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  • Ecco Twitter Poll, lo strumento per fare sondaggi su Twitter

    Ecco Twitter Poll, lo strumento per fare sondaggi su Twitter

    Twitter ha annunciato il rilascio di una nuova funzionalità che avverrà nei prossimi giorni. Si tratta di Twitter Poll, lo strumento utile per creare sondaggi sulla piattaforma da 140 caratteri, con cui gli utenti avranno la possibilità di esprimere la propria opinione sugli argomenti per loro più rilevanti, in pochi click.

    Twitter ha annunciato il rilascio di una nuova funzionalità che avverrà nei prossimi giorni. Si tratta di Twitter Poll, strumento con cui si potranno creare dei sondaggi sulla piattaforma e gli utenti davvero in pochi click potranno esprimere la propria opinione. Ad un primo sguardo, per la stessa natura di Twitter, questa funzionalità sembra adeguata alla piattaforma, crea infatti interazione e permette di conoscere l’opinione del proprio pubblico. Gli utenti, dal canto loro, potranno far valere il loro parere.

    Twitter-Poll

    Già in passato Twitter si era avventurato con diverse modalità per fare sondaggi, twittando domande, tracciando le risposte del pubblico, conteggiando i voti con gli hashtag o chiedendo ai follower di favorire o retwittare un Tweet per votare. Ora, invece, ognuno potrà creare il proprio sondaggio (una domanda e due possibili risposte) direttamente dalla casella di composizione del Tweet e resterà online per 24 ore. Si potrà partecipare a ogni sondaggio e il voto non sarà reso pubblico.

    Nei prossimi giorni la funzionalità attraverso la quale creare sondaggi sarà introdotta gradualmente su Twitter per iOS, Twitter per Android e Twitter.com. Quando comparirà l’icona dei sondaggi nella casella di composizione del Tweet, sarà possibile creare un sondaggio.

    Twitter-Poll-mobile

    Come detto prima, l’idea di lanciare sondaggi in maniera abbastanza rapida come in questo caso, possibilità per tutti, non è male specie per tanti operatori dell’informazione che con questa modalità potranno sondare le opinioni degli utenti per diversi argomenti. Basti pensare alle prossime elezioni negli Usa, uno strumento come questo verrà certamente usato dagli organi di informazione per verificare l’orientamento di voto degli utenti.

    Ma potrebbe essere utile anche per trasmissioni televisive che in un attimo potranno interrogare gli utenti sul tema che si sta trattando durante una data trasmissione.

    Tutto questo, evidentemente, può aiutare il dato dell’engagement sulla piattaforma, un dato che nei mesi scorsi era in calo continuo. Vedremo come verrà accolta dagli utenti.

    E voi che ne pensate? (In attesa di fare anche noi un sondaggio eh!).

  • Facebook è una delle principali fonti di informazione in Italia

    Facebook è una delle principali fonti di informazione in Italia

    Il terzo Osservatorio delle Comunicazioni dell’Agcom fornisce una serie di informazioni interessanti anche per quanto riguarda i social media. Facebook è per gli italiani non solo il social network preferito ma anche una delle principali fonti di informazione ed è anche il secondo sito più consultato, dopo Google.

    Parliamo spesso dei social media, come ben sapete, cercando di conoscere e interpretare, come meglio possiamo, le evoluzioni e le trasformazioni in atto. Ma ci piace anche vedere come i social media vengono utilizzati dagli italiani. Ora, sappiamo bene che gli italiani amano i social media, per tempo trascorso (2,5 ore in media ogni giorno per utente) siamo il primo paese in Europa, con una penetrazione del 46%, tra le più alte sempre in Europa. Ma i social media sono anche fonte di informazione e gli italiani questo ormai lo hanno compreso benissimo.

    Il terzo Osservatorio delle Comunicazioni dell’Agcom da questo punto di vista offre spunti davvero interessanti, soprattutto in relazione ai social media. Forse questi che stiamo per elencare sono dati già conosciuti. Risalgono, infatti, a qualche mese fa, ma è sempre buon cosa poterli vedere e analizzarli insieme ad altri.

    facebook-informazioni

    Tra le fonti di informazione più consultate, restando nel perimetro specifico dei social media, Facebook (8,3%) è la prima fonte, e già questo è un dato rilevante. Comunque è una delle più importante per gli italiani. Infatti, nella classifica generale, al primo post si trova il sito de la Repubblica (13,5%), poi segue Google (8,8%), ANSA (8,4%) e di poco distante appunto Facebook. Quindi il social network per antonomasia viene visto dagli italiani come una fonte importante dalla quale reperire informazioni su fatti locali e nazionali. Guardando la classifica notiamo anche YouTube (3,4%), dietro il Sole 24 Ore, e troviamo anche Wikipedia (2,8%).

    In fondo a questa classifica troviamo Twitter con una percentuale molto bassa: solo l’1,7% degli utenti italiani lo ritiene una fonte importante di notizie. Un dato che la dice lunga sulle difficoltà in cui versa la piattaforma da 140 caratteri che sulle informazioni e sulle notizie ha praticamente costruito, quasi, la sua ragion d’essere. E’ un’osservazione molto importante, perché è  la dimostrazione che la piattaforma è difficile da usare per gli utenti, tanto da essere consultato poco.

