Tag: social media

  • Ecco Facebook Dating, il servizio di incontri di Facebook arriverà in Europa il prossimo anno

    Ecco Facebook Dating, il servizio di incontri di Facebook arriverà in Europa il prossimo anno

    Facebook, dopo un anno dai primi test in Colombia, lancia ufficialmente Facebook Dating, il servizio di incontri per coloro che cercano l’anima gemella. Lanciato oggi in 20 paesi, in Europa arriverà il prossimo anno. Vediamo come funziona.

    Dopo un anno dai primi test, Facebook lancia negli Usa, e in altri 19 paesi, Facebook Dating, il servizio di incontri della piattaforma per chi cerca l’anima gemella. Prima di vedere come funziona, è opportuno dire che questo è uno dei primi esempi di vera integrazione con Instagram. Infatti, all’interno dell’account su Facebook Dating (in italiano diventerà “Facebook Incontri”?) sarà possibile integrare i messaggi da Instagram e, entro l’anno, sarà possibile anche aggiungere le stories, sia da Facebook che, appunto, da Instagram. Avrete notato che parliamo di Facebook come se fosse una piattaforma a parte, e infatti lo è.

    Facebook Dating è come se fosse una piattaforma a parte, specificatamente dedicata a chi è in cerca dell’anima gemella. Si tratta di un servizio gratuito e, per usarlo, bisogna avere più di 18 anni. Diciamo subito, per essere ancora più chiari, che, una volta creato il profilo, all’interno di Facebook Dating, non vedrete i vostri amici, quello sarà possibile solo utilizzando la funzione “secret crush” (cotta segreta). Tutta l’attività che si svilupperà su Facebook Dating resterà lì circoscritta e non verrà condivisa con Facebook.

    facebook dating incontri

    Quindi, una volta creato il profilo, l’utente verrà suggerito ad altri utenti sulla base degli interessi indicati al momento dell’iscrizione. Se un utente è interessato a qualcuno, per farglielo sapere basta commentare direttamente sul suo profilo oppure mettere un Like.

    L’aspetto potenzialmente interessante è quello di poter aggiungere al proprio profilo amici anche da Instagram, sempre attraverso la funzionalità “secret crush”. Infatti, è possibile selezionare fino a nove di Facebook o di Instagram che interessano, in questo caso è necessario collegare il proprio account Instagram a quello di Facebook Incontri.

    Leggi anche:

    Lo stato del dating online a livello globale, e anche in Italia, nel 2018

    Altro aspetto interessante di Facebook Incontri è quello legato alla sicurezza, da sempre anello debole di Facebook. Un aspetto in particolare è quello che si attiva toccando l’icona a forma di scudo per condividere i dettagli di un appuntamento imminente con un amico o un membro della famiglia utilizzando Facebook Messenger, oltre alla possibilità di condividere temporaneamente la tua posizione live. Un modo per informare gli altri sui propri spostamenti, utile nel caso ci fosse bisogno.

    facebook dating incontri profilo

    Facebook Dating è attivo da oggi negli Usa e anche in Brasile, Canada, Cile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Laos, Malesia, Messico, Paraguay, Perù, Filippine, Singapore, Suriname, Thailandia, Uruguay e Vietnam. Facebook fa sapere che in Europa arriverà il prossimo anno.

    Sarà interessante verificare come gli utenti di quei paesi utilizzeranno questo nuovo servizio e, soprattutto, se si fideranno di affidare i propri dati a Facebook anche per cercare l’anima gemella. Facbook è ottimista riguardo al successo del suo nuovo servizio, in un settore dove la concorrenza è agguerrita, sostenendo che il 40% degli utenti sarebbe deluso delle app di incontri attualmente in circolazione. Un dato che però ci sembra nettamente al ribasso.

  • Twitter disattiva la possibilità di twittare via SMS

    Twitter disattiva la possibilità di twittare via SMS

    Twitter, a seguito della violazione dell’account di Jack Dorsey, avvenuta qualche giorno fa, ha deciso di disattivare la possibilità di twittare via SMS. Una modalità ormai in disuso per la verità, ancora utile in certi paesi.

    Ricorderete quando qualche giorno fa vi avevamo dato la notizia della violazione dell’account Twitter di Jack Dorsey, il CEO e co-fondatore della piattaforma, oggi, a 280 caratteri. Una violazione messa in atto da un gruppo di hacker, che si fa chiamare Chuckling Squad, che già, nei giorni precedenti, aveva violato gli account di alcuni influencer negli Usa. Una situazione incresciosa, e al tempo stesso imbarazzante, per Jack Dorsey, anche per la modalità con cui è avvenuta questa violazione. Infatti, come già accaduto in altri episodi simili, questo gruppo è riuscito a violare l’account di Dorsey dal suo numero di telefono e da lì ha inviato dei tweet, a contenuto razzista e antisemita, via SMS.

    Dopo qualche giorno in cui Twitter ha cercato di capire meglio come sia avvenuto questo episodio, anche se era ormai chiaro la modalità, ha deciso di disattivare la modalità di twittare via SMS, proprio a causa dell’incidente accaduto a Jack Dorsey.

    twitter SMS

    Siamo sicuri che molti di voi che usano Twitter non usano questa modalità di twittare via SMS, oggi appare quanto meno una modalità anacronistica. Ma, nella fase iniziale della vita di Twitter (ricordiamo che Twitter a 140 caratteri nasce proprio dall’idea dell’SMS) la possibilità di twittare attraverso messaggi testuali è stata molto importante. E lo è stata anche in tanti paesi dove, effettivamente, per tante difficoltà strutturali, era impossibile, o quasi, usare Twitter in assenza di connessione alla rete. In quella circostanza, bastava un SMS per usare comunque la piattaforma e ricevere le notifiche.

    Tra l’altro la pagina che illustra la modalità per usare Twitter via SMS è ancora attiva.

    Ora, di fronte a quello che è successo, Twitter ha deciso, opportunamente aggiungiamo, di sospendere l’invio di tweet via SMS. Proprio per preservare quegli utenti che ancora usano questa modalità da possibili violazioni.

    Twitter, violato l’account di Jack Dorsey. Ecco cosa è successo

    Twitter accusa gli operatori telefonici di non fare abbastanza per proteggere i propri utenti, ed è quello che sarebbe successo a Dorsey, anche se su questo vi è un’indagine in corso. C’è poi la volontà di migliorare l’autenticazione a due fattori che pure si basa sul numero di telefono e sugli SMS, anche su questo Twitter non spiega come intende procedere. Il servizio è quindi sospeso da oggi in molti paesi, non vengono specificati quali, ma Twitter fa sapere che presto verrà riattivato, soprattutto in quei paesi che ancora dipendono dagli SMS, come India, Filippine, Indonesia.

    A seguito della violazione subita, Jack Dorsey fa sapere di non avere attivo alcun numero di telefono. Pur esistendo diversi modi per comunicare oggi, sapere di un CEO senza un numero di telefono forse è un po’ troppo.

