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  • Vino e Digitale 2019, cresce l’e-commerce e sui social si punta sulla qualità

    Vino e Digitale 2019, cresce l’e-commerce e sui social si punta sulla qualità

    Cresce l’e-commerce e la presenza sui social media viene curata avendo più attenzione per la qualità. Potremmo così sintetizzare la nuova edizione, la sesta, della ricerca che Omnicom PR Group Italia effettua ogni anno per analizzare la presenza online delle prime 25 aziende vinicole italiane, per fatturato. E ci sono altri dati interessanti, con infografica.

    Sin dalla prima edizione abbiamo seguito sempre con grande interesse questa ricerca che Omnicom PR Group Italia effettua ogni anno per analizzare la presenza online delle prime 25 aziende vinicole italiane, per fatturato. Giunta alla sesta edizione, possiamo dire che le aziende vinicole cominciano a comprendere il valore dell’e-commerce, si nota una crescita in questo senso, anche se ci si aspetterebbe di più, e, soprattutto, ad orientare la propria presenza online, sul web e sui social media, verso la qualità. Tutti elementi che avevamo messo in evidenza analizzando le prime edizioni della ricerca e siamo ben felici di riscontrare questa direzione. Resta ancora qualcosa su una migliore user experience sui siti web, si una migliore implementazione di strumenti rivolti all’assistenza clienti, ma si può affermare che le aziende vinicole italiane hanno compreso bene l’importanza del contenuto come veicolo per una migliore relazione con i consumatori.

    E ora, passiamo a vedere i dati della nuova ricerca, un po’ più nel dettaglio.

    vino digital social media 2019

    Le aziende vinicole e i social: cresce Instagram

    Lo avevamo già notato lo scorso anno con la precedente edizione e ne troviamo conferma anche in questa edizione. Alle aziende vinicole piace Instagram e questo si riflette in una crescita del seguito. Instagram continua a crescere rispetto a tutti gli altri social, con un incremento di follower del 71% rispetto al 2018, segno di un crescente interesse verso il social network da parte dei brand ma anche da parte dei giovani verso il mondo del vino. Oggi sono 17 su 25 le aziende ad avere un account ufficiale (contro le 15 del 2018 e le 6 del 2014).

    Facebook rimane stabile con 21 aziende su 25 ad avere un account ufficiale mentre migliora la frequenza di aggiornamento settimanale (72% delle cantine nel 2018 contro l’84% del 2019).

    YouTube e Twitter non invertono il trend degli ultimi anni, risultano poco presidiati e aggiornati (il primo utilizzato spesso come “archivio”, il secondo per comunicare sporadicamente news sull’azienda).

    Si fa spazio l’e-commerce

    Nell’epoca di Amazon e dei player specializzati in e-commerce del vino è interessante notare che, negli ultimi 12 mesi, le aziende con e-commerce proprietario sono passate da 3 su 25 (2018) a 6 su 25 (2019).  Una controtendenza quindi, forse guidata dalla volontà di accompagnare il consumatore lungo tutto il percorso d’acquisto, senza lasciare a terze parti, nell’ultimo miglio, storytelling, packaging del prodotto e assistenza clienti. In alcuni casi il vino è la chiave per poter vendere altri prodotti alimentari o un’esperienza sul territorio.

    classifica vino digitale 2019

    Le aziende vinicole e il contenuto legato al territorio

    Tutte le aziende menzionano, a vario titolo, i vitigni autoctoni (nel 2018 erano il 64%, nel 2014 solo il 19%). Varia il livello di approfondimento: alcune cantine non si limitano a citarli, ma dedicano spazio alla descrizione dei vitigni e alla scelta di utilizzo, altre dedicano particolare attenzione al tema con un’intera sezione del loro sito (e un racconto del programma di utilizzo e recupero dei vitigni autoctoni).

    13 cantine su 25 (52%) fanno riferimento a percorsi di degustazione (nel 2018 erano il 40%, solo il 15% nel 2014) alcune, con una comunicazione pensata direttamente per il consumatore, hanno sezioni dedicate e approfondimenti. Le più virtuose sfruttano anche la vocazione turistica del territorio, spesso con menzione di aree e luoghi da visitare. Interessante il trend del “food pairing” (abbinamenti vino-cibo) che vede 10 aziende su 25 protagoniste.

    Seppur con diversa intensità, nel 2019 il 100% delle aziende (76% nel 2018 e 37% nel 2017) tratta il tema sostenibilità menzionando certificazioni, efficienza energetica, gestione sostenibile delle risorse naturali e agricoltura priva di pesticidi.

    Infine, la narrativa su iniziative di responsabilità sociale è ancora agli albori, e approfondisce le attività principalmente legate all’arte e alla cultura. Oggi ne parlano 7 aziende su 25.

    Aziende vinicole, lingue e chat

    Le aziende scelgono di comunicare principalmente in lingua italiana e inglese sui loro siti. Nel 2019, dopo l’italiano (25 su 25), abbiamo l’inglese (21 cantine su 25) seguito dal tedesco (7 su 25), cinese (3 su 25) e russo (2 su 25).   Nonostante le potenzialità di alcuni paesi emergenti, si preferisce ancora concentrare gli sforzi sulle lingue delle mete “tradizionali” per il nostro export.  Sui canali social, 10 aziende su 25 propongono contenuti in lingua straniera. Di queste 10, solo 5 hanno pagine interamente dedicate a mercati esteri.

    Per ciò che concerne le chat, quasi tutte su Messenger, solo 12 aziende su 25 hanno risposto a richieste di informazioni. Un’area di miglioramento questa in quanto le chat possono indirizzare gli utenti verso contenuti per loro rilevanti (come ricerca prodotti, educazione sul territorio, eventi e percorsi enogastronomici, etc.).

    Infine, nessuna delle aziende vinicola offre podcast, formato in crescita per creare una relazione sempre più stretta con i propri consumatori. Chissà che non se ne cominci a vedere qualcosa il prossimo anno.

    Aree di miglioramento arrivano anche dall’user experience di alcuni siti, concepiti fino ad oggi per essere solo una vetrina di prodotti (solo 8 su 25 hanno un punteggio superiore al 7 in una scala da 1 a 10) e poco ingaggianti con i visitatori. Infine, continuano ad essere importanti in ottica SEO (Search Engine Optimization) i siti esterni di qualità (link-in) che rimandano ai website delle cantine, su questo un buon lavoro di ufficio stampa e digital PR può aiutare molto.

