Categoria: News

In questa categoria si trovano articoli che parlano di comunicazione, condivisione, social media, social network. Insomma, tutto ciò che riguarda il web 2.0 e di come si sta evolvendo

  • Instagram ora permette di salvare anche i live video sul dispositivo mobile

    Instagram ora permette di salvare anche i live video sul dispositivo mobile

    Dopo aver introdotto i Live Video all’interno delle Instagram Stories, Instagram con il nuovo aggiornamento, per iOS e Android, permette agli utenti di salvare i video trasmessi in diretta. Quindi al termine della diretta, se il video è stato coinvolgente, lo si può salvare e condividerlo nuovamente.

    Se vi ricordate, quando Instagram introdusse i Live Video per Instagram Stories lo scorso gennaio notammo la caratteristica, tipica di altre app come Snapchat (non a caso!) era quella che il video sarebbe scomparso al termine della diretta. Un modo per risparmiare spazio sul telefono, aggiungemmo. Ebbene, dimenticate tutto questo perchè Instagram, con il nuovo aggiornamento 10.12, per iOS e Android, permette di salvare il video anche dopo la diretta. Quindi, se al termine della diretta vi rendete conto che il video è stato molto coinvolgente e che varrebbe la pena condividerlo ancora, a questo punto cliccate su “Salva”, che trovate nell’angolo in alto a destra, e il video resta sul vostro dispositivo per essere visto ancora. Potrete quindi condividere il video anche su altri canali come Facebook o Twitter e quindi fare interagire altri utenti con il vostro contenuto.

    instagram live video

    Quindi si cambia rotta, mentre prima si pensava alla modalità effimera come quella attraverso la quale provare ad attrarre utenti diveri, o anche solo per replicare quanto visto già su altre app come Snapchat, adesso Instagram con i Live Video si comporta come già fa Periscope o Facebook che permette di salvare i video per poi ricondividerli.

    E questo potrebbe indurre gli utenti ad usare di più i Live Video, proprio per il fatto che adesso possono essere salvati. Forse la modalità effimera ha potuto scoraggiare inizialmente gli utenti, proprio per il fatto che i contenuti svanivano immediatamente dopo. Ma adesso, il fatto di poterli salvare potrebbe indurre gli utenti a usare di più la modalità video. Instagram da questo punto di vista non ha ancora rilasciato dati ufficiali.

    Potrebbe essere questa una spiegazione al nuovo aggiornamento dell’app, la versione 10.12, disponibile per iOS e Android.

  • I (tanti) Bot su Twitter mettono a rischio Jack Dorsey, vicino alle dimissioni

    I (tanti) Bot su Twitter mettono a rischio Jack Dorsey, vicino alle dimissioni

    Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere la ricerca dell’Università della California del Sud e dell’Indiana che hanno rivelato che sono 48 milioni gli account bot attivi su Twitter: il 15% su 319 milioni di utenti. Un dato che è quasi il doppio di quello dichiarato da Twitter nel 2014. Una situazione che sta facendo crescere pressione attorno a Jack Dorsey, ad un passo dalle dimissioni.

    Jack Dorsey è ormai sotto pressione per via della ricerca delle Università della California del Sud e dell’Indiana che ha rivelato che sono ben 48 milioni gli account bot attivi sulla piattaforma a 140 caratteri: il 15% sul totale di 319 milioni di utenti registrati (secondo l’ultimo dato del Q4 2016). Una situazione che sta generando molta pressione attorno al CEO, e co-fondatore, Jack Dorsey, sul punto di dare le dimissioni.

    La notizia viene dal Sunday Times, l’edizione domenicale del Times, secondo il quale questa ricerca avrebbe inferto un altro duro colpo all’advertising su Twitter, che versa già in condizioni non felicissime. Non fa piacere a nessun inserzionista sapere di investire su una piattaforma che conta una percentuale così alta di account bot.

    jack dorsey twitter bot @franzrusso 2017

    Giusto per intenderci, il nome bot deriva proprio dal termine “robot”, stiamo parlando quindi di account “software” impostati per accedere sul canale come farebbe qualsiasi account “umano”, solo che agisce in maniera automatizzata. In parole povere, dietro quell’account non vi è una persona fisica con cui relazionare, no, c’è solo un software che twitta e interagisce (impostato su keyword o hashtag specifici) in maniera automatica. E questo significa falsificare, in parte, l’uso della piattaforma, specialmente una piattaforma come Twitter.

