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  • L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna

    L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna

    Il report di Anthropic, pubblicato di recente, ci offre dati reali su quello che è l’impatto dell’IA sul lavoro. I dati smentiscono l’allarme sui licenziamenti e rivelano il vero problema: l’accesso nel mondo del lavoro dei più giovani e il fenomeno dell’AI-washing nelle aziende.

    Il tema del rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro continua a tenere banco. E probabilmente non smetteremo di occuparcene, perché tocca la vita di tutti noi, tocca il lavoro che facciamo, tocca il modo in cui questa società sta prendendo forma nell’era dell’IA.

    È un tema che suscita schieramenti netti, chi è contrario e chi è favorevole a questo sviluppo. Ma troppo spesso viene trattato in termini teorici, di quello che potrebbe essere. In realtà avremmo bisogno di confrontarci con i dati reali. E i dati reali ce li offre l’ultimo rapporto di Anthropic, pubblicato il 5 marzo 2026 e firmato dagli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory.

    I numeri si IA e lavoro del report Anthropic

    Anthropic è la società di Dario Amodei, al centro di tante discussioni in questi giorni per le vicende che legano il modello Claude al Pentagono e sollevano questioni anche dal punto di vista etico. Lo stesso Amodei, a luglio dello scorso anno, aveva previsto che il lavoro sarebbe stato fortemente influenzato dall’intelligenza artificiale già nei prossimi cinque anni. Ne avevo parlato anche in questo canale.

    Ma vediamo cosa dice questo rapporto. La novità è nel metodo: invece di stimare cosa l’IA potrebbe fare in teoria, Anthropic ha misurato cosa sta effettivamente facendo nella pratica, analizzando milioni di conversazioni reali con Claude in contesti lavorativi. Ha introdotto una nuova metrica, chiamata “esposizione osservata”, che misura quali compiti vengono effettivamente svolti con l’aiuto dell’IA, non quali potrebbero essere svolti in teoria.

    L’analisi ha riguardato circa 800 professioni. Le più esposte secondo lo studio sono i programmatori informatici, con il 75% dei compiti già coperti dall’IA, seguiti dagli addetti al servizio clienti, dagli addetti all’inserimento dati con il 67%, dagli specialisti di cartelle cliniche e dagli analisti finanziari.

    L'intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna
    L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna

    Il divario tra capacità teorica e uso reale

    Ma all’atto pratico, tutto questo come si traduce? Qui emerge il dato centrale del report.

    Prendiamo il lavoro della programmazione informatica. I modelli linguistici potrebbero teoricamente gestire il 94% dei compiti. Ma nella pratica, oggi, Claude ne copre il 33%. Prendiamo i ruoli amministrativi e d’ufficio. La capacità teorica è del 90%, ma l’uso reale è una frazione di quel numero.

    Il report lo visualizza con due aree: una blu, che rappresenta ciò che l’IA potrebbe fare, e una rossa, molto più piccola, che rappresenta ciò che l’IA sta effettivamente facendo. Man mano che le capacità avanzano e l’adozione si diffonde, l’area rossa crescerà fino a coprire quella blu. Ma oggi siamo ancora lontani.

    Chi invece non ha praticamente esposizione? Il 30% dei lavoratori. Cuochi, meccanici di moto, bagnini, baristi, lavapiatti, addetti ai camerini. Tutti lavori che richiedono presenza fisica, manualità, interazione diretta. L’IA non sa friggere un uovo, non sa riparare un motore, non sa servire un cliente guardandolo negli occhi.

    rapporto IA lavoro athropic
    Capacità teorica ed esposizione osservata per categoria professionale Quota di compiti lavorativi che gli LLM potrebbero teoricamente svolgere (area blu) e la misura di copertura occupazionale derivata dai dati di utilizzo (area rossa)

    Ecco il profilo di chi rischia di più

    Il report traccia anche il profilo dei lavoratori nelle professioni più esposte. E qui emerge un ribaltamento rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare.

    Non sono i lavoratori meno qualificati a rischiare di più. Sono quelli più istruiti, più pagati, più specializzati. I lavoratori nelle professioni più esposte guadagnano in media il 47% in più rispetto a quelli nelle professioni non esposte. Hanno livelli di istruzione più alti: i laureati con titoli post-laurea sono il 17,4% nelle professioni esposte, contro il 4,5% in quelle non esposte. Una differenza di quasi quattro volte.

    E c’è un dato che riguarda le donne. I lavoratori nelle professioni più esposte all’IA hanno una probabilità maggiore di 16 punti percentuali di essere donne. Questo conferma quanto già emerso in altri studi: le professioni a prevalenza femminile, come i ruoli amministrativi, il servizio clienti, l’inserimento dati, sono tra le più vulnerabili.

    Il vero problema non sono i licenziamenti

    E quindi non regge più quel tema dell’intelligenza artificiale che ci ruba il lavoro. Non è quello il punto. Il report di Anthropic è chiaro: non c’è un aumento sistematico della disoccupazione nelle professioni esposte all’IA. Dal rilascio di ChatGPT a fine 2022 a oggi, chi lavora in questi settori non sta perdendo il posto.

    Ma c’è un segnale che non va ignorato. I ricercatori hanno trovato evidenza che l’assunzione di giovani lavoratori, nella fascia tra i 22 e i 25 anni, sta rallentando nelle professioni più esposte. Un calo del 14% nel tasso di ingresso rispetto al 2022.

    Questo dato trova conferma in altri studi. La Federal Reserve di Dallas ha rilevato che la quota di occupazione per i giovani tra i 20 e i 24 anni nelle professioni esposte all’IA è scesa dal 16,4% nel novembre 2022 al 15,5% nel settembre 2025. I ricercatori di Stanford, usando i dati delle buste paga di ADP su 25 milioni di lavoratori americani, hanno misurato un calo del 6% nell’occupazione dei giovani tra i 22 e i 25 anni nelle professioni ad alta esposizione. Nel frattempo, l’occupazione dei lavoratori dai 30 anni in su è cresciuta tra il 6% e il 13%.

    Il dato più preoccupante riguarda i programmatori: l’occupazione per i più giovani è del 20% sotto il picco del 2022. Revelio Labs ha calcolato che le offerte di lavoro per posizioni entry-level negli Stati Uniti sono calate del 35% da gennaio 2023. SignalFire, analizzando le grandi aziende tech, ha rilevato un calo del 50% nelle nuove assunzioni di persone con meno di un anno di esperienza post-laurea.

    Il meccanismo è chiaro: non sono licenziamenti. Chi lavora già non viene cacciato, perché quelle competenze servono per guidare l’introduzione dell’IA nei processi di lavoro. Le aziende stanno chiudendo le porte d’ingresso. Eliminano le posizioni entry-level, quelle da cui tradizionalmente si iniziava la carriera.

    Il caso Dorsey e il fenomeno dell’AI-washing

    E qui arriviamo a una vicenda recente che illumina un altro aspetto della questione.

    Il 26 febbraio 2026, Jack Dorsey, fondatore di Twitter e amministratore delegato di Block, la società che controlla Square e Cash App, ha annunciato il taglio di 4.000 dipendenti. Quasi metà della forza lavoro. La motivazione dichiarata: l’intelligenza artificiale permette di fare di più con meno persone. Il mercato ha reagito con entusiasmo e il titolo è salito del 24%.

    Ma la narrazione di Dorsey regge alla prova dei fatti?

    I dati raccontano un’altra storia. Block impiegava 3.835 persone alla fine del 2019. Durante la pandemia l’organico è esploso fino a superare i 10.000 dipendenti. Un aumento di quasi tre volte in pochi anni. Lo stesso Dorsey, rispondendo alle critiche, ha ammesso di aver assunto troppo perché aveva costruito due strutture aziendali separate invece di una sola.

    Nel marzo 2025, meno di un anno prima dei grandi licenziamenti, Dorsey aveva scritto in un memo interno che i tagli di quel periodo non avevano nulla a che fare con l’IA e non miravano a sostituire persone con l’intelligenza artificiale. Undici mesi dopo, il racconto era cambiato completamente.

    Quello che sta emergendo ha un nome: AI-washing. Le aziende usano l’intelligenza artificiale come giustificazione per ristrutturazioni che hanno ben altre origini.

    I dati lo confermano. Solo il 4,5% dei licenziamenti del 2025 ha effettivamente citato l’IA come causa. Nel frattempo, il 59% dei responsabili delle assunzioni ammette di usare l’IA come copertura per tagli guidati da eccesso di assunzioni, pressione sui costi e problemi organizzativi.

    La Harvard Business Review, sulla base di un sondaggio su oltre mille dirigenti condotto a dicembre 2025, ha concluso che i licenziamenti attribuiti all’IA sono quasi completamente in anticipazione del suo impatto, non per capacità già dimostrate.

