Autore: Franz Russo

  • Snapchat, ecco come l’app del momento è usata in Italia [Infografica]

    Snapchat, ecco come l’app del momento è usata in Italia [Infografica]

    Snapchat è senza dubbio l’app del momento. Il fenomeno è in crescita anche nel nostro paese e grazie a questa infografica realizzata dai ragazzi del Master in Social Media e Digital PR dello IED scopriamo come gli utenti italiani la usano. Il 48% degli utenti sotto i 18 anni usa Snapchat tutti i giorni e sempre il 48% di essi lo usa come chat privata.

    Snapchat come più volte abbiamo detto è l’app del momento, anche nel nostro paese. Oltre 200 milioni a livello globale e sono già 150 milioni gli utenti attivi ogni giorno, più di quelli attivi su Twitter; 9 mila sono gli snap al secondo. Numeri che ci danno la dimensione di come questa applicazione si stia diffondendo sempre di più. In Italia l’app conta un numero di utenti che si aggira intorno ai 700 mila, un numero che, senza dubbio è destinato a crescere. E proprio in relazione al nostro paese cresce la curiosità di sapere come gli utenti italiani usano questa applicazione che ha fatto. Ebbene, curiosità esaudita perchè in aiuto arriva questa infografica realizzata dai ragazzi del Master in Social Media e Digital PR dello IED che, sulla base di circa 1.000 utenti, ha scoperto come gli italiani usano Snapchat. Vediamo insieme, allora, dati e, ovviamente, l’infografica.

    snapchat italia uso comportamento franzrusso.it 2016

    Snapachat, come la usano gli utenti italiani

    Come sappiamo, la base utenti di Snapchat è costituita per lo più da giovani e da giovanissimi, ossia al di sotto dei 18 anni. Secondo i dati raccolti da Giuliano Ambrosio, gli utenti in Italia sono 673 mila e il 60% sono uomini. Ora scopriamo che il 42,6% degli utenti italiani ha un’età inferiore ai 18 anni e che il 30,9% ha un’età tra i 18-24 anni. Ciò significa che il 73,5% degli utenti in Italia rientra nella fascia 16-24 anni. Il 48% sia della fascia inferiore ai 18 anni che quella compresa tra i 18-24 anni usa Snapchat ogni giorno: il 48% degli inferiori ai 18 anni lo usa come chat privata, mentre fa lo stesso uso 45% della fascia di età 18-24 anni.

    Notare, come si diceva qualche giorno fa, che sta cominciando ad aumentare anche la base utenti superiore ai 45 anni che usa Snapchat prevalentemente come chat privata (76%).

    Snapchat e brand, relazione in essere

    E chi seguono su Snapchat gli utenti italiani? Il 45% dice di seguire i propri amici, il 20% segue account VIP, il 19% segue i blogger, il 10% segue i brand e il 6% segue account media. E a proposito dei brand, una presenza che grazie ad alcune strategie in atto aumenterà certamente nei prossimi mesi, il 31% degli utenti italiani ha scoperto della loro presenza da altri social, il 22% dal passaparola. Il 29% degli utenti si aspetta che i brand presenti sull’app postino contenuti esclusivi, il 27% invece delle anteprime.

    E sempre in relazione ai brand, gli utenti entrerebbero in relazione con i brand prendendo parte ad una live story (26%), utilizzando le lenti (22%) e facendo screenshot (21%).

    Snapchat, perchè non la si scarica e perchè non si usa

    La ricerca dei ragazzi dello IED prende in considerazione anche il fatto che una parte degli utenti non abbia interesse nè a scaricare l’app e quindi a non utilizzarla. E qui vediamo qualche motivazione. Il 39% dice di non scaricarla perchè non interessa, ma il 35% degli intervistati dice di non conoscerla. Una parte di essi sostiene poi di non saperla usare (8%) e solo il 5% dice che non gli piace l’app.

    Per quel che riguarda le motivazioni per cui non usano l’app, più di un terzo degli utenti sostiene di non saperla usare (36%), il 21% sostiene che non interessa e il 18% lamenta che non ci sono i propri amici.

    Questo un po’ il quadro dell’utilizzo di Snapchat in Italia, un interessante lavoro che ci permette di conoscere coem gli utenti italiani stanno approcciando all’app del momento.

    E voi usate Snapchat? Raccontateci la vostra esperienza.

    snapchat italia infografica ied 2016

    [L’immagine di copertina è stata realizzata da @franzrusso, nel caso in cui il marchio la ritenesse inopportuna verrà immediatamente rimossa]

  • Facebook: anche Messenger nel club da 1 miliardo di utenti

    Facebook: anche Messenger nel club da 1 miliardo di utenti

    Il club di Facebook da 1 miliardo pare si sia completato. Dopo Facebook e WhatsApp, anche Messenger, l’applicazione di messaggistica, ha raggiunto il fatidico traguardo di 1 miliardo di utenti. E sono 17 miliardi le foto inviate ogni mese, 380 milioni gli stickers inviati al giorno.

    Facebook pare essere sempre di più il “club da 1 miliardo“. In effetti le cose stanno proprio così. Dopo Facebook (da un bel po’) e dopo WhatsApp anche l’altro prodotto di casa Menlo Park, Messenger, raggiunge 1 miliardo di utenti. E tutto davvero in poco tempo. Sapete che l’app è stata creata nel 2011 come piattaforma interna per le chat; poi due anni più tardi la si poteva usare solo se si possedeva un account su Facebook; e poi, nel 2014, venne scollegata dalla piattaforma diventando un’app mobile a tutti gli effetti. Al suo debutto nella nuova veste Messenger contava già 200 milioni di utenti. Ebbene, oggi a distanza di poco meno di due anni gli utenti sono quintuplicati, a ritmi elevati.

    messenger 1 miliardo utenti

    Altri dati che accompagnano questo importate traguardo riguardano cosa e quanto si condivide sull’app:

    • ogni mese sono 17 miliardi le foto condivise;
    • i messaggi condivisi ogni mese sono 1 miliardo;
    • 380 milioni sono gli stickers che vengono scambiati al giorno;
    • 22 milioni le GIF inviate al giorno;
    • è la seconda app più popolare di sempre per iOS.

