Categoria: Social Media

In questa categoria trovate articoli che riportano dati e ricerche sul mondo dei Social Media. Dal numero di utenti connessi, al tempo trascorso su ciascun social network

  • Su WhatsApp arrivano i Canali in stile Telegram

    Su WhatsApp arrivano i Canali in stile Telegram

    Su WhatsApp arrivano i Canali in vero stile Telegram. Da quello che si vede dalla versione beta per Android, ognuno potrà creare il proprio canale per condividere informazioni e aggiornamenti. La sezione comprenderà gli status che appariranno come le Stories su Instagram.

    WhatsApp si evolve sempre di più mantenendo fede al progetto iniziale, quello voluto da Mark Zuckerberg, di trasformare l’app in una sorta di utility app. L’evoluzione corre e dopo gli avatar lanciati qualche mese fa, adesso si comincia a sapere qualcosa di più sui canali broadcasting di cui si parla da fine dell’anno scorso.

    Grazie a quanto scoperto da WaBetaInfo, scopriamo che dalla versione beta 2.23.8.6 per Android, disponibile su Play Store, appaiono quelli che vengono definiti, appunto, Canali.

    Si tratta di una funzionalità, one-to-many (uno a molti), che potrà essere usata per trasmettere informazioni, permettendo agli utenti di ricevere aggiornamenti da altri. Se si è pratici di Telegram, noterete che le similitudini con i canali dell’app di messaggistica concorrente sono tante. Per non dire identiche.

    Parliamo di canali ma si potrebbe parlare anche di newsletter inviate sempre all’interno di WhatsApp.

    Qualche informazione in più per inquadrare la funzionalità e spiegare meglio alcuni passaggi.

    canali whatsapp beta android franzrusso.it

    I Canali su WhatsApp sono strumenti ad uso privato, significa che le informazioni dell’utente e i numeri di contatto non saranno visibili ad altri all’interno del canale.
    I canali non saranno crittografati end-to-end. Questo è comprensibile, dato che ogni canale avrà diversi iscritti. Le chat e le chiamate di WhatsApp continueranno a essere crittografate end-to-end, e quindi nessuno potrà spiare le vostre conversazioni.

    All’interno dei Canali, nessuno sarà in grado di vedere chi seguite, indipendentemente dal fatto che faccia parte o meno dei vostri contatti. Un aspetto interessante è che non ci saranno raccomandazioni algoritmiche che suggeriscono contenuti correlati.

    Secondo quanto riferito, i canali di WhatsApp saranno contrassegnati da maniglie. Quindi, per cercare un canale WhatsApp specifico basterà inserire il nome utente all’interno dell’app. In questo modo sarà più facile trovare un canale particolare, eliminando la necessità di affidarsi a siti web esterni per raggiungere il canale desiderato.

    È necessario sottolineare che si tratta di una funzionalità in beta, ancora invia di sviluppo, e non disponibile per tutti gli utenti. Questa versione di cui stiamo parlando è solo per Android. Probabile che la versione per iOS possa subire qualche piccola modifica di design.

    Da quello che si vede dagli screenshot diffusi da WaBetaInfo, i Canali appariranno sottoforma di “Aggiornamenti” tra “Chat” e “Chiamate”. Accedendo ai Canali, la parte superiore sarà occupata dagli Status che verranno visualizzati come le Stories su Instagram.

    Ora, dopo aver spiegato tutto, si può assolutamente affermare che questa è una funzionalità del tutto simile ai Canali di Instagram. Una funzionalità che permetterà quindi di condividere gli aggiornamenti del proprio sito web, del proprio blog.

    Con la differenza che stiamo parlando di un’app, WhatsApp, che è molto usata dagli italiani. Stiamo parlando di oltre 33 milioni di utenti, secondo gli ultimi dati del 2022.

  • Se Elon Musk fa di Twitter un uso personale

    Se Elon Musk fa di Twitter un uso personale

    Elon Musk ha cambiato il logo di Twitter con il Doge meme. Uno scherzo che ha fatto schizzare dogecoin a +25%. Un gesto che mostra la mancanza di rispetto di Musk nei confronti degli utenti e che crede di usare Twitter a scopo personale.

    Ormai non è più solo e soltanto una questione di proprietà, è diventata una questione di reputazione. Sembra quasi che Elon Musk si diverta con Twitter e, di conseguenza, alla luce di quello che sta accadendo, non era tanto lontana ipotesi avanzata da molti che per il proprietario della Tesla la piattaforma più influente per le informazioni e le notizie dovesse diventare un giocattolo. Sì. Un giocattolo da 44 miliardi di dollari.

    Quello che sta accadendo ormi da diverse ore ne è la dimostrazione.

    Il tutto è iniziato proprio un anno fa, quando Elon Musk, in piena trattativa per acquisire la piattaforma, chiedeva su Twitter cosa fosse necessario fare perché tutti potessero esprimersi liberamente, come in qualsiasi democrazia. Ebbene, tra i tanti tweet di risposta che proponevano idee concrete, ci fu @WSBChairman che, probabilmente per scherzo, scrisse rispondendo a Musk, che aveva scritto “serve una nuova piattaforma?”, due tweet. In uno scrisse “compra Twitter” e nel secondo scrisse “e cambia l’uccello del logo con Doge”.

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    E, come dicevamo prima, a distanza di un anno Elon Musk fa proprio questo, cambia il logo di Larry con il Doge meme. Questo cambio è visibile per lo più da web e soprattutto in Usa e in Europa.

