ai propri utenti di poter aggiungere la propria data di nascita. Una volta inserita la quale nel giorno del vostro compleanno sul vostro account compariranno dei palloncini a farvi festa, e a ricordare ai vostri follow che quello è il giorno del vostro compleanno. Di conseguenza riceverete tanti tweet di auguri con l’hashtag #HBD, Happy Birthday (ma come sarebbe in italiano?).

    Tutto molto bello ovviamente, fa piacere ricevere tanti tweet di auguri e vedere (l’ennesimo) social network che ti ricorda, e ricorda agli altri soprattutto, che quel giorno è il tuo compleanno. Ma tutto questo per Twitter, come anche per gli altri, ha un senso e uno scopo. Dopo aver inserito la vostra data di nascita (non siete obbligati ovviamente e potete farlo anche con delle restrizioni) state rilasciando a Twitter una preziosa informazione che è quella di sapere il giorno in cui siete nati per poi cominciare (è il termine giusto) a profilare per ottimizzare gli annunci pubblicitari che vi mostrerà.

    Di fatto, è la prima volta, da quando esiste, che Twitter chiede agli utenti qualche informazione anagrafica in più. Come sapete, per aprire un vostro account non sono richieste informazioni particolari. E’ sufficiente un indirizzo email, una password e un “nome utente” per poter cominciare a twittare in 140 caratteri. Ma ora Twitter ha necessità di sapere qualcosa in più di noi. Forse, proprio perchè è la prima volta, sarebbe stato meglio iniziare a chiedere qualcosa in più magari sarebbe stato più interessante farlo in un altro modo, non so.

    Fatto sta che se volete, e siete già iscritti, aggiungere la vostra data di nascita basta andare su “Modifica profilo” (posizionato sulla destra) e una volta nelle impostazioni indicare la vostra data nella sezione “Compleanno“. Una volta cliccato, vi richiederà “giorno, mese, anno” e avrete poi la possibilità di modificare la visibilità di questo dato, quindi se renderlo pubblico, se renderlo visibile solo ai vostri followers oppure solo alle persone che seguite oppure, ancora, renderlo visibile alle persone con cui vi seguite a vicenda. Ultima opzione è quella di renderlo visibile solo a voi, quindi a nessun altro.

    twitter compleanno dati

    Twitter ha quindi necessità di offrire ai propri advertiser la possibilità di poter raggiungere profili più affini alle campagne che si attivano. Di conseguenza, conoscendo la provenienza geografica (ammesso che molti inseriscano quella vera e non, come spesso si vede, “Mondo”) e ora anche l’età Twitter è in grado di offrire qualche dato in più. E non è un caso, a questo punto, il lancio della possibilità di gestire le campagne su Twitter anche da mobile, una possibilità che molti del settore hanno gradito.

    E’ facile pensare che questo non sarà altro che un primo passo verso una richiesta maggiore di informazioni ai propri utenti, specie se dovesse arrivare la tanta attesa crescita della base utenti, che a sua volta potrà portare più advertiser ad investire sulla piattaforma. Servono, e serviranno, più informazioni per fare in modo che le campagne sia sempre più mirate, questo è evidente.

    Come molti degli addetti ai lavori riconosceranno, sul rilascio delle nostre informazioni Facebook è in grado oggi di offrire una profilazione degli utenti che neanche altre piattaforme riescono ad ottenere, con un evidente vantaggio per gli advertiser che riescono a raggiungere un bacino di utenti potenzialmente interessato alle loro campagne.

    E’ bene ricordare, però, che siete sempre voi a decidere quali e quante informazioni rilasciare su una piattaforma, come anche nel caso specifico della data del vostro compleanno su Twitter. E’ proprio da qui che passa una prima regola a difesa della vostra privacy. Se volete diffondere i vostri dati, allora fatelo prima di tutto in piena consapevolezza, sapendo che le informazioni che volete rilasciare sul vostro conto non pregiudichino la vostra stessa privacy.

    Allora, avete già inserito la vostra data di nascita su Twitter? Che ne pensate?

  • Data Privacy Day, ecco alcuni consigli per difendere i dati

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    In occasione del Data Privacy Day, F-Secure ci offre alcuni preziosi consigli per difendere i nostri dati personali. E comunque c’è bisogno di più rispetto.

    Oggi le aziende conoscono gli utenti più di quanto accadeva solo qualche anno fa e spesso gli stessi clienti non sono a conoscenza di come esse trattano i loro dati. In occasione del Data Privacy Day, F-Secure vuole condividere i suoi nuovi principi sulla privacy che definiscono come la multinazionale finlandese tratta i dati degli utenti. Siamo noi stessi oggi che diamo alle aziende accesso alle nostre informazioni personali e abitudini di acquisto come mai era accaduto prima. E questo avviene sia apertamente, ad esempio quando compiliamo un modulo su un sito web, che in altri modi di cui non siamo a conoscenza. Gli inserzionisti online tracciano i nostri click nel web e ottengono informazioni sui nostri interessi e preferenze. E attraverso queste informazioni costruiscono un profilo esteso e dettagliato su ognuno di noi. Le app che installiamo raccolgono ancora più informazioni su di noi. Con il risultato che viene diffusa una massa di dati digitali personali che diventa sempre più difficile da controllare.