    Ma Messenger è ormai destina a diventare ben più di una semplice app di chat, è un’app che ormai eroga servizi che vanno a configurarsi nell’attività si social care. Proprio un paio di giorni fa riportavamo una interessante ricerca di MEF, “Mobile Messaging Report 2016”, che evidenziava proprio come ormai la relazione azienda/utente si sviluppi sempre più da mobile è che tra le mobile chat Messenger è infatti la più usata.

    Su Messenger dallo scorso anno si possono effettuare le video chiamate, si possono condividere file da Dropbox, si possono effettuare pagamenti (solo negli Usa per ora), si può prenotare un’auto Uber. Di recente è possibile anche monitorare direttamente dall’app tutto ciò che riguarda il proprio volo.

    Facebook Messenger non è una solita app per chat, è molto di più. E’ uno strumento di utilità che al suo interno raccoglie, e continuerà a raccogliere, una moltitudine di servizi. Basti pensare alla questione dei “bot”.

    E la strategia di Facebook da questo punto di vista è chiara e distinta, infatti le due app di mobile chat non si sovrappongono, ognuna conserva caratteristiche differenti che ben si accordano e si amalgamano.

    E ovviamente non è finita qui, perchè dal punto di vista dei servizi offerti su Messenger si è solo all’inizio.

    messenger 1 miliardo infografica

  • Social Recruiting: ciò che conta è la Motivazione

    Social Recruiting: ciò che conta è la Motivazione

    Ci sono tre domande fondamentali a cui saper rispondere per prepararsi con successo a un colloquio di lavoro: quello che sai già, quello che puoi fare e quello che vuoi davvero. Quest’ultima è la domanda essenziale, perché la Motivazione è tutto ciò che fa la differenza nel mondo odierno in cui il lavoro si trova attraverso i Social Network.

    Per prepararsi al meglio ad un colloquio di lavoro, oggi, non è più sufficiente il Curriculum Vitae.
    E’ dimostrato che la stragrande maggioranza dei recruiter non si basa sulla formazione e sugli studi del possibile nuovo candidato né su informazioni scritte.
    Se da un lato questo spiega il numero dei laureati senza occupazione, c’è da chiedersi davvero cosa conti per farsi assumere oggi da un’azienda.

    Sicuramente con il dilagare delle attività in Rete, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro avviene proprio sul Web.
    Basti pensare che oggi quasi il 90% dei selezionatori utilizza il Social Recruiting, informandosi attraverso i blog e i Social Network sull’identità del candidato.
    Poco più del 15% legge il CV e una percentuale analoga è quella riferita ai recruiter che si informano sui contatti professionali e sugli scambi di interazione sui Social Network del candidato.

    social recruiting motivazione

    Quando si ripete che l’uso dei Social Network, professionalmente parlando, deve oggi tener assolutamente conto di caratteristiche distintive come la credibilità, la trasparenza, la professionalità è anche perché la prima qualità che i recruiter cercano è l’affidabilità della reputazione online.
    Una reputazione che non si riflette solo nei post sui blog, ma anche nella qualità dell’immagine che si dà su tutti i canali social.
    La coerenza, lo stile di scrittura e interazione, la capacità di confrontarsi con detrattori o con argomenti spinosi, ma anche il carattere del candidato, le predisposizioni, le doti, l’abilità di assumersi rischi e responsabilità.
    Curare il proprio personal branding su blog e su Social Network significa prima di tutto, quindi, coltivare la propria rete di relazioni lavorative.

    Ci sono, tuttavia, tre domande fondamentali a cui il candidato deve sapere rispondere, oltre naturalmente a dover conoscere al meglio l’azienda a cui si propone.
    E dal punto di vista del recruiter la risposta a queste tre domande è molto più importante di tutte le ricerche che può fare sul Web riguardo al candidato.

    Cosa so già, cosa posso fare, cosa voglio fare.

    Cosa si sa fare è facile dirlo.
    Una volta che, attraverso il Social Recruiting, si è di fronte alla persona incaricata di assumerti o meno, basta forse solo tirare il fiato.
    Imparare ad essere il più semplici e diretti possibile.
    E’ la nostra genuinità che conta di fronte a questa domanda: perché la risposta è di per sé data dagli studi, dall’istruzione, dalla formazione e dalla cultura che abbiamo maturato.
    Qui il segreto non può che essere la sincerità.
    Qualsiasi bugia si svelerebbe in pochissimo tempo, senza darci più alcuna possibilità di recuperare la posizione di lavoro.
    Un “non lo so fare” non discrimina affatto il risultato di un’assunzione, anzi: circoscrive le reali abilità del candidato e semplifica qualsiasi futuro compito o relazione di lavoro.

    Che cosa si può fare è già un concetto più complesso.
    Significa saper valutare la propria capacità di apprendimento, la velocità nell’imparare mansioni nuove, l’abilità di acquisire nuove funzioni lavorative.
    Sta a noi saperlo.
    Chi è di fronte a noi difficilmente – anche attraverso il Linguaggio Non Verbale – riesce a capirlo.
    E’ qualcosa che trascende dall’attuale modo di comunicare o interagire, perché oltrepassa i limiti che abbiamo nel momento presente.
    E’ una proiezione di noi nel futuro che solo noi, comprendendo interiormente le proprie potenzialità, possiamo fare.
    Sicuramente, viene chiamata in causa in primo luogo la flessibilità e la dinamicità della nostra identità.