    Ora, quello che si sa per certo, lo scrive su Twitter un ingegnere della società di Elon Musk, è che si tratta di uno scherzo. Doveva essere il pesce d’aprile di Musk agli utenti Twitter ma, siccome il proprietario bombarda di email i suoi collaboratori, lo scherzo è andato online con due giorni di ritardo. E questo la dice lunga sullo stato in cui lavorano i dipendenti di Twitter.

    Il problema è che tutto questo ricade sulla reputazione di Twitter e dello stesso Elon Musk, ove mai lui si fosse posto il problema.

    Per chi non conoscesse l’icona di Doge meme, si tratta dell’icona associata alla criptovaluta dogecoin che lo stesso Musk usa molto. Ricorderete quando su Twitter punzecchiò McDonald’s per il fatto di non poter pagare in dogecoin.


    Cosa rappresenta il Doge meme

    Doge è un meme diventato popolare nel 2013. Il meme consiste tipicamente in un’immagine di Kabosu, un cane Shiba Inu, accompagnata da testo multicolore in carattere Comic Sans in primo piano. Il testo, che rappresenta una sorta di monologo interno, è volutamente scritto in una forma di inglese scritto male.

    Il meme è basato su una fotografia del 2010 ed è diventato popolare alla fine del 2013, essendo stato nominato il ‘top meme’ di Know Your Meme di quell’anno. Lo Shiba Inu ha avuto una notevole presenza nella cultura popolare alla fine del 2013, inclusa la criptovaluta basata su Doge, il Dogecoin, lanciato nel dicembre dello stesso anno. Diversi sondaggi online e media hanno riconosciuto Doge come uno dei migliori memi degli anni 2010.


    Se volessimo guardare questo gesto con un occhio diverso, allora si potrebbe dire che si tratta di una bella operazione di Musk per far salire le quotazioni della valuta elettronica. E in effetti così è, visto che il balzo è stato +25%. O ancora che Musk voglia spingere questa criptovaluta come moneta da usare su Twitter, ci sta. Ma i metodi per farlo sarebbero altri.

    La motivazione sarebbe, e si tratta di un’ipotesi, che alla base di tutto c’è una causa miliardaria.

    Come detto, dogecoin è la criptovaluta che Elon Musk ha fortemente promosso negli ultimi anni. La valuta ha raggiunto i massimi storici il 9 maggio 2021, giorno in cui Musk è stato ospite del Saturday Night Live. La criptovaluta salì a 0,74 dollari quando Musk menzionò Dogecoin in diretta e crollò rapidamente quando gli investitori hanno iniziato a vendere le loro partecipazioni, lasciando molti investitori nei guai.

    Lo scorso anno gli investitori hanno intentato una causa contro Musk per 258 miliardi di dollari per il suo presunto ruolo, non molto chiaro (da qui la causa) al fine di sostenere Dogecoin. Venerdì scorso gli avvocati di Musk hanno chiesto di archiviare la causa, definendo le accuse una ‘fantasiosa opera di finzione‘.

    Non molto tempo dopo che Twitter ha sostituito il logo dell’uccello blu con doge oggi, i prezzi di Dogecoin sono aumentati da 0,07 a 0,10 dollari.

    Ora, non si era mai visto che qualcuno usasse una piattaforma come Twitter per questioni personali. Vuol dire che l’attuale proprietario non si pone neanche per l’anticamera del cervello il problema della reputazione della piattaforma e, tanto meno, della propria.

    Questo è un dato evidente e disarmante allo stesso tempo.

    Tutti gli utenti oggi, paganti e non, sono in balìa degli umori e delle decisioni personali di una persona che non ha a cuore proprio le persone che usano la parte integrante della piattaforma per come è diventata nel corso degli anni.

    Elon Musk sfida chiunque senza alcun rispetto, questa è la verità. Fosse anche uno scherzo, al netto di tutto questo, sarebbe pure durato troppo e di fatto diventato fastidioso.

    Non ci sembra che Jezz Bezos, fondatore di Amazon e proprietario del Washington Post abbia sfogato sul giornale tutto il suo malessere quando le prestazioni della sua azienda non sono state all’altezza delle attese. Non ci sembra che abbia cambiato il logo del giornale per mettere la sua faccia arrabbiata, per dire.

    È sempre e solo una questione di rispetto e reputazione.

    Abbiamo capito che Elon Musk non è preoccupato da tutto questo, forse per troppo ego o forse per incapacità di rendersene conto. Ma se fosse vera la seconda ipotesi ci sarebbe da chiedersi come abbiamo fatto noi tutti a ritenere che fosse un genio, visionario e capace uomo d’affari.

    Per uno come lui, gestire Twitter avrebbe dovuto essere “quasi” una passeggiata. Un esercizio di libertà e di rispetto verso la piattaforma, la società, verso i dipendenti e verso tutte le persone che rappresentano Twitter usandola ogni giorno. Avrebbe potuto essere l’occasione per mostrare al mondo che davvero Elon Musk è sinonimo di genialità.

    E invece…

  • Una Comunicazione trasparente e responsabile sui Social Media

    Una Comunicazione trasparente e responsabile sui Social Media

    In un momento di grande trasformazione nel panorama dei Social Media, vale la pena ricordare che ad usare questi strumenti siamo sempre noi. Ecco alcuni valori che non dovrebbero mai mancare nel nostro modo di comunicare, sempre trasparente e responsabile.

    I Social Media nel 2023 stanno vivendo un momento di grande cambiamento. Forse possiamo dire che ci troviamo di fronte a un passaggio epocale, senza voler sembrare esagerati. Queste piattaforme stanno cambiando pelle per vari motivi. Se guardiamo indietro di qualche anno, possiamo osservare che le differenze e le distanze cominciano ad essere più marcate.

