Tag: smart working

  • Il valore della Tecnologia per le riunioni ibride e inclusive

    Il valore della Tecnologia per le riunioni ibride e inclusive

    Come la tecnologia avanzata nelle riunioni ibride migliora il coinvolgimento e la fiducia. Lo dimostra il recente studio di Jabra-LSE Behavioural, che rileva anche l’impatto della diversità culturale nelle dinamiche di gruppo.

    In un mondo segnato da rapidi cambiamenti tecnologici, il modo in cui le aziende conducono le riunioni di lavoro sta subendo una trasformazione significativa. La pandemia ha accelerato questa evoluzione. Spingendo molte organizzazioni a ripensare i loro modelli operativi e ad abbracciare il lavoro ibrido come una nuova realtà.

    In questo contesto, uno studio recente di Jabra, condotto presso il prestigioso LSE Behavioural Lab, Meeting great expectations: Behaviour, Emotion and Trust mette in evidenza l’importanza della tecnologia nel colmare il divario tra riunioni in presenza e da remoto. Si enfatizza il ruolo cruciale della fiducia, dell’emozione e della diversità culturale nelle dinamiche di collaborazione.

    Lo scenario e il dibattito sul rientro in ufficio

    lavoro da remoto tecnologia franzrusso

    Il dibattito sul rientro in ufficio, sviluppatosi dalla metà del 2021 alla metà del 2023, ha messo in luce il conflitto tra la preferenza dei dipendenti per l’autonomia e il lavoro a distanza. E il desiderio dei leader aziendali di perseguire la produttività in ufficio.

    Questa dinamica ha evidenziato una realtà inconfutabile: le riunioni esclusivamente in presenza non sono più un’opzione praticabile in molte situazioni. Le riunioni online, una volta considerate una soluzione temporanea, sono diventate una componente permanente del panorama lavorativo.

    Coinvolgimento e Fiducia: il ruolo della Tecnologia

    Il confronto “faccia a faccia” continua a essere preferito (56%) per il suo livello di coinvolgimento diretto e autentico. Tuttavia, quando la presenza fisica non è possibile, la tecnologia di collaborazione professionale assume un ruolo fondamentale.

    L’uso di cuffie e videocamere professionali ottimizzate per le sale riunioni ha mostrato un notevole aumento del coinvolgimento degli utenti da remoto (84%).

    Inoltre, l’uso di tecnologie professionali ha portato a un incremento della fiducia reciproca tra i partecipanti. Evidenziando come strumenti di alta qualità possano migliorare significativamente la comunicazione e la collaborazione.

    Si è registrato un aumento del 27% nella chiarezza delle riunioni, con 16% in più di fiducia. Un 35% in più di espressività e un miglioramento del 47% nella qualità dei contributi rispetto alla tecnologia integrata o di qualità inferiore.

    La diversità culturale nelle riunioni

    Un altro aspetto rilevante emerso dallo studio riguarda l’impatto della diversità culturale sulle dinamiche di partecipazione. Le differenze nell’impegno verbale e nei livelli di attenzione tra i professionisti europei e asiatici sottolineano l’importanza di considerare la diversità culturale nella progettazione e conduzione di riunioni efficaci.

    Queste differenze non sono solo un fattore da considerare. Ma sono anche un’opportunità per arricchire le discussioni e promuovere l’inclusione in un ambiente di lavoro sempre più globale.

    La variabile “attenzione” ha rivelato una netta differenza tra i partecipanti europei e quelli di altri continenti. Rispetto alle loro controparti europee, i partecipanti asiatici avevano livelli di attenzione più alti del 134% durante le riunioni.

    Lo studio di Jabra realizzato presso l’LSE Behavioural Lab apre nuovi orizzonti sulla natura delle riunioni di lavoro nel contesto contemporaneo. La tecnologia non solo facilita la comunicazione a distanza, ma gioca un ruolo cruciale nel costruire fiducia e coinvolgimento.

    Tuttavia, la tecnologia da sola non è sufficiente. La consapevolezza delle differenze culturali e il loro impatto sulle dinamiche di gruppo sono altrettanto importanti.

    Queste scoperte suggeriscono che le aziende devono adottare un approccio olistico per garantire riunioni efficaci e inclusive. La tecnologia va integrata con una comprensione approfondita delle dinamiche umane e culturali.

    In un’era in cui il lavoro ibrido è diventato la norma, comprendere e implementare queste lezioni sarà fondamentale per assicurare un coinvolgimento efficace e paritario, superando le barriere fisiche e culturali.

  • Come lavorare in smart working migliorando la memoria

    Come lavorare in smart working migliorando la memoria

    Ricorderemo questo anno anche per l’esplosione del fenomeno dello smart working e del relativo fenomeno delle videoconferenze, spesso non con la qualità che meritano. Eppure, è tutta questione di memoria.

    La pandemia da Covid-19 ha provocato cambiamenti e accelerazioni dalle quali sarà difficile tornare indietro. E, tra i cambiamenti che hanno caratterizzato questo 2020, non possiamo non citare lo smart working, il fenomeno che ha subito una accelerazione notevole e che continua ancora a registrare una grande adesione.

    Va detto, nella prima prima fase le aziende sono state colte impreparate e la stragrande maggioranza ha sperimentato problemi legati alla sicurezza. Il repentino passaggio al lavoro da casa ha esposto le aziende a molti rischi, non avendo adottato, nel tempo, le opportune accortezze per una eventualità come questa. Un passaggio che ha poi portato i lavoratori a lavorare da casa e a diventare responsabili di processi, spesso con scarsa preparazione.

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    Il fenomeno smart working

    A distanza di mesi, il fenomeno è in continua crescita e gli ultimi dati ci dicono che gli smart workers in Italia sono 6,5 milioni, quando un anno fa erano appena 570 mila, facendo registrare un balzo del 1.050%. E buona parte di questi non tornerà più indietro.

    Il fenomeno dello smart working porta con sè anche il crescente utilizzo della videoconferenze. Un fenomeno che non ha risparmiato anche il nostro paese, anzi. L’Italia, avendo sperimentato per primo il lockdown, è stato uno dei paesi che ha fatto registrare un aumento esponenziale delle videochiamate per lavoro.

    Ora, chissà quante volte, in questi mesi, vi sarà capitato di prendere parte ad una videoconferenza e di rendervi conto che la vostra qualità video non fosse così perfetta. Proviamo ad immaginare, tante volte. Nella maggior parte dei casi siamo soliti pensare che sia solo un problema di rete, certo, il più delle volte è così. Ma avete provato a pensare che ci fossero altri fattori come la memoria del vostro dispositivo?

