Twitter ha da poco lanciato una nuova emoji per dire “grazie”. Durante questo periodo di emergenza sanitaria sono stati pubblicati più di 265 milioni di tweet contenetti espressioni riconducili a questa parola.
Twitter anche in questa emergenza sanitaria ha dimostrato di essere uno degli strumenti più adatta per veicolare notizie e informazioni legate alla pandemia da Coronavirus. Gli utenti l’hanno usato con una frequenza maggiore, prova ne è che gli utenti giornalieri monetizzabili sono 166 milioni, un numero mai toccato prima, anche per esprimere gratitudine verso tutte quelle persone che si sono adoperate per contrastare l’emergenza.
Una ricerca, avviata dal 15 marzo scorso, in pieno lockdown italiano, è stato rilevato un aumento del 37% nell’uso della parola “grazie” rispetto al mese precedente. E, nello stesso periodo, in tutto il mondo sono stati pubblicati più di 265 milioni di tweet contenenti espressioni riconducibili alla parola “grazie”. Oltre a questo si è notata anche una crescita nell’uso delle emoji preghiera 🙏🏼 e applauso 👏🏻, rispettivamente del 50% e del 10%.
Per sottolineare queste tendenze e valorizzare i milioni di tweet in cui vengono utilizzate tali
espressioni positive, Twitter ha lanciato una nuova emoji che si attiverà ogni qual volta verrà utilizzato l’hashtag #grazie, con le mani a formare un cuore.
Ma quali sono le categorie che hanno ricevuto in queste settimane messaggi di gratitudine? Ovviamente ci sono medici e operatori sanitari, ai quali forse non basterebbero tutti i grazie del mondo per quello che hanno fatto, e continuano a fare; poi ci sono gli addetti della GDO, della grande distribuzione alimentare, anche loro non hanno mai smesso di lavorare per garantire a tutti di poter fare la spesa e di poter vivere comunque un briciolo di “normalità”.
Tra tutti quelli a cui abbiamo indirizzato i nostri “grazie” ci sono anche le nostre famiglie; ci sono anche gli operatori e addetti alle pulizie e all’igiene; e poi ci sono anche gli amici.
Insomma, adesso che tutto sembra volgere verso il meglio, nel senso che il peggio sembra essere passato, è forse il momento di dire grazie, anche approfittando di questa nuova emoji con le mani a formare un cuore.
Facebook sta lanciando nuove iniziative a sostegno delle piccole e medie imprese. Su Instagram è stato lanciato lo sticker per sostenere le piccole e medie imprese con “Compra a km 0” da condividere nelle stories.
Facebook sta lanciando nuove iniziative, soprattutto a sostegno delle piccole e medie imprese, quelle maggiormente colpite dalle pesanti conseguenze generate dalla pandemia da Coronavirus. E si sa quanto questo sia vero nel nostro paese, il cui tessuto imprenditoriale è per la gran parte costituito proprio dalle PMI.
Mentre la casa madre lancia una nuova funzionalità “Business Nearby“, non ancora attiva nel nostro paese, che permetterà di visualizzare i post di aziende nel raggio di massimo 800km circa, su Instagram viene lanciato un nuovo sticker “Support Small Business” che in Italia è tradotto con “Compra a km 0“.
Come tutti gli altri adesivi, troverete questo nuovo sticker nella sezione che si apre scrollando dal basso verso l’alto e, una volta selezionato, potrete menzionare l’azienda che preferite sostenere, quella a cui siete particolarmente legati. In questo caso potrete portarla a conoscenza dei vostri followers e darle visibilità, in un momento in cui ce n’è particolarmente bisogno.
Ogni qualvolta userete questo sticker, le vostre stories verranno poi raccolte in una sezione che apparirà nella home di Instagram, dove si visualizzano tutte le altre stories, non diversamente da quanto accaduto per raccogliere tutte le stories con lo sticker “Io resto a casa”.
A questo punto non vi resta che andare su Instagram e cominciare a postare storie a sostegno delle aziende che volete sostenere, come bar, pizzerie, ristoranti ad esempio, quella categoria di attività che sta soffrendo molto questa crisi da Coronavirus con #comprakm0.
Social Media e Lavoro. Due ricerche mettono in evidenza come web e social media siano sempre per la ricerca di personale. Facebook è usato più di LinkedIn. Alcune considerazioni su come usare social e mettere il proprio talento al centro.
La pandemia da Coronavirus ha finito per stravolgere la nostra società. Sicuramente, in questa fase di ripartenza, dovremo tenere in considerazione il fatto che il Digitale non è più una “opzione”, ma è irrinunciabile. Quello che è successo in questi due mesi non deve essere visto come una fase momentanea. No, è una condizione che ci ha cambiato radicalmente.
E questo coinvolge, evidentemente, anche il mondo del lavoro. Cambia radicalmente il modo in cui le persone cercheranno lavoro e il Digitale diventerà fondamentale. Di più, i social media non verranno più visti come momenti “virtuali”, ma saranno considerati come momenti reali della nostra vita, luoghi dove ognuno di noi si racconta. Un po’ era già così, ma dopo questa pandemia, con la impossibilità di incontrarsi direttamente, e questa condizione durerà ancora per un po’, le piattaforme social saranno a centro del processo di ricerca e dovranno essere considerati da chi cerca lavoro come strumenti per raccontarsi e farsi conoscere.
Negli anni passati, quelli più recenti, si diceva che gli addetti ai lavori delle Risorse Umane, delle agenzie, guardassero al web e ai social media ma non, forse, in maniera esclusiva. Ecco, dopo questa pandemia è bene sottolineare che il web e i social media saranno la base di tutto.