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    Uno studio di Adroit Digital ha rivelato che il 58% di chi ha risposto non gradisce il fatto di dover fornire molte informazioni per ottenere offerte speciali o servizi dai retailer, mentre l’82% non apprezza che gli inserzionisti online abbiano così tante informazioni personali. Secondo un’indagine condotta da SAS, più del 69% di chi ha risposto è d’accordo che gli eventi recenti abbiano aumentato le loro preoccupazioni relativamente ai dati che le aziende hanno su di loro. L’85% degli utenti in un’indagine di F-Secure afferma di fare acquisti online solo da aziende che conoscono.

    Queste statistiche sono senza dubbio influenzate dai report recenti di violazioni di dati, ma anche dallo scetticismo su cosa le aziende e le organizzazioni possono fare con i dati che vengono loro affidati. La scorsa settimana, per esempio, gli americani sono rimasti scioccati dall’apprendere che il sito di assistenza sanitaria del governo aveva silenziosamente inviato i dati personali degli utenti ad aziende pubblicitarie e di analisi.

    E allora, in virtù di quanto abbiamo detto finora, conosciamo meglio quali sono questi consigli di F-Secure:

    • Verifica prima di connetterti. Se il rapporto che si sta per stabilire con un’azienda significa che si dovrà fornire loro un sacco di dati, allora è meglio controllare la loro policy o principi sulla privacy per capire come usano i dati degli utenti.
    • Scegli la privacy. Abilitare la modalità Privato o Incognito del browser in uso così che i siti visitati non possano usare cookies per identificarti.
    • Verifica le tue impostazioni. Con questa lista si possono controllare le impostazioni sulla privacy su tutti i siti più usati, da quelli di e-commerce ai social media. E’ stata redatta dalle persone che promuovono il Data Privacy Day.
    • Effettua ricerche con attenzione. Si può usare F-Secure Search, il motore di ricerca gratuito che garantisce che la tua cronologia di ricerca non sia archiviata da alcuna parte o collegata a te.
    • Resta informato. Con F-Secure App Permissions, si ricevono informazioni sui dati che stai fornendo alle app che hai installato sul tuo telefono.
    • Tieni a bada gli inserzionisti. Con F-Secure Freedome (consigliato da chi scrive) si può impedire agli inserzionisti online di seguirti nel web. L’app è disponibile anche in prova gratuita per 14 giorni.

    Allora, come vi ponete su questo tema e come lo affrontate? Raccontateci la vostra esperienza tra i commenti.

  • La Tecnologia ha cambiato le nostre vite. Ma la privacy?

    La Tecnologia ha cambiato le nostre vite. Ma la privacy?

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    E’ indubbio che la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione digitale hanno cambiato e migliorato la nostra vita, specie nei paesi sviluppati. E a questo risultato arriva anche il sondaggio di Microsoft, “Views from Around the Globe: 2nd Annual Poll on How Personal Technology Is Changing Our Lives”. Ma la privacy resta comunque un problema.

    La tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione hanno cambiato le nostre vite in meglio e questo è un dato ormai sotto gli occhi di tutti. Ma come sempre (o quasi) accade di fronte a innovazioni così importanti c’è sempre un prezzo da pagare, un qualcosa da dare indietro in un certo senso. E in questo caso parliamo di privacy. Ma, nonostante tutto, è fatto salvo, e lo deve essere sempre, il principio per cui un utente ha la possibilità di “far conoscere si sè solo ciò che vuole davvero far sapere” e non tutto, la Privacy resta comunque un aspetto che preoccupa e non poco gli utenti di tutto il mondo. Gli utenti, noi tutti, dobbiamo assumere maggiore consapevolezza riguardo alla privacy. Ma il problema esiste nel momento in cui si vuole fruire di quei servizi nati e sviluppatisi grazie alla tecnologia.

    Questa premessa era doverosa perchè lo studio che vogliamo presentarvi oggi tratta anche di questo. E quindi vedremo se e come la Privacy viene vissuta come un problema da risolvere. Lo studio è stato realizzato da Microsoft e si intitola “Views from Around the Globe: 2nd Annual Poll on How Personal Technology Is Changing Our Lives“, una ricerca effettuata in 12 paesi (Brasile, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Giappone, Russia, Sud Africa, Corea del Sud, Turchia e Stati Uniti) presentata a Davos dove da domani, fino al 24 gennaio, si terrà World Economic Forum. Gli utenti intervistati sono 12 mila e tutti utenti internet (intervistati tra il 17 dicembre 2014 e il 1° gennaio 2015). Il sondaggio non è stato effettuato in Italia, ma risulta comunque di estremo interesse.

    La tecnologia per la maggioranza degli utenti intervistati sta rendendo il mondo un posto migliore dove vivere, migliorando notevolmente condizioni e situazioni con cui ci misuriamo tutti i giorni come il lavoro, come fare la spesa e anche come comunicare, aspetto assolutamente rilevante. Ma dalla ricerca emergono delle differenze dal punto di vista dell’atteggiamento tra gli utenti dei paesi sviluppati e gli utenti delle economie emergenti (come si definiscono ora i paesi che prima si definivano in via di sviluppo). In pratica, mentre gli utenti dei paesi delle economie emergenti vivono le novità elogiandone i vantaggi che queste comportano, come l’impatto sociale, l’impatto sull’economia e delle opportunità che nascono da questa, gli utenti dei paesi sviluppati, quindi dove la tecnologia è molto più presente, esprimono invece delle preoccupazioni, specie in fatto di Privacy.