    Ecco, questo è uno di quegli aspetti che, in casi come questi, consideriamo meno, ma la memoria del nostro dispositivo gioca un ruolo importante in quel momento. La memoria, infatti, è una parte integrante del sistema e concorre a definire la qualità delle nostre video-call. Inoltre, concorre a determinare l’effettiva capacità del sistema di compiere più attività nello stesso momento, come condivisione dello schermo, di immagini e di altro materiale usato durante le presentazioni, attività queste a cui si ricorre quasi sempre quando si lavora da casa in smart working.

    Videoconferenze ovunque

    Ora, e app e i software per le videoconferenze hanno approcci diversi da questo punto di vista. Mentre Microsoft Teams adatta e rapporta il proprio assorbimento della memoria alla configurazione del sistema e alle funzionalità attive, altre applicazioni, invece, funzionano in maniera più statica, finendo per assorbire tutta, o quasi, la memoria a disposizione. Con il risultato di una pessima qualità video nella videochiamata.

    Come si può superare questo problema, ripetiamo, spesso poco considerato? Semplice, aggiungendo memoria aggiuntiva, al fine di garantire il funzionamento ottimale di tutto il sistema. Ma come?

    Provate ad immaginarvi un attimo di fronte al vostro pc, quello che usiamo spesso per le nostre videoconferenze. Nel momento che siete in modalità live, avete sicuramente aperto il vostro browser Chrome (nella maggior parte dei casi, il vostro client per le email, qualche altro software per le immagini, per la scrittura e chissà cos’altro. Tutti strumenti di lavoro utili ma che ala fine rubano memoria e che finirà per condizionare la nostra videoconferenza.

    Migliorare la memoria con Kingston Technology

    La soluzione ce la offre Kingston Technology, leader mondiale nella produzione di schede di memoria, fondata nel 1987 a Fountain Valley, in California. Da sempre Kingston significa memoria, potremmo quasi dire che nel nostro immaginario “Kingston” è ormai un sinonimo di “memoria”, grazie alla sua affidabilità e alla sua esperienza in oltre 30 anni di attività.

    Per ottenere migliori prestazioni, anche in fase di videoconferenza, il suggerimento è quello di potenziare la memoria del vostro sistema, così da ottenere prestazioni migliori. A questo link potete effettuare la ricerca del vostro dispositivo (anche se fuori produzione) e avere subito la soluzione al vostro problema di memoria, sia come modulo DDR o come SSD.

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    Insomma, se volete migliorare, e di molto, la vostra qualità delle videochiamate in conferenza, allora non dimenticate di fare attenzione alla vostra memoria e la soluzione la trovate qua.

    [In collaborazione con Kingston Technology]

  • Smart working 2020, sono più di 6,5 milioni gli smart workers

    Smart working 2020, sono più di 6,5 milioni gli smart workers

    Il Covid-19 ha provocato una crescita esponenziale dello smart working in Italia, come prevedibile. I dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano ci dicono che si è passati da 570 mila a 6,58 milioni di smart workers.

    Come abbiamo più volte sottolineato da inizia pandemia, il Covid-19 ha accelerato diversi fenomeni. Prima tra tutti, quella della digitalizzazione di diversi processi, molte aziende hanno abbracciato il digitale come mai prima. E le stesse aziende si sono trovate poi ad affrontare il fenomeno dello smart working, un fenomeno che nel nostro paese era molto circoscritto prima del decreto di febbraio di quest’anno.

    Smart Working in Italia nel 2020, un vero boom

    Ebbene, i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano ci descrivono un vero boom dello smart working in Italia in questi ultimi mesi. Non che questi rappresenti una sorpresa, era un dato atteso, ma i numeri sono comunque importanti, se consideriamo, inoltre, che buona parte di coloro che per necessità sono diventati smart workers non torneranno più indietro, e sono tanti.

    smart working italia 2020

    Pensate, lo abbiamo anche riportato, che prima del Coronavirus gli smart workers in Italia erano appena 570 mila, facendo segnare nel 2019 comunque una crescita del 15%. Adesso la crescita è del 1.050% e gli smart workers italiani sono 6,58 milioni. Numeri che impressionano e che danno bene l’idea di cosa sia stato il fenomeno per le aziende italiane e, di conseguenza, per le città italiane, un aspetto quest’ultimo non secondario.

    Il fenomeno ha coinvolto il 97% delle aziende, il 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e il 58% delle Piccole e Medie Imprese. Dei 6,58 milioni di smart workers, la maggior parte lavora nelle grandi imprese, 2,11 milioni; 1,13 milioni lavora nelle PMI; 1,5 milioni nelle microimprese sotto i dieci addetti e infine 1,85 milioni di lavoratori agili nelle PA.

    I dati ci dicono anche che a settembre, al ritorno dalle ferie, il numero di smart workers era comunque alto: 5,06 milioni. Ed erano così suddivisi: 1,67 milioni nelle grandi imprese; 890 mila nelle PMI; 1,18 milioni nelle microimprese; 1,32 milioni nella PA. In media i lavoratori nelle grandi aziende private hanno lavorato da remoto per la metà del loro tempo lavorativo (circa 2,7 giorni a settimana), nel pubblico 1,2 giorni a settimana.

    Il dato forse più interessante è che alla fine dell’emergenza, perché finirà prima o poi, saranno ben 5,35 milioni gli smart worker che continueranno a lavorare in remoto, un numero che resta quindi molto alto. Di questi, 1,72 milioni continueranno da casa nelle grandi imprese; 920mila nelle PMI; 1,23 milioni nelle microimprese e 1,48 milioni nelle PA.

    Smart Working e “New Normal”

    A fronte di questa “nuova normalità” o “new normal“, il 70% delle grandi imprese aumenterà le giornate di lavoro da remoto, portandole in media da uno a 2,7 giorni alla settimana, una su due modificherà gli spazi fisici. Nelle PA saranno introdotti progetti di smart working (48%), aumenteranno le persone coinvolte nei progetti (72%) e si lavorerà da remoto in media 1,4 giorni alla settimana (47%), rispetto alla giornata media attuale.

    smart working new normal 2020

    Due aspetti possiamo cogliere da questi dati, tra l’altro ripresi anche qui sul nostro blog. E cioè che questa pandemia ha dimostrato che un nuovo modo di lavorare è possibile, anche nel nostro paese. Sembrava quasi difficile a credersi solo 1 anno fa.

