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  • Twitter e la disinformazione sui fatti di Hong Kong, sospesi 936 account cinesi

    Twitter e la disinformazione sui fatti di Hong Kong, sospesi 936 account cinesi

    Nell’era dei social media e del digitale, canali come Twitter o Facebook possono trasformarsi in potenti mezzi di comunicazione politica e anche di disinformazione. In relazione ai recenti fatti di Hong Kong, Twitter ha sospeso 936 account cinesi accusati, colpevoli di diffondere notizie false sui protestanti. Facebook ha fatto lo stesso.

    I social media sono potenti strumenti di comunicazione, lo diciamo ormai da anni qui sul nostro blog, ma nell’era che stiamo vivendo adesso, contrassegnata dalla presenza massiccia di questi strumenti nella vita di tutti i giorni, possono diventare anche potenti strumenti di comunicazione politica e di disinformazione. Del resto, lo scandalo Cambridge Analytica per molto è stato un vero campanello di allarme in questo senso, il più eclatante anche, ma non l’unico.

    I fatti di Hong Kong, di cui in Italia oggettivamente si parla ancora poco, stanno dimostrando come la politica cerchi di controllare i social media per manipolare l’informazione, allo scopo di veicolare una realtà distorta, non veritiera. In altre parole, lo scopo è veicolare disinformazione per fare pressione sulla parte avversa.

    Le proteste di Hong Kong

    Giusto due righe per chi non avesse ancora chiaro cosa sta succedendo a Hong Kong da ormai due mesi a questa parte. Motivo delle proteste è stato l’emendamento alla legge sull’estradizione, letta dall’opinione pubblica come una vera intromissione nell’autonomia di Honk Kong da parte della Cina. Una protesta motivata dal fatto che la stessa autonomia sta per avvicinarsi alla data di scadenza. Infatti, dopo i negoziati con il Regno Unito del 1997, si arrivò all’accordo che Hong Kong mantenesse la sua autonomia dalla Cina fino al 2047. Ecco perchè quella legge è vista come una vera intromissione, un modo per erodere quell’autonomia che alle autorità cinesi, da sempre, va molto stretta.

    twitter social media hong kong

    Fatta questa rapida premessa, i fatti di questi giorni dimostrano come i social media possano giocare un ruolo importante nel veicolare preziose informazioni, ma anche diventare potenti strumenti di diffusione di notizie false.

    Le proteste a Hong Kong vanno avanti ormai da due mesi e la situazione non sembra ancora volgere verso una soluzione definitiva.

    Ed ecco che entrano in gioco i social media, nello specifico Twitter. Da giorni Twitter riceveva segnalazioni di account cinesi che diffondevano notizie false, dipingendo i protestanti di Hong Kong come dei violenti e dei facinorosi, il contrario di quello che era la realtà. A quel punto da San Francisco decidono di fare delle indagini più approfondite, anche solo per cercare di capire come avrebbero fatto questi account cinesi ad usare Twitter quando lo stesso canale è bandito in Cina. Già bella domanda.

    [In basso alcuni esempi di tweet di account cinesi]

    twitter hong kong twitter hong kong twitter hong kong

    La risposta arriva presto. Twitter scopre che migliaia di account cinesi accedevano al servizio da indirizzi IP cinesi, una vera anomalia, anche solo per il fatto che esiste il grande firewall, chiamato appunto “Great Firewall”, che ne impedisce l’accesso. Qualsiasi utente avrebbe dovuto bypassare il tutto con una VPN, senza alcuna garanzia del resto, ma questa è la possibilità che resta all’utente normale. Ma qui la situazione è ben diversa.

    Infatti, quegli utenti accedevano a indirizzi IP cinesi perché autorizzati dalle autorità. Si trattava di account espressamente autorizzati dallo stato per diffondere notizie false sulle proteste di Hong Kong.

    Twitter sospende 936 account cinesi

    Allora Twitter scopre una vasta rete di ben 200 mila account e ne sospende 936, account che diffondevano spam e disinformazione. Twitter poi condivide questi risultati con Facebook che ancora non aveva agito in alcun modo. A quel punto da Menlo Park fanno le opportune verifiche arrivando a sospendere 5 account, 7 pagine e 3 gruppi, tutti riconducibili alla disinformazione cinese.

    E non è finita, perché Twitter ha deciso anche che non accetterà più tweet sponsorizzati da agenzie cinesi. Si è scoperto infatti che nei giorni scorsi circolavano sulla piattaforma alcuni tweet sponsorizzati contro le proteste di Hong Kong pubblicizzati da Xinhua News, agenzia di stampa ufficiale dello stato cinese.

    Questa è la situazione al momento e non è detto che sia conclusa, purtroppo.

    [In copertina, immagine ANTHONY KWAN/GETTY IMAGES]

  • Facebook continua ad influenzare le scelte d’acquisto degli utenti

    Facebook continua ad influenzare le scelte d’acquisto degli utenti

    Sembrerebbe banale, quasi scontato, affermarlo, ma a guardare gli ultimi due anni non lo è affatto: Facebook, nonostante tutto, continua ad influenzare le scelte d’acquisto degli utenti. E’ quanto emerge da una nuova recente indagine di The Manifest.

    A ben vedere, come abbiamo cercato di raccontare qui sul nostro blog, gli ultimi due anni per Facebook non sono stati certo facili. Prima tutte le fake news collegate all’elezione di Donald Trump e poi, ancora più grave, lo scandalo Cambridge Analytica, hanno minato seriamente Facebook e tutto il suo ecosistema. Ebbene, nonostante tutto questo, Facebook è ancora molto seguito, lo dimostra l’ultima trimestrale molto positiva, ed è ancora la piattaforma che più di altre è in grado di influenzare le scelte d’acquisto degli utenti, anche più di Instagram. E’ quanto emerge da una interessante indagine di The Manifest, che ormai ci ha abituato a questo tipo di ricerche.

    Prima che, giustamente, venga evidenziato, la ricerca è stata effettuata negli Usa su un gruppo di utenti non molto vasto, ma sufficiente per trarre significative indicazioni, ed è quello che ci interessa fare insieme a voi.

    Come detto, per Facebook non è stato un periodo florido visti i continui scandali, ma la piattaforma resiste ancora. Al punto che in Italia è ancora la più seguita e, secondo l’ultima trimestrale, la base utenti continua a crescere.

    facebook scelte acquisto utenti social media

    I social media, come abbiamo imparato, sono degli strumenti eccellenti che abilitano la conversazione e la facilitano molto quando si tratta di entrare in relazione con i brand, ad esempio. E la conversazione è il passaggio obbligato attraverso la quale dare vita alla Relazione, passaggio, anche questo, fondamentale.

