Tag: social media

  • Trump si vendica con l′addio all′immunità legale per i social media

    Trump si vendica con l′addio all′immunità legale per i social media

    La modifica del Communications Decency Act, e del “Section 230”, da parte di Trump suona come una vendetta verso Twitter e tutte le piattaforme social media. Sarà il caos nei tribunali federali, le piattaforme rischiano di diventare de censori. E intanto Twitter segnala, ma non elimina, un altro Tweet di Trump che dice: “se iniziano i saccheggi, iniziano le sparatorie”.

    Alla fine, quello che si temeva è successo. Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti d’America, è riuscito a formulare la sua (prima) vendetta verso i social media e verso Twitter in particolare. Tanto per essere chiari, riguardo a social media esiste un grande problema, non lo negano nemmeno le aziende proprietarie delle piattaforme e di chi le guida, ma questo non significa che una eventuale regolamentazione debba passare dopo che chi dovrebbe fare e garantire le leggi viene colto nel momento in cui diffonde informazioni “infondate”, lamentando, addirittura, che questo prefigura una minaccia alla libertà. Non funziona così. La libertà deve essere sempre garantita, nel rispetto delle regole che valgono per chiunque.

    Ma restiamo su quanto successo ieri, quando in Italia era sera inoltrata.

    donald trump twitter social media

    Trump firma l’ordine esecutivo che modifica il Section 230

    Donald Trump ieri sera ha firmato un ordine esecutivo che mira a modificare il Communications Decency Act, noto a tutti come “Section 230“. In pratica sparisce lo scudo che metteva a riparo le piattaforme social dalle responsabilità derivanti dalla pubblicazione degli stessi contenuti. Da oggi le piattaforme social non potranno godere della protezione legale, questo comporterà citazioni e ricorsi che affolleranno i tribunali federali.

    Cosa dice il “Section 230”

    Prima di procedere, è doveroso però, a beneficio di tutti, spendere due parole su questo “Section 230“.

    Questa sezione fa parte della legge, come dicevamo prima, Communications Decency Act, una legge approvata nel 1997 che ha come obiettivo quello di regolamentare i contenuti pornografici su Internet. Questa legge ha avuto un forte impatto per due motivi: primo per aver cercato, appunto, di regolamentare “l’indecenza” su Internet; secondo per aver introdotto il principio per cui i servizi internet non sono da considerarsi editori, grazie proprio alla “Section 230”.

    Questa sezione negli anni ha assunto un valore enorme, soprattutto con l’ascesa del fenomeno dei social media, impedendo, tra l’altro, che le stesse piattaforme si trasformassero in censori e arbitri di tutto quello che viene condiviso attraverso questi strumenti.

    “Nessun fornitore o utente di un servizio informatico interattivo può essere trattato come l’editore o il relatore di qualsiasi informazione fornita da un altro fornitore di contenuti informativi”, così recita un passo della sezione.

    La protezione legale quindi proteggeva le piattaforme da qualsiasi azione illecita commessa dall’utilizzatore stesso. Ora, con l’ordine esecutivo, strumento che la Costituzione mette in dote al Presidente per determinare come far rispettare le leggi, il rischio è che questo possa generare il caos.

    Già nel 2013 un altro tentativo da parte di 47 procuratori generali che ne chiedevano la modifica, chiedendo appunto la rimozione dell’immunità legale per le piattaforme. La ACLU (l’Unione Americana per le Libertà Civili) commentò: “Se la sezione 230 venisse spogliata delle sue protezioni, non ci vorrebbe molto perché la vivace cultura della libertà di parola scompaia dalla rete“. Il rischio è appunto quello.

    Twitter e Trump, quando la politica crede di possedere i social media

    Obiettivo di Trump è una legge sui social media

    Vero obiettivo di Trump è una legge che punti a regolamentare i social e, non avendone potere diretto, dovrà per forza di cose ricorrere al Congresso. E non sarà certo facile. Anche con le elezioni presidenziali imminenti.

    Di certo questo è un primo passo verso quel controllo che la politica ha sempre cercato di esercitare sui social media. Prima volevano possedere e controllare i giornali, adesso vorrebbero fare lo stesso con questi strumenti gestiti da aziende private.

    Il dibattito sul Section 230 negli Usa è stato sempre molto vivace. Pensate che era uno dei temi portati avanti anche da Joe Biden, certo non un repubblicano, e anche Bernie Sanders aveva detto che era giunto il momento di modificarlo.