  • Anche in Italia cala il tempo trascorso sui social media, nel 2019

    Anche in Italia cala il tempo trascorso sui social media, nel 2019

    In un recente report, GlobalWebIndex mette in evidenza come il tempo trascorso sui social media, negli ultimi anni, sia in calo o sia rimato invariato. Un dato che potrebbe essere la conseguenza dell’attenzione delle varie piattaforme riposta proprio sul tempo che gli utenti vi trascorrono. In calo anche nel nostro paese.

    Negli ultimi anni, più precisamente negli ultimi due, tutte le piattaforme social media hanno cominciato a porre maggiore attenzione sul tempo che gli utenti trascorrono sui social media. Questo perché, proprio negli ultimi anni, si è registrato un aumento deciso del tempo trascorso. Un aumento che ha suscitato non poche preoccupazioni. Ricorderete quando anche Tim Cook, CEO della Apple, a gennaio del 2018, diceva, in occasione di un incontro all’Harlow college in Essex, “non voglio che mio nipote stia tanto tempo sui social media“. Aggiungendo, qualche mese dopo, sempre nello stesso anno, che l’intenzione della Apple non era quello di far trascorrere così tanto tempo sullo smartphone ai loro utenti.

    Il crescente tempo sui social media va insieme con quello crescente anche sullo smartphone, anche perché esistono tanti paesi nel mondo dove l’accesso ai social media avviene in prevalenza da dispositivi mobili.

    tempo speso social media 2019

    Tutto questo per parlare di un recente report di GlobalWebIndex che, tra le altre cose, mette in risalto come, negli ultimi due anni, il tempo sui social media, a livello globale, sia in realtà in calo. E questo può essere interpretato, e sicuramente è così, come da parte delle piattaforme, sempre negli ultimi due anni, ci sia stata una maggiore attenzione sul tempo trascorso sui social media dagli utenti. Al punto da introdurre strumenti per dare modo agli utenti di monitorare il tempo che viene impiegato sui social media. Ma soprattutto per rendere più consapevoli gli utenti verso un utilizzo più sano dei social media e delle nuove tecnologie in generale.

    Dal report si evince chiaramente come questo andamento sia calante.

    Le persone che utilizzano i social media solo il 98% della popolazione online, nell’ultimo mese, e la media del tempo trascorso si attesta, sempre a livello globale, sulle 2 ore e 23 minuti al giorno.

    tempo speso social media

    Il paese in cui si registra il dato più alto è le Filippine con 4 ore e 1 minuto al giorno; dato in calo rispetto al 2018 quando il tempo era di 4 ore e 8 minuti. Nel 2012 il dato del tempo era di 2 ore e 49 minuti. Anche nei paesi che seguono questa classifica di registra un calo o un assestamento, oppure, come in Nigeria, che si affaccia sulla scena mondiale, in Colombia e in Argentina dove si resta su un tempo compreso tra 3 ore e 45 minuti e poco sotto le 3 ore e mezza. Anche in Indonesia, paese molto importante per la sua conformazione basata su infrastrutture mobile, il tempo cala e passa da 3 ore e 23 al giorno del 2018 alle 3 ore e 15 minuti del 2019. Il tempo trascorso è in calo in altri paesi asiatici come India e Vietnam

    E in Italia?

    Il nostro paese si attesta a 1 ora e 46 minuti,  un dato in calo di 2 minuti rispetto allo scorso anno. In dettaglio:

    • 2012 – 1:33
    • 2013 – 1:49
    • 2014 – 1:47
    • 2015 – 1:58
    • 2016 – 2:02
    • 2017 – 1:53
    • 2018 – 1:48
    • 2019 – 1:46

    Sono dati interessanti e aggiungiamo che, nei primi tre mesi dell’anno, la media di account sui social media, per utente è di 7,3. Il dato più alto si registra in India con oltre 10 account per utente, e anche lì il dato relativo al tempo trascorso sui social media è in leggero calo, lo stesso del dato del 2017, 2 ore e 25 minuti.

    Nel nostro paese, a fronte di un dato di utilizzo dei social media del 98% da parte degli utenti, il 77% li usa da pc/laptop e l’89% li usa da mobile.

    Da punto di vista delle attività che gli italiani fanno sui social media, il report evidenzia, dal punto di viste delle attitudini quindi, come il 42% dichiari di usare questi canali per restare aggiornati; il 36% per seguire i brand preferiti; il 30% per scoprire nuovi prodotti e brand che usano i social media il 18% per scoprire brand attraverso i commenti.

    Il report è molto interessante e vi consigliamo di consultarlo perché contiene molti elementi che caratterizzano l’uso dei social media nel 2019. Ci sembrava interessante mettere in evidenza il calo del tempo di utilizzo di questi strumenti, per il fatto che siamo di fronte all’inizio di una fase nuova, per una crescente saturazione e per una frammentazione sempre più ampia. Una chiave di lettura che diventa oltre modo interessante se la osserviamo da come si sta muovendo Facebook che tende alla centralità della piattaforma, in modo che tutte le direttrici possano congiungersi in una sola piattaforma.

    Sullo sfondo, ed è poi l’aspetto più importante, c’è una maggiore attenzione sulla privacy che arriva dagli utenti, e, forse, il calo del tempo d’uso è anche un po’ il riflesso dei recenti scandali, leggi Cambridge Analytica, che hanno caratterizzato lo scorso anno.

    Insomma, un report che ci porta a fare diverse considerazioni. E voi che ne pensate?

  • Anche Facebook sta pensando di abbandonare i Like

    Anche Facebook sta pensando di abbandonare i Like

    Da quanto riportato da TechCrunch, Facebook starebbe pensando di abbandonare i Like e alla base di questo ci sarebbe l’intenzione di partire con un test. A scoprire questa intenzione è stata Jane Manchun Wong, non nuova a scoperte di questo tipo.

    Dopo l’annuncio, qualche mese fa da parte di Twitter di eliminare i conteggio dei retweet, cosa che dovrebbe concretizzarsi a breve, e dopo il test avviato su Instagram per eliminare i Like, adesso sembra arrivato il turno di Facebook. A rivelarlo è TechCrunch, basandosi su una “soffiata” di Jane Manchun Wong, non nuova a scoperte di questo tipo. La ricercatrice ha scoperto un codice all’interno dell’app di Facebook per Android che nasconderebbe il numero dei Like dai post. Come già visto per Instagram, gli altri utenti non vedranno più il numero totale delle interazioni al post attraverso i Like, il dato sarà visibile solo dal post originale.

    Facebook conferma questa intenzione di lavorare sull’eliminare del tutto il numero dei Like, anche se non conferma l’andamento del test relativo a Instagram, test, come già sapete, attivo anche in Italia e in altri sei paesi.

    facebook rimozione like

    Anche se, da quel poco che si sa, pare che, almeno per quello che riguarda Instagram, il test sia molto apprezzato dagli utenti, liberi adesso di postare foto e immagini, senza l’ansia dei like. In ogni caso, qui potete leggere il parere di sei esperti a cui ci siamo rivolti per sapere come affrontare questo cambiamento.

    In che direzione sta andando l’influencer marketing dopo le scelte di Instagram? La parola a 6 esperti

    Lo stesso può dirsi per Facebook, anzi, forse in questo contesto l’eliminazione dei Like potrebbe rivelarsi una mossa molto più positiva con effetti più evidenti. 