Questa è una riflessone che parte dai risultati di due ricerche sul tema, entrambe di The Manifest, pubblicate nelle ultime settimane, che evidenziamo proprio come il web e i social media siano ormai strumenti irrinunciabili per chi cerca lavoro. La riflessione che vogliamo fare con voi, sulla base dei dati che vedremo insieme, è che adesso cambia il modo di cercare lavoro.
Nel senso che da oggi chi è alla ricerca di un lavoro deve aver ben chiaro il concetto che deve proporsi curando il suo “personal branding“. Deve cioè curare le piattaforme social, deve curarsi di come viene “visto” sul web, deve assumere una condizione per la quale questi strumenti sono utili per raccontare il suo talento. In parole povere, il curriculum vitae, quel foglio A4 che veniva lasciato, o spedito via mail in .pdf, in azienda o in agenzia, non funziona più da solo. Serve mettere in mostra il proprio talento, serve raccontarlo, con cura.
Di seguito vedremo i risultati principali delle due ricerche di The Manifest già citate e poi, sulla base di questi dati, ci spingeremo a dei consigli, meglio delle considerazioni, finali.
Allora, un primo dato, relativo a questa ricerca, è che il 67% delle aziende, prima di formulare un’offerta di lavoro, guarda sempre più con attenzione i profili LinkedIn dei candidati e il 65% guarda i loro profili Facebook. La differenza in percentuale tra le due piattaforme è sempre più ridotta. Vale a dire, va bene curare il proprio profilo business, ma le aziende vogliono vedere anche cosa condividono i candidati, che opinioni esprimono anche su fatti in generale.
La ricerca evidenzia anche che le aziende guardano anche i blog e i siti web dei candidati (39%) e anche il profilo Twitter, anche se in misura minore (29%).
Ma c’è un aspetto su cui si dovrebbe fare attenzione, e cioè che le aziende alla fine usano più Facebook che LinkedIn per cercare i propri talenti, 70% con 67%. Va comunque considerato che Facebook risulta migliore per ricerche ad ampio raggio, a livello territoriale, e spesso per ricerche meno qualificate; LinkedIn è la soluzione migliore per il reclutamento di figure specializzate e altamente qualificate. Il 26% delle aziende usa poi Twitter e il 20% usa YouTube.
Adesso passiamo a vedere i risultati principali della seconda ricerca, sempre di The Manifest, dove si evidenzia che, considerato il fatto che il 90% dei datori di lavoro usa i social media per reclutare personale, il 79% ha dichiarato di aver rifiutato dei candidati proprio sulla base di come essi usavano le piattaforme social, soprattutto dal punto di vista dei contenuti.
Ed ecco qui un aspetto che, nel contesto che stiamo vivendo, assume una certa importanza. Spesso le persone che sono alla ricerca di un lavoro scelgono di investire tutto sul proprio profilo LinkedIn, non curanti del fatto che le aziende, le agenzie, gli addetti ai lavori del settore HR, guardano anche altrove. Anche Facebook e Instagram.
La ricerca di The Manifest indica anche quei contenuti che spingono le aziende a “scartare” un candidato”, quelli per cui una persona non viene giudicata adeguata alla posizione ricercata. E sono tutti indicatori che rimandano al “buon senso” di ciascuno:
Contenuti d’odio
Immagini di feste non proprio edificanti
Contenuti illeciti o illegali
Grammatica scadente
Contenuti riservati e sensibili che riguardano ex datori di lavoro
Questo breve elenco evidenza il fatto che le aziende sono sempre più attente ai background dei candidati (98%). Osservano anche il modo in cui pongono su vari aspetti.
Ecco perché, in un momento di grande crisi come quello che stiamo vivendo, i candidati dovrebbero fare del loro meglio per distinguersi in positivo sulle piattaforme social. In altre parole, non ci si deve più soltanto focalizzare sul proprio cv e curare solo il proprio profilo LinkedIn, ci si deve concentrare sulla costruzione del proprio marchio.
E si deve avere cura del proprio marchio a tutto tondo, di come esso appare sui social media e sul web. Il 43% delle aziende usa Google per verificare i risultati relativi al nome del candidato. Questo significa avere cura dei propri profili social, LinkedIn, Facebook, Twitter e, soprattutto, è opportuno investire nella creazione di un proprio blog, considerato come una estensione della presenza sui social media. Un luogo dove raccontarsi meglio.
Attenzione, non stiamo dicendo che il cv non serve, stiamo affermando il concetto che non basta più solo quello.
E allora, in un momento in cui ci sembra che tutto sia fermo e che nessuno sia interessato ad assumere, forse sarebbe il caso di investire nella cura del proprio profilo e del proprio personal branding. Sulla base di quanto visto finora, sarebbe il caso di fare qualche considerazione finale, rivolta a chi è alla ricerca di un lavoro. Vale la pena sforzarsi per costruire il modo di comunicare il proprio talento e curare il proprio personal branding:
concentrati sul talento e sul tuo “marchio”, le tue esperienze e le tue competenze vanno valorizzate;
sfrutta i social media per raccontare esperienze e competenze, sulla base delle caratteristiche di ciascuna piattaforma
Linkedin per concentrarti sulle competenze ed esperienze;
Facebook per raccontare chi sei veramente, non aver paura di esprimere le tue opinioni, sempre del rispetto di tutti e delle regole d’uso;
Instagram per raccontarti attraverso le immagini e raccontare i luoghi a te cari o legati alla tua sfera di competenza;
Twitter per condividere notizie e informazioni circa le tue competenze, diventa un punto di rifermento;
Pinterest per mostrare le tue opere attraverso immagini coinvolgenti;
personalizza la tua comunicazione e scegli un hashtag per distinguerti, creane uno oppure individualo tra quello più vicino al tuo modo di raccontarti;
apri il tuo blog, coraggio, fa che la tua “casa”, diventi il tuo vero biglietto da visita.