    Quanto, in altre parole, la nostra personalità può cambiare per adattarsi a qualcosa che non si è già acquisito, che ancora non si è sperimentato, ma si può imparare. E con quale efficacia, con quale velocità, con quale elasticità mentale possiamo saperlo solo noi, ascoltando le nostre paure e i nostri limiti.
    Siamo a che fare direttamente con i nostri blocchi e condizionamenti.
    Ci viene chiesto se siamo in grado di uscire dalla nostra Confort Zone e questa è una consapevolezza che possiamo avere solo noi.
    Non ha più importanza cosa siamo stati fino ad ora: la domanda che ci viene posta è se possiamo cambiare. Essere qualcos’altro e fare qualcos’altro.
    Un suggerimento: basta guardarsi indietro e ricordarci di quanti passi abbiamo fatto, in quanto tempo e con quale sforzo, per dare a noi stessi una risposta. Per essere consapevoli di cosa possiamo veramente fare della nostra vita.

    Ciò che, tuttavia, è veramente difficile è riuscire a capire cosa vogliamo fare. E, naturalmente, convincerne il recruiter.
    La domanda più difficile, la risposta più importante.
    Perché entra in gioco da protagonista uno dei comportamenti – inconsci e consci – principali dell’essere umano: la Motivazione.
    Non si può descrivere questo aspetto in poche parole. Tuttavia, si può dire senz’altro che nasce da una predisposizione interiore potentissima ed essenziale, capace di mettere in moto qualsiasi nostra azione.
    Dalle pulsioni agli istinti, dagli obiettivi alle ambizioni, conscio e inconscio creano questa caratteristica umana senza la quale si soccomberebbe, si fallirebbe, non si raggiungerebbe mai la meta prefissata.
    La motivazione è il motore dell’agire umano, quella molla che ne detta la direzione, ne spiega le scelte, completa l’apprendimento e realizza ogni aspirazione e desiderio.

    Nella storia della psicologia, la Teoria sulla Motivazione ritenuta ancora oggi più rilevante è quella della Piramide dei Bisogni dello psicologo statunitense Abraham Maslow.

    social recruiting piramide bisogni maslow

    Lo studioso identifica sei categorie di bisogni – le motivazioni, appunto -, che vanno dal più semplice al più complesso in una scala prettamente gerarchica. Se uno di questi bisogni non viene pienamente soddisfatto, l’individuo non sentirà l’esigenza di procedere alle motivazioni successive della scala.
    Alla base della Piramide ci sono, naturalmente, i Bisogni Fisiologici legati espressamente alla sopravvivenza dell’uomo.
    Al secondo posto c’è la necessità di Sicurezza, quindi di entrare in contatto con un gruppo che possa proteggere. Il Bisogno di Appartenenza al Gruppo si posiziona, tuttavia, solo al terzo gradino della Piramide, una volta che l’individuo si è già rassicurato di “esistere” per il resto della specie umana. Seguono i Bisogni di Stima e Riconoscimento: l’individuo è ormai parte integrante del gruppo e ora cerca un riscontro sociale e un’interazione.
    Più in alto nella scala, al quinto posto, l’individuo che ormai è diventato un essere relazionale cerca una sua Indipendenza.
    Sembra una contraddizione e non lo è.
    Il confine tra l’Io e il Noi è essenziale da marcare per poter realizzare interiormente una vera e propria autonomia, per potersi dare degli Obiettivi di Autorealizzazione.
    E’, infatti, proprio in cima alla Piramide dei Bisogni che l’uomo cerca di raggiungere le proprie ambizioni, di far avverare i propri sogni, di spingersi sempre più in là per sviluppare tutte le proprie potenzialità.

    Naturalmente, è a quest’ultimo livello della scala evolutiva che si fa riferimento quando si parla di sapere cosa si vuole fare durante un colloquio di lavoro.
    E’ quello che conta più di tutto, perché è in gioco la nostra Motivazione a realizzare i compiti proposti.
    Ciò che fa la differenza è l’abilità di convincere il recruiter della nostra determinazione a raggiungere la meta, a svolgere le mansione richieste e ancora di più: ad avere ambizioni personali.

    Buttare il cuore più in là, oltre le nostre paure di fallimento.
    Perché più in alto andiamo, più rischiamo di farci male.
    La paura e l’insicurezza sono naturali, sono l’altra faccia della medaglia.
    Il desiderio di evitare l’insuccesso e il dolore della delusione è inevitabile, ma inesorabilmente abbassa il livello delle aspirazioni.
    Purtroppo, la paura di fallire ha un odore che viene riconosciuto molto in fretta.
    Quindi in fretta è necessario imparare a dominarla.
    Controllarla, gestirla.
    E’ questa padronanza ciò che prima di tutto viene richiesto e ciò che determinerà l’assunzione.

    La passione non può prescindere dall’impegno.
    Questo significa davvero avere voglia di fare.
    E’ così che si cresce, che si ottiene un lavoro, che si conquista una meta: il meglio di noi dev’essere solo il punto di partenza.
    Velocità, competenza e potenza sono tutti valori solo da spostare. Più avanti ogni giorno.
    Perché tutti noi siamo nati con dei limiti e la nostra sfida è quella di superarli.

  • Utenti e Aziende: mobile chat e SMS i servizi per comunicare

    Utenti e Aziende: mobile chat e SMS i servizi per comunicare

    Una ricerca a cura di Mobile Ecosystem Forum (MEF) ha rilevato che la comunicazione tra utenti e aziende è sempre più orientata ad usare i servizi Mobile. Condotta in 9 paesi, la ricerca evidenzia che il 65% degli utenti comunica con le marche via Messenger e via WhatsApp; si arriva al 76% considerando anche gli SMS a livello globale.