    Ricordiamo che la fonte principale per le informazioni in Italia resta, incontrastata, la televisione (99,3%), mentre Internet è al 54,1%, anche se è in crescita di quasi il 16% in cinque anni.

    Se guardiamo poi i siti più consultati dagli utenti italiani, notiamo che Google (95,3%) è al primo posto con un tempo di navigazione mensile per persone di poco superiore alle 5 ore. In seconda posizione troviamo Facebook (81,2%) con un tempo di navigazione al mese per utente di ben 13,2 ore.

    WhatsApp (57,6%) vanta un tempo di navigazione per mese di 9 ore e 52 minuti e guadagna tre posizioni in classifica.

    Facebook, quindi, non è solo un social network, e questo lo si era ben capito, ma è ben oltre questa definizione che ormai comincia ad stargli stretta. E’ usato per reperire informazioni ed è uno dei siti più consultati. Per intenderci, molti appena accendono il pc alla mattina hanno come pagina impostata sul proprio pc quella di Google, e questo lo si riscontra. Ma tanti altri, appena acceso il pc, accedono direttamente su Facebook.

    E voi? Anche per voi Facebook è fonte di informazioni? Raccontateci la vostra esperienza.

  • Ecco i brand della cultura e della formazione sui social media

    Ecco i brand della cultura e della formazione sui social media

    Sezione interessante quella che vi proponiamo oggi del report di Blogmeter che studia la presenza dei brand sui Social Media. Oggi parliamo di Cultura e Formazione e vediamo come i brand legati a questi mondi usano questi canali. Tra questi spiccano su Facebook spiccano il Museo Guggenheim di Venezia e Skuola.net, mentre su Twitter si evidenzia CICAP e il Maxxi.

    Cogliendo l’occasione che il mese di settembre rappresenta il periodo dei grandi rientri, primo tra tutti quello scolastico e delle università, così come in generale tutte le altre attività culturali, Blogmeter ha monitorato due aree di estremo interesse di cui oggi vi parliamo. All’interno del suo continuo monitoraggio dei brand sui Social Media, una sezione interessante è dedicata proprio a quei brand che appartengono al mondo della Cultura e della Formazione, cercando di vedere come e con quali risultati usano i Social Media. E da questa ricerca emergono brand variegati come università o musei, passando dai centri educativi e culturali. Ma vediamo i risultati della ricerca considerando i parametri che ormai abbiamo imparatoa conoscere, ossia coinvolgimento e acquisizione di nuovi fans/followers.

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    Su Facebook spicca il Museo Guggenheim di Venezia

    Partendo come al solito da Facebook, notiamo che dal punto di vista del prima parametro, quello dell’engagement, spicca la pagina del The Peggy Guggenheim Collection che si piazza anche al quarto posto della classifica dei brand che acquisiscono più fans nel periodo. A dare così tanta popolarità al museo di Venezia è stata la notizia del successo estivo della mostra di Pollock, diffusa il 1 settembre. Al secondo posto troviamo Treccani.it che ottiene questa posizione grazie alla diffusione di aforismi, citazioni e dei suoi #AccaddeOggi. In terza posizione troviamo Psicologia Psicoterapia Italia, il profilo della prima e-learning community italiana per la Formazione Continua in Psicologia.

    Guardando la classifica relativa ai brand che acquisiscono più nuovi fans nel periodo, vediamo che al primo posto si piazza la pagina si Skuola.net, con 12.237 nuovi fans, e restando in tema arte, al secondo posto troviamo la pagine de La Biennale di Venezia con la #BiennaleArte2015, con 2.509 nuovi fans. In terza troviamo l’Università Lumsa con 1.958 nuovi fans e proprio le università sono quelle che riservano molta attenzione a Facebook, attente proprio nel comunicare con i propri utenti. Si notano infatti l’Università Bocconi, il quarto profilo più coinvolgente della classifica, ma anche il Politecnico di Milano, oltre all’Università di Torino.

    Su Twitter spiccano CICAP e Maxxi

    Se su Facebook si notano una buona presenza delle università, lo stesso non può dirsi su Twitter dove invece se ne nota l’assenza, dimostrando di preferire Facebook per comunicare con i propri utenti. E su Twitter sia dal punto di vista del coinvolgimento che dal punto di vista dell’acquisizione di nuovi followers vediamo che trionfa il CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, che ha raggiunto il picco di interazioni il 25 settembre in occasione del live tweeting effettuato durante il Convegno CICAP, giorno in cui sono stati condivisi 337 tweet. Sempre per engagement, in seconda posizione troviamo il Circolo Lettori, che realizza numerosissime attività culturali promosse proprio attraverso Twitter. E anche in questa sezione si fanno notare Treccani e skuola.net, rispettivamente in terza e quinta posizione.

    Nella classifica dei brand che acquisiscono più nuovi followers nel periodo, notiamo che in seconda posizione, dopo CICAP, si piazza il profilo del Maxxi di Roma, che è molto attivo su Twitter. A generare grande interesse è l’iniziativa #Askacurator, attraverso cui i curatori del museo si mettono a disposizione degli utenti di Twitter rispondendo alle loro domande. In terza posizione troviamo Critica Letteraria, un blog letterario collettivo che appassiona gli internauti anche su Twitter con mini recensioni e frasi tratte da libri.