    Tecnologia privacy

    Intanto c’è da evidenziare che:

    – in tutti e 12 paesi gli utenti pensano che la tecnologia ha un impatto positivo nella ricerca di prodotti più accessibili e nella possibilità di poter avviare nuovi business. Inoltre sostengono che benefici si vedono nel maggior utilizzo dei social media e nell’innovazione delle imprese;

    – la maggioranza degli utenti ritiene che le “tecnologie personali” hanno incrementato la loro produttività;

    – rispetto alla scorsa edizione dello studio, molto utenti affermano che la tecnologia ha avuto effetti positivi nei trasporti e anche nell’alfabetizzazione; mentre sono meno gli utenti che dicono che le tecnologie hanno avuto un effetto positivo sui legami sociali, sulle libertà personali e sulla politica, in termini di espressione;

    la preoccupazione per la Privacy ha avuto un balzo significativo. Infatti in 11 paesi su 12 gli utenti hanno affermato che l’effetto della tecnologia sulla privacy è stato negativo. La maggioranza degli utenti sostiene che i livelli di protezione per gli utenti stessi sono insufficienti. Solo in India e in Indonesia gli utenti hanno la consapevolezza delle informazioni raccolte.

    Come abbiamo detto prima, dalla ricerca emergono delle differenza tra paesi sviluppati ed economie emergenti. Infatti il 60% degli utenti dei paesi economie emergenti pensano che le nuove tecnologie hanno avuto un impatto positivo nei loro legami sociali; nei paesi sviluppati la percentuale si ferma al 36%. Il 59% degli utenti dei paesi delle economie emergenti pensa che i servizi di sharing economy, come Uber e Airbnb sono migliori dei servizi tradizionali. Nei paesi sviluppati solo il 33% degli utenti la pensa in questo modo. Il 59% degli utenti dichiara che grazie alla tecnologia hanno interesse a lavorare nel settore delle scienze, delle tecnologie, dell’ingegneria e della matematica. Questa percentuale sale all’85% invece tra gli utenti dei paesi sviluppati. In particolare, il 77% delle donne dei paesi delle economie emergenti dichiara di sentirsi incoraggiate a lavorare proprio in quei settori (in inglese, STEM); tra le donne dei paesi sviluppati questa percentuale scende al 46%.

    Ma anche voi siete del parere che la tecnologia ha cambiato il nostro modo di vivere e le nostre società? E siete anche voi preoccupati per ciò che riguarda la privacy?

  • Nel dopo Snowden gli utenti più attenti alla Privacy

    Nel dopo Snowden gli utenti più attenti alla Privacy

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    Di recente Edward Snowden, colui che ha fatto conoscere al mondo lo scandalo della NSA, ha invitato gli utenti internet ad abbandonare Dropbox, Facebook e Google. Un’indagine di F-Secure ci dimostra infatti come molte persone siano davvero disposte a farlo per passare a servizi più sicuri

    Sulla scia dei consigli di Edward Snowden di passare da Dropbox, Facebook e Google a servizi che pongono una priorità elevata sulla sicurezza e la privacy, F-Secure sta rilasciando i risultati di un’indagine che mostrano come molta gente sia disposta a mettere in pratica questo suggerimento. L’indagine, che ha coinvolto 4800 persone in sei paesi (USA, UK, Francia, Germania, Brasile e Filippine), mostra anche che la maggior parte delle persone ha cambiato le proprie abitudini in Internet negli ultimi mesi proprio grazie alle problematiche emerse sulla privacy.

    In una recente videointervista rilasciata al “The New Yorker” l’11 ottobre scorso, Snowden ha messo in guardia gli spettatori affermando che servizi Internet come Dropbox, Facebook e Google sono pericolosi e dovrebbero essere evitati. Dall’indagine risulta infatti che il 53% degli intervistati sarebbe disposto a passare da servizi come Google verso servizi più attenti alla privacy per evitare di essere profilato mentre naviga in Internet. Il 56% ha confermato di essere diventato più attento nei confronti dei servizi Internet basati negli US nel corso dell’ultimo anno. Il 46% dichiara che sarebbe disposto a pagare per essere certo che nessun dato personale passi attraverso gli Usa. E il 70% si dice preoccupato relativamente al potenziale della sorveglianza di massa delle agenzie di intelligence nei Paesi in cui i propri dati possono passare.

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    Il 68% di chi ha risposto ha affermato che cerca di proteggere la propria privacy, almeno qualche volta, con la navigazione privata o anonima o criptando le comunicazioni. E il 57% ha dichiarato che non è d’accordo con aziende che usano i dati di profilazione in cambio dell’offerta di un servizio gratuito.

    Dall’indagine risulta anche che paesi come Germania, Brasile e le Filippine hanno mostrato alcuni dei più alti livelli di preoccupazione nei confronti della privacy. Quando è stato chiesto se avessero cambiato alcune delle loro abitudini su Internet nei mesi recenti a causa delle crescenti preoccupazioni nei confronti della privacy, una media del 56% delle persone ha risposto di sì: 45% in UK, 47% negli US, e 49% in Francia, e in misura ancora più elevata 60% in Germania e 67% in Brasile e nelle Filippine.

    Siete anche voi dello stesso parere? Raccontateci cosa ne pensate?

