Autore: Franz Russo

  • SAS Forum Milan, in scena l’evoluzione del business tra Uomo e Macchina

    SAS Forum Milan, in scena l’evoluzione del business tra Uomo e Macchina

    La tredicesima edizione del SAS Forum Milan, che si terrà il prossimo 15 maggio 2018, si focalizzerà sullo “straordinario rapporto” tra uomo e macchina e sull’inarrestabile percorso dell’uomo verso nuove e continue evoluzioni data driven. Saranno presenti oltre 2 mila partecipanti che toccheranno con mano soluzioni Analytics Economy, Artificial Intelligence, Machine Learning, Customer Intelligence e IoT.

    SAS Forum Milan 2018 è ormai uno degli eventi più attesi nel panorama dell’innovazione in Italia, un evento che è rivolto al mondo del business ma anche al mondo due privati, per la sua capacità di raccontare le tendenze in atto attraverso esempi pratici e concreti. Martedì 15 maggio 2018 più di 2000 partecipanti, tra esperti, manager e imprenditori, si confronteranno su come integrare la forza del pensiero umano ai sistemi intelligenti e creare una performance sempre più collaborativa e orientata all’innovazione. Temi principali di questa edizione saranno Analytics Economy, Artificial Intelligence, Machine Learning, Customer Intelligence e IoT. Tematiche al centro di una straordinaria evoluzione che sta cambiando la nostra vita sia in ambito business sia nel privato.

    Il concetto di straordinario oggi ci accompagna quotidianamente in un diverso modo di guardare la realtà e, soprattutto, di poter pensare il futuro. Un futuro dove la tecnologia riduce sempre di più il tempo in cui la ‘visione’ diventa realtà, in cui l‘immaginazione si fa esperienza. Inspire The Extraordinary, tema principale di SAS Forum Milan 2018, diventa quindi l’approccio con cui dobbiamo guardare al domani.

    sas forum milan 2018

    Nella sessione plenaria verrà raccontata la straordinaria relazione ed empowerment possibile tra uomo e macchina. Grazie a ospiti, thought leader e speaker internazionali i partecipanti saranno accompagnati in un percorso progressivo, dal pensiero alla realizzazione, passando attraverso gli step necessari di qualunque innovazione: pensiero, visione e azione.

    Tra gli speaker, Hannah Fry, matematica inglese famosa per il suo studio sulle relazioni e il dating; Bibop G. Gresta, chairman di Hyperloop Transportation Technologies, la società che sta lavorando su un sistema di trasporto Hyperloop che si basa su un’idea di Elon Musk (fondatore della Tesla) del 2013; Adriano Bacconi, noto al mondo del calcio per le sue analisi delle partite basate sui dati; Ottavio Crivaro, Fondatore e Amministratore di Moxoff; Enzo Grossi, Consulente scientifico di Bracco Imaging e direttore scientifico presso l’istituto Villa Santa Maria; Stefano Mainetti, CEO Incubatore d’Impresa POLIHUB; Simone Puksic, Presidente Insiel e Assinter Italia; Marco Zorzi, presso il Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova. E poi ancora Emanuela Sferco, Regional Marketing Director SAS, e Marco Icardi, Regional Vice President SAS e CEO SAS Italy.

    speaker sas forum milan 2018

    Nel pomeriggio i partecipanti potranno assistere alle numerose sessioni parallele di SAS Forum Milan, quest’anno ancora più ricche, che affronteranno i temi più caldi del momento: dall’Advanced Analytics alla Customer Experience, dall’Artificial Intelligence al GDPR. Tutte le sessioni di SAS Forum Milan 2018 hanno un comune denominatore: il dato e la sua analisi che restituiscono in ogni ambito risultati e azioni spesso nascoste. Nel pomeriggio quindi si vedrà come è possibile ascoltare, comunicare, comprendere e gestire un business, una relazione, un servizio partendo dai dati.

    Un’area Demo permetterà agli ospiti di toccare con mano le ultime tecnologie, come SAS Viya, SAS Platform, e confrontarsi con gli esperti sui topic più attuali nel mondo degli Advanced Analytics.

    SAS Forum Milan 2018 vuol dire anche attenzione ai giovani e al loro futuro, con diversi momenti dedicati a studenti universitari e delle superiori, come il Forma Mentis InnovACTION Award 2018, dove 30 studenti selezionati avranno l’opportunità di presentare i propri progetti innovativi legati al design, alla meccanica, all’elettronica, all’agraria, al data management e al marketing. A grande richiesta torna il Job Speed Dating per mettere in contatto i professionisti di domani con le imprese.

    Trovate tutte le informazioni per iscriversi le trovate sul sito ufficiale dell’evento e non dimenticate di seguire l’hashtag #SASForumMilan sui social per restare aggiornati. Sul sito dell’evento sarà possibile anche seguire in streaming il momento della plenaria.

  • Twitter, al via i test per la ‘Conversazione segreta’ nei DM con la crittografia

    Twitter, al via i test per la ‘Conversazione segreta’ nei DM con la crittografia

    Twitter sta effettuando dei test, sull’app di Android, che permetterebbe la “Conversazione segreta” all’interno dei DM, i messaggi privati. Significa che gli utenti invieranno tra loro dei messaggi criptati, leggibili solo da mittente e dal destinatario. Una modalità che è presente su app come WhatsApp, Signal o Telegram.