    E poi, questa pandemia ha messo a nudo l’impreparazione delle aziende, tecnologica e non solo.

    Più di due grandi imprese su tre hanno dovuto aumentare la dotazione di pc portatili e altri strumenti hardware (69%) e di strumenti per poter accedere da remoto agli applicativi aziendali (65%); tre PA su quattro hanno incoraggiato i dipendenti a usare i dispositivi personali; il 50% delle PMI non ha potuto operare da remoto. A livello organizzativo, invece, è stato difficile mantenere un equilibrio fra lavoro e vita privata per il 58% delle grandi aziende e il 28% dei lavoratori, e per il 33% delle organizzazioni i manager non erano preparati a gestire il lavoro da remoto.

    Nonostante le difficoltà, questo tipologia di smart working atipico ha contribuito a migliorare le competenze digitali dei dipendenti (per il 71% delle grandi imprese e il 53% delle PA), a ripensare i processi aziendali (59% e 42%) e ad abbattere barriere e pregiudizi sul lavoro agile (65% delle grandi imprese), segnando una svolta irreversibile nell’organizzazione del lavoro.

    smart working equilibrio 2020

    Ma vi è ancora un altro aspetto che emerge da questi dati interessanti. Il 29% dei lavoratori ha incontrato difficoltà a separare il tempo del lavoro e quello privato e a mantenere un equilibrio fra i due aspetti (28%), oltre a sperimentare una sensazione di isolamento nei confronti dell’organizzazione nel suo insieme (29%). Il difficile work-life balance è stata anche la prima barriera da superare per le grandi imprese (58%), seguita dalla disparità del carico di lavoro fra alcuni lavoratori meno impegnati e altri sovraccaricati (40%), dall’impreparazione dei manager a gestire il lavoro da remoto (33%) e limitate competenze digitali del personale (31%). Nelle PA, invece, le difficoltà maggiori hanno riguardato l’inadeguatezza delle tecnologie a disposizione (46%) e la disparità nel carico di lavoro (39%), poi l’equilibrio fra vita privata e professionale (33%) e le scarse competenze digitali (31%).

    Ecco, questi i dati, presentati oggi durante una conferenza online, più rilevanti che abbiamo colto.

    E voi che ne pensate? Siete tra quelli che hanno approcciato allo smart working durante questa pandemia? Qua è stata la vostra esperienza? Raccontatecela tra i commenti o attraverso i nostri canali social.

  • COVID-19, le aziende non erano preparate allo smart working

    COVID-19, le aziende non erano preparate allo smart working

    Una recente analisi di Check Point Software ha rivelato che le aziende non erano preparate alla modalità smart working e che per il 95% di esse questo potrebbe comportare una “pandemia digitale”.

    Come abbiamo visto in questi ultimi due mesi, a causa della pandemia da Covid-19, la modalità smart working è quella che si è resa necessaria, ovunque, per permettere alle persone di poter comunque continuare a lavorare. Un tema, quello dello smart working, che in queste settimane abbiamo toccato, e approfondito, qui sul nostro blog, proprio per cercare di raccontare come le aziende italiane hanno affrontato questo momento.

    Come già detto, le aziende italiane si sono trovate da un giorno all’altro a dover considerare in maniera decisa questa modalità. Era il 24 febbraio quando il governo, a seguito della creazione di due “zone rosse”, nel lodigiano e in Veneto, indicava nel primo dpcm la modalità del lavoro da remoto. Tutti lo abbiamo definito “smart working”, anche se, come ci ha spiegato Stefano Epifani nel nostro InTime Podcast, si tratta per lo più di telelavoro.

    Ecco, da quel momento, molte aziende si sono trovate in difficoltà, soprattutto quelle medio-piccole che non avevano mai considerato prima quella modalità.

    smart working aziende non preparate franzrusso.it 2020

    Ebbene, oggi Check Point Software certifica che quel livello di difficoltà, quel livello di impreparazione ha riguardato la stragrande maggioranza delle aziende è reale. Una difficoltà di gestione che può diventare una seria minaccia per la sicurezza delle aziende.

    L’azienda, fornitore leader mondiale specializzato nella sicurezza informatica, ha analizzato i dati e gli eventi di sicurezza informatica relativi a questa pandemia e, secondo una ricerca condotta con Dimensional Research, emerge che il 95% delle aziende ha sperimentato problemi di sicurezza legati allo smart working. La ricerca rivela anche che il 61% delle aziende si preoccupa dei rischi per la sicurezza e dei cambiamenti necessari per facilitare lo smart working, il 55% cerca come migliorare la sicurezza dell’accesso da remoto e il 49% richiede più sicurezza anche per gli endpoint.

    Smart Working o Telelavoro? Intervista a Stefano Epifani

    La situazione rischia anche di complicarsi se l’accesso ai file avviene da infrastrutture personali, proprio perchè si lavora da casa, magari non aggiornate all’ultima release o non protette adeguatamente tramite sistemi antivirus completi. Oltre a queste minacce legate all’hardware, in queste settimane sono aumentati notevolmente i rischi legati all’interazione umana e a phishing.

    Come visto in tante situazioni purtroppo, gli hacker sanno riposizionarsi molto in fretta e hanno cominciato prima a creare siti legati al Coronavirus, con oltre 4.000 domini nuovi riconducibili al virus in poche settimane, l’8% di cui è sospetto o malevolo, poi hanno iniziato ad attaccare direttamente le persone inviando un’enorme mole di e-mail phishing a tema Covid-19.

    Il picco è stato raggiunto il 28 marzo con 5.000 attacchi riconducibili al virus. Un’analisi di Check Point svolta in Italia ha dimostrato che più di un sito su dieci registrato negli ultimi 30 giorni e legato ai temi della “salute” è malevolo. Ora che si sta parlando della Fase 2, e dell’attivazione degli aiuti di Stato, gli hacker stanno diffondendo domini ingannevoli e inviando e-mail che diffondono malware per approfittare di questo nuovo tema d’interesse.

    Coronavirus, le aziende italiane alle prese con lo Smart Working

    Nel solo mese di nel marzo 2020 sono stati registrati 2.081 nuovi domini legati a sussidi, fondi e supporti statali (di cui 38 malevoli e 583 sospetti).

    Insomma, anche questo è un tema che va considerato. Lo smart working deve essere applicato tenendo a mente tutte quelle che sono le implicazioni, incluse quelle legate alla sicurezza che, come abbiamo visto, se trascurate, posso generare problemi gravi.