    I servizi di messaggistica possono arrivare a rivoluzionare la comunicazione, meglio la Relazione, tra utente/consumatore e azienda. A questo ci eravamo già arrivati, viste le volte che ci siamo interessati del tema e vista anche l’evoluzione e il ruolo che il fenomeno dell’instant messaging sta via via assumendo. Un ruolo sempre più importante e a conferma di tutto arriva l’interessante Mobile Messaging Report 2016, a cura di Mobile Ecosystem Forum (MEF), in collaborazione con Mblox e Ondevice Research. La ricerca, condotta in 9 paesi (Brasile, Cina, Germania, Francia, Regno Unito, India, Nigeria, Sud Africa e Usa) su un campione di 6 mila intervistati, evidenzia che il 65% degli utenti ormai comunica con le aziende via chat e si arriva al 76% considerando a livello globale anche gli SMS, che in effetti non sono morti del tutto.

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    A dimostrazione che gli SMS, seppure sempre più ai margini, giochino un ruolo ancora attivo nelle conversazioni tra utente e aziende, lo dimostra in fatto che i principali canali usati per costruire e mantenere relazioni in chiave business sono Facebook Messenger (56%), WhatsApp (52%) e gli SMS (42%). Le aziende stanno quindi considerando il Mobile come canae più diretto e immediato per dialogare con gli utenti, e questo è un dato.

    Quello che emerge dalla ricerca è che mobile app come Messenger e WhatsApp hanno messo un po’ ai margini un servizio storico, che dura da oltre 20 anni, come gli SMS e che gli utenti stessi sentono la necessità si instaurare una relazione più diretta. Un fenomeno che è conseguenza anche della grande penetrazione del Mobile un po’ ovunque.

    Mobile Messaging, uno sguardo all’uso per settori

    Ma nonostante questo gli SMS sono ancora lì e se guardiamo i settori che usano maggiormente questo strumento notiamo i servizi finanziari e banche sono quelli che li usano di più: 33% contro un 22% che fa uso di mobile chat. I retailers e gli e-commerce usano invece di più le app di mobile chat (24%) rispetto all’uso degli SMS (17%). Tra l’altro, proprio in relazione all’e-commerce, la ricerca rileva che il 23% dei clienti ha ricevuto una notifica sulla consegna della merce via SMS, mentre il 16% tramite mobile chat.

    Il settore che cresce di più in termini di comunicazione via mobile è quello sanitario, Health. A livello globale, il 15% degli utenti ha riveuto comunicazioni dagli operatori sanitari via SMS, il 12% invece ha ricevuto comunicazioni da mobile chat. I paesi dove si registra la percentuale più alta di utilizzo di mobile chat sono Uk e Usa, entrambi con il 19%.

    comunicazione messaggistica aziende ricerca

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    Per quanto riguarda la conferma della password legata ad un servizio, a livello globale la comunicazione della stessa avviene per il 30% via SMS e per il 25% via mobile chat.

    Una curiosità che emerge dalla ricerca è che nonostante la grandissima diffusione di WhatsApp (anche nel nostro paese) questo servizio di proprietà di Facebook è in realtà snobbato negli Stati Uniti. Infatti, solo il 9% degli intervistati hanno dichiarato di usarlo, la maggior parte usa Messenger (65%) e gli SMS (31%). Il paese dove viene usato di più WhatsApp è il Sud Africa (82%), seguito da Brasile (76%) e dalla Nigeria (73%).

    E’ una ricerca che, nonostante non riguardi direttamente il nostro paese, è sicuramente interessante e indica quale sia l’evoluzione da questo punto di vista.

    E voi che ne pensate? Attraverso quali modi si sviluppa la vostra relazione con le aziende, via SMS o via mobile chat? Raccontateci la vostra esperienza.

    Per scaricare e consultare il report cliccate su questo link.

  • Video online e abitudini di acquisto dei Millennials italiani

    Video online e abitudini di acquisto dei Millennials italiani

    La diffusione dei Video, forma di contenuto sempre più diffusa, sta cambiando le abitudini di acquisto degli utenti. Un sondaggio di BuzzMyVideos, realizzato da OnePoll, “Online Video Barometer 2016”, evidenzia come il 94% dei Millennials italiani sono più propensi a comprare dopo aver visto una video recensione positiva.

    Il Video è ormai il tipo di contenuto su cui scommettere. Qualche giorno fa uno studio di Cisco ci ricordava che questa tipologia sarò diffusa all’80% entro il 2020, un dato che fa riflettere. Ma ci sono ancora molte aziende che hanno dubbi o non sono ancora pronte ad adottare questa forma di contenuto, forse perchè più impegnativa di altre. I risultati della ricerca di oggi forse possono aiutare proprio quelle aziende più titubanti a cambiare idea.

    online video contenuti millennials

    Il sondaggio di BuzzMyVideos, realizzato da OnePoll, da titolo “Online Video Barometer 2016“, condotto in Italia prendendo in esame 500 profili tra i 18-35, evidenzia come il 94% di questa categoria, quella dei Millennials, è più propenso ad acquistare dopo aver visto una video recensione positiva; mentre il 90% degli intervistati cerca informazioni e recensioni video online, prima di procedere all’acquisto su internet. Sono dei dati che ci indicano come in effetti i video possono cambiare le nostre abitudini di acquisto. Vero, si parla di una categoria specifica, ma non si è lontani nel dire che questi dati presto troveranno riscontro anche in altre fasce di età.

    Stiamo parlando di 11 milioni di italiani, nati tra gli anni ’80 e gli anni 2000, esigenti, tecnologicamente evoluti, informati e con un buon potere d’acquisto; una fascia di pubblico connessa 24/7, che guarda sempre meno la TV, perchè preferisce accedere a contenuti video on-demand in base ai propri interessi, soprattutto da mobile.