    Il 74 percento degli utenti segue i brand sui social media e il 90 percento di essi usa proprio questi canali per interagire con essi. Senza contare il dato forse più importante e cioè che gli utenti si fidano dei social media, infatti il 67 percento dichiara di aver effettuato un acquisto dopo aver visualizzato un annuncio pubblicitario sui social.

    Da questa ricerca di The Manifest emerge anche che le donne effettuano più spesso acquisti dopo aver visionato annunci da Facebook o da Instagram, mentre gli uomini sono più propensi ad acquistare dopo aver visto annunci si YouTube o Twitter.

    Ovviamente, anche gli utenti più giovani vengono influenzati dai social media: il 77 percento dei Millennials ha maggiori probabilità di fare un acquisto dopo aver visto una pubblicità sui social media rispetto al 69 percento della Generation X e del 48 percento dei baby boomers.

    Detto questo, quali sono le piattaforme che influenzano meglio gli utenti?

    decisioni acquisto facebook social media

    Dalla ricerca emerge che Facebook gioca ancora un ruolo importante. Il 52 percento degli utenti ha maggiori possibilità di acquistare dopo aver visto un annuncio su Facebook, rispetto al 48 percento degli utenti che acquisterebbe dopo aver visualizzato annunci su altre piattaforme, e cioè:

    • Instagram, 16 percento;
    • YouTube, 11 percento;
    • Pinterest, 10 percento;
    • Twitter, 6 percento;
    • Snapchat e LinkedIn, 2 percento;
    • Reddit, 1%.

    Facebook resta ancora la piattaforma più seguita ed è quella che, meglio di tutte le altre, mostra una capacità di targeting molto accurata. Di conseguenza, resta ancora quella più capace di influenzare le decisioni di acquisto degli utenti. Spiegazione banale anche questa, ma molto realistica, visti i risultati.

    Parlavamo prima di conversazione e di relazione tra utenti e brand. E sappiamo bene quanto sia importante per le aziende che gli utenti interagiscano con gli utenti, cosa abbastanza difficile del resto, anche perché l’interazione poi si manifesta in modi diversi.

    utenti brand social media

    Ora, da questa ricerca emerge che il 51 percento degli utenti apprezza i post dei brand, il che non assicura una relazione; il 31 percento poi lascia una recensione, ecco sarebbe bello se l’azienda poi desse seguito alla stessa recensione perché è lì che si può sviluppare una relazione duratura; il 22 percento poi menziona il brand sul proprio profilo, anche qui, sarebbe bello dare un seguito e capire la motivazione; il 20 percento poi invia DM su Twitter e il 18 percento twitta direttamente alle aziende. Ecco, migliorare su questi punti sarebbe un grande passo, perché è vero che i social media sono eccellenti modi attraverso i quali comunicare, ma sono altrettanto eccellenti strumenti con cui fornire agli utenti assistenza.

    Ecco, proprio in relazione a questi ultimi dati, è bene sempre che l’azienda abbia ben chiara quale sia la piattaforma su cui investire, in modo tale da conoscere a fondo il pubblico di riferimento proprio per da vita alla Relazione con gli stessi utenti.

  • Ecco come Twitter punta sull’advertising partendo dallo Sport

    Ecco come Twitter punta sull’advertising partendo dallo Sport

    Ma cosa offre Twitter dal punto di vista dell’advertising? E’ una piattaforma su cui conviene puntare? Queste sono solo alcune delle domande che spesso ci si pone quando si pensa alla piattaforma da 280 caratteri in chiave advertising. Per questo motivo, abbiamo intervistato Simone Tomassetti, Head of Sports Sponsorship Southern Europe di Twitter, che ci ha spiegato i nuovi prodotti.

    Molto spesso raccontiamo, qui sul nostro blog, di Twitter e di come la piattaforma sta cercando, proprio in questi mesi, di provare a dare una marcia in più. E come abbiamo visto dall’ultima trimestrale, che ha visto una crescita importante del numero degli utenti giornalieri “monetizzabili”, quella marcia comincia a dare qualche frutto. C’è forse un aspetto poco conosciuto nel nostro paese, o, se vogliamo, non del tutto spiegato come dovrebbe essere, che è quello che riguarda l’advertising su Twitter, ossia come le aziende possono sfruttare le potenzialità della piattaforma per fare pubblicità.

    A questo proposito, abbiamo cercato di portare alla luce un tema che siamo sicuri interesserà molti, perchè è l’occasione per conoscere cosa Twitter offre dal punto di vista dell’advertising, con quali modalità e con quali vantaggi. E la chiacchierata fatta con Simone Tomassetti ci aiuta a capire tutto questo e a scoprire, ad esempio, che la Roma in Italia è molto avanti da questo punto di vista.

    Simone Tomassetti è il responsabile partnership sportive sud Europa per Twitter da due anni. Il suo ingresso nell’azienda guidata da Jack Dorsey, dopo 10 anni di Infront Sports e Media, è dato dal fatto che da circa 2 anni e mezzo, 5/6 anni negli Usa, Twitter è entrata nel mondo dei diritti media. C’era quindi bisogno di figure professionali che potessero sviluppare un servizio esclusivo di Twitter che non esiste su nessuna altra piattaforma. In effetti, quello che i clienti possono fare con i partner, i quali mettono a disposizione i contenuti, possono farlo solo su Twitter.

    Twitter advertising italia

    Allora, Simone, intanto grazie di aver accettato questa chiacchierata e ci puoi spiegare in cosa consiste il tuo lavoro in Twitter?

    Allora, il mio lavoro consiste nello stringere partnership con chi ha contenuti rilevanti, quelli che noi chiamiamo “premium” da postare sulla piattaforma. Operiamo essenzialmente sullo Sport, al momento il settore verticale su cui stiamo spingendo i nostri sforzi, ma questo prodotto può essere valido per tutti i verticali. Lavoriamo quindi con Federazioni, club di calcio, il principale partner è il Real Madrid, ma anche il Barcellona, la Roma, fino ad arrivare ai broadcaster, e il partner principale in Italia in questo caso è Sky.

    Quello che facciamo quindi è prendere i contenuti rilevanti da queste partnership e monetizzarli associandoli a uno o più brand. I brand si associano a questi contenuti attraverso vari formati. Il formato classico è quello pre-roll, ma stiamo puntando molto in questo ultimo periodo sulla sponsorship website card, una card vera e propria che vedrà in primo piano il contenuto del partner e, all’interno di esso, verrà integrata una landing page del cliente, proprio all’interno del tweet. Un esempio è il contenuto del Real Madrid, preso da un momento di allenamento della squadra, con all’interno una landing page di Adidas che riporta direttamente agli scarpini di uno dei giocatori del video. L’utente, in questo modo, visualizza il tweet, perchè di suo interesse, ma, allo stesso tempo, ha la possibilità di comprare il prodotto da subito.