    Il dato, in realtà, rilevato dalle due università americane ha suscitato ancora più clamore, e quindi pressione attorno al CEO di Twitter, per il fatto che risulta essere il doppio di quanto rilevato proprio da Twitter nel 2014. Un’indagine interna aveva infatti rilevato una presenza di account bot attorno all’8%.

    twitter bot @franzrusso 2017

    Perchè rischia Jack Dorsey? La risposta sta nei fatti, e non certo solo in questo dato, per quanto rilevante esso sia. La pressione in realtà attorno a Jack Dorsey è alta da un po’, sin da quanto è ritornato in sella a Twitter come CEO, dopo l’infelice conduzione di Dick Costolo, infelice per quel che riguarda la conduzione dell’azienda verso Wall Street. Da quando Dorsey è alla guida di Twitter il titolo in borsa, TWTR, ha perso ben oltre la metà del suo valore. Ricordiamo che il debutto di Twitter era stato sfavillante, aveva fatto anche meglio di Snapchat arrivando fino a 60 dollari per azione. E oggi la situazione è ben diversa. L’azienda vale 10,88 miliardi di dollari e le azioni hanno chiuso venerdì scorso ad un presso di 15,08 dollari.

    Se Dorsey dovesse davvero dare le dimissioni, allora Twitter potrebbe ritrovarsi in una situazione finanziaria per cui il titolo risalirebbe nuovamente e sarebbe poi messa in vendita un secondo dopo. Si aprirebbe un nuovo scenario di incertezza che non farà bene all’azienda. Staremo a vedere.

    [l’immagine con il logo di Twitter è stata realizzata da @franzrusso, nel caso in cui dovesse risultare inappropriata verrà rimossa immediatamente; si prega di citare l’autore in caso di condivisione]

  • Ecco Guetzli, l’algoritmo di Google che riduce i jpeg del 35 percento

    Ecco Guetzli, l’algoritmo di Google che riduce i jpeg del 35 percento

    Si chiama Guetzli ed è il nuovo algoritmo di Google che ridurrà il peso delle immagini in jpeg del 35%. Un grande aiuto per i siti che hanno tante immagini  al loro interno. In questo modo l’operazione di caricamento sarà più agevole, significa che il sito sarà più veloce ad aprirsi.

    La velocità di apertura per un sito web, o anche per una pagina web è tutto. E questo vale molto di più quando si tratta di caricare immagini, una volta aperta la pagina. Spesso capita, per salvaguardare la qualità delle immagini, nonostante la compressione, che il peso delle stesse immagini resti notevole, con relativo rallentamento dell’apertura della pagina. Tradotto: l’utente di fronte ad un’apertura della pagina molto lenta, o ad un’immagine che si carica a strati, non aspetta.

    google guetzli

    Ebbene, di fronte a queste situazioni che avrete certamente incontrato, Google presenta Guetzli, il nuovo algoritmo che promette di ridurre il peso delle immagini in jpeg del 35%. Guetzli, che significa “biscotto” nella lingua svizzero-tedesca, è un encoder open-source (il codice sorgente è disponibile su GitHub) che codifica le immagini in jpeg con dimensioni ridotte del 35% rispetto ai metodi attuali. Le immagini codificate restano quindi nel formato jpeg ma più leggere, compatibili con tutti i browser rendendo i siti più veloci.

    google guetzli

    Guetzli funziona come Zopfli, un altro encoder di Google, che funziona invece per le immagini in PNG.

    Secondo Google, Guetzli contribuirà a rendere più veloce l’esperienza di navigazione degli utenti che avranno modo di osservare immagini di alta qualità ma con un peso molto più ridotto. Gli operatori che lavorano sui siti web avranno in questo modo la possibilità di lavorare anche su immagini più grandi senza perdere in termini di apertura della pagina. Tutto questo vale anche per i navigatori da mobile, il che significa anche risparmio in termini di banda, dovendo aprire immagini adesso più leggere.

  • Instagram, attenzione a 13 app che rubano le credenziali di accesso

    Instagram, attenzione a 13 app che rubano le credenziali di accesso

    Di recente su Instagram sono aumentati i casi di furti di credenziali, impedendo agli utenti di accedere al proprio account. Forse sono anche episodi legati a quanto scoperto da ESET: esistono 13 app dalle quali è facile rubare le credenziali di accesso. Ecco quali sono, già comunque rimosse da Google Play.