    Da sempre, i Like su Facebook sono quasi sinonimo di approvazione, indipendentemente dal contenuto. Una considerazione che spesso si è rivelata fuorviante per gli utenti, perché, spesso, un elevato numero di Like non è associabile ad una maggiore affidabilità del contenuto e, tantomeno, di chi lo diffonde.

    Quelle interazioni sono alla base di quello che ormai si definisce “l’economia dei Like”, ossia di una forma di pensiero per cui il Like diventa l’unica forma di approvazione possibile, da ottenere per essere considerati. Niente di più sbagliato.

    L’eliminazione dei Like potrebbe far cessare quella eccessiva pressione che spesso accompagna gli utenti, liberi, se mai fosse così, di mettere online anche cose che non necessitano di una approvazione obbligatoria attraverso un Like.

    Si tratta di un situazione in divenire, vi terremo comunque informati.

  • Twitter, violato l’account di Jack Dorsey. Ecco cosa è successo

    Twitter, violato l’account di Jack Dorsey. Ecco cosa è successo

    Nel pomeriggio americano di ieri, l’account Twitter di Jack Dorsey, CEO e co-fondatore della piattaforma da 280 caratteri, è stato violato. A rivendicare l’hacking è stato un gruppo chiamato Chuckling Squad. La violazione è durata 30 minuti, giusto il tempo di twittare contenuti razzisti, a nome di Dorsey. Pare che la violazione sia partita dal numero di telefono.

    Avreste mai immaginato che l’account Twitter di @jack, Jack Dorsey, il CEO e co-fondatore della piattaforma da 280 caratteri, potesse mai essere violato? Ebbene sì, è successo ieri, nel pomeriggio americano, quando in Italia erano più o meno le 21:45, che si è scoperto che l’account dell’attuale capo di Twitter era stato violato. Una violazione durata una trentina di minuti, un periodo di tempo sufficiente per twittare, a nome di Dorsey, contenuti razzisti, antisemiti. E’ passato quindi un po’ di tempo prima che il team sicurezza di Twitter si accorgesse di cose stava avvenendo.

    A rivendicare la violazione, quindi a mettere la firma sotto questo hacking, è stato un gruppo chiamato Chuckling Squad, in Italia poco noto, ma negli Usa è ormai conosciuto per il fatto di aver preso di mira famosi youtubers. Di recente hanno preso di mira infatti James Charles, Shane Dawson, King Bach, Etika e Amanda Cerny, tutti nelle ultime due settimane. Tutti nelle ultime due settimane. James Charles ha poi annunciato un’azione legale con l’intenzione di querelare AT&T, l’operatore telefonico americano, reo di aver “permesso” l’accesso al gruppo hacker.

    jack dorsey account violato screen

    Già, ma perché querelare AT&T?

    Da quello che sembra, ne parla Business Insider, e non solo, pare che la violazione dell’account di Jack Dorsey sia partita proprio dal suo numero di telefono. I tweet sono stati fatti partire da una piattaforma, di proprietà di Twitter dal 2010, chiamata Cloudhopper. Questa piattaforma, non accessibile a tutti, permette di inviare tweet direttamente dagli SMS.

    Si tratta quindi di un caso anomalo, oltre che imbarazzante, per un CEO importante come Dorsey. Tra l’altro, c’erano state nei giorni scorsi diverse avvisaglie, al punto da suggerire a Dorsey di usare un computer protetto per twittare, invece di usare il suo iPhone. Questo è quello che scrive Ryan Mac, di BuzzFeed:

    La conferma che la violazione del numero di telefono di Dorsey arriva, dopo un po’ di tempo, da Twitter:

    https://twitter.com/TwitterComms/status/1167591003143847936

    La violazione quindi è partita dal numero di telefono, ma non è chiaro, però, come questo sia potuto succedere. E’ quindi plausibile pensare, come già successo, che questo gruppo abbia preso di mira l’operatore telefonico, sicuro di poter violare account di personalità importanti. Non ci sarebbe quindi un carattere politico in capo a questo atto. Ma si tratta solo di supposizioni, senza che ci sia alcuna conferma.

    Insomma, si è trattato di una situazione per Dorsey assolutamente fastidiosa che mette in evidenza come l’attenzione, sotto molteplici punti di vista, non deve mai calare. Specie quando sei il CEO di Twitter.

     

    [Immagine di copertina: COLE BURSTON/BLOOMBERG/GETTY IMAGES]

  • Instagram potrebbe lanciare Threads, l’app di condivisione intima istantanea

    Instagram potrebbe lanciare Threads, l’app di condivisione intima istantanea

    Secondo quando riportato da The Verge, Facebook sta sviluppando una nuova app di messaggistica chiamata Threads, fortemente legata a Instagram. L’app potrebbe permettere la condivisione immediata della posizione dell’utente e anche della durata della batteria. Sembra un nuovo attacco a Snapchat.

    In molti avevano previsto che il pensionamento anticipato dell’app Direct, quell’app stand-alone che avrebbe dovuto fungere da costola per la messaggistica di Instagram, potesse dare seguito a qualche altra soluzione. E, in effetti, da quello che riporta The Verge, che ha dato per primo la notizia, sembra essere così. Facebook avrebbe avviato un test su una nuova app chiamata Threads, si tratterebbe di una app di messaggistica istantanea, quasi in tempo reale, con cui condividere, oltre alla possibilità di contenuti come video e immagini, anche la posizione, velocità e, addirittura, l’autonomia della batteria. Proprio quest’ultimo elemento è caratteristico di un’app che vuole essere uno strumento di comunicazione più intimo, più circoscritto e meno generale. Attenzione, usiamo il condizionale perché nè Facebook, il dominus di Instagram, e nè Instagram hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali.

    Quindi, restiamo su quanto riportato da The Verge sapendo che non ci sono conferme ufficiali, anche se, a ben vedere, questa è un’app, per come si presenta, che risponde a quanto Zuckerberg diceva qualche mese fa, e cioè che Facebook, intendendo tutto la galassia intorno, dovesse diventare uno spazio più intimo per il futuro. Si riferiva ad un luogo in cui la persona che deve comunicare, appunto, restando sull’app Threads, di avere lo smartphone scarico, lo possa fare a quel ristretto gruppo di persone che devono saperlo. E non, come accade oggi, direttamente su Facebook, intesa come piattaforma adesso, facendolo sapere, più o meno, al mondo intero.

    threads app facebook

    Attenzione, perché quando Zuckerberg, sempre qualche mese fa, parlava di rendere Facebook uno spazio più intimo, lo intendeva anche più sicuro, più attento alla privacy. E’ chiaro che alcune informazioni come la posizione, una di quelle che sarebbe immediatamente condivisa attraverso Threads con un ristretto numero di persone, deve essere fatta in un luogo ristretto, e non in luogo generalista aperto a tutti.

    Anche la condivisione di immagini e video, l’app supporta la fotocamera sarà più “intima” e immediata. E su questo aspetto ci sarà molto da discutere.