    Twitter segnala un altro tweet di Trump: “quando inizieranno i saccheggi, inizieranno le sparatorie”

    https://twitter.com/TwitterComms/status/1266267446979129345

    Intanto, Twitter ha segnalato, ma non eliminato, un altro tweet di Donald Trump in quanto ritenuto violento. Il contenuto viene oscurato in grigetto con l’etichetta “Visualizza”. Il tweet viene depotenziato in termini di reach e non è possibile esprimere interazioni, solo retwittare con commento. In questo tweet Trump fa riferimento ai fatti di Minneapolis dopo l’uccisione da parte di un poliziotto di George Floyd.

    “Quando inizieranno i saccheggi, inizieranno le sparatorie”. Una frase che Twitter ha giudicato come inneggiante alla violenza, contravvenendo alle regole della piattaforma.

    Un presidente degli Stati Uniti dovrebbe esprimersi in altri modi, cercando di agire per riunire le comunità con atteggiamenti e parole responsabili, proprio per evitare ulteriore violenze.

  • Twitter e Trump, quando la politica crede di possedere i social media

    Twitter e Trump, quando la politica crede di possedere i social media

    Twitter, per la prima, ha evidenziato come “infondati” due tweet di Donald Trump e il presidente Usa non l’ha presa bene. Al punto di minacciare la chiusura delle piattaforme. Questo è quello che accade quando la politica tende a possederle.

    Fino ad un paio di anni fa tra Twitter e Donald Trump c’era molto affetto. Più volte il 45° presidente degli Stai Uniti d’America aveva manifestato il suo apprezzamento per la piattaforma che usa direttamente, senza che vi sia lo staff a supporto. Poi qualcosa ha cominciato ad incrinarsi, quando, dietro la pressione del “Russia Gate“, ma soprattutto, in conseguenza dello scandalo “Cambridge Analytica“, Twitter ha cominciato seriamente a contrastare la diffusone di fake news, di contenuti violenti e inneggianti all’odio in ogni sua forma. Qualcosa si è incrinato perché più volte i contenuti di Trump venivano segnalati per i contenuti di odio e di violenza, ma, comunque, Twitter in virtù della garanzia di un dibattito sempre aperto, ha preferito sempre evitare la censura, “proteggendo” il presidente da oltre 80 milioni di followers.

    twitter donald trump politica

    Come ricorderete, lo scorso anno, Twitter ha cominciato a rendere più stringente il contrasto alle fake news, introducendo una etichetta che avrebbe dovuto evidenziare quei tweet palesemente infondati, senza ricorrere alla censura. Uno strumento introdotto poi alla fine del 2019, in vista proprio delle prossime elezioni Usa.

    C’è anche da ricordare, ne facevamo cenno prima, che Twitter ha sempre “protetto” (se si può usare questa espressione) Donald Trump, anche in quei casi era lecito intervenire in qualche modo, ma ha sempre evitato di farlo perché per Twitter i contenuti condivisi dai politici servivano in ogni caso a generare un dibattito, anche quando gli stesi contenuti erano forti, al limite. Una scelta che ha generato non poche critiche e dubbi. Per fare un esempio, nel 2018 Twitter decise di non cancellare i tweet di Trump che, in maniera esplicita, dichiarava guerra alla Corea del Nord, mentre, invece, fece cancellare un tweet del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Seyed Ali Khamenei.

    Ora Twitter afferma il principio che chiunque vìoli la policy sul contrasto alle fake news deve essere segnalato attraverso una etichetta che, con una procedura di fact-checking, mette il luce la vera notizia. E a farne le spese è stato proprio Donald Trump.

    Il tycoon non l’ha presa bene e ha dichiarato in un tweet che la piattaforma di Jack Dorsey “sta soffocando la libertà di parola“, oltre che a dichiarare che Twitter sta interferendo nelle elezioni presidenziali facendo fare “controlli di parte alla Fake News CNN e all’Amazon Washington Post“, le due testate usate per fare fact-checking verso le quali Trump non ha mai avuto simpatia.

    (In alto uno de due tweet segnalati da Twitter)

    Questo accade quando la politica pensa di possedere le piattaforme, non di usarle, in virtù del proprio ruolo. Trump, e tutti quelli che la pensano come lui (e sono tanti) crede che il suo ruolo possa giustificare qualsiasi cosa, anche quella di diffondere, come in questo caso, informazioni sbagliate.

    Trump si vendica con l′addio all′immunità legale per i social media

    Trump minaccia di chiudere Twitter e tutti i social media

    Come vedete il quadro è abbastanza grave già fin qui, ma c’è dell’altro. Perché, sempre oggi, Trump che minacciato in un tweet di chiudere le piattaforme, trovando la scusa che i repubblicani sono presi di mira da queste piattaforme. “Le regoleremo con la forza o le chiuderemo”.