    Allora, che ne pensate di questi dati? Raccontateci la vostra esperienza.

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  • Ricattare con un video su Youtube è violenza privata

    Ricattare con un video su Youtube è violenza privata

    Costringere una persona ad avere contatti informatici minacciando, in mancanza, di diffondere un video compromettente già pubblicato su Youtube integra il reato di violenza privata. E’ questa l’interessante decisione della Corte di Cassazione penale con la sentenza n. 40356, depositata in data 08.10.2015.

    A distanza di poco tempo dalla pubblicazione del mio articolo “Parlar male del collega su Facebook senza nominarlo è diffamazione“, parlo di un nuovo caso di comportamenti scorretti mediante l’utilizzo dei social media. Questa volta il protagonista è un video compromettente pubblicato sul popolare social network Youtube. Vediamo cosa è successo e le motivazioni contenute nella sentenza della Corte di Cassazione n. 40356 del 08.10.2015.

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    Video su Youtube come arma di ricatto: perchè secondo la Cassazione è violenza privata e illecito trattamento dei dati personali

    Un uomo pubblica sul social network Youtube un video contenente pose oscene di una ragazza che conosce. Minaccia, quindi, continuamente la ragazza di diffonderlo pubblicamente, se non accetta di avere con lui contatti informatici. L’imputato tiene la giovane donna “letteralmente sotto scacco”, costringendola ad assecondarlo nelle sue richieste. Denunciato, l’uomo viene condannato in primo e in secondo grado per i reati di violenza privata continuata e trattamento illecito di dati personali. Decide, pertanto, di proporre ricorso in Cassazione.

    La Suprema Corte osserva, preliminarmente, che il delitto di violenza privata – che è un reato di danno, nel quale la condotta sanzionata consiste nel coartare la volontà di un’altra persona, mentre l’evento lesivo “si concretizza nel comportamento coartato di colui che l’ha subita” – consiste  nel costringere un altro soggetto a fare, tollerare o omettere qualcosa, ledendo il diritto di quest’ultimo all’autodeterminazione.

    Nel caso specifico, l’imputato ha inviato numerose email di minacce concrete alla vittima, utilizzando come “arma di ricatto” un video caricato su Youtube nel quale la vittima appare con la gonna alzata. In una delle email inviate, in particolare, avverte la vittima che, se continua a bloccarlo e a non rispondere, pubblicherà il video nell’ambiente ristretto di Reggio Calabria, così “ne sparleranno tutti e ti macchierà per sempre”. Con queste minacce, l’imputato riesce a tenere “sotto scacco” la vittima, coartandone la volontà e costringendola a intrattenere con lui rapporti telematici. Le minacce – proprio perchè l’imputato ha a disposizione il video “compromettente”, che ha già caricato su Youtube e che può, quindi, divulgare in qualsiasi momento, anche su altri social network – sono concrete, tali da ledere il diritto di autodeterminarsi liberamente della giovane vittima.

    Analogamente, la Cassazione conferma la correttezza della condanna dell’imputato per il reato di illecito trattamento dei dati personali. Non reputa fondate, infatti, le contestazioni di quest’ultimo in merito alla circostanza che il video pubblicato su Youtube non è accessibile agli altri utenti perchè non ha inserito i criteri di ricerca e che ha minacciato la vittima di pubblicare il video su Facebook, proprio perchè consapevole che gli utenti di Youtube non possono avere accesso al video. I giudici con l’ermellino osservano, invece, che la lesione del diritto della vittima alla riservatezza dell’immagine si è concretizzata nel momento in cui l’imputato ha inserito il video che ritrae quest’ultima in pose compromettenti nel circuito di Youtube. Aggiunge che l’imputato non ha fornito alcuna prova di avere con certezza escluso che altri utenti possano avere accesso al video.

    Per tutti i motivi sopra indicati, la Corte di Cassazione, con la sentenza 40356/2015, ha confermato la condanna dell’imputato per i reati di violenza privata e trattamento illecito di dati personali.

    Ancora una volta vediamo, quindi, quanto l’utilizzo illecito – o anche imprudente – dei social network può procurare danni notevoli. La casistica sta diventando sempre più varia, e la giurisprudenza sempre più attenta. Non si può pensare ai social network come a “un’oasi felice”, un “far west” al di sopra della legge, dove tutto è concesso. Riflettiamo prima di agire se vogliamo evitare conseguenze, anche penali.

    Fateci sapere le vostre opinioni ed impressioni nei commenti!

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  • Facebook avvia i test dei tasti Reactions in Spagna e Irlanda

    Facebook avvia i test dei tasti Reactions in Spagna e Irlanda

    Esattamente un mese fa era bastato aver sentito pronunciare la parola “dislike” perchè la rete si scatenasse, ma il vero intento di Facebook era di introdurre i tasti empatia. E da quanto riporta Engadget ES, Facebook comincerà presto a testare i tasti “Reactions” in Spagna e in Irlanda. Saranno l’estensione del tasto “like”.

    Ricorderete certamente cosa successe circa un mese fa quando durante un Q&A with Mark uno dei presenti fece una domanda a Mark Zuckerberg se Facebook avesse mai considerato l’idea di introdurre un tasto alternativo al classico “like”, parlando di “dislike” per rendere meglio l’idea. La risposta del CEO del social network più usato fu quella di dire che era allo studio una sorta di “tasto empatia” in modo da dare possibilità all’utente di esprimersi andando oltre il like.