    Di recente sono aumentati a dismisura gli episodi di furti di credenziali di accesso, impedendo agli utenti di poter accedere al proprio account. In alcuni casi, perdendo addirittura l’account e di conseguenza perdendo anche tutto le immagini condivise. Insomma, un piccolo disastro. Il consiglio è sempre quello di fare l’autenticazione a due fattori, aggiungendo quindi anche il numero di telefono, in questo modo si mette un po’ più al riparo il proprio account. E, da quanto rilevato dai ricercatori di ESET, ossia che su Google Play esistevano (perchè nel frattempo sono state rimosse dal market) 13 applicazioni dalle quali era facile rubare le credenziali che venivano poi inviate ad un server gestito da cyber-criminali. I ricercatori dell’azienda specializzata in cyber security hanno rilevato che queste 13 applicazioni sono state scaricate da oltre un milione e mezzo di utenti in tutto il mondo. Ma quali sono queste app?

    instagram 13 app furto credenziali

    Questo che vedete in basso è uno screenshot (cliccate per ingrandire) che riproduce le app individuate da ESET con il nome di Android/Spy.Inazigram. Tutte le app  utilizzavano tutte la stessa tecnica di raccolta delle credenziali e di invio ad un server remoto: per invogliare gli utenti al download, le app malevole promettevano un incremento rapido dei followers, dei like e dei commenti sul proprio account di Instagram. gli account compromessi venivano poi utilizzati per aumentare il numero dei seguaci di altri utenti.

    applicazioni fake instagram

    Tra le app ricordiamo Instagram Follower, InsTracker for Instagram, Real Followers for Instagram, Fast Followers for Instagram, Real Insta Tracker Instagram e Followers Instagram. In particolare, Instagram Followers proponeva all’utente l’accesso tramite una schermata sosia di Instagram e le credenziali immesse nel modulo venivano poi inviate in formato testo ad un server remoto. Dopo aver inserito le credenziali, l’utente non riusciva più ad accedere al proprio account e veniva invitato a verificare le credenziali sul sito ufficiale di Instagram. Le informazioni rubate venivano utilizzate per incrementare il numero di seguaci, like e commenti di altri profili di Instagram.

    Per verificare se il proprio account sia stato compromesso, il consiglio di ESET è questo:

    Serve prestare attenzione ad alcuni dettagli: avete ricevuto un avviso dal popolare social network su un tentativo di accesso non autorizzato al vostro profilo? Il vostro account ha stranamente incrementato il numero di followers? Vi trovate a ottenere risposte su commenti mai postati? In caso positivo sarà opportuno cambiare immediatamente la password di Instagram e, nel caso in cui si utilizza su diverse piattaforme la stessa password cambiare anche queste ultime, utilizzando codici diversi per ogni account”.

    Consiglio saggio, quindi, in ogni caso, procedete a cambiare subito la password!

  • WhatsApp guarda al business e testa l’advertising nelle chat

    WhatsApp guarda al business e testa l’advertising nelle chat

    Secondo quanto riportato da Reuters, WhatsApp starebbe compiendo dei test che proverebbero un netto cambio di strategia, stavolta orientato al business. In pratica, in accordo con l’incubatore Y Combinator, WhatsApp sta cominciando a testare con alcune startup l’inserimento di advertising nelle chat.

    In un momento in cui tutto, in casa Facebook, sembra essere orientato a portare le Stories ovunque, di recente sono approdate anche sull’app di messaggistica istantanea Messenger con Messsenger Day, WhatsApp sta avviando dei test che davvero potrebbero segnare un netto cambio di strategia. Come sapete sin dall’acquisizione di Facebook, avvenuta nel febbraio del 2014 per 16 miliardi di dollari, WhatsApp aveva mantenuto ferma la strategia per cui sull’app non sarebbe mai apparsa alcuna forma di pubblicità e advertising e che l’app stessa non avesse bisogno di alcuna strategia di marketing. Una scelta che di fatto ha finito per decretare il successo dell’app che, per certi versi, da rivoluzionato il mondo del messaging mandando in soffitta persino gli SMS. E sappiamo bene quanto WhatsApp, usato da oltre 1 miliardo di persone, sia molto amata anche nel nostro paese.