    E’ una integrazione totale. Ecco, ogni formato beneficia di tutti i dati presenti sulla piattaforma. Questo significa che i brand hanno la possibilità di mirare i propri target con più efficacia, andando ad impattare solo le persone che si vogliono raggiungere. Con questa modalità il pre-roll non viene lanciato a caso, ma viene programmato per essere visto solo da quegli utenti individuati dal brand. Il brand in questo modo ha disponibili dei dati per ottimizzare il proprio messaggio e ha la possibilità di unirsi ad un contenuto che è davvero rilevante.

    simone tomassetti twitter
    Simone Tomassetti – Twitter
    In questo modo il brand intercetta l’utente in quel momento e offre allo stesso un’informazione che si aspetta, è corretto?

    Sì è corretto, e aggiungo anche che tutto questo funziona sulla base di come gli utenti utilizzano Twitter. Come sappiamo, Twitter è la piattaforma per informarsi su quello che accade in tempo reale, in occasione di un evento gli utenti si informano attraverso Twitter. Significa per il brand, a livello sportivo, associarsi ad un contenuto real time, di conseguenza gli utenti in quel momento sono molto ricettivi. Pensiamo ad una partita di calcio, occasione eccezionale per andare a portare agli utenti, che se lo aspettano, quel preciso messaggio.

    Tutto chiaro, sappiamo anche che il Calcio è uno dei principali argomenti più discussi su Twitter e in quel contesto si generano molte conversazioni. Ma questa modalità può essere replicata anche su altri settori?

    Questo nuovo prodotto beneficia delle conversazioni che vengono aggregate sotto un hashtag. Quindi abbiamo:

    • le persone che sono molte ricettive in quel momento perché interessate;
    • il contenuto rilevante;
    • e, per il brand, la possibilità di cogliere questa opportunità.

    Significa mettere insieme le caratteristiche di Twitter e legarle a dei prodotti nuovi.

    Certo che questa modalità può essere adatta ad altri settori e ad altri verticali. Per esempio in Italia abbiamo un accordo con Live Nation per tutti i concerti estivi, abbiamo un accordo con Vice per l’intrattenimento, lifestyle. Non lavoriamo solo sullo sport, anche se al momento è la parte più rilevante. Lo stesso vale in altri paesi.

    E’ assolutamente chiaro che questo è un prodotto replicabile con altri partner e in altri settori. Il concetto vale anche in altri contesti. Ad esempio, il mondo fashion, prova a pensare la narrazione sulla piattaforma delle sfilate di moda a Milano. In quel momento, gli utenti interessati al tema, potrebbero vedere un contenuto legato al tema con un brand che promuove un suo prodotto.

    Noi abbiamo dei dati che ci dicono che nel momento in cui accade qualcosa, Twitter è la piattaforma che guadagna di più mentre tutte le altre sono in calo. E il contenuto dimostra il suo valore all’interno delle 48 ore successive, poi non serve più. La regola poi è quella di realizzare contenuti brevi e immediati, di 30 secondi massimo 3 minuti.

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    Twitter secondo trimestre 2019, sono 139 milioni gli utenti giornalieri monetizzabili

    Qual è al momento lo stato dell’arte dell’advertising di Twitter nel nostro paese?

    In Italia credo ci sia ancora molto lavoro da fare. Il trend è inequivocabile: negli Usa già 2 anni fa gli investimenti pubblicitari sul digitale hanno superato quelli sulla televisione. Il problema è che alle volte l’onda dei prodotti e della tecnologia ti sovrasta e a quel punto devi rincorrere. Mi piacerebbe che si arrivasse a sperimentare meglio sui prodotti, anche perchè questo significa arrivare più preparati.

    Ade esempio, noi lavoriamo molto bene con la Roma, sono sempre molto interessati a provare le novità dal punto di vista digitale, hanno un approccio molto attento e curioso, infatti, fin dall’inizio ci avevano detto che volevano essere i primi a sperimentare prodotti nuovi. Questo è l’atteggiamento giusto da tenere, anche perchè poi si trasforma grande vantaggio per le aziende, le cose nuove hanno un prezzo molto vantaggioso. Sperimentare comporta quindi bassissimi rischi e costi altrettanto contenuti e spesso il ritorno è sempre buono.

    Possiamo dire che da questo punto di vista Twitter c’è, è presente allora?

    Questi di cui abbiamo parlato sono tutti dati che ci dicono che Twitter è presente e attivo. Se l’azienda cliente sa come elaborare questi dati, come lavorarli e studiarli, allora queste campagne su Twitter sono assolutamente positive. E dovrebb essere questo l’approccio per fare campagne sul digitale, cioè dare qualcosa sulla base di dati, elaborarli e studiarli anche per utilizzarli nuovamente e migliorare la campagna. La relazione con l’utente fidelizzato deve essere coltivata, mantenuta, e noi crediamo che sperimentare nuovi prodotti e offrire sempre nuove soluzioni sia la strada giusta. E sì, Twitter è presente.

  • Twitter secondo trimestre 2019, sono 139 milioni gli utenti giornalieri monetizzabili

    Twitter secondo trimestre 2019, sono 139 milioni gli utenti giornalieri monetizzabili

    Twitter ha pubblicato oggi i dati relativi alla seconda trimestrale del 2019 e sono dati molto positivi. I ricavi sono 841 milioni di dollari, in crescita del 18% rispetto allo scorso anno. E anche gli utenti giornalieri “monetizzabili” sono in crescita, arrivando ad essere 139 milioni.

    Twitter, come dicevamo presentando la prima trimestrale del 2019, potrebbe davvero aver iniziato la tanto attesa risalita, dopo un periodo buio di diversi mesi. E, dopo i primi segnali positivi visti nei primi tre mesi dell’anno, possiamo dire che anche questa seconda trimestrale presenta dati in positivo, da diversi punti di vista. Un segnale incoraggiante per il Chief Executive Officer, Jack Dorsey, e il suo team, intenti in questi mesi a ridisegnare ed implementare la piattaforma con nuove funzionalità, che vedremo presto, con un nuovo design per la versione web, lanciato di recente. Ma passiamo a vedere qualche dettaglio in più sulla seconda trimestrale del 2019 di Twitter.