    Allora che ne pensate di questi dati? Qui in basso l’infografica completa.

    vino digitale 2019 infografica

     

  • Cosa succede sul web e sui social media ogni 60 secondi, nel 2019

    Cosa succede sul web e sui social media ogni 60 secondi, nel 2019

    Dare i numeri a volte è importante, sapete? E i numeri che ci fornisce, con una certa puntualità, Domo, con la consueta infografica “Data Never Sleeps”, giunta alla settima edizione, ci dicono che l’economia della condivisione oggi spazia ovunque, dalle piattaforme alle app, con numeri impressionanti che fotografano quello che facciamo ogni minuto.

    I numeri regnano sull’universo“, diceva Pitagora, certamente sono importanti, è evidente. Ci aiutano a quantificare fenomeni e, quindi, ad interpretarli, per meglio contestualizzarli. I numeri sono importanti anche nell’era del digitale che stiamo vivendo, l’era in cui tutto è tracciabile, quantificabile. Attraverso i numeri quindi riusciamo a comprendere l’evoluzione e l’importanza dei fenomeni stessi, e anche dalla comparsa di nuovi.

    Insomma, tutta questa premessa, che a tratti vi sembrerà noiosa, per dire che Domo, che negli anni abbiamo imparato a conoscere, ha pubblicato la settima edizione della celebre infografica “Data Never Sleeps”, i dati non dormono mai. Verrebbe da dire che anche quelli che lo tracciano e li analizzano non dormono mai, ma questa è un’altra storia.

    L’edizione 2019 di questa infografica ci mette di fronte al fatto che oggi l’economia della condivisione è presente ovunque e che spazia dalle piattaforme alle app. Se guardiamo le precedenti edizioni, prima di passare a conoscere meglio in dettaglio questa nuova versione, ci accorgiamo che oggi le persone condividono non solo per il gusto di farlo, come poteva apparire evidente nelle edizioni iniziali, ma per meglio definire la propria personalità digitale, “personas” dicono gli esperti. Quello che facciamo online dice molto di quello che siamo, sono dati che per le aziende oggi sono preziosi, proprio perché solo 20 anni fa, o anche meno, non erano disponibili.

    social media dati 60 secondi 2019 franzrusso.it

    Provate a pensare cosa sarà la versione di questa infografica nei prossimi anni, quando sarà più evidente il passaggio alla relazione sempre più stretta con gli oggetti connessi, sarà interessante sapere cosa ne verrà fuori ogni minuto.

    Già, perché la grande caratteristica di questa infografica è che ci offre un panorama di quello che facciamo online ogni minuto, cioè ogni 60 secondi, sul web, sui social media, sulle app. Ovunque.

    E allora, ecco i dati più aggiornati dalla settima edizione di “Data Never Sleeps”, versione 2019.

    Intanto partiamo da questa considerazione generale, nel mondo oggi le persone connesse sono 4,39 miliardi, vale a dire che il 56% della popolazione mondiale oggi è connessa alla rete, con un aumento di quasi il 10% rispetto allo scorso anno. Un dato che evidentemente crescerà ancora.

    A proposito di numeri, in un minuto, nel 2019, tanto per citare realtà che solo fino a qualche anno fa non c’erano, sono state effettuate 1.389 prenotazioni attraverso Airbnb. Netflix è passato da 97.222 ore a 694.444 ore di visualizzazioni al minuto nel 2019, con un incremento del 614%. Nel 2017 erano 69.444, un decimo di quelle di quest’anno. Su YouTube le visualizzazioni di video sono passate da 4.333.560 video visti al minuto a oltre 4.500.000.

    Per parlare dell’amato Twitter, che ha attraversato tanti problemi negli ultimi due anni e che adesso sta cercando di recuperare terreno, ha visto crescere il numero di tweet inviati al minuto. Si è passati dai 473 mila ogni 60 secondi nel 2017 ai 511.200 nel 2019. 

    Val la pena di segnalare Instagram per due motivi. Il primo è perché ogni 60 secondi sono gli utenti condividono 277.777 stories; il secondo perché passano da 49.380 a 55.140 foto condivise al minuto, con un aumento di quasi il 12%.

    C’è poi da evidenziare che ogni minuto vengono scaricate oltre 390 mila app; Tinder continua ad essere la dating app più usata con 1,4 milioni di swipe, erano 1,1 milioni lo scorso anno.

    Ma di dati interessanti ce ne sono tanti altri che potete visualizzare nell’infografica in basso.

    E voi che ne pensate?

    ogni minuto social media web app 2019

  • Instagram: al via il test che nasconde il Like in Italia, ma in Canada sono ritornati

    Instagram: al via il test che nasconde il Like in Italia, ma in Canada sono ritornati

    E’ di oggi la notizia che Instagram sta avviando anche in Italia un test che modifica il modo in cui vediamo i like. Il test segue quanto già avvenuto in Canada a fine maggio e consiste nel nascondere il like dei post. Solo l’autore del post potrà vedere il numero totale. Solo che, dopo neanche due mesi, i like sono ricomparsi in Canada.

    Si sta discutendo molto del test che Instagram ha iniziato anche in Italia allo scopo di nascondere il numero di “Like” sotto ogni post. Sono già tante le segnalazioni di utenti che hanno visto apparire sulla loro app un annuncio che da il via al test, allo scopo di concentrarsi di più sul contenuto e meno sul numero delle interazioni accumulate dal post stesso. In pratica, gli altri utenti non vedranno più il numero totale dei Like, dato che invece resterà disponibile solo all’autore del post.

    In molti stanno associando questo avvio di test con quanto già annunciato da Instagram a fine maggio, con l’avvio del primo test in Canada. Solo che, con l’avvio del testi in anche Italia (il test è al via anche in altri paesi europei tra cui l’Irlanda), in Canada, secondo quanto segnalato da alcuni utenti su Twitter, in realtà il numero totale dei Like visibile dagli altri utenti sarebbe riapparso. E si vede bene, dalle conversazioni, come gli utenti canadesi siano divisi nelle opinioni, tra chi applaude al ritorno dei Like e tra chi, invece vorrebbe Instagram nascondesse per sempre quel numero perché ritenuto “tossico”.

    instagram test nascondi like

    Instagram quindi, con l’avvio di questo test, e in attesa di capire meglio quanto invece sta accadendo contemporaneamente in Canada, spinge gli utenti a concentrarsi di più sui contenuti e meno sul numero delle interazioni ricevute. Un modo per rendere l’app un luogo migliore e per lanciare il messaggio che questa non è una gara, ma è semplicemente un luogo dove si condividono contenuti interessanti per sviluppare interazioni finalizzate alla conversazioni, allo scambio reciproco di esperienze, interessi; all’arricchimento, perché no, rispetto ad interessi in comune, sotto il profilo dello scambio di informazioni ed esperienze.