    Twitter punta a potenziare il servizio dei DM (Direct Messages), i messaggi privati, aggiungendo la crittografia, ossia la modalità di conversazione che rende il messaggio “offuscato” in modo da non essere decifrabile da persone non autorizzate a leggerne il contenuto. In pratica, con questa modalità, il messaggio sarebbe leggibile solo dal mittente e dal destinatario. In realtà, sembra che Twitter sia quasi pronta a lanciare la “Conversazione segreta” all’interno dei DM, come ha dimostrato Jane Manchun Wong, l’utente di Boston che ha twittato come potrebbe apparire la modalità.

    twitter DM segreti

    Jane ha illustrato quello che si legge dall’APK dell’applicazione Android di Twitter, scoprendo che in essa è contenuta la modalità che rende crittografate le conversazioni in DM. Capita spesso che “leggendo” gli APK, il “pacchetto” di informazioni per Android, usato per la distribuzione e l’installazione di componenti, questi contengano componenti che le aziende stanno testando, ed è quindi bravo chi riesce a scovarli come Jane, anticipando una feature che al momento non ha ancora ricevuto, a sua volta, una conferma ufficiale da Twitter. Ma è molto probabile che questa opzione venga presto resa disponibile per tutti gli utenti.

    twitter dm crittografia

    Se ricordate, nel dicembre del 2016, quando Jack Dorsey utilizzo Twitter per raccogliere idee da parte degli utenti su quello che si potrebbe aggiungere per migliorare la piattaforma (ne parlammo qui), un utente d’eccezione come Edward Snowden, colui che scoprì lo scandalo della NSA, chiede a Dorsey, CEO e co-fondatore di Twitter, chiese proprio della possibilità di introdurre i messaggi segreti (end-to-end encryption) nei DM, autodistruttivi

    E Jack rispose, “ragionevole e ci penseremo”. E in effetti, dopo quasi 18 mesi qualcosa comincia a muoversi andando proprio nella direzione che aveva suggerito Snowden.

    Se, come è vero, questa funzionalità verrà implementata, allora Twitter avrà reso ancora più completa questa che è una modalità di messaggistica davvero potente. Per poter inviare un messaggio ad un utente non c’è bisogno di conoscere il numero di telefono, a differenza di app di messaggistica come WhatsApp (la più usata), o come Telegram, Signal (che offre una crittografia davvero potente). I DM costituiscono una modalità di messaggistica completa e quello che manca, per renderla ancora più completa, è la crittografia. In questo modo Twitter potrebbe avvalorare ancora di più la sua funzione all’interno di contesti politici e sociali.

    Insomma, attendiamo questa funzionalità con molto interesse, e voi? Che ne pensate? Fateci sapere tra i commenti oppure sui social.

  • Twitter: ecco come cambiare la password e usare l’autenticazione a 2 fattori

    Twitter: ecco come cambiare la password e usare l’autenticazione a 2 fattori

    L’incidente interno occorso ieri a Twitter, tra l’altro nella giornata del World Password Day, ha messo in evidenza quanto sia importante la sicurezza dei dati. Non ci sono dettagli su quanto accaduto, ma per sicurezza l’azienda ha consigliato il cambio della password. Allora, ecco come procedere e, soprattutto, come attivare l’autenticazione a 2 fattori.

    Erano le 22:45 circa, ora italiana, quando comincia a diffondersi la notizia che Twitter aveva registrato un bug il quale avrebbe (forse) potuto rendere pubbliche le password di tutti gli utenti della piattaforma, cioè di 336 milioni di persone (e non 330 milioni come erroneamente diffuso). Una notizia che ha messo in allarme gli utenti, Twitter si è affrettata a pubblicare sul blog ufficiale un resoconto di quanto accaduto, senza offrire dettagli, invitando gli utenti a cambiare la password, per stare più sicuri. Oltre a questo, nel giro di 10-15 minuti, gli utenti hanno cominciato a ricevere la notifica per effettuare subito il cambio password.

    L’incidente era interno, non si conoscono dettagli, ma molti ipotizzano che sia avvenuto in fase di trasloco di una parte dell’infrastruttura della piattaforma. Nei giorni scorsi l’azienda aveva appunto preannunciato il passaggio al cloud di Google per permettere “una migliore gestione dei dati”. Ehm…quella che è mancata per un momento è stata proprio la gestione. Insomma, a pensarci bene, è stato un incidente che poteva capitare, forse poteva essere organizzato e gestito meglio. Tra l’altro ieri, primo giovedì di maggio, era proprio, ironia della sorte, il World Password Day!

    twitter password autenticazione 2 fattori

    Al di là del fatto che molti hanno criticato Twitter per la leggerezza con cui ha gestito le operazioni, ma, soprattutto, al di là del fatto che ufficialmente l’azienda non ha fornito una versione ufficiale di quanto accaduto, resta il fatto che questo incidente ha messo in evidenza quanto sia importante la sicurezza dei dati. Già il fatto stesso che ci sia un avviso a cambiare la password, è un elemento che incute un certo timore. Una sensazione che, siamo certi, molti utenti hanno avvertito.

    Ma, come detto, la password si può cambiare e il consiglio è quello di cambiarla spesso, diciamo dopo ogni tre/quattro mesi. Ma prima di toccare questo argomento, spieghiamo come cambiare la password su Twitter, anche perchè molti utenti ieri non sapevano come procedere. Se qualcuno avesse trovato difficoltà, ecco come procedere.

    Come cambiare la password su Twitter

    Per accedere alla sezione del cambio password, cliccate (o fate tap da mobile), sulla vostra foto profilo, una volta che si apre il menù andate su Impostazioni e privacy. Da qui:

    • da desktop, procedete andando su “Password” e potete quindi cambiarla subito;
    • da mobile, proseguite facendo tap su Account e, da qui, su Password.

    Importante, in entrambi i casi, che vi ricordiate la password attuale, quella impostata fino a quel momento. E fin qui il cambio è facile.

