Qualche giorno fa Twitter ha fatto sapere di aver rimosso la possibilità di localizzazione precisa dei tweet, una opzione poco usata dagli utenti, secondo Twitter. La possibilità, però, resta ancora attiva solo attraverso la nuova fotocamera interna, di recente aggiornata.
Era il 2009, quindi tre anni dopo la sua fondazione, quanto Twitter diede la possibilità di localizzare i tweet, una possibilità, allora, resa possibile per “incrementare le conversazioni locali“. Solo che a distanza di dieci anni Twitter ha deciso di rimuovere questa possibilità e l’annuncio lo ha fatto qualche giorno fa con un tweet (e come, se no?). Un annuncio, per la verità, che non ha attirato la giusta attenzione, ma che invece merita.
La spiegazione ufficiale è quella di “semplificare” l’esperienza degli utenti rimuovendo una funzionalità che, comunque, nel corso di questi anni è rimasta poco usata dagli utenti. Come certamente ricorderete, questa opzione era “opt-in”, bisognava attivarla proprio per evitare di diffondere informazioni di localizzazione nel momento in cui non si voleva condividere questa informazione. Va detto anche che questa modalità è stata ritenuta per certi versi poco precisa, poco attendibile. Salvo poi scoprire, qualche anno fa, che le informazioni sulla geolocalizzazione era invece molto precise e che erano accessibili anche via API.
Eppure, dare una connotazione locale ad un tweet era molto utile, soprattutto per tutti coloro che usano Twitter da un punto di vista più professionale, per raccontare gli eventi. Pensiamo quindi ai blogger, ai giornalisti che per dare una connotazione più dettagliata all’informazione e al contenuto potevano anche localizzare il tweet.
Twitter ha comunque tenuto a precisare che la possibilità di localizzare il tweet resta possibile solo all’interno della fotocamera della piattaforma, che da poco è stata aggiornata e resa più smart.
Most people don't tag their precise location in Tweets, so we're removing this ability to simplify your Tweeting experience. You'll still be able to tag your precise location in Tweets through our updated camera. It's helpful when sharing on-the-ground moments.
To clarify, we haven't changed general location tagging. You'll still be able to add a location to all Tweets (like a city or a restaurant). It's the precise location feature that's been removed from Tweets. https://t.co/4fo3A435nL
Forse, a pensarci bene, riflessione magari già fatta, i tempi sono cambiati e gli utenti sono diventati più attenti a diffondere le loro informazioni. E’ quindi un tema che i lega molto alla privacy verso la quale è cresciuta una consapevolezza che non è paragonabile a quella di dieci anni fa, quando, per certi versi, sembrava quasi “normale” far sapere agli altri la localizzazione precisa anche di un tweet.
Ma oggi gli utenti sono cambiati, condividono le loro informazioni, come la localizzazione, ma in contesti e su piattaforme sempre più private e meno pubbliche. Basti pensare a WhatsApp, Messenger, Telegram, sono questi i luoghi in cui adesso si condividono le proprie informazioni più precise.
Twitter, così facendo, ha preso atto che sono cambiati i tempi.
Lo scandalo Cambridge Analytica continua a tenere banco, per gli effetti e per la sua gravità. Il Garante per la Privacy italiano ha fatto sapere di aver comminato a Facebook una multa da 1 milione di euro “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica’”.
Lo scandalo Cambridge Analytica continua a tenere banco, per gli effetti e per la sua gravità. Il Garante per la Privacy italiano ha fatto sapere di aver comminato a Facebook una multa da 1 milione di euro “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica’”. Lo scandalo, nato nel 2016 in occasione delle elezioni presidenziali Usa, venne scoperto nel 2017, quando Facebook ammise che i dati di 87 milioni di utenti vennero trafugati attraverso l’utilizzo di un’applicazione, scaricabile dal social network, “Thisisyourdigitallife“. La multa, in base al vecchio Codice Privacy, fa seguito al provvedimento del Garante del gennaio scorso con cui l’Autorità aveva vietato a Facebook di continuare a trattare i dati degli utenti italiani. Dalle indagini, in seguito alla scoperta dello scandalo, venne fuori che l’applicazione aveva poi acquisito i dati di ulteriori 214.077 utenti italiani, senza che questi l’avessero scaricata, mentre furono 57 gli utenti italiani che la scaricarono.
Dopo la multa di mezzo milione di sterline da parte del Garante Privacy Uk a Facebook per lo scandalo Cambridge Analytica, comminata nell’ottobre del 2018, arriva anche la multa del Garante per la Privacy italiano. L’Autorità italiana ha reso noto in una nota di aver comminato la multa di 1 milione di euro alla società di Mark Zuckerberg “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica”.
La multa fa seguito al provvedimento del Garante del gennaio di quest’anno con il quale l’Autorità aveva vietato a Facebook di continuare a trattare i dati degli utenti italiani. Il Garante aveva infatti accertato che 57 italiani avevano scaricato l’app “Thisisyourdigitallife” attraverso la funzione Facebook login e che, in base alla possibilità consentita da questa funzione di condividere i dati degli ‘amici’, l’applicazione aveva poi acquisito i dati di ulteriori 214.077 utenti italiani, senza che questi l’avessero scaricata, fossero stati informati della cessione dei loro dati e avessero espresso il proprio consenso a questa cessione. La comunicazione da parte di FB dei dati alla app ‘Thisisyourdigitallife’ era dunque avvenuta in maniera non conforme alla normativa sulla privacy. I dati non erano comunque stati trasmessi a Cambridge Analytica.