    Vogliamo aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono“, dice Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram. “Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimersi. Stiamo avviando diversi test in più paesi per apprendere dalla nostra comunità globale come questa iniziativa possa migliorare l’esperienza su Instagram“, aggiunge ancora Tara Hopkins.

    Questo il tweet con cui Instagram ha ufficializzato la notizia, senza aggiungere altri dettagli.

    Se questo test arrivasse ad essere definitivo, allora si che ci troveremmo di fronte ad una “rivoluzione”, nel senso che finalmente verrebbe ad essere premiato il contenuto e non la mera produzione di Like in serie che spesso non sono neanche lo specchio della qualità espressa, tutt’altro. Il meccanismo che si è scatenato, e di è registrato fino ad oggi, è quello di fare in modo che venga evidenziato il numero di Like a dispetto della qualità. Un meccanismo che ha spesso offuscato la qualità premiando, invece, il solo elemento vanity. Terreno su cui si sta muovendo, almeno nelle intenzioni, anche Twitter.

    Qualcuno dice che in questo modo verrebbero messi in crisi gli “influencer”, vero, ma solo quegli influencer che nel tempo hanno spinto molto per ottenere molto Like, con tutti i mezzi, a scapito della qualità. Coloro che hanno sempre messo avanti la qualità nei loro contenuti, raccogliendo meno in termini di interazioni, continueranno come se niente fosse, anzi, forse adesso potrebbero anche raccogliere ciò che gli è stato tolto per strada.

    Ma attenzione. Si tratta solo di un test e quanto sta accadendo in Canada ci impone di esser più attenti, anche perché non ci sono annunci ufficiali in merito a quanto sta accadendo nel paese nord americano, è quindi probabile che alla fine del test, anche in Italia si torni alla vecchia versione.

    In attesa, godiamoci questi momenti, apprezzando la qualità su Instagram che non manca, impegnandoci tutti a condividerla con serenità.

     

  • Facebook, 5 miliardi di dollari di multa e il titolo vola a Wall Street

    Facebook, 5 miliardi di dollari di multa e il titolo vola a Wall Street

    Secondo quando riferito dal Wall Street Journal, Facebook ha raggiunto un accordo con la FTC a proposito dell’inchiesta sullo scandalo Cambridge Analytica. L’accordo è stato raggiunto sulla base di 5 miliardi di dollari di multa e il titolo FB  a Wall Street vola.

    Fonti del Wall Street Journal riferiscono di un accordo raggiunto tra Facebook e FTC (Federal Trade Commission), la commissione federale per il commercio, sulla base di 5 miliardi di dollari per lo scandalo Cambridge Analytica. Se tutto venisse confermato, anche dal dipartimento di Giustizia americano, si tratterebbe della multa più salata mai pagata da una società. La più alta resta ancora quella pagata da Google alla FTC di 22,5 milioni di dollari.

    Per Facebook 5 miliardi di dollari non sono poi una cifra così salata. L’azienda di Mark Zuckerberg aveva fatto sapere nelle scorse settimane, proprio mentre la FTC si apprestava a terminare la fase di indagini iniziare nel 2018, di aver accantonato 3 miliardi di dollari per quella che era una multa certa. L’accordo transattivo si sarebbe quindi fermato a 5 miliardi di dollari, votato a favore da 3 commissari repubblicani, contrari sono stati i due commissari democratici.

    Si tratta quindi di un accordo, di una vera transazione, che passerà alla storia per due motivi. Il primo è che, come già ricordato, questa sarà ricordata come la multa più salata della storia, mai nessuna azienda aveva pagato un conto così salato. Il secondo è che questa multa non comporterà alcuna difficoltà finanziaria per Facebook. Prova ne è il fatto che appena diffusa la notizia dai media americani, a Wall Street il titolo FB è volato, chiudendo le contrattazioni ordinarie a +1,81%, crescendo poi dello 0,2% nell’after hours.

    facebook cambridge analytica-ftc

    Insomma, i mercati hanno esultato perché si è arrivati ad una soluzione che poteva essere davvero difficoltosa per il colosso Facebook, ma così non è stato e quindi il titolo non ne risente. I mercati sanno bene che Facebook non subirà alcuna conseguenza da questa multa, per il fatto che 5 miliardi sono appena un terzo dei profitti realizzati in un trimestre dal colosso di Menlo Park.

    Ed è proprio la cifra dei 5 miliardi di dollari a tenere banco negli Usa e anche nel nostro paese. Pensate che solo qualche settimana fa il Garante italiano aveva multato Facebook, per lo stesso motivo, per 1 milione di euro.

    Negli Usa la polemica si è fatta aspra nei confronti di questo accordo raggiunto tra le due parti. Quest multa ha finito per incrementare il patrimonio di Zuckerberg di 5 miliardi di dollari, senza dimenticare che Facebook, come già ricordato, ha realizzato più di 15 miliardi di dollari di entrate nell’ultimo trimestre e ben 22 miliardi di utili lo scorso anno.

    Pare che una condizione dell’accordo sia quella che Facebook, prima del lancio di un nuovo prodotto, dovrà dimostrare come intende utilizzare i dati degli utenti, promettendo di proteggere la privacy degli stessi. Si tratta di condizioni che, nei fatti, non impediranno a Facebook di agire come fatto finora. E tantomeno si tratta di condizioni che impediranno a Facebook di lanciare la sua valuta digitale, la Libra.

    La muta di 5 miliardi verso Facebook, per quando possa fare clamore la cifra, in realtà non rappresenta quella punizione esemplare che tutti aspettavano, tutt’altro. La sensazione, così come lamentato da più parti, è che questa situazione sia soltanto una panacea che non cambia la situazione, facendo passare il messaggio che “tanto non è successo nulla, stavolta“.

    Paradossalmente, Facebook ne esce meglio di quanto si potesse pensare. Chi pensava di voler “dare una lezione” a Facebook per aver violato la privacy degli utenti resterà fortemente deluso. Speriamo solo che qualcuno abbia imparato la lezione.

    Già, ma qual è la lezione in questa vicenda che chi ha violato la privacy degli utenti ne esce meglio di chi è stato invece danneggiato?