    Una raccomandazione, cercate di scegliere una password che non sia una delle tante che già usate su altre piattaforme, in questo caso sareste a rischio. Una recente ricerca di McAfee ha rilevato che gli utenti hanno in media 23 account online, ma utilizzano solo 13 password uniche per questi account. Il 31% degli utenti intervistati utilizza solo due o tre password per tutti i propri account, in modo da poterle ricordare più facilmente; il 32% degli utenti dimentica una parola chiave una volta alla settimana, mentre il 14% la dimentica più volte alla settimana. E poi, il 16% cerca di indovinarla fino a quando l’account non viene bloccato.

    Ma, per essere ancora più sicuri, su Twitter potete attivare l’autenticazione a 2 fattori, ne avevamo parlato a fine dello scorso anno quando era stata resa disponibile. Come procedere? Sicuramente saprete che per verificare il vostro account, Twitter manda in automatico un codice via SMS, da digitare per confermare la vostra identità.

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    Come attivare l’autenticazione a 2 fattori su Twitter

    Da qualche mese questa operazione è possibile attivarla anche con app di terze parti, come Google Authenticator o Authy. Si tratta di un ulteriore barriera per alzare il livello di sicurezza sulla piattaforma. I codici che vengono rilasciati attraverso l’SMS sono codici statici, ossia codici che possono essere intercettati da hacker, o da qualsiasi altra applicazione malevola, ed entrare quindi in possesso delle vostre credenziali. Effettuando, invece, il login attraverso l’autenticazione a 2 fattori con Google Authenticator i codici svaniscono dopo 30 secondi, questo rende il processo di autenticazione molto più sicuro. Al momento le app di terze parti abilitate sono le già menzionate Google Authenticator e Authy, a cui si aggiungono anche Duo Mobile e 1Password.

    Attivare l’autenticazione a 2 fattori è semplice. Prima di tutto dovete accedere alle “Impostazioni e privacy” per poi accedere a “Account“, quindi “Metodi di verifica“. Noterete che adesso vi trovate selezionate la modalità SMS e in basso trovate “App per la sicurezza”. Potete modificare la modalità SMS, quindi anche disattivarla. Cliccando su “Riverifica” (da desktop, spuntando da mobile) nella sezione “App per la sicurezza”. Vi comparirà quindi un codice QR code da scansionare con l’app che avete scelto per gestire l’account. Una volta fatta la scansione, l’app vi rilascia il codice da inserire, da quel momento gestirete la sicurezza del vostro account attraverso un’app. Come vedete è molto semplice.

    Allora, avete cambiato la password? Avete attivato l’autenticazione a 2 fattori?

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    [L’immagine è realizzata da @franzrusso, si prega la citazione dell’autore nelle condivisioni; nel caso in cui i legittimi proprietari dei marchi la ritenessero inopportuna, verrà rimossa immediatamente]

  • LinkedIn compie 15 anni: in Italia gli utenti sono 11 milioni ma solo il 23% la usa

    LinkedIn compie 15 anni: in Italia gli utenti sono 11 milioni ma solo il 23% la usa

    LinkedIn compie oggi 15 anni, era infatti il 3 maggio del 2003 quando venne lanciato online da Reid Hoffman e da Allen Blue. Nata come piattaforma rivolta ai professionisti e alle aziende, nel corso degli ultimi tempi sta invece diventando sempre più “social media”. In Italia gli utenti sono 11 milioni, ma solo il 23% di questi la usa tutti i giorni.

    LinkedIn compie il 5 maggio 15 anni, è tra le piattaforme più longeve tra quelle oggi esistenti e che possono essere catalogate tra i social media. Già perché LinkedIn nata con l’obiettivo di diventare una piattaforma orientata ai professionisti e alle aziende con il claim “Relationships Matter“, Le Relazioni contano, distinguendosi come “social business network“, negli ultimi tempi, in particolare da quando la società è stata acquisita da Microsoft nel 2016, LinkedIn sta diventando sempre più una piattaforma social media. Un elemento non da poco che, per certi versi, ha finito per scontentare gli utenti più affezionati.

    Nata il 5 maggio del 2003, appunto, LinkedIn raggiunse 2,708 utenti nella sua prima settimana e due anni dopo questo numero si è trasformato in 2 milioni di lavoratori iscritti al network. Nel giugno 2016 è stata rilevata da Microsoft per oltre 26 miliardi di dollari. 

    La piattaforma oggi conta 562 milioni di utenti globali ma LinkedIn ha mantenuto costante nel tempo il dato relativo all’uso effettivo che ne fanno gli utenti. Il dato è che solo un quarto, o poco meno, degli utenti la usa tutti i giorni, dato riscontrabile a livello globale.

    linkedin 15 anni

    In Italia, la community che si è sviluppata attorno alla piattaforma conta oggi 11 milioni di utenti, diventando la terza community più grande d’Europa,dopo Inghilterra e Francia che contano rispettivamente, 25 milioni e 16 milioni di iscritti. La Spagna conta invece 10 milioni di utenti.

    Ma anche per quanto riguarda l’Italia il dato del 25% degli utenti attivi è sempre valido. Anzi, secondo la recente analisi di Blogmeter, la percentuale degli utenti che dichiara di usare LinkedIn ogni giorno o in modo casuale è la medesima: 23%. Un dato che vede LinkedIn in sesta posizione tra le piattaforme con la percentuale di utenti attivi in Italia, dopo Twitter (28%) e Trip Advisor (24%).