  • Facebook, gli utenti sono sempre più attenti alla privacy

    Facebook, gli utenti sono sempre più attenti alla privacy

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    Secondo GlobalWebIndex, nel rapporto sullo Stato dei Social Media nel Q2 2014, gli utenti di Facebook sono sempre più attenti alla privacy. Sono il 54% nel secondo semestre del 2014, mentre erano il 44% nello stesso periodo di due anni fa. I risultati pubblicati a pochi giorni dalle polemiche sui test pilotati da Facebook

    Questo è il periodo in cui si fanno i conti dell’appena trascorso secondo semestre di questo anno. E non potevano certo mancare i dati di GlobalWebIndex che monitora lo Stato dei Social Media in questa fase e rilascia delle schede di approfondimento come questa di cui vi parliamo oggi che riguarda un tema molto vicino a ognuno di noi, la privacy sui social media. E non si poteva non cominciare con Facebook ed è pura coincidenza che questi dati vengano pubblicati a pochi giorni dalle roventi polemiche che hanno accompagnato la notizia secondo cui Facebook ha manipolato post pubblicati dagli iscritti (si parla di 700 mila utenti) allo scopo di dimostrare che esiste un contagio emotivo sul social network. E nel Regno Unito su questo è scattata anche un’indagine da parte del Garante della Privacy.

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    Come vedete nell’immagine sopra, nel corso degli ultimi 12 mesi la preoccupazione degli utenti di Facebook rispetto alla Privacy è cresciuta. Si è passati dal 44% dello stesso periodo di due anni fa, poi si è arrivati al 52% nello stesso periodo del 2013 e, infine, al 54% del Q2 di quest’anno, dopo essere rimasta stabile al 53% negli ultimi mesi. Tra il Q1 2014 e il Q2 2014, la crescita è dell’1%. Come sapete, la metodologia usata da GlobalWebIndex è quella dei sondaggi sottoposti agli utenti e il campione a cui è stata posta la domanda circa la privacy ha un’età compresa tra i 16-64 anni.

    La Privacy è certamente uno dei temi centrali quando si parla di Social Network e di conseguenza questi dati confermano questo punto. Certo, assumono ben altra rilevanza in concomitanza con le polemiche di cui parlavamo prima. E’ chiaro che la condivisione di ciò che ci appassiona, di quello che ci piace e di quello che ci emoziona deve essere sempre fatto con consapevolezza. Fatta questa considerazione, basilare, ricordiamo che solo un mese e mezzo fa Facebook ha ridefinito ancora una volta la gestione della privacy per gli utenti. Infatti, adesso l’impostazione di default è che tutto quello che condividiamo all’interno del social network resta visibili sono ai nostri “amici” e resta comunque il fatto che l’utente può rendere ancora più restrittive le opzioni. L’impostazione nuova di default è importante specie per i nuovi iscritti. E non bisogna dimenticare anche la svolta vista alla F8 con Facebook Connect. Gli utenti adesso possono fare “login” su applicazioni che richiedono l’account di Facebook e decidere cosa condividere o anche, con “Anonymous Login“, di non condividere nulla.

    Allora, che ne pensate di questi dati? E come gestite i vostri dati su Facebook, vi sembra ci siano strumenti sufficienti?

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  • Diritto all’Oblio: nuovi equilibri o un nuovo Panopticon?

    Dopo la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 Maggio scorso, che ha introdotto il “Diritto all’Oblio,” ne è scaturito un acceso dibattito, dal quale vengono fuori scenari diversi. Proviamo allora a prefigurarli ponendoci questa domanda: ma da questa vicenda scaturiranno davvero nuovi equilibri o quello che ci aspetta è un nuovo “Panopticon”?

    Nella mia testa la domanda nasce retorica, e spero mi perdonerete se, come mio solito, mi schiero apertamente.

    La Sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 13 maggio 2014, quella che ha pronunciato nella causa C-131/12 – Google Spain SL e Google Inc. contro l’Agencia Española de Protección de Datos ed il signor Mario Costeja González – quella di cui tutti hanno parlato e scritto, e sul cui caso concreto non vi tedio rimandandovi direttamente agli atti ufficiali – non mi convince e mi intimorisce.

    Certo, le questioni giuridiche affrontate sono di indubbio interesse e investono questioni fondamentali per la definizione della materia del contendere – il concetto di “stabilimento” delle società estere, il “ricorso a strumenti situati nel territorio di detto Stato membro”, ma, soprattutto, se l’attività “consistente nel localizzare le informazioni pubblicate o messe in rete da terzi, nell’indicizzarle in maniera automatica, nel memorizzarle temporaneamente e infine nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza”…omissis…”debba considerarsi rientrante nella nozione di “trattamento di dati” ai sensi dell’articolo 2, lettera b), della direttiva [95/46]”, con conseguente individuazione di Google quale“responsabile del trattamento” dei dati personali contenuti nelle pagine web da essa indicizzate, e possibile ed autonomo ordine di rimozione.

    Tra le domande che la sentenza pone, quesito dei quesiti, se “per quanto concerne la portata del diritto di cancellazione e/o opposizione al trattamento di dati in relazione al diritto all’oblio”…omissis…”si debba ritenere che i diritti di cancellazione e congelamento dei dati, disciplinati dall’articolo 12, lettera b), e il diritto di opposizione al loro trattamento, regolato dall’articolo 14, [primo comma,] lettera a), della direttiva [95/46], implichino che l’interessato può rivolgersi ai motori di ricerca per impedire l’indicizzazione delle informazioni riguardanti la sua persona pubblicate su pagine web di terzi, facendo valere la propria volontà che tali informazioni non siano conosciute dagli utenti di Internet, ove egli reputi che la loro divulgazione possa arrecargli pregiudizio o desideri che tali informazioni siano dimenticate, anche quando si tratti di informazioni pubblicate da terzi lecitamente”.