    C’è un precedente istruttivo. Klarna aveva annunciato che l’IA aveva contribuito a ridurre la forza lavoro del 40%. Poi ha dovuto riassumere lavoratori perché le capacità dell’intelligenza artificiale non erano sufficientemente robuste per sostituirli davvero. Forrester Research prevede che metà dei licenziamenti attribuiti all’IA verranno riassorbiti, spesso con assunzioni offshore o a stipendi più bassi. E che il 55% dei datori di lavoro già rimpiange i tagli fatti in nome dell’IA.

    Cosa si intende per AI-washing

    Il termine è stato coniato nel 2019 dall’AI Now Institute, un centro di ricerca della New York University, e deriva direttamente dal greenwashing, la pratica con cui le aziende fanno affermazioni false o fuorvianti sull’impatto ambientale positivo dei loro prodotti.

    Così come alcune aziende esagerano le proprie credenziali ecologiche attraverso il greenwashing, l’AI-washing consiste nell’esagerare l’uso dell’intelligenza artificiale a fini di marketing senza che dietro alle affermazioni ci sia alcuna sostanza.

    Il fenomeno esiste da anni. Uno studio del 2019 della società di investimenti MMC Ventures ha rilevato che il 40% delle nuove aziende tecnologiche europee che si definivano “startup di intelligenza artificiale” in realtà non usava praticamente alcuna IA: era puro marketing per raccogliere capitali.

    Il fenomeno è stato paragonato alla bolla delle dot-com, quando le aziende aggiungevano “.com” al proprio nome per gonfiare le valutazioni.

    La differenza è che oggi l’AI-washing non riguarda solo i prodotti, ma anche le decisioni aziendali: i licenziamenti spesso vengono attribuiti all’intelligenza artificiale per renderli più accettabili agli occhi del mercato e dell’opinione pubblica.

    Cosa è giusto chiedersi adesso

    In chiusura, il report di Anthropic ci dice che l’IA non sta ancora distruggendo posti di lavoro. Ma ci dice anche che il divario tra capacità teorica e uso reale si sta restringendo. Oggi Claude copre il 33% dei compiti dei programmatori, ma potrebbe coprirne il 94%. Quando quel divario si chiuderà, e si chiuderà, l’impatto sarà diverso da quello che vediamo oggi.

    Il tema su cui interrogarsi non è se l’intelligenza artificiale ci sta rubando il lavoro. Il tema è un altro: stiamo davvero costruendo un mercato del lavoro che funziona solo per chi è già dentro? E se la risposta è sì, quanto tempo abbiamo prima che diventi un problema strutturale? Siamo in grado oggi di costruire un mercato del lavoro che sappia garantire un accesso adeguato ai più giovani, alle donne?

  • Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Mark Zuckerberg ha testimoniato davanti alla giuria del caso KGM. Una testimonianza a tratti molto tesa dove, in sostanza, Zuckerberg in modo netto ha anche sottolineato il suo potere all’interno di Meta. Un caso che tocca anche l’UE.

    Il 18 febbraio 2026, Mark Zuckerberg si è seduto sul banco dei testimoni del Los Angeles Superior Court, davanti a una giuria per il caso KGM. Si tratta di un processo storico per le piattaforme digitali

    Non era la prima volta che il fondatore di Meta rispondeva di fronte a un’istituzione: nel 2018 aveva già affrontato il Congresso americano, e in quell’occasione aveva persino chiesto scusa alle famiglie colpite dai danni dei social.

    Ma era la prima volta che Mark Zuckerberg lo faceva sotto giuramento, davanti a dodici giurati chiamati a decidere se Instagram sia una piattaforma dannosa.

    Il caso, come già ricordato, vede coinvolta KGM contro le piattaforme digitali, nello specifico Meta e YouTube.

    La protagonista di questa vicenda è Kaley, una ventenne californiana identificata negli atti giudiziari con le sole iniziali per tutelarla. Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni; a nove era già su Instagram; a undici, secondo i documenti del processo, il suo profilo era attivo quotidianamente. La sua storia fatta di dipendenza digitale, depressione, pensieri suicidari è diventata il cuore di una battaglia legale che va ben oltre la sua vicenda personale.

    Un processo che vale 1.600 cause

    Il caso KGM è quello che negli Stati Uniti si chiama un “bellwether trial”, un processo-campione. Il suo esito potrebbe influenzare l’andamento di oltre 1.600 cause simili, già consolidate e in attesa di sentenza, oltre a più di 2.300 procedimenti paralleli depositati da genitori, distretti scolastici e procuratori generali statali.

    TikTok e Snap hanno già patteggiato prima dell’inizio del dibattimento e, quindi, restano in piedi Meta e Google, che risponde per YouTube.

    La tesi dell’accusa è semplice nelle parole, quanto complessa nelle prove: le piattaforme non sono strumenti neutrali ma prodotti progettati intenzionalmente per agganciare gli utenti più giovani, sfruttando le loro vulnerabilità neurologiche.

    Un “casinò digitale”, secondo la definizione usata dall’avvocato dell’accusa Mark Lanier. La difesa risponde che la complessità della salute mentale adolescenziale non può essere ridotta all’uso di un’app.

    Per decenni Big Tech ha goduto della protezione offerta dalla Section 230 del Communications Decency Act del 1996, una norma che esclude le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    Ma in questa occasione l’accusa ha adottato un’altra strada: aggirare il 230 applicando le leggi sulla responsabilità del produttore. Non si contesta quello che gli utenti pubblicano, ma come la piattaforma è stata progettata. È la stessa logica che negli anni Novanta ha trascinato in tribunale le grandi case del tabacco, se possiamo avanzare questo esempio.

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM
    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Zuckerberg in aula: i documenti interni che scottano

    La testimonianza di Mark Zuckerberg è durata ore e ha riservato momenti di tensione evidente. L’avvocato Lanier ha costruito la sua strategia attorno ai documenti interni di Meta, portando in aula email e report che la società non avrebbe mai voluto vedere proiettati su uno schermo davanti a una giuria.

    Il primo elemento riguardava gli obiettivi di crescita.

    Lanier ha mostrato un’email del 2015 in cui Zuckerberg scriveva di voler aumentare del 12% in tre anni il tempo che gli utenti trascorrevano su Instagram. Il fondatore ha risposto di non ricordare se fosse un obiettivo ufficiale, aggiungendo che Meta cerca di creare servizi utili e che le persone continuano a usarli perché li trovano validi. Un’affermazione che, nel contesto del processo, è sembrata una risposta preparata per l’occasione.

    Più pesante il documento del 2020, che mostrava come gli undicenni avessero quattro volte più probabilità di tornare su Facebook rispetto agli utenti adulti. “Persone che si iscrivono a Facebook a undici anni?“, ha chiesto Lanier sarcasticamente. “Pensavo che non ne aveste.”

    Zuckerberg ha confermato che molti utenti mentono sull’età per accedere alla piattaforma, definendo la verifica “molto difficile”.

    Ma è il documento datato 2017 quello che ha lasciato meno margine di manovra al fondatore di Facebook poi diventata Meta.

    Un’email interna recitava testualmente: “Mark ha deciso che la priorità principale dell’azienda nel 2017 sono gli adolescenti“.

    Zuckerberg, incalzato, ha risposto che “il contesto suggerisce che sia corretto“, di fatto confermando il contenuto senza smentirlo. E un documento del 2018 riportava la frase: “Se vogliamo vincere in grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro da tweens“, cioè prima dei tredici anni, che è l’età minima prevista dalla stessa policy di Instagram.

    La strategia dei “tweens” e i filtri estetici

    Un altro capitolo della testimonianza nel caso KGM ha riguardato i filtri estetici di Instagram.

    Quando i propri esperti interni avevano segnalato che quei filtri, che modificano l’aspetto del viso, levigano la pelle, alterano i lineamenti, contribuivano a problemi di immagine corporea nelle ragazze giovani, Zuckerberg aveva deciso di non eliminarli.

    La sua spiegazione in aula, in sostanza, è stata: rimuoverli avrebbe significato fare una scelta paternalistica. “Abbiamo permesso alle persone di usarli se lo desideravano“, ha detto, “ma abbiamo smesso di raccomandarli attivamente“.

    Kaley usava spesso quei filtri. E la sua causa avanza la tesi che abbiano contribuito alla sua dismorfia corporea.

    Il momento più teatrale è arrivato quando Lanier ha fatto srotolare in aula, con l’aiuto di sei avvocati, un collage largo dieci metri con centinaia di selfie che Kaley aveva pubblicato su Instagram negli anni della sua dipendenza.