    whatsapp business advertising

    Ebbene, da quanto riportato da Reuters, WhatsApp starebbe per approntare un cambio di strategia netto, per non dire epocale, che potrebbe non piacere agli utenti che l’hanno scelta proprio per quella strategia originale, ossia mai pubblicità e advertising sull’app. L’azienda guidata da Jan Koum, co-fondatore, sta avviando in questi giorni una serie di test con delle aziende, startup, che fanno parte dell’incubatore Y Combinator. Lo scopo di questi test è quello di cominciare a vedere l’app come strumento per le aziende per entrare in contatto direttamente con i propri clienti, grazie proprio alle chat. Solo un anno fa, in occasione della presentazione del piano di sviluppo dell’app, aveva portato ad esempio come un utente potesse entrate in contatto con la banca per un tentativo di intrusione fraudolento o di come entrare in contatto con una compagnia aerea per informazioni sul ritardo di un volo. Si stava quindi parlando di questo.

    Y Combinator, nato nel 2005, è un incubatore di startup tra i più ambiti, vi hanno fatto parte anche startup come Dropbox e AirBnb. Al momento però non ci sono conferme ufficiali da parte di WhatsApp su questo cambio di strategia. La Reuters però cita una startup, la Cowlar Inc., che sta testando questa nuova strategia. Questa startup produce collari per mucche i quali raccolgono dati sulle mucche e quindi sulla quantità di latte che sono in grado di garantire. Intento di questa startup sarebbe quello di utilizzare WhatsApp in modo da avvisare direttamente il cliente nel momento in cui si accorgesse che la mucca presenta qualche problema. Ecco, questo sarebbe un esempio, e se ne potrebbero fare altri.

    Nei giorni scorsi Mashable aveva dato notizia di una sorta di WhatsApp for Business che sarebbe in fase di test in India. La notizia che riporta Reuters quindi confermerebbe questo cambiamento di strategia.

    C’è da scommettere che, una volta che questa strategia diventasse più concreta e reale, non piacerà agli utenti. E voi che ne pensate?

  • Italia e Internet, crescita lenta della velocità e della banda larga

    Italia e Internet, crescita lenta della velocità e della banda larga

    Il Rapporto sullo Stato di Internet di Akamai, riferito all’ultimo trimestre del 2016, ci mette ancora una volta di fronte al fatto che il nostro paese occupa ancora le ultime posizioni al mondo in fatto di velocità della rete e di adozione della banda larga. L’Italia è al 58° posto nel mondo per velocità a 8,7 Mbps. La Norvegia è a 23,6 Mbps con una crescita annua del 26%.

    Il Rapporto sullo Stato di Internet di Akamai è uno dei più autorevoli e attesi per comprendere come Internet è vissuto nel mondo, dal punto di vista della velocità, dell’adozione, è dunque un momento importante per conoscere lo stato dell’arte. L’ultimo rapporto si riferisce all’ultimo trimestre del 2016 e, ovviamente, ci offre dati interessanti anche per quanto riguarda il nostro paese. Interessanti e non di certo entusiasmanti, infatti l’Italia vista nel contesto mondiale ed europeo è ancora oggi uno dei paesi che sta indietro rispetto a tutti gli altri, addirittura riesce a perdere posizioni nonostante qualche timido miglioramento. Ma per comprendere meglio quale sia lo stato di internet nel nostro paese, è meglio passare a vedere qualche dato nel dettaglio.

    italia internet velocità banda larga 2016

    Allora, il dato che certamente si fa notare da subito è che la velocità media di connessione nel nostro paese ha fatto registrare, rispetto al terzo trimestre del 2016, una timida crescita del 5,2%, passando da 8,2 a 8,7 Mbps. Ma nonostante questo timido miglioramento, l’Italia scende ancora nella classifica mondiale posizionandosi 58esima e rimanendo alla 28 esima in area EMEA. In coda, sempre solo Croazia, Grecia e Cipro. Rispetto al trimestre precedente, il Q3 2016, si registra, rispetto allo stesso periodo del 2016, una crescita del 16%. Tanto per avere un’idea della situazione europea, quella più vicina a noi, in Norvegia, il paese dove si registra la velocità di connessione più alta, si viaggia a 23,6 Mbps con una crescita annua del 26%.