Ecco, queste erano le nostre brevi considerazioni finali, sperando di aver fatto cosa gradita.
Twitter ha rilasciato delle novità che riguardano le conversazioni, per ora solo per la versione web della piattaforma e su iOS. In pratica, da oggi è possibile orientarsi meglio nelle risposte, risalendo direttamente alla risposta cui si intende replicare.
Il lavoro che Twitter aveva lanciato lo scorso anno, ricorderete l’app in beta denominata “twttr” (‘little t’ come viene chiamata internamente”), un mega test a cui sono stati invitati 1.000 utenti, sembra adesso dare i suoi frutti. Infatti, Twitter ha annunciato una novità che riguarda le conversazioni sulla piattaforma, uno de punti nevralgici su cui la società di Jack Dorsey, dopo tanti inviti a farlo per la verità, ha deciso di puntare per innovare la piattaforma da 280 caratteri.
Da oggi, ma solo per la versione web e sulla versione iOS, è possibile rispondere alle riposte sui tweet in maniera più chiara. Spesso la difficoltà che molti trovavano era proprio quella di rispondere all’account giusto, per il fatto che la conversazione si sviluppava in modo univoco. Adesso, invece, si svilupperanno delle “ramificazioni” mirate, in modo tale da sviluppare una conversazione diretta tra due account, all’interno di un thread.
All’inizio, poco più di un anno fa infatti, questa era stata presentata come una funzionalità più colorata e più simile, graficamente, a quello che già si vede sulle app di instant messaging. Il risultato finale che vediamo oggi è invece quello originario, più conforme allo stile grafico attuale della piattaforma, ma comunque più chiaro.
Per visualizzare le ulteriori risposte che via via si annidano all’interno di una conversazione, basterà cliccare sull’etichetta che comparirà immediatamente prima, con scritto: “Mostra più risposte“.
Your conversations are the 💙 of Twitter, so we’re testing ways to make them easier to read and follow.
Some of you on iOS and web will see a new layout for replies with lines and indentations that make it clearer who is talking to whom and to fit more of the convo in one view. pic.twitter.com/sB2y09fG9t
Ma le novità di Twitter, che di recente ha dichiarato il “record” di 166 milioni di utenti unici giornalieri monetizzabili, non finiscono qui. Infatti, la società di San Francisco ha lanciato un test interessante che riguarda sempre le conversazioni.
Il test, per ora solo su iOS, riguarda le risposte. Capita a tutti, spesso nei casi in cui la conversazione si “surriscalda”, di scrivere delle cose d’impeto che spesso possono degenerare in contenuti giudicati inadeguati. Ebbene, a fronte del suo impegno per garantire una conversazione sempre “salutare”, Twitter permetterà all’utente che sta per rispondere di ripensarci meglio prima di pubblicare.
When things get heated, you may say things you don't mean. To let you rethink a reply, we’re running a limited experiment on iOS with a prompt that gives you the option to revise your reply before it’s published if it uses language that could be harmful.
Una ricerca che copre 83.918 profili Facebook e 34.282 account Instagram: scopri dati e tendenze su investimento paid, settori più attivi, immagine e comunicazione di marca.
Questa analisi copre la cosiddetta prima fase della pandemia, dal primo febbraio fino al 17 aprile, e vuole rispondere ad alcune domande chiave legate alla presenza sui social media dei brand:
quali tendenze emergono dai dati;
come stanno comunicando le marche;
quali sono gli scenari futuri.
Di seguito le evidenze emerse.
Quali tendenze emergono dai dati?
In questa sezione andremo a coprire l’evoluzione della comunicazione, attività per settore, sentiment, influencer marketing, investimento e risultati paid.
Come sta evolvendo la comunicazione di marca?
Analizzando l’evoluzione del numero di post a tema covid-19, possiamo notare una prima fase che va da fine febbraio ad inizio marzo in cui i brand cominciano ad affacciarsi timidamente sul tema data la forte incertezza iniziale. A seguire, abbiamo una fisiologica crescita con evidenti picchi che coprono dalla metà di marzo fino agli inizi di aprile. Tuttavia, nelle ultime settimane notiamo una graduale diminuzione delle pubblicazioni sul coronavirus. Questo dato va collegato al precedente picco e all’attesa di maggiori informazioni pratiche e legate alla ripresa delle attività produttive in merito al deconfinamento.
Quali sono i comportamenti degli utenti?
Le interazioni connesse ai post a tema covid-19 mostrano la stessa tendenza con un picco di engagement nella fase di maggiore diffusione da parte dei brand ed un calo abbastanza marcato, soprattutto su Facebook, ad aprile. Sembra che gli utenti comincino a stancarsi ma ovviamente la differenza è fatta dalla tipologia di frame scelta per comunicare sul tema. Vedremo alcuni esempi nei paragrafi dedicati alla comunicazione di marca e gli scenari futuri.
Quali sono i settori più attivi?