    Altra interpretazione di questi dati è che rivela il successo di tutti quei brand che invece hanno voluto investire proprio sui video per entrare in contatto con gli utenti di quella particolare fascia di età, i Millennials appunto.

    E quali sono i contenuti più visti? La ricerca evidenzia: musica (35%), seguita da tecnologia (21%) e videogame (17%). Le donne spendono più tempo dei coetanei maschi guardando video dedicati a temi come beauty (15%) e tutorial DIY (14%), mentre gli uomini si interessano di più a videogame (25%) e tecnologia (27%).

    online video contenuti millennials infografica

    Altri dati della ricerca sono che il 69% dei Millennials oggi guarda più di 6 ore di video online ogni settimana; di questi, il 56% resta connesso per oltre 11 ore settimanali, un dato distribuito equamente tra pubblico maschile e femminile. Il 16% di coloro che preferiscono video sul mondo del cibo e l’8% degli appassionati di tecnologia  guardano oltre 31 ore di video su questi temi ogni settimana.

    Gli YouTuber e, in generale, le celebrità dei video online, per i Millennials sono tra le fonti più attendibili nel panorama pubblicitario: infatti, il 42% sostiene di fidarsi di più di una recensione di prodotto su YouTube rispetto a qualsiasi altro mezzo di comunicazione, in particolare tra chi preferisce i video di tecnologia (54%) e gaming (51%). Un dato importando questo che si sta riflettendo in modo sensibile sulla sottrazione di budget pubblicitari alla TV.

    La spesa pubblicitaria globale toccherà quest’anno $ 579 miliardi; l’advertising su Internet ha rappresentato il 29,9% di questo mercato nel 2015 e si prevede che arriverà al 38,4% entro il 2018. Secondo ZenithOptimedia video online e social media saranno i canali che, più di tutti, contribuiranno allo sviluppo di questo mercato, con un crescita media annuale prevista del 20% e 24%, tra il 2015 e il 2018.

    Altro dato interessante che emerge dalla ricerca di BuzzMyVideos è che l’83% degli intervistati dichiara di gradire la presenza di video promozionali ben fatti: la pubblicità non viene percepita come un elemento invadente nella propria esperienza di visione, ma migliora la fruizione complessiva di contenuti video su internet. Gli appassionati di tecnologia e fai-da-te sono quelli che apprezzano di più questo tipo di contenuti pubblicitari (rispettivamente il 92% e 87% degli intervistati). E l’uso di adblockers è legato al tipo di contenuto: il 54% dei giovani intervistati dichiara di usarli (di questi 15% li usa sempre), mentre il 46% sostiene di non utilizzarli mai.

    Ma non è finita qui perchè la ricerca si riserva ancora un altro dato, ancora più interessante, che riguarda i video pubblicitari. Ebbene, l’82% degli intervistati vorrebbe poter cliccare direttamente su un prodotto visto in un video online: una funzionalità ad alto tasso di coinvolgimento che potrebbe convertirsi in un format molto interessante per gli inserzionisti. Tra gli appassionati di video dell’area beauty, questa soluzione è richiesta ben dal 92% degli intervistati. Solo il 3% non vorrebbe questo tipo di possibilità e il 15% esprime un parere neutrale.

    Insomma, questa ricerca ci dice che le nuove generazioni stanno modificando radicalmente le proprie abitudini nella fruizione di intrattenimento e informazione, abitudini che avranno un impatto sempre più forte sul mercato pubblicitario. E siamo di fronte al fatto che la crescente domanda di profilazione di contenuti per aree di interesse non può più essere soddisfatta dai mezzi tradizionali: se da un lato è sempre più difficile intercettare i Millennials seguendo paradigmi classici, dall’altro l’online video aprirà incredibili opportunità di dialogo per coinvolgere e fidelizzare questa fascia di pubblico.

    Allora, che ne pensate dei video e di questa ricerca?

  • GrowITup, le grandi imprese incontrano il talento italiano delle startup

    GrowITup, le grandi imprese incontrano il talento italiano delle startup

    Il talento e il saper fare di oggi incontrano la cultura e la tradizione imprenditoriale italiana. Fare innovazione in un modo nuovo, connettendo l’eccellenza italiana delle grandi imprese con la nuova eccellenza italiana delle startup, questo lo scopo dell’iniziativa #growITup.

    104 milioni di dollari di investimenti raccolti nel 2015 dalle startup italiane (ne abbiamo parlato a dicembre) sono molto poco in confronto ai numeri degli altri paesi europei, quasi nulla se riferiti a quelli degli USA.
    Qualcosa sta cambiando, lo dimostrano gli 86 milioni di dollari raccolti in questi primi sei mesi del 2016 dalle startup italiane ma è ancora troppo poco. Non abbiamo i capitali degli USA ma, come afferma Carlo Purassanta, CEO di Microsoft Italia, questo non può e non deve fermare l’innovazione in Italia e per far ciò bisogna trovare “la via italiana”.

    growitup_franz

    La consapevolezza dei numeri accompagna quella del valore della cultura imprenditoriale italiana. Ed è così che 10 milioni di euro saranno stanziati nei prossimi 3 anni per far crescere l’acceleratore collaborativo e aperto “GrowITup”, frutto di 4 anni di collaborazione tra Microsoft Italia e Fondazione Cariplo, dove convergeranno le idee innovative di giovani talenti e il know how delle grandi aziende italiane, con l’obiettivo di arrivare a un investimento totale di 1 miliardo di euro entro il 2020.

    Vi abbiamo raccontato l’evento di presentazione di questo progetto, sicuramente ambizioso ma che ha già incontrato il favore delle grandi aziende, aziende che oggi più che mai hanno l’esigenza di essere al passo con i tempi, di innovare. “I clienti e il mercato stanno cambiando”, così è intervenuto Gabriele Burgio, Amministratore delegato di Alpitour, il quale ha dichiarato che l’azienda cercava fortemente una realtà come GrowITup e che lui stesso ha impiegato “circa 18 minuti” a valutare ed accettare la proposta di Carlo Purassanta.