    Col tempo, i social media hanno occupato un ruolo sempre più importante nella vita di tutti. Per lavoro o per piacere, hanno creato e modellato nuovi stili di comunicazione. Certo, non sono mancati i tanti aspetti negativi emersi, come la diffusione di disinformazione, fake news, trolling e contenuti d’odio.

    Ma, di fronte a questo cambiamento, alle scelte delle piattaforme di optare per formule premium (e non è questo il luogo per esaminare le motivazioni) e, soprattutto, di fronte alla scelta che tutti noi faremo, ricordiamoci che quelli che comunicano siamo sempre noi. Solo noi siamo in grado di rendere l’ambiente della comunicazione sui social media diverso. Nel senso di più trasparente e responsabile.

    comunicazione social media trasparenti responsabili 2023

    Valori per una comunicazione trasparente e responsabile sui Social Media

    Ma come? Di seguito segnalo alcuni valori che dovrebbero essere alla base di una comunicazione, appunto, più responsabile e trasparente. Valori che, per la verità, non dovrebbero mancare mai se il nostro intento è quello di comunicare per dare vita a delle relazioni durature e genuine:

    Autenticità

    Mostriamo agli altri ciò che siamo veramente e fissiamo l’obiettivo di essere onesti in quello che comunichiamo. Non serve, e non è mai servito, apparire come qualcuno che non si è. L’autenticità aiuta a stabilire un legame genuino con il tuo pubblico. Sempre.

    Empatia

    Proviamo a metterci nei panni degli altri e a cercare di comprendere le loro esigenze, preoccupazioni ed emozioni. Comunicare con empatia significa dimostrare rispetto e sensibilità verso gli altri. Un esercizio, questo, che ci aiuta a crescere personalmente e professionalmente.

    Trasparenza

    Proviamo ad essere più aperti e sinceri riguardo a quelle che sono le nostre intenzioni e i nostri obiettivi. La trasparenza, come valore, ci consente di costruire un legame forte con il nostro pubblico fondato sulla fiducia e ci permette di dimostrare tutta la nostra integrità.

    Rispetto

    Sembra quasi scontato dirlo, ma cerchiamo di trattare gli altri con cortesia e considerazione, indipendentemente da quelle che sono le loro opinioni o da quello che è il loro background. Meglio evitare un linguaggio offensivo, provocatorio o, addirittura, discriminatorio.

    Responsabilità

    Questo forse è il passaggio più importante, perché ci porta ad ammettere i nostri errori e ad imparare da essi. Se condividiamo delle informazioni, è sempre bene assicurarsi che siano accurate e verificate. E quando si ricevono critiche, bisogna accoglierle in modo costruttivo e lavorare per migliorarsi.

    Ascolto attivo

    Usare i social media significa comunicare e ascoltare. Quindi, serve prestare attenzione ai commenti e alle preoccupazioni del proprio pubblico. Bisogna rispondere alle domande e ai feedback nei tempi e nei modi adeguati, e che siano rispettosi del proprio pubblico.

    Coerenza

    Significa mantenere una presenza costante sui social media e comunicare in modo coerente con la propria identità e con i propri valori. Questo ci aiuterà a costruire e a mantenere una reputazione solida e affidabile.

    Positività

    Cerchiamo, noi tutti, di diffondere contenuti positivi e incoraggianti, per creare un ambiente più accogliente e meno ostile. Facciamo lo sforzo di condividere contenuti che siano di ispirazione, che siano di intrattenimento anche, invece di concentrarci su aspetti negativi o polemici.

    Ecco, ho pensato che attraverso questi valori si possa ancora creare sui social media, nonostante questa fase di cambiamento, un ambiente più positivo, costruttivo e inclusivo. Perché dipende sempre da noi e dal modo in cui comunichiamo.

    Se vi va, potete aggiungere altri valori, i vostri pensieri e considerazioni a riguardo per dare vita ad un uso dei social media più trasparente e responsabile.

  • Twitter, ecco come funziona la nuova verifica per le aziende

    Twitter, ecco come funziona la nuova verifica per le aziende

    Twitter rilascia la nuova modalità per ottenere la spunta color oro per le aziende. Si prevede un costo di 950 euro al mese, più altri 50 euro per ogni account affiliato. Ogni account aziendale avrà accesso a Twitter Blue.

    Circa un mese fa The Information rivelava che era intenzione di Twitter guadagnare anche sul rilascio della spunta di colore oro per le aziende e si paventava una cifra molto vicina ai mille dollari al mese. E, dopo appunto quattro settimane, esiste la conferma.

    La nuova sputa oro pensata per le aziende e le organizzazioni avrà un costo mensile di circa 1.000 euro al mese, e fra poco vedremo il perché “circa”.

    La nuova modalità consentirà alle aziende di continuare a mantenere il segno di spunta, diventato di colore oro da quando Elon Musk, nuovo proprietario di Twitter, ha voluto diversificare gli account dal colore della spunta: blu per tutte le persone che si abbonano a Twitter Blue; oro, appunto, per le aziende e le organizzazioni; grigia per le istituzioni pubbliche e governative.

    Dopo quella rivelazione di The Information si erano creati diversi rumors che confermavano o che sconfessavano l’idea di provare a guadagnare anche sugli account delle aziende.