    L’avvocato ha chiesto a Zuckerberg di osservarli. Il suo account era mai stato monitorato per un uso così massiccio da parte di una bambina? Il CEO non ha risposto. Kaley ha assistito alla testimonianza dalla galleria del tribunale riservata al pubblico.

    Nel corso della deposizione, Zuckerberg è apparso visibilmente irritato. “Non è quello che sto dicendo“, “Stai fraintendendo le mie parole“, “Stai travisando quello che ho detto“, le sue risposte sono diventate più taglienti man mano che le ore passavano.

    Quando invece è toccato all’avvocato della difesa fare le domande, il tono si è fatto più disteso. Zuckerberg ha sostenuto che esiste un malinteso di fondo: più tempo trascorso sulla piattaforma non significa automaticamente più profitti, perché “se le persone non hanno una buona esperienza, perché continuerebbero a usarla?”.

    Zuckerberg e la conferma del suo potere su Meta

    Non sono mancati i momenti di tensione per Zuckerberg.

    Specie nel momento in cui gli avvocati hanno avanzato il dubbio che avesse mentito in una intervista al podcast di Joe Rogan, lo scorso anno, riguardo all’impossibilità che il CdA di Meta potesse mai licenziarlo.

    In quella occasione disse di non essere particolarmente preoccupato, ma di fronte agli avvocati ha risposto: “Se il consiglio volesse licenziarmi, potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”.

    Un messaggio chiaro e limpido. In sostanza Zuckerberg in aula ha voluto sottolineare il suo totale controllo di Meta. La sua non è una figura paragonabile a qualsiasi altro CEO, quindi sostituibile. Con quella frase Zuckerberg ha voluto marcare il concetto che la sua leadership all’interno di Meta è blindata e che il board non è un potere avverso all’interno dell’azienda. Tutt’altro.

    Meta è strettamente legata alle sorti di Mark Zuckerberg ed è un tema che assume una certa rilevanza in questo periodo in cui si parla sempre più della diretta responsabilità dei proprietari delle piattaforme, specie in UE.

    Ecco perché questo processo interessa anche l’UE

    Il caso KGM non è solo una storia americana. In Italia, in Germania, in Francia, in Spagna e nel resto dell’UE, il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme nei confronti dei minori si è acceso in particolar modo nelle ultime settimane.

    Come abbiamo visto nei giorni scorsi, avanzano proposte di legge a difesa dei minori sulle piattaforme nei paesi UE e, in particolar modo, si fa strada il metodo Spagna che punta a mettere nel mirino proprio la responsabilità diretta dei proprietari delle piattaforme e dei senior manager.

    Una sentenza favorevole a Kaley potrebbe avere conseguenze anche oltre l’Atlantico, non tanto per effetto giuridico diretto ma per pressione politica e reputazionale.

    Sarebbe la conferma, dopo anni di dibattiti, che le piattaforme, e forse anche i proprietari, possono essere ritenute responsabili non solo per ciò che i loro utenti pubblicano, ma per il modo in cui sono state costruite per trattenerli.

    La giuria del Los Angeles Superior Court dovrà raggiungere un accordo con nove voti su dodici per emettere un verdetto. La sentenza è attesa entro fine marzo 2026.

    Nel frattempo, fuori dal palazzo di giustizia, genitori che hanno perso i loro figli a causa di dinamiche legate all’uso dei social media continuano ad attendere. Molti di loro tenevano in mano una foto dei propri figli che non ci sono più.

  • L’Australia e il divieto di usare i social media sotto i 16 anni

    L’Australia e il divieto di usare i social media sotto i 16 anni

    L’Australia si appresta a vietare i social media ai minori di 16 anni, primo paese al mondo a farlo. La normativa approvata dal Senato ha sollevato dibattiti e diverse critiche. Interessante vedere le conseguenze che potrà provocare tra Australia e Usa.

    Come era ampiamente prevedibile ormai da settimane, l’Australia ha approvato una legge senza precedenti che vieta ai minori di 16 anni l’accesso ai social media. Questa normativa, che entrerà in vigore entro il 2025, obbliga piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e Snapchat a implementare rigide misure di verifica dell’età. Pena multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani (circa 30 milioni di euro).

    Si tratta di una decisione che ha attirato l’attenzione a livello globale, generando dibattiti sulla protezione dei giovani, la privacy e le implicazioni per le aziende tecnologiche.

    Le motivazioni del governo australiano

    La legge nasce dalla crescente preoccupazione per l’impatto negativo dei social media sulla salute mentale dei giovani.

    Recenti studi hanno evidenziato come l’uso intensivo di queste piattaforme sia correlato a fenomeni come ansia, depressione, cyberbullismo e dipendenza digitale.

    Il governo australiano ha risposto a queste sfide con un approccio diretto al problema, sostenuto dal 77% della popolazione, che ha espresso approvazione per misure più stringenti volte a proteggere i minori.

    L'Australia e il divieto di usare i social media sotto i 16 anni

    Le reazioni delle piattaforme social media

    Le piattaforme social media hanno reagito in modo misto a questa normativa. Ecco le posizioni principali:

    • Meta (Facebook e Instagram): Meta ha dichiarato che sta valutando come adattarsi alla legge australiana, sottolineando però le difficoltà tecniche e i potenziali rischi legati alla verifica dell’età. L’azienda teme che la normativa possa spingere i giovani verso l’uso di VPN o piattaforme non regolamentate, esponendoli a maggiori rischi.
    • TikTok: La piattaforma cinese ha espresso preoccupazione per l’impatto sulla sua base di utenti giovani, pur impegnandosi a rispettare le normative locali. TikTok ha sottolineato la necessità di un approccio equilibrato che protegga i giovani senza limitare l’accesso alle risorse educative o di supporto disponibili sulle piattaforme.
    • Snapchat: Snap Inc. ha evidenziato i propri sforzi per garantire un ambiente sicuro per i giovani utenti, ma ha espresso perplessità sulla fattibilità tecnica di applicare verifiche dell’età efficaci senza compromettere la privacy degli utenti.
    • X (ex Twitter): sebbene non abbia una base di utenti particolarmente giovane, Twitter ha criticato la normativa, definendola una “soluzione drastica” che rischia di colpire anche utenti sopra i 16 anni per errori nei sistemi di verifica.
    • LinkedIn: da segnalare la posizione della piattaforma di social business di Microsoft. “LinkedIn semplicemente non ha contenuti interessanti e accattivanti per i minorenni“, ha affermato la società di proprietà di Microsoft in una comunicazione presentata a una commissione del senato australiano.

    Implicazioni pratiche della legge australiana

    La legge impone alle piattaforme di sviluppare strumenti innovativi per la verifica dell’età, ma resta poco chiaro come queste misure saranno implementate senza compromettere la privacy degli utenti.

    Le soluzioni attualmente ipotizzate includono:

    • L’uso di intelligenza artificiale per analizzare i dati biometrici.
    • Richiesta di documenti d’identità, una misura che solleva però preoccupazioni per la sicurezza dei dati.
    • Collaborazione con enti terzi per garantire una verifica anonima e sicura.

    Le aziende hanno sottolineato che tali misure richiederanno investimenti significativi e potrebbero non essere pronte entro la scadenza fissata dalla legge.

    Sempre dal punto di vista delle implicazioni, bisognerà monitorare gli effetti che questa legge provocherà nei rapporti tra l’Australia e gli Usa, sotto l’amministrazione Trump.

    Dettaglio non da poco vista la presenza di Elon Musk, già proprietario di X, nella prossima amministrazione.

    Le critiche alla legge e il dibattito generato

    Oltre alle piattaforme social, anche diversi gruppi della società civile hanno espresso perplessità.

    Le organizzazioni per la tutela dei minori temono che la legge limiti l’accesso dei giovani a risorse di supporto disponibili online, mentre i sostenitori della privacy avvertono che i nuovi sistemi di verifica potrebbero aumentare la raccolta e il trattamento di dati sensibili.

    D’altro canto, molte famiglie hanno accolto favorevolmente la normativa, considerandola un passo necessario per proteggere i propri figli dagli effetti nocivi dei social media.

    É questo il modello da seguire?

    Con questa legge, l’Australia si pone come un laboratorio globale per la regolamentazione digitale rivolta ai giovani utenti.

    Altri paesi potrebbero seguire l’esempio australiano, osservando con attenzione gli effetti di questa normativa. Resta da vedere, in effetti, se l’approccio sarà efficace nel bilanciare la protezione dei giovani con i diritti alla privacy e la libertà di espressione.