    Prima di trarre una considerazione conclusiva su Threads, è utile ricordare che questa è l’evoluzione di quella che doveva essere Direct, ricordate, l’app stand-alone che avrebbe dovuto essere l’app di messaggistica istantanea di Instagram che poi, dopo un periodo di test infinito, è stata mandata letteralmente in pensione e i messaggi sono stati convogliati all’interno dell’app Instagram, come accadeva un tempo. Già, Direct era stata progettata dal vecchio team di Instagram, quello che faceva capo ai due co-fondatori, Kevin Systrom e Mike Krieger, quindi doveva essere riprogettata una nuova app che rispondesse al nuovo filone di pensiero voluto dal dominus.

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    In che direzione sta andando l’influencer marketing dopo le scelte di Instagram? La parola a 6 esperti

    E non sono mancati i tanti, come ha fatto inizialmente un altro blog tech, molto seguito come 9to5, nella versione 9to5Mac, che praticamente dice che questo è un nuovo tentativo di Instagram (leggi Facebook) di “copiare” (senza mezzi termini) Snapchat, già a sua volta copiato quando furono lanciate le Instagram Stories nell’agosto di tre anni fa. E’ chiaro che Facebook guarda ad altra situazioni per cercare di intercettare segmenti di pubblico dove è meno presente, come appunto i giovanissimi, cercando di carpire quanto di buono fanno altri. E’ un dato di fatto.

    A proposito, le Instagram Stories saranno visibili anche da questa nuova app Threads.

    Ora, cerchiamo di arrivare ad un conclusione, pur consapevoli di ragionare su una ipotetica app, nel senso che non esiste e non ci sono commenti ufficiali. Ma una considerazione finale va fatta, ed è questa.

    E’ vero che, forse, l’evoluzione dei social media, dei social network per usare la definizione originale, siano verso una dimensione più intima, più privata, e su questo non ci sono molti dubbi. Una sorta di “fase 2” è alle porte. Ma è anche vero che chi propone una migliore gestione delle conversazioni, nel senso di più private, più circoscritte, più sicure, è sempre quello che ha dato vita a uno dei più grandi scandali legati alla privacy come è stato lo scandalo Cambridge Analytica. Tutto molto bello, ma ci deve essere davvero un segnale concreto di cambiamento.

    Infine, non essendoci conferme ufficiali, non si sa neanche quando questa app verrà rilasciata ufficialmente.

  • In che direzione sta andando l’influencer marketing dopo le scelte di Instagram? La parola a 6 esperti

    In che direzione sta andando l’influencer marketing dopo le scelte di Instagram? La parola a 6 esperti

    La notizia, di qualche mese fa, è che Instagram avrebbe tolto i like, cosa che – nonostante in Italia sia ancora in fase di testing – ha “sconvolto” molti degli addetti ai lavori arrivando anche ad affermare che questo avrebbe significato la morte dell’influencer marketing.

    Questo per i più catastrofici; per chi sa che per i social media la continua evoluzione è nel corso naturale delle cose, ha invece significato un modo diverso di pensare a Instagram e al suo ruolo, oltre che di interagire e relazionarsi, non solo tra brand e utenti ma anche tra gli utenti stessi.

    Per fare il punto della situazione, ora che abbiamo abbondantemente superato la seconda metà di agosto e ci avviamo verso un autunno sicuramente pieno di novità, abbiamo chiesto un parere a professionisti di varia natura, sui like, ma non solo.

    Riflessioni a tutto tondo che abbiamo fatto con chi ha scritto dei libri sull’influencer marketing come Raffaella Amoroso e Arianna Chieli, autrici di “Influencer marketing spiegato semplice” (Zandegù editore), Matteo Pogliani autore di “Influencer Marketing – Valorizza le relazioni e dai voce al tuo brand” e “Professione
    Influencer” editi da Dario Flaccovio Editore (Flaccovio) oltre che founder dell’ONIM, Osservatorio Nazionale Influencer Marketing, Cristiano Carriero, autore insieme a Camilla Bellini di “Influencer marketing” (Hoepli).  Insieme a loro anche due influencer ed esperte di digital strategy e digital PR come Domitilla Ferrari e Cristina Simone. Abbiamo anche chiesto a Lino Garbellini, autore di “Professione influencer”, ma ha declinato il nostro invito perché in questo momento non poteva.

    instagram like

    A tutti e 6 abbiamo posto le stesse domande ed ecco le loro interessanti risposte che ci permettono di capire cosa c’è dietro la decisione del social di Zuckerberg e come forse non tutto vada “in direzione del contenuto”.

    Instagram sta sperimentando il fatto di togliere i like in modo da far sì che la gente valuti i contenuti e non quanti cuoricini ottengono. Esperimento fatto in Canada, anche se poi il social ha fatto un passo indietro ripristinando i like e che è in corso anche in Italia. Come interpreti tutto questo vista la tua esperienza?

    influencer marketing instagram

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Che si voglia tornare a una maggiore attenzione nei confronti della qualità dei contenuti e non verso la quantità delle interazioni – che purtroppo, come sappiamo, spesso sono viziate da comportamenti poco etici – non può che essere una notizia positiva.
    In un mondo ideale, la quantità delle interazioni non dovrebbe in alcun modo vincolare il giudizio sulla qualità del contenuto che le ottiene: se un contenuto mi piace, dovrei voler manifestare il mio apprezzamento (mettere un like o un commento) indipendentemente da quel che possono aver fatto/voler fare gli altri utenti.
    Sappiamo però che così non succede e che la manifestazione di interesse di alcuni nei confronti di questi contenuti, guida e influenza anche quella degli altri, compresa quella delle aziende che spesso scelgono il creator di un contenuto non tanto per la sua competenza o per la qualità del suo lavoro, quanto per il “buzz” che riesce a creare intorno a esso. Probabilmente (o almeno questa è la nostra speranza) non vedere “cosa hanno già fatto
    gli altri” riporterà le interazioni degli utenti – e quindi il loro stesso giudizio – a un livello più sincero e, a lungo andare, verranno premiati i post più meritevoli.
    Inoltre nascondere il numero dei like eviterà i confronti tra profili: molto spesso infatti la quantità delle interazioni guida un giudizio di valore (più sono più il profilo è “buono”) che da adesso in poi ci auguriamo venga invece affidata alla sola valutazione della qualità del contenuto.

    Matteo Pogliani: “Ci vedo in primis la volontà di fare product design condiviso, influencer marketingfacendo testare le novità a chi poi dovrà utilizzare (e apprezzare) le stesse. Altro punto rilevante è senza dubbio quello di spostare maggiormente l’attenzione su KPI ed elementi più “profondi”, qualitativi, meno legati alla sola riprova sociale. Una necessità per combattere, in parte, le tante pratiche orientate alla sola performance (BOT, account fake, acquisto follower e like), pratica che rischia alla lunga di rendere queste piattaforme luoghi con contenuti sempre meno interessanti e quindi con meno presenza da parte degli utenti.
    Ciò avrebbe enormi ripercussioni lato advertising per Facebook.