    La spunta oro per le aziende

    Ebbene, come si legge dalla pagina dedicata di Twitter, la nuova modalità di verifica per le aziende, che prevede il segno distintivo della spunta color oro, è ormai effettivo anche in Italia e in altri paesi come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Regno Unito, Arabia Saudita, Francia, Germania, Portogallo, Spagna, India, Indonesia e Brasile. La modalità sta poi per essere estesa anche in altri paesi.

    twitter varifica aziende spunta oro 2023

     

    In riferimento al nostro paese, l’ottenimento, e quindi il mantenimento per coloro che ne sono già dotati, della spunta color oro avrà un costo extra di 950 euro al mese. A questi Twitter prevede di aggiungere altri 50 euro mensili per ogni affiliato che si verifica come appartenente a quella particolare azienda. Infatti, le aziende verificare all’interno del loro profilo vedranno apparire un’altra sezione, denominata appunto “Affiliati”, nella quale verranno inseriti tutti i profili Twitter aziendali.

    Twitter: spunta oro per le aziende, 950 euro al mese

    Ma cosa si otterrà pagando 950 euro al mese più altri 50 per ogni profilo affiliato?

    Intanto l’ottenimento, e il mantenimento, qualora già la si possedesse, della spunta adesso diventata oro con il formato quadrato della foto profilo; la possibilità di poter gestire il proprio account, aggiungendo o eliminando account affiliati.

    E poi, cosa su cui Twitter sta puntando molto, l’accesso alla versione premium Twitter Blue. Quindi la possibilità per l’account dell’azienda, e di tutti gli altri profili affiliati, di poter accedere alle funzionalità aggiuntive previste da Twitter Blue. E cioè: modifica tweet, Cartelle di segnalibri, Tweet più lunghi (ora fino a 4 mila caratteri ma si pensa già di arrivare a 10 mila), maggiore visibilità nelle conversazioni e la metà degli annunci.

    Twitter ha previsto una sezione specifica all’interno della quale reperire tutte le informazioni e procedere, eventualmente, alla verifica del proprio account.

    Twitter verifica spunta oro aziende

    Ora, detto questo e spiegato come funziona la nuova modalità di verifica per le aziende e le organizzazioni su Twitter con la spunta oro, la domanda che ci si pone è: “ma conviene spendere mille euro al mese per avere tutto questo?“.

    Conviene pagare per avere la spunta color oro? Qualche considerazione

    Ogni azienda e organizzazione, a questo punto, è chiamata a fare le opportune valutazioni e capi se in effetti Twitter gioca un ruolo importante all’interno della propria strategia di comunicazione digitale. Si tratta quindi di valutare l’importanza dell’investimento e considerare se il costo aggiuntivo di questa funzionalità premium è giustificato per un’azienda.

    Quindi, prima di decidere se investire in un servizio di verifica come questo di Twitter, con la spunta dorata, conviene valutare attentamente gli obiettivi di marketing e comunicazione della azienda e se questo servizio aggiuntivo contribuirà a raggiungerli. Ecco alcuni fattori da considerare prima:

    • Visibilità e autenticità: una spunta color oro su Twitter potrebbe rendere l’account aziendale più visibile e autorevole, ma è da considerare se ciò avrà un impatto significativo sul proprio pubblico di riferimento e sulla percezione del marchio.
    • Costi-benefici: da valutare se il costo di circa mille euro al mese per la verifica è proporzionato ai benefici che ne deriveranno in termini di engagement, acquisizione di nuovi follower e percezione del marchio.
    • Priorità di marketing: da considerare se esistono altre aree di marketing e comunicazione digitale in cui l’investimento di mille euro al mese potrebbe portare a risultati migliori o più significativi per la propria azienda.
    • Budget: voce questa che spesso, per ovvi motivi, è quella basilare. In presenza di un servizio come questo, bisogna assocurarsi di avere un budget sufficiente per coprire il costo di questo servizio premium, senza sacrificare altre iniziative di marketing o attività aziendali già in essere e ritenute importanti.

    Spunta oro, pro e contro

    Insomma, vanno valutati attentamente i pro e i contro dell’investimento in un servizio di verifica con spunta dorata su Twitter e si deve essere sicuri, per quanto possibile, che sia allineato agli obiettivi e alle priorità dell’azienda.

    Se si ritiene che il costo sia giustificato e che il servizio offra un valore aggiunto significativo, allora questa potrebbe essere una scelta strategica per la tua comunicazione digitale. Ma se ci fossero dubbi o se il budget sia già limitato, allora sarebbe il caso di esplorare altre opzioni di comunicazione digitale, al fine di raggiungere i propri obiettivi.

  • Meta non rinnova l′accordo con la SIAE, ecco cosa cambia

    Meta non rinnova l′accordo con la SIAE, ecco cosa cambia

    Meta non rinnova l’accordo con la SIAE. A partire da oggi inizierà la rimozione del catalogo di musica con licenza dell’organismo per la tutela del diritto d’autore da tutte le piattaforme del colosso di Mark Zuckerberg. Ecco cosa cambia.

    La notizia è ormai nota è sta facendo molto discutere. Però cerchiamo di chiarire alcuni aspetti per meglio comprendere cosa accadrà da adesso in poi, fino a quando le cose non cambieranno.

    Stiamo parlando di Meta che ha deciso di non rinnovare l’accordo con la SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori) l’organismo, fondato nel 1882, che si occupa della tutela del diritto d’autore.

    Un portavoce di Meta ha dichiarato che non si è riusciti ad arrivare ad un accordo con l’organismo. “La tutela dei diritti d’autore di compositori e artisti è per noi una priorità assoluta” – ha continuato il portavoce – “e per questo motivo, a partire da oggi, non potremo più rendere disponibili i brani del repertorio SIAE all’interno della nostra libreria musicale.

