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  • In che direzione sta andando l’influencer marketing dopo le scelte di Instagram? La parola a 6 esperti

    In che direzione sta andando l’influencer marketing dopo le scelte di Instagram? La parola a 6 esperti

    La notizia, di qualche mese fa, è che Instagram avrebbe tolto i like, cosa che – nonostante in Italia sia ancora in fase di testing – ha “sconvolto” molti degli addetti ai lavori arrivando anche ad affermare che questo avrebbe significato la morte dell’influencer marketing.

    Questo per i più catastrofici; per chi sa che per i social media la continua evoluzione è nel corso naturale delle cose, ha invece significato un modo diverso di pensare a Instagram e al suo ruolo, oltre che di interagire e relazionarsi, non solo tra brand e utenti ma anche tra gli utenti stessi.

    Per fare il punto della situazione, ora che abbiamo abbondantemente superato la seconda metà di agosto e ci avviamo verso un autunno sicuramente pieno di novità, abbiamo chiesto un parere a professionisti di varia natura, sui like, ma non solo.

    Riflessioni a tutto tondo che abbiamo fatto con chi ha scritto dei libri sull’influencer marketing come Raffaella Amoroso e Arianna Chieli, autrici di “Influencer marketing spiegato semplice” (Zandegù editore), Matteo Pogliani autore di “Influencer Marketing – Valorizza le relazioni e dai voce al tuo brand” e “Professione
    Influencer” editi da Dario Flaccovio Editore (Flaccovio) oltre che founder dell’ONIM, Osservatorio Nazionale Influencer Marketing, Cristiano Carriero, autore insieme a Camilla Bellini di “Influencer marketing” (Hoepli).  Insieme a loro anche due influencer ed esperte di digital strategy e digital PR come Domitilla Ferrari e Cristina Simone. Abbiamo anche chiesto a Lino Garbellini, autore di “Professione influencer”, ma ha declinato il nostro invito perché in questo momento non poteva.

    instagram like

    A tutti e 6 abbiamo posto le stesse domande ed ecco le loro interessanti risposte che ci permettono di capire cosa c’è dietro la decisione del social di Zuckerberg e come forse non tutto vada “in direzione del contenuto”.

    Instagram sta sperimentando il fatto di togliere i like in modo da far sì che la gente valuti i contenuti e non quanti cuoricini ottengono. Esperimento fatto in Canada, anche se poi il social ha fatto un passo indietro ripristinando i like e che è in corso anche in Italia. Come interpreti tutto questo vista la tua esperienza?

    influencer marketing instagram

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Che si voglia tornare a una maggiore attenzione nei confronti della qualità dei contenuti e non verso la quantità delle interazioni – che purtroppo, come sappiamo, spesso sono viziate da comportamenti poco etici – non può che essere una notizia positiva.
    In un mondo ideale, la quantità delle interazioni non dovrebbe in alcun modo vincolare il giudizio sulla qualità del contenuto che le ottiene: se un contenuto mi piace, dovrei voler manifestare il mio apprezzamento (mettere un like o un commento) indipendentemente da quel che possono aver fatto/voler fare gli altri utenti.
    Sappiamo però che così non succede e che la manifestazione di interesse di alcuni nei confronti di questi contenuti, guida e influenza anche quella degli altri, compresa quella delle aziende che spesso scelgono il creator di un contenuto non tanto per la sua competenza o per la qualità del suo lavoro, quanto per il “buzz” che riesce a creare intorno a esso. Probabilmente (o almeno questa è la nostra speranza) non vedere “cosa hanno già fatto
    gli altri” riporterà le interazioni degli utenti – e quindi il loro stesso giudizio – a un livello più sincero e, a lungo andare, verranno premiati i post più meritevoli.
    Inoltre nascondere il numero dei like eviterà i confronti tra profili: molto spesso infatti la quantità delle interazioni guida un giudizio di valore (più sono più il profilo è “buono”) che da adesso in poi ci auguriamo venga invece affidata alla sola valutazione della qualità del contenuto.

    Matteo Pogliani: “Ci vedo in primis la volontà di fare product design condiviso, influencer marketingfacendo testare le novità a chi poi dovrà utilizzare (e apprezzare) le stesse. Altro punto rilevante è senza dubbio quello di spostare maggiormente l’attenzione su KPI ed elementi più “profondi”, qualitativi, meno legati alla sola riprova sociale. Una necessità per combattere, in parte, le tante pratiche orientate alla sola performance (BOT, account fake, acquisto follower e like), pratica che rischia alla lunga di rendere queste piattaforme luoghi con contenuti sempre meno interessanti e quindi con meno presenza da parte degli utenti.
    Ciò avrebbe enormi ripercussioni lato advertising per Facebook.

    Ultimo, ma a mio avviso determinante, è anche la volontà di Facebook, da tempo accusata di sfruttarli e trattarli come semplici “dati”, di passare un messaggio di attenzione e cura nei riguardi degli utenti. Una mossa meramente pro reputation, andando oltre il reale impatto di tale cambiamento sull’utilizzo della piattaforma”.

    influencer marketingCristiano Carriero: “Penso che Facebook e nel caso specifico Instagram vogliano riattivare l’80% dei profili che si sentono esclusi. Quando parliamo di questi social, pensiamo sempre all’influencer, ma non è questo che interessa Zuckerberg, piuttosto che ci sia più gente possibile.

    Se Facebook, checché se ne dica, è il social più utilizzato da tutti (e un po’ meno dalle nuove generazioni), Instagram è diventato utilizzato da tanti ma sfruttato da quei pochi che sono gli influencer. La decisione di nascondere i like, secondo me, porterà anche gli utenti al momento meno attivi a postare di più dando meno rilievo alla riprova sociale. Se hai messo una bella foto e prendi 3 like, ci resti male specie se ti paragoni a chi ne ha messa una simile e ne prende 30mila perché è più “influente”. Instagram, invece, con questa prova vuole vedere quanta gente torna attiva e ciò per il social potrebbe essere una “svolta”.

    Per gli influencer, o meglio per la macchina dell’influencer marketing, ciò potrebbe essere problematico, bisogna però fidarsi. Molti parlano della volontà, con tale scelta, di dare valore ai contenuti, cosa che è molto nobile, ma ho imparato con la mia esperienza che la prima volontà di queste aziende sono i numeri, avere più utenti e il più attivi possibile che postano foto, commentano, mettano like. Perché Instagram è diventato al momento per me una sorta di club esclusivo dove i più fighi sono gli influencer e gli altri si limitano a mettere like. Che questo poi possa aumentare anche la qualità dei contenuti intesi come più  post di qualità, ben venga”.

    Domitilla Ferrari: “A cosa servono i like? Partiamo da qui. Sono un segno di apprezzamento, anche se per influencer marketingqualcuno sono la traccia lasciata da chi è passato a vedere cosa abbiamo postato (o la traccia lasciata da chi ci ha visto passare nella sua TL senza cercarci, cosa che capita più spesso, in effetti). Abbiamo vissuto senza poter misurare il nostro successo, il riscontro degli altri, a lungo, prima che la web analytics diventasse d’uso comune attraverso la valorizzazione pubblica di ogni nostra azione online.

    Quanti follower nuovi ho oggi? E quanto sono piaciute le mie foto e a chi? Ma soprattutto: chi ha visto le mie stories? Un anno fa, un artista impegnato a raccontare le implicazioni culturali, sociali e politiche dei software, ha inventato il Demetricator per togliere le notifiche numeriche da Facebook e per Twitter, per denunciare il potere distraente dei numeri sui social media: «Questi numeri mi portano a valutare la mia partecipazione all’interno del sistema da un punto di vista metrico», aveva spiegato Benjamin Grosser sul suo blog. «Osservo il conteggio delle risposte anziché le risposte stesse o aspetto che appaiano un numero di richieste di amicizia anziché cercare connessioni significative“.

    E l’arte ha fatto quello che solitamente ci aspettiamo dalla fantascienza che spesso prevede il futuro: Instagram ha iniziato a sperimentare il potere del contenuto vs quello del suo presunto apprezzamento. “.

    influencer marketing Cristina Simone: “Valuto questo esperimento in maniera molto positiva, ma pare che la piattaforma stia già tornando sui suoi passi.
    Non avere più il numero dei like in evidenza riporta, finalmente, l’attenzione sul contenuto. (Ne avevo parlato anche su Twitter con colleghi di settore in thread vari appena la notizia era uscita). Ci si focalizza su quello che c’è nella foto e non tanto su quanti hanno messo il like. E potrebbe finire questa assurda compravendita di finti like.
    C’è questa idea di fondo, errata, che tanti più like hai (così come commenti o followers) e tanto più sei “figo”. Questo esperimento ci fa ricordare, invece, la potenza vera dei social ovvero le connessioni tra le persone e la ricchezza che si crea da tanti più contatti abbiamo”.