Già nel mese di marzo di quest’anno il Garante aveva contestato a Facebook le violazioni della mancata informativa, della mancata acquisizione del consenso e del mancato idoneo riscontro ad una richiesta di informazioni ed esibizione di documenti. Per queste violazioni Facebook si è avvalsa della possibilità di estinguere il procedimento sanzionatorio mediante il pagamento in misura ridotta di una somma pari a 52.000 euro.
La sanzione di 1 milione trova fondamento nel fatto che le violazioni su informativa e consenso erano state commesse in riferimento ad una banca dati di particolare rilevanza e dimensioni, situazione per cui non è ammesso il pagamento in misura ridotta. La somma tiene conto, oltre che della imponenza del database, anche delle condizioni economiche di Facebook e del numero di utenti mondiali e italiani della società.
Come migliorare e ottimizzare la pianificazione delle proprie campagne Facebook Ads? La risposta è semplice: isolando, numeri alla mano, variabili e tendenze. Ecco quindi un’analisi che copre gli ultimi dati legati a obiettivi, spesa, formati e interazioni.
Ultimamente un mio cliente, il gruppo Affinity Petcare, mi ha chiesto un’analisi in merito agli ultimi trend relativi all’investimento in Facebook Ads. Ho quindi deciso di riportare in questo articolo le evidenze emerse, in quanto affiorano alcuni spunti interessanti per migliorare le future pianificazioni adv sulla piattaforma.
In particolare, ho deciso di coprire i seguenti punti: obiettivi, spesa, formati e interazioni.
A seguire, trovi tutti i risultati e gli insight emersi.
Obiettivi e Facebook Ads
Il mio cliente opera su più mercati e quindi ha richiesto un confronto tra il mercato americano e alcuni paesi europei a target come Italia, Francia, U.K., Spagna e Portogallo. Come prevedibile, questa comparativa mostra delle fisiologiche differenze ma anche delle tendenze in comune. Cominciamo dalle prime, tramite una panoramica sugli obiettivi scelti dai brand.
Negli Stati Uniti possiamo osservare come il veicolare traffico al sito sia diventato il primo obiettivo, superando investimenti storici e maggiormente radicati legati ad engagement e reach. Anche in Europa, notiamo la stessa tendenza ma ci sono alcune specificità da prendere in considerazione:
le interazioni sui post restano al primo posto in coabitazione con il traffico al sito;
abbiamo un risultato inferiore relativo alle conversioni e specularmente un maggior utilizzo dell’obiettivo legato alla reach e ai like sulla pagina, variante del macro obiettivo engagement;
in entrambi i casi, messaggi e lead ads stentano a prendere piede.
Come abbiamo visto, generare traffico al sito è un obiettivo primario per entrambi i mercati ma ci sono alcune valutazioni da fare. Senza farsi prendere da catastrofismi (o piagnistei) di sorta, come avviene ad ondate per ogni cambio di algoritmo o restrizione delle opzioni di targeting, bisognerà prendere seriamente in considerazione l’adozione da parte degli utenti del nuovo strumento (attualmente in fase di sviluppo) chiamato Clear History. In parole povere, la possibilità di rendere anonima la navigazione su siti ed app con conseguenze dirette sul retargeting restringendo le potenzialità del pixel di tracciamento. Compresa la creazione di pubblici personalizzati.
Ovviamente questo intervento si inserisce nella serie di aggiustamenti votati alla privacy, figli dello scandalo Cambridge Analytica, ma fa anche parte di un più ampio piano d’azione per prevenire i bombardamenti pubblicitari, con forme di retargeting (più o meno) a freddo, che hanno caratterizzato la presenza di molti brand negli ultimi anni. Purtroppo, molte marche sono ancora convinte che la comunicazione di massa e non personalizzata sia il santo graal che stimola il brand recall. D’altro canto, Facebook deve garantire un’esperienza di valore agli utenti per continuare ad attrarre investimenti pubblicitari.
Personalmente, penso che nei prossimi mesi il canale favorirà maggiormente forme di retargeting legate alle interazioni sulla piattaforma come le visualizzazioni video, engagement sui post, messaggi ricevuti, fan più attivi sulla pagina e/o nei gruppi, etc. Si profila quindi un modello che punta a creare relazioni con le community a target, tramite un engagement qualificato e generando conversazioni di valore, prima di puntare alla conversione vera e propria. Di conseguenza, la capacità di fare networking con le diverse audience sarà più importante del volume complessivo di azioni. Per semplificare il concetto, meglio pochi (da reindirizzare sul sito) ma buoni e altamente profilati.
In questo modo, Facebook puo’ raggiungere un duplice scopo:
limitare lo spam e pertanto migliorare la fruizione da parte del pubblico;
aumentare il tempo speso sulla piattaforma, limitando i redirect all’indispensabile, andando ad incidere su un dato che influenza fortemente gli investimenti sul canale.
Una volta che abbiamo una panoramica sugli obiettivi, è arrivato il momento di valutare la spesa attuale su Facebook Ads.
La spesa su Facebook Ads
Innanzitutto, abbiamo una media relativa alla spesa che varia tra 3.065k (mercato europeo) e 5.0144k (USA). Ad ogni modo, fuori dall’ovvia maggiore capacità di investimento del mercato americano, abbiamo una tendenza in comune che attraversa i due segmenti.