    Ultimo, ma a mio avviso determinante, è anche la volontà di Facebook, da tempo accusata di sfruttarli e trattarli come semplici “dati”, di passare un messaggio di attenzione e cura nei riguardi degli utenti. Una mossa meramente pro reputation, andando oltre il reale impatto di tale cambiamento sull’utilizzo della piattaforma”.

    influencer marketingCristiano Carriero: “Penso che Facebook e nel caso specifico Instagram vogliano riattivare l’80% dei profili che si sentono esclusi. Quando parliamo di questi social, pensiamo sempre all’influencer, ma non è questo che interessa Zuckerberg, piuttosto che ci sia più gente possibile.

    Se Facebook, checché se ne dica, è il social più utilizzato da tutti (e un po’ meno dalle nuove generazioni), Instagram è diventato utilizzato da tanti ma sfruttato da quei pochi che sono gli influencer. La decisione di nascondere i like, secondo me, porterà anche gli utenti al momento meno attivi a postare di più dando meno rilievo alla riprova sociale. Se hai messo una bella foto e prendi 3 like, ci resti male specie se ti paragoni a chi ne ha messa una simile e ne prende 30mila perché è più “influente”. Instagram, invece, con questa prova vuole vedere quanta gente torna attiva e ciò per il social potrebbe essere una “svolta”.

    Per gli influencer, o meglio per la macchina dell’influencer marketing, ciò potrebbe essere problematico, bisogna però fidarsi. Molti parlano della volontà, con tale scelta, di dare valore ai contenuti, cosa che è molto nobile, ma ho imparato con la mia esperienza che la prima volontà di queste aziende sono i numeri, avere più utenti e il più attivi possibile che postano foto, commentano, mettano like. Perché Instagram è diventato al momento per me una sorta di club esclusivo dove i più fighi sono gli influencer e gli altri si limitano a mettere like. Che questo poi possa aumentare anche la qualità dei contenuti intesi come più  post di qualità, ben venga”.

    Domitilla Ferrari: “A cosa servono i like? Partiamo da qui. Sono un segno di apprezzamento, anche se per influencer marketingqualcuno sono la traccia lasciata da chi è passato a vedere cosa abbiamo postato (o la traccia lasciata da chi ci ha visto passare nella sua TL senza cercarci, cosa che capita più spesso, in effetti). Abbiamo vissuto senza poter misurare il nostro successo, il riscontro degli altri, a lungo, prima che la web analytics diventasse d’uso comune attraverso la valorizzazione pubblica di ogni nostra azione online.

    Quanti follower nuovi ho oggi? E quanto sono piaciute le mie foto e a chi? Ma soprattutto: chi ha visto le mie stories? Un anno fa, un artista impegnato a raccontare le implicazioni culturali, sociali e politiche dei software, ha inventato il Demetricator per togliere le notifiche numeriche da Facebook e per Twitter, per denunciare il potere distraente dei numeri sui social media: «Questi numeri mi portano a valutare la mia partecipazione all’interno del sistema da un punto di vista metrico», aveva spiegato Benjamin Grosser sul suo blog. «Osservo il conteggio delle risposte anziché le risposte stesse o aspetto che appaiano un numero di richieste di amicizia anziché cercare connessioni significative“.

    E l’arte ha fatto quello che solitamente ci aspettiamo dalla fantascienza che spesso prevede il futuro: Instagram ha iniziato a sperimentare il potere del contenuto vs quello del suo presunto apprezzamento. “.

    influencer marketing Cristina Simone: “Valuto questo esperimento in maniera molto positiva, ma pare che la piattaforma stia già tornando sui suoi passi.
    Non avere più il numero dei like in evidenza riporta, finalmente, l’attenzione sul contenuto. (Ne avevo parlato anche su Twitter con colleghi di settore in thread vari appena la notizia era uscita). Ci si focalizza su quello che c’è nella foto e non tanto su quanti hanno messo il like. E potrebbe finire questa assurda compravendita di finti like.
    C’è questa idea di fondo, errata, che tanti più like hai (così come commenti o followers) e tanto più sei “figo”. Questo esperimento ci fa ricordare, invece, la potenza vera dei social ovvero le connessioni tra le persone e la ricchezza che si crea da tanti più contatti abbiamo”.

    Chi potrebbe essere più danneggiato: aziende o utenti “normali”?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Gli utenti ‘normali’ (escludiamo quindi gli influencer) interagiscono solitamente con una follower base estremamente fidelizzata che per sua natura poco si fa influenzare dai comportamenti degli altri. Se i miei follower equivalgono ai miei amici, per esempio, posso stare sicura che questi esprimeranno un parere nei confronti dei contenuti che pubblico indipendentemente da quel che fanno gli altri. Gli utenti “normali”, inoltre, tendono a pubblicare post senza dare peso alle interazioni che generano. Onestamente non credo quindi che verranno danneggiati da questa novità. Al contrario saranno portati a esprimere
    una loro preferenza nei confronti dei contenuti che trovano sul loro feed in modo libero senza farsi influenzare da quel che altri hanno già fatto prima di loro.

    Le aziende, che invece su Instagram lavorano soprattutto in collaborazione con gli influencer, dovranno prestare sempre maggiore attenzione alla qualità dei contenuti che questi pubblicano  e non alle (presunte) interazioni che sono in grado di generare. Se fino a ora molto spesso lo scouting delle aziende per trovare i propri ambassador si è basato soprattutto su metriche quantitative, ora una prima scrematura dovrà basarsi sulla qualità del
    contenuto presentato e sulla propria competenza nel crearlo.

    Ci auguriamo ovviamente che non si abbia la tentazione di prendere altre scorciatoie come, per esempio, basarsi sul
    numero dei follower o dei commenti generati sotto i post (metriche queste che – ancora visibili – continueranno presumibilmente a essere oggetto di comportamenti poco etici)”.

    instagram like

    Matteo Pogliani: “Il danno maggiore è per chi utilizza professionalmente queste piattaforme, quindi soprattutto brand e creator. Ok la qualità, ma è inutile nascondersi: per questi la riprova sociale e l’impatto dato dai like è un fattore ancora rilevante. Una metrica che, seppur molto limitata e superficiale, è comunque rilevante agli occhi di follower e utenti.

    Un danno che diventa ancora maggiore per quei soggetti che hanno basato molto del loro posizionamento sulle vanity metrics, senza mai voler andare oltre e orientarsi anche su parametri più orientati al business. Per esempio, utenti che devono il loro seguito alla fama più che alla propria attività online (celebrities e simili), si vedrebbero privati di uno dei pochi elementi di rilievo da mostrare ed esibire”.

    Cristiano Carriero: “Secondo me, è il sistema che può esserne più danneggiato. C’è un sistema influencer marketing che piace a tutti e conviene a tutti. L’azienda lo usa perché fa awareness su prodotto, l’influencer perché ci fa dei soldi. Che poi, se ci pensi, non è una cosa nuova. Pensa a Costantino e a Daniele Interrante che, purtroppo per loro, sono cresciuti in un’epoca in cui c’erano solo la TV e l’ospitata in discoteca, oggi sarebbero degli influencer da  migliaia di euro.