    Chi potrebbe essere più danneggiato: aziende o utenti “normali”?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Gli utenti ‘normali’ (escludiamo quindi gli influencer) interagiscono solitamente con una follower base estremamente fidelizzata che per sua natura poco si fa influenzare dai comportamenti degli altri. Se i miei follower equivalgono ai miei amici, per esempio, posso stare sicura che questi esprimeranno un parere nei confronti dei contenuti che pubblico indipendentemente da quel che fanno gli altri. Gli utenti “normali”, inoltre, tendono a pubblicare post senza dare peso alle interazioni che generano. Onestamente non credo quindi che verranno danneggiati da questa novità. Al contrario saranno portati a esprimere
    una loro preferenza nei confronti dei contenuti che trovano sul loro feed in modo libero senza farsi influenzare da quel che altri hanno già fatto prima di loro.

    Le aziende, che invece su Instagram lavorano soprattutto in collaborazione con gli influencer, dovranno prestare sempre maggiore attenzione alla qualità dei contenuti che questi pubblicano  e non alle (presunte) interazioni che sono in grado di generare. Se fino a ora molto spesso lo scouting delle aziende per trovare i propri ambassador si è basato soprattutto su metriche quantitative, ora una prima scrematura dovrà basarsi sulla qualità del
    contenuto presentato e sulla propria competenza nel crearlo.

    Ci auguriamo ovviamente che non si abbia la tentazione di prendere altre scorciatoie come, per esempio, basarsi sul
    numero dei follower o dei commenti generati sotto i post (metriche queste che – ancora visibili – continueranno presumibilmente a essere oggetto di comportamenti poco etici)”.

    instagram like

    Matteo Pogliani: “Il danno maggiore è per chi utilizza professionalmente queste piattaforme, quindi soprattutto brand e creator. Ok la qualità, ma è inutile nascondersi: per questi la riprova sociale e l’impatto dato dai like è un fattore ancora rilevante. Una metrica che, seppur molto limitata e superficiale, è comunque rilevante agli occhi di follower e utenti.

    Un danno che diventa ancora maggiore per quei soggetti che hanno basato molto del loro posizionamento sulle vanity metrics, senza mai voler andare oltre e orientarsi anche su parametri più orientati al business. Per esempio, utenti che devono il loro seguito alla fama più che alla propria attività online (celebrities e simili), si vedrebbero privati di uno dei pochi elementi di rilievo da mostrare ed esibire”.

    Cristiano Carriero: “Secondo me, è il sistema che può esserne più danneggiato. C’è un sistema influencer marketing che piace a tutti e conviene a tutti. L’azienda lo usa perché fa awareness su prodotto, l’influencer perché ci fa dei soldi. Che poi, se ci pensi, non è una cosa nuova. Pensa a Costantino e a Daniele Interrante che, purtroppo per loro, sono cresciuti in un’epoca in cui c’erano solo la TV e l’ospitata in discoteca, oggi sarebbero degli influencer da  migliaia di euro.

    C’è da dire che quando guardiamo a chi c’è su Instagram, ci riferiamo sempre ai nostri contatti più vicini, ma non sono quelli a spostare i soldi. Basta poco poi per diventare influencer ed essere di un certo rilievo: chi va in TV o chi fa sport per esempio. Pensiamo al calcio femminile: queste ragazze hanno avuto la fortuna di nascere in questa epoca: oltre all’ingaggio che si spera abbiano da atlete che hanno partecipato al Mondiale, possono usare i loro profili IG anche per fare delle campagne. E basta vedere come sono cresciuti i loro profili e l’attenzione che hanno suscitato nei brand che sono sempre estremamente attenti a queste cose.

    Pertanto, a mio avviso, è il sistema che potrebbe avere un piccolo rallentamento: l’azienda vuole i numeri. Io al marketing manager devo fare vedere i numeri. A un certo punto non interessa pure la qualità ma i numeri”.

    Domitilla Ferrari: “E se invece la questione fosse chi potrebbe trarne vantaggio? Direi che la risposta è: tutti noi. In un articolo sul Guardian Natasha Schüll, autrice di Addiction by Design dice: ‘Dobbiamo iniziare a riconoscere i costi del tempo trascorso sui social media. Non è solo un gioco, ci riguarda finanziariamente, fisicamente ed emotivamente’.

    instagram like smm

    Cristina Simone: “Nessuno dei due, dal mio punto di vista. Ma solo le piattaforme che vendono questi ‘servizi’ che vedono ridurre i pacchetti acquistati.
    Le aziende, in particolare, che investono budget in campagne di influencer marketing sono quelle che ne avrebbero i vantaggi più alti. Significa non soffermarsi a guardare quanti cuoricini ha ottenuto la foto, pagata, dell’influencer, ma quello che è riuscita a generare.
    Significa poi scegliere con più attenzione l’influencer, non solo in base alla media dei like che riceve e significa fare un’analisi più profonda dei risultati”.

    E di contro chi potrebbe essere più avvantaggiato?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Continuerà a essere avvantaggiato l’influencer affezionato a un comportamento poco etico (in parole povere quello che compra like, commenti, follower).

    Nel caso in cui l’azienda – in fase di scouting – gli chieda gli Insights dei contenuti pubblicati (e quindi avrà accesso anche al numero di like ottenuti dai suoi post) potrà continuare a presentare dei dati viziati (anche se solo parzialmente visto che al momento Impressions e Reach non si possono “comprare”); nel caso in cui l’azienda invece non si basi sugli Insights ma solo sulle metriche visibili (numero di follower e commenti) sguazzerà in uno shopping sfrenato di finti seguaci e commenti “copia e incolla”. In pratica: non cambierà nulla“.

    Matteo Pogliani: “Chi lavora ed ha lavorato bene potrebbe essere sicuramente avvantaggiato, o meglio, non penalizzato dall’eliminazione di una metrica per lui non rilevante. Non sono tanti (purtroppo), ma ci sono brand e creator che da sempre hanno focalizzato la loro attenzione su commenti on topic, condivisioni, traffico al sito, kpi assolutamente più marketing oriented. Per loro significherebbe portare la contesa su un territorio amico e quindi certamente più performante”.

    Cristiano Carriero: Un grosso vantaggio potrebbe coglierlo tutti questi performer come Buzzoole per fare un esempio. Il fatto che nascano tutte queste piattaforme le aziende pagano per avere tanti piccoli influencer e non le celebrities va sempre più in direzione della semplicità. Usare tanti microinfluencer che in maniera spontanea fanno molto di più di grandi celebrities è sicuramente un vantaggio per i brand perché questo dà più valore allo storytelling? E poi quante aziende si possono permettere influencer da 25 mila euro?”

    Domilla Ferrari: “Per me vale quanto detto prima: questa situazione potrebbe portare vantaggi a tutti noi”.

    Cristina Simone: Per me tutti gli attori in causa: addetti ai lavori (aziende e influencer) e utenti “normali”.
    I primi potranno finalmente focalizzarsi sull’interazione che genera il contenuto e monitorare le conversazioni (a patto che siano reali) e non il semplice numero di cuoricini.
    Molti addetti ai lavori si fermano a guardare il semplice numero, ma è fondamentale guardare cosa c’è dietro lo stesso. Anche perché i numeri sono facilmente gonfiabili. Sarebbe bello se togliessero anche il totale dei commenti che un post ha ricevuto. È positivo poi per gli influencer che, spesso, si guardano tra loro per vedere chi ha ricevuto un numero più alto di like. Infine, è positivo anche per gli utenti “normali” che possono tornare a prestare attenzione a quello che viene raccontato in un post. E non tanto al fatto che, se un post ha ricevuto tanti cuoricini, allora ci racconta per forza una cosa bella.

    Instagram è un social bellissimo ma ha creato “l’ansia dei like”, specie nei più giovani.