    I ricavi sono cresciuti del 18% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e sono arrivati a 841 milioni di dollari. Si registra anche un incremento del 5% rispetto alla trimestrale precedente, quando i ricavi erano stati 787 milioni di dollari. Da registrare un utile netto di 156 milioni di dollari, leggermente inferiore al trimestre precedente. I ricavi pubblicitari sono stati 721 milioni di dollari, in crescita del 21% su base annua.

    twitter secondo trimestre 2019 franzrusso.it

    Ma visti questi numeri, che in certo qual modo lasciano intravedere una inversione di tendenza, soprattutto dal punto di vista finanziario per una migliore sostenibilità aziendale, c’era molta attesa però sulla vera novità che viene introdotta in questa trimestrale.

    Come già ricordato, da questa trimestrale Twitter non renderà più noto il dato degli utenti mensili totali, che ricordavamo essere fermi a 330 milioni. E questo per due motivi: il primo perché Twitter ha mancato per due trimestri consecutivi le previsioni degli analisti finanziari, ha deciso quindi di mostrare solo il dato giornaliero; il secondo, faccia della stessa medaglia, è che a Twitter conviene rendere noto solo il dato giornaliero perché è il dato su cui sta lavorando e sui cui sono attesi maggiori progressi.

    Infatti, l’introduzione della nuova veste grafica per la versione desktop va letta in questa ottica. Twitter sta lavorando su nuovi formati pubblicitari più grandi, ecco perché spiegato in parte il nuovo design.

    Twitter, ecco gli utenti giornalieri “monetizzabili”

    Il nuovo dato degli utenti è quindi quello relativo agli utenti giornalieri “monetizzabili”, ossia quegli utenti a cui sono stati sottoposti annunci pubblicitari, il dato più significativo per gli inserzionisti. Questo anche per dare meno enfasi al dato mensile che tanti problemi ha creato a Dorsey & Co.

    Ebbene, rispetto all’ultima trimestrale gli utenti giornalieri sono 139 milioni in crescita di 5 milioni rispetto all’ultima trimestrale. Un dato tutto sommato positivo che però, come specificato anche dal CFO di Twitter, Ned Segal, non si tratta di un dato standardizzato.

    Intanto, se pur positivo, non è paragonabile ancora al dato di Snapchat, che nel secondo trimestre ha dichiarato 203 milioni di utenti giornalieri, o a quello di Facebook, con 1,59 miliardi di utenti giornalieri. Twitter non è in competizione con servizi come questi, ma, in ogni caso, resta un dato nettamente inferiore che ci dice che la piattaforma resta ancora poco presidiata. E’ lecito pensare che le nuove funzionalità, tese per lo più a migliorare la conversazione tra gli utenti, possano trainare Twitter ancora più in alto.

    Come sappiamo, e abbiamo raccontato anche qui sul nostro blog, Twitter ha passato gli ultimi mesi a cercare di contrastare il crescente fenomeno dello spam e degli atteggiamenti malevoli. Di fronte a questi sforzi, Twitter dice che i fenomeni sono in calo del 18%.

    A fronte di questi dati, il titolo “twtr” a Wall Street ha fatto segnare subito un balzo del 30% e ha chiuso con +8,9%.

    Insomma, sono dati che per certi versi incoraggianti e sarà davvero interessante osservare l’evoluzione della piattaforma nei prossimi messi, soprattutto alla luce delle funzionalità che stanno per arrivare, tuttora in test pubblico.

  • Bottom Nine, le immagini su Instagram che hanno ottenuto zero like

    Bottom Nine, le immagini su Instagram che hanno ottenuto zero like

    E se, invece di celebrare le immagini che hanno ricevuto più like, invertissimo la narrazione celebrando quelle con “zero like”? E’ questo che ha portato Kahlùa a realizzare una mostra a New York, dal 25 al 28 luglio, dal titolo “Zero Likes Given” e un sito, Bottom Nine, dove è possibile rintracciare le foto condivise su Instagram che hanno avuto meno gradimento.

    Piaccia o non piaccia, viviamo nell’era del doppio tocco e della ricerca continua del “like”, visto come una forma di appagamento e di soddisfazione, al punto da farci perdere momenti importanti che dovrebbe essere più vissuti. Questa premessa in realtà vuole aprire questo post che contiene due notizie che fanno parte della stessa narrazione. L’iniziativa che dà vita a queste due notizie è legata al marchio Kahlùa, forse non molto noto in Italia, un brand legato alla produzione di alcolici e liquori, che, in collaborazione con l’attrice Jackie Cruz, che molti di voi riconosceranno perchè è Flaca in “Orange is the New Black“, celebre serie su Netflix, aprirà al pubblico a New York, dal 25 al 28 luglio (198 Allen St NYC, ingresso libero), una mostra da titolo già eloquente: “Zero Likes Given“. Si tratta quindi di una mostra fotografica dove vengono esposte immagini, condivise su Instagram, che, per tanti motivi, non hanno ottenuto il successo che forse meritavano, collezionando zero like.

    Pensate che ci sarà anche la prima immagine della storia di Instagram che ha ottenuto zero like del 2010, l’anno in cui Instagram andò online.

    bottom nine zero like given
    La mostra Zero Likes Given a New York, dal 25 al 28 luglio 2019

    Ma dietro a questa mostra, che meriterebbe di essere vista se siete in vacanza a New York in questi giorni, vuole essere un momento di riflessione rispetto alla relazione che spesso si viene a creare tra il voler condividere un contenuto che ci emoziona e il desiderio spasmodico di ricevere consensi, sotto forma di like. Ed è la spasmodica ricerca di like che rischia, il più delle volte, di alterare quel desiderio di condivisione di un’emozione, facendola diventare altro, quasi un’alienazione dalla realtà.

    Usiamo il termine alienazione non a caso. Perchè Kahlùa, proprio in occasione del lancio della mostra, ha commissionato un’indagine tra i Millennials americani scoprendo che più della metà di essi si sono persi dei momenti importanti della loro vita perchè intenti a postarlo sui social media, e su Instagram in particolare. Si viene assorbiti all’interno di questo meccanismo della ricerca del like, quindi del consenso, al punto da perdersi momenti salienti della propria vita. Un’alienazione quasi.

    L’indagine ci rivela comunque che:

    • il 90% dei Millennials, utenti social media, ritiene che sia importante vivere il momento, invece che rischiare di perderselo perchè intenti a postarlo sua una stories;
    • il 60% di essi ritiene che sia importante che l’immagine ottenga un alto numero di like;
    • il 34% controlla poi in maniera compulsiva che l’immagine ottenga i like sperati.