    All’interno del post celebrativo dei 15 anni di attività della piattaforma, Allen Blue, co-fondatore della piattaforma, ha elencato anche quelli che sono stati i lavori che sono cresciuti di più negli ultimi 15 anni. Ecco i primi 10:

    1. Commerciale
    2. Assistente amministrativo
    3. Consulente
    4. Responsabile di progetto
    5. Supervisore
    6. CEO
    7. Tecnico
    8. Responsabile vendite
    9. Ingegnere programmatore
    10. Ingegnere

    Questi, invece i settori che sono cresciuti di più negli ultimi 15 anni:

    1. Internet
    2. Computer games
    3. Outsourcing/offshoring
    4. Media online
    5. Selezione del personale
    6. Rinnovabili e ambiente
    7. E-Learning
    8. Sviluppo programmi
    9. Salute, benessere e fitness
    10. Servizi per eventi

    Di recente ha fatto molto discutere l’introduzione sulla piattaforma delle GIF, sfruttando il motore di ricerca di Tenor, azienda acquisita da Google poche settimane fa.

  • Ecco il primo doodle di Google in Realtà Virtuale dedicato a Georges Méliès

    Ecco il primo doodle di Google in Realtà Virtuale dedicato a Georges Méliès

    Il doodle che vediamo oggi su Google rappresenta il primo doodle visibile a 360° o in Realtà Virtuale. Google sperimenta così una nuova modalità in occasione dell’uscita di “Alla conquista del polo”, del 1912, uno dei capolavori di Georges Méliès, illusionista francese e padre degli effetti speciali per il cinema.

    Il doodle che vediamo oggi su Google ha qualcosa di straordinario. Non è il solito doodle, ma è il primo doodle in Realtà Aumentata, visibile anche nella modalità 360°. Il doodle può essere quindi visto con il visore Cardboard o con Daydream, scaricando l’app Google Spotlight Stories dallo store Google Play. E’ possibile vederlo comunque anche senza visore dal canale YouTube di Google Spotlight Stories. Ma, se ne avete la possibilità, provate con un visore, ne rimarrete affascinati.

    Con questo doodle, dal titolo “Back to the Moon“, Google ha voluto rendere omaggio a Georges Méliès, illusionista francese, considerato il padre degli effetti speciali per il cinema. Grazie alle sue sperimentazioni oggi possiamo godere dell’esperienza visiva nella sua pienezza. E’ stato quindi un pioniere del genere. Ecco perchè Google ha voluto lanciare il suo primo doodle in Realtà Aumentata.

    Il doodle di oggi celebra uno dei capolavori di Méliès, “Alla conquista del Polo” che uscì nel 1912, una interpretazione in chiave comica delle esplorazioni del capitano norvegese Roald Amundsen al Polo Sud.

    La grandezza di Georges Méliès è stata quella di aver rivoluzionato il cinema con le sue sperimentazioni e i suoi trucchi. Nel doodle di Hélène Leroux, prodotto da Nexus Studios, realizzato in collaborazione con Fx Goby, si vede una scena che richiama a quella de “L’Homme Orchestre” (L’Uomo Orchestra, 1900), scena in cui il regista si è registrato più volte sullo stesso negativo, al fine di ottenere un effetto di uno sdoppiamento.

    E questo è l’effetto realizzato nel doodle:

    E ancora, questa è una scena de “Un homme de têtes”  in cui il regista faceva credere che la sua testa si staccasse dal corpo. Effetto quello dell’esposizione multipla che, come si vede, il regista otteneva mettendo un cappuccio nero in testa.

    E questo è l’effetto nel doodle di oggi:

    Il doodle è anche la rappresentazione della capacità di Georges Méliès di narrare storie e, nella realizzazione finale lo si coglie in modo molto chiaro.

    Qui, sulla pagina Wikpedia, trovate tutte le informazioni sulla vita e le opere di Georges Méliès.

     

  • Su Instagram in arrivo le video chiamate e la nuova sezione Esplora

    Su Instagram in arrivo le video chiamate e la nuova sezione Esplora

    Due mesi fa davamo notizia che Instagram avrebbe presto lanciato le video chiamate, e così è stato. La notizia, data in occasione della conferenza F8, è che presto saranno disponibili le video chiamate, anche di gruppo, per tutti. Inoltre, è stata ridisegnata la sezione Esplora che propone contenuti catalogati per temi.

    Esattamente due mesi fa vi anticipavamo la notizia che Instagram stava lavorando sulle video chiamate, grazie alla “soffiata” di TechCrunch che aveva scoperto gli applicativi contenuti nell’app Direct, la nuova app di messaggistica di Instagram per ora in test anche come app standalone (il vero obiettivo per cui è in fase di test). In occasione della conferenza F8, in corso anche oggi a Menlo Park, è stato ufficializzato il lancio, previsto a livello globale per le prossime settimane, della funzionalità che permetterà, appunto, le video chiamate, anche di gruppo. Questa nuova funzionalità indica chiaramente l’intenzione di far diventare Instagram un’applicazione sempre più completa, che va oltre la stessa condivisione di immagini e video. La direzione è quella della messaggistica (anche).

    instagram video chiamate
    Ecco come appariranno le video chiamate su Instagram

    Per effettuare una video chiamata su Instagram sarà molto facile. Infatti, sarà sufficiente far tap (toccare con le dite) l’aeroplanino di carta (il logo dell’app Direct) che trovate in alto a destra sul vostro news feed, dopo di che toccate il simbolo “+” che vi permetterà di aggiungere una o più persone nella vostra video chiamata.

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    Si tratta di un’operazione molto semplice che permetterà di effettuare una chiamata e di ridurla al minimo, in modo tale da continuare la navigazione dell’app. Le video chiamate, ora in fase di test avanzato, saranno disponibili per tutti gli utenti entro le poche settimane.