Entrambi i mercati, prendendo anche in considerazione i mesi precedenti e a seguire, sono (come prevedibile) fortemente influenzati dalla stagionalità. Ovvero, la spesa è concentrata nei mesi che vanno da ottobre a dicembre. Questo dato deve farci riflettere in quanto, a mio avviso, i brand devono cominciare a ragionare ad una pianificazione always on abbandonando definitivamente l’ottica dell’investimento one-shot ed una tantum.
Piuttosto che bombardare l’utente per un periodo limitato dell’anno, bisogna mettere in campo attività di nurturing coerenti e sequenziali verso le audience a target prima di interfacciarsi tramite la vendita diretta. Il targeting va a passi consequenziali, muovendo l’utente lungo il funnel e raggiungendo nuove audience per ogni fase, saltare le tappe raramente paga. Infatti, questo esercizio è possibile soltanto se abbiamo mappato correttamente i diversi momenti del processo d’acquisto dei consumatori che vogliamo raggiungere. Inoltre, ciò ci permetterà di pianificare al meglio le integrazioni con gli altri canali e leve. Ad esempio, come e quando generare lead su Facebook per azioni di retargeting tramite mail o eventi profilati in-store. Non dobbiamo mai dimenticare che i social media non sono degli asset isolati ma si inseriscono all’interno del complessivo ecosistema di marketing.
Partendo dal presupposto che il drive to website è l’obiettivo principale in entrambi i mercati, chiudo questo blocco con una panoramica legata a CPC e CTR. La media in Europa oscilla tra 0.14 (costo per click) e 1.48 (click through rate), mentre negli Stati Uniti abbiamo un risultato che varia tra 0.46 (costo per click) e 1.59 (click through rate). Chiaramente, tanto il CPC quanto il CTR variano sensibilmente a seconda del settore e business.
CPC: il dato globale per settore.
Anche in questo caso, l’ottimizzazione del rapporto costi – risultati non passa certamente da una comunicazione di massa ma dal sapere interagire con gli utenti giusti, al momento opportuno in base alla relazione (conoscenza, valutazione, conversione) e tramite i contenuti più adatti per ogni fase. Per poterlo fare, come precedentemente accennato, risulta indispensabile mappare le nostre target personas e le diverse tappe che caratterizzano il loro processo d’acquisto. Un tema su cui si dibatte tanto su LinkedIn ma su cui non si lavora concretamente abbastanza…
Adesso che abbiamo coperto il tema della spesa, diamo un’occhiata ai formati maggiromente utilizzati dai brand.
Formati e Facebook Ads
Ad una prima analisi dei contenuti totali condivisi dalle pagine, notiamo come la strategia di content marketing sia principalmente foto centrica. Un’evidenza che non stupisce vista la maggiore complessità richiesta dai video in termini di budget, progettazione, risorse coinvolte e sviluppo del concept creativo.
Difatti, ritroviamo la stessa tendenza se orientiamo lo sguardo verso la tipologia di contenuti sponsorizzati con i video che rappresentano il 20%/22% in media dei post promossi. Fuori dalle sirene degli autoproclamati guru, per cui i video sono da alcuni anni la panacea di tutti i mali, questo risultato porta ad alcune riflessioni:
constatiamo una controtendenza rispetto al dato globale dove a settembre 2018 i video avevano raggiunto le foto come formato più sponsorizzato;
come anticipavo prima, il targeting legato alle azioni sulla piattaforma diventerà centrale e conseguentemente bisognerà (anche) migliorare la retention dei video per definire un funnel di retargeting basato sulle visualizzazioni. In questo articolo, trovi alcuni consigli su come sfruttare al meglio questo formato;
in uno scenario paid quasi monopolizzato dalle foto, i video posso diventare un ottimo strumento per posizionarsi e differenziarsi. Chiaramente, a patto di profilare e diversificare i contenuti proposti in base alle esigenze dei diversi pubblici.
Per concludere, non ci resta che guardare al dettaglio riguardante le interazioni.
Interazioni e Facebook Ads
Come per il CPC, il costo per engagement mostra un certo divario tra i due mercati: 0.11$ in Europa e 0.27$ negli Stati Uniti. Tuttavia, visto che come per il costo per click il CPE varia sensibilmente a seconda del settore, bisogna andare maggiormente in profondità di questo dato.
I brand ad oggi sono ancora dei raccoglitori di like e le conversazioni come le condivisioni stentano a decollare. Tovo molto interessante questo punto in relazione ai cambiamenti in itinere dell’algoritmo di Facebook. La piattaforma ha recentemente iniziato a mettere in relazione i risultati dei questionari proposti agli utenti, in merito alle loro preferenze, alle azioni intraprese sul canale per identificare quali contenuti condividono, commentano e mettono like. L’obiettivo evidente è quello di ridurre il numero dei post non rilevanti dal news feed di ciascun utente. Infatti, dal comunicato ufficiale emerge una dimensioni chiave da prendere fortemente in considerazione: il grado della relazione, l’algoritmo mostrerà in primis i contenuti di pagine e amici con cui abbiamo una relazione più stretta.