    Ecco, questo è il punto più grave che si potesse toccare, quando la politica incapace di accettare regole democratiche per garantire una corretta informazione e per evitare la diffusione di disinformazione, decide di usare il pungo duro nel tentativo di assoggettarle al suo volere, alla sua parziale verità.

    È triste che si arrivi a queste minacce, come è triste che un presidente degli Usa arrivi ad esprimersi in questo modo. Il rispetto delle regole dovrebbe essere la base della convivenza civile e il suo ruolo è sinonimo di garanzia di libertà e democrazia.

    Adesso sì che è in ballo la libertà e non sono le regole a soffocarla, come sostiene Trump, ma l’uso degli strumenti a proprio piacimento per il ruolo politico. Il confronto e il rispetto sono il sale della democrazia e bisogna farne sempre buon uso.

  • Twitter sceglie l′Italia per lanciare Fleet, abbracciando l’effimero

    Twitter sceglie l′Italia per lanciare Fleet, abbracciando l’effimero

    Twitter sceglie l’Italia per lanciare per le sue stories, denominate Fleet. La piattaforma da 280 caratteri abbraccia quindi il contenuto effimero. Un passaggio, per certi versi, obbligato.

    Twitter sceglie l’Italia per lanciare per le sue stories, denominate Fleet. Verso la tarda serata di ieri gli utenti italiani hanno cominciato a notare in alto sulla home, dall’app mobile, qualcosa di “già visto“. In effetti si tratta di una “nuova” modalità di contenuto su una piattaforma che da sempre, dal 2006, si è sempre caratterizzata per la brevità di caratteri a disposizione: 140 caratteri prima, 280 dopo.

    Il lancio sembra aver colto molti utenti di sorpresa, tra l’altro non tutti ancora le possono ancora utilizzare, anche se, in effetti di sorpresa non si può parlare, almeno per quanto riguarda i lettori del nostro blog. Infatti, se proviamo a mettere insieme i pezzi, non è una sorpresa, anzi, era un lancio atteso, solo non si conoscevano le tempistiche. La sorpresa sta sicuramente nell’aver scelto l’Italia per il lancio ufficiale.

    twitter fleets franzrusso.it

    Il test era stato avviato in Brasile lo scorso marzo.

    Prima di passare a vedere come si usano (lo avevamo già spiegato), anche se sono abbastanza intuitive (un po’ meno lo scorrimento verso “verso l’alto” per le nuove), è utile mettere in fila alcuni elementi, per capire meglio come Twitter è arrivato a Fleet.

    Partiamo da una premessa, e cioè che Twitter ha necessariamente bisogno di accrescere il coinvolgimento degli utenti sulla piattaforma e, di conseguenza, accrescere il numero degli utenti giornalieri monetizzabili (oggi 166 milioni al giorno). Teniamo ben presente che Twitter è un’azienda quotata in borsa che deve realizzare ricavi e garantire dividendi ai suoi investitori. Quindi deve vendere pubblicità e tenere gli utenti quanto più tempo possibile sulla piattaforma. Descritto in maniera poco elegante, ma di questo parliamo. Consideriamo anche che negli ultimi tempi Twitter, a livello di azienda, ha subito alcune “scossette”, come quella provocata dal Fondo Elliott che voleva mandare via Jack Dorsey, co-fondatore e CEO di Twitter, perché “poco focalizzato” sull’azienda. Pericolo poi rientrato, con l’aiuto di Silver Lake pronto ad aiutare l’amico Dorsey con 1 miliardo di dollari.

    Tutto questo succede tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo di quest’anno, quando Twitter acquisì Chroma Labs, la startup specializzata in layout per le stories che vede come suo fondatore John Barnett, l’inventore di Boomerang, la famosa app di Instagram.

    Ecco. Era utile ricostruire brevemente queste fasi per comprendere che in realtà Twitter vive una fase di innovazione (e finalmente!) e di sperimentazione che porta la società a considerare anche altre forme di contenuto, effimere come Fleet, per tentare di coinvolgere gli utenti sulla piattaforma.

    Ora, per quanto sia comprensibile lo spaesamento e la sorpresa degli utenti, è normale che Twitter arrivasse a considerare i contenuti effimeri, unendo la caratteristica di questi contenuti a quella che da sempre contraddistingue la piattaforma: la dinamicità.

    Molti, leggendo  commenti e i messaggi, fanno notare la ridondanza del contenuto, essendo già presente su altre piattaforme (con grande successo), e l’inutilità di questa forma su Twitter. In realtà, proprio questa funzionalità potrebbe tornare molto utile a Twitter per, come dicevamo prima, coinvolgere gli utenti sulla piattaforma offrendo una ulteriore modalità di creazione di contenuti. E potrebbe rivelarsi anche utile per attrarre un pubblico più giovane, tra l’altro ben rappresentato sulla piattaforma.