    La decisione australiana potrebbe segnare una svolta importante nella regolamentazione dei social media. Mentre il governo si muove con l’obiettivo di proteggere i minori, l’efficacia della legge dipenderà dalla capacità delle piattaforme di implementare soluzioni tecniche adeguate e dall’impatto sociale delle nuove regole.

    Sarà interessante osservare come questa iniziativa influenzerà il panorama globale e se rappresenterà un precedente per altri paesi.


    Per approfondire di più:

    Reuters: Australia approva il divieto dei social media per i minori di 16 anni 

    Wall Street Journal: L’Australia approva una legge storica che vieta i social media ai minori di 16 anni

    News.com.au: Approvato in Australia il divieto più severo al mondo dei social media per minori e adolescenti

    BBC: LinkedIn: siamo troppo noiosi per i minori per vietare i social media

  • Social Media e Elezioni Europee 2024, la Generazione Z al voto

    Social Media e Elezioni Europee 2024, la Generazione Z al voto

    Le Elezioni Europee 2024 vedranno la partecipazione dei nativi digitali. Stiamo parlando di persone che si informano sui social media. Mai come adesso le piattaforme digitali giocano in questa occasione un ruolo cruciale per quanto riguarda l’informazione e l’affluenza.

    Le prossime elezioni europee, 8-9 giugno 2024, saranno comunque un evento storico. Per il periodo che stiamo vivendo, ovviamente, e per il fatto che per la prima volta partecipa una generazione di persone definite “nativi digitali“.

    La Generazione Z al voto europeo

    Stiamo parlando delle persone che appartengono alla “generazione Z“, giovani che spesso vengono erroneamente dipinti come disinteressati alla politica. Affermazione, questa, non del tutto vera.

    Già nel 2019 si era registrato un segnale importante di interessamento e avvicinamento dei giovani alla vita politica dell’UE. Infatti, cinque anni, per la prima volta dal 1979 di registrò un’affluenza alle urne che tornò ad essere sopra il 50%. Per la precisione 50,6%.

    E parte di questo aumento di persone alle urne era dato proprio dal voto dei più giovani, under 25 anni, che pesò il 14% sul totale.

    Le iniziative europee puntano a coinvolgere maggiormente i giovani che credono nei principi di libertà e democrazia.

    Ma, a fronte di tutto questo, c’è un tema importante da considerare.

    generazione z social media elezioni europee 2024 franz russo

    I giovani e l’uso delle piattaforme digitali

    Se è vero che i più giovani potranno contribuire ad aumentare ancora l’affluenza alle urne (si spera), è anche vero sottolineare che stiamo parlando di una generazione di persone che si informa per lo più sulla rete e, in particolare, sui social media.

    Da considerare ancora che sono ben 4 i paesi dove quest’anno votano i sedicenni (nati nel 2008), ossia Belgio, Germania, Malta e Austria. Mentre in Grecia voteranno di diciassettenni (nati nel 2007).

    In Italia restano le regole comuni e quindi possono votare tutte le persone dai 18 anni (nati nel 2006) in su.

    I giovani elettori utilizzano principalmente le piattaforme digitali per informarsi. Nel 2021, metà della Generazione Z si affidava ai social media, mentre l’altra metà preferiva i media tradizionali, con la TV in primo piano. Oggi, l’uso delle piattaforme digitali è ancora più predominante.

    Ora il dato relative alle piattaforme digitali è più altri di tre anni, e di 5 anni fa.

    Questi giovani, anzi giovanissimi, si informano per lo più attraverso le piattaforme digitali.

    La Generazione Z si informa sui social media

    Il 65% dei 18-24 anni sceglie le piattaforme social media per informarsi. In aggiunta a questo anche il 61% dei 25-34 anni si informa sulle piattaforme digitali.

    E tra le piattaforme che usano di più per informarsi, quelli della generazione Z, figura TikTok. La piattaforma social media cinese che negli Usa rischia il divieto se non venisse ceduta a qualche compratore americano. Ipotesi, quest’ultima, ormai sempre più lontana.

    Cinque anni fa, lo scenario digitale vedeva TikTok come una presenza marginale per informarsi, dominato da piattaforme come Facebook e Twitter. Oggi, TikTok ha assunto un ruolo centrale, andando ben oltre il semplice intrattenimento.

    Adesso sulla scena TikTok conta molto. E va ben oltre il semplice intrattenimento.

    TikTok per informarsi, oltre l’intrattenimento

    Sono oltre 150 milioni gli utenti europei ed è proprio la piattaforma cinese che potrebbe tirare la volata alla affluenza, soprattutto quella dei più giovani. E questo è un dato di fatto, difficilmente controvertibile.

    Dando un’occhiata al dato relativo al tempo di utilizzo di TikTok, rispetto alle altre piattaforme, allora ci rendiamo conto del ruolo che questa piattaforma può avere in questo contesto.

    Se gli utenti trascorrono, al giorno, mediamente 70 minuti su YouTube; se il tempo medio trascorso su Instagram è di circa 45 minuti; se quello su Facebook è circa 50 minuti. Allora su TikTok il tempo trascorso è di ben 100 minuti. Vale a dire 1 ora e 40 minuti al giorno.

    A tutto questo dobbiamo aggiungere anche la grande preoccupazione relativamente all’Intelligenza Artificiale legata proprio alle piattaforme digitali.

    Il ruolo della Commissione Europea

    Come ricorderete, qualche settimana fa la commissione europea ha comunicato delle regole ben precise, mettendo l’accento sulla moderazione dei contenuti. Attività questa che vede anche l’impiego della IA. Con risultati, come stiamo vedendo, che preoccupano non poco.

    E sappiamo che l’UE è stata la prima a dotarsi di una serie di regole che hanno come fine quello di proteggere i cittadini europei dalla disinformazione e dall’enorme potere che le big tech esercitano.

    Tra queste figurano l’AI Act che sancisce importanti limiti alla IA Generativa, soprattutto in fatto di trasparenza delle informazioni. Ma c’è anche il DSA, il Digital Services Act.

    Elezioni Europee 2024 e il DSA

    Ai sensi del Digital Services Act (DSA), proposto dalla Commissione europea nel 2020, le piattaforme online con oltre 45 milioni di utenti medi mensili, tra le quali figurano Facebook, TikTok e altre, sono obbligate ad adottare misure contro la disinformazione e la manipolazione elettorale.

    Le regole fissate dal DSA hanno cominciato a trovare applicazione, nei confronti delle grandi aziende big tech, a partire dall’agosto dello scorso anno.

    Le aziende devono inoltre predisporre di strumenti di moderazione dei contenuti, che includano la possibilità di contestare le decisioni quando i contenuti degli utenti vengono rimossi o limitati. Nonché elevare il livello di trasparenza verso gli utenti riguardo a termini e condizioni e al modo in cui gli algoritmi consigliano i contenuti.

    La vicepresidente della Commissione europea Margarethe Vestager di recente ha affermato che molti dibattiti elettorali si svolgeranno online e che le regole del DSA forniscono strumenti per collaborare con le piattaforme online. “Possiamo affrontare i rischi emergenti online per i processi elettorali, come i deep fake. In questo modo possiamo consentire alle persone, in modo sicuro, di impegnarsi, discutere e prendere una decisione senza interferenze illegali”, ha affermato.

    Rapporto TikTok UE
    Rapporto TikTok UE

    Questo che vedete qui in alto fa parte del Rapporto di TikTok per l’UE, un documento necessario per la conformità della piattaforma proprio al DSA.

    L’Italia è il terzo paese su TikTok

    Come si vede, l’Italia è il terzo paese con il più alto numero di utenti in UE: 20,7 milioni. Dopo la Francia con 22,7 milioni e la Germania con 21,7 milioni.

    TikTok riferisce di avere 6.287 persone dedite alla moderazione dei contenuti nell’Unione Europea, alla fine di dicembre 2023. Rispetto al suo primo rapporto, questo numero è aumentato di altri 162 moderatori.

    Questo documento è obbligatorio per tutte le altre piattaforme indicate come gatekeeper.  Quindi scopriamo che X, la piattaforma di Elon Musk (il passaggio da Twitter si è ormai completato) ha un numero di moderatori molto più basso, come si vede nei dati riportati qui in basso:

    Nome piattaforma Utenti nell’UE Moderatori
    X 111.400.000 1849
    TikTok 142.000.000 6287
    LinkedIn 47.900.000 1150
    Meta 264.000.000 15.000

     

    Il ruolo ridotto della moderazione su X

    Sono infatti 1.849. Vale a dire che X ha il peggior rapporto tra persone addette alla moderazione e utenti, pari a 1/60.249. LinkedIn al secondo posto (1/41.652), poi TikTok (1/22.586) e Meta (1/17.600).