    Ultima domanda: ci regalate una sorta di stato dell’arte sull’infuencer marketing, non solo su Instagram ma in generale anche su altri social?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Il 2019 è l’anno in cui l’Influencer Marketing ha raggiunto la sua maturità. I brand investono e continuano ad investire in campagne, ma con una maggiore attenzione alla qualità e alla misurabilità dei risultati.
    Instagram continua a farla da padrone, seguito da YouTube e dalle nuove piattaforme molto amate dai più giovani come TikTok. Per quanto riguarda le collaborazioni, i brand cercano una relazione di più lunga durata: non un singolo post, ma la costruzione direlazioni a lungo termine con gli influencer giusti. La sfida è trovare nuovi modi creativi e rilevanti per collaborare con loro.
    Sono i cosiddetti microinfluencer (con una fan base tra i 10 e i 100k) ad avere totalizzato il maggior numero di sponsored post, evidenza di come non sia più solo il numero di follower e like a dettare le regole della strategia.

    Una delle evidenze dell’ultimo anno è una richiesta di maggiore trasparenza: le persone vogliono sapere quando un post è sponsorizzato e lo IAP, l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria in Italia, ha pubblicato una digital chart sulla riconoscibilità della comunicazione commerciale diffusa attraverso Internet che tutti, influencer e brand, sono tenuti a rispettare”.

    Matteo Pogliani: “Se parliamo delll’Italia ci troviamo dinanzi ad un mercato in enorme fermento, ma ancora non del tutto maturo. Un mercato dove c’è soddisfazione e grande volontà di creare progetti (secondo il report ONIM quasi il 70% delle aziende si ritengono soddisfatte dei progetti e aumenteranno il budget dedicato all’IM), ma anche un approccio ancora poco professionale e focalizzato (solo il 30% delle realtà utilizza strumenti data driven per la selezione).
    Instagram non è semplicemente il canale più utilizzato, è IL CANALE dell’influencer marketing. Qui vivono la stragrande maggioranza dei progetti, spunti anche dal ruolo determinante delle Stories, formato dalle grandi prestazioni e sempre più amato dagli utenti.
    Andando oltre i dati, credo che i crescenti investimenti delle aziende porterà a breve ad un’evoluzione dell’influencer marketing in Italia, costringendo gli attori coinvolti a dar vita a campagne finalmente più strategiche, orientate cioè al risultato.
    Una differenza netta che segnerà il brusco calo di quelle realtà “gonfiate” a favore di chi, invece, ha un approccio più articolato, in grado cioè di andare oltre numero follower e like. Una rivoluzione in un certo senso che intaccherà la “bolla” a cui stiamo assistendo, non decretando la fine dell’IM come pensano molti, quanto più riportandola al suo reale ruolo, premiando conseguentemente i veri professionisti”.

    Domitilla Ferrari: “‘Niente più conta nella comunicazione’, scrive Gabriele Ferraresi nel libro Cortocircuito: Come politica, social media e post-ironia ci hanno fottuto il cervello, ‘Niente ha davvero importanza e allo stesso tempo tutto ne ha, se ci si ostina a leggerlo con i codici con cui siamo cresciuti. Codici che faremmo bene a mettere del tutto in discussione e piantarla una buona volta di sprecare energie mentali e tempo dietro al nulla. Che senso ha discutere di un Ministro degli Interni che su Instagram pubblica più post di Chiara Ferragni?’.

    Il punto è che i social media hanno in parte sostituito non solo, ahimè, il ruolo informativo dei media, ma anche quello di intrattenimento, proprio attraverso la valorizzazione numerica di un indice di interesse evidente.

    A me portano via tempo, quando voglio farmelo portare via. Per me i social media sono spesso anche uno svuotatesta, come un tempo – prima di abituarmi al binge watching – facevo zapping. Ma anche perdendo tempo seguo solo persone che stimo: la mia rete si costruisce così – come dicevo quagrazie alla stima che confesso di avere per l’intelligenza di quelli che decido di includere nella mia vita. Insomma, viva Internet ma: stop making stupid people famous.

    Cristina Simone: “Mi piace seguire e analizzare i trend sul web. In questo momento, è innegabile l’attenzione (e i budget aziendali) su Instagram che ha letteralmente soppiantato altri social come Facebook o Twitter. In particolare su settori altamente fotogenici come il fashion, il food o il travel.

    Ma una serie di fattori come la diffusione della consapevolezza del mondo dei fake, l’esperimento di IG, la crescita dell’instant messaging, ecc… stanno riportando la sensibilità e l’attenzione verso il contenuto. Non soltanto uno scorrere senza prestare attenzione ma un usufruire del contenuto. Le stories, il mezzo più effimero per eccellenza, scompaiono dopo 24h, ma il contenuto scritto se è utile agli utenti continua a vivere e portare risultati (a chi lo paga, a chi lo scrive e a chi lo legge).

    Quindi il futuro lo vedo incentrato sui contenuti e, di conseguenza, rimarranno solo quegli influencer che hanno qualcosa da raccontare“.
    E voi siete d’accordo? Scriveteci la vostra opinione tra i commenti.
  • Su Instagram adesso c’è il doppio degli annunci rispetto a Facebook

    Su Instagram adesso c’è il doppio degli annunci rispetto a Facebook

    Facebook ha ormai il pieno controllo di Instagram. Un rapporto di The Information riporta che l’azienda proprietaria dell’app ha ordinato il doppio degli annunci su Instagram e anche l’idea di rinominarla con un nome tipo “Instagram da Facebook”.

    Facebook ormai da un paio di anni ha impresso una accelerazione della gestione di Instagram, l’app forse più promettente della famiglia di Meno Park, evidentemente. Un’accelerazione che va letta come l’intenzione di esercitare sull’app un maggiore controllo per poterla meglio gestire, soprattutto all’interno di una nuova riorganizzazione dell’ecosistema Facebook, sempre più integrato. Il recente report di The Information non fa altro che dare ancora più sostanza a questa ipotesi, anzi, evidenzia quali siano le reali intenzioni di Facebook verso l’app acquisita per 1 miliardo di dollari nel 2012.

    Secondo questo report, un anno fa i vertici di Facebook ordinarono che su Instagram dovessero esserci il doppio degli annunci che su Facebook. A pensarci bene, è uno scenario che è riscontrabile da tutti. Gli annunci su Instagram appaiono sulle Stories, nel feed e all’interno della sezione Esplora e chiunque può verificare che, in effetti, questo raddoppio c’è stato. Accrescere il numero degli annunci, raddoppiarlo rispetto a Facebook, significa quindi far lievitare le entrate. Come riportato da eMarketer, nel 2018 Instagram ha realizzato 9 miliardi di dollari di entrate pubblicitarie. E’, quindi, molto probabile che questo dato già nel 2019 sia molto più alto, le previsioni parlano di 15,8 miliardi di dollari, vale a dire quasi un quarto delle entrate complessive di Facebook.

    facebook instagram 2019 franzrusso.it

    La gestione di Adam Mosseri, l’ex responsabile del feed di Facebook, molto vicino a Mark Zuckerberg, comincia quindi a intravedersi. L’idea è quindi quella di stabilizzare Instagram da punto di vista organizzativo, renderla sempre più legata a Facebook (motivo per cui i due co-fondatori abbandonarono la loro azienda un anno fa). Uno dei rischi, e forse una delle grandi paure, era che Instagram potesse, in qualche modo, offuscare Facebook. Ecco perché, ad un certo punto, Zuckerberg decide di imprimere una accelerazione per portare Instagram sotto il grande cappello Facebook.

    E questa idea di portare Instagram ad essere sempre più legata a Facebook, trova conferma nell’idea, come riporta sempre il report di The Information, di cambiare nome all’app. Sì, l’idea è quella di fare in modo che chi guarda a Instagram abbia ben presente che sta guardando Facebook, sotto un’altra forma. E uno dei nomi, non originalissimo per la verità, sarebbe tipo “Instagram da Facebook“.

    E’ evidente, a questo punto, attendersi una metamorfosi di Instagram in salsa Facebook come mai prima, sempre all’interno di quel macro progetto di portare tutte le app ad essere sempre più integrate tra loro. Questo è il vero disegno di Mark Zuckerberg.

  • Hashtag Day, il cancelletto di Twitter compie 12 anni

    Hashtag Day, il cancelletto di Twitter compie 12 anni

    Tutto è cominciato il 23 agosto del 2007, quando Chris Messina suggerì in un tweet di usare il cancelletto. Da allora l’hashtag, che compie 12 anni, è diventato il simbolo di Twitter, permettendo anche di personalizzare la comunicazione. Vediamo insieme quali sono quelli più usati in Italia nel 2019.