    [Image credits: Getty Images]

  • Italiani e Messaggistica 2019, 9 milioni di utenti usano Telegram

    Italiani e Messaggistica 2019, 9 milioni di utenti usano Telegram

    Italiani e Messaggistica istantanea, un rapporto sempre più stretto. L’analisi che di recente ha condotto Vincenzo Cosenza, ci mostra come, a distanza di due anni, gli italiani usino sempre di più la messaggistica istantanea. WhatsApp resta la più usata con 32 milioni di utenti, ma cresce anche Telegram: +30% in due anni e 9 milioni di utenti.

    Il fenomeno messaggistica istantanea appassiona sempre più gli italiani e non solo, per la verità. Certo, si potrebbe dire, gli italiani lo sono in particolar modo, ma è un fenomeno che appassiona un po’ tutti. L’analisi di Vincenzo Cosenza, a distanza di due anni, dimostra questo trend, sulla base dei dati Audiweb powered by Nielsen. Prima di passare a vedere qualche dato più in dettaglio, val la pena fare una breve considerazione sul fenomeno. E cioè che le persone tendono sempre più a conversare in privato e meno in pubblico, tendono quindi a trovare spazi più protetti all’interno dei quali conversare privatamente. Questo per tanti motivi, tra tutti quello di proteggersi dai social network, piattaforme che col tempo non hanno saputo proteggere a dovere la privacy degli utenti.

    Un fenomeno quindi che vedremo crescere ancora nei prossimi anni. Facebook del resto ha già compreso (in parte a sue spese) che questo è il trend da seguire e presto vedremo Instagram, WhatsApp e Messenger sempre più collegate fra loro.

    Ma prima di assistere a questo scenario in evoluzione, davvero a breve, guardiamo questi dati perché ci aiutano a capire come gli italiani si relazionano alle app di instant messaging e conoscere anche quelle che crescono di più in due anni.

    app messaggistica istantanea italia 2019 utenti

    E’ inutile dire che WhatsApp è l’app di messaggistica più usata dagli italiani, l’abbiamo sottolineato più volte qui sul nostro blog con dati alla mano. Sono 32 milioni gli utenti che la usano 14 ore al mese in media. Nel 2017 gli utenti erano 22 milioni e il tempo di media d’uso era di 11 ore e mezza. Sarà interessante osservare come questo bacino di utenti cambierà nel corso dei prossimi mesi, quando l’integrazione con le altre piattaforme di casa Facebook sarà più concreta.

    Facebook Messenger si piazza dietro WhatsApp con 23 milioni di utenti con un tempo d’uso di 1 ora e 15 minuti. Nel 2017 gli utenti italiani erano 15 milioni con un tempo di utilizzo pari a 1 ora. Spicca la differenza d’uso con WhatsApp ad esempio, differenza notevole che denota una destinazione d’uso differente tra le due app. Più volte abbiamo messo in evidenza come Messenger, con tempo, fosse diventata una utility app, un’applicazione che va ben oltre l’instant messaging.

    app messaggistica istantanea italia 2019

    E adesso veniamo a Telegram, fenomeno del momento, etichetta che ormai sembra quasi obsoleta visto che con 200 milioni a livello globale si tratta ormai di una realtà ben definita. Nel 2017 avevamo evidenziato il boom dell’app in Italia, un trend positivo che si conferma anche a distanza di 2 anni, anche se con numeri più ridotti, ma sempre importanti. Gli italiani che usano l’app ideata da Pavel Durov sono 9 milioni con un tempo di utilizzo di 3 ore e mezza al mese. La forza di questa app sta nella sicurezza delle conversazioni con un sistema di protezione molto alto, da poco è possibile cancellare le conversazioni, o pezzi di esse, anche andando indietro nel tempo. Caratteristiche che vengono spesso evidenziate quando capitano down alla concorrenza, come accaduto di recente. Nel 2017 gli utenti italiani erano 3,5 milioni con un tempo di utilizzo di 2 ore e mezza.

    Skype e Viber invece sono in caduta libera. L’app di Microsoft oggi è usata da 3,5 milioni di utenti italiani, in calo del 55% rispetto a due anni fa, con un tempo di 5o minuti al mese. L’app che prima di altri ha introdotto in tema del messaggio istantaneo, pur mantenendo ancora oggi un posizionamento più alto dal punto di vista dell’utilizzo in chiave business, deve oggi fare i conti anche con altre app, proprio perché anche su quelle avvengono contatti veloci tra colleghi e anche con i clienti. Un momento di contatto che non avviene più ormai solo su Skype.

    Viber è in calo del 16% e oggi è usata da 840 mila utenti italiani per circa 1 minuto e mezzo.

    Leggi anche

    Italiani e Social Media, più del 30% degli utenti guarda le Stories

    Cresce, invece, WeChat, l’app da 1 miliardo di utenti del colosso cinese Tencent, che in Italia conta 414 mila utenti che la usano per 5 ore al mese. Molto probabile, come sottolinea lo stesso Cosenza, che questo tempo di utilizzo molto alto sia giustificabile dal fatto che sono circa 300 mila i cinesi che la usano.

    Ecco, questo lo scenario delle app di messaggistica istantanea in Italia. Il blocco di app di casa Facebook, guidato da WhatsApp, è quello che guderà il mercato anche nei prossimi anni. Anche se, come detto già in questo post, sarà interessante notare anche come questi numeri impatteranno sulla integrazione tra le app che presto sarà realtà.

    Tra queste app va segnalata la performance sempre più crescente di Telegram e il suo trend positivo non si arresterà nemmeno di fronte ad una crescita maggiore del blocco di casa Facebook.

    E vi che ne pensate? Anche voi siete tra quelli che usano molto WhatsApp? E Telegram? Raccontateci le vostre esperienze.

  • Twitter rimuove la localizzazione precisa dei tweet, attiva solo attraverso la fotocamera

    Twitter rimuove la localizzazione precisa dei tweet, attiva solo attraverso la fotocamera

    Qualche giorno fa Twitter ha fatto sapere di aver rimosso la possibilità di localizzazione precisa dei tweet, una opzione poco usata dagli utenti, secondo Twitter. La possibilità, però, resta ancora attiva solo attraverso la nuova fotocamera interna, di recente aggiornata.

    Era il 2009, quindi tre anni dopo la sua fondazione, quanto Twitter diede la possibilità di localizzare i tweet, una possibilità, allora, resa possibile per “incrementare le conversazioni locali“. Solo che a distanza di dieci anni Twitter ha deciso di rimuovere questa possibilità e l’annuncio lo ha fatto qualche giorno fa con un tweet (e come, se no?). Un annuncio, per la verità, che non ha attirato la giusta attenzione, ma che invece merita.