    C’è da dire che quando guardiamo a chi c’è su Instagram, ci riferiamo sempre ai nostri contatti più vicini, ma non sono quelli a spostare i soldi. Basta poco poi per diventare influencer ed essere di un certo rilievo: chi va in TV o chi fa sport per esempio. Pensiamo al calcio femminile: queste ragazze hanno avuto la fortuna di nascere in questa epoca: oltre all’ingaggio che si spera abbiano da atlete che hanno partecipato al Mondiale, possono usare i loro profili IG anche per fare delle campagne. E basta vedere come sono cresciuti i loro profili e l’attenzione che hanno suscitato nei brand che sono sempre estremamente attenti a queste cose.

    Pertanto, a mio avviso, è il sistema che potrebbe avere un piccolo rallentamento: l’azienda vuole i numeri. Io al marketing manager devo fare vedere i numeri. A un certo punto non interessa pure la qualità ma i numeri”.

    Domitilla Ferrari: “E se invece la questione fosse chi potrebbe trarne vantaggio? Direi che la risposta è: tutti noi. In un articolo sul Guardian Natasha Schüll, autrice di Addiction by Design dice: ‘Dobbiamo iniziare a riconoscere i costi del tempo trascorso sui social media. Non è solo un gioco, ci riguarda finanziariamente, fisicamente ed emotivamente’.

    instagram like smm

    Cristina Simone: “Nessuno dei due, dal mio punto di vista. Ma solo le piattaforme che vendono questi ‘servizi’ che vedono ridurre i pacchetti acquistati.
    Le aziende, in particolare, che investono budget in campagne di influencer marketing sono quelle che ne avrebbero i vantaggi più alti. Significa non soffermarsi a guardare quanti cuoricini ha ottenuto la foto, pagata, dell’influencer, ma quello che è riuscita a generare.
    Significa poi scegliere con più attenzione l’influencer, non solo in base alla media dei like che riceve e significa fare un’analisi più profonda dei risultati”.

    E di contro chi potrebbe essere più avvantaggiato?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Continuerà a essere avvantaggiato l’influencer affezionato a un comportamento poco etico (in parole povere quello che compra like, commenti, follower).

    Nel caso in cui l’azienda – in fase di scouting – gli chieda gli Insights dei contenuti pubblicati (e quindi avrà accesso anche al numero di like ottenuti dai suoi post) potrà continuare a presentare dei dati viziati (anche se solo parzialmente visto che al momento Impressions e Reach non si possono “comprare”); nel caso in cui l’azienda invece non si basi sugli Insights ma solo sulle metriche visibili (numero di follower e commenti) sguazzerà in uno shopping sfrenato di finti seguaci e commenti “copia e incolla”. In pratica: non cambierà nulla“.

    Matteo Pogliani: “Chi lavora ed ha lavorato bene potrebbe essere sicuramente avvantaggiato, o meglio, non penalizzato dall’eliminazione di una metrica per lui non rilevante. Non sono tanti (purtroppo), ma ci sono brand e creator che da sempre hanno focalizzato la loro attenzione su commenti on topic, condivisioni, traffico al sito, kpi assolutamente più marketing oriented. Per loro significherebbe portare la contesa su un territorio amico e quindi certamente più performante”.

    Cristiano Carriero: Un grosso vantaggio potrebbe coglierlo tutti questi performer come Buzzoole per fare un esempio. Il fatto che nascano tutte queste piattaforme le aziende pagano per avere tanti piccoli influencer e non le celebrities va sempre più in direzione della semplicità. Usare tanti microinfluencer che in maniera spontanea fanno molto di più di grandi celebrities è sicuramente un vantaggio per i brand perché questo dà più valore allo storytelling? E poi quante aziende si possono permettere influencer da 25 mila euro?”

    Domilla Ferrari: “Per me vale quanto detto prima: questa situazione potrebbe portare vantaggi a tutti noi”.

    Cristina Simone: Per me tutti gli attori in causa: addetti ai lavori (aziende e influencer) e utenti “normali”.
    I primi potranno finalmente focalizzarsi sull’interazione che genera il contenuto e monitorare le conversazioni (a patto che siano reali) e non il semplice numero di cuoricini.
    Molti addetti ai lavori si fermano a guardare il semplice numero, ma è fondamentale guardare cosa c’è dietro lo stesso. Anche perché i numeri sono facilmente gonfiabili. Sarebbe bello se togliessero anche il totale dei commenti che un post ha ricevuto. È positivo poi per gli influencer che, spesso, si guardano tra loro per vedere chi ha ricevuto un numero più alto di like. Infine, è positivo anche per gli utenti “normali” che possono tornare a prestare attenzione a quello che viene raccontato in un post. E non tanto al fatto che, se un post ha ricevuto tanti cuoricini, allora ci racconta per forza una cosa bella.

    Instagram è un social bellissimo ma ha creato “l’ansia dei like”, specie nei più giovani.

    Ultima domanda: ci regalate una sorta di stato dell’arte sull’infuencer marketing, non solo su Instagram ma in generale anche su altri social?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Il 2019 è l’anno in cui l’Influencer Marketing ha raggiunto la sua maturità. I brand investono e continuano ad investire in campagne, ma con una maggiore attenzione alla qualità e alla misurabilità dei risultati.
    Instagram continua a farla da padrone, seguito da YouTube e dalle nuove piattaforme molto amate dai più giovani come TikTok. Per quanto riguarda le collaborazioni, i brand cercano una relazione di più lunga durata: non un singolo post, ma la costruzione direlazioni a lungo termine con gli influencer giusti. La sfida è trovare nuovi modi creativi e rilevanti per collaborare con loro.
    Sono i cosiddetti microinfluencer (con una fan base tra i 10 e i 100k) ad avere totalizzato il maggior numero di sponsored post, evidenza di come non sia più solo il numero di follower e like a dettare le regole della strategia.

    Una delle evidenze dell’ultimo anno è una richiesta di maggiore trasparenza: le persone vogliono sapere quando un post è sponsorizzato e lo IAP, l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria in Italia, ha pubblicato una digital chart sulla riconoscibilità della comunicazione commerciale diffusa attraverso Internet che tutti, influencer e brand, sono tenuti a rispettare”.

    Matteo Pogliani: “Se parliamo delll’Italia ci troviamo dinanzi ad un mercato in enorme fermento, ma ancora non del tutto maturo. Un mercato dove c’è soddisfazione e grande volontà di creare progetti (secondo il report ONIM quasi il 70% delle aziende si ritengono soddisfatte dei progetti e aumenteranno il budget dedicato all’IM), ma anche un approccio ancora poco professionale e focalizzato (solo il 30% delle realtà utilizza strumenti data driven per la selezione).
    Instagram non è semplicemente il canale più utilizzato, è IL CANALE dell’influencer marketing. Qui vivono la stragrande maggioranza dei progetti, spunti anche dal ruolo determinante delle Stories, formato dalle grandi prestazioni e sempre più amato dagli utenti.
    Andando oltre i dati, credo che i crescenti investimenti delle aziende porterà a breve ad un’evoluzione dell’influencer marketing in Italia, costringendo gli attori coinvolti a dar vita a campagne finalmente più strategiche, orientate cioè al risultato.
    Una differenza netta che segnerà il brusco calo di quelle realtà “gonfiate” a favore di chi, invece, ha un approccio più articolato, in grado cioè di andare oltre numero follower e like. Una rivoluzione in un certo senso che intaccherà la “bolla” a cui stiamo assistendo, non decretando la fine dell’IM come pensano molti, quanto più riportandola al suo reale ruolo, premiando conseguentemente i veri professionisti”.