Su Facebook i settori più attivi per numero di pubblicazioni sono Services, Banking & Finance e Retail. Il settore Services è un cappello che copre diverse categorie di business ma in particolare app e servizi online, come ad esempio il food delivery, che giustificano il livello di attività. Interessante come il settore bancario, come diretta conseguenza della congiuntura, abbia impostato una comunicazione per migliorare adozione e tasso di penetrazione su fasce più ampie della popolazione dei servizi di onine banking e banca a distanza.
Su Instagram incontriamo la stessa tendenza per i settori Services e Retail. Tuttavia, abbiamo l’eccezione del Fashion che ha improntato la sua comunicazione su responsabilità sociale d’impresa, come tantissimi altri player, e la gratuità delle spedizioni per supportare l’e-commerce e limitare i danni.
Qual è l’impatto sull’immagine di marca?
La comparazione su Facebook tra post relativi al covid-19 e gli altri argomenti non presenta differenze rilevanti con soltanto un 4% in più di sentiment negativo associato ai commenti degli utenti ai contenuti dedicati al coronavirus.
Ad ogni modo, analizzando i contenuti caratterizzati da un sentiment negativo più marcato, ho identificato una tendenza in comune a quasi tutti i settori. Ovvero, in particolare in un momento come questo e con le vendite sugli e-commerce che salgono a doppia cifra, i brand devono ottimizzare tutti i punti di contatto per garantire una customer experience di valore, costruire la fiducia ed evitare un ritorno negativo sulla brand image. Nel dettaglio, bisogna mettere in campo un flusso coerente ed univoco di comunicazione, procedure e dati tra i diversi team coinvolti (e-commerce, community management, content, etc.). Infatti, le principali lamentele scaturiscono dalla mancanza di informazioni chiare sulle transazioni online come ad esempio i tempi di consegna o l’effettiva flessibilità delle prenotazioni. In basso, un esempio legato a British Airways.
Come evolve l’investimento in influencer marketing?
Osservando su Instagram l’utilizzo dell’hashtag #ad che segnala le partnership a pagamento, notiamo una certa stagnazione a marzo. Infatti se osserviamo i dati del 2019, dopo il calo di gennaio dovuto alla sbornia promozionale di dicembre abbiamo una netta ripresa delle attività nel mese di marzo che non abbiamo in questo caso.
Ad ogni modo, vista l’attività di creazione di contenuti da casa da parte dei creatori e il maggior tempo speso online dagli utenti, aprile ha visto una ripresa delle campagne di influencer marketing e in particolare di tutti i contenuti stile #QuarantineChallenge e le sue declinazioni. Trovo interessante come su Instagram le sfide/challenge siano diventate dei trend, oltre che uno sticker dedicato, in quanto fanno parte del DNA e linguaggio proprio di TikTok. Insomma, osserviamo un’evidente influenza e per la cronaca TikTok ha toccato il picco di download in pieno lockdown. In basso, due esempi di Nike (Nike Living Room Cup) e Bobbi Brown (sfida tra influencer e make-up artist).
Qual è l’impatto sulla spesa adv?
In un periodo caratterizzato da una maggior connessione online degli utenti e penetrazione degli e-commerce, le aziende hanno sostanzialmente deciso di congelare il budget adv con una media di quasi il 20% in meno di spesa. Il dato precedente si traduce in un aumento della condivisione di post organici e in maniera speculare una diminuzione dei contenuti paid e della reach complessiva.
Personalmente, penso che si tratti di un’occasione mancata per i brand in particolare se parliamo del famoso brand purpose e del limitare l’impatto negativo sul business. Oggi le marche possono mostrare vicinanza e prossimità alla propria audience che sta vivendo un momento difficile. Chi saprà informare, intrattenere, comunicare correttamente le proprie azioni concrete verso la società e allineare l’offerta di prodotto, oltre alla relativa comunicazione, alla nuova quotidianità degli utenti genererà un posizionamento distintivo che avrà effetti concreti nel medio e lungo termine. Inoltre, una minore concorrenza e domanda si traduce in una netta diminuzione dei costi associati alle sponsorizzazioni.
Come stanno comunicando le marche?
La comunicazione dei brand si è declinata principalmente in due categorie:
responsabilità sociale d’impresa (educare ed informare);
attenzione all’utente (intrattenere, divertire e formare).
A seguire alcuni esempi.
Responsabilità sociale d’impresa
Niente di nuovo sotto al sole, i brand hanno comunicato le loro azioni concrete verso il tessuto sociale e le categorie in prima linea nell’affrontare questa crisi. Tuttavia, dobbiamo tenere a mente che la principale richiesta dei consumatori verso le marche (fonte Kantar) è il benessere degli impiegati ed è un elemento chiave in ottica reputazionale.
In generale, le marche hanno colto appieno il loro ruolo di attori sociali supportando la comunicazione di governi e media sui messaggi chiave (distanziazione sociale, confinamento, comportamenti responsabili, etc.) da veicolare alla popolazione. Una tendenza che rivedremo nei prossimi giorni in merito alle regole relative al deconfinamento e alla riapertura dei negozi.
Attenzione all’utente
Il confinamento è stato il banco di prova per posizionare la marca all’interno della nuova quotidianità degli utenti. Le parole chiave sono state connettere (live e dirette), intrattenere (musica, attività da fare a casa, challenges, etc.), formare (DIY, tutorial, consulenze, etc.).
ConnettereIntrattenereFormare
Quali sono gli scenari futuri?
L’attuale scenario ha imposto alcune tendenze che persisteranno nei mesi a seguire e daranno necessariamente forma alla comunicazione sui social media in quanto portano con sé un enorme potenziale di crescita per il business:
nuovi comportamenti e bisogni;
erosione della fiducia e centralità dell’informazione;
accelerazione dei processi di digital transformation.