    C’è poi un 30% di Millennials che afferma, nel caso in cui venisse abbandonato su un’isola deserta, che avvertirebbe di più la mancanza dei social media rispetto al sesso.

    Questi dati servono a compiere una riflessione più ampia su quale sia il ruolo di queste piattaforme nella nostra vita, partendo da queste indicazioni fatte sui Millennials.

    bottom nine

    bottom nine kahlua

    E, oltre a questo sondaggio, Kahlùa ha lanciato un sito, chiamato Bottom Nine, un chiaro riferimento a Best Nine, ossia le nove foto che hanno ottenuto più like durante l’anno, al contrario. In questo caso, vengono prese in considerazione le immagini che hanno ottenuto zero like. Si tratta proprio di un capovolgimento della narrazione, per cercare di riflettere sulle cose più importanti della nostra vita che non devono essere ancorate ad una condivisione spasmodica, forzata. Il rischio che si corre è appunto quelle di perderle, di vederle svanire in quell’attimo che avremmo voluto vivere insieme ad esse.

    Se volete provare anche voi, andate sul sito kahlua.com/bottomnine e, una volta autorizzato l’accesso con il vostro account Instagram, verranno fuori le vostre #BottomNine che potrete condividere su Instagram.

    E voi che ne pensate di questi dati?

  • Vino e Digitale 2019, cresce l’e-commerce e sui social si punta sulla qualità

    Vino e Digitale 2019, cresce l’e-commerce e sui social si punta sulla qualità

    Cresce l’e-commerce e la presenza sui social media viene curata avendo più attenzione per la qualità. Potremmo così sintetizzare la nuova edizione, la sesta, della ricerca che Omnicom PR Group Italia effettua ogni anno per analizzare la presenza online delle prime 25 aziende vinicole italiane, per fatturato. E ci sono altri dati interessanti, con infografica.

    Sin dalla prima edizione abbiamo seguito sempre con grande interesse questa ricerca che Omnicom PR Group Italia effettua ogni anno per analizzare la presenza online delle prime 25 aziende vinicole italiane, per fatturato. Giunta alla sesta edizione, possiamo dire che le aziende vinicole cominciano a comprendere il valore dell’e-commerce, si nota una crescita in questo senso, anche se ci si aspetterebbe di più, e, soprattutto, ad orientare la propria presenza online, sul web e sui social media, verso la qualità. Tutti elementi che avevamo messo in evidenza analizzando le prime edizioni della ricerca e siamo ben felici di riscontrare questa direzione. Resta ancora qualcosa su una migliore user experience sui siti web, si una migliore implementazione di strumenti rivolti all’assistenza clienti, ma si può affermare che le aziende vinicole italiane hanno compreso bene l’importanza del contenuto come veicolo per una migliore relazione con i consumatori.

    E ora, passiamo a vedere i dati della nuova ricerca, un po’ più nel dettaglio.

    vino digital social media 2019

    Le aziende vinicole e i social: cresce Instagram

    Lo avevamo già notato lo scorso anno con la precedente edizione e ne troviamo conferma anche in questa edizione. Alle aziende vinicole piace Instagram e questo si riflette in una crescita del seguito. Instagram continua a crescere rispetto a tutti gli altri social, con un incremento di follower del 71% rispetto al 2018, segno di un crescente interesse verso il social network da parte dei brand ma anche da parte dei giovani verso il mondo del vino. Oggi sono 17 su 25 le aziende ad avere un account ufficiale (contro le 15 del 2018 e le 6 del 2014).

    Facebook rimane stabile con 21 aziende su 25 ad avere un account ufficiale mentre migliora la frequenza di aggiornamento settimanale (72% delle cantine nel 2018 contro l’84% del 2019).

    YouTube e Twitter non invertono il trend degli ultimi anni, risultano poco presidiati e aggiornati (il primo utilizzato spesso come “archivio”, il secondo per comunicare sporadicamente news sull’azienda).

    Si fa spazio l’e-commerce

    Nell’epoca di Amazon e dei player specializzati in e-commerce del vino è interessante notare che, negli ultimi 12 mesi, le aziende con e-commerce proprietario sono passate da 3 su 25 (2018) a 6 su 25 (2019).  Una controtendenza quindi, forse guidata dalla volontà di accompagnare il consumatore lungo tutto il percorso d’acquisto, senza lasciare a terze parti, nell’ultimo miglio, storytelling, packaging del prodotto e assistenza clienti. In alcuni casi il vino è la chiave per poter vendere altri prodotti alimentari o un’esperienza sul territorio.

    classifica vino digitale 2019

    Le aziende vinicole e il contenuto legato al territorio

    Tutte le aziende menzionano, a vario titolo, i vitigni autoctoni (nel 2018 erano il 64%, nel 2014 solo il 19%). Varia il livello di approfondimento: alcune cantine non si limitano a citarli, ma dedicano spazio alla descrizione dei vitigni e alla scelta di utilizzo, altre dedicano particolare attenzione al tema con un’intera sezione del loro sito (e un racconto del programma di utilizzo e recupero dei vitigni autoctoni).

    13 cantine su 25 (52%) fanno riferimento a percorsi di degustazione (nel 2018 erano il 40%, solo il 15% nel 2014) alcune, con una comunicazione pensata direttamente per il consumatore, hanno sezioni dedicate e approfondimenti. Le più virtuose sfruttano anche la vocazione turistica del territorio, spesso con menzione di aree e luoghi da visitare. Interessante il trend del “food pairing” (abbinamenti vino-cibo) che vede 10 aziende su 25 protagoniste.

    Seppur con diversa intensità, nel 2019 il 100% delle aziende (76% nel 2018 e 37% nel 2017) tratta il tema sostenibilità menzionando certificazioni, efficienza energetica, gestione sostenibile delle risorse naturali e agricoltura priva di pesticidi.

    Infine, la narrativa su iniziative di responsabilità sociale è ancora agli albori, e approfondisce le attività principalmente legate all’arte e alla cultura. Oggi ne parlano 7 aziende su 25.

    Aziende vinicole, lingue e chat

    Le aziende scelgono di comunicare principalmente in lingua italiana e inglese sui loro siti. Nel 2019, dopo l’italiano (25 su 25), abbiamo l’inglese (21 cantine su 25) seguito dal tedesco (7 su 25), cinese (3 su 25) e russo (2 su 25).   Nonostante le potenzialità di alcuni paesi emergenti, si preferisce ancora concentrare gli sforzi sulle lingue delle mete “tradizionali” per il nostro export.  Sui canali social, 10 aziende su 25 propongono contenuti in lingua straniera. Di queste 10, solo 5 hanno pagine interamente dedicate a mercati esteri.