    La sentenza sembra trovare tutte le risposte:

    • “l’attività di un motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come «trattamento di dati personali», ai sensi del citato articolo 2, lettera b), qualora tali informazioni contengano dati personali, e che, dall’altro lato, il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il «responsabile» del trattamento summenzionato, ai sensi dell’articolo 2, lettera d)”;
    • Google Spain viene considerato uno “stabilimento” del responsabile del trattamento Google Inc. – con una interpretazione molto estensiva del concetto di “contesto di attività”, collegato alla vendita di spazi pubblicitari, che rende, in sostanza, Google Spain partecipe del trattamento dati effettuato, appunto, da Google Inc.; pertanto, “l’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46 deve essere interpretato nel senso che un trattamento di dati personali viene effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile di tale trattamento nel territorio di uno Stato membro, ai sensi della disposizione suddetta, qualora il gestore di un motore di ricerca apra in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti da tale motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di detto Stato membro”;
    • gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 devono essere interpretati nel senso che, al fine di rispettare i diritti previsti da tali disposizioni, e sempre che le condizioni da queste fissate siano effettivamente soddisfatte, il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita”. Quindi, non solo nel caso in cui tali dati siano inesatti, “ma anche segnatamente dal fatto che essi siano inadeguati, non pertinenti o eccessivi in rapporto alle finalità del trattamento, che non siano aggiornati, oppure che siano conservati per un arco di tempo superiore a quello necessario, a meno che la loro conservazione non si imponga per motivi storici, statistici o scientifici”.

    Al di là delle ineludibili questioni giuridiche, è possibile parlare anche di una “etica della rete”?

    Sono consapevole di aver utilizzato una parola impegnativa: ma l’etica, quella che a volte ci fa sorridere (o temere?) appartenendo al mondo dei massimi sistemi, passa, come tutto, attraverso scelte quotidiane.

    Questa sentenza ne è un esempio paradigmatico: rimettendo ad un “over the top”, dominatore incontrastato della ricerca in rete – quindi della stessa esistenza delle cose, perché “se non appari, non esisti” – il delicatissimo “giusto equilibrio”, necessario a contemperare la tutela della riservatezza di ciascuno con il diritto di cronaca – e il diritto alla memoria, ad esso comunque collegato – addossa ad un unico soggetto – e quale soggetto – la responsabilità di “filtrare” i contenuti della rete, rendendoli disponibili – quindi indicizzandoli – o meno.

    Bilanciamento che, al momento, Google affronta con apparente serenità, affidando ad una intervista delFinancial Times a Larry Page e ad un modulo – una sorta di duplicato digitale di quello già visto per il “notice & take down” per i procedimenti di violazione del copyright secondo il DMCA – l’avvio di un procedimento volto alla rimozione dei contenuti lesivi, su segnalazione dell’interessato.

    Parlo di serenità apparente perché credo che, inizialmente, la stessa società californiana si sia sentita investita di una grande responsabilità; d’altro canto, allo stesso modo non credo sfugga ai più come tale responsabilità diventi, sotto un altro profilo, la possibilità di esercitare un potere immenso: costruire o distruggere la nostra memoria collettiva, anche “solo” orientandola.

    Parole politicamente scorrette, per i più; forse, però, il genus di tutto – la sentenza – lo è almeno altrettanto.

    Le conclusioni rese dall’avvocato generale Niilo JÄÄSKINEN del 25 giugno 2013 avevano fatto ipotizzare una decisione in senso diametralmente opposto:  “ritengo che un’autorità nazionale per la protezione dei dati non possa imporre a un fornitore di servizi di motore di ricerca su Internet di ritirare alcune informazioni dal suo indice, salvo i casi in cui tale fornitore di servizi non abbia rispettato i codici di esclusione o non abbia soddisfatto una richiesta di aggiornamento della memoria cache proveniente dal sito web”; su tale argomentazione, l’Avvocato Generale aveva proposto alla Corte “di rispondere al secondo gruppo di quesiti nel senso che, nelle circostanze indicate nella domanda pregiudiziale, un fornitore di servizi di motore di ricerca su Internet «tratta» dati personali ai sensi dell’articolo 2, lettera b), della direttiva. Tuttavia, il fornitore di servizi non può essere considerato «responsabile del trattamento» di tali dati personali ai sensi dell’articolo 2, lettera d), della direttiva, fatta salva l’eccezione sopra illustrata”.

    Parole inequivoche, che avrebbero dovuto avere come conseguenza l’impossibilità, per l’interessato, di rivolgersi a Google per far valere il diritto di cancellazione e di congelamento dei dati, previsto all’articolo 12, lettera b), e il diritto di opposizione, previsto all’articolo 14, lettera d), della direttiva 95/46.

    Che il tema fosse – e sarà – di estrema rilevanza, era già chiaro a gennaio 2012, quando l’adozione della bozza del nuovo regolamento europeo sulla tutela dei dati personali aveva sollevato molti interrogativi proprio sulla concreta applicazione dell’articolo 17, sul “diritto all’oblio e alla cancellazione”, ai sensi del quale “l’interessato ha il diritto di ottenere dal responsabile del trattamento la cancellazione di dati personali che lo riguardano e la rinuncia a un’ulteriore diffusione di tali dati, in particolare in relazione ai dati personali resi pubblici quando l’interessato era un minore, se sussiste uno dei motivi seguenti:

    a) i dati non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

    b) l’interessato revoca il consenso su cui si fonda il trattamento, di cui all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), oppure il periodo di conservazione dei dati autorizzato è scaduto e non sussiste altro motivo legittimo per trattare i dati;

    c) l’interessato si oppone al trattamento di dati personali ai sensi dell’articolo 19; d) il trattamento dei dati non è conforme al presente regolamento per altri motivi”.