Per poter generare un vantaggio competitivo, sarà quindi necessario fare leva su questi trend.
Nuovi comportamenti e bisogni
La pandemia ha fatto nascere ed emergere nuove esigenze e ciò influirà sul modo in cui progettiamo, comunichiamo, costruiamo e gestiamo le esperienze per il nostro pubblico. Un trend su tutti è la riscoperta massiva della casa come epicentro della vita e dell’esperienza. Un brand cha ha saputo cogliere molto bene questa evoluzione è Ikea con la sua serie di post, stories e live #RipartiamoDaCasa in cui l’offerta di prodotto (mobili e arredi) è in binomio alle diverse attività (i migliori libri da leggere, la lezione di yoga, l’happy hour casalingo, la cucina, etc.) che possiamo svolgere nelle diverse stanze di casa.
Erosione della fiducia e centralità dell’informazione
Da un lato, abbiamo una mancanza di informazioni chiare (tempi di consegna, stock disponibili, gestione dell’ordine, attività della filiera) e preoccupazioni crescenti in merito all’impatto economico (capacità d’acquisto) della pandemia. Dall’altro, l’attuale situazione ha aumentato la penetrazione degli acquisti online su fasce più ampie della popolazione. Una tendenza che continuerà anche a seguire in quanto è entrata nella quotidianità e molti consumatori dichiarano inquietudine in merito ai futuri acquisti in negozio per paura del contagio. Per i brand, risulta quindi centrale garantire un flusso costante di informazioni credibili, dettagliate ed aggiornate per creare fiducia e rendere più fluido il processo d’acquisto. Per mettere in campo questo flusso, i brand devono ottimizzare tutti i punti di contatto rompendo le barriere tra team attraverso procedure ed infrastrutture condivise.
Abbiamo ottime dimostrazioni in questo senso, ad esempio brand come Ritual Cosmetics e Revolution Makeup si sono attivati per permettere di seguire il proprio ordine e ricevere consigli tramite Instagram DMs, WhatsApp e Messenger.
Accelerazione dei processi di digital transformation
Come risultato del distanziamento sociale, l’attuale pandemia sta accelerando tutti i processi di abilitazione dell’esperienza digitale che permettono un’esperienza di marca da remoto come realtà aumentata, test virtuali, assistenza da remoto, consulenza online, app e giochi, ecc. Un trend che è qui per restare in quanto colma il divario tra il mondo digitale e ‘reale’, guida e accelera il processo decisionale.
Alcuni esempi:
L’Oréal ha lanciato un nuovo test virtuale per provare colorazioni e make-up;
Bentley tramite la sua nuova app che usa la realtà aumentata permette di effettuare un test drive e personalizzare il proprio modello;
Hilton rende possibili visite virtuali del proprio resort tramite webcam e street view;
Cadbury attraverso un’app dedicata mette a disposizione un gioco in 2D per intrattenere i bambini ed in cui è possibile sbloccare nuovi livelli acquistando il loro prodotto Dairy Milk Lickables.
Questa lunga fase di lockdown che stiamo vivendo, a seguito della pandemia da Covid-19, ha (ri)portato di nuovo gli utenti su Facebook. La piattaforma di Zuckerberg nel primo trimestre dell’anno segna una media di 2,6 miliardi di utenti. Sono poi 3 miliardi di utenti, considerate tutte le app della famiglia.
Si diceva che forse la spinta propulsiva di Facebook stava esaurendosi, ed era vero certo. Ma i numeri dell’ultima trimestrale, la prima di quest’anno così strano e turbolento, ci dicono che Facebook da questo lockdown, in seguito alla pandemia da Covid-19, in realtà sta guadagnando. Forse, come vedremo più avanti, non tanto dal punto di vista economico, ma certamente dal punto di vista del numero di utenti. Infatti, la piattaforma di Mark Zuckerberg nei primi tre mesi del 2020 fa segnare una media di 2,6 miliardi di utenti al mese, con una crescita del 10% rispetto allo scorso anno.
I numeri poi dell’ecosistema Facebook aumentano ancora di più se consideriamo anche le altre app del gruppo come WhatsApp, Messenger, Instagram. In questo caso si superano i 3 miliardi di utenti, più o meno il 39% della popolazione mondiale se vogliamo usare questo metro di paragone.
I numeri dell’ultima trimestrale ci dicono che Facebook ha realizzato ricavi per 17,7 miliardi di dollari (+17% in un anno) e un utile netto di 4,9 miliardi di dollari (+102% in un anno). Dati che superano anche le previsioni che erano state fatte dagli analisti che davano per 17,5 miliardi di dollari i ricavi per questi primi tre mesi dell’anno.
Facebook conta oggi 1,73 miliardi di utenti al giorno con una crescita dell’11% rispetto allo scorso anno. E crescono anche gli utenti attivi al giorno sulla famiglia di app adesso di 2,36 miliardi di utenti al giorno. Come detto in apertura del post, la famiglia delle app di Facebook conta 2,99 miliardi di utenti, in crescita anche questo dato dell’11% rispetto allo scorso anno.
Come già ricordato, Facebook dall’inizio d questa pandemia ha visto crescere in maniera esponenziale quelle funzionalità sulle quali, in effetti, non ha la possibilità di realizzare margini di guadagni. Stiamo parlando delle videochiamate, le chiamate di gruppo in Italia sono cresciute addirittura del 1000%, unico paese al mondo a registrare un dato così alto.