    Un’ottima intuizione quindi quella di Purassanta, avvalorata tra l’altro da quanto dichiarato da Danilo Mazzara, senior manager di Accenture strategy: uno studio di Accenture, partner GrowITup, condotto a livello europeo, stima in 35 miliardi di euro l’impatto potenziale sul PIL che potrebbe scaturire dalla collaborazione tra startup e grandi imprese in Italia.

    Per le grandi aziende innovare non è più un’opzione ma una scelta obbligata e il modo più efficace per farlo è la contaminazione, il contagio delle idee, come afferma Roberto Chinelli, ‎VP Digital Market Unit Lead, Chief Technology Innovation Officer di Avanade. Portare nuove competenze professionali all’interno delle grandi imprese, accogliere il “pensiero laterale” delle startup per dare dinamismo all’azienda e, perché no, obbligarla a riscrivere le proprie regole.

    Per far ciò è importante un’attenta attività di scouting per intercettare l’innovazione sul territorio e offrire il proprio supporto e il know how a giovani startup, per permettere loro di poter scalare; accelerare le startup e al contempo accelerare il business delle grandi aziende senza correre il rischio che le prime siano “fagocitate” dalle seconde.

    growitup logo

    Le startup potranno quindi rivolgersi a GrowITup che, attraverso i suoi partner, permetterà di accelerare il loro percorso verso il go-to-market, di favorirne lo scale-up a livello internazionale, offrendo concrete opportunità di ottenere grandi investimenti.

    Questo l’identikit delle startup che potranno candidarsi a GrowITup:

    • meno di 5 anni di vita;
    • registrate e/o gestite prevalentemente dall’Italia;
    • i fondi raccolti alla data dell’iscrizione dovranno essere almeno in fase Seed ($50K-$100K);
    • prevedere investimenti sopra i $500K.

    Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.growitup.it.

    L’open innovation non è un concetto nuovo e i due ecosistemi, quello delle startup e quello delle grandi imprese, hanno l’esigenza di incontrarsi e di collaborare; GrowITup nasce per favorire la collaborazione proponendosi come contesto, al tempo stesso, formale e aperto in cui gli stakeholder possano mantenere la propria indipendenza.

    Abbiamo assistito alla nascita di GrowITup, un progetto ambizioso ma nato con le migliori premesse, e ne seguiremo la crescita con grande interesse.

  • GrowITup, il nuovo progetto innovativo e aperto per le startup

    GrowITup, il nuovo progetto innovativo e aperto per le startup

    Nasce GrowITup, il progetto nato dalla collaborazione tra Fondazione Cariplo e Microsoft per introdurre un nuovo modo di fare Innovazione in Italia. Si tratta di un vero acceleratore collaborativo che vuole mettere in contatto le imprese italiane con le startup più innovative. GrowITup prevede un investimento di 10 milioni di euro in tre anni.

    Si chiama GrowITup, il nuovo progetto nato dalla collaborazione tra Fondazione Cariplo e Microsoft che si pone l’obiettivo di introdurre un nuovo modo di fare Innovazione in Italia, più collaborativo e più aperto. Un esempio unico in Europa che vuole mettere in contatto le imprese italiane con le startup più innovative e promettenti. GrowITup prevede la partnership di aziende come Alpitour, Barilla, Enel, Generali, Intesa San Paolo, New Holland Agriculture, Technogym; aziende come Accenture, Avanade e HP  Enterprise per il supporto tecnologico; Quadrivio è il venture capitalist che farà da asset management con Invitalia Ventures, Assolombarda e la Business Schools del Politecnico di Milano e della Università Luiss “Guido Carli”.

    growitup logo

    GrowITup era stato annunciato a novembre proprio dal CEO di Microsoft, Satya Nadella, nella sua prima visita in Italia, all’Auditorium di Roma, un progetto che prevede per i prossimi tre anni, come prima fase, l’investimento di 10 milioni di euro con l’obiettivo di riuscire a generare un meccanismo tale da attrarre idee e progetti innovativi, collaborativi per poter arrivare ad un investimento più cospicuo del valore di 1 miliardo di euro nel 2020.

    Come sottolineato da Carlo Purassanta, CEO di Microsoft Italia, “GrowITup vuole essere il luogo dove le aziende possano fare innovazione incontrando startup che propongo idee e progetti. Deve essere un luogo, fisico e anche virtuale, dove la potenzialità del nostro paese possa esprimersi attraverso la collaborazione.”

    I settori su cui GrowITup vuole puntare sono in parte settori che costituiscono il fulcro dell’economia del nostro paese e, in parte, sono settori emergenti ma con un grande futuro: Manifatturiero, che vale 256 miliardi di euro; Fashion e Design; Turismo; Food e Agricoltura; Energia; Servizi finanziari; Health. Le startup verranno selezionate in base alla corrispondenza di quello che è il loro focus e quello che è l’innovazione digitale che si vuole apportare nei settori di riferimento del progetto.

    growitup scenario startup italia

    La sede scelta per GrowITup è quella del BASE di Milano, dove un tempp sorgevano le ex Acciaierie della Ansaldo. Bello il messaggio che ha lanciato il chairman di Fondazione Cariplo, l’avvocato Giuseppe Guzzetti, quando ha detto che “nel luogo dove un tempo si costruivano armi, oggi ci costruisce la pace con un progetto che vuole fare futuro ai giovani“.