    Instagram fa anche sapere che ogni giorno sono più di 100 milioni gli utenti che effettuano dirette con Instagram Live.

    instagram sezione esplora
    La nuova sezione Esplora su Instagram

    Ma le novità non finiscono qui perchè Instagram aggiorna e ridisegna anche la sezione Esplora, dotata adesso di una sezione superiore dove sono catalogati i contenuti per tema. In questo modo gli utenti potranno da subito avere un’idea più chiara quali argomenti consultare, come, ad esempio, animali, fotografia e architettura. E’ un modo per consentire agli utenti una navigazione più veloce, in base ai propri interessi. Non è la prima volta che Esplora subisce delle modifiche, ma questa forse la renderà più interessante. Anche in questo caso, la novità sarà disponibile per tutti entro poche settimane.

  • Il doodle di Google per la Festa del Lavoro 2018

    Il doodle di Google per la Festa del Lavoro 2018

    Anche Google a suo modo celebra la Festa del Lavoro con un doodle dedicato come ormai fa da qualche anno. Un doodle che ci ricorda ricorda gli strumenti di lavoro, senza dimenticare però il grande momento di trasformazione che stiamo attraversando.

    Come di consueto, anche Google vuole celebrare la Festa del Lavoro con un doodle dedicato, visibile in gran parte dell’Europa (esclusa Uk o Finlandia, ad esempio), Messico e alcuni paesi del Sud America, in India e Taiwan. E’ un doodle che raffigura di strumenti di lavoro, a ricordarci l’importanza del lavoro oggi, soprattutto in un momento di grande trasformazione come quella che stiamo vivendo.

    La Festa del Lavoro ha origini molto lontane, la data è riferita ai gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come “rivolta di Haymarket”. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Da allora la data del 1° Maggio venne adottata in tutto il mondo.

    google doodle festa del lavoro 2018

    In Italia la prima Festa del Lavoro si celebrò nel 1891. La Festa fu poi soppressa durante il Fascismo e venne celebrata nuovamente nel 1945. Da ricordare la Festa del Lavoro celebrata nel 1947 a Portella della Ginestra, celebrazioni tragicamente segnate dall’attacco della mafia, guidata da Salvatore Giuliano, che sparò sui 2 mila manifestanti uccidendone 11.

    Ma il lavoro oggi è in profonda trasformazione, questo è fuor di dubbio, ma esistono ancora tanti problemi da risolvere come quello che attanaglia il lavoro giovanile. Secondo il Sole 24 ore, se nel 2007 il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni era del 24,2%, oggi è del 17,7%. Dato ancor più in caduta per la fascia 25-34 anni il cui tasso di occupazione è passato dal 70,4% al 60,8%. E ancora, se nel 2007 il tasso di occupazione femminile era del 47,1% e il tasso di attività del 51,4% oggi siamo passati rispettivamente al 49,2% e al 56%. E poi ci sono i dati OCSE, secondo i quali circa il 10% dei posti di lavoro sono ad alto rischio di automazione. Ma ancor più interessante il dato secondo cui il 34% sarebbe soggetti ad un profondo cambiamento delle mansioni, consegnandoci uno scenario di forte trasformazione che dovremo gestire e governare.

    Giusto un anno fa un’indagine Agi-Censis, “Uomini, robot e tasse: il dilemma digitale”, aveva evidenziato che per 4 italiani su 10 l’Automazione che la tecnologia sta portando nei processi produttivi toglierà più posti di lavoro di quanti ne creerà. Un dato che riflette tante problematiche, primo fra tutti il grande ritardo che il nostro paese registra in fatto di Innovazione e Digitale, lo pensava il 47% degli intervistati.

    Ci piace chiudere con una frase della grande scienziata Rita Levi Montalcini che una volta disse:

    Rifiutate di accedere a una carriera solo perché vi assicura una pensione. La migliore pensione è il possesso di un cervello in piena attività che vi permetta di continuare a pensare ‘usque ad finem’, ‘fino alla fine’.

  • Facebook inizia il test per i tasti upvote e downvote, molto simili a quelli di reddit

    Facebook inizia il test per i tasti upvote e downvote, molto simili a quelli di reddit

    Facebook ha iniziato oggi una fase di test in Australia e Nuova Zelanda per i tasti “upvote” e “downvote”, ossia un tasto fatto di freccia verso l’alto o verso il basso che aiuta a classificare il parere verso i commenti, su post pubblici. Si tratta dell’inizio di una fase di test che potrebbe portare l’introduzione del tasto sulla piattaforma. E’ un sistema molto simile a quanto già si vede su reddit.

    Sono almeno tre ani che si parla di un ipotetico tasto “dislike”, molto richiesto dagli utenti di Facebook. Ma la notizia di oggi è che Facebook ha iniziato una fase di test, in Australia e Nuova Zelanda, per quanto riguarda invece i tasti “upvote” e “downvote”. Si tratta di un tasto attraverso il quale gli utenti potranno esprimere un parere positivo (freccia in alto) o un parere negativo (freccia in basso). A vedere le immagini che circolano, specialmente quelle condivise su Twitter dagli utenti delle zone interessate, si tratta di un sistema molto simile a quello che da sempre si vede su reddit per esprimere un parere sulle notizie che si condividono.