    Crediamo che sia un valore per l’intera industria musicale permettere alle persone di condividere e connettersi sulle nostre piattaforme utilizzando la musica che amano. Abbiamo accordi di licenza in oltre 150 paesi nel mondo e continueremo a impegnarci per raggiungere un accordo con SIAE che soddisfi tutte le parti“.

    meta siae mancato accordo 2023 franzrusso

    Quindi esiste un difficoltà sulla ricerca di un accordo ma la porta resta aperta. Meta ha accordi, come sottolineato dal portavoce, anche con altri paesi. Infatti, la società di Mark Zuckerberg ha trovato accordi con gli organismi di tutela dei diritti d’autore in Francia, Spagna e Germania, tanto per citare qualche esempio.

    La posizione della SIAE è piuttosto netta, definendo la scelta di Meta “unilaterale e incomprensibile”

    A SIAE viene richiesto di accettare una proposta unilaterale di Meta prescindendo da qualsiasi valutazione trasparente e condivisa dell’effettivo valore del repertorio. Tale posizione, unitamente al rifiuto da parte di Meta di condividere le informazioni rilevanti ai fini di un accordo equo, è evidentemente in contrasto con i principi sanciti dalla Direttiva Copyright per la quale gli autori e gli editori di tutta Europa si sono fortemente battuti. Colpisce questa decisione, considerata la negoziazione in corso, e comunque la piena disponibilità di SIAE a sottoscrivere a condizioni trasparenti la licenza per il corretto utilizzo dei contenuti tutelati

    L’organismo conclude il comunicato sostenendo che “SIAE non accetterà imposizioni da un soggetto che sfrutta la sua posizione di forza per ottenere risparmi a danno dell’industria creativa italiana“. Una frase piuttosto dura.

    Ma come stanno le cose? Cosa è successo a tal punto da portare ad un mancato accordo?

    Come detto, Meta ha stretto accordi con gli organismi pari a quello della SIAE anche con altri paesi e nel momento in cui si è intavolata la trattativa per un nuovo accordo con la SIAE, ecco che tutto salta.

    E il motivo è che la SIAE chiede a Meta di applicare un tipologia di accordo che prevede la condivisione delle entrate. In sostanza l’organismo italiano vuole che Meta quantifichi il valore generato dai contenuti condivisi dagli utenti sulle piattaforme della casa di Menlo Park e sulla base di quello passare alla condivisione delle entrate. SIAE sostiene che questo è il modello già in essere con altre società come Google per YouTube e ByteDance per TikTok.

    Meta, dal canto suo, non intende modificare la sua tipologia che le ha permesso già di concretizzare accordi in 150 paesi, come ricordava il portavoce della società di Zuckerberg. Da oggi meno uno.

    Cosa succederà quindi per tutte le persone che condivideranno brani musicali coperti da licenza SIAE sulle piattaforme Meta?

    Allora, su Facebook e Instagram si tratta di un cambiamento evidente, visto che gli le persone non potranno più utilizzare brani del repertorio SIAE all’interno di Reels, video e Stories. Meta presto bloccherà tutti i contenuti che utilizzano musica di cui non ha i diritti.

    E poi:

    • I video di Facebook con musiche del repertorio SIAE saranno bloccati. Sarà possibile ricaricarli andando a sostituire il brano musicale.
    • Su Instagram, dove la musica può essere inserita sia nei post con foto che nei Reels, le canzoni saranno silenziate. In ogni caso, gli utenti potranno decidere di sostituire la musica silenziata con un brano del catalogo che non sia musica italiana.
    • Nelle Storie di entrambe le piattaforme, Facebook e Instagram, le musiche del repertorio SIAE verranno silenziate e non saranno più disponibili per futuri contenuti.

    La rimozione del catalogo SIAE dalle piattaforme Meta praticamente partirà già da oggi, ossia giovedì 16 marzo 2023, anche se ci vorrà almeno un paio di giorni perché la stesa rimozione sia applicata.

    Sulla vicenda è intervenuto anche Enzo Mazza, Federazione Industria Musicale Italiana, che sottolinea su LinkedIn come il mancato accordo “rischia di causare gravi danni anche all’industria discografica“.

    Insomma, se non si arriverà ad un accordo, cosa difficile per il momento come è facile da intuire, il mancato accordo avrà un impatto non da poco visto che il 99% della musica italiana è coperto da licenza SIAE.

    [Aggiornamento] Da segnalare che viene silenziata in automatico anche la musica straniera che in Italia viene rilasciata con licenza SIAE. Ecco spiegato perché, inserendo anche musica non italiana, la stessa viene silenziata

  • Meta, nuovi licenziamenti e abbandono di progetti

    Meta, nuovi licenziamenti e abbandono di progetti

    Meta da domani inizierà a licenziare 10 mila dipendenti, si tratta del secondo massiccio licenziamento dopo quello del novembre scorso. Zuckerberg ha scritto su Facebook che questa operazione  porterà a fermare anche progetti, come quello degli NFT.

    La notizia era già nell’aria da qualche giorno, in realtà da quando lo stesso Mark Zuckerberg ha affermato che questo anno sarebbe stato quella della “riduzione dei costi” e che ci sarebbero stati altri licenziamenti. E così è stato, purtroppo.

    In una settimana iniziata con il fallimento della Silicon Valley Bank, quella che per 40 anni era stata il punto di riferimento per startup e venture capitalist, ecco che arriva oggi la notizia di nuovi licenziamenti da parte di Meta, la società madre di Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp.