E, nonostante questo utilizzo massiccio, con un incremento del tempo trascorso su Facebook che supera ormai il 70%, tutto questo non si traduce in guadagni. Mark Zuckerberg nella conferenza di presentazione dei dati ha infatti detto che i guadagni sono sostanzialmente invariati a marzo e ad aprile. Nel comunicato che Facebook ha diramato con tutti i dati relativi alla prima trimestrale dell’anno, si legge che è stata rilevata “una significativa riduzione della domanda di pubblicità, così come un relativo calo dei prezzi dei nostri annunci, nelle ultime tre settimane del primo trimestre del 2020“.
Vedremo che questa “riduzione” si verificherà ancora oppure se, man man che ci vi avvia ad un lento ritorno alla “normalità”, questi dati poi segneranno un cambio di tendenza.
TikTok lancia anche in Italia lo sticker per le donazioni e la Croce Rossa Italiana è la prima Associazione a inaugurare la funzionalità con l’hashtag #tuttifratelli. Tra i supporter c’è anche Chiara Ferragni che sarà in diretta il 2 maggio.
TikTok lancia anche in Italia lo Sticker per le Donazioni, in un momento in cui è importante dare sostegno a tutte quelle associazioni che si mobilitano per contrastare il Covid-19. Ed è proprio per questo motivo che TikTok, tra l’altro, raddoppierà tutte le donazioni effettuate da parte degli utenti, direttamente dall’app, fino 27 maggio.
Le prime iniziative supportate dalla nuova funzionalità “Sticker per le Donazioni” saranno a favore delle sei realtà europee impegnate a sostenere le persone maggiormente vulnerabili o che hanno risentito in maniera particolare dei danni sanitari ed economici causati dal Covid-19.
In Italia, la Croce Rossa Italiana (@CroceRossa) sarà la prima a inaugurare la nuova funzionalità della piattaforma. Nelle ultime settimane, TikTok ha donato alla Croce Rossa Italiana 440 mila mascherine e 50 mila paia di guanti protettivi destinati alle categorie di persone che ne hanno maggiore necessità.
Come funzionano gli Sticker per le Donazioni su TikTok
Gli Sticker per le Donazioni sono al momento in uso in Italia, Francia, Germania, Uk e Usa. Come tutti gli sticker sono molto interattivi e potranno essere inseriti facilmente all’interno dei propri video o all’interno delle proprie dirette.
Basterà selezionare l’organizzazione benefica che vogliono supportare, in Italia è la Croce Rossa Italiana, come dicevamo prima, e integrare l’adesivo all’interno del video. Gli utenti, una volta selezionato lo sticker, potranno effettuare una donazione senza uscire dall’app. Tutte le donazioni sono abilitate da Tiltify, una piattaforma di raccolta fondi a scopi benefici che elabora la transazione in totale sicurezza.
Tra i primi creator che hanno scelto di sostenere la causa creando video ad hoc ci sono: Fabio Farati, meglio noto con il suo nick @faffapix, Martina Socrate, Marco Fantini e Riccardo Aldi.
In arrivo anche una serie di live streaming dedicate a “Tutti Fratelli” che vedrà la partecipazione dei creator più popolari e celebrity che intratterranno e sensibilizzeranno gli utenti sulla raccolta fondi per la Croce Rossa Italiana. Per la prima settimana il palinsesto prevede: Martina Socrate, Daniele Davì, Cecilia Cantarano, Sespo, Riccardo Aldi. E il 2 maggio vedrà la partecipazione di Chiara Ferragni. In basso tutti i creator coinvolti con date e orari.
L’iniziativa va a inserirsi all’interno del più ampio impegno di TikTok in Italia a supporto della lotta contro il Covid-19 che ha già visto la donazione di 5 milioni di euro alla Protezione Civile e alla Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI). Il fondo darà la possibilità di acquistare dispositivi e apparecchiature per il contrasto al Coronavirus, distribuiti ogni giorno alle Regioni e alle Province autonome per fronteggiare l’emergenza, oltre all’aiuto a tutti gli infermieri che per primi hanno assistito le persone colpite dal virus e ora bisognosi anch’essi di cure mediche o della terapia intensiva.
Probabile che l’aumento di consumo del digitale in tutto il mondo per via della pandemia da Coronavirus abbia avuto il suo effetto, Telegram ha annunciato oggi di aver raggiunto il traguardo dei 400 milioni di utenti, 1,5 milioni quelli che si iscrivono ogni giorno.
La piattaforma di messaggistica, e non solo, trova sempre più nuovi utenti affezionati. Probabilmente la pandemia da Coronavirus, con il conseguente lockdown ovunque ne mondo, abbia avuto il suo impatto perché oggi Telegram ha annunciato di aver raggiunto i 400 milioni di utenti.
Non si sapeva molto sul numero degli utenti che usa la piattaforma, eravamo rimasti a 200 milioni. In Italia siamo attorno ai 9 milioni, anche se, a questo punto, è presumibile che siano molti di più.
Telegram fa sapere che ogni giorno sono “almeno 1.5 milioni” i nuovi utenti che si iscrivono a Telegram. Sottolineando come l’app sa tra le 20 più scaricate al mondo, “le persone in tutto il mondo stanno passando a Telegram ad un ritmo sempre più veloce”.
“Le cartelle, l’archivio cloud e il supporto per i computer rendono Telegram lo strumento ideale per il lavoro da remoto e lo studio durante la quarantena”. È quindi evidente che il lockdown abbia avuto effetto nel raggiungimento di questo traguardo. Del resto, in questa fase, stanno crescendo un po’ tutte le piattaforme digitali, in termini di nuovi utenti e di tempo trascorso.