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    Ebbene, a distanza di qualche settimana quello studio a cui faceva riferimento Zuckerberg nel tradizionale incontro con i dipendenti a Menlo Park (tutti i venerdì presso la sede di Facebook) arriva la conferma che quello studio in effetti è qualcosa di più. Infatti Facebook sta per avviare dei test, in Spagna e in Irlanda già da domani, dei tasti “Reactions”, una serie di opzioni rappresentate da emojis che raffigurano diversi stati d’animo. E sono: Like, Love, Risata, Yay (approvazione), Wow (sorpresa), Triste e Arrabbiato. I tasti si attivano tenendo premuto il Like e dopo compaiono i vari bottoni.

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    Il primo ad accorgersi di questo test è stato Engadget ES, la versione spagnola del popolare blog tecnologico, seguito quasi immediatamente da TechCrunch. Le voci si sono rincorse in maniera vorticosa e poi dopo qualche ora Facebook ha ufficializzato i test con un comunicato e lo stesso Zuckerberg ha dato conferma con un post su Facebook dove si vede un video che illustra il funzionamento dei nuovi tasti.

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    C’è già chi dice che sia la copia esatta di quelli usati da Path nel 2012, in effetti, come evidenzia proprio TechCrunch la somiglianza è evidente.

    La scelta di testare i “Reactions” prima in Spagna e in Irlanda è dettata dal fatto che gli utenti di questi due paesi non hanno amici in altri paesi, sono “isolati” da questo punto di vista. Ed è quindi più facile per Facebook fare dei test di questo tipo in contesti come questi.

    Come sappiamo, gli utenti in realtà non avrebbero mai voluto un tasto “dislike”, non avrebbe certo risolto il problema, ne avrebbe creato un altro. Ma certamente bisognerà attendere la fine di questi test per verificare se poi verranno estesi a livello globale.

    Ma voi che ne pensate? Credete che questi Reactions risolveranno il problema?

  • I come e i perché della vera Dipendenza da Internet

    I come e i perché della vera Dipendenza da Internet

    Si parla spesso di Dipendenza da Internet senza distinguerla dal fatto di rimanere costantemente connessi. La Dipendenza si basa su una necessità, e in questo caso, il bisogno è quello di poter vivere in un mondo quasi perfetto, che accetti i nostri limiti, rispetti le nostre aspettative e in cui sia facile vivere. Senza un confronto reale. E’ solo l’educazione al confronto, infatti, la chiave per guarire da questa Dipendenza.

    Smarphone e Tablet ormai entrano perfino nel nostro letto. Ci addormentiamo cercando le ultime notizie sul Web e ci svegliamo pensando già a leggere le email.

    A volte iniziamo a girare in Rete prima ancora di dire “ciao” a chi vive con noi. E arriviamo a strutturare il tempo della nostra giornata in base ai device che abbiamo a disposizione, per non rimanere troppo lontani da quello che succede lì, sul Web.
    Questo non vale solo per chi lavora su Internet, per chi ha la responsabilità della gestione di Social Network.
    Basta andare in giro e guardarsi attorno. In metrò, al bar, alla fermata dell’autobus, ma anche improvvisamente lì, fermi per strada.
    Se il cellulare suona – e sono scarse le possibilità che si tratti realmente di una telefonata – la nostra attenzione è istantaneamente catturata.

    dipendenza-internet

    Che esista una Dipendenza da Internet non è una novità per nessuno.
    Eppure non tutti sanno che già nel lontano 1995 il disturbo di Dipendenza dal Web rientrava nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – il famoso DSM-IV – e veniva diagnosticato come una patologia comparabile alla Dipendenza da Gioco d’Azzardo.

    E’ vero, tuttavia, che nella successiva edizione del DSM del 2013 nacque la proposta di sottoporre questo disturbo -inizialmente etichettato come Psichiatrico – a nuove diagnosi sperimentali e, attualmente, la Dipendenza da Internet non può essere, per esempio, utilizzata a fini legali o assicurativi.
    Diversi studiosi affermano oggi con certezza che non si tratti di una vera e propria Patologia Psichiatrica ma di un Sintomo Psicologico, quindi sicuramente meno grave e più facile da curare.

    E’ importante sottolineare che la difficoltà nello stabilire i confini della diagnosi è data dal fatto che questa Dipendenza – quando è veramente tale – si unisce a altre forme di disagio mentale, come quella del Gioco Ossessivo, Disturbi della Personalità, Devianze Sessuali e Isolamento Sociale.

    Questo naturalmente non significa che i siti di gioco o i siti di incontri online siano fonte di pericolo in sé.
    La natura del mezzo di comunicazione non è mai determinante.
    Non è certo “colpa” di Internet o dei Social Network
    se oggi, ad esempio, è possibile avere relazioni con partner virtuali nascosti da un monitor.
    E’ vero, però, che la possibilità di mentire nascondendo la propria reale identità è divenuta più facile, e che – più frequentemente che nella realtà – si possono sviluppare forme insane di comportamento.