    Lo ricordiamo ormai ogni anno perché, col tempo, è diventato uno dei simboli di Twitter, forse quello più importante. L’hashtag compie 12 anni, il cancelletto fece la sua comparsa la prima volta proprio il 23 agosto del 2007, quando Chris Messina nel suo tweet scrisse #barcamp, chiedendo cosa ne pensassero gli altri nell’usare il simbolo #. Un chiaro riferimento a quando il simbolo del cancelletto era utilizzato all’interno di IRC proprio per individuare le stanza di conversazione.

    Nate Ritter, imprenditore del settore IT, fu poi il primo utente ad usarlo. E lo fece il 23 ottobre del 2007 raccontando, in quello che può essere definito il primo vero live tweeting della storia, di uno spaventoso incendio a San Diego, in California utilizzando #sandiegofire.

    twitter hashtag day 2019 franzrusso.it

    Se i 140 caratteri, oggi 280 caratteri, contrassegnavano chiaramente la piattaforma Twitter, l’hashtag, che venne poi introdotto in maniera ufficiale il 2009, è sicuramente il simbolo della piattaforma. E’ l’elemento che, come abbiamo già ricordato in altre occasioni, permette di personalizzare la comunicazione su Twitter.

    E il 23 agosto il cancelletto compie 12 anni e per l’occasione, come già successo, all’hashtag #HashtagDay viene associata una speciale emoji, un cuore azzurro con all’interno il cancelletto.

    https://twitter.com/chrismessina/status/223115412

    Gli hashtag più usati in Italia nel 2019 su Twitter

    E anche questa è una bella occasione per vedere quali siano stati gli hashtag più usti nel 2019 in Italia.

    Gli hashtag che hanno avuto più successo comprendono popolari trasmissioni televisive, da #​Amici18 a ​#TemptationIsland, ​da ​#GameOfThrones ​al ​#Gf16​, passando per ​#uominiedonne a ​#CiaoDarwin e ​#Cepostaperte​, fino al fenomeno musicale K-Pop della band coreana ​#Bts (e tutti gli hashtag connessi come ​#Jimin o ​#bbmastopsocial​). Rimanendo sempre in tema musica, è ​#Sanremo2019 l’hashtag condiviso più volte dagli italiani su Twitter, seguito appunto da #bts.

    A questi si aggiungono gli hashtag relativi ai partiti o alle figure politiche, come ​#Salvini​, #M5S​, ​#PD​, ​#Lega​, ​#dimaio e ​#conte​, ma anche al movimento nato su Twitter #Facciamorete​ o alla vicenda di ​#Bibbiano​. Intrattenimento, politica ma anche sport sono argomenti che coinvolgono gli utenti sulla piattaforma, in primis il mondo del calcio con gli hashtag #juventus, #milan, #inter, #asroma, #juve, #seria, #calciomercato e #sarri tra i più condivisi nei primi 7 mesi del 2019.

    Da segnalare #FridaysForFuture, il movimento studentesco globale per la salvaguardia dell’ambiente lanciato dalla giovane attivista Greta Thunberg che ha avuto un forte impatto anche in Italia:

    #DareToShine e #RagazzeMondiali​: nel corso del campionato mondiale di calcio femminile svoltosi tra giugno e luglio 2019, gli hashtag ufficiali ​#DareToShine e #RagazzeMondiali​ hanno coinvolto tutti i fan su Twitter:

    #MilanoCortina2026​: la notizia della vittoria di Milano-Cortina delle Olimpiadi Invernali 2026 ha rappresentato un momento epico e di grande coinvolgimento e festeggiamenti per tutta la comunità di Twitter in Italia:

    A dimostrazione di quanto l’hashtag abbia rivoluzionato il modo di comunicare, nel 2014 la parola è stata inserita all’interno dell’Oxford English Dictionary.

  • Facebook rilascia uno strumento per scollegare i dati, non per cancellarli

    Facebook rilascia uno strumento per scollegare i dati, non per cancellarli

    Facebook sta per lanciare, solo in Irlanda, Corea del Sud e Spagna, uno strumento per gestire meglio i dati condivisi da app e siti. Ma mentre tutti hanno subito evidenziato che si potessero “cancellare” i dati, in realtà Facebook parla di “scollegare i dati. Cosa diversa, in questa fase.

    Si sta parlando molto del nuovo strumento che Facebook ha annunciato per dare la possibilità agli utenti di gestire meglio i dati condivisi con app e siti, giustamente, aggiungiamo. Ma, mentre ci si è buttati a dire che questa nuova funzionalità, denominata “Clear History“, servirà a cancellare i dati, in realtà, andando a leggere bene il post con cui gli ingegneri di Facebook hanno ufficializzato la notizia, si parla di “scollegare”, cosa ben diversa.

    Ci sembrava giusto fare un po’ di chiarezza perché questa non è una nostra interpretazione, ma è semplicemente riportare quello che dichiara Facebook, letteralmente, senza cambiare il senso delle cose.

    Intanto, c’è da dire che Facebook arriva a rilasciare questo strumento 18 mesi dopo averlo annunciato, lo fece proprio Mark Zuckerberg alla conferenza F8 (quella dedicata agli sviluppatori), a dimostrazione delle difficoltà e, anche, permettetecelo, la scarsa convenienza per Facebook ad operare una cancellazione completa. Quindi, senza fare attenzione a quello che c’è scritto nel post, ci si è lanciati a dire che questa funzionalità servirà a “cancellare” i dati, mentre, invece, servirà a “scollegare” i dati. Due concetti molto diversi in questa fase iniziale, poi spiegheremo anche il perché.

    facebook scollegare dati

    Al momento, la funzionalità verrà prevista solo in Irlanda, Corea del Sud e Spagna e con questa gli utenti potranno “scollegare i dati“, ossia separare i dati relativi alla navigazione dalle informazioni personali. Una operazione, certo, che aiuterà a limitare alcune pubblicità mirate, cosa che a molti, alla lunga, infastidisce non poco. Ma è ben mettere in evidenza che non c’è nessuna cancellazione, i dati rimarranno sempre all’interno dei server di Facebook. E, tantomeno, questo impedirà a Facebook di poter utilizzare questi dati.

    Se andiamo a leggere il post degli ingegneri di Facebook, si evince benissimo che la prima sfida è stata quella di trovare un modo per memorizzare i dati, e vi è una chiara spiegazione di come questo avverrà. Poi, alla sfida 2, si legge bene “Scollegare i dati“. In questo paragrafo gli ingegneri spiegano che il data warehouse (la collezione e l’aggregazione dei dati strutturati) “non è stato progettato per la cancellare o aggiornare singole righe“. E poi, più avanti, in maniera più esplicita, viene detto che:

    Il tentativo di cancellare informazioni da vari database attraverso molte tabelle e righe diverse richiederebbe tempo e potrebbe non funzionare in modo affidabile. Il metodo più rapido e affidabile sarebbe quello di scollegarlo direttamente dall’account di una persona. Non abbiamo la capacità di rimuovere facilmente i singoli elementi e ci affidiamo invece a metodi di disconnessione in blocco. Per questo motivo, abbiamo deciso di offrire la possibilità di disconnettere tutte le attuali informazioni sulle attività off-site in massa, piuttosto che consentire la rimozione granulare di attività specifiche“.

    Ora, queste parole sono molto chiare. E’ vero anche che, ed è bene sottolinearlo, la funzionalità non è male, non è da buttar via, per chiarezza. Solo che, forse bisognava meglio leggere cosa intendesse dire Facebook.

    Per essere ancora più chiari, restando su uno spettro molto ristretto, appunto Irlanda, Corea del Sud e Spagna, questa novità per ora darà effetti molto esigui. La maggior parte degli utenti non la userà infatti. Da considerare poi che non è prevista una imminente estensione della funzionalità in altri paesi, proprio per le difficoltà che gli ingegneri di Facebook hanno ammesso di avere. E non si sa, oggi, quando questa estensione avverrà.

    Resta quindi una buona intenzione, certamente, ma un po’ annacquata. Ci si aspettava ben altro.

  • Twitter e la disinformazione sui fatti di Hong Kong, sospesi 936 account cinesi

    Twitter e la disinformazione sui fatti di Hong Kong, sospesi 936 account cinesi

    Nell’era dei social media e del digitale, canali come Twitter o Facebook possono trasformarsi in potenti mezzi di comunicazione politica e anche di disinformazione. In relazione ai recenti fatti di Hong Kong, Twitter ha sospeso 936 account cinesi accusati, colpevoli di diffondere notizie false sui protestanti. Facebook ha fatto lo stesso.