“Quando abbiamo lanciato Telegram 7 anni fa, abbiamo ipotizzato che le persone avrebbero sempre scelto libertà e qualità piuttosto che restrizioni e mediocrità“, si legge nel post in italiano che annuncia il traguardo, aggiungendo anche che presto arriveranno le videochiamate di gruppo sull’app:
“Le videochiamate nel 2020 hanno gli stessi problemi (questo lo abbiamo corretto noi) dei messaggi nel 2013. Ci sono app che sono o sicure o utilizzabili, ma non entrambe le cose. Ci piacerebbe risolvere il problema, quindi ci concentreremo nel portarvi videochiamate di gruppo sicure nel 2020. Quando saranno pronte, sarete i primi a saperlo, promesso“.
Ma gli annunci non finiscono qua, perché Telegram annuncia di aver migliorato i Quiz aggiungendoli a sondaggi, apparsi a gennaio di quest’anno. Da oggi è possibile “aggiungere spiegazioni che compaiono non appena gli utenti rispondono alle domande del quiz, aiutandoli ad imparare dai loro errori, o a contestualizzare le loro risposte“.
E, avendo migliorato lo strumento, Telegram pensa di trasformarlo in uno strumento attraverso il quale “diffondere conoscenza” come “quiz didattici”, non male come idea. A questo proposito, visto che 2 miliardi bambini sono forzatamente lontani da scuola orma da settimane, viene lanciata un’iniziativa molto interessante. E cioè un crowd-sourcing in cui verranno distribuiti un totale di 400.000 EURO tra i creatori di quiz didattici.
E poi, infine, tra le notizie che accompagnano il traguardo dei 400 milioni, con anche alcune migliorie come un nuovo menù per gli allegati per app su Android, Telegram ha creato un posto dal quale consultare tutte gli sticker che, nel corso di 5 anni, sono arrivati ad essere ben 20 mila.
Insomma, sono notizie incoraggianti per l’app che però, come è stato diffuso ieri da Agcom, deve affrontare un serio problema interno. Infatti, dopo la denuncia della FIEG esposta all’autorità garante sulle comunicazioni, chiedendo la sospensione di Telegram, l’app fondata da Pavel Durov ha eliminato 7 degli 8 gruppi indicati nella stessa denuncia della Federazione degli Editori.
Si tratta di un passaggio doveroso per certi versi, ma, vogliamo ribadirlo, la soluzione di eliminare o sospendere una voce non è mail quella giusta, e questo dovrebbero saperlo anche gli editori. C’è bisogno di monitorare, denunciare le cose che non vanno e migliorarle, ma la censura non porta mai a nulla di buono. Questo è quello che pensiamo.
Facebook ha annunciato che da oggi Messenger Kids sarà disponibile in più di 70 paesi, per lo più in America Latina e Asia. L’app di messaggistica e di video chiamate vuole presentarsi come strumento per i più giovani in questa pandemia da Coronavirus con nuove funzionalità.
Come già saprete, Messenger Kids venne lanciata nel 2017, limitatamente negli Usa, in Canada venne lanciata nel 2018. L’app è un servizio di messaggistica e di videochiamate pensate per gli utenti minori, per accedervi basta avere 13 anni. E oggi Facebook annuncia che l’app viene lanciata in più di 70 paesi nel mondo, per lo più localizzati in America Latina e in Asia. La società di Mark Zuckerberg, nel comunicato di lancio a firma di Antigone Davis, responsabile della sicurezza di Facebook, fa sapere che l’app si propone come strumento per i più giovani come strumento per restare in contatto in questa pandemia da Coronavirus. Infatti, vengono ora aggiunte nuove funzionalità pensate per questo periodo.
L’app viene scaricata sull’utente di almeno 13 anni, ma sempre con la supervisione dei genitori, infatti, uno o entrambi i genitori possono poi monitorare l’app direttamente dal proprio account Facebook. Una situazione che comunque non ha evitato polemiche legate alla privacy e sull’uso dell’app gà in così giovane età. Dopo il primo lancio, si scoprì poi che molti degli esperti che venivano citati per giustificare la bontà dell’app erano stati finanziati direttamente da Menlo Park.
Ora l’app s presenta con delle novità, prima tra tutte quella che viene definita “Supervised Friending“, amicizia controllata, che permette ai giovani utenti di accettare, rifiutare e rimuovere i contatti attraverso l’app. Prima di questa funzionalità erano i giovani ad accettare o rifiutare contatti. Anche se, va aggiunto, i genitori possono comunque controllare i contatti accettati dal figlio e anche rifiutare.
Altra novità è connettere i giovani utenti a gruppi. In pratica, l’intento è quello di proporre una sorta di esperienza simile a quella della scuola, creando gruppi dove ci siano alunn e insegnanti. Ad approvare i contatti degli adulti, gli insegnanti, ci saranno i genitori che provvederanno a creare il contatto tra il loro figlio e gli insegnanti. Un contatto che dovrebbe essere comunque facilitato dalla conoscenza diretta e il contatto con i minori sarà solo quello permesso dai genitori. Questa nuova funzionalità viene da subito resa disponibile negli Usa e poi via via negli altri nuovi paesi nel corso delle prossime settimane.