    Per ciò che concerne le chat, quasi tutte su Messenger, solo 12 aziende su 25 hanno risposto a richieste di informazioni. Un’area di miglioramento questa in quanto le chat possono indirizzare gli utenti verso contenuti per loro rilevanti (come ricerca prodotti, educazione sul territorio, eventi e percorsi enogastronomici, etc.).

    Infine, nessuna delle aziende vinicola offre podcast, formato in crescita per creare una relazione sempre più stretta con i propri consumatori. Chissà che non se ne cominci a vedere qualcosa il prossimo anno.

    Aree di miglioramento arrivano anche dall’user experience di alcuni siti, concepiti fino ad oggi per essere solo una vetrina di prodotti (solo 8 su 25 hanno un punteggio superiore al 7 in una scala da 1 a 10) e poco ingaggianti con i visitatori. Infine, continuano ad essere importanti in ottica SEO (Search Engine Optimization) i siti esterni di qualità (link-in) che rimandano ai website delle cantine, su questo un buon lavoro di ufficio stampa e digital PR può aiutare molto.

    Allora che ne pensate di questi dati? Qui in basso l’infografica completa.

    vino digitale 2019 infografica

     

  • Cosa succede sul web e sui social media ogni 60 secondi, nel 2019

    Cosa succede sul web e sui social media ogni 60 secondi, nel 2019

    Dare i numeri a volte è importante, sapete? E i numeri che ci fornisce, con una certa puntualità, Domo, con la consueta infografica “Data Never Sleeps”, giunta alla settima edizione, ci dicono che l’economia della condivisione oggi spazia ovunque, dalle piattaforme alle app, con numeri impressionanti che fotografano quello che facciamo ogni minuto.

    I numeri regnano sull’universo“, diceva Pitagora, certamente sono importanti, è evidente. Ci aiutano a quantificare fenomeni e, quindi, ad interpretarli, per meglio contestualizzarli. I numeri sono importanti anche nell’era del digitale che stiamo vivendo, l’era in cui tutto è tracciabile, quantificabile. Attraverso i numeri quindi riusciamo a comprendere l’evoluzione e l’importanza dei fenomeni stessi, e anche dalla comparsa di nuovi.

    Insomma, tutta questa premessa, che a tratti vi sembrerà noiosa, per dire che Domo, che negli anni abbiamo imparato a conoscere, ha pubblicato la settima edizione della celebre infografica “Data Never Sleeps”, i dati non dormono mai. Verrebbe da dire che anche quelli che lo tracciano e li analizzano non dormono mai, ma questa è un’altra storia.

    L’edizione 2019 di questa infografica ci mette di fronte al fatto che oggi l’economia della condivisione è presente ovunque e che spazia dalle piattaforme alle app. Se guardiamo le precedenti edizioni, prima di passare a conoscere meglio in dettaglio questa nuova versione, ci accorgiamo che oggi le persone condividono non solo per il gusto di farlo, come poteva apparire evidente nelle edizioni iniziali, ma per meglio definire la propria personalità digitale, “personas” dicono gli esperti. Quello che facciamo online dice molto di quello che siamo, sono dati che per le aziende oggi sono preziosi, proprio perché solo 20 anni fa, o anche meno, non erano disponibili.

    social media dati 60 secondi 2019 franzrusso.it

    Provate a pensare cosa sarà la versione di questa infografica nei prossimi anni, quando sarà più evidente il passaggio alla relazione sempre più stretta con gli oggetti connessi, sarà interessante sapere cosa ne verrà fuori ogni minuto.

    Già, perché la grande caratteristica di questa infografica è che ci offre un panorama di quello che facciamo online ogni minuto, cioè ogni 60 secondi, sul web, sui social media, sulle app. Ovunque.

    E allora, ecco i dati più aggiornati dalla settima edizione di “Data Never Sleeps”, versione 2019.

    Intanto partiamo da questa considerazione generale, nel mondo oggi le persone connesse sono 4,39 miliardi, vale a dire che il 56% della popolazione mondiale oggi è connessa alla rete, con un aumento di quasi il 10% rispetto allo scorso anno. Un dato che evidentemente crescerà ancora.

    A proposito di numeri, in un minuto, nel 2019, tanto per citare realtà che solo fino a qualche anno fa non c’erano, sono state effettuate 1.389 prenotazioni attraverso Airbnb. Netflix è passato da 97.222 ore a 694.444 ore di visualizzazioni al minuto nel 2019, con un incremento del 614%. Nel 2017 erano 69.444, un decimo di quelle di quest’anno. Su YouTube le visualizzazioni di video sono passate da 4.333.560 video visti al minuto a oltre 4.500.000.

    Per parlare dell’amato Twitter, che ha attraversato tanti problemi negli ultimi due anni e che adesso sta cercando di recuperare terreno, ha visto crescere il numero di tweet inviati al minuto. Si è passati dai 473 mila ogni 60 secondi nel 2017 ai 511.200 nel 2019. 

    Val la pena di segnalare Instagram per due motivi. Il primo è perché ogni 60 secondi sono gli utenti condividono 277.777 stories; il secondo perché passano da 49.380 a 55.140 foto condivise al minuto, con un aumento di quasi il 12%.

    C’è poi da evidenziare che ogni minuto vengono scaricate oltre 390 mila app; Tinder continua ad essere la dating app più usata con 1,4 milioni di swipe, erano 1,1 milioni lo scorso anno.

    Ma di dati interessanti ce ne sono tanti altri che potete visualizzare nell’infografica in basso.

    E voi che ne pensate?

    ogni minuto social media web app 2019

  • Instagram: al via il test che nasconde il Like in Italia, ma in Canada sono ritornati

    Instagram: al via il test che nasconde il Like in Italia, ma in Canada sono ritornati

    E’ di oggi la notizia che Instagram sta avviando anche in Italia un test che modifica il modo in cui vediamo i like. Il test segue quanto già avvenuto in Canada a fine maggio e consiste nel nascondere il like dei post. Solo l’autore del post potrà vedere il numero totale. Solo che, dopo neanche due mesi, i like sono ricomparsi in Canada.

    Si sta discutendo molto del test che Instagram ha iniziato anche in Italia allo scopo di nascondere il numero di “Like” sotto ogni post. Sono già tante le segnalazioni di utenti che hanno visto apparire sulla loro app un annuncio che da il via al test, allo scopo di concentrarsi di più sul contenuto e meno sul numero delle interazioni accumulate dal post stesso. In pratica, gli altri utenti non vedranno più il numero totale dei Like, dato che invece resterà disponibile solo all’autore del post.