    Sul fronte adozione della banda larga, l’Italia non fa molti progressi: solo il 78% delle connessioni sono sopra i 4 Mbps. Il nostro paese si ferma alla 28esima posizione in EMEA e alla 63esima a livello mondiale. Rispetto al trimestre precedente, nel Q4 2016 registrato un lieve calo del 1,8% e dello 0,7% rispetto all’anno precedente (Q4 2015).

    Dal punto di vista dell’adozione dell’high broadband, l’Italia sembra aver arrestato la sua corsa: nel Q4 2016 Akamai registra solo il 23% di connessioni sopra i 10Mbps (nonostante un +19% rispetto al Q3 2016 e un +68% rispetto al Q4 2015). Un confronto: se l’Italia è al 23%, la Romania è a quota 69%.

    E poi, a fronte di una media di oltre il 30% per i paesi EMEA coinvolti nello studio, l’Italia registra solo il 10% delle connessioni superiori ai 15 Mbps. Nella classifica mondiale scende dalla 51esima alla 54esima posizione, 29esima in EMEA, nonostante un + 97% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (Q4 2015).  La Norvegia ha conservato il primo posto nell’adozione della banda larga a 15 Mbps tra i paesi europei inclusi nello studio, alla pari con la seconda classificata, la Svizzera, con un tasso di adozione del 54%. In altri sette paesi (Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia, Romania, Lettonia e Belgio) il 40% o più di indirizzi IPv4 univoci si è connesso ad Akamai a velocità medie superiori a 15 Mbps.

    Tra i primi 10 a livello mondiale nell’adozione della banda larga a 25 Mbps, sono sei i paesi europei: Norvegia (al 2° posto), Svezia (al 3º), Danimarca (al 5°), Svizzera (al 6°), Finlandia (all’8º) e Lettonia (al 10°). Incrementi notevoli su base annua sono stati osservati in Danimarca (79%), Svizzera (75%) e Norvegia (62%).

    Per quanto riguarda poi le connessioni mobili, nel quarto trimestre del 2016, in Italia la velocità media di connessione mobile raggiunge i 11,2 Mbps. La più elevata al mondo resta quella del Regno Unito con 26,8 Mbps.

  • Ecco Messenger Day, Facebook porta le Stories anche su Messenger

    Ecco Messenger Day, Facebook porta le Stories anche su Messenger

    Facebook, dopo Instagram, WhatsApp e l’app mobile di Facebook, dà notizia oggi del rilascio a livello globale di Messenger Day, ossia le Stories adesso approdano anche sull’app di messaggistica Messenger. E così, l’operazione di copiare le Stories di Snapchat si conclude essendo ora disponibili su tutte le app.

    Facebook ha preso l’impegno di voler rendere disponibili le Stories ovunque, e così è. Infatti, oggi Facebook introduce una nuova funzionalità che si chiama Messenger Day, ossia le Stories adesso approdano anche sull’app di messaggistica Messenger. Dopo Instagram (anche in versione Live), WhatsApp, l’app mobile di Facebook, è la volta di Messenger, per chiudere il cerchio e per rendere disponibile la possibilità di raccontare storie praticamente ovunque. Ma non sarà un po’ troppo?

    messenger day facebook stories

    Come funziona Messenger Day

    In realtà, per i lettori più attenti, non si tratta di una vera novità o di una sorpresa, tutt’altro. Molti di voi ricorderanno il rilascio a fine 2016 di una camera potenziata proprio per Messenger, una passaggio che seguiva i vari test che erano stati compiuti nei mesi precedenti e che facevano presagire a qualcosa di simile alle Stories. Poi l’attenzione è stata catturata dal rilascio della medesime funzionalità sulle altre app di casa Menlo Park. Ma alla fine eccole qua.

    Il funzionamento generale è molto simile a quello in uso già su Instagram o sull’app mobile di Facebook, parliamo quindi di un contenuto che dura il tempo di 24 ore, per poi scomparire del tutto. Per avere la funzionalità attiva, dato che da oggi è disponibile per tutti a livello globale, dovete installare la versione più recente.

    messenger day facebook stories messenger day facebook stories

    Una volta aperta l’app noterete un “sole” (solo per questa fase di lancio) ad indicare la camera. Per aggiungere la vostra storia potete comunque cliccare su “Add your Day”. A questo punto scattate il vostro selfie oppure girate un breve video, aggiungete gli effetti che desiderate, dopo di che premete sulla freccia in basso che indica di proseguire. Se scegliete di mandarlo come “Day”, sappiate che quella storia poi sparirà nel giro di 24 ore.