    Questo è lo stato degli utenti in UE fornito da LinkedIn:

    linkedin ue utenti franz russo
    LinkedIn EU Report 2024

    Un altro aspetto è quello della pubblicità politica e della comunicazione che riguarda da vicino i social media. In particolare, Meta e TikTok.

    L’indagine UE che riguarda Meta

    Meta aveva maggiore promesso attenzione sui contenuti politici, salvo poi essere al centro di una indagine della Commissione UE, aperta proprio nell’ambito del Digital Services Act.

    L’indagine sta prendendo in esame le politiche e le pratiche che Meta prevede in relazione alla pubblicità ingannevole e ai contenuti politici sui suoi servizi.

    Le potenziali violazioni oggetto di indagine riguardano proprio l’approccio della società di Mark Zuckerberg nell’affrontare le campagne di disinformazione e il “comportamento coordinato non autentico” nell’UE.

    Unitamente alla mancanza di strumenti di terze parti efficaci per monitorare l’andamento delle elezioni.

    Dal punto di vista della pubblicità, c’è da registrare le forti preoccupazioni mosse da organizzazioni come Access Now che lamenta il ritardo con cui la Commissione UE si è mossa. Un ritardo che potrebbe vanificare gli sforzi fatti.

    Elezioni Europee 2024 e la IA

    Tra gli obblighi imposti alle piattaforme vi è anche la necessità di dichiarare se i contenuti politici sono generati da IA, sebbene ciò sia gestito tramite autodichiarazione. Questo solleva preoccupazioni sulla trasparenza e sull’efficacia delle misure adottate.

    Insomma il panorama delle prossime elezioni europee è profondamente influenzato dalla presenza della Generazione Z e dall’uso delle piattaforme digitali.

    Con un numero sempre maggiore di giovani che si informa e partecipa attraverso i social media, il ruolo di queste piattaforme diventa cruciale non solo per provare a garantire un’affluenza maggiore. Ma anche per assicurare che le informazioni siano corrette e trasparenti.

    La sfida, quindi, non è solo nel coinvolgere i giovani, ma anche nel proteggere la loro esperienza democratica dalle insidie della disinformazione e delle manipolazioni elettorali.

    Le nuove normative europee, come il Digital Services Act e l’AI Act, rappresentano passi importanti in questa direzione, imponendo regole più stringenti alle big tech per una moderazione dei contenuti più efficace e trasparente.

    Resta da vedere se queste misure saranno sufficienti a garantire un processo elettorale libero e sicuro in un contesto digitale sempre più dominante.

    La partecipazione attiva dei giovani e la loro fiducia nelle istituzioni dipenderanno molto da come queste piattaforme sapranno rispondere alle nuove sfide poste dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale.

    Le elezioni del 2024 potrebbero quindi segnare un punto di svolta non solo per la partecipazione politica dei giovani, ma anche per la maturazione di un ambiente digitale più sicuro e affidabile.

    Un’opportunità che non possiamo permetterci di sprecare.

     

  • LinkedIn, test per un feed video in stile TikTok

    LinkedIn, test per un feed video in stile TikTok

    Dopo alcuni rumors arriva la conferma. LinkedIn ha avviato un test su un feed video in stile TikTok. L’intento è di strizzare l’occhio ai più giovani che approderanno nel mondo del lavoro.

    Mentre si discute nel mondo di quale possa essere il destino di TikTok negli Usa, l’app cinese continua a dettare i trend.

    Dopo alcuni rumors, rivelati da Austin Null e seguiti da Lindesy Gamble, anche LinkedIn ne ha dato conferma. E di cosa?

    Semplice, del fatto che anche l’app di LinkedIn avrà il suo feed per i video in stile TikTok. In pratica, mancava solo la società di Microsoft a inserirsi tra le società che hanno strizzato l’occhio all’app cinese. Tra queste ci sono Instagram, Facebook, Netflix; e poi YouTube, Snapchat.

    Insomma, i social media, resosi conto che i video acquistano sempre più interesse, specie quelli brevi, non hanno fatto altro che guardare a chi sui video brevi ha costruito tutta la sua esistenza. E reputazione.

    linkedin video stile tiktok franzrusso

    La novità di LinkedIn in stile TikTok

    E dunque LinkedIn si appresta a lanciare un feed che sembra uguale a quello di TikTok. Lo si nota dalle informazioni condivise da Austin Null, direttore strategico dell’agenzia McKinney.

    Da quello che ha pubblicato Null, si nota il nuovo feed in una categoria chiamata appunto “Video”.

    Dopo aver toccato la sezione “Video” si entra in un feed che mostra video nel formato verticale che scorrono dal basso verso l’alto. Dal test si vede che è possibile mettere “like”, scrivere un commento e condividere il video.

    “Stiamo testando nuovi modi per aiutare gli utenti a scoprire più facilmente video tempestivi e pertinenti da guardare su LinkedIn”, dice Suzi Owens, portavoce dell’azienda, ad Axios.

    video brevi linkedin tiktok
    Screenshot: Austin Null | realizzazione: Lindsey Gamble

    Niente di nuovo, tranne i video business

    Niente di nuovo sotto il cielo dei social media, verrebbe da dire. Men che meno sotto il cielo di LinkedIn che ripropone qualcosa di già visto.

    Solo che a differenza di altre app, su LinkedIn i video si concentrano più o meno sullo stesso tema. E quindi carriere professionali, business, personal branding. Anche se, va comunque ricordato, che LinkedIn – questa novità lo dimostra –  è sempre di più una piattaforma social media. Al pari delle altre.

    Significa che il contenuto è sempre più vario ed è presentato in modalità altrettanto varie.

    LinkedIn prova ancora una volta a mostrarsi più aperta. Soprattutto più aperta verso i giovani. E se le stories non hanno avuto vita lunga, si spera che i video insieme a questa modalità possano attrarre i più giovani.

    LinkedIn strizza l’occhio ai giovani

    L’app di Microsoft per sua natura non è molto attraente per gli utenti più giovani, ovviamente. Non ancora inseritisi nel mondo del lavoro, i giovani non prestano attenzione a LinkedIn. Fino a quando non arriva quel momento.

    E quindi, se per il momento i giovani di oggi sembrano ignorare l’app, arriverà quel momento in cui apriranno il proprio account e troveranno quelle modalità che hanno sempre apprezzato altrove. Quindi i video in verticale in stile TikTok.

    Questa potrebbe essere una spiegazione plausibile del perché LinkedIn spinge verso i video in questo modo.

    In Italia, come notato in un altro articolo, i giovani non frequentano molto LinkedIn. Anzi, in percentuale sono meno del 10%, rispetto al 12% della popolazione social media italiana.

    Un dato che in proporzione lo si riscontra un po’ ovunque.

    Ovvio, LinkedIn non è TikTok e non è un luogo per influencer. Certo, potrebbe diventarlo e allora sarà interessante verificare cosa ne pensano gli utenti LinkedIn più affezionati. E sarà interessante verificare l’impatto che tutto questo potrà avere per le aziende.

  • La decisione di New York sui social media e possibili conseguenze

    La decisione di New York sui social media e possibili conseguenze

    La decisione di New York di etichettare i social media come pericolo per la salute pubblica fa molto discutere. Vediamo insieme come ci si è arrivati, reazioni e impatto sui giovani. Con il parere della psicologa Barbara Collevecchio.

    I social media hanno trasformato il modo in cui comunichiamo, interagiamo e ci informiamo. Ormai ricoprono un ruolo sempre più importante nella nostra vita quotidiana. Sappiamo anche che i social media, in quanto strumenti di comunicazione, rappresentano una vera rivoluzione per quel che riguarda la comunicazione digitale. Rivoluzione che, spesso, non siamo stati in gradi di gestire.

    Una rivoluzione che non è priva di conseguenze. Specialmente per quanto quando i social media sono messi in relazione alla salute mentale. E veniamo al motivo di questo articolo.

    Sta facendo molto discutere la decisione della città di New York che ha preso una posizione decisa. Ha dichiarato i social media un “pericolo per la salute pubblica” e una “tossina ambientale“.

    Vediamo insieme allora il perché di questa scelta, le reazioni che ha suscitato e le possibili implicazioni future.

    newy york social media giovani franzrusso

    La decisione del sindaco di New York

    Il sindaco di New York, Eric Adams, ha annunciato che i social media rappresentano un pericolo per la salute pubblica, equiparandoli ad altri noti pericoli come il tabacco e le armi. Questa mossa è nata dalla crescente preoccupazione per l’impatto negativo dei social sulla salute mentale, soprattutto tra i giovani​​​​.

    La decisione è stata presa in risposta all’aumento dei problemi di salute mentale tra i giovani, compreso un incremento del 42% nei sentimenti di disperazione tra gli studenti delle scuole superiori dal 2011 al 2021.