    A fare gli onori di casa anche Nagraj Kashyap, Corporate VP, Microsoft Ventures, che nel suo messaggio ha voluto sottolineare come oggi il processo di trasformazione digitale non possa prescindere “dalla collaborazione tra business tradizionali e imprese innovative”.

    growitup scenario startup investimenti

    growitup foto gruppo

    In un contesto, come quello italiano, con, come ha ricordato Carlo Purassanta, 5.439 aziende innovative, cresciute del 5,8% al dicembre 2015, la maggior parte presenti in Lombardia (1.183); con oltre 100 incubatori; e, soprattutto, con un potenziale di investimenti fatti su startup di “soli” 104 milioni di dollari nel 2015 (poco se paragonato a 1,8 mld di dollari in Francia; 2,6 mld in Germania o ai 7 miliardi di dollari a New York) un progetto nuovo come quello di GrowITup è assolutamente quello che ci vuole per alimentare un contesto che ha un enorme potenziale da esprimere.

    E noi, come sempre facciamo in ambito di nuovi business e in ambito startup digitali, continueremo a seguire con grande interesse GrowITup e vi terremo aggiornati.

  • #MissioneMonnaLisa, la campagna per il lancio della C3 Monna Lisa

    #MissioneMonnaLisa, la campagna per il lancio della C3 Monna Lisa

    Sicuramente ricorderete l’iniziativa che nei giorni scorsi aveva preso Vittorio Sgarbi, intenzionato ad arrivare a Parigi per riportare a casa la “Monna Lisa”. In realtà l’obiettivo non era proprio quello. L’intento era riportare a casa la Monna Lisa che però è la nuova Citroén C3 “Monna Lisa”. Una bella operazione di comunicazione.

    In questi giorni si è discusso molto dell’iniziativa di Vittorio Sgarbi nel suo intento di recarsi a Parigi per “riportare in Italia Monna Lisa“. Un’iniziativa che ha scatenato molte polemiche, incredulità anche se proprio Vittorio Sgarbi non si può dire certo nuovo ad iniziative di questo tipo.

    E la cosa sembrava tanto vera quanto finta. Eppure molti hanno creduto, e credono tutt’ora, che il critico d’arte sia davvero intento a riportare in patria l’opera più celebre di Leonardo Da Vinci. In realtà le cose non stanno davvero così.

    Sebbene molti italiani vorrebbero che la Gioconda tornasse in Italia, l’iniziativa di Vittorio Sgarbi è in verità frutto di una meravigliosa operazione di marketing per il lancio di una nuova auto. Il brand che ha curato questa campagna di lancio e Citroen, celebre casa automobilistica francese, che ha voluto coinvolgere l’imprevedibile Sgarbi per il lancio della nuova Citroen C3 “Monna Lisa”.

    sgarbi monna lisa citroen italia

    Ecco come stanno le cose, quella che è passata per un’iniziativa polemica è invece una strategia di marketing che punta ad una comunicazione innovativa, insolita, che ha visto coinvolti in maniera decisiva il web e i social media. Infatti subito dopo l’annuncio ha cominciato a prendere vita l’hashtag, che è poi quello ufficiale, #MissioneMonnaLisa.

    Il tutto nasce dalla pubblicazione sulla fanpage del critico d’arte di un video in cui si vede Sgarbi che annuncia, nella sua maniera, essere in viaggio verso Parigi per riportare a casa la Monna Lisa. Tanto è bastato perchè di colpo tutte le testate giornalistiche nazionali cominciassero a dare risalto al gesto di Sgarbi. L’incredulità si percepisce anche sui Social Media dove Sgarbi nelle ore successive è argomento di discussione.

    E ancora di più scalpore ha fatto la proposta che Sgarbi avrebbe dovuto fare ai francesi, ossia provare a trattare il ritorno della Monna Lisa attraverso uno scambio di opere d’arte citando, tra queste, anche i Bronzi di Riace.

    Ma oggi, dalla fanoage di Citroén Italia l’annuncio con un video che chiarisce tutto:

    Insomma, la campagna è stata pensata e gestita, dal nostro punto di vista, in maniera esemplare. Sgarbi, di conseguenza, gioca benissimo il ruolo del personaggio influente che ben si cala nel ruolo. Una campagna che sicuramente farà discutere, forse ance più del prodotto stesso. Del resto è proprio questa la caratteristica che spesso si ritrova nelle grandi campagne di successo. Complimenti a Citroén.

  • Tutti sul Ponte, ecco come è andata The Floating Piers sui Social Media

    Tutti sul Ponte, ecco come è andata The Floating Piers sui Social Media

    L’esperienza di The Floating Piers, la pedana lunga 3 km sul Lago d’Iseo voluta dall’artista Christo, nel periodo tra il 18 giugno e il 3 luglio ha richiamato oltre 1 milione di visitatori. E una forte attenzione è stata registrata anche sui Social Media. Con il progetto “Tutti sul Ponte”, nato proprio per fornire dati in questo senso, scopriamo come è andata.

    La camminata sul Lago di Christo è stata senza dubbio un grande successo. Oltre 1 milione di visitatori il 15 giorni di apertura della pedana galleggiante sul Lago d’Iseo lunga 3 km, The Floating Piers, un’esperienza unica nel suo genere. L’opera di Christo è stata al centro dell’attenzione mondiale, vuoi anche per il nome dello stesso artista che evocava la “camminata sull’acqua” di Cristo.