    Un portavoce di Facebook ha confermato il test aggiungendo che questa sperimentazione (avviata in realtà negli Usa lo scorso febbraio per un esiguo gruppo di utenti) è “conseguente alle tante richieste ricevute dagli utenti che chiedono più strumenti per garantire pareri diversi sui contenuti condivisi”. Il test riguarda solo i commenti sulle pagine pubbliche e non i post privati. “La nostra speranza”, aggiunge il portavoce di Facebook, “è che questa funzionalità possa permettere agli utenti di apprezzare e portare più in alto (in termini di visibilità) i commenti che ritengono di premiare, piuttosto che vedere quelli che esprimono livelli emozionali molto forti”.

    facebook tasti upvote downvote franzrusso.it 2018

    Il messaggio è chiaro, più un commento riceverà “upvote”, quindi voti positivi attraverso la freccia in alto, e più sarà visibile rispetto ai commenti che ricevono più “downvote”, quindi voti negativi espressi con la freccia verso il basso.

    Altro elemento che va sottolineato è che queste frecce vanno ad aggiungersi ai tasti reactions, non si sostituiscono. Quindi potremo aggiungere (ammesso che la sperimentazione vada bene e che poi venga estesa a tutti) oltre al consueto like, o faccia arrabbiata, anche un parere che aiuta a classificare meglio il parere verso quel commento.

    facebook tasti upvote downvote
    Esempio di tasti upvote e downvote ad un commento su una pagina pubblica

    Forse qualcosa in più potrebbe venir fuori dalla conferenza F8 che si terrà in California nei prossimi giorni.

    Intanto, anche il fondatore di reddit, Alexis Ohanian, ha voluto commentare la fase di test twittanto “onorato”. Chiaro riferimento al fatto che Facebook si sia rifatto proprio al sistema in vigore sulla sua piattaforma.

    Questo è un esempio condiviso da un utente

    Al momento alcuni utenti da Sidney segnalano che i tasti “downvote” e “upvote” compaiano solo sui post pubblici di pagine create in Australia e sono visibili solo attraverso l’app mobile e non da web.

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    Facebook a questo punto cerca di capire se l’esperimento fornirà elementi sufficienti per poter poi estendere la funzionalità a tutti sulla piattaforma. E’ un modo per dare meno spazio a quei commenti che spesso, per il loro carattere molto emotivo, rischiano di far passare in secondo piano quei commenti più interessanti, non necessariamente positivi, ma forse più critici ed obiettivi.

    Per il momento ci limitiamo a riportare la notizia rimandando un giudizio completo nel momento in cui la funzionalità dovesse essere adottata su tutta la piattaforma. Vi terremo aggiornati.

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    [L’immagine di copertina è realizzata da @franzrusso, si prega la citazione in caso di condivisione. Qualora i legittimi proprietari dei loghi lo ritenessero necessario, l’immagine sarà rimossa immediatamente]

     

  • Lavorare troppo fa male, ecco come preservare benessere fisico e mentale

    Lavorare troppo fa male, ecco come preservare benessere fisico e mentale

    Non è la prima volta che si afferma che lavorare troppo fa male, ma stavolta, a supporto di questa tesi, ci sono anche studi scientifici. Quindi, lavorare troppo fa male e in occasione della Giornata Mondiale della Salute sul Lavoro, che si celebra il 28 aprile, questo è un messaggio fondamentale. Ecco 10 regole per preservare benessere fisico e mentale.

    Spesso e volentieri quando si dice che lavorare troppo fa male, l’affermazione viene presa sotto gamba, considerata come una affermazione goliardica. Invece, lavorare troppo fa male è vero e lo confermano anche studi scientifici. Un messaggio che, in occasione della Giornata Mondiale della Salute sul Lavoro, #SafeDay2018, che si celebra il 28 aprile, assume un’importanza fondamentale. Essere stacanovisti insomma non paga, anzi fa male. Tutti sapete che “stacanovista” significa colui che “si sottopone regolarmente a ritmi estenuanti in una certa attività, chi lavora in modo indefesso e talvolta con connotazioni negative, come la mancanza di rispetto per la propria persona”. In una società come quella odierna, dove tutto corre velocemente, dove spesso si pensa solo a lavorare e si pensa poco a sè stessi, è molto facile ritrovarsi in condizioni di lavoro senza sosta.

    E’ un tema che vogliamo considerare oggi, per quanto possa sembrare lontano dai temi che trattiamo solitamente qui sul nostro blog, per il fatto che si sente spesso, nel settore tecnologico e digitale, l’espressione “non posso staccare, devo lavorare“, “sono sempre al lavoro anche di domenica” e così via. Condizione questa che riguarda sia chi lavora nel settore da dipendente sia chi lavora da freelance, non vi è alcuna differenza. Sembra quasi che l’essere connessi implichi il fatto che il lavoro non debba cessare mai. E invece no, non è così e non deve essere così. Per i motivi che adesso vediamo insieme.

    lavorare troppo fa male safeday2018 franzrusso.it 2018

    Insonnia, depressione, problemi fisici gravi o cronici, sono tutti sintomi dell’eccesso di fatica e stress che la vita lavorativa comporta e che rischia di risucchiare il lavoratore in una spirale da cui è difficile tirarsene fuori. Ma quali sono le cause che provocano tutto questo malessere? In un mondo lavorativo volatile che segue regole obsolete e frenetiche: i ritmi di lavoro sono prolungati, l’ansia di sovrastare i colleghi prende il sopravvento e l’incapacità di superare feedback negativi agisce sull’idea di carriera che si frantuma insieme alle elevate aspettative. E a risentirne è la salute. Lo conferma anche la scienza che con una ricerca pubblicata sulla rivista Lancet e ripresa dalla CBS, stabilisce che lavorare più di 55 ore alla settimana accresce il rischio di ictus del 27% e di sviluppare una malattia cronica del 13%. Questa instabilità porta l’organismo e la salute mentale a situazioni di stress e per cercare di “non perdere la testa” l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha istituito proprio la Giornata Mondiale per la Salute e Sicurezza sul Lavoro, utile a ricordare di ridimensionare gli impegni e a salvaguardare se stessi.