  • Smart Working o Telelavoro? Intervista a Stefano Epifani

    Smart Working o Telelavoro? Intervista a Stefano Epifani

    Intervista a Stefano Epifani per InTime Podcast che ci aiuta a capire meglio la differenza tra smart working e telelavoro. E anche che cosa si intende per “Sostenibilità Digitale”, il titolo del suo ultimo libro.

    Stiamo vivendo un momento storico, è inutile negarlo. Solo fino a due/tre settimane fa non immaginavamo mai di trovarci in una situazione come questa che stiamo vivendo. Il coronavirus ha cambiato le nostre vite, ci ha portato a ripensare molte cose, una su tutte, il nostro lavoro. Dall’inizio dell’epidemia nel nostro paese, le aziende si sono ritrovate a dover adottare la modalità dello smart working e, spesso, le stesse aziende non hanno saputo reagire con la prontezza che la situazione richiedeva.

    Intanto si è cominciato ad usare, forse in modo non appropriato, il termine Smart Working, adottandolo anche quando non era adatto. Allora sarebbe più corretto parlare di Telelavoro forse.

    Per cercare di capre meglio cosa sta succedendo e, soprattutto, per aiutarci a chiarire meglio la differenza tra Smart Working e Telelavoro, abbiamo intervistato, per il nostro InTime Podcast, un esperto come Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute, docente universitario all’università “La Sapienza” di Roma e fondatore di Techeconomy, oggi Techeconomy 2030.

    intervista stefano epifani-smart working telelavoro franzrusso.it 2020

    Ma Stefano ci aiuterà a capire anche cosa si intende per “Sostenibilità Digitale“, prendendo spunto dal suo ultimo libro, pubblicato ad inizio di quest’anno. E cioè come la tecnologia, e l’innovazione, può essere utile per raggiungere gli obbiettivi di sostenibilità fissati all’interno dell’Agenda 2030.

    Stefano, intanto grazie di aver accettato l’invito. Ci vuoi aiutare a capire meglio? È Smart Working o è Telelavoro?

    “Sicuramente, quello di cui stiamo facendo uso in quest giorni è semplice Telelavoro. Semplice nel modo di dire anche perchè remotizzare il lavoro è tutt’altro che semplice. Smart Working in realtà è altro e traducendolo in maniera più o meno impropria vuol dire “Lavoro Agile”. E per Lavoro Agile si intende quell’insieme di prassi, di modelli, di processi organizzativi che sono funzionali a rendere il lavoro possibile da qualsiasi luogo, in qualsiasi contesto attraverso modelli organizzativi particolarmente flessibili.

    Quello di cui stiamo facendo uso oggi è più frequentemente, semplicemente, la remotizzazione della postazione di lavoro delle persone che si trovano costrette in una condizione di quarantena. È bene specificare la differenza perché trasformare il Telelavoro in Smart Working rischia di essere una riduzione del concetto che, una volta passata l’emergenza, può farci pensare che abbiamo espletato completamente un processo quando invece quel processo, sia dal punto di vista delle prassi organizzative che dal punto di vista delle tecnologie, ma anche dal punto di vista dei modelli contrattuali, deve essere ancora del tutto costruito”.

    Quindi tutte quelle aziende che stanno adoperando questo sistema, ossia il Telelavoro, non saranno effettivamente pronte per lo Smart Working e, alla fine di questa emergenza rischiamo di trovarci nella situazione iniziale. È così?

    “Ci troveremmo di fronte ad una situazione nella quale questo “stress-test”, al quale il paese è stato sottoposto, ha dimostrato che remotizzare i processi è possibile. A questo punto, la scusa del “non si può fare” ci è stata tolta. Resta da costruire una dimensione di Smart Working che sia realmente a misura d’uomo”.

    Potete ascoltare l’intervista integrale a Stefano Epifani su Spreaker e anche su Spotify. E grazie a Stefano Epifani per la disponibilità.

    Il suo libro, Sostenibilità Digitale, lo potete trovare su Amazon.

    E voi che ne pensate?

  • Coronavirus, Solidarietà Digitale per tutta l’Italia

    Coronavirus, Solidarietà Digitale per tutta l’Italia

    Solidarietà Digitale è il portale di servizi digitali disponibile per aziende, docenti, studenti e famiglie. Il portale adesso viene reso disponibile per tutta l’Italia. Si tratta di servizi rivolti allo smart working, alla lettura digitale e all’e-learning.

    Solidarietà Digitale è il portale ideato dal Ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, con il supporto tecnico dell’Agenzia per l’Italia Digitale, inizialmente previsto per ridurre l’impatto sociale ed economico nelle prime aree, quelle del lodigiano, soggette a restrizioni a causa del Coronavirus. Con la diffusione del virus in tutto il paese, l’iniziativa viene ora estesa a tutta l’Italia. Si tratta di una serie di servizi digitali per cercare di mantenere vive le solite abitudini in un momento in cui tutti gli italiani sono chiamati ad uno sforzo ulteriore per contenere la diffusione del virus restando in casa.

    I servizi riguardano lo smart working con piattaforme che abilitano questa modalità di lavoro che speriamo venga usata anche dopo la fine di questa emergenza; lettura di giornali, riviste e libri digitali; e-learning per offrire servizi a studenti ed insegnanti per mantenere attiva la didattica anche da casa.

    solidarietà digitale

    Sono tantissime le aziende che hanno aderito come Vodafone che offre un mese di utilizzo illimitato della connessione dati su tutte le SIM voce per restare in contatto con colleghi, clienti e fornitori senza ulteriori costi; Tim che offre GB illimitati da mobile per 1 mese per i tutti i clienti con un bundle dati attivo; Fastweb che da oggi mette a disposizione per tutta la community di clienti mobile 1 milione di Giga gratuiti da condividere sino all’esaurimento del plafond. E ancora, Job Farm che mette gratuitamente a disposizione per un mese i propri e-learning dedicati a queste tematiche; Il Saggiatore che ogni due giorni offre un diverso ebook del catalogo del Saggiatore gratis tramite il sito della casa editrice; Primo Round che mette a disposizione a titolo gratuito la propria piattaforma per webinar B2B dedicata alle imprese che devono comunicare i propri prodotti e servizi ai clienti; Helbiz che mette a disposizione 25.000 corse gratuite da 20 minuti valide fino al 4 Aprile nelle città di Milano, Torino, Roma e Verona; Microsoft che mette a disposizione gratuitamente per permettere l’adozione di soluzioni di smart working, anche in mobilità, per PMI, imprese private e pubbliche, istituzioni e scuole, sia già clienti che no; Agenzia Dire che offre a tutte le testate locali, cartacee e web, l’accesso riservato al proprio notiziario sanità, con tutte le news dell’ultim’ora.