    Domitilla Ferrari: “‘Niente più conta nella comunicazione’, scrive Gabriele Ferraresi nel libro Cortocircuito: Come politica, social media e post-ironia ci hanno fottuto il cervello, ‘Niente ha davvero importanza e allo stesso tempo tutto ne ha, se ci si ostina a leggerlo con i codici con cui siamo cresciuti. Codici che faremmo bene a mettere del tutto in discussione e piantarla una buona volta di sprecare energie mentali e tempo dietro al nulla. Che senso ha discutere di un Ministro degli Interni che su Instagram pubblica più post di Chiara Ferragni?’.

    Il punto è che i social media hanno in parte sostituito non solo, ahimè, il ruolo informativo dei media, ma anche quello di intrattenimento, proprio attraverso la valorizzazione numerica di un indice di interesse evidente.

    A me portano via tempo, quando voglio farmelo portare via. Per me i social media sono spesso anche uno svuotatesta, come un tempo – prima di abituarmi al binge watching – facevo zapping. Ma anche perdendo tempo seguo solo persone che stimo: la mia rete si costruisce così – come dicevo quagrazie alla stima che confesso di avere per l’intelligenza di quelli che decido di includere nella mia vita. Insomma, viva Internet ma: stop making stupid people famous.

    Cristina Simone: “Mi piace seguire e analizzare i trend sul web. In questo momento, è innegabile l’attenzione (e i budget aziendali) su Instagram che ha letteralmente soppiantato altri social come Facebook o Twitter. In particolare su settori altamente fotogenici come il fashion, il food o il travel.

    Ma una serie di fattori come la diffusione della consapevolezza del mondo dei fake, l’esperimento di IG, la crescita dell’instant messaging, ecc… stanno riportando la sensibilità e l’attenzione verso il contenuto. Non soltanto uno scorrere senza prestare attenzione ma un usufruire del contenuto. Le stories, il mezzo più effimero per eccellenza, scompaiono dopo 24h, ma il contenuto scritto se è utile agli utenti continua a vivere e portare risultati (a chi lo paga, a chi lo scrive e a chi lo legge).

    Quindi il futuro lo vedo incentrato sui contenuti e, di conseguenza, rimarranno solo quegli influencer che hanno qualcosa da raccontare“.
    E voi siete d’accordo? Scriveteci la vostra opinione tra i commenti.
  • Su Instagram adesso c’è il doppio degli annunci rispetto a Facebook

    Su Instagram adesso c’è il doppio degli annunci rispetto a Facebook

    Facebook ha ormai il pieno controllo di Instagram. Un rapporto di The Information riporta che l’azienda proprietaria dell’app ha ordinato il doppio degli annunci su Instagram e anche l’idea di rinominarla con un nome tipo “Instagram da Facebook”.

    Facebook ormai da un paio di anni ha impresso una accelerazione della gestione di Instagram, l’app forse più promettente della famiglia di Meno Park, evidentemente. Un’accelerazione che va letta come l’intenzione di esercitare sull’app un maggiore controllo per poterla meglio gestire, soprattutto all’interno di una nuova riorganizzazione dell’ecosistema Facebook, sempre più integrato. Il recente report di The Information non fa altro che dare ancora più sostanza a questa ipotesi, anzi, evidenzia quali siano le reali intenzioni di Facebook verso l’app acquisita per 1 miliardo di dollari nel 2012.

    Secondo questo report, un anno fa i vertici di Facebook ordinarono che su Instagram dovessero esserci il doppio degli annunci che su Facebook. A pensarci bene, è uno scenario che è riscontrabile da tutti. Gli annunci su Instagram appaiono sulle Stories, nel feed e all’interno della sezione Esplora e chiunque può verificare che, in effetti, questo raddoppio c’è stato. Accrescere il numero degli annunci, raddoppiarlo rispetto a Facebook, significa quindi far lievitare le entrate. Come riportato da eMarketer, nel 2018 Instagram ha realizzato 9 miliardi di dollari di entrate pubblicitarie. E’, quindi, molto probabile che questo dato già nel 2019 sia molto più alto, le previsioni parlano di 15,8 miliardi di dollari, vale a dire quasi un quarto delle entrate complessive di Facebook.

    facebook instagram 2019 franzrusso.it

    La gestione di Adam Mosseri, l’ex responsabile del feed di Facebook, molto vicino a Mark Zuckerberg, comincia quindi a intravedersi. L’idea è quindi quella di stabilizzare Instagram da punto di vista organizzativo, renderla sempre più legata a Facebook (motivo per cui i due co-fondatori abbandonarono la loro azienda un anno fa). Uno dei rischi, e forse una delle grandi paure, era che Instagram potesse, in qualche modo, offuscare Facebook. Ecco perché, ad un certo punto, Zuckerberg decide di imprimere una accelerazione per portare Instagram sotto il grande cappello Facebook.

    E questa idea di portare Instagram ad essere sempre più legata a Facebook, trova conferma nell’idea, come riporta sempre il report di The Information, di cambiare nome all’app. Sì, l’idea è quella di fare in modo che chi guarda a Instagram abbia ben presente che sta guardando Facebook, sotto un’altra forma. E uno dei nomi, non originalissimo per la verità, sarebbe tipo “Instagram da Facebook“.

    E’ evidente, a questo punto, attendersi una metamorfosi di Instagram in salsa Facebook come mai prima, sempre all’interno di quel macro progetto di portare tutte le app ad essere sempre più integrate tra loro. Questo è il vero disegno di Mark Zuckerberg.

  • Hashtag Day, il cancelletto di Twitter compie 12 anni

    Hashtag Day, il cancelletto di Twitter compie 12 anni

    Tutto è cominciato il 23 agosto del 2007, quando Chris Messina suggerì in un tweet di usare il cancelletto. Da allora l’hashtag, che compie 12 anni, è diventato il simbolo di Twitter, permettendo anche di personalizzare la comunicazione. Vediamo insieme quali sono quelli più usati in Italia nel 2019.

    Lo ricordiamo ormai ogni anno perché, col tempo, è diventato uno dei simboli di Twitter, forse quello più importante. L’hashtag compie 12 anni, il cancelletto fece la sua comparsa la prima volta proprio il 23 agosto del 2007, quando Chris Messina nel suo tweet scrisse #barcamp, chiedendo cosa ne pensassero gli altri nell’usare il simbolo #. Un chiaro riferimento a quando il simbolo del cancelletto era utilizzato all’interno di IRC proprio per individuare le stanza di conversazione.

    Nate Ritter, imprenditore del settore IT, fu poi il primo utente ad usarlo. E lo fece il 23 ottobre del 2007 raccontando, in quello che può essere definito il primo vero live tweeting della storia, di uno spaventoso incendio a San Diego, in California utilizzando #sandiegofire.

    twitter hashtag day 2019 franzrusso.it

    Se i 140 caratteri, oggi 280 caratteri, contrassegnavano chiaramente la piattaforma Twitter, l’hashtag, che venne poi introdotto in maniera ufficiale il 2009, è sicuramente il simbolo della piattaforma. E’ l’elemento che, come abbiamo già ricordato in altre occasioni, permette di personalizzare la comunicazione su Twitter.