    Quello che si conosce, in questo momento, è che a partire da domani, mercoledì 15 marzo 2023, Meta inizierà i licenziamenti per un totale di 10 mila persone coinvolte e la chiusura della ricerca di 5 mila posizioni aperte. Si tratta quindi, dopo quella di novembre che portò a licenziare 11 mila dipendenti, di un nuova grande operazione di riorganizzazione dell’azienda.

    Meta licenziamenti 2023 franzrusso

    L’annuncio di Zuckerberg

    In un lunghissimo post su Facebook, Mark Zuckerberg parla di questa operazione che si svilupperà nei prossimi due mesi, con l’obiettivo di mettere in pratica “piani di ristrutturazione incentrati sull’appiattimento delle nostre organizzazioni, sulla cancellazione dei progetti a bassa priorità e sulla riduzione delle assunzioni“, scrive Zuckerberg.

    Sarà dura e non c’è modo di evitarlo. Significherà dire addio a colleghi talentuosi e appassionati che hanno fatto parte del nostro successo“, ha scritto Zuckerberg. “Sosterremo le persone negli stessi modi in cui abbiamo fatto finora e tratteremo tutti con la gratitudine che meritano“.

    Come detto, il contesto è già pesantemente scosso dal fallimento della Silicon Valley Bank e questa nuova ondata di massicci licenziamenti non aiuta a ristabilire un clima tranquillo, anzi.

    Secondo il sito Layoffs.fyi, nel 2022 sono state 1.050 le aziende che hanno licenziato un totale di oltre 160 dipendenti. Nei primi tre mesi del 2023 sono già 483 le aziende che stanno operando licenziamenti e 128.200 le persone che hanno perso il proprio lavoro nel settore tech. Sono numeri impressionanti e che, se le cose dovessero proseguire in questo modo, possono peggiorare ancora.

    E a proposito di progetti che non trovano riscontro concreto, prima che arrivasse la notizia dei nuovi licenziamenti di Meta, in Italia aveva avuto grande risalto la notizia che Meta sta per abbandonare uno dei progetti che avrebbero dovuto trovare riscontro concreto all’interno del grande progetto del Metaverso.

    E stiamo parlando del progetto che avrebbe dovuto abilitare gli NFT su Facebook e su Instagram, abbandonato sulla scia del rallentamento sul macro progetto del Metaverso.

    In tutta l’azienda, stiamo valutando attentamente le priorità per aumentare la nostra attenzione“, ha scritto Stephane Kasriel su Twitter. “Per il momento stiamo eliminando gli oggetti da collezione digitali (NFT) per concentrarci su altri modi per sostenere i creatori, le persone e le aziende“. L’azienda si sta invece concentrando su “aree in cui possiamo avere un impatto su scala“.

    L’anno “dell’efficienza” come dice Zuckerberg prende di mira, dal punto di vista dei progetti, proprio il Metaverso, quello su cui tutta l’azienda aveva puntato molto, a partire dal nome. Non che tutto viene chiuso, ma sicuramente subisce un forte rallentamento.

    Intanto, dal punto di vista dei mercati, Wall Street sembra accogliere positivamente questa mossa di Meta, il titolo guadagna in questo momento oltre il 6,5%.

  • Negli Usa gli utenti vogliono cancellare Instagram dallo smartphone

    Negli Usa gli utenti vogliono cancellare Instagram dallo smartphone

    Una recente ricerca di VPNOverview ha messo in evidenza come gli utenti americani sono sempre più intenzionati a cancellare Instagram dal proprio smartphone, più di qualsiasi altra app. Un dato che si inserisce nel dibattito sulle conseguenze che queste app hanno sugli utenti più giovani.

    Come abbiamo già ricordato più volte, i social media si trovano in una fase di grande cambiamento. Va ormai prendendo forma una situazione nuova che le piattaforme devono ben interpretare, sapendo bene che dall’altra parte gli utenti stanno cambiando atteggiamento.

    Possiamo presentare così l’atteggiamento degli utenti americani che, secondo una recente ricerca del VPNOverview, si rivolgono sui motori di ricerca richiedendo come cancellare o disattivare una particolare applicazione dal proprio smartphone.

    La ricerca ha monitorato questo andamento per 6 mesi, considerano in questo lasso di tempo quante volte gli americani scrivessero questo tipo di richieste. Ebbene, Instagram è quella che ha totalizzato più ricerche, o richieste, in assoluto tra tutte e 30 le app monitorate: ben oltre 900 mila.

    utenti usa cancellare instagram franzrusso

    Al secondo posto si piazza un’altra app di Meta, Facebook, ce ha totalizzato la metà delle richieste sui motori di ricerca con oltre 385 mila. A seguire Snapchat, molto usata negli Usa specie tra i più giovani, con oltre 217 mila richieste. A sorpresa, visto il gran parlare degli ultimi mesi, Twitter con più di 92 mila richieste e poi Telegram con oltre 24 mila.

    Vi starete chiedendo, giustamente di TikTok. L’app di ByteDance, nonostante il grande dibattito che la vede ormai al centro di un processo di cancellazione dagli smartphone governativi in Europa e in altri stati, ha ottenuto “appena” 14 mila richieste.

    Un dato molto interessante questo di Instagram, se consideriamo che l’app su cui Meta sta scommettendo di più è stata la seconda più scaricata nel 2022 con oltre mezzo miliardo di download, negli Usa, seconda solo a TikTok.


    Ascolta qui:


    Ma è un dato che si inserisce anche nel dibattito sulle conseguenze che un uso prolungato ed esteso di app come queste possono provocare soprattutto sugli utenti più giovani.