Ovvero, oltre ai feedback direttamente richiesti agli utenti, la piattaforma valuterà il grado della relazione (anche) grazie a segnali come la regolarità e frequenza nell’interagire con un dato brand e/o tipologia di contenuto. In termini pratici, generare conversazioni di valore diventerà sempre più importante per fidelizzare il pubblico, rendere più solida la relazione e (come precedentemente riportato) profilare il retargeting legato alle azioni sul canale.
Questo era il mio ultimo grafico ma se hai domande, commenti o vuoi aggiungere spunti alla discussione, ti aspetto nei commenti. Invece, se oltre a Facebook sei alla ricerca degli ultimi trend su Instagram, qui trovi il mio ultimo articolo a riguardo.
Instagram inizia a mettere in campo delle misure che permetteranno agli utenti di recuperare l’account hackerato. Per ora si tratta di un test, secondo quanto riferisce Motherboard, disponibile solo per iOS. L’invio di un codice a sei cifre permetterà all’utente di rientrare in possesso del proprio account.
Instagram ha avviato in questi giorni un test che renderà felici molto utenti, soprattutto quelli che hanno avuto la sventura di trovarsi di fronte alla violazione del proprio account e non sapere cosa fare per riappropriarsene. Quante volte è successo di persone che scrivevano di aver perso il proprio account perché violato e di non sapere come fare, situazione che, spesso, ha portato lo stesso utente a perdere tutto e riaprirne uno nuovo, complice anche un’assistenza non presente a dovere.
Ebbene, tutto questo sembra essere ormai alle spalle perché, secondo quanto riportato da Motherboard, Instagram ha messo in moto una funzionalità, per ora solo in fase di test su iOS, che permette di rientrare in possesso del proprio account e di tutto quanto si trovi al suo interno. E’ da considerarsi una risposta ai tanti, come dicevamo prima, che pur di riappropriarsi di quello che potrebbe essere un semplice account, ma che di fatto, per alcuni, rappresenta molto ma molto di più, si sono rivolti agli hacker “buoni”.
In pratica viene messo a disposizione degli utenti un tool che, una volta inserito il proprio numero di telefono o indirizzo e-mail, permetterà all’utente di ricevere un codice a sei cifre, codice che servirà ad entrare in possesso del proprio account. Instagram, sempre secondo quanto riporta Motherboard, rassicura che il processo sarà garantito anche nel caso in cui la mail o il numero telefono siano ancora appannaggio degli hacker, con l’aggiunta di strumenti aggiuntivi.
Il nuovo strumento, ricordiamo ancora una volta in fase di test, permette di recuperare il profilo anche se le informazioni, come ad esempio il nome utente, sono state modificate da un hacker. “L’obiettivo nei prossimi mesi – precisa Instagram – è quello di consentire agli utenti di recuperare l’account direttamente dall’applicazione, senza bisogno di ulteriore supporto da parte del nostro Community Operation team. Vogliamo assicurarci che l’username sia al sicuro per un determinato periodo di tempo dopo aver apportato modifiche all’account, il che significa che non può essere richiesto da qualcun altro se perdi l’accesso al tuo account”. Questo strumento è disponibile per tutti gli utenti Android ed è attualmente in fase di rilascio su iOS.
Insomma, se siete tra quelli che si sono disperati per aver perso il proprio account, perché violato da un hacker (basterebbe non cliccare su qualunque link che arrivi, ma questa è un’altra storia), da oggi potere tirare un bel sospiro di sollievo.
Nuova edizione della ricerca di Blogmeter, “Italiani e Social Media”, che ci offre uno spaccato su come gli italiani usano questi strumenti di comunicazione. Elemento molto interessante che emerge dalla survey è che più del 30% degli utenti guarda le stories su Facebook e su Instagram.
Sempre molto interessante la ricerca di Blogmeter, “Italiani e Social Media“, giunta alla terza edizione, che ci offre uno spaccato su come gli utenti italiani usano questi strumenti di comunicazione. Lo scorso anno avevamo evidenziato un elemento che ci aveva molto colpito, ossia quello relativo al fatto che gli italiani fanno fatica a distinguere la pubblicità dai contenuti. L’elemento interessante invece dell’edizione di quest’anno è che gli italiani amano le stories: più del 30 percento le guarda su Facebook e su Instagram. La ricerca tiene in considerazione i dati sulla survey racconti da 1.510 interviste ad utenti italiani iscritti ad almeno un social network.
Fatta la doverosa premessa, passiamo a vedere i risultati della ricerca.
Come abbiamo avuto già modo di vedere lo scorso anno, la ricerca distingue tra social di cittadinanza e social funzionali. Quelli di cittadinanza sono i più usati dagli utenti italiani più volte a settimana e che contribuiscono a definire le nostre identità di relazione. Sono quelli che hanno come rappresentante principale Facebook seguito da YouTube e Instagram. Pinterest oltre a confermare i propri trend di crescita in termini di diffusione si caratterizza sempre più come social di cittadinanza. Non solo i social propriamente detti, ma anche i servizi di messaggistica come WhatsApp, Messenger e Telegram rientrano in questa categoria, in quanto vengono utilizzati più volte al giorno dagli utenti.
I social funzionali, tra cui TripAdvisor e Skype sono quelli che vengono utilizzati saltuariamente poiché soddisfano un bisogno specifico. I social più orientati giovani come TikTok, Snapchat e WeChat, pur avendo una buona penetrazione nella popolazione generale, non hanno ancora una connotazione fortemente di cittadinanza o funzionale. Sarà interessante valutare la loro evoluzione nel tempo.