Terza novità è quella che consente ai genitori di rendere il nome e la foto profilo del figlio visibile ad una cerchia ristretta di contatti che include gli amici dei contatti dei loro figli, i figli degli amici dei contatti dei genitori che ovviamente hanno anche Messenger Kids e, infine, i figli delle persone che i genitori a loro volta inviteranno a scaricare l’app in questione. Sembra complesso, ma ci pare, comunque, che questo rendere visibile l’account del proprio figlio ad una platea di contatti sempre più vasta possa essere comunque un rischio.
Nel presentare il nuovo lancio e le nuove funzionalità, Facebook specifica che il tutto è stato pensato insieme all’associazione Youth Advisors, associazione specializzata nella consulenza sulla sicurezza dei bambini e su media.
Ora, l’intento di Facebook è, come detto all’inizio, d presentare Messenger Kids come uno strumento per far sentire i propri figli più vicini ai loro amici e ai loro compagni di scuola in questo periodo di pandemia da Coronavirus, per via delle scuole chiuse. Infatti, la novit è quella di sfruttare questo momento in cui i bambini sono costretti a restare a casa per offrire loro uno strumento utile anche per le loro lezioni, come nel caso dei gruppi tra alunni e insegnanti. Anche se da questo punto di vista ci sono soluzioni più specifiche, come Google Classroom, ad esempio.
Il vero obiettivo di Facebook è quello di puntare sui giovani utenti, creando un’esperienza più vicina alle loro esigenze di adesso, costruendo il terreno per una futura confluenza nella piattaforma più estesa, con la speranza che quest utenti continuino in futuro ad usare Facebook. Anche se, comunque, questo resta un modo per raccogliere dati sugli utenti.
In Itala ancora non è disponibile e, al momento, non è dato sapere di più. Ma è molto probabile che questa app venga lanciata in Europa nei prossimi mesi e in quel momento scopriremo cosa ne pensa anche il nostro Garante sulle Privacy.
La distanza sociale e il lockdown da Coronavirus possono avere delle conseguenze anche per ciò che riguarda l’intimità col brand. È quello che viene fuori dalla nuova edizione del Brand Intimacy Study di MBLM, al primo posto tra i brand “App & Social Platforms” troviamo Spotify.
La distanza sociale e il lockdown, esperienze che abbiamo imparato a conoscere con la diffusione del Coronavirus possono avere conseguenze anche sulla relazione con brand, sulla familiarità e, quindi, sulla intimità. Sta avvenendo un cambiamento a livello generale, ci troviamo di fronte ad una situazione mai vissuta prima e, come tale, capace di cambiare e influenzare la nostra vita più di quanto si potesse immaginare.
Un chiaro esempio lo possiamo vedere con il nuovo Brand Intimacy Study 2020 di MBLM (Emblem), agenzia che analizza la relazione brand/consumatore dal punto di vista delle emozioni. E, in effetti, i risultati che emergono nella sezione “App & Social Platforms“, sebbene riferiti agli Usa, ci danno la dimensione che qualcosa sta in effetti cambiando.
È evidente che le applicazioni e i social media stanno giocando un ruolo fondamentale in questa fase storica. Lo hanno sempre avuto da quando esistono, ma in questa fase questo ruolo di relazione è fondamentale, al punto da modificare i comportamenti dei consumatori.
Ed ecco che in prima posizione, in questa sezione, troviamo Spotify al primo posto (era secondo lo scorso anno), seguito da Pinterest (che era primo lo scorso anno) e da Apple Music. Nel cercare di interpretare questo podio, si potrebbe dire che in effetti queste tre aziende rispecchiano il ruolo dei brand in questa fase, ruolo che viene premiato dai consumatori, alla ricerca di marchi che aiutino ad affrontare questa fase nel modo più congeniale.
L’intimità e la familiarità è quindi data dal fatto che i consumatori si “affidano” a marchi verso i quali sentono più vicinanza in questo momento. Spotify,in questa fase, riesce ad esprimere al meglio il suo valore e ad intercettare meglio di altri l’esigenza degli utenti, sapendo che in questo momento il consumo di musica aumenta in modo esponenziale. Gli utenti vogliono restare impegnati e la musica è un modo ideale per farlo.
Pinterest, altro brand molto amato, in questo periodo, considerato il momento, ha lanciato un nuovo programma per vendere online chiamato Verified Merchant che rende possibile la possibilità di realizzare delle Boards con la possibilità di acquistare direttamente.
Apple Music ha realizzato un fondo di garanzia di 50 milioni di dollari da destinare a tutti i musicisti “indie”, in modo da permettergli di non perdere guadagni durante questa fase difficile.
Ecco, in questo momento il brand comunica non tanto il proprio prodotto, quanto i propri valori e il proprio modo di affrontare questa crisi da Coronavirus. Il consumatore si sente più legato quindi su una scala di valori emozionali. Da qui nasce una relazione ancora più diretta e ancora più intima.
Qualche considerazione che ci offre MLBM a corollario di quanto evidenziato fino ad ora:
Apple Music è preferito dagli uomini, mentre le donne, i Millennials e coloro che guadagnano intorno ai 100 mila dollari l’anno preferiscono Spotify.
Gli intervistati di età superiore ai 35 anni e coloro che guadagnano più di 100 mila dollari l’anno indicano Pinterest come loro brand preferito.
Anche Facebook ha guadagnato preferenze in questo anno, nonostante sia lontana dal podio (lo scorso anno era in sesta posizione).
Il miglioramento attraverso l’udo del marchio è un valore molto sentito e anche quest’anno Pinterest vene premiato da questo punto di vista.
Ecco, questo il nostro resoconto su questo interessante report che potete trovare, completo, a questo indirizzo: mblm.com/lab/brandintimacy-study.
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