    La spiegazione ufficiale è quella di “semplificare” l’esperienza degli utenti rimuovendo una funzionalità che, comunque, nel corso di questi anni è rimasta poco usata dagli utenti. Come certamente ricorderete, questa opzione era “opt-in”, bisognava attivarla proprio per evitare di diffondere informazioni di localizzazione nel momento in cui non si voleva condividere questa informazione. Va detto anche che questa modalità è stata ritenuta per certi versi poco precisa, poco attendibile. Salvo poi scoprire, qualche anno fa, che le informazioni sulla geolocalizzazione era invece molto precise e che erano accessibili anche via API.

    tweet localizzazione

    Eppure, dare una connotazione locale ad un tweet era molto utile, soprattutto per tutti coloro che usano Twitter da un punto di vista più professionale, per raccontare gli eventi. Pensiamo quindi ai blogger, ai giornalisti che per dare una connotazione più dettagliata all’informazione e al contenuto potevano anche localizzare il tweet.

    Twitter ha comunque tenuto a precisare che la possibilità di localizzare il tweet resta possibile solo all’interno della fotocamera della piattaforma, che da poco è stata aggiornata e resa più smart.

    Forse, a pensarci bene, riflessione magari già fatta, i tempi sono cambiati e gli utenti sono diventati più attenti a diffondere le loro informazioni. E’ quindi un tema che i lega molto alla privacy verso la quale è cresciuta una consapevolezza che non è paragonabile a quella di dieci anni fa, quando, per certi versi, sembrava quasi “normale” far sapere agli altri la localizzazione precisa anche di un tweet.

    Ma oggi gli utenti sono cambiati, condividono le loro informazioni, come la localizzazione, ma in contesti e su piattaforme sempre più private e meno pubbliche. Basti pensare a WhatsApp, Messenger, Telegram, sono questi i luoghi in cui adesso si condividono le proprie informazioni più precise.

    Twitter, così facendo, ha preso atto che sono cambiati i tempi.

    [Image credits: CASEY CHIN; GETTY IMAGES]

  • Garante Privacy, multa a Facebook da 1 mln di euro per Cambridge Analytica

    Garante Privacy, multa a Facebook da 1 mln di euro per Cambridge Analytica

    Lo scandalo Cambridge Analytica continua a tenere banco, per gli effetti e per la sua gravità. Il Garante per la Privacy italiano ha fatto sapere di aver comminato a Facebook una multa da 1 milione di euro “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica’”.

    Lo scandalo Cambridge Analytica continua a tenere banco, per gli effetti e per la sua gravità. Il Garante per la Privacy italiano ha fatto sapere di aver comminato a Facebook una multa da 1 milione di euro “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica’”. Lo scandalo, nato nel 2016 in occasione delle elezioni presidenziali Usa, venne scoperto nel 2017, quando Facebook ammise che i dati di 87 milioni di utenti vennero trafugati attraverso l’utilizzo di un’applicazione, scaricabile dal social network, “Thisisyourdigitallife“. La multa, in base al vecchio Codice Privacy, fa seguito al provvedimento del Garante del gennaio scorso con cui l’Autorità aveva vietato a Facebook di continuare a trattare i dati degli utenti italiani. Dalle indagini, in seguito alla scoperta dello scandalo, venne fuori che l’applicazione aveva poi acquisito i dati di ulteriori 214.077 utenti italiani, senza che questi l’avessero scaricata, mentre furono 57 gli utenti italiani che la scaricarono.

    Dopo la multa di mezzo milione di sterline da parte del Garante Privacy Uk a Facebook per lo scandalo Cambridge Analytica, comminata nell’ottobre del 2018, arriva anche la multa del Garante per la Privacy italiano. L’Autorità italiana ha reso noto in una nota di aver comminato la multa di 1 milione di euro alla società di Mark Zuckerberg “per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica”.

    facebook multa garante privacy

    La multa fa seguito al provvedimento del Garante del gennaio di quest’anno con il quale l’Autorità aveva vietato a Facebook di continuare a trattare i dati degli utenti italiani. Il Garante aveva infatti accertato che 57 italiani avevano scaricato l’app “Thisisyourdigitallife” attraverso la funzione Facebook login e che, in base alla possibilità consentita da questa funzione di condividere i dati degli ‘amici’, l’applicazione aveva poi acquisito i dati di ulteriori 214.077 utenti italiani, senza che questi l’avessero scaricata, fossero stati informati della cessione dei loro dati e avessero espresso il proprio consenso a questa cessione. La comunicazione da parte di FB dei dati alla app ‘Thisisyourdigitallife’ era dunque avvenuta in maniera non conforme alla normativa sulla privacy. I dati non erano comunque stati trasmessi a Cambridge Analytica.

    Già nel mese di marzo di quest’anno il Garante aveva contestato a Facebook le violazioni della mancata informativa, della mancata acquisizione del consenso e del mancato idoneo riscontro ad una richiesta di informazioni ed esibizione di documenti. Per queste violazioni Facebook si è avvalsa della possibilità di estinguere il procedimento sanzionatorio mediante il pagamento in misura ridotta di una somma pari a 52.000 euro.

    La sanzione di 1 milione trova fondamento nel fatto che le violazioni su informativa e consenso erano state commesse in riferimento ad una banca dati di particolare rilevanza e dimensioni, situazione per cui non è ammesso il pagamento in misura ridotta. La somma tiene conto, oltre che della imponenza del database, anche delle condizioni economiche di Facebook e del numero di utenti mondiali e italiani della società.

  • Facebook Ads: gli ultimi dati su obiettivi, spesa, formati e interazioni

    Facebook Ads: gli ultimi dati su obiettivi, spesa, formati e interazioni

    Come migliorare e ottimizzare la pianificazione delle proprie campagne Facebook Ads? La risposta è semplice: isolando, numeri alla mano, variabili e tendenze. Ecco quindi un’analisi che copre gli ultimi dati legati a obiettivi, spesa, formati e interazioni.

    Ultimamente un mio cliente, il gruppo Affinity Petcare, mi ha chiesto un’analisi in merito agli ultimi trend relativi all’investimento in Facebook Ads. Ho quindi deciso di riportare in questo articolo le evidenze emerse, in quanto affiorano alcuni spunti interessanti per migliorare le future pianificazioni adv sulla piattaforma.

    In particolare, ho deciso di coprire i seguenti punti: obiettivi, spesa, formati e interazioni.

    A seguire, trovi tutti i risultati e gli insight emersi.