    All’epoca, avevo sottolineato come lo studio effettuato dalla Enisa sulla fattibilità pratica del “right to be forgotten” previsto dall’art. 17 aveva rilevato come solo con strumenti di filtraggio della rete, a livello di ISP o di motore di ricerca, avesse senso parlare di oblio, con tutte le possibili conseguenze.

    Non sono lontane gli scenari prefigurati da Orwell – “who controls the past now controls the future, who controls the present now controls the past” – né l’idea di un Panopticon.

    E la riflessione diventa obbligatoria.

    Non solo tra giuristi.

    [l’articolo è ripreso da MySolution Post]

    [author image=”https://www.franzrusso.it/wp-content/uploads/2014/06/Morena-Ragone.jpeg” ]Morena Ragone – Giurista tra nuove tecnologie,open data e diritto d’autore. Amo politica,musica,cinema. Mi trovi a WIkitalia, SGInnovazione, Spaghettifolks, Wister, Iwa, CircoloGT – [follow id=”morenaragone” ][/author]

  • Younited, il nuovo servizio di Personal Cloud con un occhio alla privacy

    Younited, il nuovo servizio di Personal Cloud con un occhio alla privacy

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    Younited il nuovo servizio di storage in cloud firmato F-Secure, leader mondiale per la sicurezza oggi non solo su pc, è stato presentato a Slash 2013, uno dei più importanti startup event in Europa. La forza di Younited è proprio la garanzia della sicurezza dei contenuti e massima protezione della privacy

    [Da Helsinki] – E’ stato finalmente lanciato Younited, il nuovo servizio di storage in cloud che porta la firma di F-Secure, che ha da poco compiuto 25 anni, leader mondiale per quanto riguarda la sicurezza su pc e oggi anche su tutti i dispositivi mobili. Anticipato da una presentazione dedicata a blogger e giornalisti giunti a Helsinki da ogni parte d’Europa (noi eravamo tra questi), Younited, definito un servizio di Personal Cloud, è stato presentato oggi a Slush 2013, uno dei più importanti startup event sulla scena europea che si tiene proprio qui a Helsinki, da Pirkka Palomaki, CSO, Chief Strategy Officer, in F-Secure.

    Pirkka-Palomaki-F-Secure

    Come ben sapete anche voi che leggete questo blog, Younited non si presenta come una nuova assoluta nel settore, altri competitor sono prima di tutto Dropbox e SkyDrive, per citare i due servizi più conosciuti. Ma la particolartità di Younited è quella di permettere il personal cloud storage, quindi una conservazione dei dati in cloud, in modo da avere molte più garanzie in termini di sicurezza e protezione della privacy.

    Basato in Finlandia, Paese con ristrette normative sulla privacy e con una cultura della riservatezza molto forte, è stato concepito e progettato dai professionisti della security di F-Secure. Younited permette di riunire e aggregare su un’unica piattaforma on-the-cloud tutte le immagini, i video, i documenti e i contenuti che gli utenti salvano su diversi dispositivi (PC, tablet, smartphone, notebook) e sui servizi cloud, come quelli citati prima, fungendo così da cloud service aggregator. Questo permette agli utenti di accedere ai propri contenuti con qualunque dispositivo e ovunque ci si trovi da un unico sistema cloud sicuro e di scambiare i propri file con gli amici, la famiglia e i colleghi. Younited sta continuando ad aggiungere anche altri servizi cloud, per arrivare ad offrire agli utenti uno spazio di cloud storage praticamente illimitato. Ci permettiamo di sottolineare che Younited permette di immagazzinare anche quello che viene condiviso su Facebook, mettendolo in questo modo, “in sicurezza”.

    younited-android-iphone

    Younited offre anche un’esperienza visiva nuova, coinvolgente e divertente per l’accesso ai contenuti da qualsiasi device (sia in modalità online che offline) e per la loro condivisione e organizzazione. Younited è compatibile con PC Windows, Mac, e su tutti dispositivi mobili: Android, iPhone e iPad, Windows Phone 8; è inoltre possibile accedere ai propri contenuti attraverso qualsiasi web browser.

    Parlavamo di Personal Cloud, ossia la capacità di archiviare e fare il back-up di file su un servizio online, condividere questi file con amici, familiari e colleghi e sincronizzare questi stessi file tra PC, tablet, smartphone e notebook, offrendo agli utenti l’accesso ai propri contenuti in qualsiasi momento, da qualsiasi luogo e con qualsiasi dispositivo. Ciò che guida questa crescente domanda, ad oggi più di 500 milioni di persone nel mondo sono registrate a un servizio di Personal Cloud, è la crescita esplosiva della mobilità, dell’uso di più dispositivi e del volume di contenuti generati dagli utenti.

    Decine di migliaia di utenti finali e di piccole aziende, alla ricerca di maggiore sicurezza e protezione della privacy nel Cloud, si sono registrati su Younited molto prima del lancio ufficiale. Ciò dimostra che esiste una chiara richiesta da parte del mercato verso un’alternativa ai servizi di Personal Cloud basati negli USA. Questi servizi si basano infatti sulla fiducia, devi cioè confidare che siano sicuri. Tuttavia, questa fiducia è andata diminuendo nel corso del 2012 a seguito dell’emergere di un grandissimo numero di segnali d’allarme: si pensi ai report che parlano di una diffusione dei malware proprio attraverso servizi di Personal Cloud e alcuni metodi discutibili utilizzati dai servizi segreti nazionali per controllare e accedere ai dati online di cittadini rispettosi della legge.