    Potete trovare tutti gli altri servizi sul portale a questo indirizzo: solidarietadigitale.agid.gov.it.

    Solidarieta digitale coronavirus

    In queste ore così difficili la tecnologia ci viene incontro consentendo, ad esempio, alle scuole di poter mantenere il contatto con gli studenti, di garantire il diritto allo studio – dichiara la Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina -. Ringrazio tutti i partner pubblici e privati che ci stanno dando una mano, supportando il Paese, i cittadini, in questa fase di emergenza”.

    Digitale e innovazione possono rappresentare, se utilizzate nel modo giusto, risorse preziose per migliorare la vita dei cittadini – dichiara Paola Pisano, Ministra per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione -. Oggi l’Italia è chiamata ad affrontare un momento di emergenza sanitaria senza precedenti. Anche in questo contesto difficile, l’innovazione può dare il suo contributo, se non a ritrovare la normalità forzatamente perduta, almeno a trovare una quotidianità diversa nella quale non dover rinunciare a lavorare, a informarsi, a fare la spesa, alla propria socialità e, specie per i più piccoli, al gioco, alla formazione, all’istruzione”.

    Una bella iniziativa che ci piaceva segnalarvi anche perchè sappiamo che a molti di voi potrebbero tornare utili.

  • Coronavirus, le aziende italiane alle prese con lo Smart Working

    Coronavirus, le aziende italiane alle prese con lo Smart Working

    Il decreto legge emanato dal Consiglio dei Ministri due giorni fa, e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, per affrontare le conseguenze del Coronavirus, apre la strada, su larga scala, al fenomeno dello Smart Working. Ma le aziende sono pronte?

    La veloce, e improvvisa, diffusione del Coronavirus in Italia sta mettendo alla prova il nostro paese su più fronti. L’emergenza sanitaria, gestita dal governo, e la conseguente messa in quarantena di diversi paesi, tutti localizzati nel “lodigiano”, considerato ad oggi il “focolaio italiano” da dove tutto sarebbe partito, hanno messo in evidenza un grande problema, che è quello legato alla impossibilità di recarsi sul posto di lavoro in periodo di quarantena. Si tratta di un periodo obbligatorio in cui i residenti dei paesi in cui vige il provvedimento (iniziato oggi nella zona di Codogno) non possono uscire di casa, neanche per andare a lavorare.

    Una condizione questa che è oggi, nel 2020, superabile grazie al fenomeno dello Smart Working, o Lavoro Agile, ossia un particolare approccio al modo di lavorare che è più focalizzato sull’efficienza e l’efficacia della prestazione lavorativa e non più solo sulla postazione fisica come condizione imprescindibile. Si tratta d una modalità “agile”, appunto, che permette al lavoratore di poter organizzare autonomamente il proprio lavoro, lavorando anche da casa, e permette all’organizzazione di essere più focalizzata sui risultati, mettendo insieme flessibilità dell’orario di lavoro, collaborazione, condivisione.

    smart working coronavirus 2020 franzrusso.it

    Si tratta di una modalità, di un approccio, come abbiamo detto, che in questo momento specifico sta emergendo come grande esigenza, che mette a nudo, per certi versi, le difficoltà che le aziende incontrano oggi, per non aver creduto abbastanza in questa modalità, per tanti motivi. Tra questi, sicuramente emerge il fatto di non aver investito abbastanza per permettere ai lavoratori di poter lavorare anche senza essere fisicamente in azienda, è quindi un problema di strumenti ed è un problema infrastrutturale, legato alla ottimizzazione della connessione (quindi server da potenziare, sistemi cloud da adottare e così via).

    Come sapete, il 22 febbraio scorso il governo ha emanato un decreto legge per affrontare subito l’emergenza Coronavirus nelle zone più colpite, decreto già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e quindi operativo da oggi, 24 febbraio. Tra i provvedimenti c’è quello di consentire alla popolazione dei paesi sottoposti a quarantena di avvalersi della possibilità di lavorare da casa, quindi dello smart working.

    Al comma N dell’articolo 1, si legge della “sospensione  delle  attività  lavorative  per  le  imprese,  a esclusione di quelle che erogano servizi  essenziali  e  di  pubblica utilità  e  di  quelle  che possono  essere  svolte  in   modalità domiciliare”.

    Si tratta quindi di una condizione che può essere attivata subito, a patto che le aziende siano pronte. E qui arrivano i problemi. Tenuto conto dei pochi giorni a disposizione per rendere lo smart working operativo, c’è da dire che ad oggi solo le grandi aziende sono in grado di garantire questa modalità ai propri lavoratori e, forse, non avverrà anche da noi quello che è già successo in Cina, proprio per affrontare il Coronavirus, dove si sta registrando una enorme sperimentazione di smart working e di smart e-learning che non ha precedenti, con aziende che in poco tempo hanno potenziato le proprie infrastrutture, i propri server per permettere ai lavoratori di essere operativi anche da casa.

    In Italia non tutte le aziende sono pronte allo smart working, sarebbe interessante anche sapere come si sta affrontando il problema nelle zone interessate. Le organizzazioni non sono pronte anche per via di non elevati investimenti infrastrutturali, tenuto conto che il nostro paese, in una classifica di 50 paesi per velocità di connessone si piazza al 47° posto, non il massimo.

    smart working coronavirus

    Per avere un quadro più completo del fenomeno smart working in Italia, facciamo affidamento agli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano che ci dice che nel nostro paese lo Smart Working è al 58% nel 2019, in crescita lieve dal 56% del 2018, nelle grandi aziende. Va aggiunto poi un 7% di imprese che aveva già attivato iniziative informali e di un 5% che prevedeva di farlo nel corso dei prossimi dodici mesi. L’indagine evidenziava poi un 22% di imprese che avrebbe considerato la modalità smart working nel prossimo futuro e l’8% che non aveva ancora deciso oppure che non mostrava interesse.

    L’indagine dell’Osservatorio metteva in evidenza la crescita del fenomeno presso le PMI con la crescita di progetti dall’8% al 12%, mentre i progetti informali passavano dal 16% al 18%. Ma, dato assolutamente rilevante che un po’ offusca tutto questo, le aziende che non hanno mostrato interesse verso lo smart working sono cresciute dal 38% al 51%.