    Obiettivi e Facebook Ads

    Il mio cliente opera su più mercati e quindi ha richiesto un confronto tra il mercato americano e alcuni paesi europei a target come Italia, Francia, U.K., Spagna e Portogallo. Come prevedibile, questa comparativa mostra delle fisiologiche differenze ma anche delle tendenze in comune. Cominciamo dalle prime, tramite una panoramica sugli obiettivi scelti dai brand.

    Facebook ads: gli obiettivi dei brand negli USA

    Negli Stati Uniti possiamo osservare come il veicolare traffico al sito sia diventato il primo obiettivo, superando investimenti storici e maggiormente radicati legati ad engagement e reach. Anche in Europa, notiamo la stessa tendenza ma ci sono alcune specificità da prendere in considerazione:

    1. le interazioni sui post restano al primo posto in coabitazione con il traffico al sito;
    2. abbiamo un risultato inferiore relativo alle conversioni e specularmente un maggior utilizzo dell’obiettivo legato alla reach e ai like sulla pagina, variante del macro obiettivo engagement;
    3. in entrambi i casi, messaggi e lead ads stentano a prendere piede.

    Facebook Ads: gli obiettivi dei brand in europa

    Come abbiamo visto, generare traffico al sito è un obiettivo primario per entrambi i mercati ma ci sono alcune valutazioni da fare. Senza farsi prendere da catastrofismi (o piagnistei) di sorta, come avviene ad ondate per ogni cambio di algoritmo o restrizione delle opzioni di targeting, bisognerà prendere seriamente in considerazione l’adozione da parte degli utenti del nuovo strumento (attualmente in fase di sviluppo) chiamato  Clear History. In parole povere, la possibilità di rendere anonima la navigazione su siti ed app con conseguenze dirette sul retargeting restringendo le potenzialità del pixel di tracciamento. Compresa la creazione di pubblici personalizzati.

    Ovviamente questo intervento si inserisce nella serie di aggiustamenti votati alla privacy, figli dello scandalo Cambridge Analytica, ma fa anche parte di un più ampio piano d’azione per prevenire i bombardamenti pubblicitari, con forme di retargeting (più o meno) a freddo, che hanno caratterizzato la presenza di molti brand negli ultimi anni. Purtroppo, molte marche sono ancora convinte che la comunicazione di massa e non personalizzata sia il santo graal che stimola il brand recall. D’altro canto, Facebook deve garantire un’esperienza di valore agli utenti per continuare ad attrarre investimenti pubblicitari.

    Personalmente, penso che nei prossimi mesi il canale favorirà maggiormente forme di retargeting legate alle interazioni sulla piattaforma come le visualizzazioni video, engagement sui post, messaggi ricevuti, fan più attivi sulla pagina e/o nei gruppi,  etc. Si profila quindi un modello che punta a creare relazioni con le community a target, tramite un engagement qualificato e generando conversazioni di valore, prima di puntare alla conversione vera e propria. Di conseguenza, la capacità di fare networking con le diverse audience sarà più importante del volume complessivo di azioni. Per semplificare il concetto, meglio pochi (da reindirizzare sul sito) ma buoni e altamente profilati.

    In questo modo, Facebook puo’ raggiungere un duplice scopo:

    1. limitare lo spam e pertanto migliorare la fruizione da parte del pubblico;
    2. aumentare il tempo speso sulla piattaforma, limitando i redirect all’indispensabile, andando ad incidere su un dato che influenza fortemente gli investimenti sul canale.

    Una volta che abbiamo una panoramica sugli obiettivi, è arrivato il momento di valutare la spesa attuale su Facebook Ads.

    La spesa su Facebook Ads

    Innanzitutto, abbiamo una media relativa alla spesa che varia tra 3.065k (mercato europeo) e 5.0144k (USA). Ad ogni modo, fuori dall’ovvia maggiore capacità di investimento del mercato americano, abbiamo una tendenza in comune che attraversa i due segmenti.

    La spesa su Facebook Ads in Europa e USA

    Entrambi i mercati, prendendo anche in considerazione i mesi precedenti e a seguire, sono (come prevedibile) fortemente influenzati dalla stagionalità. Ovvero, la spesa è concentrata nei mesi che vanno da ottobre a dicembre. Questo dato deve farci riflettere in quanto, a mio avviso, i brand devono cominciare a ragionare ad una pianificazione always on abbandonando definitivamente l’ottica dell’investimento one-shot ed una tantum.

    Piuttosto che bombardare l’utente per un periodo limitato dell’anno, bisogna mettere in campo attività di nurturing coerenti e sequenziali verso le audience a target prima di interfacciarsi tramite la vendita diretta. Il targeting va a passi consequenziali, muovendo l’utente lungo il funnel e raggiungendo nuove audience per ogni fase, saltare le tappe raramente paga. Infatti, questo esercizio è possibile soltanto se abbiamo mappato correttamente i diversi momenti del processo d’acquisto dei consumatori che vogliamo raggiungere. Inoltre, ciò ci permetterà di pianificare al meglio le integrazioni con gli altri canali e leve. Ad esempio, come e quando generare lead su Facebook per azioni di retargeting tramite mail o eventi profilati in-store. Non dobbiamo mai dimenticare che i social media non sono degli asset isolati ma si inseriscono all’interno del complessivo ecosistema di marketing.

    Facebook Ads: i dati del CPC in europa e usa

    Facebook Ads: i risultati del CTR in Europa e USA

    Partendo dal presupposto che il drive to website è l’obiettivo principale in entrambi i mercati, chiudo questo blocco con una panoramica legata a CPC e CTR. La media in Europa oscilla tra 0.14 (costo per click) e 1.48 (click through rate), mentre negli Stati Uniti abbiamo un risultato che varia tra 0.46 (costo per click) e 1.59 (click through rate). Chiaramente, tanto il CPC quanto il CTR variano sensibilmente a seconda del settore e business.

    Facebook Ads_il CPC per settore
    CPC: il dato globale per settore.

    Anche in questo caso, l’ottimizzazione del rapporto costi – risultati non passa certamente da una comunicazione di massa ma dal sapere interagire con gli utenti giusti, al momento opportuno in base alla relazione (conoscenza, valutazione, conversione) e tramite i contenuti più adatti per ogni fase. Per poterlo fare, come precedentemente accennato,  risulta indispensabile mappare le nostre target personas e le diverse tappe che caratterizzano il loro processo d’acquisto. Un tema su cui si dibatte tanto su LinkedIn ma su cui non si lavora concretamente abbastanza…

    Adesso che abbiamo coperto il tema della spesa, diamo un’occhiata ai formati maggiromente utilizzati dai brand.