    Studi recenti hanno dimostrato un legame sempre più stretto tra l’uso eccessivo dei social media e vari problemi di salute mentale. Tra cui ansia, depressione e bassa autostima. Questa correlazione è particolarmente preoccupante per i giovani, che trascorrono una parte significativa del loro tempo online.

    Adams ha specificatamente criticato piattaforme come TikTok, YouTube e Facebook per la loro progettazione che incentiva l’uso compulsivo e presenta caratteristiche pericolose. L’obiettivo principale di questa iniziativa è proteggere i giovani dai pericoli che i social media possono rappresentare per la loro salute mentale.

    In risposta a questi timori, diverse piattaforme social media, come TikTok, Instagram e YouTube, hanno introdotto nuove funzionalità per dare ai genitori più controllo sull’attività online dei loro figli e limitare il tempo trascorso online.

    Eric Adams, sindaco NY
    Eric Adams, sindaco NY

    Cosa dicono gli studi sui social media

    Come dicevamo, studi recenti mostrano un uso significativo dei social media tra gli adolescenti e i giovani adulti.

    Secondo il Pew Research Center, circa il 58% degli adolescenti usa TikTok quotidianamente, inclusi il 17% che lo usa quasi costantemente. YouTube rimane la piattaforma più popolare, con circa il 70% degli adolescenti che lo visitano quotidianamente e il 16% che lo utilizza quasi costantemente. Circa la metà degli adolescenti usa Snapchat e Instagram ogni giorno.

    Un altro studio del 2023, di Gallup, evidenzia che i giovani trascorrono in media 4.8 ore al giorno sui social media, con un incremento del tempo trascorso in base all’età: dai 4.1 ore al giorno per i 13enni fino a 5.8 ore per i 17enni. Le ragazze trascorrono quasi un’ora in più sui social media rispetto ai ragazzi, con una media di 5.3 ore contro 4.4 ore.

    Da una prospettiva globale, il rapporto di DataReportal riporta che gli utenti di social media tra i 16 e i 24 anni utilizzano in media 7.7 piattaforme al mese, mentre quelli tra i 25 e i 34 anni ne utilizzano 7.9. In termini di tempo speso su piattaforme specifiche, gli utenti di TikTok a livello mondiale trascorrono quasi un giorno intero al mese utilizzando l’app mobile, che equivale a circa 17 giorni svegli all’anno.

    Social Media e giovani, i dati in Italia

    Nel 2023, l’utilizzo dei social media in Italia ha mostrato alcuni dati interessanti. Secondo DataReportal, Facebook aveva una portata pubblicitaria equivalente al 47,4% della popolazione totale, con il 52,9% degli utenti idonei (età 13+) che lo usavano. YouTube era ancora più popolare, raggiungendo il 74,5% della popolazione totale, equivalente all’86,4% degli utenti internet.

    Instagram aveva 26,20 milioni di utenti, con una portata pubblicitaria che rappresentava il 44,4% della popolazione totale e il 49,6% degli utenti idonei. TikTok aveva 17,15 milioni di utenti adulti, con una portata pubblicitaria che raggiungeva il 34,3% degli adulti e il 33,8% degli utenti internet.

    Reazioni alla scelta del sindaco di New York

    La decisione di New York ha suscitato un ampio dibattito.

    Da una parte, vi sono esperti e psicologi che plaudono all’iniziativa, ritenendo che possa aumentare la consapevolezza sui pericoli dei social.

    Dall’altra, alcuni critici sostengono che questa mossa potrebbe essere vista come un eccesso di regolamentazione e un potenziale limite alla libertà di espressione.

    Sebbene i dettagli delle misure adottate non siano stati ancora completamente definiti, si prevede che includeranno raccomandazioni per un uso più consapevole e limitato dei social media, simili a quelle già viste in ambito di consumo di tabacco e alcol.

    Inoltre, si prevede un maggiore coinvolgimento delle autorità nella regolamentazione delle pratiche delle società di social media, in particolare per quanto riguarda la protezione dei più giovani.

    Il parere della psicologa Barbara Collevecchio

    Rispetto a questo grande tema, diventa essenziale capirne di più anche attraverso il parere degli esperti, come la psicologa Barbara Collevecchio.

    Sono d’accordo che i contenuti, commenti, discordi d’odio scatenati sui social media facciano male alla salute mentale soprattutto dei giovani, lo vedo anche nella mia pratica clinica. Il problema è che l’incremento di contenuti d’odio su queste piattaforme ha come effetto l’aumento della percezione che il mondo fuori sia tutto pieno di odio. E i ragazzi, rispetto a questo, si sentono molto più vulnerabili. Ma questo accade anche agli adulti.

    Quindi esiste una vulnerabilità, per via di questa amplificazione della sensazione che tu sia piccolo e vulnerabile. Accompagnata dalla sensazione che fuori ci sia un modo terribile, pronto a criticarti e a metterti al pubblico vilipendio. Questo è vero. Ma, fare solo uno statement, quindi un annuncio senza offrire gli strumenti alle persone per come difendersi e per come capire la loro psiche, secondo me, non è sufficiente. C’è una mancanza in questa proposta“.

    Barbara Collevecchio: “servono strumenti adeguati”

    E cosa serve fare allora? Quali strumenti servono?

    Barbara Collevecchio, psicologa clinica
    Barbara Collevecchio, psicologa clinica

    Nel caso della città di NY c’è una proposta e cerchi di regolamentare queste piattaforme attraverso la censura – continua la dottoressa Collevecchio -. Ma non dai gli strumenti psicologici alle persone per difendersi e noi sappiamo che solo attraverso l’indipendenza e l’auto-empowerment, e il fare pensiero, possiamo difenderci da certe cose. Quindi, credo sia molto più importante che di fianco a questo lavoro di regolamentazione delle piattaforme sia molto importante creare pensiero. Far sì che ci sia uno spazio mentale e un cuscinetto mentale di pensiero, diciamo tra la pancia e il cervello, che possa mediare questa sensazione di solitudine, di abbandono e di paura scatenata da alcune reazioni al mondo dei social media.

    Se noi non puntiamo tutto sul filtro del pensiero di poter governare noi stessi, e quindi se lavoriamo coi giovani e con la loro capacità di fare pensiero e non solo di sollecitare la pancia, purtroppo rischiamo di guardare solo il dito e non il percorso attraverso il quale arrivare alla luna“.

    Rischi e benefici per i social media e i giovani

    Quali benefici

    Volendo provare a definire quelli che sono i rischi e i benefici derivanti da una decisione del genere, possiamo dire che partendo dai benefici, la decisione del sindaco di New York potrebbe:

    • portare a una maggiore regolamentazione dei social media, in particolare riguardo alla protezione dei giovani utenti;
    • stimolare iniziative educative rivolte ai giovani e alle loro famiglie sull’uso responsabile dei social media;
    • aumentare ancora di più la pressione sulle aziende tecnologiche affinché migliorino la sicurezza e la privacy sulle loro piattaforme;
    • innescare un dibattito pubblico più ampio sull’impatto dei social media sulla società.
    • diventare da modello per altre città nel considerare misure simili.

    Quali rischi

    Al contrario, i rischi derivanti da una scelta di questo tipo potrebbero generare:

    • un tentativo di limitare la libertà di espressione, sollevando preoccupazioni per i diritti civili;
    • avere l’effetto contrario, spingendo soprattutto i giovani a utilizzare di più i social media per ribellione o curiosità;
    • dare luogo ad una regolamentazione dei social media complessa, di difficile attuazione senza che venga soffocata l’innovazione che questi strumenti portano con sé;
    • avere conseguenze economiche negative per le aziende che operano nel settore dei social media;
    • comportare rischi per la privacy e la sicurezza degli utenti;
    • creare divisioni sociali, con opinioni fortemente polarizzate su questo tema.

    È evidente che questa decisione si inserisce in un dibattito globale sull’impatto dei social media nella società di oggi. Diversi paesi stanno valutando come bilanciare i benefici offerti da queste piattaforme con la necessità di proteggere la salute mentale dei cittadini. Un dibattito che, forse, andrà ancora avanti per molto.

    In conclusione, la decisione di New York potrebbe rappresentare un punto di svolta nella percezione dei social media come potenziali pericoli per la salute pubblica. Una percezione che finora non era mai stata resa così chiara da parte delle istituzioni.

    Entra nel vivo il dibattito sui social media in relazione alla salute

    Indipendentemente dalle misure specifiche che saranno adottate, questo annuncio ha già avuto l’effetto di aumentare la consapevolezza sull’argomento e potrebbe spingere altre città e nazioni a considerare azioni simili. La strada da percorrere è ancora lunga e complessa. La mossa di New York apre un importante dibattito sulla responsabilità sociale delle aziende di tecnologia e sul ruolo dei social media nella società moderna.