    Sono raddoppiati anche i progetti presso la Pubblica Amministrazione, dall’8% al 16%, di cui 7% delle PA ha attivato iniziative informali (erano l’1% del 2018), il 6% le avrebbe avviate nei successivi dodici mesi. Le PA che mostrano segnali più evidenti sono quelle di grandi dimensioni, nel 42% de casi hanno già attivato progetti strutturati.

    Ma quanti sono gli smart workers ad oggi?

    Sempre tenendo conto dell’ultima indagine dell’Osservatorio, i lavoratori che sfruttano la modalità smart working sono 570 mila, un numero di crescita del 20% rispetto al 2018. Si tratta di un numero che sarà sicuramente in crescita già a partire dai prossimi giorni, perché se è vero, come è vero, che il virus continuerà la sua diffusone lungo lo stivale, probabilmente saranno sempre di più le persone che saranno costrette a restare a casa.

    Di conseguenza, per le aziende italiane questo è il momento di accettare anche questa sfida e cogliere questa opportunità che potrebbe dare grandi vantaggi a tutta l’organizzazione.

  • Digital Workspace, come cambia il nostro modo di lavorare

    Digital Workspace, come cambia il nostro modo di lavorare

    Nell’era digitale che stiamo vivendo, anzi in piena trasformazione digitale, è normale che cambi anche il modo e il luogo in cui si lavora. E oggi smart working fa sempre più rima con Digital Workspace, fondamentale per le aziende. Conosciamolo meglio insieme.

    Nell’era digitale che stiamo vivendo, anzi in piena trasformazione digitale, è normale che cambi anche il modo e il luogo in cui si lavora. Il fenomeno smart working è un fenomeno che va via via consolidandosi anche nel nostro paese, secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano in Italia gli smart workers sono 480 mila, pari al 12,7% della forza lavoro. Sono dati comunque in grande fermento visto che il tasso di crescita nell’ultimo anno è stato del 20% e coinvolge tanto le grandi aziende, in misura maggiore, quanto le PMI, in misura minore ma in crescita.

    Abbiamo fatto questa piccola introduzione, parlando proprio di era digitale e di trasformazione digitale che coinvolge anche il modo e il luogo di lavorare perché smart working fa sempre più rima anche con Digital Workspace. Cosa si intende per Digital Workspace e come influisce sul modo di lavorare?

    Cosa si intende per Digital Workspace

    E’ inevitabile pensare che oggi la tecnologia e il digitale ci indicono a rivedere il luogo di lavoro che non è più un luogo fisico e fisso, ma che si evolve grazie proprie alle nuove tecnologie e diventa mobile. E’ un cambiamento culturale, certo, ma è anche un riflesso di quello che avviene ormai giornalmente nella vita di tutti i giorni. Un cambiamento epocale lo ha apportato sicuramente lo smartphone, il dispositivo mobile per antonomasia molto amato dagli italiani, che ci permette di avere tutto, e subito, a portata di mano, è ormai diventato, a pensarci bene, il prolungamento della nostra esistenza. Ebbene, tutto questo si riflette necessariamente anche sul modo in cui lavoriamo dove la componente mobile gioca un ruolo essenziale.

    digital workspace vmware franzrusso.it 2019

    Il Digital Workspace, provando a dare una definizione, è quell’insieme di tecnologie, in continua evoluzione, che nascono e si evolvono, appunto, proprio intorno alle nuove esigenze legate al modo di lavorare che non è più solo fisico. E’ quell’insieme di tecnologie che darà alle persone libertà di spostarsi e nuovi spazi di lavoro, avendo tutto ciò che serve a portata del proprio dispositivo. Quindi, non ci si preoccupa più, in relazione al lavoro, del “da dove lo fai” ma su “come e cosa fai” da l luogo in cui ti trovi in un dato momento. Si tratta quindi di un passaggio culturale, dicevamo prima, pensiamo solo alla generazione dei Millennials che costituirà il 50% della forza lavoro già dal prossimo anno che vede il luogo di lavoro sempre più open, mobile e collaborativo, elementi che si ritrovano all’interno della definizione di Digital Workspace.

    L’affermarsi delle tecnologie, soprattutto mobile, viene confermata di recente anche da IDC, l’ente prevede infatti che i “mobile worker” cresceranno con un tasso medio annuo, in Europa, del +3,6%, passando da 103 milioni di individui nel 2017 a 123 milioni nel 2022. Sull’intera popolazione europea dei lavoratori, i mobile worker incideranno per il 65% nel 2022, nove punti percentuali in più rispetto al 2017 (56%). In Italia, i mobile worker sono circa 7 milioni (su 22 milioni di occupati), indietro quindi rispetto alla media europea, IDC si aspetta che diventino 10 milioni entro il 2022.

    Il Digital Workspace si compone quindi di strutture e soluzioni tecnologiche che partono da mobile per passare dal Cloud, essenziale per abilitare le nuove tecnologie, e dalle applicazioni specifiche che permettono la possibilità di lavorare, elaborare, condividere i vari progetti.

    Digital Workspace by VMware

    Al netto di tutto questo, vogliamo segnalarvi il grande impegno che una grande azienda come VMware sta mettendo in campo proprio sul Digital Workspace, in collaborazione con Computer Gross, proprio per abilitare il fenomeno proponendo soluzioni che sono assolutamente all’avanguardia che si sviluppano in una modalità di processo orientata al “Cloud first“. Questo perché alla base del Digital Workspace c’è l’esigenza di garantire sempre e ovunque l’accesso alle app per sviluppare processi e progetti. Una modalità che ha certamente dei risvolti anche verso l’utente finale, in quanto la relazione viene a saldarsi meglio per il fatto che le soluzioni sono sempre a portata di mano, come dimostra benissimo il video in basso.

    L’invito è quindi quello di visitare la pagina che VMware dedica all’adozione del Digital Workspace, dove potete trovare soluzioni ad hoc, dati e anche scoprire se la vostra organizzazione è pronta per il Digital Workspace.

    Questo è il primo appuntamento qui su InTime dedicato a #VMDigitalWorkspace, una rubrica portata avanti in collaborazione con Channel City, rivista punto di riferimento in Italia a tema innovazione, e con Marco Lorusso, giornalista da sempre dedicato alle tecnologie e all’innovazione. Insieme proveremo a raccontare questo fenomeno con spunti, dati, ricerche e soluzioni che VMware mette in campo in collaborazione con Computer Gross.