    Il concetto di Dipendenza ha una radice comune in tutte le sue forme, a partire da quella più nota alle sostanze stupefacenti o all’alcool.
    Alla base, c’è una mancanza che richiama il bisogno di una soddisfazione immediata.
    Il problema è che la forma di soddisfazione che si cerca non è quella definitiva, o lo è solo al momento. Solo per il tempo di mettere a tacere il bisogno, creando così quella ripetizione inesauribile di necessità che rende poi l’individuo prigioniero.
    Una mancanza, dunque, di nutrimenti fisico e psicologico, di affetto, di sicurezza, di approvazione sociale.

    La Tecnologia è innocente.
    E’ di fatto solo un immenso terreno fertile alla portata di tutti.
    Tutti: chi ci lavora, chi si informa, chi gioca, chi cerca tutt’altro e trova il vantaggio di eludere il confronto reale.
    E proprio qui si pone il confine. Il limite tra esigenze di lavoro, gioco, relazione e vera e propria Dipendenza

    Nella vita reale la possibilità e la capacità di confrontarsi con gli altri, di giocare, di amare e di trovare sicurezza interiore avviene in lunghi anni di crescita personale. Dall’età infantile in poi, dal rapporto coi genitori in poi.
    L’esperienza non può essere esclusa. Non possiamo non sbagliare, non cadere, rialzarci e imparare poi a camminare.
    L’educazione forma e aiuta. 
    Siamo inevitabilmente ogni giorno a mettere a (duro) confronto la nostra indole – quindi, i nostri desideri, sogni, speranze, aspettative, volontà, capacità e limiti personali – con il mondo reale che ci circonda.
    Che non è un mondo “costruito” per adattarsi al nostro carattere.
    La realtà c’è, siamo noi a dover imparare ad adattarci.

    Ecco: il mondo virtuale tende a illuderci che questo confronto possa non esserci.
    Che sia il mondo – virtuale – a doversi adattare a noi.

    Si possono eliminare i feedback negativi semplicemente bloccando una persona sulle piattaforme dei Social Media.
    Si ci può sentire onnipotenti – o comunque importanti e capaci – solo per un numero elevato di Like e di Follower.
    Si può filtrare quello che non ci piace o che non vogliamo tra i piedi, basta saper usare i motori di ricerca e avere qualche nozione di SEO.
    Se le aspettative reali sono troppo alte e non ci sentiamo adatti, Internet ci permette di mascherarci facilmente.

    Quella che nel mondo di oggi si può considerare una vera e propria Dipendenza di Internet è, in realtà, assai meno diffusa di quanto si pensi.
    La si confonde essenzialmente con il comportamento di stare costantemente sul Web.
    La Dipendenza nasce, invece, quando si può stare bene solo se si è connessi.

    Si parla di Patologia in presenza evidente di Disturbi del Carattere, come la negazione stessa del disturbo, l’isolamento, la perdita dell’appetito, del sonno, di ogni altra relazione sociale.
    In questo caso, la Dipendenza dalla Rete può essere curata (o ridotta) essenzialmente con un’educazione all’utilizzo di questo potentissimo mezzo di comunicazione.
    Una educazione sentimentale e disciplinare che istruisca ciascuno di noi a comportarsi in modo corretto, a evitare comportamenti non etici e a rendere, invece, questo mondo di nuove comunicazioni più comprensibile, più creativo, più geniale, e – perché no – anche più divertente per tutti.

    Se innovare giustamente significa integrare novità complesse rendendole più facili e fruibili per ognuno di noi, Internet porta all’Innovazione: è la mancanza  di una educazione al suo utilizzo che porta ad ammalarsi.
    A creare una fusione non realistica e non vera del Mondo Reale col Mondo Virtuale.
    Una fusione dove certamente quest’ultimo rende tutto più facile e possibile, più bello, senza difetti, senza mancanze. Dove è perfino possibile la perfezione.

    Questo è il vissuto quotidiano di tutti nell’Era Digitale 2.0.
    In quella che ci aspetta – dell’Internet of Thinks e del Web 3.0 – tutti questi aspetti saranno ancora più marcati e decisivi.
    La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è se siamo realmente preparati, maturi, quindi educati a sufficienza per affrontare un cambiamento così radicale di vita. 
    Da chi possiamo imparare un’esperienza sana all’uso dell’Internet del futuro e del Web 3.0? 

    Diteci la vostra!

     

     

  • Parlar male del collega su Facebook senza nominarlo è diffamazione

    Parlar male del collega su Facebook senza nominarlo è diffamazione

    Le espressioni ingiuriose utilizzate nel proprio profilo su Facebook e dalle quali è possibile individuare il destinatario, anche se non viene indicato il nome, integrano il reato di diffamazione, indipendentemente dalle conseguenze che ne derivano. E’ questo il principio interessante, di sicura attualità, espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 16712, depositata il 16 aprile 2014.

    Un paio di giorni fa alcuni quotidiani hanno riportato la notizia che l’offesa sui social network è entrata nel diritto italiano. Sicuramente la sentenza citata negli articoli ha espresso un interessante principio in materia di diffamazione sui social network – ho parlato di questo argomento nel mio articolo “Diffamazione e sequestro preventivo del sito web, interviene la Cassazione”  -, ma si tratta di un provvedimento non recentissimo, ovvero della sentenza della Corte di Cassazione n. 16712, depositata il 16.04.2014. In ogni caso, la notizia diffusa è l’occasione per parlare nuovamente di questo argomento attuale e molto interessante, alla luce del caso che ha dato origine alla sentenza.