    In molti stanno associando questo avvio di test con quanto già annunciato da Instagram a fine maggio, con l’avvio del primo test in Canada. Solo che, con l’avvio del testi in anche Italia (il test è al via anche in altri paesi europei tra cui l’Irlanda), in Canada, secondo quanto segnalato da alcuni utenti su Twitter, in realtà il numero totale dei Like visibile dagli altri utenti sarebbe riapparso. E si vede bene, dalle conversazioni, come gli utenti canadesi siano divisi nelle opinioni, tra chi applaude al ritorno dei Like e tra chi, invece vorrebbe Instagram nascondesse per sempre quel numero perché ritenuto “tossico”.

    instagram test nascondi like

    Instagram quindi, con l’avvio di questo test, e in attesa di capire meglio quanto invece sta accadendo contemporaneamente in Canada, spinge gli utenti a concentrarsi di più sui contenuti e meno sul numero delle interazioni ricevute. Un modo per rendere l’app un luogo migliore e per lanciare il messaggio che questa non è una gara, ma è semplicemente un luogo dove si condividono contenuti interessanti per sviluppare interazioni finalizzate alla conversazioni, allo scambio reciproco di esperienze, interessi; all’arricchimento, perché no, rispetto ad interessi in comune, sotto il profilo dello scambio di informazioni ed esperienze.

    Vogliamo aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono“, dice Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram. “Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimersi. Stiamo avviando diversi test in più paesi per apprendere dalla nostra comunità globale come questa iniziativa possa migliorare l’esperienza su Instagram“, aggiunge ancora Tara Hopkins.

    Questo il tweet con cui Instagram ha ufficializzato la notizia, senza aggiungere altri dettagli.

    Se questo test arrivasse ad essere definitivo, allora si che ci troveremmo di fronte ad una “rivoluzione”, nel senso che finalmente verrebbe ad essere premiato il contenuto e non la mera produzione di Like in serie che spesso non sono neanche lo specchio della qualità espressa, tutt’altro. Il meccanismo che si è scatenato, e di è registrato fino ad oggi, è quello di fare in modo che venga evidenziato il numero di Like a dispetto della qualità. Un meccanismo che ha spesso offuscato la qualità premiando, invece, il solo elemento vanity. Terreno su cui si sta muovendo, almeno nelle intenzioni, anche Twitter.

    Qualcuno dice che in questo modo verrebbero messi in crisi gli “influencer”, vero, ma solo quegli influencer che nel tempo hanno spinto molto per ottenere molto Like, con tutti i mezzi, a scapito della qualità. Coloro che hanno sempre messo avanti la qualità nei loro contenuti, raccogliendo meno in termini di interazioni, continueranno come se niente fosse, anzi, forse adesso potrebbero anche raccogliere ciò che gli è stato tolto per strada.

    Ma attenzione. Si tratta solo di un test e quanto sta accadendo in Canada ci impone di esser più attenti, anche perché non ci sono annunci ufficiali in merito a quanto sta accadendo nel paese nord americano, è quindi probabile che alla fine del test, anche in Italia si torni alla vecchia versione.

    In attesa, godiamoci questi momenti, apprezzando la qualità su Instagram che non manca, impegnandoci tutti a condividerla con serenità.

     

  • Facebook, 5 miliardi di dollari di multa e il titolo vola a Wall Street

    Facebook, 5 miliardi di dollari di multa e il titolo vola a Wall Street

    Secondo quando riferito dal Wall Street Journal, Facebook ha raggiunto un accordo con la FTC a proposito dell’inchiesta sullo scandalo Cambridge Analytica. L’accordo è stato raggiunto sulla base di 5 miliardi di dollari di multa e il titolo FB  a Wall Street vola.

    Fonti del Wall Street Journal riferiscono di un accordo raggiunto tra Facebook e FTC (Federal Trade Commission), la commissione federale per il commercio, sulla base di 5 miliardi di dollari per lo scandalo Cambridge Analytica. Se tutto venisse confermato, anche dal dipartimento di Giustizia americano, si tratterebbe della multa più salata mai pagata da una società. La più alta resta ancora quella pagata da Google alla FTC di 22,5 milioni di dollari.

    Per Facebook 5 miliardi di dollari non sono poi una cifra così salata. L’azienda di Mark Zuckerberg aveva fatto sapere nelle scorse settimane, proprio mentre la FTC si apprestava a terminare la fase di indagini iniziare nel 2018, di aver accantonato 3 miliardi di dollari per quella che era una multa certa. L’accordo transattivo si sarebbe quindi fermato a 5 miliardi di dollari, votato a favore da 3 commissari repubblicani, contrari sono stati i due commissari democratici.

    Si tratta quindi di un accordo, di una vera transazione, che passerà alla storia per due motivi. Il primo è che, come già ricordato, questa sarà ricordata come la multa più salata della storia, mai nessuna azienda aveva pagato un conto così salato. Il secondo è che questa multa non comporterà alcuna difficoltà finanziaria per Facebook. Prova ne è il fatto che appena diffusa la notizia dai media americani, a Wall Street il titolo FB è volato, chiudendo le contrattazioni ordinarie a +1,81%, crescendo poi dello 0,2% nell’after hours.

    facebook cambridge analytica-ftc

    Insomma, i mercati hanno esultato perché si è arrivati ad una soluzione che poteva essere davvero difficoltosa per il colosso Facebook, ma così non è stato e quindi il titolo non ne risente. I mercati sanno bene che Facebook non subirà alcuna conseguenza da questa multa, per il fatto che 5 miliardi sono appena un terzo dei profitti realizzati in un trimestre dal colosso di Menlo Park.

    Ed è proprio la cifra dei 5 miliardi di dollari a tenere banco negli Usa e anche nel nostro paese. Pensate che solo qualche settimana fa il Garante italiano aveva multato Facebook, per lo stesso motivo, per 1 milione di euro.

    Negli Usa la polemica si è fatta aspra nei confronti di questo accordo raggiunto tra le due parti. Quest multa ha finito per incrementare il patrimonio di Zuckerberg di 5 miliardi di dollari, senza dimenticare che Facebook, come già ricordato, ha realizzato più di 15 miliardi di dollari di entrate nell’ultimo trimestre e ben 22 miliardi di utili lo scorso anno.