    Bene, detto questo vi starete (giustamente) chiedendo, ma perchè rendere disponibili le Stories anche su Messenger? Quale vantaggio porterebbe a Facebook? Una considerazione generale è che, sebbene Snapchat abbia inventato questo formato, Facebook dimostra di non aver paura a copiare, perchè sa benissimo che questo formato funziona e funzionerà meglio se inserito in app che presentano una base utenti più ampia. Messenger conta oggi più di 1 miliardo di utenti ed è sufficiente vedere il successo che le Stories hanno ottenuto su Instagram, cioè 150 milioni di utenti in soli 5 mesi. Certo, direte, parliamo comunque di app e pubblici diversi. Ma a Facebook questo non interessa.

    Vedrete che, una volta che Facebook ha un quadro più chiaro della situazione, passerà a disattivare la funzionalità sulle app dove sono usate di meno. Per ora conta solo raccontare storie, senza problemi di app.

    E voi che ne pensate?

  • Coca-Cola, dalla Visibilità alla Relazione con il Cliente al centro

    Coca-Cola, dalla Visibilità alla Relazione con il Cliente al centro

    Coca-Cola inizia una nuova era in termini di Comunicazione e Marketing, ma soprattutto una nuova era che mette al centro il Cliente. Di conseguenza, i prodotti sono sempre più in linea con le esigenze del Cliente stesso. E lo dimostrano i nuovi prodotti lanciati sul mercato, sempre più a basso contenuto di zuccheri.

    Coca-Cola è un brand che tutti conosciamo, un brand con 130 anni di storia che Interbrand rileva essere nel 2015 il terzo “best brand” al mondo, dopo Apple e Google. Per la sua caratteristica, Coca-Cola nella sua storia ha mostrato sempre di poter interpretare le diverse epoche vissute, e lo fa ancora oggi. In un momento in cui la comunicazione si fa sempre più diretta con il consumatore, ecco che Coca-Cola decide di cambiare il suo paradigma comunicativo, passando da una comunicazione orientata alla Visibilità, ad una comunicazione orientata alla Relazione. E i social media in questo nuovo paradigma per l’azienda giocano un ruolo fondamentale.

    Un passaggio epocale per Coca-Cola che si rifletterà ovviamente sui prodotti che saranno lanciato nel prossimo futuro, ma anche nei prodotti che saranno lanciati prossimamente. E gli asset su cui il brand di Atlanta lavorerà sono:

    • riduzione dello zucchero;
    • ampliamento della gamma di prodotti;
    • confezioni di formato ridotto;
    • una comunicazione fatta di informazioni sempre più chiare e accessibili.

    La riduzione degli zuccheri nelle bevande è un tema che sta a cuore a Coca-Cola e nel pieno rispetto dei consumatori e delle loro esigenze, e in appoggio alle raccomandazioni delle istituzioni sanitarie mondiali tra cui l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), Coca-Cola sta mettendo in atto interventi in questa direzione realizzando azioni concrete per incoraggiare i consumatori a controllare l’assunzione di zuccheri: perché se assumere un po’ di zucchero va bene, una quantità eccessiva di zucchero non fa bene a nessuno. In Italia, come a livello globale, Coca-Cola sta quindi puntando su versioni di prodotto a ridotto, basso e nullo contenuto calorico e sta espandendo la sua gamma di prodotti con queste caratteristiche

    conferenza stampa coca-cola italia

    Coca-Cola Life ne è un esempio: lanciata sul mercato italiano nel 2016, quest’anno viene rilanciata con il 50% di calorie in meno con zucchero ed estratto di stevia (grazie al 50% di zuccheri in meno rispetto alla maggior parte delle bevande cole zuccherate in Italia). Ma Coca-Cola Italia non si ferma qui e, a fianco della nuova Coca-Cola Life, presenta Coca-Cola Zero Zuccheri Zero Calorie, Coca-Cola Gusto Limone Zero Zuccheri Zero Calorie e Sprite.