    I social media sono potenti strumenti di comunicazione, lo diciamo ormai da anni qui sul nostro blog, ma nell’era che stiamo vivendo adesso, contrassegnata dalla presenza massiccia di questi strumenti nella vita di tutti i giorni, possono diventare anche potenti strumenti di comunicazione politica e di disinformazione. Del resto, lo scandalo Cambridge Analytica per molto è stato un vero campanello di allarme in questo senso, il più eclatante anche, ma non l’unico.

    I fatti di Hong Kong, di cui in Italia oggettivamente si parla ancora poco, stanno dimostrando come la politica cerchi di controllare i social media per manipolare l’informazione, allo scopo di veicolare una realtà distorta, non veritiera. In altre parole, lo scopo è veicolare disinformazione per fare pressione sulla parte avversa.

    Le proteste di Hong Kong

    Giusto due righe per chi non avesse ancora chiaro cosa sta succedendo a Hong Kong da ormai due mesi a questa parte. Motivo delle proteste è stato l’emendamento alla legge sull’estradizione, letta dall’opinione pubblica come una vera intromissione nell’autonomia di Honk Kong da parte della Cina. Una protesta motivata dal fatto che la stessa autonomia sta per avvicinarsi alla data di scadenza. Infatti, dopo i negoziati con il Regno Unito del 1997, si arrivò all’accordo che Hong Kong mantenesse la sua autonomia dalla Cina fino al 2047. Ecco perchè quella legge è vista come una vera intromissione, un modo per erodere quell’autonomia che alle autorità cinesi, da sempre, va molto stretta.

    twitter social media hong kong

    Fatta questa rapida premessa, i fatti di questi giorni dimostrano come i social media possano giocare un ruolo importante nel veicolare preziose informazioni, ma anche diventare potenti strumenti di diffusione di notizie false.

    Le proteste a Hong Kong vanno avanti ormai da due mesi e la situazione non sembra ancora volgere verso una soluzione definitiva.

    Ed ecco che entrano in gioco i social media, nello specifico Twitter. Da giorni Twitter riceveva segnalazioni di account cinesi che diffondevano notizie false, dipingendo i protestanti di Hong Kong come dei violenti e dei facinorosi, il contrario di quello che era la realtà. A quel punto da San Francisco decidono di fare delle indagini più approfondite, anche solo per cercare di capire come avrebbero fatto questi account cinesi ad usare Twitter quando lo stesso canale è bandito in Cina. Già bella domanda.

    [In basso alcuni esempi di tweet di account cinesi]

    twitter hong kong twitter hong kong twitter hong kong

    La risposta arriva presto. Twitter scopre che migliaia di account cinesi accedevano al servizio da indirizzi IP cinesi, una vera anomalia, anche solo per il fatto che esiste il grande firewall, chiamato appunto “Great Firewall”, che ne impedisce l’accesso. Qualsiasi utente avrebbe dovuto bypassare il tutto con una VPN, senza alcuna garanzia del resto, ma questa è la possibilità che resta all’utente normale. Ma qui la situazione è ben diversa.

    Infatti, quegli utenti accedevano a indirizzi IP cinesi perché autorizzati dalle autorità. Si trattava di account espressamente autorizzati dallo stato per diffondere notizie false sulle proteste di Hong Kong.

    Twitter sospende 936 account cinesi

    Allora Twitter scopre una vasta rete di ben 200 mila account e ne sospende 936, account che diffondevano spam e disinformazione. Twitter poi condivide questi risultati con Facebook che ancora non aveva agito in alcun modo. A quel punto da Menlo Park fanno le opportune verifiche arrivando a sospendere 5 account, 7 pagine e 3 gruppi, tutti riconducibili alla disinformazione cinese.

    E non è finita, perché Twitter ha deciso anche che non accetterà più tweet sponsorizzati da agenzie cinesi. Si è scoperto infatti che nei giorni scorsi circolavano sulla piattaforma alcuni tweet sponsorizzati contro le proteste di Hong Kong pubblicizzati da Xinhua News, agenzia di stampa ufficiale dello stato cinese.

    Questa è la situazione al momento e non è detto che sia conclusa, purtroppo.

    [In copertina, immagine ANTHONY KWAN/GETTY IMAGES]

  • Facebook continua ad influenzare le scelte d’acquisto degli utenti

    Facebook continua ad influenzare le scelte d’acquisto degli utenti

    Sembrerebbe banale, quasi scontato, affermarlo, ma a guardare gli ultimi due anni non lo è affatto: Facebook, nonostante tutto, continua ad influenzare le scelte d’acquisto degli utenti. E’ quanto emerge da una nuova recente indagine di The Manifest.

    A ben vedere, come abbiamo cercato di raccontare qui sul nostro blog, gli ultimi due anni per Facebook non sono stati certo facili. Prima tutte le fake news collegate all’elezione di Donald Trump e poi, ancora più grave, lo scandalo Cambridge Analytica, hanno minato seriamente Facebook e tutto il suo ecosistema. Ebbene, nonostante tutto questo, Facebook è ancora molto seguito, lo dimostra l’ultima trimestrale molto positiva, ed è ancora la piattaforma che più di altre è in grado di influenzare le scelte d’acquisto degli utenti, anche più di Instagram. E’ quanto emerge da una interessante indagine di The Manifest, che ormai ci ha abituato a questo tipo di ricerche.

    Prima che, giustamente, venga evidenziato, la ricerca è stata effettuata negli Usa su un gruppo di utenti non molto vasto, ma sufficiente per trarre significative indicazioni, ed è quello che ci interessa fare insieme a voi.

    Come detto, per Facebook non è stato un periodo florido visti i continui scandali, ma la piattaforma resiste ancora. Al punto che in Italia è ancora la più seguita e, secondo l’ultima trimestrale, la base utenti continua a crescere.

    facebook scelte acquisto utenti social media

    I social media, come abbiamo imparato, sono degli strumenti eccellenti che abilitano la conversazione e la facilitano molto quando si tratta di entrare in relazione con i brand, ad esempio. E la conversazione è il passaggio obbligato attraverso la quale dare vita alla Relazione, passaggio, anche questo, fondamentale.

    Il 74 percento degli utenti segue i brand sui social media e il 90 percento di essi usa proprio questi canali per interagire con essi. Senza contare il dato forse più importante e cioè che gli utenti si fidano dei social media, infatti il 67 percento dichiara di aver effettuato un acquisto dopo aver visualizzato un annuncio pubblicitario sui social.

    Da questa ricerca di The Manifest emerge anche che le donne effettuano più spesso acquisti dopo aver visionato annunci da Facebook o da Instagram, mentre gli uomini sono più propensi ad acquistare dopo aver visto annunci si YouTube o Twitter.

    Ovviamente, anche gli utenti più giovani vengono influenzati dai social media: il 77 percento dei Millennials ha maggiori probabilità di fare un acquisto dopo aver visto una pubblicità sui social media rispetto al 69 percento della Generation X e del 48 percento dei baby boomers.

    Detto questo, quali sono le piattaforme che influenzano meglio gli utenti?

    decisioni acquisto facebook social media

    Dalla ricerca emerge che Facebook gioca ancora un ruolo importante. Il 52 percento degli utenti ha maggiori possibilità di acquistare dopo aver visto un annuncio su Facebook, rispetto al 48 percento degli utenti che acquisterebbe dopo aver visualizzato annunci su altre piattaforme, e cioè:

    • Instagram, 16 percento;
    • YouTube, 11 percento;
    • Pinterest, 10 percento;
    • Twitter, 6 percento;
    • Snapchat e LinkedIn, 2 percento;
    • Reddit, 1%.

    Facebook resta ancora la piattaforma più seguita ed è quella che, meglio di tutte le altre, mostra una capacità di targeting molto accurata. Di conseguenza, resta ancora quella più capace di influenzare le decisioni di acquisto degli utenti. Spiegazione banale anche questa, ma molto realistica, visti i risultati.