    E’ giunto il momento per il mercato di una nuova alternativa europea agli attuali colossispiega Mikko Hypponen, Chief Research Officer in F-Secure. “Ciò di cui il mondo ha bisogno è un servizio di cloud storage che non sia soggetto all’accesso senza contollo dei servizi segreti.”

    Riteniamo che i servizi di Personal Cloud esistenti siano per lo più noiosi, con utilities dall’aspetto anni ’90 che sono utilizzate solo occasionalmente. Vogliamo cambiare tutto questo,”affermaTimo Laaksonen, Vice President di F-Secure Corporation. “Quel che vedete oggi in younited è già sfidante, ma è solo l’inizio. Stiamo lavorando a una serie di nuove funzionalità che renderanno ancora più esaltante l’esperienza per l’utente. Per esempio, lanceremo presto un modo completamente nuovo, divertente e incredibilmente facile per condividere video e immagini durante eventi con amici e familiari.”

    Younited è assolutamente un servizio interessante che forse ad un primo sguardo ai più sembrerebbe non offrire nulla di diverso rispetto agli altri servizi. Ma usandolo, si intuisce immediatamente l’attenzione alla sicurezza e alla privacy, e F-Secure in questo è un’assoluta garanzia. Quindi non più un servizio basato sulla fiducia, ma sulla sicurezza. Il fatto di immagazzinare i propri dati restando sicuri che questi possano essere condivisi con un occhio alla privacy è certamente il punto di forza.

    Il servizio in questi giorni è gratuito fino ad uno spazio di 10 GB, saranno poi 5 GB da gennaio 2014, quando il servizio verrà lanciato in maniera massiccia.

    Altre modalità, a pagamento, sono: Medium, 200 GB di spazio a € 74,99 all’anno e Premium, € 120,00 all’anno.

    Ovviamente continueremo a parlarvene e a monitorare gli sviluppi del servizio.

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  • PRISM: le grandi aziende del web coinvolte, tranne Twitter

    PRISM: le grandi aziende del web coinvolte, tranne Twitter

    Il caso PRISM sta scuotendo gli Stati Uniti e non solo. Il programma conosciuto con il nome in codice PRISM reperiva dati sensibili non solo in audio, coinvolgendo Verizon, ma anche dati prelevati direttamente dai server di 9 tra le più importanti aziende web come Microsoft, Facebook, Yahoo!, Aol. Insomma tutte, tranne Twitter. Sarà un caso?

    Fino a giovedì, giorno in cui il Guardian e il The Washington Post hanno cominciato a pubblicare riguardante il cosiddetto programma PRISM, si pensava che il caso potesse essere, sì grave, ma circoscritto al traffico telefonico, visto il coinvolgimento di Verizon. Ma oggi altri particolari arricchiscono il caso con le notizie scovate dal Washington Post che vedrebbero PRISM come un programma attraverso cui prelevare dati sensibili molto più vasto. Infatti sono coinvolte anche 9 tra le più importanti aziende web come Microsoft, Yahoo!, Google, Facebook, PalTalk, AOL, Skype, YouTube, Apple. Solo nominare queste aziende e vederle coinvolte tutte insieme fa dire, senza esagerare, che rappresentano a buon titolo la Rete. Oggi il Washington Post pubblica un intero reportage a PRISM con un focus speciale proprio sulle aziende web coinvolte. Non vi sarà certo sfuggito che tra tutte queste ne manca una, ossia Twitter.

    E’ bene spiegare in due parole cosa è successo in questi giorni. Allora, il Guardian pubblicato ieri la notizia esclusiva secondo cui Verizon, grosso operatore telefonico americano, avrebbe fornito alla NSA, National Security Agency, il contenuto di milioni di telefonate di privati cittadini americani. La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore provocando roventi polemiche, prima di tutto sul presidente Usa Obama, reo di essere a conoscenza di quanto fosse accaduto. Ma il caso no si ferma qui, perchè oggi il Washington Post rende noto che PRISM prevedeva anche il coinvolgimento di aziende internet dai cui server venivano prelevati dati come immagini foto e altro. Ora, sapete bene che stiamo parlando di grosse aziende che gestiscono dati sensibili che non riguardano solo i cittadini americani, ma praticamente di mezzo mondo.

    [overlayer effect=”bottom” image=”https://www.franzrusso.it/wp-content/uploads/2013/06/prism-slide-5.jpg” easing=”linear”]Prism slide – Washington Post[/overlayer]

    [overlayer effect=”bottom” image=”https://www.franzrusso.it/wp-content/uploads/2013/06/prism-slide-4.jpg” easing=”linear”]Prism slide – Washington Post[/overlayer]

    E non è tutto, perchè sempre dal reportage del WP si viene a conoscenza anche da quando queste aziende sono coinvolte, e lo vedete dall’immagine sopra. Microsoft addirittura dal 2007, poi Yahoo! dal 2008, Google, Facebook e PalTalk dal 2009, YouTube (sempre Google) dal 2010, Skype (ora Microsoft) e AOL dal 2011, infine Apple dall’ottobre del 2012. Come c’era da immaginarsi tutte le aziende si sono affrettate a smentire questo coinvolgimento ribadendo il fatto di non far parte di questo programma e di aver sempre difeso la privacy dei loro utenti. Il programma vedeva anche il prossimo coinvolgimento di Dropbox, infatti dal programma si legge che di fianco al suo nome c’è scritto “coming soon“.