    Lavorare troppo fa male non solo al fisico ma anche alla mente, è questa la tesi supportata dalla ricerca della Melbourne University e pubblicato sul The Guardian, in cui è evidenziato come dopo i 40 anni è bene lavorare solo 25 ore alla settimana. La ricerca, derivante da un sondaggio effettuato su un campione di 6500 lavoratori australiani, si è basata su tre parametri: memoria, abilità percettive e capacità di comprensione di un testo scritto. Ebbene, è emerso che, indistintamente uomini e donne, hanno difficoltà a concentrarsi e il calo della produttività è più che evidente.

    E se in Svezia la giornata tipica è di 6 ore giornaliere, secondo lo studio condotto dalla University College London il lavoro extra può in casi estremi, uccidere. Come riportato infatti dal The Telegraph, nelle persone che lavorano per troppe ore si può sviluppare un battito cardiaco irregolare che può aumentare la possibilità di ictus, insufficienza cardiaca e demenza. I ricercatori hanno riscontrato, esaminando oltre 85 mila uomini e donne seguiti per 10 anni in cui venivano registrati orario di lavoro e situazione cardiaca, che chi lavora più di 55 ore settimanali ha il 40% in più di probabilità di sviluppare fibrillazione atriale con vertigini e mancanza di respiro. Pericoli concreti dunque, non solo da un punto di vista fisico ma anche psicologico: il risultato è quello di sentire che la vita si stia letteralmente consumando, sconfinando in uno stress senza fine.

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    Secondo lo studio dell’Australian National University Research School of Population Health pubblicato sul Time, emerge che la soglia massima è di 39 ore settimanali, oltre la quale potrebbero sorgere i primi problemi. Ma come affrontare al meglio i ritmi frenetici senza farsi travolgere?

    La soluzione, in un contesto come questo, come suggerisce Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia, è quella di “trovare spazi di decompressione, iniziando dalle piccole cose come smettere di mangiare di fronte al pc o non pranzare affatto, per arrivare alle grandi e complesse come cambiare prospettiva mentale e imparare a convivere con la pressione dei nostri tempi con cui tutti ci dobbiamo misurare ed essere in grado di commutare la velocità e il caos da anomalia a normalità”. Sembra facile, ma la domanda vera è come fare per convivere con questi ritmi senza subirne lo stress e quindi stare male?

    La Osnaghi ha elaborato alcune 10 regole che vogliamo condividere con voi:

    1. Sospendi le attività –  Non lavorare al pc nei 90 minuti precedenti al momento di andare a dormire perché lo schermo, la luce e la pressione di terminare “svegliano” il cervello. Da non fare quindi.
    2. Libera la mente – Ci sono momenti in cui non devi lavorare ma lasciar spazio a nuove idee: illustri personaggi del passato hanno prodotto le loro invenzioni nell’inattività. E’ il caso di cominciare allora.
    3. Vivi la tua creatività – In essa risiede la più grande fonte di soddisfazione personale perché ci prendiamo del tempo per fare ciò che ci piace. Regola fondamentale questa.
    4. Fermati – Ogni volta che senti arrivare stress, paura, preoccupazione o panico inizia a respirare profondamente. Manda il respiro in ogni parte del corpo, specialmente dove senti tensione.
    5. Decomprimi e pianifica la tua personale cura Detox: gestisci lavoro e riposo in maniera differenziata e pianifica anche tempi di inattività.
    6. Utilizza il feedback di riconoscimento, che ti obbliga a concentrarti sul positivo ed utilizzare il problema per migliorare senza accanirsi sulla mancanza di soluzione.
    7. Metti il focus sulla soluzione – Se vivi evitando fallimento e guai ti concentri sulla cosa sbagliata: devi concentrarti sulla cosa migliore da fare. Non è facile ma si può.
    8. Semplifica – Quando le cose si complicano fermati e cerca una modalità più semplice: nelle cose complicate si nasconde parte del problema.
    9. Consapevolizza la “realtà sostenibile”. Se c’è un’aspettativa c’è anche il rischio di disattenderla quindi successo e fallimento vanno accettati come parte dell’esistenza.
    10. Trasforma la prospettiva del problema in gestione del limite, tuo e degli altri. La realtà è fatta di limiti come di opportunità: vanno gestite entrambe contemporaneamente e senza perdere di vista la possibilità di soluzione.

    Ci sembrano regole sensate che possono davvero aiutarci a vivere meglio la dimensione del lavoro, preservando sempre e comunque il nostro benessere fisico e mentale.

    E voi come vivete il vostro lavoro? Siete stressati? Riconoscete come valide queste regole o volete aggiungerne delle altre? Raccontataci qui o sui social media la vostra esperienza.

     

  • La Privacy nell’era dei Social Media: i nostri Dati come moneta di scambio

    La Privacy nell’era dei Social Media: i nostri Dati come moneta di scambio

    Cosa ci insegna la vicenda di Cambridge Analytica in relazione alla nostra Privacy? E’ questa la domanda che riecheggia ormai da qualche giorno e la risposta sembra essere la solita, “se il servizio è gratuito, allora il prodotto sei tu”. Vero, ma fino ad certo punto, nel senso che questa vicenda ci dice che ormai i nostri Dati sono moneta di scambio.