    E il 23 agosto il cancelletto compie 12 anni e per l’occasione, come già successo, all’hashtag #HashtagDay viene associata una speciale emoji, un cuore azzurro con all’interno il cancelletto.

    https://twitter.com/chrismessina/status/223115412

    Gli hashtag più usati in Italia nel 2019 su Twitter

    E anche questa è una bella occasione per vedere quali siano stati gli hashtag più usti nel 2019 in Italia.

    Gli hashtag che hanno avuto più successo comprendono popolari trasmissioni televisive, da #​Amici18 a ​#TemptationIsland, ​da ​#GameOfThrones ​al ​#Gf16​, passando per ​#uominiedonne a ​#CiaoDarwin e ​#Cepostaperte​, fino al fenomeno musicale K-Pop della band coreana ​#Bts (e tutti gli hashtag connessi come ​#Jimin o ​#bbmastopsocial​). Rimanendo sempre in tema musica, è ​#Sanremo2019 l’hashtag condiviso più volte dagli italiani su Twitter, seguito appunto da #bts.

    A questi si aggiungono gli hashtag relativi ai partiti o alle figure politiche, come ​#Salvini​, #M5S​, ​#PD​, ​#Lega​, ​#dimaio e ​#conte​, ma anche al movimento nato su Twitter #Facciamorete​ o alla vicenda di ​#Bibbiano​. Intrattenimento, politica ma anche sport sono argomenti che coinvolgono gli utenti sulla piattaforma, in primis il mondo del calcio con gli hashtag #juventus, #milan, #inter, #asroma, #juve, #seria, #calciomercato e #sarri tra i più condivisi nei primi 7 mesi del 2019.

    Da segnalare #FridaysForFuture, il movimento studentesco globale per la salvaguardia dell’ambiente lanciato dalla giovane attivista Greta Thunberg che ha avuto un forte impatto anche in Italia:

    #DareToShine e #RagazzeMondiali​: nel corso del campionato mondiale di calcio femminile svoltosi tra giugno e luglio 2019, gli hashtag ufficiali ​#DareToShine e #RagazzeMondiali​ hanno coinvolto tutti i fan su Twitter:

    #MilanoCortina2026​: la notizia della vittoria di Milano-Cortina delle Olimpiadi Invernali 2026 ha rappresentato un momento epico e di grande coinvolgimento e festeggiamenti per tutta la comunità di Twitter in Italia:

    A dimostrazione di quanto l’hashtag abbia rivoluzionato il modo di comunicare, nel 2014 la parola è stata inserita all’interno dell’Oxford English Dictionary.

  • Facebook rilascia uno strumento per scollegare i dati, non per cancellarli

    Facebook rilascia uno strumento per scollegare i dati, non per cancellarli

    Facebook sta per lanciare, solo in Irlanda, Corea del Sud e Spagna, uno strumento per gestire meglio i dati condivisi da app e siti. Ma mentre tutti hanno subito evidenziato che si potessero “cancellare” i dati, in realtà Facebook parla di “scollegare i dati. Cosa diversa, in questa fase.

    Si sta parlando molto del nuovo strumento che Facebook ha annunciato per dare la possibilità agli utenti di gestire meglio i dati condivisi con app e siti, giustamente, aggiungiamo. Ma, mentre ci si è buttati a dire che questa nuova funzionalità, denominata “Clear History“, servirà a cancellare i dati, in realtà, andando a leggere bene il post con cui gli ingegneri di Facebook hanno ufficializzato la notizia, si parla di “scollegare”, cosa ben diversa.

    Ci sembrava giusto fare un po’ di chiarezza perché questa non è una nostra interpretazione, ma è semplicemente riportare quello che dichiara Facebook, letteralmente, senza cambiare il senso delle cose.

    Intanto, c’è da dire che Facebook arriva a rilasciare questo strumento 18 mesi dopo averlo annunciato, lo fece proprio Mark Zuckerberg alla conferenza F8 (quella dedicata agli sviluppatori), a dimostrazione delle difficoltà e, anche, permettetecelo, la scarsa convenienza per Facebook ad operare una cancellazione completa. Quindi, senza fare attenzione a quello che c’è scritto nel post, ci si è lanciati a dire che questa funzionalità servirà a “cancellare” i dati, mentre, invece, servirà a “scollegare” i dati. Due concetti molto diversi in questa fase iniziale, poi spiegheremo anche il perché.

    facebook scollegare dati

    Al momento, la funzionalità verrà prevista solo in Irlanda, Corea del Sud e Spagna e con questa gli utenti potranno “scollegare i dati“, ossia separare i dati relativi alla navigazione dalle informazioni personali. Una operazione, certo, che aiuterà a limitare alcune pubblicità mirate, cosa che a molti, alla lunga, infastidisce non poco. Ma è ben mettere in evidenza che non c’è nessuna cancellazione, i dati rimarranno sempre all’interno dei server di Facebook. E, tantomeno, questo impedirà a Facebook di poter utilizzare questi dati.

    Se andiamo a leggere il post degli ingegneri di Facebook, si evince benissimo che la prima sfida è stata quella di trovare un modo per memorizzare i dati, e vi è una chiara spiegazione di come questo avverrà. Poi, alla sfida 2, si legge bene “Scollegare i dati“. In questo paragrafo gli ingegneri spiegano che il data warehouse (la collezione e l’aggregazione dei dati strutturati) “non è stato progettato per la cancellare o aggiornare singole righe“. E poi, più avanti, in maniera più esplicita, viene detto che:

    Il tentativo di cancellare informazioni da vari database attraverso molte tabelle e righe diverse richiederebbe tempo e potrebbe non funzionare in modo affidabile. Il metodo più rapido e affidabile sarebbe quello di scollegarlo direttamente dall’account di una persona. Non abbiamo la capacità di rimuovere facilmente i singoli elementi e ci affidiamo invece a metodi di disconnessione in blocco. Per questo motivo, abbiamo deciso di offrire la possibilità di disconnettere tutte le attuali informazioni sulle attività off-site in massa, piuttosto che consentire la rimozione granulare di attività specifiche“.

    Ora, queste parole sono molto chiare. E’ vero anche che, ed è bene sottolinearlo, la funzionalità non è male, non è da buttar via, per chiarezza. Solo che, forse bisognava meglio leggere cosa intendesse dire Facebook.

    Per essere ancora più chiari, restando su uno spettro molto ristretto, appunto Irlanda, Corea del Sud e Spagna, questa novità per ora darà effetti molto esigui. La maggior parte degli utenti non la userà infatti. Da considerare poi che non è prevista una imminente estensione della funzionalità in altri paesi, proprio per le difficoltà che gli ingegneri di Facebook hanno ammesso di avere. E non si sa, oggi, quando questa estensione avverrà.

    Resta quindi una buona intenzione, certamente, ma un po’ annacquata. Ci si aspettava ben altro.

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