    C’era da attendersi una grande attenzione ed un grande flusso di visitatori, forse non con quei numeri. Ma adesso vogliamo vedere come è andata anche sui Social Media e a questo proposito ci rifacciamo al progetto “Tutti sul Ponte“, #tuttisulponte, un progetto nato per monitorare tutto ciò che avveniva nelle giornate di visite sulla pedana e di come i tanti turisti hanno raccontato la propria esperienza su Facebook, Twitter e Instagram. Un progetto che ci è piaciuto, anche perché si tratta di avere traccia di cosa è davvero successo in quelle due settimane.

    floating piers tutti sul ponte

    Allora, diciamo subito l’analisi delle conversazioni comprende il periodo che va dal 5 giugno al 4 luglio. Il social più utilizzato in questo periodo è stato Instagram, e non poteva essere diversamente. Irresistibile era la voglia di condividere immagini da un luogo assolutamente unico e spettacolare. Oltre 70 mila utenti hanno utilizzato infatti Instagram e oltre 22 mila utenti hanno usato Twitter. In totale sono state oltre 100 mila gli utenti che hanno condiviso attraverso i social media le loro esperienze sul lago.

    Tra gli hashtag emersi dall’attività di monitoraggio, #thefloatingpiers è quello più usato, specialmente su Instagram con 14.600 citazioni, seguito da Twitter con oltre 9 mila citazioni e da Facebook con 1.200 citazioni. Il secondo hashtag più usato su Instagram è stato #iseo con oltre 13 mila citazioni.

    Anche #tuttisulponte è stato più usato su Instagram con 499 citazioni, seguito da Twitter con 232 citazioni.

    Su Twitter la reach è stata di 76 milioni con 17.108 tweet da oltre 9 mila autori. La reach totalizzata dagli RTs è stata di 47,4 milioni e in totale gli RTs sono stati 18.499. La reach totale è quindi di 143 milioni.

    La ricerca dei dati curata da Tutti sul Ponte offre uno sguardo per capire anche da dove si è contribuito a condividere contenuti, e in effetti rende bene l’idea di quanto sia stata apprezzata questa iniziativa anche all’estero.

    Prendendo in considerazione le condivisioni fatte da Facebook, Twitter e Instagram si nota che le ore in cui si è condiviso di più sono state alle 11 e alle 14. Attività comunque interessante anche a tarda notte, tra le 23 e la mezzanotte, proprio per condividere le spettacolari immagini della pedana in notturna.

    Di seguito top influencer e top contributor su Twitter, Facebook e Instagram:

    top influencer facebook tutti sul ponte top influencer instagram tutti sul ponte top influencer tutti sul ponte

    Ecco, questo il resoconto, che trovate nella modalità più completa nell’infografica in basso, che ha realizzato Tutti sul Ponte.

    E voi avete avuto modo di attraversare le acque sulla pedana di Christo?

    infografica tutti sul ponte the floating piers christo

  • Renault vince la Formula E nel segno dell’Innovazione

    Renault vince la Formula E nel segno dell’Innovazione

    Renault vince la Formula E, la categoria FIA di auto da corsa con motori elettrici. Il team Renault eDams ha vinto per la seconda volta il titolo e Sébastien Buemi vince il titolo piloti. Un risultato che evidenzia l’impegno del brand francese nello sviluppare tecnologie che vadano nella direzione della mobilità sostenibile e continuerà a investire nella Formula E.

    Il mondo automotive va sempre più nella direzione dei motori elettrici, quindi verso i grande temi ambientali e della sostenibilità. Tanti i brand che hanno cominciato a muoversi in questa direzione, ma tra questi oggi vi vogliamo parlare di un brand in particolare che sta dimostrando che gli investimenti nei motori elettrici permettono di sperimentare, di innovare e di rendere pratiche queste nuove tecnologie. Il brand in questione è Renault, la casa automobilistica francese, che in questi giorni ha raggiungo un traguardo importante, a testimonianza degli sforzi e degli investimenti fatti.

    Infatti Nico Prost, del team Renault e.Dams, ha vinto per la seconda volta al London ePrix di Formula E, ed è anche la seconda volta che il Team raggiunge questo successo. Stiamo parlando quindi di gare di auto da corsa con motori esclusivamente elettrici. Per quel che riguarda la cronaca della gara, organizzata nel cuore del Battersea Park di Londra, Sébastien Buemi ha dovuto lottare per assicurarsi i punti del giro più veloce in gara, offrendo alla scuderia un nuovo motivo di soddisfazione con il suo titolo piloti.

    renault formua e

    Renault e.dams da sempre si è impegnata a fondo nella sfida della Formula E, conquistando il primo trofeo in gioco tra le équipe e perdendo per un soffio quello piloti. Le modifiche previste dal regolamento tecnico della seconda stagione, che ha offerto maggiore libertà agli sviluppi del gruppo motopropulsore, hanno permesso a Renault di mettere a frutto tutta la sua competenza. Grazie al know-how nel settore dei veicoli elettrici, che ha permesso di creare auto come Twizy e ZOE, Renault e.dams si è rapidamente imposta come favorita.

    Durante questa seconda campagna, Renault e.dams ha dominato il primo round di Pechino con undici secondi di vantaggio, ottenendo poi un nuovo successo al terzo appuntamento a Punta del Este, seguito dai podi di Buenos Aires, Città del Messico e Parigi. La scuderia ritrovava poi la strada della vittoria a Berlino, prima della finale mozzafiato di Londra. Nico Prost ha avvicinato Renault e.dams al suo obiettivo, con la vittoria alla prima prova londinese, regalandole poi la corona nella seconda gara, condotta al comando dall’inizio alla fine.

    renault formula e 2016

    Tutte le gare del campionato sono state spettacolari e combattute, anche se alla fine Buemi è riuscito ad imporsi e a portare di l team di Renault a vincere per la seconda volta.

    Questo dimostra l’impegno del brand francese nello sviluppare tecnologie che vadano nella direzione della mobilità sostenibile e continuerà a investire nella Formula E per sperimentare le sue tecnologia assolutamente all’avanguardia. Ecco perchè oggi Renault è leader nel settore dei motori elettrici che, ricordiamolo, permettono a tanti automobilisti di circolare ad emissioni zero. E noi, dopo questo successo, continueremo a seguire da vicino Renault e il suo impegno nei motori elettrici.