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    Diffamazione su Facebook: perchè secondo la Cassazione è reato pubblicare sui social network frasi ingiuriose anche senza indicare il nome del destinatario

    Vediamo, prima di tutto, i fatti che hanno dato origine alla sentenza di cui parlo in questo articolo: un maresciallo capo della Guardia di Finanza pubblica sul proprio profilo Facebook le seguenti frasi: “….. attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di collega sommamente raccomandato e leccaculo …. ma me ne fotto … per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie”. Il riferimento del maresciallo è a un collega che evidentemente era stato designato in sua sostituzione al comando della compagnia. Il collega sporge querela nei suoi confronti, e in primo grado viene condannato alla pena di tre mesi di reclusione militare – con i doppi benefici – per il reato di diffamazione pluriaggravata. In secondo grado, tuttavia, la Corte militare d’Appello ribalta la sentenza di primo grado e assolve l’imputato per insussitenza del fatto, poichè le frasi pubblicate da quest’ultimo non consentono di identificare colui al quale sono rivolte “non avendo l’imputato indicato il nome del suo successore, nè la funzione di comando in cui era stato sostituito, nè alcun riferimento cronologico”. In sostanza, quindi, non vi è prova che il maresciallo abbia volutamente “comunicato con più persone in grado di individuare in modo univoco il destinatario delle espressioni diffamatorie”.

    La sentenza viene impugnata davanti alla Corte di Cassazione. I giudici con l’ermellino osservano, prima di tutto, che la decisione della Corte d’Appello è contraddittoria rispetto alle affermazioni contenute nella sentenza. Il Giudice di secondo grado, infatti, ha affermato che vi è collegamento tra le espressioni negative “raccomandato” e “leccaculo” e la sostituzione, da parte del collega, al comando della compagnia della Guardia di Finanza. Ancora, ha affermato che la pubblicazione delle frasi sul profilo Facebook le ha rese di pubblico dominio, accessibili a chiunque sia registrato o effettui la registrazione sul popolare social network.

    La Suprema Corte sottolinea, poi, che, anche se non è stato indicato il nome del collega, la funzione e un riferimento cronologico, l’imputato ha utilizzato l’avverbio “attualmente” e la parola “collega”. Secondo la giursprudenza della Corte di Cassazione – viene citato quale precedente la sentenza n. 7410 del 20.12.2010 -, “ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa”. La diffamazione non è un reato che richiede il dolo specifico, ma è sufficiente che ci sia la consapevolezza che la frase o le frasi pronunciate ledano la reputazione di colui al quale ci si riferisce e la “volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche sotanto due”. Anche se la frase dovesse essere letta soltanto da una persona, la sostanza non cambia.

    Per questi motivi la Corte di Cassazione, con la sentenza 16712/2014, ha annullato la sentenza di secondo grado, rinviando ad altra sezione della Corte militare d’Appello affinchè, alla luce dei criteri sopra citati, proceda ad una nuova valutazione della sussistenza dell’elemento soggettivo e oggettivo della fattispecie contestata.

    Quanto sopra detto fa comprendere, ancora una volta, la potenzialità fortemente lesiva di quello che scriviamo e pubblichiamo sui social network, che chiunque – anche chi non conosciamo, e di ogni parte del mondo – può leggere e, magari, a sua volta “condividere” e diffondere. Ormai anche l’autorità giudiziaria ne ha preso atto: cerchiamo, pertanto, di prestare molta attenzione prima di premere il famoso tasto “invio”. Sui social network dovrebbe valere la famosa frase “scripta manent”.

    E voi, cosa ne pensate? Siete stati vittime di una situazione simile? Raccontateci le vostre opinioni ed esperienze nei commenti!

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  • I nostri tweet da mobile sono più egocentrici e negativi

    I nostri tweet da mobile sono più egocentrici e negativi

    Una recente ricerca della Goldsmith University di Londra, in collaborazione con il Bowdoin College e l’Università del Maine, pubblicata su Journal of Communication, ha rilevato che i nostri tweet sono più egocentrici e negativi da mobile, il 25% in più rispetto a quelli che mandiamo da desktop.

    E’ un dato che ognuno di noi ha una personalità ben definita e che questo si evidenzia anche attraverso i tweet. Ma quello che ha rilevato questa ricerca è qualcosa di più, sempre riferito al nostro modo di twittare. Una recente ricerca della Goldsmith University di Londra, in collaborazione con il Bowdoin College e l’Università del Maine, pubblicata su Journal of Communication, analizzando 235 milioni di tweet, raccolti in 6 settimane durante l’estate del 2013, ha evidenziato che i tweet inviati da mobile sono per il 25% più egocentrici e negativi di quelli che mandiamo da desktop. In pratica, non solo il contenuto che inviamo via tweet rispecchia quella che è la nostra personalità, ma la ricerca rileva, ed è il primo studio che evidenzia questa relazione, anche che ad influire sono anche i dispositivi che di solito utilizziamo proprio per twittare.