    coca-cola novità 2017

    Evguenia Stoitchkova coca-cola italiaA conferma di tutto questo, come dichiarato da Evguenia Stoitchkova, direttore generale di Coca-Cola Italia, nel 2016 Coca-Cola ha investito il 60% in più in prodotti a basso contenuto di zuccheri e oltre un terzo dei prodotti commercializzati in Italia nel 2016 erano basso contenuto di zuccheri. Il 15% delle Coca-Cola vendute nel nostro paese è rappresentato da varianti a contenuto calorico ridotto, basso o nullo, una tendenza in crescita anno su anno.

    annalisa fabbri coca-cola italiaCon l’introduzione nel 2016 di ‘Taste the feeling‘, la campagna marketing a supporto della strategia ‘One Brand’, abbiamo investito il 60% in più in pubblicità nelle varianti a ridotto, basso o nullo contenuto calorico” dichiara Annalisa Fabbri – Direttore Marketing di Coca-Cola Italia. “L’introduzione di Taste the Feeling ha reso possibile l’estensione del valore globale e il fascino iconico di Coca-Cola a tutti gli altri marchi, così da unire la grande famiglia Coca-Cola sotto il brand della bevanda numero uno al mondo”.

    Sempre per offrire ai consumatori ulteriore possibilità di scelta, Coca-Cola Italia è stata una delle prime aziende a investire nei formati più piccoli, e continuerà a farlo negli anni a venire con una strategia di business e commerciale che punta su mini lattine e confezioni di formato ridotto che forniscano la giusta quantità di bevanda e che aiutino i consumatori a gestire l’assunzione giornaliera di zucchero: Coca-Cola Original Taste, Coca-Cola Zero Zuccheri Zero Calorie, Coca-Cola Life, Fanta e Sprite saranno infatti disponibili in formati più piccoli (da 150, 200 e 250 ml). Scopo di questa operazione è fornire un ulteriore strumento ai consumatori per tenere d’occhio la quantità di calorie assunte quotidianamente e scegliere il formato e il gusto che più si adatta a ogni momento della giornata.

    E per onorare l’autenticità che contraddistingue da sempre Coca-Cola, l’azienda conferma il suo impegno a informare correttamente i suoi consumatori, anche grazie a una politica di etichettatura trasparente.

    E proprio in tema di trasparenza:

    Crediamo che siano i genitori a dover scegliere l’alimentazione dei propri figli, educandoli a conoscere gli alimenti e operare delle scelte sulla base delle proprie necessità” continua Annalisa Fabbri. “Per questo non indirizziamo campagne di comunicazione ai bambini al di sotto dei 12 anni di età, non comprando spazi pubblicitari nelle fasce orarie e sui mezzi di comunicazione in cui il pubblico minore di 12 anni di età costituisce più del 35%, in linea con il codice di Assobibe – la nostra associazione di categoria – e secondo le indicazioni di Unesda”.

    Insomma, Coca-Cola da il via ad una nuova era, più attenta ai consumatori e ai suoi prodotti. Un grande cambio di strategia che dimostra grande attenzione ai propri consumatori, oggi sempre più soggetti attivi.

  • Il sogno di 6 milioni di donne italiane è realizzarsi come imprenditrici

    Il sogno di 6 milioni di donne italiane è realizzarsi come imprenditrici

    Da una ricerca eBay-Ipsos emerge che 6 milioni di donne italiane, il 38%, immaginano il loro futuro da imprenditrici. Una percentuale tra le più alte in Europa. E una su due, il 53%, pensa di realizzare questo sogno grazie all’e-commerce.

    Domani è la Giornata della Donna e anche quest’anno non abbiamo voluto mancare il nostro impegno nel segnalarvi eventi a tema interessanti, che potete trovare qui. E sempre per restare in tema, oggi è stata resa nota una interessante ricerca che eBay ha commissionato a Ipsos, che ha analizzato il “desiderio di imprenditorialità” della popolazione femminile di tre paesi: Italia, Francia e Spagna. Ebbene, il dato che emerge subito dalla ricerca è che 6 milioni di italiane, il 38%, pensano ad un futuro da imprenditrici, una percentuale che risulta essere più alta di quella rilevata in Francia e Spagna, che si attestano rispettivamente al 29% e al 32%. E una su due, ossia il 53% delle aspiranti imprenditrici italiane pensa di realizzare il suo sogno di impresa grazie all’e-commerce.

    donne italiane imprenditrici business

    La ricerca mette in evidenza che le donne desiderose di realizzare un proprio business sono casalinghe, nel 33% dei casi, lavoratrici full-time (il 20%) e disoccupate (16%). Il 34% ha un’età compresa tra i 18 e i 35 anni e il 42% ha un’età tra i 36 e i 50 anni, e sono nella maggior parte dei casi donne con famiglia: ben il 44%, infatti, ha un partner e dei figli. Il 40%, inoltre, vive al sud e nelle isole, il 23% al nord ovest, il 20% al centro e il 17% al nord est.