    Però balza agli occhi, come dicevamo prima, l’assenza di Twitter tra le aziende internet coinvolte. Un caso? Forse sarebbe stata coinvolta in seguito? Non sappiamo con certezza come mai, ma certo è che di recente Twitter è stata riconosciuta da Electronic Frontier Foundation come la più attenta nel proteggere i dati dei suoi utenti, ottenendo il massimo del punteggio, unica del resto, in una classifica che comprende tutte le aziende oggi coinvolte nel caso PRISM.

    Una motivazione per cui Twitter non si trova ad essere coinvolta è in quanto l’azienda fondata da Jack Dorsey nel 2006 non gestisce informazioni dettagliate relative ai propri utenti come invece accede con Facebook o Google.

    Ora immaginate il ritorno che questa vicenda potrebbe avere proprio su Twitter. Il fatto di non essere coinvolta in questa vicenda la pone sotto una luce totalmente diversa che potrebbe portare effetti altrettanto positivi. E, se è vero come è vero, nonostante non ci sia nulla di ufficiale, che Twitter si appresti a sbarcare a Wall Street, ebbene questo potrebbe essere un’arma in più attirando l’attenzione di possibili nuovi investitori. Insomma, casualità o meno, Twitter ha oggi un vantaggio notevole rispetto alle altre aziende che vale la pena sfruttare.

    E voi che ne pensate di questa vicenda? Pensate che ci sia dell’altro? E cosa pensate del non coinvolgimento di Twitter?

     

  • Gli Adolescenti sui Social Media preferiscono Twitter

    Gli Adolescenti sui Social Media preferiscono Twitter

    Adolescenti e Social media, un argomento interessante soprattutto se lo si guarda in relazione al tema della Privacy. Lo studio che Pew Research Center ci offre un quadro chiaro su come i ragazzi tra i 12 e i 17 anni usano i Social Media. E il dato più rilevante è che molti preferiscono Twitter a Facebook

    Quando si parla di Adolescenti e Social Media è fondamentale approcciare all’argomento dal punto di vista della Privacy, vista proprio la giovane età degli utenti che si vuole considerare. E’ vero che i Social Media sono ormai entrati nella vita di tutti i giorni e stiamo parlando di una fascia di età molto più aperta alle nuove tecnologie. Ma il tema della Privacy in questo contesto si fa più forte, allo scopo di proteggere proprio questi giovani utenti. Allora lo studio di Pew Research Center, uno dei più autorevoli istituti di analisi dei fenomeni legati alla rete e non solo, dal titolo “Teens, Social Media, and Privacy“, ci da spunti interessati su cui riflettere e anche dati aggiornati. Su tutti, c’è da rilevare che il sondaggio rileva che molti teen-agers stanno cominciando a preferire Twitter a Facebook. Altro dato interessante è che è vero che gli adolescenti condividono molto di quello che li riguarda, ma cominciano a difendere quella che è la loro reputazione online.

    Come dicevamo, dato rilevante su tutti è questo: il 94% degli adolescenti intervistati dice di avere e di gestire il suo profilo su Facebook, ma, rispetto al 2011 aumenta più del doppio il numero di utenti giovanissimi che usano Twitter, passando dall’12 al 26%. E leggendo gli estratti delle interviste fatte ai giovani si capisce che questa migrazione è motivata dal fatto che su Facebook ci sono troppi adulti e di essere stanchi di leggere delle angosce adolescenziali oppure di leggere cosa l’amico di quell’altro ha mangiato per cena. Insomma, rispetto alle ultime argomentazioni, non hanno tutti i torti, ma questo è un altro discorso.

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    Sempre rimanendo su Twitter, il 64% dei teen-agers intervistati dice che i loro tweets sono pubblici e che chiunque può leggerli, il 24% dice che i loro tweets sono privati, mentre il 12% sostiene di non essere a conoscenza se i loro tweets sono pubblici o privati.

    Ora a vedere questi dati, sembra che i giovanissimi vogliano si condividere ma provare anche piattaforme che siano in linea con i loro gusti ed esigenze. In questo, in maniera generale, si spiega questa “migrazione” da Facebook verso Twitter, cioè nel tentativo di provare a condividere sperimentando anche canali diversi. Infatti, cresce l’utilizzo tra i giovanissimi di Instagram e Tumblr. Proprio questa piattaforma, di recente acquistata da Yahoo! per la cifra si 1,1 miliardi di dollari, ha il suo punto di forza proprio sugli utenti giovani.

    Ma altro dato interessante che emerge da questo studio è che i giovani cominciano a prendere sempre più coscienza del tema della Privacy. Il 90% degli utenti tra 12-17 anni condivide foto di sè stessi, erano il 79% nel 2006; il 70% rivela la città o il paese in cui vive, erano il 60% nel 2006; il 20% rende pubblico il numero del proprio cellulare, erano il 2% nel 2006. Ma nonostante questi dati, il 60% dei giovani utenti intervistati sostiene di cominciare ad avere più attenzione sulle cose che pubblicano, cancellando o correggendo contenuti. E poco più del 50% dei ragazzi intervistati sostiene di cominciare a cancellare commenti o contenuti poco graditi pubblicati da altri sul proprio profilo.

    Sono dati che certamente ci dimostrano maggiore attenzione verso la Privacy da parte degli utenti giovanissimi e questo può far solo ben sperare. Certo, è difficile propendere per una soluzione che sia coercitiva o di proibizione dell’uso dei Social Media, ormai sono canali che fanno parte della nostra vita quotidiana, ma certamente avere attenzione, soprattutto da parte dei giovanissimi utenti, è sempre una buona norma.

    Allora che ne pensate di questi dati? Commentate e raccontateci la vostra opinione.

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