Italiani e Social Media, perchè li usano
Come già visto negli anni scorsi e come già avuto modo di osservare nel corso di altra analisi, la principale ragione che spinge gli italiani a utilizzare i social media è leggere i contenuti altrui: il 43% degli intervistati, infatti, dichiara di servirsi dei social unicamente per questo motivo, mentre il 12% li utilizza con il solo scopo di scrivere post originali. A sorprendere è la percentuale relativa alla fascia d’età: il 69% di coloro che si limitano a utilizzare i social per leggere contenuti scritti da altri rientra nella fascia di età 15-24 anni, ovvero la Generazione Z. Nello specifico Facebook, il più citato dagli intervistati, viene utilizzato prevalentemente per informarsi, condividere momenti e leggere o guardare recensioni; YouTube risulta essere il canale preferenziale per svago e per trovare stimoli e idee; mentre Instagram si conferma anche quest’anno il più amato per seguire le celebrities.
Nel 2018 Blogmeter ha introdotto nella survey un capitolo interamente dedicato all’advertising sui social, al fine di determinare quanto risulti utile o disturbante per gli utenti. Lo scenario dello scorso anno evidenziava quanto la pubblicità su YouTube risultasse interruttiva per il 75 percento degli intervistati, mentre neutra su Facebook e Instagram (rispettivamente per il 33 percento e il 34 percento).
A distanza di un anno la situazione risulta mutata: la percezione di utilità è cresciuta per tutti e tre i canali analizzati (+19 percento per Facebook, +7 percento per Instagram e +10 percento per YouTube) a dimostrazione che una targhettizzazione sempre più mirata risulta molto utile.
Italiani e e-commerce
Per il terzo anno consecutivo le abitudini di shopping online rimangono invariate, confermando una forte predisposizione degli italiani all’acquisto di prodotti e servizi tramite e-commerce: il 90 infatti dichiara di aver comprato online il 50% di voler acquistare di più l’anno prossimo.
I canali preferenziali per informarsi prima di effettuare un acquisto risultano essere i motori di ricerca e i siti di vendita online e anche i siti di recensioni e i forum specializzati. I canali emergenti, come Facebook, Instagram e YouTube sono utilizzati soprattutto dagli utenti “addicted”, cioè quelli che possiedono più di 7 profili social.
Italiani e le Stories
La novità della edizione 2019 di “Italiani e Social Media” è l’introduzione della sezione dedicata a stories su Facebook e Instagram. Dalla ricerca emerge che il 32 percento degli italiani preferisce guardare stories anziché leggere un post, percentuale ancora più alta nella fascia 15-24 anni, raggiungendo il 52 percento. Quando si parla di stories non si può fare non fare riferimento agli influencer, grandi utilizzatori di questa forma di contenuto effimero. Gli intervistati dichiarano di seguire le personalità social perché parlano di argomenti di loro interesse e perché sono simpatici e spontanei.
Anche quest’anno è stato chiesto agli intervistati di nominare una persona divenuta famosa grazie ai social e di cui sono follower. Non sorprende che i più citati siano i protagonisti del matrimonio più social dell’anno: i Ferragnez, ovvero la coppia composta da Chiara Ferragni e Fedez. La fondatrice del blog The Blonde Salad stacca di parecchio il marito rapper che si posiziona secondo. Dopo di loro il calciatore della Juventus, Cristiano Ronaldo che strappa per un soffio la Top 3 a Clio Zammatteo (la famosa ClioMakeUp).
Quindi, dagli interessanti dati che emergono da questa ricerca viene fuori, soprattutto dagli ultimi relativi alle stories, che stiamo andando verso una direzione che ci porta sempre di più ad un contenuto istantaneo, sempre aggiornato e coinvolgente. Difficile mettere insieme un alto grado di coinvolgimento insieme alla velocità, vuol dire che la discriminate diventa la spontaneità.
Certo, i giovani leggono meno, attratti da una forma di contenuto sempre più effimera, questo è l’elemento su cui si dovrebbe aprire una riflessione più approfondita.
L’Osservatorio Influencer Marketing (OIM) di Ipsos e Flu ha diffuso un interessante report che fa il punto su un aspetto molto interessante, rilevando che il 62% delle persone intervistate ha acquistato ciò che ha visto consigliato sui social network dagli influencer.
Il tema Influencer Marketing è un tema molto sentito nel nostro paese, spesso, anche qui sul nostro blog, cerchiamo di trattarlo da un punto di vista più concreto, ben sapendo che questa nuova branca del Marketing sta rafforzandosi sempre di più. Ed è per questo che vogliamo presentarvi questo interessante report a cura dell’Osservatorio Influencer Marketing (OIM) di Ipsos, società leader nelle ricerche di mercato, e FLU, agenzia italiana parte di ALL Communication Group Holding, specializzata in influencer marketing, che fa il punto su un aspetto molto interessante, ossia il rapporto tra consumatore e social media. Partiamo da un punto che anche qui abbiamo sottolineato spesso e cioè che quando si parla di influencer non si intende , come tale, la celebrità o il personaggio famoso, no. Per influencer si intende una persona che, nel suo raggio di competenza e di interesse, è stato in grado di costruire attorno una community fidata che segue le sue indicazioni e i suoi interessi. Forse i dati del rapporto saranno più utili per chiarire questo aspetto.