    Parlavamo prima di conversazione e di relazione tra utenti e brand. E sappiamo bene quanto sia importante per le aziende che gli utenti interagiscano con gli utenti, cosa abbastanza difficile del resto, anche perché l’interazione poi si manifesta in modi diversi.

    utenti brand social media

    Ora, da questa ricerca emerge che il 51 percento degli utenti apprezza i post dei brand, il che non assicura una relazione; il 31 percento poi lascia una recensione, ecco sarebbe bello se l’azienda poi desse seguito alla stessa recensione perché è lì che si può sviluppare una relazione duratura; il 22 percento poi menziona il brand sul proprio profilo, anche qui, sarebbe bello dare un seguito e capire la motivazione; il 20 percento poi invia DM su Twitter e il 18 percento twitta direttamente alle aziende. Ecco, migliorare su questi punti sarebbe un grande passo, perché è vero che i social media sono eccellenti modi attraverso i quali comunicare, ma sono altrettanto eccellenti strumenti con cui fornire agli utenti assistenza.

    Ecco, proprio in relazione a questi ultimi dati, è bene sempre che l’azienda abbia ben chiara quale sia la piattaforma su cui investire, in modo tale da conoscere a fondo il pubblico di riferimento proprio per da vita alla Relazione con gli stessi utenti.

  • Ecco come Twitter punta sull’advertising partendo dallo Sport

    Ecco come Twitter punta sull’advertising partendo dallo Sport

    Ma cosa offre Twitter dal punto di vista dell’advertising? E’ una piattaforma su cui conviene puntare? Queste sono solo alcune delle domande che spesso ci si pone quando si pensa alla piattaforma da 280 caratteri in chiave advertising. Per questo motivo, abbiamo intervistato Simone Tomassetti, Head of Sports Sponsorship Southern Europe di Twitter, che ci ha spiegato i nuovi prodotti.

    Molto spesso raccontiamo, qui sul nostro blog, di Twitter e di come la piattaforma sta cercando, proprio in questi mesi, di provare a dare una marcia in più. E come abbiamo visto dall’ultima trimestrale, che ha visto una crescita importante del numero degli utenti giornalieri “monetizzabili”, quella marcia comincia a dare qualche frutto. C’è forse un aspetto poco conosciuto nel nostro paese, o, se vogliamo, non del tutto spiegato come dovrebbe essere, che è quello che riguarda l’advertising su Twitter, ossia come le aziende possono sfruttare le potenzialità della piattaforma per fare pubblicità.

    A questo proposito, abbiamo cercato di portare alla luce un tema che siamo sicuri interesserà molti, perchè è l’occasione per conoscere cosa Twitter offre dal punto di vista dell’advertising, con quali modalità e con quali vantaggi. E la chiacchierata fatta con Simone Tomassetti ci aiuta a capire tutto questo e a scoprire, ad esempio, che la Roma in Italia è molto avanti da questo punto di vista.

    Simone Tomassetti è il responsabile partnership sportive sud Europa per Twitter da due anni. Il suo ingresso nell’azienda guidata da Jack Dorsey, dopo 10 anni di Infront Sports e Media, è dato dal fatto che da circa 2 anni e mezzo, 5/6 anni negli Usa, Twitter è entrata nel mondo dei diritti media. C’era quindi bisogno di figure professionali che potessero sviluppare un servizio esclusivo di Twitter che non esiste su nessuna altra piattaforma. In effetti, quello che i clienti possono fare con i partner, i quali mettono a disposizione i contenuti, possono farlo solo su Twitter.

    Twitter advertising italia

    Allora, Simone, intanto grazie di aver accettato questa chiacchierata e ci puoi spiegare in cosa consiste il tuo lavoro in Twitter?

    Allora, il mio lavoro consiste nello stringere partnership con chi ha contenuti rilevanti, quelli che noi chiamiamo “premium” da postare sulla piattaforma. Operiamo essenzialmente sullo Sport, al momento il settore verticale su cui stiamo spingendo i nostri sforzi, ma questo prodotto può essere valido per tutti i verticali. Lavoriamo quindi con Federazioni, club di calcio, il principale partner è il Real Madrid, ma anche il Barcellona, la Roma, fino ad arrivare ai broadcaster, e il partner principale in Italia in questo caso è Sky.

    Quello che facciamo quindi è prendere i contenuti rilevanti da queste partnership e monetizzarli associandoli a uno o più brand. I brand si associano a questi contenuti attraverso vari formati. Il formato classico è quello pre-roll, ma stiamo puntando molto in questo ultimo periodo sulla sponsorship website card, una card vera e propria che vedrà in primo piano il contenuto del partner e, all’interno di esso, verrà integrata una landing page del cliente, proprio all’interno del tweet. Un esempio è il contenuto del Real Madrid, preso da un momento di allenamento della squadra, con all’interno una landing page di Adidas che riporta direttamente agli scarpini di uno dei giocatori del video. L’utente, in questo modo, visualizza il tweet, perchè di suo interesse, ma, allo stesso tempo, ha la possibilità di comprare il prodotto da subito.

    E’ una integrazione totale. Ecco, ogni formato beneficia di tutti i dati presenti sulla piattaforma. Questo significa che i brand hanno la possibilità di mirare i propri target con più efficacia, andando ad impattare solo le persone che si vogliono raggiungere. Con questa modalità il pre-roll non viene lanciato a caso, ma viene programmato per essere visto solo da quegli utenti individuati dal brand. Il brand in questo modo ha disponibili dei dati per ottimizzare il proprio messaggio e ha la possibilità di unirsi ad un contenuto che è davvero rilevante.

    simone tomassetti twitter
    Simone Tomassetti – Twitter
    In questo modo il brand intercetta l’utente in quel momento e offre allo stesso un’informazione che si aspetta, è corretto?

    Sì è corretto, e aggiungo anche che tutto questo funziona sulla base di come gli utenti utilizzano Twitter. Come sappiamo, Twitter è la piattaforma per informarsi su quello che accade in tempo reale, in occasione di un evento gli utenti si informano attraverso Twitter. Significa per il brand, a livello sportivo, associarsi ad un contenuto real time, di conseguenza gli utenti in quel momento sono molto ricettivi. Pensiamo ad una partita di calcio, occasione eccezionale per andare a portare agli utenti, che se lo aspettano, quel preciso messaggio.

    Tutto chiaro, sappiamo anche che il Calcio è uno dei principali argomenti più discussi su Twitter e in quel contesto si generano molte conversazioni. Ma questa modalità può essere replicata anche su altri settori?

    Questo nuovo prodotto beneficia delle conversazioni che vengono aggregate sotto un hashtag. Quindi abbiamo:

    • le persone che sono molte ricettive in quel momento perché interessate;
    • il contenuto rilevante;
    • e, per il brand, la possibilità di cogliere questa opportunità.

    Significa mettere insieme le caratteristiche di Twitter e legarle a dei prodotti nuovi.

    Certo che questa modalità può essere adatta ad altri settori e ad altri verticali. Per esempio in Italia abbiamo un accordo con Live Nation per tutti i concerti estivi, abbiamo un accordo con Vice per l’intrattenimento, lifestyle. Non lavoriamo solo sullo sport, anche se al momento è la parte più rilevante. Lo stesso vale in altri paesi.

    E’ assolutamente chiaro che questo è un prodotto replicabile con altri partner e in altri settori. Il concetto vale anche in altri contesti. Ad esempio, il mondo fashion, prova a pensare la narrazione sulla piattaforma delle sfilate di moda a Milano. In quel momento, gli utenti interessati al tema, potrebbero vedere un contenuto legato al tema con un brand che promuove un suo prodotto.

    Noi abbiamo dei dati che ci dicono che nel momento in cui accade qualcosa, Twitter è la piattaforma che guadagna di più mentre tutte le altre sono in calo. E il contenuto dimostra il suo valore all’interno delle 48 ore successive, poi non serve più. La regola poi è quella di realizzare contenuti brevi e immediati, di 30 secondi massimo 3 minuti.

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    Twitter secondo trimestre 2019, sono 139 milioni gli utenti giornalieri monetizzabili

    Qual è al momento lo stato dell’arte dell’advertising di Twitter nel nostro paese?

    In Italia credo ci sia ancora molto lavoro da fare. Il trend è inequivocabile: negli Usa già 2 anni fa gli investimenti pubblicitari sul digitale hanno superato quelli sulla televisione. Il problema è che alle volte l’onda dei prodotti e della tecnologia ti sovrasta e a quel punto devi rincorrere. Mi piacerebbe che si arrivasse a sperimentare meglio sui prodotti, anche perchè questo significa arrivare più preparati.