    Formati e Facebook Ads

    Ad una prima analisi dei contenuti totali condivisi dalle pagine, notiamo come la strategia di content marketing sia principalmente foto centrica. Un’evidenza che non stupisce vista la maggiore complessità richiesta dai video in termini di budget, progettazione, risorse coinvolte e sviluppo del concept creativo.

    Distribuzione della tipologia di contenuti condivisi su Facebook negli USA

    Distribuzione della tipologia di contenuti condivisi su Facebook in Europa

     

    Difatti, ritroviamo la stessa tendenza se orientiamo lo sguardo verso la tipologia di contenuti sponsorizzati con i video che rappresentano il 20%/22% in media dei post promossi. Fuori dalle sirene degli autoproclamati guru, per cui i video sono da alcuni anni la panacea di tutti i mali, questo risultato porta ad alcune riflessioni:

    1. constatiamo una controtendenza rispetto al dato globale dove a settembre 2018 i video avevano raggiunto le foto come formato più sponsorizzato;
    2. come anticipavo prima, il targeting legato alle azioni sulla piattaforma diventerà centrale e conseguentemente bisognerà (anche) migliorare la retention dei video per definire un funnel di retargeting basato sulle visualizzazioni. In questo articolo, trovi alcuni consigli su come sfruttare al meglio questo formato;
    3. in uno scenario paid quasi monopolizzato dalle foto, i video posso diventare un ottimo strumento per posizionarsi e differenziarsi. Chiaramente, a patto di profilare e diversificare i contenuti proposti in base alle esigenze dei diversi pubblici.

     

    Per concludere, non ci resta che guardare al dettaglio riguardante le interazioni.

    Interazioni e Facebook Ads

    Come per il CPC, il costo per engagement mostra un certo divario tra i due mercati: 0.11$ in Europa e 0.27$ negli Stati Uniti. Tuttavia, visto che come per il costo per click il CPE varia sensibilmente a seconda del settore, bisogna andare maggiormente in profondità di questo dato.

    Facebook Ads: il costo per engagement in europa e usa

    I brand ad oggi sono ancora dei raccoglitori di like e le conversazioni come le condivisioni stentano a decollare. Tovo molto interessante questo punto in relazione ai cambiamenti in itinere dell’algoritmo di Facebook. La piattaforma ha recentemente iniziato a mettere in relazione i risultati dei questionari proposti agli utenti, in merito alle loro preferenze, alle azioni intraprese sul canale per identificare quali contenuti condividono, commentano e mettono like. L’obiettivo evidente è quello di ridurre il numero dei post non rilevanti dal news feed di ciascun utente. Infatti, dal comunicato ufficiale emerge una dimensioni chiave da prendere fortemente in considerazione: il grado della relazione, l’algoritmo mostrerà in primis i contenuti di pagine e amici con cui abbiamo una relazione più stretta.

    Ovvero, oltre ai feedback direttamente richiesti agli utenti, la piattaforma valuterà il grado della relazione (anche) grazie a segnali come la regolarità e frequenza nell’interagire con un dato brand e/o tipologia di contenuto. In termini pratici, generare conversazioni di valore diventerà sempre più importante per fidelizzare il pubblico, rendere più solida la relazione e (come precedentemente riportato) profilare il retargeting legato alle azioni sul canale.

    tipologie di interazioni su facebook negli stati uniti

    tipologie di interazioni su facebook in europa

     

    Questo era il mio ultimo grafico ma se hai domande, commenti o vuoi aggiungere spunti alla discussione, ti aspetto nei commenti. Invece, se oltre a Facebook sei alla ricerca degli ultimi trend su Instagram, qui trovi il mio ultimo articolo a riguardo.

  • Instagram, al via il test per recuperare account violato

    Instagram, al via il test per recuperare account violato

    Instagram inizia a mettere in campo delle misure che permetteranno agli utenti di recuperare l’account hackerato. Per ora si tratta di un test, secondo quanto riferisce Motherboard, disponibile solo per iOS. L’invio di un codice a sei cifre permetterà all’utente di rientrare in possesso del proprio account.

    Instagram ha avviato in questi giorni un test che renderà felici molto utenti, soprattutto quelli che hanno avuto la sventura di trovarsi di fronte alla violazione del proprio account e non sapere cosa fare per riappropriarsene. Quante volte è successo di persone che scrivevano di aver perso il proprio account perché violato e di non sapere come fare, situazione che, spesso, ha portato lo stesso utente a perdere tutto e riaprirne uno nuovo, complice anche un’assistenza non presente a dovere.

    Ebbene, tutto questo sembra essere ormai alle spalle perché, secondo quanto riportato da Motherboard, Instagram ha messo in moto una funzionalità, per ora solo in fase di test su iOS, che permette di rientrare in possesso del proprio account e di tutto quanto si trovi al suo interno. E’ da considerarsi una risposta ai tanti, come dicevamo prima, che pur di riappropriarsi di quello che potrebbe essere un semplice account, ma che di fatto, per alcuni, rappresenta molto ma molto di più, si sono rivolti agli hacker “buoni”.

    instagram strumento account violato

    In pratica viene messo a disposizione degli utenti un tool che, una volta inserito il proprio numero di telefono o indirizzo e-mail, permetterà all’utente di ricevere un codice a sei cifre, codice che servirà ad entrare in possesso del proprio account. Instagram, sempre secondo quanto riporta Motherboard, rassicura che il processo sarà garantito anche nel caso in cui la mail o il numero telefono siano ancora appannaggio degli hacker, con l’aggiunta di strumenti aggiuntivi.

    instagram account violato

    Il nuovo strumento, ricordiamo ancora una volta in fase di test, permette di recuperare il profilo anche se le informazioni, come ad esempio il nome utente, sono state modificate da un hacker. “L’obiettivo nei prossimi mesi – precisa Instagram – è quello di consentire agli utenti di recuperare l’account direttamente dall’applicazione, senza bisogno di ulteriore supporto da parte del nostro Community Operation team. Vogliamo assicurarci che l’username sia al sicuro per un determinato periodo di tempo dopo aver apportato modifiche all’account, il che significa che non può essere richiesto da qualcun altro se perdi l’accesso al tuo account”. Questo strumento è disponibile per tutti gli utenti Android ed è attualmente in fase di rilascio su iOS.