Il 68% degli utenti social media in Italia ha tra i propri interessi quello di seguire influencer e celebrity, un dato che sale all’82% tra i più giovani (16-24 anni), per i quali gli influencer sono una vera e propria fonte d’ispirazione, non solo nei comportamenti ma anche per gli acquisti. Questo è il dato più importante rilevato dal report.
[pinterest-image message=”L’Osservatorio #InfluencerMarketing (OIM) di Ipsos e Flu ha diffuso un interessante report che fa il punto su un aspetto molto interessante, rilevando che il 62% delle persone intervistate ha acquistato ciò che ha visto consigliato sui social network dagli influencer.” image=”https://www.franzrusso.it/wp-content/uploads/2019/06/influencer-marketing-OIM.jpg”]
Gli italiani e i social media
Come sappiamo, il rapporto tra gli utenti italiani e i social media è molto stretto, gli ultimi dati di Agcom ci confermano questa stretta relazione con Facebook che resta ancora la piattaforma più gradita, nonostante tutto. Il rapporto dell’OIM ci dice che il 40% degli utenti social media in Italia condivide abitualmente contenuti pubblicati da altri; il 38% commenta foto, video e post, fino all’azione più personale dello scrivere o pubblicare un proprio contenuto foto o video (36%). Tra questi sono le donne (74%) gli utenti più attivi e più predisposti a seguire i canali ufficiali dei brand e dei personaggi celebri sui social.
Instagram, che conferma la sua crescita, non solo è il social network preferito dalla fascia più giovane di intervistati (66%), ma è il regno degli influencer e delle loro storie. Le Instagram Stories permettono di seguire le persone nei vari momenti della giornata, conoscendone così più aspetti della vita personale di quanto si possa fare attraverso un semplice post. Sono, infatti, uno strumento effimero e più coinvolgente che permette ai follower un’interazione più immediata grazie alla possibilità di rispondere con rapidissime reazioni/emoticon e messaggi privati nonché prendendo parte a veloci sondaggi.
Se da un lato gli utenti interagiscono con gli influencer attraverso brevi opinioni (35%), dall’altro tendono a non rivolgersi agli stessi per procacciarsi informazioni precise e maggiori dettagli sui prodotti mostrati perché per questo, l’OIM di IPSOS e Flu, rileva come questi preferiscano rivolgersi altrove quando desiderano maggiori dettagli in vista magari di un eventuale acquisto o prenotazione.
Essere influencer
Il report di OIM rileva che il 62% degli utenti segue, sui social network, non tanto i profili ufficiali dei personaggi famosi per il solo fatto della loro notorietà, ma persone o personaggi che trattino tematiche specifiche di proprio interesse. Il 49% degli intervistati conferma, infatti, di considerare come veri influencer, persone meno conosciute al largo pubblico ma famose per la loro attività sui social network. Di questi ultimi seguono indistintamente sia contenuti personali in cui raccontano la loro quotidianità, sia contenuti di natura più commerciale in cui promuovono o consigliano specifici prodotti o servizi.
Ma se per gli utenti over 25 anni le stories e i post degli influencer soddisfano la curiosità, per i giovani tra i 16 e i 24 anni, gli influencer incarnano un punto di riferimento per le proprie passioni (32%); infine per il 23% degli utenti di questa fascia d’età gli influencer sono più di un punto di riferimento, costituiscono un vero e proprio modello da seguire, il 16% instaura con loro un vero e proprio rapporto di fiducia.
Gli infuencer e gli acquisti sui social media
CI si è sempre chiesti quale sia l’effetto dell’attività degli influencer sugli acquisti da parte degli utenti. Ma sono davvero così bravi ad “influenzare”? Il report di OIM ci dice che un italiano su tre ha comprato più volte qualcosa che è stato promosso dagli influencer che segue. Il 62% delle persone intervistate ha acquistato ciò che ha visto consigliato sui social network degli influencer che segue.
Non si tratta però di acquisti d’impulso. Nonostante gli ultimi aggiornamenti dei social permettano sempre più di finalizzare un acquisto in pochi istanti senza neanche uscire dal social network, tra chi ha acquistato il 76% degli intervistati impiega un po’ di tempo per decidere di procedere all’acquisto. L’utente preferisce prendersi alcuni momenti per cercare, su canali diversi, ulteriori informazioni per poi terminare l’acquisto sempre online ma su store digitali come Amazon (45%), dove si può trovare anche il prodotto più raro consigliato da influencer stranieri, o sul sito ufficiale del prodotto (25%) o direttamente presso un negozio fisico (16%). Solo il 14% degli intervistati utilizza i link presenti nelle stories o nei post per comprare il prodotto o servizio sponsorizzato.
L’indagine è stata eseguita su un campione rappresentativo di 1.000 italiani, con un’età compresa tra i 16 e i 54 anni, che in questo caso si è focalizzata sull’osservazione dei comportamenti del consumatore e sull’effettivo impatto dell’influencer marketing sulle proprie scelte d’acquisto.
Arriva anche in Italia la nuova funzionalità di Facebook, Film. Warner Bros. Entertainment Italia è una delle prime case cinematografiche a sperimentare la nuova funzionalità in occasione dell’uscita italiana di “Godzilla II, King of the Monsters”. E’ l’esempio di come l’esperienza del Cinema diventa “social”.