    Ade esempio, noi lavoriamo molto bene con la Roma, sono sempre molto interessati a provare le novità dal punto di vista digitale, hanno un approccio molto attento e curioso, infatti, fin dall’inizio ci avevano detto che volevano essere i primi a sperimentare prodotti nuovi. Questo è l’atteggiamento giusto da tenere, anche perchè poi si trasforma grande vantaggio per le aziende, le cose nuove hanno un prezzo molto vantaggioso. Sperimentare comporta quindi bassissimi rischi e costi altrettanto contenuti e spesso il ritorno è sempre buono.

    Possiamo dire che da questo punto di vista Twitter c’è, è presente allora?

    Questi di cui abbiamo parlato sono tutti dati che ci dicono che Twitter è presente e attivo. Se l’azienda cliente sa come elaborare questi dati, come lavorarli e studiarli, allora queste campagne su Twitter sono assolutamente positive. E dovrebb essere questo l’approccio per fare campagne sul digitale, cioè dare qualcosa sulla base di dati, elaborarli e studiarli anche per utilizzarli nuovamente e migliorare la campagna. La relazione con l’utente fidelizzato deve essere coltivata, mantenuta, e noi crediamo che sperimentare nuovi prodotti e offrire sempre nuove soluzioni sia la strada giusta. E sì, Twitter è presente.

  • Twitter secondo trimestre 2019, sono 139 milioni gli utenti giornalieri monetizzabili

    Twitter secondo trimestre 2019, sono 139 milioni gli utenti giornalieri monetizzabili

    Twitter ha pubblicato oggi i dati relativi alla seconda trimestrale del 2019 e sono dati molto positivi. I ricavi sono 841 milioni di dollari, in crescita del 18% rispetto allo scorso anno. E anche gli utenti giornalieri “monetizzabili” sono in crescita, arrivando ad essere 139 milioni.

    Twitter, come dicevamo presentando la prima trimestrale del 2019, potrebbe davvero aver iniziato la tanto attesa risalita, dopo un periodo buio di diversi mesi. E, dopo i primi segnali positivi visti nei primi tre mesi dell’anno, possiamo dire che anche questa seconda trimestrale presenta dati in positivo, da diversi punti di vista. Un segnale incoraggiante per il Chief Executive Officer, Jack Dorsey, e il suo team, intenti in questi mesi a ridisegnare ed implementare la piattaforma con nuove funzionalità, che vedremo presto, con un nuovo design per la versione web, lanciato di recente. Ma passiamo a vedere qualche dettaglio in più sulla seconda trimestrale del 2019 di Twitter.

    I ricavi sono cresciuti del 18% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e sono arrivati a 841 milioni di dollari. Si registra anche un incremento del 5% rispetto alla trimestrale precedente, quando i ricavi erano stati 787 milioni di dollari. Da registrare un utile netto di 156 milioni di dollari, leggermente inferiore al trimestre precedente. I ricavi pubblicitari sono stati 721 milioni di dollari, in crescita del 21% su base annua.

    twitter secondo trimestre 2019 franzrusso.it

    Ma visti questi numeri, che in certo qual modo lasciano intravedere una inversione di tendenza, soprattutto dal punto di vista finanziario per una migliore sostenibilità aziendale, c’era molta attesa però sulla vera novità che viene introdotta in questa trimestrale.

    Come già ricordato, da questa trimestrale Twitter non renderà più noto il dato degli utenti mensili totali, che ricordavamo essere fermi a 330 milioni. E questo per due motivi: il primo perché Twitter ha mancato per due trimestri consecutivi le previsioni degli analisti finanziari, ha deciso quindi di mostrare solo il dato giornaliero; il secondo, faccia della stessa medaglia, è che a Twitter conviene rendere noto solo il dato giornaliero perché è il dato su cui sta lavorando e sui cui sono attesi maggiori progressi.

    Infatti, l’introduzione della nuova veste grafica per la versione desktop va letta in questa ottica. Twitter sta lavorando su nuovi formati pubblicitari più grandi, ecco perché spiegato in parte il nuovo design.

    Twitter, ecco gli utenti giornalieri “monetizzabili”

    Il nuovo dato degli utenti è quindi quello relativo agli utenti giornalieri “monetizzabili”, ossia quegli utenti a cui sono stati sottoposti annunci pubblicitari, il dato più significativo per gli inserzionisti. Questo anche per dare meno enfasi al dato mensile che tanti problemi ha creato a Dorsey & Co.

    Ebbene, rispetto all’ultima trimestrale gli utenti giornalieri sono 139 milioni in crescita di 5 milioni rispetto all’ultima trimestrale. Un dato tutto sommato positivo che però, come specificato anche dal CFO di Twitter, Ned Segal, non si tratta di un dato standardizzato.

    Intanto, se pur positivo, non è paragonabile ancora al dato di Snapchat, che nel secondo trimestre ha dichiarato 203 milioni di utenti giornalieri, o a quello di Facebook, con 1,59 miliardi di utenti giornalieri. Twitter non è in competizione con servizi come questi, ma, in ogni caso, resta un dato nettamente inferiore che ci dice che la piattaforma resta ancora poco presidiata. E’ lecito pensare che le nuove funzionalità, tese per lo più a migliorare la conversazione tra gli utenti, possano trainare Twitter ancora più in alto.

    Come sappiamo, e abbiamo raccontato anche qui sul nostro blog, Twitter ha passato gli ultimi mesi a cercare di contrastare il crescente fenomeno dello spam e degli atteggiamenti malevoli. Di fronte a questi sforzi, Twitter dice che i fenomeni sono in calo del 18%.

    A fronte di questi dati, il titolo “twtr” a Wall Street ha fatto segnare subito un balzo del 30% e ha chiuso con +8,9%.

    Insomma, sono dati che per certi versi incoraggianti e sarà davvero interessante osservare l’evoluzione della piattaforma nei prossimi messi, soprattutto alla luce delle funzionalità che stanno per arrivare, tuttora in test pubblico.

  • Bottom Nine, le immagini su Instagram che hanno ottenuto zero like

    Bottom Nine, le immagini su Instagram che hanno ottenuto zero like

    E se, invece di celebrare le immagini che hanno ricevuto più like, invertissimo la narrazione celebrando quelle con “zero like”? E’ questo che ha portato Kahlùa a realizzare una mostra a New York, dal 25 al 28 luglio, dal titolo “Zero Likes Given” e un sito, Bottom Nine, dove è possibile rintracciare le foto condivise su Instagram che hanno avuto meno gradimento.

    Piaccia o non piaccia, viviamo nell’era del doppio tocco e della ricerca continua del “like”, visto come una forma di appagamento e di soddisfazione, al punto da farci perdere momenti importanti che dovrebbe essere più vissuti. Questa premessa in realtà vuole aprire questo post che contiene due notizie che fanno parte della stessa narrazione. L’iniziativa che dà vita a queste due notizie è legata al marchio Kahlùa, forse non molto noto in Italia, un brand legato alla produzione di alcolici e liquori, che, in collaborazione con l’attrice Jackie Cruz, che molti di voi riconosceranno perchè è Flaca in “Orange is the New Black“, celebre serie su Netflix, aprirà al pubblico a New York, dal 25 al 28 luglio (198 Allen St NYC, ingresso libero), una mostra da titolo già eloquente: “Zero Likes Given“. Si tratta quindi di una mostra fotografica dove vengono esposte immagini, condivise su Instagram, che, per tanti motivi, non hanno ottenuto il successo che forse meritavano, collezionando zero like.

    Pensate che ci sarà anche la prima immagine della storia di Instagram che ha ottenuto zero like del 2010, l’anno in cui Instagram andò online.

    bottom nine zero like given
    La mostra Zero Likes Given a New York, dal 25 al 28 luglio 2019

    Ma dietro a questa mostra, che meriterebbe di essere vista se siete in vacanza a New York in questi giorni, vuole essere un momento di riflessione rispetto alla relazione che spesso si viene a creare tra il voler condividere un contenuto che ci emoziona e il desiderio spasmodico di ricevere consensi, sotto forma di like. Ed è la spasmodica ricerca di like che rischia, il più delle volte, di alterare quel desiderio di condivisione di un’emozione, facendola diventare altro, quasi un’alienazione dalla realtà.