    Ricorderete che poco più di un anno fa il WSJ pubblicò un report segreto di Meta in cui si notavano gli effetti negativi di Instagram soprattutto sulle utenti più giovani, un dato che aprì il dibattito che proprio in questi giorni si riapre in maniera evidente.

    E, sempre rimanendo negli Usa, lo scorso anno il Pew Research rilevò che il 54% degli utenti adolescenti riteneva impossibile una vita senza i social media, mentre era possibile per il 46% di esse. Una opinione, come si può notare che divide a metà il pubblico dei più giovani.

    In Italia, da questo punto di vista, possiamo fare affidamento ai recenti dati di una ricerca di Telefono Azzurro, in collaborazione con Doxa Kids. La ricerca ha rilevato che quasi un terzo dei giovani intervistati, il 27% di essi, dichiara di sentirsi ansioso o agitato senza l’utilizzo dei social (il dato sale al 29% tra i giovani utenti di 15-18 anni ed è del 26% dai 12-14); mentre il 22% risponde addirittura che si sentirebbe perso.

  • Il fallimento della Silicon Valley Bank e le preoccupazioni nel mondo tech

    Il fallimento della Silicon Valley Bank e le preoccupazioni nel mondo tech

    Il fallimento di una banca non è mai una buona notizia. La Silicon Valley Bank era il punto di riferimento per il settore tech, per startup e per venture capitalist. Il rischio è quello di una nuova crisi come quella del 2008, anche se dagli Usa sono fiduciosi che non accadrà.

    Il racconto di chi vive lì è di una Sand Hill Road stranamente silenziosa. Si tratta della strada ad ovest della Silicon Valley che attraversa Palo Alto, Menlo Park e Woodside, nota per la sua concentrazione di società del settore tech e ad esso connesse. Un silenzio che porta alla mente un incubo già vissuto.

    Il fallimento di una banca non è mai una buona notizia e il ricordo di ciò che accadde nella grande crisi finanziaria del 2008 riaffiora con il grande rischio che tutto ripetersi. E le conseguenze potrebbero essere anche più pesanti.

    I fatti ci dicono che nel giro di brevissimo, lo colpisce la velocità con cui tutto è avvenuto, è fallita la Silicon Valley Bank, la banca delle startup, quella che ha dato soldi ai fondi di investimenti per far crescere il nome della Silicon Valley, ossia quella striscia di terra della California che ha dato i natali ai colossi tech che conosciamo oggi.

    La Silicon Valley Bank (SVB) è stata chiusa dalle autorità di regolamentazione Usa e rilevata dal governo americano dopo che i depositanti si sono affrettati a ritirare i loro soldi in seguito a una comunicazione “a sorpresa” della società, avvenuta mercoledì sera, in cui si affermava che aveva venduto 21 miliardi di dollari di attività e che stava vendendo altre azioni proprie per sostenere il suo bilancio. Da questo momento in poi è stato il panico.

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    I fondatori di start-up e i venture capitalist hanno compreso subito che il denaro necessario per pagare i dipendenti potesse andare perso o congelato dal crollo della banca e si sono precipitati a prelevare i propri soldi. Ora è stato imposto un limite di prelievo a 250 mila dollari, anche se ovviamente le aziende, per lo più startup hanno depositi presso la banca con cifre di molto superiori.

    In tempi rapidi la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) l’ente federale che interviene in casi come questi, di banche in difficoltà, a garanzia dei consumatori, prevedendo già l’istituzione di una banca che dovrebbe sostituire la SVB e portare avanti questa fase molto delicata. I vertici della Federal Reserve si dicono fiduciosi di scongiurare l’effetto contagio, come avvenuto appunto nella crisi del 2008, in quanto le leggi apportare dopo quella grave crisi dovrebbero evitare il ripetersi di situazioni simili.

    Ma intanto il fallimento della SVB lascia un vuoto enorme in un settore tecnologico, quello della Silicon Valley, già in grandi difficoltà per via dell’aumento dei tassi, come fenomeno evidente e recente, e alle prese con la gestione di difficoltà delle aziende del settore che ha provocato, e continua ancora adesso, una catena di licenziamenti di massa.

    Stiamo parlando di una banca che è nata nel 1983 ed è cresciuta insieme all’industria tecnologica, resistendo agli alti e bassi del settore come avvenuto nel corso degli anni. Con il boom del mercato dei capitali di rischio tra la fine degli anni 2000 e l’inizio del 2010, la banca ha approfittato della crescita esponenziale del fenomeno start-up, diventando l’interlocutore privilegiato per le aziende che necessitavano di una banca in grado di gestire il mondo rischioso e in rapida evoluzione nella fase delicata della nascita del settore tech.

    La banca si è sviluppata rapidamente e oggi è presente in nove paesi, tra cui Cina e India. E in Cina, a seguito di questo fallimento, si registrano non poche preoccupazioni. La SVB ha affiancato una serie di piccole e grandi aziende tecnologiche, tra cui la società di e-commerce Shopify e la società di sicurezza informatica CrowdStrike. L’elenco dei suoi clienti comprendeva anche fondatori e dirigenti del settore tech di primissimo piano, nonché società di venture capital conosciutissime come Andreessen Horowitz e Insight Partners.

    silicon valley bank franzrusso.it

    C’è da rilevare che buona parte dei licenziamenti è da imputare alle eccessive assunzioni che si sono registrate durante la pandemia, pensando che i mercati sarebbero andati in una certa direzione, mentre i venture capitalist hanno dichiarato che il calo dei finanziamenti alle nuove start-up è una correzione necessaria dopo anni di eccessiva esuberanza.