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    La ricerca poneva diverse domande, dal punto di vista del contenuto, sull’egocentrismo, sul linguaggio femminile/maschile, sui sentimenti negativi o positivi e, infine, da quali piattaforme usiamo twittare di solito.

    Le piattaforme non mobile che usiamo di solito sono web (21,6%), TweetDeck (1,5%; per quanto riguarda le piattaforme mobile di solito twittiamo da iPhone (25,2%), Android (19,2%), Blackberry (8,7%), iPad (2,1%), browser mobile (2,2%).

    Nell’analisi dei tweet, i ricercatori hanno rilevato che i tweet inviati da mobile non solo sono più egocentrici ma il rapporto tra egocentrismo e non egocentrismo è molto più alto per i tweet inviati da mobile rispetto a quelli inviati da altre piattaforme. I tweet inviati da mobile sono in media 2,5% più egocentrici di quelli inviati da piattaforme non mobile. E questa caratteristica la si evidenzia in particolari momenti della giornata. Ad esempio, i tweet sono meno egocentrici nelle ore del mattino, tra le 9 e le 10, mentre diventa più evidente delle ore pomeridiane e serali. In pratica, quando siamo pià concentrai sulle attività di lavoro o di studio tendiamo a restare concentrati su quello che facciamo, mentre nelle ore in cui siamo meno impegnati in attività, ecco che diventiamo più egocentrici e lo evidenziamo twittando da mobile. E se siamo fuori, tendiamo in generale a twittare di meno.

    La ricerca evidenzia anche che il contenuto dei tweet che inviamo da mobile è anche più negativo, siamo quindi più propensi ad usare parole negative nei nostri tweet. E questo, spiegano i ricercatori, potrebbe essere per il fatto che l’acceso immediato da mobile consente aggiornamenti in tempo reale, di conseguenza siamo portati ad un racconto delle nostre esperienze davvero in tempo reale, quindi dei nostri sentimenti. I tweet negativi sono in percentuale più alti da mobile rispetto a quelli inviati da altre piattaforme. La ricerca evidenzia anche come i tweet siano negativi, da mobile e da desktop, anche al sabato sera. Anche se poi i picchi di negatività si registrano nelle prime ore del mattino, nella tarda serata e, specialmente da mobile, nelle ore diurne del lunedì e del martedì.

    Insomma, la ricerca studia un aspetto che finora non era stato esplorato e cioè che i dispositivi che utilizziamo per comunicare online, da mobile o da desktop, possono influire sul modo in cui comunichiamo. L’accesso in tempo reale garantito dal mobile ci spinge ad un racconto dei nostri sentimenti ormai in tempo reale, di conseguenza raccontiamo ciò che davvero stiamo vivendo. Il fatto che il contenuto sia per la gran parte egocentrico è un aspetto che rispecchia l’utilizzo di strumenti di comunicazione diretta, come appunto è Twitter, usiamo di puù parlare con il “me” e con l’”Io”.

    Allora, sorpresi da questi dati, che ne pensate?

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  • Twitter lancia Moments, adesso è facile seguire le storie

    Twitter lancia Moments, adesso è facile seguire le storie

    Il tanto atteso Project Lightning è finalmente arrivato. Come avevamo anticipato oggi, a proposito della nomina definitiva di Jack Dorsey come CEO di Twitter, ecco che quasi in contemporanea avviene il lancio di Twitter Moments (solo negli Usa per ora), una sezione dedicata agli eventi della giornata che mostra tutti i relativi contenuti e i tweet più condivisi.

    Come avevamo anticipato oggi, a proposito della nomina ufficiale di Jack Dorsey come CEO di Twitter, finalmente Twitter di è deciso a lanciare il tanto atteso Project Lightning. E così, solo negli Usa per ora, in modalità desktop e mobile (iOS e Android), da oggi è disponibile la sezione Moments, visibile tra le “Notifiche” e i “Messaggi”, dove verranno catalogati per argomento gli eventi della giornata. Una volta cliccata la sezione e cliccando su un argomento particolare, su un moment dunque, si aprirà una sezione con un titolo e una descrizione e andando più a fondo verranno visualizzati differenti tipi di contenuti relativi al moment come immagini, video, Gif e Vines. Con un singolo tweet si può mettere tra i preferiti, fare RT e altro, mentre con un doppio tap sul tweet lo si mette automaticamente tra i preferiti.

    twitter-moments

    I vari Moments verranno costantemente aggiornati in modo da vedere sempre come si sviluppa la notizia che è un po’ il senso di “See how the story unfolds“. E sapremo che la notizia ha subito aggiornamenti quando verrà visualizzato un puntino blu in alto a destra del moment stesso.

    https://twitter.com/twitter/status/651382235162001409?ref_src=twsrc%5Etfw

    Insomma, l’elemento che dovrebbe risollevare le sorti di Twitter è finalmente arrivato e attendiamo davvero di vederlo all’opera nel nostro paese. Moments è gestito direttamente da Twitter con due persone che fanno un lavoro di content curation, quindi non è ancora attiva una redazione. Ma è presumibile che ciò avverrà presto visto il lancio prossimo lancio globale. Con Moments Twitter punta ad attrarre tutte quelle persone che trovano difficoltà a seguire le notizie nella timeline, dove in effetti si assiste ad un fiume in piena di tweet dove è facile perdersi.