    In conclusione, mentre il mondo si adatta alla realtà sempre più pervasiva del digitale, l’equilibrio tra innovazione e salute pubblica rimane un tema cruciale che richiede un’attenzione costante e considerata.

    E, come ci ricordava la dottoressa Barbara Collevecchio, oltre agli annunci serve fare un passo successivo e cominciare a fornire gli strumenti adeguati.

  • Facebook in Italia non è più un social per giovani come un tempo

    Facebook in Italia non è più un social per giovani come un tempo

    Facebook non piace più ai giovani utenti italiani come un tempo. Lo dimostrano i dati che qualche giorno fa ha pubblicato Vincenzo Cosenza, evidenziando che, in un anno, gli utenti della fascia di età 13-29 anni diminuiscono di 2 milioni. Inoltre, la fascia di età 13-18 anni fa registrare un calo del 40%.

    Facebook, in Italia, non è più un social per giovani. E’ questo il titolo che viene naturale per questo post, parafrasando il titolo del film del 2017 di Giovanni Veronesi, “Non è un paese per giovani” (che a sua volta si rifaceva al film dei fratelli Cohen “Non è un paese per vecchi”, 2007). E non ci poteva essere titolo diverso guardando i dati che Vincenzo Cosenza ha pubblicato qualche giorno fa, evidenziando proprio come la fascia degli utenti più giovani abbia abbandonato Facebook nell’ultimo anno. E pensare che fino a qualche anno fa, dal 2011 al 2016 circa, le cose stavano diversamente. Nel 2011 la fascia 18-34 anni costituiva oltre il 50%, poi nel 2013 la fascia 19-45 costituiva il 39%, fino ad arrivare ai dati di oggi.

    Un movimento in uscita dei giovani dalla piattaforma, che resta comunque la più usata in Italia, che testimonia un cambio di passo notevole. Gli utenti più giovani hanno oggi più opportunità di condivisione rispetto a qualche anno fa, più dinamiche e più effimere, basti pensare al grande successo di Instagram Stories.

    facebook giovani italia 2018

    I dati, rilevati da Cosenza, ci dicono che gli italiani su Facebook sono 31 milioni, il 91% degli utenti complessivi che accedono a Internet, secondo quanto rileva Audiweb. Una percentuale che si è mantenuta comunque costante nel tempo. E sono 25 milioni gli utenti italiani che accedono su Facebook ogni giorno, sono poi 24 milioni gli utenti che accedono sulla piattaforma da Mobile. Nel 2013 erano 15 milioni ma una volta al mese.

    Facebook Italia utenti 2018

    Qualche settimana fa avevamo riportato i dati dell’Osservatorio sulle Comunicazioni di Agcom che riportava Facebook come la piattaforma più usata dagli italiani, con la grande crescita di Instagram che si piazzava come seconda. I dati dell’Osservatorio rilevavano un calo nelle ore di navigazione di Facebook: oltre 25 ore mensili al mese, ma, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si evidenziava una flessione pari a 2 ore in meno. Il dato che aveva appassionato tutti era quello legato alla crescita dell’audience: +11% in anno. Un dato che ha fatto discutere i nostri lettori sui social media, facendo notare, la maggior parte, che mancava il dato analitico della composizione dell’audience, ossia età, sesso, posizione geografica. Ma oggi possiamo, in parte, spiegare quel +11% grazie a questi dati.

    Cosenza ha rilevato che la fascia di età 13-29 anni ha subito un calo, in un anno, di 2 milioni di utenti. La fascia 13-18 anni ha poi fatto registrare un calo del 40%, un vero esodo. Più contenuti i cali rilevati nelle altre fasci di età: 19-24 anni in calo del 17%; 25-29 in calo del 12%. E quindi, a crescere sono le fasce più mature: quella dei 46-55 anni e quella degli ultra 55enni che fa un salto del 17%.

    Facebook Italia età 2018

    Ecco, forse questi dati ci spiegano la crescita, in un contesto di calo a livello globale, sebbene minimo, della piattaforma. Escono gli utenti più giovani ed entrano gli utenti più maturi. Escono i figli ed entrano i genitori, se vogliamo usare questa immagine non tanto lontano dalla realtà. Sta accadendo che gli utenti giovani italiani non trovano più interessante Facebook come un tempo, preferendo altre piattaforme più dinamiche ed effimere, dove ancora la presenza di utenti più maturi è minima.

    Non scordiamoci che questo dato spiega anche perchè Facebook sia in Italia la piattaforma social più consultata attraverso cui informarsi. Ora, prendiamo questi dati, degli utenti maturi che cercano informazioni per lo più su Facebook, e raffrontiamoli con i dati di Infosfera, che abbiamo pubblicato qualche giorno fa qui sul nostro blog. Quei dati ci dicono che l’82,83% non è in grado di identificare la pagina Facebook di un sito di fake news. E il 70,28% non sa distinguere un fake news su Twitter. Ma non è tutto, perchè per l’87% degli italiani sui social media non ci sono più opportunità di apprendere notizie credibili. Quindi i social media, per la gran parte degli italiani, non sono fonti attendibili.

    Insomma, Facebook non è più un social per giovani, ma bisogna lavorare e vigilare molto perchè non diventi un social per fake news.

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  • Facebook e la fuga dei giovani, sempre più attratti dal visual content (anche effimero)

    Facebook e la fuga dei giovani, sempre più attratti dal visual content (anche effimero)

    Per Facebook gli ultimi due anni non sono stati esaltanti, soprattutto per quanto riguarda le fake news, il Russia Gate. Una crisi siagata da Wired con un’inchiesta, mostrando un malconcio Mark Zuckerberg in copertina, e anche, contemporaneamente, dai dati di eMarketer che mostrano la fuga dei più giovani dalla piattaforma. Ci siamo concentrati su quest’ultimo aspetto e abbiamo chiesto un parere a Riccardo Scandellari.

    Facebook ha compiuto da poco 14 anni, è stato fondato proprio nel 2004, ed è arrivato ad essere oggi il social network con il più alto numero di utenti registrati, 2,1 miliardi di utenti registrati complessivamente, numeri che nessun’altra piattaforma è in grado (ancora) di raggiungere. Eppure, anche per Facebook non sono mancate le difficoltà in questi anni, soprattutto negli ultimi due, quelli caratterizzati dal fenomeno incontrollato delle fake news e dal successivo “Russia Gate“, strettamente collegato alla diffusione delle notizie false.

    Negli ultimi due giorni l’indagine di Wired, che mostra in copertina un malconcio Mark Zuckerberg, e un’indagine di eMarketer, che mette in evidenza la fuga degli utenti più giovani dalla piattaforma, hanno messo in luce tutte le difficoltà che la società di Zuckerberg ha patito in questi due anni.

    facebook giovani utenti fuga

    Mantenendo ferma quell’immagine di Zuckerberg, quello su cui vorremmo concentrarci è proprio la fuga degli utenti più giovani. I dati di eMarketer parlano chiaro. Facebook lo scorso anno ha perso quasi il 10% degli utenti 12-17 anni, più o meno 1,4 milioni di utenti. Nel complesso, però, le stime di eMarketer rilevano che 2,8 milioni sono gli utenti che hanno abbandonato la piattaforma nel 2017 nella fascia d’ età sotto i 25 anni e altri 2,1 milioni di utenti, sempre con un’età inferiore ai 25 anni, li perderà entro quest’anno.

    Un calo che sembrerebbe giovare a Instagram e a Snapchat, due piattaforme da sempre molto gradite ai più giovani. Infatti, sempre i dati di eMarketer prevedono che la piattaforma per immagini di proprietà di Facebook crescerà del 13%, raggiungendo negli Usa 105 milioni di utenti, mentre Snapchat dovrebbe crescere del 9%, raggiungendo 86,5 milioni di utenti.

    Insomma, Facebook comincia ad essere meno usato dai più giovani che, invece, sono alla ricerca di piattaforme forse più dinamiche, più creative.

    Restando sempre in questo filone, se ricordate lo scorso anno avevamo pubblicato una ricerca di Blogmeter, molto interessante, che vi illustrava le piattaforme più usate e quelle meno usate dagli utenti social media italiani. Ebbene, se da un lato la ricerca evidenziava che Facebook rimanesse la piattaforma più usate, dall’altro si metteva in risalto anche che “gli utenti con un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, dichiarano inoltre di dedicare più tempo a Instagram e YouTube“. Si tratta quindi di una tendenza generale, non limitata solo agli Usa.