    Insomma, se siete tra quelli che si sono disperati per aver perso il proprio account, perché violato da un hacker (basterebbe non cliccare su qualunque link che arrivi, ma questa è un’altra storia), da oggi potere tirare un bel sospiro di sollievo.

  • Italiani e Social Media, più del 30% degli utenti guarda le Stories

    Italiani e Social Media, più del 30% degli utenti guarda le Stories

    Nuova edizione della ricerca di Blogmeter, “Italiani e Social Media”, che ci offre uno spaccato su come gli italiani usano questi strumenti di comunicazione. Elemento molto interessante che emerge dalla survey è che più del 30% degli utenti guarda le stories su Facebook e su Instagram.

    Sempre molto interessante la ricerca di Blogmeter, “Italiani e Social Media“, giunta alla terza edizione, che ci offre uno spaccato su come gli utenti italiani usano questi strumenti di comunicazione. Lo scorso anno avevamo evidenziato un elemento che ci aveva molto colpito, ossia quello relativo al fatto che gli italiani fanno fatica a distinguere la pubblicità dai contenuti. L’elemento interessante invece dell’edizione di quest’anno è che gli italiani amano le stories: più del 30 percento le guarda su Facebook e su Instagram. La ricerca tiene in considerazione i dati sulla survey racconti da 1.510 interviste ad utenti italiani iscritti ad almeno un social network.

    Fatta la doverosa premessa, passiamo a vedere i risultati della ricerca.

    Come abbiamo avuto già modo di vedere lo scorso anno, la ricerca distingue tra social di cittadinanza e social funzionali. Quelli di cittadinanza sono i più usati dagli utenti italiani più volte a settimana e che contribuiscono a definire le nostre identità di relazione. Sono quelli che hanno come rappresentante principale Facebook seguito da YouTube e Instagram. Pinterest oltre a confermare i propri trend di crescita in termini di diffusione si caratterizza sempre più come social di cittadinanza. Non solo i social propriamente detti, ma anche i servizi di messaggistica come WhatsApp, Messenger e Telegram rientrano in questa categoria, in quanto vengono utilizzati più volte al giorno dagli utenti.

    italiani social media 2019 funzionali

    I social funzionali, tra cui TripAdvisor e Skype sono quelli che vengono utilizzati saltuariamente poiché soddisfano un bisogno specifico. I social più orientati giovani come TikTok, Snapchat e WeChat, pur avendo una buona penetrazione nella popolazione generale, non hanno ancora una connotazione fortemente di cittadinanza o funzionale. Sarà interessante valutare la loro evoluzione nel tempo.

    Italiani e Social Media, perchè li usano

    Come già visto negli anni scorsi e come già avuto modo di osservare nel corso di altra analisi, la principale ragione che spinge gli italiani a utilizzare i social media è leggere i contenuti altrui: il 43% degli intervistati, infatti, dichiara di servirsi dei social unicamente per questo motivo, mentre il 12% li utilizza con il solo scopo di scrivere post originali. A sorprendere è la percentuale relativa alla fascia d’età: il 69% di coloro che si limitano a utilizzare i social per leggere contenuti scritti da altri rientra nella fascia di età 15-24 anni, ovvero la Generazione Z. Nello specifico Facebook, il più citato dagli intervistati, viene utilizzato prevalentemente per informarsi, condividere momenti e leggere o guardare recensioni; YouTube risulta essere il canale preferenziale per svago e per trovare stimoli e idee; mentre Instagram si conferma anche quest’anno il più amato per seguire le celebrities.

    italiani social media 2019

    Nel 2018 Blogmeter ha introdotto nella survey un capitolo interamente dedicato all’advertising sui social, al fine di determinare quanto risulti utile o disturbante per gli utenti. Lo scenario dello scorso anno evidenziava quanto la pubblicità su YouTube risultasse interruttiva per il 75 percento degli intervistati, mentre neutra su Facebook e Instagram (rispettivamente per il 33 percento e il 34 percento).

    A distanza di un anno la situazione risulta mutata: la percezione di utilità è cresciuta per tutti e tre i canali analizzati (+19 percento per Facebook, +7 percento per Instagram e +10 percento per YouTube) a dimostrazione che una targhettizzazione sempre più mirata risulta molto utile.

    Italiani e e-commerce

    Per il terzo anno consecutivo le abitudini di shopping online rimangono invariate, confermando una forte predisposizione degli italiani all’acquisto di prodotti e servizi tramite e-commerce: il 90  infatti dichiara di aver comprato online il 50% di voler acquistare di più l’anno prossimo.

    I canali preferenziali per informarsi prima di effettuare un acquisto risultano essere i motori di ricerca e i siti di vendita online e anche i siti di recensioni e i forum specializzati. I canali emergenti, come Facebook, Instagram e YouTube sono utilizzati soprattutto dagli utenti “addicted”, cioè quelli che possiedono più di 7 profili social.

    italiani social media 2019 funzione

    Italiani e le Stories

    La novità della edizione 2019 di “Italiani e Social Media” è l’introduzione della sezione dedicata a stories su Facebook e Instagram. Dalla ricerca emerge che il 32 percento degli italiani preferisce guardare stories anziché leggere un post, percentuale ancora più alta nella fascia 15-24 anni, raggiungendo il 52 percento. Quando si parla di stories non si può fare non fare riferimento agli influencer, grandi utilizzatori di questa forma di contenuto effimero. Gli intervistati dichiarano di seguire le personalità social perché parlano di argomenti di loro interesse e perché sono simpatici e spontanei.

    Anche quest’anno è stato chiesto agli intervistati di nominare una persona divenuta famosa grazie ai social e di cui sono follower. Non sorprende che i più citati siano i protagonisti del matrimonio più social dell’anno: i Ferragnez, ovvero la coppia composta da Chiara Ferragni e Fedez. La fondatrice del blog The Blonde Salad stacca di parecchio il marito rapper che si posiziona secondo. Dopo di loro il calciatore della Juventus, Cristiano Ronaldo che strappa per un soffio la Top 3 a Clio Zammatteo (la famosa ClioMakeUp).

    Quindi, dagli interessanti dati che emergono da questa ricerca viene fuori, soprattutto dagli ultimi relativi alle stories, che stiamo andando verso una direzione che ci porta sempre di più ad un contenuto istantaneo, sempre aggiornato e coinvolgente. Difficile mettere insieme un alto grado di coinvolgimento insieme alla velocità, vuol dire che la discriminate diventa la spontaneità.

    Certo, i giovani leggono meno, attratti da una forma di contenuto sempre più effimera, questo è l’elemento su cui si dovrebbe aprire una riflessione più approfondita.