    Moments a questo punto effettua un lavoro di scrematura degli eventi e dei tweet più importanti, isolandoli da tutto il resto e mettendoli a disposizione degli utenti per una consultazione più ordinata. E’ come se fosse un’istantanea di ciò che di rilevante accade su Twitter, un fermo immagine di un evento attraverso il quale rendersi conto come in effetti si sta sviluppando la notizia.

    Moments arriva in un momento davvero particolare per Twitter e rappresenta davvero la grande occasione per risollevare le sorti della base utenti che ormai in due anni è cresciuta di appena 20 milioni.

    Sempre oggi è nato l’account ufficiale @TwitterMoments e noterete i palloncini che appaiono a celebrare la nascita del nuovo account.

    https://twitter.com/TwitterMoments/status/651382983895711744

    Vedremo quali saranno gli sviluppi e, ovviamente, attendiamo la versione per il nostro paese.

  • Jack Dorsey è il nuovo CEO di Twitter per il dopo Costolo

    Jack Dorsey è il nuovo CEO di Twitter per il dopo Costolo

    Alla fine, dopo più di 100 giorni dalle dimissioni di Dick Costolo, ieri è stato ufficializzato il nome di Jack Dorsey come nuovo CEO. Il già fondatore della piattaforma da 140 caratteri, pur non rinunciando al suo incarico di CEO di Square, società da lui fondata, ha di fronte a sè il compito di risollevare Twitter. Ci riuscirà?

    Alla fine l’attesa è finita. Jack Dorsey, già fondatore, è il nuovo CEO di Twitter che sostituirà Dick Costolo dimessosi lo scorso mese di giugno. La nomina di Dorsey per la verità era nell’aria anche perchè in questi mesi Twitter ha dimostrato di non voler cercare una via alternativa rispetto a quella rappresentata dal proprio fondatore. I nomi trapelati per la verità sono stati fatti dagli investitori, da quanti in realtà volevano che questa occasione si trasformasse in una vera opportunità di cambiamento. Ma a quanto pare così non è stato.

    jack-dorsey-twitter-ceo
    Jack Dorsey, CEO Twitter

    Il nome di Dorsey appare quindi quello più comodo per cercare di traghettare Twitter da una situazione di oggettiva difficoltà verso una situazione in cui ritrovare il vecchio smalto. E per fare questo serve un CEO che sia davvero una guida sicura e lungimirante. Al momento Dorsey sembra rispettare queste caratteristiche, ma resta comunque anche CEO, e fondatore, di Square che tra l’altro sta per prepararsi a sbarcare a Wall Street, quindi non un passaggio da poco. Dorsey, subito dopo l’ufficialità della sua nomina, dice di essere circondato dalle persone migliori per raggiungere grandi risultati, ma è evidente che questa duplice veste avrà delle ripercussioni non proprio positive.

    Con la nomina di Dorsey, Adam Bain è il nuovo COO e Costolo lascia il board di Twitter.

    https://twitter.com/dickc/status/651003322388889600

    https://twitter.com/dickc/status/651003992651137024

    https://twitter.com/dickc/status/651005366998732801

    Immediatamente dopo le dimissioni di Dick Costolo, uno degli investitori di Twitter, il principe Alwaleed bin Talal, uno dei primi investitori che detiene il 5%, si dimostrò contrario all’idea di avere Dorsey come CEO permanente. In un’intervista al Financial Times il principe riteneva che Dorsey dovesse occuparsi di Square piuttosto che di Twitter, proprio per il fatto che il CEO di Twitter dovesse essere un impegno a tempo pieno. Alwaleed bin Talal è un personaggio influente e potrebbe costituire un problema tra gli investitori, i veri delusi della situazione in cui versa Twitter, ed oggi è anche investitore in Apple (dal 1997); Saks Incorporated; eBay (dal 2000); Disneyland Paris (dal 1994); Time Warner; Mövenpick, Four Seasons, Fairmont Hotels; Citigroup.

    Nei suoi tweet subito dopo la nomina Dorsey ricorda dei nuovi strumenti che la piattaforma sta per lanciare, come Project Lightning, che ha definito “incredibile”, anche se va detto che non è opera sua ma nasce quando era CEO Dick Costolo. E proprio Lightning, che potrebbe chiamarsi “Moments”, potrebbe essere rilasciato proprio oggi. Ricordiamo che Lightning è il progetto attraverso il quale Twitter rende rilevanti alcuni contenuti rendendoli condivisibili a tutti gli utenti.

    I problemi che dunque Dorsey deve dimostrare di risolvere subito, o almeno, restano sempre gli stessi. E quindi riportare la base utenti verso una crescita costante, di recente anche Instagram ha superato Twitter. Una crescita che deve derivare da una guida forte e da decisioni prese tempestivamente. Le ultime novità che verranno introdotte nell’immediato non sono certo farina del sacco di Dorsey. E poi, altro compito non meno importante, è quello di rilanciare il titolo in borsa. Nelle ultime settimane il titolo è sceso verso il valore dell’IPO del 2013. Va registrato che alla nomina di Dorsey il titolo ha guadagnato il 7%.

    Comunque sia, riuscirà Dorsey nella sua missione? Da quello che sembra, sarà una missione molto molto difficile. E voi che ne pensate?