    A questo proposito, abbiamo chiesto un parere a Riccardo Scandellari, esperto di comunicazione, formatore e blogger che tutti conosciamo, nello specifico gli abbiamo chiesto se davvero i giovani non trovano più Facebook così attraente, oppure stanno diventando più attenti, alla ricerca di piattaforme in grado di soddisfare le loro esigenze?

    riccardo scandellari facebook
    Riccardo Scandellari

    Non credo che la presenza dei genitori su Facebook sia l’unica causa. Vedo nelle giovani generazioni una maggiore predisposizione per i contenuti video e fotografici, il testo scritto appartiene alle persone dai 24 anni in poi, queste hanno maggiore dimestichezza con la parola scritta. Le stories sono contenuti in cui i ragazzi non rischiano nulla, non rimangono disponibili per le ricerche di genitori, insegnanti e (in futuro) i recruiter. Il video è il loro linguaggio in cui possono mostrare più che dimostrare, possono sperimentare e creare la distanza dai linguaggi “vecchi”, hanno come modello di riferimento YouTube e non la TV. Per loro apparire in video è normale, cool e meno impegnativo. Poi, qualora esagerassero, dopo 24 ore tutto viene cancellato. Riccardo Scandellari

    Ecco, quella che evidenzia Riccardo Scandellari è proprio una differenza del linguaggio che caratterizza le giovani generazioni, più propense alla forma di contenuto video, quindi al visual content. Una caratteristica che spiegherebbe meglio questa “fuga da Facebook” dei più giovani che si spostano verso piattaforme che fanno del contenuto visivo la propria ragion d’essere.

    Questo è un dato che certamente non metterà in difficoltà Facebook che, nonostante tutto, continuerà a crescere ancora, negli Usa quanto in altri paesi, ma è indicativo di come, per i giovani, la scelta dello strumento venga determinata dalla tipologia del contenuto che questa permetta di usare. Un approccio diverso rispetto a quelle delle generazioni “più anziane”, che spesso inseguono la piattaforma lasciandosi trasportare dalle caratteristiche che offre.

    E voi che ne pensate?

  • Premio GammaDonna: premio per donne e giovani che fanno innovazione

    Premio GammaDonna: premio per donne e giovani che fanno innovazione

    Il Premio GammaDonna giunge alla nona edizione, riconoscimento che da 14 anni premia storie di innovazione poco conosciute portandole alla ribalta. Il premio si rivolge a imprenditrici di ogni età e a giovani imprenditori under 35. E’ possibile iscriversi entro il 19 settembre, novità di questa edizione è il QVC Next Award per il prodotto più innovativo.

    Torna il Premio GammaDonna, premio che, giunto alla nona edizione, da 14 anni premia storie di innovazione poco conosciute portandole alla ribalta. Di fronte ad uno scenario futuro che prevede un aumento esponenziale del fenomeno della robotica, al punto da fagocitare 1,2 miliardi di posti di lavoro (rapporto McKinsey, maggio 2017), la creatività, l’intelligenza emotiva, la capacità di analisi sembrano essere gli ingredienti giusti per affrontare il momento. In altre parole, si parla di re-skilling, ossia riqualificarsi con nuove competenze. Il Premio Gamma Donna si muove quindi in questa direzione.

    Il Premio si rivolge a imprenditrici di ogni età e a giovani imprenditori under 35 che si siano distinti per aver introdotto innovazioni di prodotto/servizio, processo o mindset all’interno della propria azienda, costituita entro il 31 dicembre 2014. Piccole imprese che hanno saputo adattarsi con successo alle nuove e mutevoli esigenze del mercato, adottando gli strumenti tecnologici a disposizione e sperimentando attività, ruoli e modelli organizzativi nuovi.

    Tutte le candidature ritenute idonee avranno uno spazio sulla piattaforma GammaDonna che, dal 2004, racconta e diffonde storie di innovazione, leadership, visione. Una rosa di 6 finaliste aprirà il GammaForum – Forum Nazionale dell’Imprenditoria Femminile e Giovanile, in programma il prossimo 16 Novembre a Milano con il titolo “Intelligenze e competenze nuove per fare impresa nell’era digitale”.

    Premio GammaDonna 2017

    Una giuria formata da personaggi di spicco del mondo dell’impresa, del venture capital e dell’innovazione digitale decreterà il vincitore del Premio GammaDonna, chiarendo le proprie scelte durante un dibattito aperto. In palio:

    • un Master della 24Ore Business School
    • un percorso d’incubazione in Polihub – Politecnico di Milano
    • sei mesi di mentoring affiancati da un manager selezionato ValoreD.

    Anche quest’anno, tra le candidature sarà assegnato il Giuliana Bertin Communication Award, speciale riconoscimento per eccellenze nel campo della   comunicazione on/offline (in premio, un Master della 24Ore Business School).

    Tra le novità dell’edizione 2017, il QVC Next Award per il prodotto più innovativo, finalizzato alla semplificazione o al miglioramento della vita quotidiana. L’impresa vincitrice di questo Award si aggiudicherà un percorso di mentoring con un Senior Buyer QVC e l’ammissione all’edizione 2018 del QVC Next Lab, percorso di formazione dedicato a startup al femminile con forte focus sulla fase del go-to-market, promosso dalla piattaforma multimediale di shopping TV, e-commerce e social media QVC. Il Lab nasce a seguito del lancio, nel 2016, del programma QVC Next a sostegno delle imprese appena nate, piccole e medie, con particolare attenzione a quelle femminili.

    Candidature entro il 19 settembre 2017. Info e regolamento sul sito www.gammaforum.it.

  • Instagram in Italia: 8 milioni di utenti al giorno, piace ai giovani e alle donne

    Instagram in Italia: 8 milioni di utenti al giorno, piace ai giovani e alle donne

    Dopo aver visto che complessivamente gli utenti Instagram in Italia sono 14 milioni, Vincenzo Cosenza ci offre un dettaglio ulteriore sugli utenti italiani che frequentano l’app. Dall’analisi emerge che Instagram piace molto ai giovani, il 55% ha meno di 35 anni, e alle donne, sono infatti il 51%.

    Come detto in un’altra occasione, Instagram piace sempre di più agli italiani. Qualche giorno fa, in occasione della visita in Italia di Mike Krieger, co-fondatore di Instagram insieme a Kevin Systrom, avevamo scoperto che gli italiani che usano Instagram sono 14 milioni, in evidente crescita rispetto al 2016. Un dato che ha suscitato molta attenzione, per il fatto che davvero poco si sa, in termini numerici e analitici, sugli utenti italiani che frequentano l’app di photo sharing di proprietà di Facebook. Ma oggi possiamo saperne di più con qualche dettaglio che deriva dalla ricerca di Vincenzo Cosenza, “Instagrammer“, che ci da qualche elemento in più per conoscere gli utenti che usano l’app nel nostro paese.

    Diciamo subito che l’analisi di Cosenza rileva un dato che può essere considerato molto importante, e cioè che ogni giorno sono 8 milioni gli utenti che usano Instagram. Ci sono quindi 8 milioni di utenti italiani che, pressoché in maniera esclusiva, usano l’app da dispositivi mobile. Molto probabilmente sono utenti che accedono alla rete proprio, e soltanto da mobile. Come abbiamo visto di recente, da un’analisi di comScore, il Mobile in Italia ha superano il Desktop per l’accesso alla Rete.

    utenti instagram italia 2017 franzrusso.it

    In linea con quando già si sa in generale, Instagram in Italia piace molto ai giovani, specialmente agli utenti che appartengono alla fascia di età compresa tra i 19 e i 24 anni, si parla del 25% sul totale degli utenti, quindi un quarto. Il 55% degli utenti ha un’età inferiore ai 35 anni e, dopo la fascia di età 19-24 anni, l’altra fascia più prevalente è quella dei 25-29, il 17%, stessa percentuale per il 36-45 anni. A seguire, la fascia under 18, al 19%, mente è bassa la presenta degli over 56 anni, solo al 6%.

    Ma chi sono gli utenti che frequentano l’app? Come già rilevato in altri paesi, Instagram in Italia piace alle donne, sono il 51% sul totale. Un dato che solo apparentemente pone Instagram in competizione con Pinterest, altra piattaforma che piace molto alle donne. Solo che Pinterest in Italia è molto meno usata di Instagram, come sottolineato qui.

    E cosa spinge gli utenti italiani a usare Instagram? La ricerca di Vicenzo Cosenza rileva che gli utenti italiani usano l’app per condividere esperienze, 14%; ma il 17% lo sceglie per seguire personaggi famosi.

    E voi? Che ne pensate di questi dati? E raccontateci come voi usate Instagram.