Se ne parla da tempo ormai ed ora è attiva anche in Italia. Stiamo parlando di Film, la nuova funzionalità di Facebook che rende l’esperienza Cinema sempre più “social”. Lanciata per la prima volta negli Stati Uniti e più recentemente nel Regno Unito e in Canada, Film consente di visualizzare tutti gli spettacoli cinematografici nelle vicinanze, ovunque ci si trovi, e di condividere quest’esperienza con i propri amici grazie ai molti contenuti a portata di clic.
Per provare Film è sufficiente accedere al menu generale di Facebook e selezionare l’icona con l’immagine di una bobina cinematografica. A quel punto appariranno due sezioni:
“Film”, con l’elenco degli spettacoli in programmazione, la descrizione, il trailer, tutte le informazioni su cast e regista
“Cinema”, con la lista delle sale, gli orari degli spettacoli e i link per acquistare il biglietto online.
Una volta selezionati film e sala, i biglietti possono essere acquistati con un solo clic direttamente sul sito del cinema, dove disponibile l’e-commerce, sul quale viene effettuato il pagamento e completata la transazione. A fine procedura, il cinema invia all’acquirente una conferma via email con il codice a barre o il QR code dell’e-ticket, a seconda di quanto previsto dal sistema di e-commerce utilizzato.
Al lancio di Film in Italia si accompagna una serie di nuove opzioni che, a partire dal 3 giugno, saranno a disposizione di tutte le major per rendere ancora più interattiva l’esperienza cinematografica per ciascuno dei loro titoli.
Per le persone che faranno like alla pagina del film in uscita o in programmazione, saranno disponibili i pulsanti “Mi interessa” e “Controlla Orari”, che permettono di rimanere aggiornati sull’uscita del film nelle sale, nel primo caso, e di acquistare il biglietto con un solo clic direttamente sul sito del cinema.
Warner Bros. Entertainment Italia è una delle prime major a testare da subito queste nuove funzionalità in occasione dell’uscita nelle sale italiane di Godzilla II King of the Monsters – nuovo capitolo dell’universo MonsterVerse – il prossimo 30 maggio.
Lanciata un anno fa, IGTV aveva provato a fare quello che nessuno aveva mai fatto, ossia lanciare un’app video di lunga durata solo nel formato verticale. Dopo dodici mesi, Instagram abbandona la peculiare dell’app stand alone, abbracciando il formato orizzontale.
Appena dodici mesi dopo, è stata lanciata nel giugno dello scorso anno, IGTV abbraccia il formato orizzontale, abbandonando quella che era una peculiarità dell’app di video di lunga durata: l’esclusività del formato verticale. La notizia viene data da Instagram, annunciando che il formato panoramico, quello orizzontale, è in aggiunta a quello verticale. Eppure, solo un anno fa, Kevin Systrom, co-fondatore dell’app che nel frattempo ha abbandonato Instagram a settembre del 2018, sosteneva che quella fosse la vera caratteristica interessante di IGV, “semplicemente perché nessuno ce l’ha“.
E’ evidente che questa scelta riflette l’esigenza di rilanciare un’app che, per la verità, non è riuscita a soddisfare tutte le aspettative. Forse perché il video poteva essere caricato, e visto, solo nel formato verticale? Certo, questo alla lunga, dopo l’entusiasmo iniziale, ha finito per trasformarsi in un limite alla creatività. In effetti risulta difficile sbizzarrirsi quando a disposizione hai un solo formato molto limitativo.
Ma forse, un altro limite è rappresentato dal fatto che i video di lunga durata non fanno proprio per Instagram, potrebbe anche essere. Pensare a video su Instagram fa pensare ormai a brevità, immediatezza, velocità, mentre un video di lunga durata fa pensare ad altro e ad altre piattaforme che riescono a soddisfare meglio questa esigenza (ogni riferimento a YouTube è puramente voluto).
E i numeri parlano chiaro. I download dell’app non sono entusiasmanti, Sensor Tower riporta che l’app in Italia è al 131° posto tra le app più scaricate su iOS nella categoria “Foto e Video”, andazzo simile anche negli Usa. E Facebook ancora non ha mai rilasciato numeri ufficiali sull’app.
Instagram fa sapere di aver deciso questo importante aggiornamento dopo aver dato ascolto ai tanti utenti che chiedevano il formato orizzontale. In realtà, quello che chiede la stragrande maggioranza degli utenti di IGTV è adottare un sistema che permetta loro di monetizzare. Questa sarebbe la vera motivazione per rilanciare IGTV, offrendo ai tanti utenti creators, infuencer che finora hanno cercato di fare del loro meglio nel formato verticale, sapendo benissimo che altrove era fora più facile avviare un canale per farsi conoscere.
Qualche giorno fa è comparso un messaggio all’interno di Instagram Direct che avvisa gli utenti della disattivazione dal mese prossimo. Probabile che la decisione sia dettata dall’intento di Facebook di semplificare e integrare i servizi di messaggistica e anche dalla scarsa diffusione dell’app.
Dal prossimo mese Instagram Direct, l’app stand alone di messaggistica di Instagram non funzionerà più e tutti i messaggi torneranno ad essere parte di Instagram. Dopo averla rilasciata come app autonoma nel 2017 in diversi paesi, anche se non si è mai capito del tutto se fosse disponibile a livello globale, Instagram fa un passo indietro tornando al 2013, quando i messaggi apparvero per la prima volta in quella sezione che prendeva il nome, appunto, di Instagram Direct.