    [In collaborazione con VMware Italia]

  • Cresce il fenomeno smart working in Italia: aumenta del 14 percento in un anno

    Cresce il fenomeno smart working in Italia: aumenta del 14 percento in un anno

    Cresce anche in Italia il fenomeno dello smart working. Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, lo smart working cresce del 14% in un anno e del 60% rispetto al 2013. Gli Smart Worker nel nostro paese sono ormai 305 mila, ossia l’8% del totale dei lavoratori.

    Nell’era delle nuove tecnologie, del digitale e dei social media, in un momento in cui tutto cambia, ecco anche anche il mondo del lavoro non può restare immune dalla trasformazione digitale in atto. Una conseguenza diretta di tutto questo è senza dubbio l’emergere, in questi ultimi anni, del fenomeno dello smart working, termine con cui si indica, per renderla più semplice possibile, la possibilità di poter espletare il proprio lavoro anche il luoghi diversi dal classico ufficio, come ad esempio può essere lavorare da casa. Si tratta di una forma di lavoro flessibile che cresce anche nel nostro paese e che lascia al lavoratore maggiore autonomia nella scelta delle modalità di lavoro in termini di luogo, orario e strumenti utilizzati

    I dati diffusi oggi dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano infatti testimonia questa crescita. Nell’ultimo anno il fenomeno è cresciuto in Italia del 14%, dal 2013 poi è cresciuto di ben il 60%. Gli Smart Worker sono ormai 305 mila, ossia l’8% del totale dei lavoratori, e si distinguono per maggiore soddisfazione per il proprio lavoro e maggiore padronanza di competenze digitali rispetto agli altri lavoratori.

    smart working italia

    Il fenomeno dello smart working cresce anche nelle grandi imprese, il 36% ha già lanciato progetti strutturati (il 30% nel 2016), ben una su due ha avviato o sta per avviare un progetto, ma le iniziative che hanno portato veramente a un ripensamento complessivo dell’organizzazione del lavoro sono ancora limitate e riguardano circa il 9% delle grandi aziende. Cresce l’interesse anche tra le PMI verso questa nuova modalità di lavoro, sebbene a prevalere siano approcci informali: il 22% ha progetti di Smart Working, ma di queste solo il 7% lo ha fatto con iniziative strutturate; un altro 7% di PMI non conosce il fenomeno e ben il 40% si dichiara “non interessato” in particolare per la limitata applicabilità nella propria realtà aziendale.

    Nella Pubblica Amministrazione solo il 5% degli enti ha attivi progetti strutturati e un altro 4% pratica lo Smart Working informalmente, ma a fronte di una limita applicazione c’è un notevole fermento, con il 48% che ritiene l’approccio interessante, un ulteriore 8% che ha già pianificato iniziative per il prossimo anno e solo il 12% che si dichiara non interessato.

    Dalla ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano emerge che lo smart working è una realtà, ma quel che si vede è solo la punta dell’iceberg: sono ancora pochi i progetti di sistema che ripensano i modelli di organizzazione del lavoro e estendono a tutti i lavoratori flessibilità, autonomia e responsabilizzazione. Eppure, i benefici economico-sociali potenziali sono enormi: l’adozione di un modello “maturo” di smart working per le imprese può produrre un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore, che a livello di sistema Paese significano 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi. Per i lavoratori, anche una sola giornata a settimana di remote working può far risparmiare in media 40 ore all’anno di spostamenti; per l’ambiente, invece, determina una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno.

    La ricerca evidenzia ancora che il 31% degli smart worker dichiara di lavorare in un’organizzazione che ha progetti strutturati di Smart Working; la restante parte in contesti in cui non è formalizzato oppure gode di forme di flessibilità legate al proprio ruolo. Rispetto agli altri lavoratori, gli smart worker sono caratterizzati da un’elevata mobilità nei luoghi di lavoro: trascorrono mediamente solo il 67% del tempo lavorativo in azienda, contro l’86% degli altri. Inoltre sono sempre meno legati a una singola postazione: diminuisce rispetto l’anno passato il tempo dedicato al lavoro fisso alla propria postazione (39%) a favore di quello svolto da altre postazioni all’interno delle sedi di lavoro (15%) o in altre sedi della propria azienda (13%), per la restante parte del tempo gli Smart Worker lavorano in luoghi esterni alla propria azienda (presso clienti o fornitori, a casa o in spazi di coworking).

    Rispetto alla media dei lavoratori, gli smart worker sono più soddisfatti del proprio lavoro: soltanto l’1% degli smart sorker si ritiene insoddisfatto nel complesso (contro il 17% degli altri lavoratori), il 50% è pienamente soddisfatto delle modalità di organizzare il proprio lavoro (22% per gli altri), il 34% ha un buon rapporto con i colleghi e con il capo (16% per gli altri). Inoltre, gli smart sorker ritengono di avere una più adeguata padronanza di competenze soft relazionali e comportamentali legate al digitale (Digital Soft Skills), che consentono alle persone di utilizzare efficacemente i nuovi strumenti digitali per migliorare produttività e qualità delle attività lavorative.

    smart working italia 2017

  • Quando lo smart working o essere freelance diventa strategia di vita

    Quando lo smart working o essere freelance diventa strategia di vita

    Quando la libera professione è una scelta, regala una libertà di cui è necessario assumersi anche la responsabilità personale. Perché in un mondo in cui la competizione si fonda sulla flessibilità, tra Smart Working e Freelance, ci sono rischi da non correre per preservare Autenticità, Creatività ed Efficacia lavorativa.

    Sul portale nazionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, lo Smart Working è definito come la nuova modalità di lavoro di un’azienda, nella quale le esigenze personali del lavoratore si conformano, in modo complementare, con quelle dell’intera organizzazione.
    Gli obiettivi fondamentali sono quelli di favorire le condizioni dei singoli, ma allo stesso tempo di innovare i servizi dell’impresa, rendendola – grazie a questa conciliazione – molto più competente sul mercato.