    Usiamo il termine alienazione non a caso. Perchè Kahlùa, proprio in occasione del lancio della mostra, ha commissionato un’indagine tra i Millennials americani scoprendo che più della metà di essi si sono persi dei momenti importanti della loro vita perchè intenti a postarlo sui social media, e su Instagram in particolare. Si viene assorbiti all’interno di questo meccanismo della ricerca del like, quindi del consenso, al punto da perdersi momenti salienti della propria vita. Un’alienazione quasi.

    L’indagine ci rivela comunque che:

    • il 90% dei Millennials, utenti social media, ritiene che sia importante vivere il momento, invece che rischiare di perderselo perchè intenti a postarlo sua una stories;
    • il 60% di essi ritiene che sia importante che l’immagine ottenga un alto numero di like;
    • il 34% controlla poi in maniera compulsiva che l’immagine ottenga i like sperati.

    C’è poi un 30% di Millennials che afferma, nel caso in cui venisse abbandonato su un’isola deserta, che avvertirebbe di più la mancanza dei social media rispetto al sesso.

    Questi dati servono a compiere una riflessione più ampia su quale sia il ruolo di queste piattaforme nella nostra vita, partendo da queste indicazioni fatte sui Millennials.

    bottom nine

    bottom nine kahlua

    E, oltre a questo sondaggio, Kahlùa ha lanciato un sito, chiamato Bottom Nine, un chiaro riferimento a Best Nine, ossia le nove foto che hanno ottenuto più like durante l’anno, al contrario. In questo caso, vengono prese in considerazione le immagini che hanno ottenuto zero like. Si tratta proprio di un capovolgimento della narrazione, per cercare di riflettere sulle cose più importanti della nostra vita che non devono essere ancorate ad una condivisione spasmodica, forzata. Il rischio che si corre è appunto quelle di perderle, di vederle svanire in quell’attimo che avremmo voluto vivere insieme ad esse.

    Se volete provare anche voi, andate sul sito kahlua.com/bottomnine e, una volta autorizzato l’accesso con il vostro account Instagram, verranno fuori le vostre #BottomNine che potrete condividere su Instagram.

    E voi che ne pensate di questi dati?

  • Vino e Digitale 2019, cresce l’e-commerce e sui social si punta sulla qualità

    Vino e Digitale 2019, cresce l’e-commerce e sui social si punta sulla qualità

    Cresce l’e-commerce e la presenza sui social media viene curata avendo più attenzione per la qualità. Potremmo così sintetizzare la nuova edizione, la sesta, della ricerca che Omnicom PR Group Italia effettua ogni anno per analizzare la presenza online delle prime 25 aziende vinicole italiane, per fatturato. E ci sono altri dati interessanti, con infografica.

    Sin dalla prima edizione abbiamo seguito sempre con grande interesse questa ricerca che Omnicom PR Group Italia effettua ogni anno per analizzare la presenza online delle prime 25 aziende vinicole italiane, per fatturato. Giunta alla sesta edizione, possiamo dire che le aziende vinicole cominciano a comprendere il valore dell’e-commerce, si nota una crescita in questo senso, anche se ci si aspetterebbe di più, e, soprattutto, ad orientare la propria presenza online, sul web e sui social media, verso la qualità. Tutti elementi che avevamo messo in evidenza analizzando le prime edizioni della ricerca e siamo ben felici di riscontrare questa direzione. Resta ancora qualcosa su una migliore user experience sui siti web, si una migliore implementazione di strumenti rivolti all’assistenza clienti, ma si può affermare che le aziende vinicole italiane hanno compreso bene l’importanza del contenuto come veicolo per una migliore relazione con i consumatori.

    E ora, passiamo a vedere i dati della nuova ricerca, un po’ più nel dettaglio.

    vino digital social media 2019

    Le aziende vinicole e i social: cresce Instagram

    Lo avevamo già notato lo scorso anno con la precedente edizione e ne troviamo conferma anche in questa edizione. Alle aziende vinicole piace Instagram e questo si riflette in una crescita del seguito. Instagram continua a crescere rispetto a tutti gli altri social, con un incremento di follower del 71% rispetto al 2018, segno di un crescente interesse verso il social network da parte dei brand ma anche da parte dei giovani verso il mondo del vino. Oggi sono 17 su 25 le aziende ad avere un account ufficiale (contro le 15 del 2018 e le 6 del 2014).

    Facebook rimane stabile con 21 aziende su 25 ad avere un account ufficiale mentre migliora la frequenza di aggiornamento settimanale (72% delle cantine nel 2018 contro l’84% del 2019).

    YouTube e Twitter non invertono il trend degli ultimi anni, risultano poco presidiati e aggiornati (il primo utilizzato spesso come “archivio”, il secondo per comunicare sporadicamente news sull’azienda).

    Si fa spazio l’e-commerce

    Nell’epoca di Amazon e dei player specializzati in e-commerce del vino è interessante notare che, negli ultimi 12 mesi, le aziende con e-commerce proprietario sono passate da 3 su 25 (2018) a 6 su 25 (2019).  Una controtendenza quindi, forse guidata dalla volontà di accompagnare il consumatore lungo tutto il percorso d’acquisto, senza lasciare a terze parti, nell’ultimo miglio, storytelling, packaging del prodotto e assistenza clienti. In alcuni casi il vino è la chiave per poter vendere altri prodotti alimentari o un’esperienza sul territorio.

    classifica vino digitale 2019

    Le aziende vinicole e il contenuto legato al territorio

    Tutte le aziende menzionano, a vario titolo, i vitigni autoctoni (nel 2018 erano il 64%, nel 2014 solo il 19%). Varia il livello di approfondimento: alcune cantine non si limitano a citarli, ma dedicano spazio alla descrizione dei vitigni e alla scelta di utilizzo, altre dedicano particolare attenzione al tema con un’intera sezione del loro sito (e un racconto del programma di utilizzo e recupero dei vitigni autoctoni).

    13 cantine su 25 (52%) fanno riferimento a percorsi di degustazione (nel 2018 erano il 40%, solo il 15% nel 2014) alcune, con una comunicazione pensata direttamente per il consumatore, hanno sezioni dedicate e approfondimenti. Le più virtuose sfruttano anche la vocazione turistica del territorio, spesso con menzione di aree e luoghi da visitare. Interessante il trend del “food pairing” (abbinamenti vino-cibo) che vede 10 aziende su 25 protagoniste.

    Seppur con diversa intensità, nel 2019 il 100% delle aziende (76% nel 2018 e 37% nel 2017) tratta il tema sostenibilità menzionando certificazioni, efficienza energetica, gestione sostenibile delle risorse naturali e agricoltura priva di pesticidi.

    Infine, la narrativa su iniziative di responsabilità sociale è ancora agli albori, e approfondisce le attività principalmente legate all’arte e alla cultura. Oggi ne parlano 7 aziende su 25.

    Aziende vinicole, lingue e chat

    Le aziende scelgono di comunicare principalmente in lingua italiana e inglese sui loro siti. Nel 2019, dopo l’italiano (25 su 25), abbiamo l’inglese (21 cantine su 25) seguito dal tedesco (7 su 25), cinese (3 su 25) e russo (2 su 25).   Nonostante le potenzialità di alcuni paesi emergenti, si preferisce ancora concentrare gli sforzi sulle lingue delle mete “tradizionali” per il nostro export.  Sui canali social, 10 aziende su 25 propongono contenuti in lingua straniera. Di queste 10, solo 5 hanno pagine interamente dedicate a mercati esteri.

    Per ciò che concerne le chat, quasi tutte su Messenger, solo 12 aziende su 25 hanno risposto a richieste di informazioni. Un’area di miglioramento questa in quanto le chat possono indirizzare gli utenti verso contenuti per loro rilevanti (come ricerca prodotti, educazione sul territorio, eventi e percorsi enogastronomici, etc.).

    Infine, nessuna delle aziende vinicola offre podcast, formato in crescita per creare una relazione sempre più stretta con i propri consumatori. Chissà che non se ne cominci a vedere qualcosa il prossimo anno.

    Aree di miglioramento arrivano anche dall’user experience di alcuni siti, concepiti fino ad oggi per essere solo una vetrina di prodotti (solo 8 su 25 hanno un punteggio superiore al 7 in una scala da 1 a 10) e poco ingaggianti con i visitatori. Infine, continuano ad essere importanti in ottica SEO (Search Engine Optimization) i siti esterni di qualità (link-in) che rimandano ai website delle cantine, su questo un buon lavoro di ufficio stampa e digital PR può aiutare molto.

    Allora che ne pensate di questi dati? Qui in basso l’infografica completa.

    vino digitale 2019 infografica