    La vicenda di Cambridge Analytica, o scandalo se preferite, cosa ci ha insegnato? Questa è una bella domanda ed è quella che riecheggia ormai da qualche giorno. A quanto pare la risposta che sappiamo dare è la solita: “se il servizio è gratuito, allora il prodotto sei tu“. Una risposta che, alla luce della vicenda, potrebbe non essere più sufficiente a spiegare cosa sia successo e soprattutto, l’insegnamento che la vicenda stessa ci lascia. Per fare un veloce riassunto, ormai qualche settimana fa Facebook ha rivelato di essere a conoscenza dal 2015 del fatto che uno sviluppatore, Aleksandr Kogan, avesse condiviso dati di utenti della piattaforma con la società Cambridge Analytica. In totale violazione dell’accordo con Facebook e in totale violazione della privacy degli utenti. Le stime riportano che i dati sottratti riguardano quelli di 87 milioni milioni di persone, circa 240 mila anche di italiani.

    Lo scandalo nasce dal fatto che Facebook ammette di sapere da tre anni che una società era entrata in possesso dei dati di decine di milioni di utenti senza intervenire, anzi. Facebook dirà poi che si era limitata a fidarsi del fatto che la società avesse provveduto, come promesso, alla cancellazione dei dati sottratti. E neanche in questo caso Facebook ha effettuato un controllo. Qualcosa di inammissibile.

    social media privacy dati

    Ma fermiamoci un attimo a riflettere su come questi dati sono stati sottratti. Siamo partiti dalla risposta, alla nostra domanda iniziale, che il prodotto siamo noi, in quanto utilizziamo un servizio gratuito. Potrebbe essere che adesso questo concetto sia leggermente cambiato, nel senso che adesso i nostri dati sono diventati una vera e propria moneta di scambio. Abbiamo, nel corso del tempo, modificato il ragionamento. Perchè questa affermazione? Semplice, perchè una ricerca del 2016 aveva rilevato che il 20% degli utenti, tra i 18 e i 54 anni, sarebbe stato disposto a condividere più informazioni private se fossero pagati o se avesse ricevuto uno sconto su un servizio. E’ lecito pensare che ad oggi questa percentuale potrebbe essere addirittura più alta?

    La risposta potrebbe essere di sì. Ma torniamo allo scandalo Cambridge Analytica, sapete tutti che i dati delle decine di milioni di utenti sono stati ottenuti attraverso un’applicazione dal nome “This Is Your Digital Life”. Bene, in quel caso gli utenti che hanno partecipato al gioco che offriva l’app hanno ricevuto un compenso di 3/4 dollari. Ecco cosa intendevamo prima quando dicevamo che oggi i nostri dati sono moneta di scambio, e siamo addirittura capaci di scambiarli per pochi dollari.

    Questa ragionamento trova anche conferma nel fatto che i dati della prima trimestrale di Facebook dimostrano che da questa vicenda la società fondata e guidata da Mark Zuckerberg non ha subito alcuna conseguenza, anzi! I profitti in tre mesi sono stati di 12 miliardi di dollari e gli utenti sono cresciuti, soprattutto a livello giornaliero: 2,2 miliardi di utenti globali e 1,44 miliardi quelli che usano Facebook ogni giorno. La vicenda non ha cambiato le nostre abitudini, nonostante il grande fenomeno del #deletefacebook. Forse, come ha detto ieri il CFO di Facebook, David Wehner, se dovesse registrarsi un calo degli utenti nei prossimi tre mesi, la causa non sarà da addebitare a Cambridge Analytica, ma alla GDPR.

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    Facebook non è l’unica piattaforma che possiede dei nostri dati. Basti pensare alle piattaforme e alle applicazioni che usiamo, a Google (che forse è quello che possiede molti più dati che ci riguardano). Abbiamo distribuito i nostri dati un po’ ovunque in maniera, più o meno consapevole. Anzi no, spesso in modo del tutto inconsapevole.

    Siamo adesso entrati in una fase in cui le aziende sono alla ricerca dei nostri dati, questo lo sappiamo. Sapere sempre più informazioni degli utenti permette loro di attivare attività di advertising sempre più mirate, con la possibilità di soddisfare i nostri bisogni e le nostre esigenze in modo sempre più accurato, e mirato, appunto.

    Ma il caso Cambridge Analytica, oltre ad affermarci il fatto che oggi i nostri dati sono moneta di scambio, ci insegna anche che dobbiamo essere sempre più consapevoli dei dati che condividiamo. Dobbiamo essere sempre più consapevoli di quello che facciamo. Consapevoli significa responsabili, dobbiamo essere informati su quelle che potrebbero essere le conseguenze di una determinata azione e chiederci se quella stessa azione possa essere per noi a “zero rischi”. Chiediamoci anche se davvero i nostri dati oggi valgano 3 o 4 dollari. Davvero siamo disposti a cedere parte delle nostre informazioni per pochi euro/dollari? E quale sarebbe il valore aggiunto che ne otterremmo?

    Ecco, questa era solo una breve riflessione per prendere coscienza del fatto che da oggi dobbiamo avere bene a mente che i nostri dati sono la vera moneta di scambio e che in futuro potrebbero esserci altri casi Cambridge Analytica.

    In ultimo, sarebbe bene sempre leggere l’informativa della privacy dei servizi che utilizziamo, specialmente con gli aggiornamenti che molte aziende stanno apportando in vista dell’imminente GDPR. E’ vero la tecnologia e il digitale offrono tante opportunità, ma dedichiamo un momento (forse anche di più) nel valutare la convenienza nel condividere i nostri dati personali. E infine, fare attenzione alle app che scarichiamo, molte di esse non solo non servono ma non le aprirete più di 2 volte nel ciclo di vista del vostro smartphone.