    Da una parte, dunque, le singole persone possono contare sia su orari sia su spazi nuovi di lavoro – in particolare fuori dagli uffici come è l’Home Working – e conciliare le esigenze personali, dall’altra parte l’azienda stessa ristruttura le dimensioni ambientali e il funzionamento e conta sullo sviluppo completo di tutte le sue potenzialità.
    Un risultato lavorativo uguale a prima? Si suppone e ci si aspetta che sia meglio di prima.

    smart working freelance lavoro

    E’ il potere della Flessibilità del lavoro: il concetto chiave su cui convergono sia Smart Working e Home Working aziendale sia una nuova forma di lavoro ormai conosciutissima, quella del Freelance e del Libero Professionista.
    Come scrive Francesco Russo nel suo post i dati rilasciati da Adecco Italia sulle assunzioni a tempo indeterminato nel 2015 evidenziano come, anche in Italia, comincino ad affacciarsi concetti come smart working e freelance.
    Nel 2020 negli USA si stima che già il 50% dei lavoratori sarà costituito da liberi professionisti, mentre in Italia da oggi a cinque anni “quando si chiede “come ti vedi fra 5 anni?” 3 su 4 (il 74% dei lavoratori) si vede come lavoratore dipendente, mentre solo il 22% risponde che svolgerebbe una professione autonoma”.

    Approfondendo il significato attribuito al lavoro, continua Francesco Russo: “il 42% degli intervistati vede il contratto a tempo indeterminato come una tutela e solo il 19% come una costrizione”.
    E questo, dal punto di vista psicologico, è un dato estremamente rilevante.
    Certo si sa che la stabilità lavorativa è la moneta di scambio, ma ci si chiede concretamente se la flessibilità sul lavoro possa realizzare uno stile di vita migliore.
    Più rispettoso delle condizioni umane e sentimentali – in termini di aspettative e qualità della vita -, meno stressante e anzi più aperto a una crescita professionale e personale.

    Purtroppo la libera professione non è sempre una scelta.
    Tuttavia, lo è sempre di più e – quando lo è – significa dover fare prima ancora una vera e propria scelta di vita.
    Spazio, tempo, priorità.
    Domeniche. Vacanze.
    Iniziare il lavoro di freelance o di libero professionista significa riguadagnare potere decisionale su queste variabili.
    E prendere decisioni, psicologicamente parlando, è sempre la via più difficile.
    Scegliere e decidere di sé implica necessariamente aver fatto prima almeno una pausa – magari solo interiore – sufficiente ad essersi ascoltati per capire cosa si vuole diventare da grandi. E non è affatto un giochetto da bambini.
    Decidere fa paura, perché la libertà fa paura.
    E fa paura perché la responsabilità cade tutta su di noi.

    Flessibilità lavorativa vuol dire imparare ad amministrare e coordinare il tempo e le mansioni da soli, ottimizzando la libertà di muoversi e diversificando le competenze, per realizzare al meglio il proprio potenziale intellettivo, conoscitivo e lavorativo.
    Piegarsi e non spezzarsi? L’elasticità è questo.
    Una condizione veramente difficile per la mente umana: per rimanere vigile e creativa al tempo stesso deve costantemente aggiornare le informazioni immagazzinate, ampliare e diversificare la precedente formazione e restare comunque aperta a ricominciare da capo.
    Ricominciare in altri ambiti, in altre modalità, e a volte proprio da zero.
    Senza che questo comporti un senso di fallimento.

    Esiste un limite nella nostra psiche che non va superato: quello di mettere a repentaglio la propria stabilità interiore e la natura della propria personalità.
    Il costo psichico sarebbe quello di una quota d’ansia quotidiana e un livello dello stress insuperabili da gestire, che a loro volta non possono che annientare tutti nostri sforzi.
    L’identità personale percepita è il caposaldo da conservare.
    Tutti noi abbiamo un‘immagine di quello che siamo, spesso incoscientemente alterata da vissuti precedenti o da ambizioni più o meno soddisfatte. E’ esattamente quell’immagine quella che va preservata.
    Al costo – non reversibile – di arrivare a una frammentazione del senso di sé.
    Esiste un nucleo di noi, la nostra Autenticità, che è il bene più prezioso che abbiamo.
    Lo riconosciamo – e lo riconoscono gli altri – nel nostro modo di parlare più spontaneo, nel nostro modo di pensare, usare il Linguaggio Non Verbale, confrontarsi rimanendo fedeli a se stessi. Coerenti.
    Coerenza non come concetto morale, ma come parametro per non smarrire se stessi.

    E’, quindi, necessario imparare ad adattarsi alla flessibilità.
    La dottoressa Mary-Anne Barclay, dell’Università del Queensland in Australia, ha condotto una ricerca in cui sono stati identificati i fattori di maggior rischio psicologico e sociale della flessibilità al lavoro.
    Secondo il suo team di ricerca (2013), i fattori cruciali da non perdere di vista sono il Controllo e la Gestione del Tempo, le Relazioni Interpersonali – soprattutto le relazioni di coppia – e le Risorse Fisiche e Nervose.

    In primo luogo i danni sulla salute: l’esaurimento di forze comporta non solo squilibri psicologici di ansia e stress, ma tende con facilità estrema a somatizzarsi, provocando alterazioni negative del sistema immunitario e digerente.
    L’affaticamento cerebrale comporta poi, anche se ostinatamente non vogliamo accorgercene, una diminuzione della concentrazione e della memorizzazione di nuove informazioni.
    Non solo si è più stanchi e più nervosi: si è anche più distratti e si produce di meno.

    Certo rimane il fatto che – nel lavoro autonomo – “più lavori e più guadagni”, e ovviamente è per questo che si tende a spingersi fino al limite delle proprie possibilità mentali e fisiche.
    Eppure quel limite va definito con una strategia di vita, che va rispettata esattamente come si rispettano le strategie lavorative.
    I vantaggi saranno moltissimi: gestire il tempo dedicato al lavoro rispettando gli intervalli necessari ai ritmi biologici (sonno/veglia e alimentazione) e al riposo mentale porta sicuramente ad avere una marcia in più, una volta rientrati.
    Si può sperimentare facilmente come, allontanandoci dal lavoro – dalla nostra continua connessione – possiamo ridimensionare con equilibrio i problemi, scoprire soluzioni, trovare un livello decisamente più alto di creatività e produrre di più.
    E molto utile è alternare il lavoro solitario con modalità di lavoro in spazi di Coworking, dove potersi relazionare, confrontare, stimolarsi a vicenda, ma dove è anche più facile fare una pausa per un caffè.

    Il lavoro autonomo si traduce, dunque, in una sfida: se da un lato viene scelto (quando viene scelto) per la libertà di autogestirsi e di conciliare lavoro e vita privata, dall’altro presenta rischi perfettamente riconoscibili.
    Assumerci la responsabilità di noi stessi, della nostra salute e del rispetto della nostra Autenticità, rimane il primo passo da fare.