    Al momento, i capitali della banca sono tutti ancora lì, alla fine del 2022 la SVB aveva circa 209 miliardi di dollari di attività totali e 175 miliardi di dollari di depositi, e lunedì dovrebbe risolversi la questione del reperimento dei fondi delle startup, la grande maggioranza che viene coinvolta da questa crisi, per poter fronteggiare il pagamento degli stipendi ai propri dipendenti che resta la principale preoccupazione.

    E intanto Roku, la società che fornisce i sistemi operativi alle aziende di streaming, fa sapere che dal fallimento della SVB potrebbe vedere a rischio il 25% del suo contante, essendo depositato presso la banca e non assicurato.

    Tutta l’industria tech è alle prese con i cambiamenti dell’economia e con le rinnovate pressioni degli investitori di Wall Street per tagliare i costi e concentrarsi sui profitti, dopo anni di spese per far crescere continuamente le proprie aziende, a ritmi sfrenati.

    Durante la pandemia, grandi aziende come Amazon, Facebook e Google hanno assunto decine di migliaia di nuovi lavoratori. Ma la maggior parte di esse ha tagliato i costi e licenziato lavoratori, cosa che poche hanno dovuto fare nell’ultimo decennio.


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    Questo fallimento segna quanto il settore tech debba ancora fare i conti con sé stesso e sappiamo bene, purtroppo, che alla fine di questi conti il prezzo più alto lo pagheranno decine di migliaia di persone che avevano creduto in quella grande crescita che sembrava senza fine.

    Non è ancora detta la parola fine, ma da adesso in poi le ristrutturazioni e i licenziamenti di faranno sempre più significativi e qualche azienda chiuderà. Speriamo che la lezione della grande crisi finanziaria del 2008 sia servita a qualcosa, se non altro a limitare contagio finanziario e conseguenze. Speriamo.

  • Twitter targato Elon Musk, tra disagi e mancati pagamenti

    Twitter targato Elon Musk, tra disagi e mancati pagamenti

    Il malfunzionamento dell’altro giorno ha messo in evidenza, se ce ne fosse ancora bisogno, che Twitter ha serie difficoltà alle proprie infrastrutture. E forse qualcosa dipende anche dai mancati pagamenti ad Amazon.

    C’era forse qualcuno che immaginava che la completa capitolazione di Twitter sarebbe arrivata con in grandi eventi, come la Coppa del Mondo dello scorso dicembre, e invece. È bastato un semplice errore di aggiornamento di codice in un banale lunedì per farci rendere conto che ormai Twitter sta navigano nel mare di Internet senza motore, per inerzia. Pronto a fermarsi completamente al primo grande scoglio che ne determinerà la fine.

    Guardate, non è una ricostruzione sintetica o magari legata al sentimentalismo facile, perché a Twitter ci teniamo tutti, ma è la semplice verità. A meno che le cose non cambino, e in fretta.

    Ma giusto per dare un contesto più preciso, nei giorni scorsi si è scoperto che, in realtà, Twitter ha seri problemi alle proprie infrastrutture, quelle che permettono di mandare avanti la piattaforma così come la vediamo.

    Nei giorni scorsi le cronache riportano lo scontro con il gigante Amazon che è fornitore di una parte dei servizi cloud di cui Twitter deve usufruire. Ebbene, Amazon chiede che venga rispettato l’accordo firmato nel dicembre 2020, che avrebbe dovuto essere strategico (c’era ancora Jack Dorsey) per Twitter, lamentando mancati pagamenti per un totale di 70 milioni di dollari.

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    Come ritorsione, il gigante fondato da Jeff Bezos minaccia di non pagare 1 milione di dollari di pubblicità, per il primo trimestre del 2023.

    Il malfunzionamento che si verifica ormai di sovente sulla piattaforma è ormai da riferirsi ad una infrastruttura tecnica sempre più precaria e debole. Un risultato che è la conseguenza del licenziamento di quasi l’80 percento della forza lavoro di Twitter.

    Qualche giorno fa, uno dei tanti ingegneri licenziati da Elon Musk descriveva Twitter come un’azienda che ormai si muove sulla base di quello che è stato fatto prima, quasi per inerzia, pronta a fermarsi definitivamente alla prima grande difficoltà.


    Ascolta qui:


     

    Curioso rilevare come in realtà Twitter sfrutti davvero poco i servizi cloud di Amazon, su cui si poggiano Twitter Spaces e poco altro. C’è da dire anche che Twitter aveva proposto ad Amazon di rivedere gli accordi, revisione che da Seattle hanno rifiutato.

    Ma Twitter usa invece Google Cloud su cui poggia la quasi totalità della piattaforma, in virtù di un accordo da 1 miliardo di dollari per 5 anni. Su questo Twitter non ha chiesto revisioni e i pagamenti sono puntuali. Forse perché Google resta comunque un investitore importante e conviene mantenere buoni rapporti anche per l’indicizzazione sul motore di ricerca.

    Ora, di fronte a questa situazione il commento di Elon Musk conferma che, strano a dirsi per uno come lui, di non sapere di cosa si sta parlando. Risolvere tutto con “bisogna riscrivere il codice”, vuol dire non aver idea di come sia strutturata la piattaforma. E dopo 5 mesi comincia, in effetti, a destare ben più di una preoccupazione.

    Senza dimenticare che, a conti fatti, il calo dei ricavi dalla pubblicità nel 2022 è stato del 40% e non si conoscono dati oggettivi per i primi mesi di quest’anno. Ma visto l’andazzo, è facile pensare che il trend negativo sia proseguito ed è sempre più lontano il traguardo dei 3 miliardi di dollari per la fine dell’anno.

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