    Pare che una condizione dell’accordo sia quella che Facebook, prima del lancio di un nuovo prodotto, dovrà dimostrare come intende utilizzare i dati degli utenti, promettendo di proteggere la privacy degli stessi. Si tratta di condizioni che, nei fatti, non impediranno a Facebook di agire come fatto finora. E tantomeno si tratta di condizioni che impediranno a Facebook di lanciare la sua valuta digitale, la Libra.

    La muta di 5 miliardi verso Facebook, per quando possa fare clamore la cifra, in realtà non rappresenta quella punizione esemplare che tutti aspettavano, tutt’altro. La sensazione, così come lamentato da più parti, è che questa situazione sia soltanto una panacea che non cambia la situazione, facendo passare il messaggio che “tanto non è successo nulla, stavolta“.

    Paradossalmente, Facebook ne esce meglio di quanto si potesse pensare. Chi pensava di voler “dare una lezione” a Facebook per aver violato la privacy degli utenti resterà fortemente deluso. Speriamo solo che qualcuno abbia imparato la lezione.

    Già, ma qual è la lezione in questa vicenda che chi ha violato la privacy degli utenti ne esce meglio di chi è stato invece danneggiato?

    [Image credits: Getty Images]

  • Italiani e Messaggistica 2019, 9 milioni di utenti usano Telegram

    Italiani e Messaggistica 2019, 9 milioni di utenti usano Telegram

    Italiani e Messaggistica istantanea, un rapporto sempre più stretto. L’analisi che di recente ha condotto Vincenzo Cosenza, ci mostra come, a distanza di due anni, gli italiani usino sempre di più la messaggistica istantanea. WhatsApp resta la più usata con 32 milioni di utenti, ma cresce anche Telegram: +30% in due anni e 9 milioni di utenti.

    Il fenomeno messaggistica istantanea appassiona sempre più gli italiani e non solo, per la verità. Certo, si potrebbe dire, gli italiani lo sono in particolar modo, ma è un fenomeno che appassiona un po’ tutti. L’analisi di Vincenzo Cosenza, a distanza di due anni, dimostra questo trend, sulla base dei dati Audiweb powered by Nielsen. Prima di passare a vedere qualche dato più in dettaglio, val la pena fare una breve considerazione sul fenomeno. E cioè che le persone tendono sempre più a conversare in privato e meno in pubblico, tendono quindi a trovare spazi più protetti all’interno dei quali conversare privatamente. Questo per tanti motivi, tra tutti quello di proteggersi dai social network, piattaforme che col tempo non hanno saputo proteggere a dovere la privacy degli utenti.

    Un fenomeno quindi che vedremo crescere ancora nei prossimi anni. Facebook del resto ha già compreso (in parte a sue spese) che questo è il trend da seguire e presto vedremo Instagram, WhatsApp e Messenger sempre più collegate fra loro.

    Ma prima di assistere a questo scenario in evoluzione, davvero a breve, guardiamo questi dati perché ci aiutano a capire come gli italiani si relazionano alle app di instant messaging e conoscere anche quelle che crescono di più in due anni.

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    E’ inutile dire che WhatsApp è l’app di messaggistica più usata dagli italiani, l’abbiamo sottolineato più volte qui sul nostro blog con dati alla mano. Sono 32 milioni gli utenti che la usano 14 ore al mese in media. Nel 2017 gli utenti erano 22 milioni e il tempo di media d’uso era di 11 ore e mezza. Sarà interessante osservare come questo bacino di utenti cambierà nel corso dei prossimi mesi, quando l’integrazione con le altre piattaforme di casa Facebook sarà più concreta.

    Facebook Messenger si piazza dietro WhatsApp con 23 milioni di utenti con un tempo d’uso di 1 ora e 15 minuti. Nel 2017 gli utenti italiani erano 15 milioni con un tempo di utilizzo pari a 1 ora. Spicca la differenza d’uso con WhatsApp ad esempio, differenza notevole che denota una destinazione d’uso differente tra le due app. Più volte abbiamo messo in evidenza come Messenger, con tempo, fosse diventata una utility app, un’applicazione che va ben oltre l’instant messaging.

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    E adesso veniamo a Telegram, fenomeno del momento, etichetta che ormai sembra quasi obsoleta visto che con 200 milioni a livello globale si tratta ormai di una realtà ben definita. Nel 2017 avevamo evidenziato il boom dell’app in Italia, un trend positivo che si conferma anche a distanza di 2 anni, anche se con numeri più ridotti, ma sempre importanti. Gli italiani che usano l’app ideata da Pavel Durov sono 9 milioni con un tempo di utilizzo di 3 ore e mezza al mese. La forza di questa app sta nella sicurezza delle conversazioni con un sistema di protezione molto alto, da poco è possibile cancellare le conversazioni, o pezzi di esse, anche andando indietro nel tempo. Caratteristiche che vengono spesso evidenziate quando capitano down alla concorrenza, come accaduto di recente. Nel 2017 gli utenti italiani erano 3,5 milioni con un tempo di utilizzo di 2 ore e mezza.

    Skype e Viber invece sono in caduta libera. L’app di Microsoft oggi è usata da 3,5 milioni di utenti italiani, in calo del 55% rispetto a due anni fa, con un tempo di 5o minuti al mese. L’app che prima di altri ha introdotto in tema del messaggio istantaneo, pur mantenendo ancora oggi un posizionamento più alto dal punto di vista dell’utilizzo in chiave business, deve oggi fare i conti anche con altre app, proprio perché anche su quelle avvengono contatti veloci tra colleghi e anche con i clienti. Un momento di contatto che non avviene più ormai solo su Skype.

    Viber è in calo del 16% e oggi è usata da 840 mila utenti italiani per circa 1 minuto e mezzo.

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    Cresce, invece, WeChat, l’app da 1 miliardo di utenti del colosso cinese Tencent, che in Italia conta 414 mila utenti che la usano per 5 ore al mese. Molto probabile, come sottolinea lo stesso Cosenza, che questo tempo di utilizzo molto alto sia giustificabile dal fatto che sono circa 300 mila i cinesi che la usano.

    Ecco, questo lo scenario delle app di messaggistica istantanea in Italia. Il blocco di app di casa Facebook, guidato da WhatsApp, è quello che guderà il mercato anche nei prossimi anni. Anche se, come detto già in questo post, sarà interessante notare anche come questi numeri impatteranno sulla integrazione tra le app che presto sarà realtà.

    Tra queste app va segnalata la performance sempre più crescente di Telegram e il suo trend positivo non si arresterà nemmeno di fronte ad una crescita maggiore del blocco di casa Facebook.

    E vi che ne pensate? Anche voi siete tra quelli che usano molto WhatsApp? E Telegram? Raccontateci le vostre esperienze.

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