    Ma cosa spinge le donne italiane a rincorrere il proprio sogno di realizzare un proprio business?

    Al primo posto c’è l’ambizione, il 58% delle donne che pensano a un futuro da imprenditrici ritiene che la via dell’imprenditorialità porti soddisfazione e realizzazione personale. Su questo incide anche la mancanza di alternative lavorative, come sostiene il 45% delle intervistate. La figura dell’imprenditrice, inoltre, ha per le donne una connotazione positiva, che viene identificata attraverso cinque attributi: coraggiosa, indipendente, hard-working, competente e determinata.

    Secondo le donne intervistate dalla ricerca, il successo lo si ottiene attraverso conoscenza approfondita del mercato (lo pensa il 51%),  attraverso l’attenzione verso il consumatore (il 31%) e l’abilità di innovare i processi di produzione (il 26%). A rappresentare un ostacolo alla realizzazione di questo sogno, al primo posto troviamo le tasse,lo pensa infatti il 63% delle aspiranti imprenditrici, e poi burocrazia, lo pensa il 39% delle intervistate.

  • Facebook condannata per concorrenza sleale, ha copiato un’app italiana

    Facebook condannata per concorrenza sleale, ha copiato un’app italiana

    La notizia è stata diffusa in seguito alla pubblicazione della sentenza del Tribunale di Milano che ha dichiarato, in primo grado, Facebook responsabile di violazione del diritto d’autore e concorrenza sleale nei confronti della software house Business Competence. L’azienda di Zuckerberg avrebbe copiato un’app italiana per realizzare Nearby.

    Quello che forse potrebbe sembrare incredibile a molto in realtà è successo davvero, e per il momento la notizia è questa. Facebook, l’azienda fondata da Mark Zuckerberg, è stata condannata in primo grado dalla Sezione Specializzata in materia di Impresa del Tribunale di Milano in quanto responsabile, con sentenza n. 9549 del 1° Agosto 2016, di concorrenza sleale nei confronti dell’azienda italiana Business Competence S.r.l. e per violazioni del diritto di autore sulla banca dati rappresentata dall’applicazione “Fararound” della stessa azienda milanese. Il Tribunale di Milano ha inibito alle tre società del gruppo Facebook, Facebook S.r.l., Facebook Inc. e Facebook Ireland LTD, ogni ulteriore utilizzo dell’applicazione di Facebook denominata “Nearby” per il territorio italiano.

    nearby facebook

    Nearby, l’app che permette di sapere la posizione di vostri amici nelle vicinanze, direttamente dal social network, è un’app che è disponibile nel nostro paese dal 2015, implementata dalla startup italiana Glancee, fondata da Andrea Vaccari, che Facebook ha acquisito a maggio del 2012.

    E’ la prima volta che Facebook viene condannata per una violazione del genere e ovviamente bisognerà vedere quale sarà la mossa che faranno adesso da Menlo Park. Intanto, c’è da dire che Facebook ha già impugnato la sentenza davanti alla Corte d’Appello di Milano, solo che la Corte ha, con provvedimento del 28 Dicembre 2016, rigettato l’istanza di Facebook di sospensione della “provvisoria esecutività della sentenza impugnata”. La vicenda quindi andrà avanti.

    Per rendere la situazione più chiara, anche per capire come mai si sia arrivati a tanto, va rilevato che proprio nel 2012 Business Competence aveva proposto a Facebook la sua app “Fararound”, ma da quel momento non aveva ricevuto nessun feedback. Fino a quando, pochi mesi dopo, Facebook rende pubblica Nearby, che fa praticamente le stesse cose. Da lì scatta tutto l’iter giudiziario.

    Insomma, vedremo quali saranno gli sviluppi.

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