Sono state tante le segnalazioni, negli ultimi giorni, da parte di utenti dell’app di un messaggio in cui Instagram avvisa che dal mese di giugno, senza specificare una data precisa, l’app smetterà di funzionare e che i messaggi torneranno ad essere di nuovo nell’app principale.
Ora, c’è da specificare che stiamo parlando di un’app che non ha ottenuto il successo sperato, tanto è vero che l’app, seppur cresciuta in termini di funzionalità nel corso di questi due anni, è rimasta sempre nello stato di “beta”. Instagram non ha mai fatto lo sforzo di arrivare ad una versione definitiva anche per l’esiguità degli utenti che la utilizzano. Quindi se eventualmente il nome Instagram Direct come app autonoma di messaggistica dovesse risultarvi nuovo, non sarebbe un problema, anzi. Sarebbe la dimostrazione che Instagram, in realtà, non ci ha mai creduto del tutto.
Instagram Direct nasceva nel 2013, come ricordavamo prima, quando ancora WhatsApp non faceva ancora parte della grande famiglia Facebook, è quindi lecito pensare che i programmi fossero altri.
Per dare qualche numero circa la diffusione dell’app, in realtà non vi è molto, salvo sapere che l’app era molto usata in Sud America, specialmente in Uruguay e che, in totale, contava circa 375 milioni di utenti. Davvero pochi se paragonati agli utenti della app cugine.
Al momento non si conosce la vera motivazione di questa decisione, ma è probabile che, all’interno di un progetto di semplificazione e di integrazione della app di messaggistica della famiglia Facebook, insieme anche agli scarsi numeri di utilizzo, Facebook abbia pensato di disattivare l’app, concentrando tutte le energie sul grande piano di integrazione
Game of Thrones è finito, l’ultima puntata dell’ottava stagione è stata senza dubbio una delle più discusse sui social media e una delle più seguite. Twitter ha raccolto alcuni dati a riguardo, rilevando che nel 2019 sono stati ben 100 milioni i tweet e nell’episodio finale Jon Snow, Bran, Drogon sono stati i personaggi più citati.
L’ottava stagione di Games of Thrones è appena terminata, è stata una delle più viste, un grande successo di pubblico e sui social media. Twitter, che ha seguito tutte le puntate, ha deciso di rendere pubblici alcuni dati anche perché i tweet complessivi, quindi il numero di tutte le condivisioni fatte sula piattaforma, nel 2019 sono stati 100 milioni. Inoltre da questo link su TrendsMap si può vedere come è stata seguita l’ultima puntata dal punto di vista delle condivisioni locali, un tripudio che ha coinvolto gli Usa, il Sud America e l’Europa.
Tra i personaggi, i più citati sono stati:
Jon Snow
Bran
Drogon
Sansa
Daenerys
Sono stati registrati anche più di 100 mila tweet per Ghost, mentre di Daenerys negli ultimi giorni si è discusso molto anche su Twitter a proposito del bicchiere tipico di Starbucks che è sbucato in una inquadratura, salvo poi scoprire che non conteneva il celebre caffè ma una tisana, come ha ammesso in seguito la produzione.
Il tweet da parte di una celebrity più retwittato è stato quello di Janelle Monae, che si è preparata a vedere l’episodio sul suo dragone. Solo 20 minuti dopo la messa in onda del finale, 9 trending topic su 10 su Twitter riguardavano Game of Thrones:
2/3 Here’s to every single department behind the scenes who worked tirelessly everyday to make this thing, and they never get shout outs and they know that but they do it anyway. Here’s to you, you ragtag bunch of talented clever rascals. I love ya’ll. Thank you.
15 minutes… make yourself a cuppa, put down your phone, and prepare to be blown away by the incredible suranne_jones in Gentleman Jack @bbcone 9pm #proudsisterhttps://t.co/2pQHnIBYCC
The final episode of @GameOfThrones tonight folks. This was the adventure that was a life changer for myself and so many others, cast, crew and audience alike. Here's to the legacy of the greatest family of actors and friends ever. One last time #ForTheThrone#GameOfThronesFinalepic.twitter.com/79Ix6Xl4Fo
— Eugene Michael Simon (@Eugene_Simon) May 19, 2019
Before tonight's episode of GoT, big thanks to George R.R. Martin, David Benioff, and Dan Weiss for creating 8 seasons of enthralling fantasy (and human) drama. Few shows can truly be called groundbreaking. This is one of them. You guys rock!
I have never seen @GameOfThrones a day in my life. I was thinking of starting tonight. With the finale. Now or Never, right?!! 🤷🏽♀️ But seriously, I might… Thoughts??
I’m so excited for #GameOfThrones. I don’t know what I’m excited for, but Portia will explain it as we go. She loves when I ask her questions during the show. #GameOfThronesFinale
Questi invece sono gli episodi che hanno ottenuto più successo su Twitter:
Episodio 3 “The Long Night”
Episodio 6 “The Iron Throne”
Episodio 5 “The Bells”
Episodio 1 “Winterfell”
Episodio 4 “The Last of the Starks”
Episodio 2 “A Knight of the Seven Kingdoms”
Questi i personaggi più twittati:
Arya
Daenerys
Cersei
Jon
Sansa
Night King
Bran
Jaime
Tyrion
Brienne
Infine, i 5 paesi che hanno twittato di più:
I 5 paesi che hanno twittato di più su Game of Thrones:
USA
Brasile
Regno Unito
Francia
Spagna
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