    Certo, nessuno può escludere nulla e non è detto che poi non facciano la fine dei Moments. Ma Twitter ha il dovere di provare a vivacizzare la piattaforma presentando ai suoi utenti nuove forme.

    Vi ricordate quando nel 2016 apparvero le Stories su Instagram? Tutti a gridare allo scandalo perché in realtà quella era la modalità tipica d Snapchat. E come è andata a finire? Che oggi in Italia 14 milioni di utenti usano solo quella modalità effimera. Giustamente, direte voi, le due piattaforme non sono paragonabili, vero. Ma Twitter doveva provare questa modalità, altrimenti avremmo continuare a dire che “tanto Twitter non cambierà mai“. Inoltre, ricordiamoci sempre che stiamo parlando di piattaforme che non sono ancora definite del tutto, nessuna lo è, proprio per il fatto che sono piattaforme rivoluzionarie che prima non esistevano, sono in continua evoluzione. Normale che l’una possa copiare dall’altra.

    Ecco, detto tutto questo, doveroso descrivere come usare le Fleet su Twitter.

    Ecco come creare Fleet su Twitter

    Come già detto, si tratta di una forme di contenuto che non sarà mai rintracciabile su search, sul motore di ricerca della piattaforma, proprio perché “effimero”.

    Per creare una serie di Fleet, sarà sufficiente toccare il segno “+” all’interno della foto profilo che apparirà in un sorta di bolla di conversazione, la si vede in alto nella timeline:

    twitter fleets home

    Una volta cliccato sul segno più, comparirà uno spazio all’interno del quale sarà possibile inserire un testo fino a 280 caratteri (la caratteristica di Twitter rimane), immagini, GIF, video della durata massima di 2 minuti e 20 secondi. Gli editori “whitelisted” potranno inserire video fino a 10 minuti di durata.

    Dalla timeline sarà possibile scorrere in modo laterale le Fleet (stories) degli utenti che si seguono. La differenza, rispetto al classico formato delle stories che abbiamo imparato a conoscere su altre piattaforme, è che le Fleet di un utente scorrono in modo verticale attraverso il classico gesto dello scroll. E per passare ad un’altra serie di Fleet d un altro account bisognerà toccare verso sinistra (e non verso destra).

    Non sarà possible fare Like o retweet alle Fleet. Sarà possibile rispondere con DM (i messaggi privati) solo se l’utente li prevede e sarà comunque possible interagire con emoji, come succede già su altre piattaforme.

    Ecco, questo era il nostro pensiero, adesso tocca a voi farci sapere cosa ne pensate.

  • Twitter, al via il test che limita le risposte ma non le interazioni

    Twitter, al via il test che limita le risposte ma non le interazioni

    Twitter annuncia l’avvio del test che limita le risposte ad un tweet solo agli utenti menzionati. Ma non sono limitate le interazioni, chiunque può fare retweet. In ogni caso, l’era di Twitter come piattaforma chiusa potrebbe davvero iniziare.

    Twitter ha avviato il test che era stato annunciato all’inizio di quest’anno, si tratta di un test che, come avevamo sottolineato allora, rischia di cambiare per sempre la natura della piattaforma.

    In pratica, da oggi un piccolo gruppo di utenti, a livello globale, inizierà ad usare la funzionalità che permetterà loro di limitare le risposte ai propri tweet. Come scrivevamo lo scorso gennaio, questa funzionalità permetterà ad un utente di comporre un tweet, menzionando uno o più utenti, e limitando le risposte allo stesso tweet solo alle persone effettivamente menzionate nel tweet.

    Nel momento in cui si andrà a comporre il tweet, si potrà scegliere tra tre opzioni delle quali, per ora, è attiva, sempre per il ristretto gruppo di utenti, quella che limita le risposte agli utenti menzionati.

    twitter risposte limitate

    Una volta che il tweet viene pubblicato, tutti gli altri utenti avranno comunque la possibilità di visualizzarlo o di retweetarlo, con o senza commento. Non sarà possibile rispondere, appunto. Una piccola etichetta in basso evidenzierà che solo le persone menzionate potranno rispondere, cliccando la quale si vedrà una finestra che spiega il perché non è possibile rispondere, spiegando che l’utente preferisce “chiudere” la conversazione tra gli utenti menzionati.

    Come detto a gennaio, in questo modo Twitter si trasformerà in una piattaforma chiusa, al pari di altre.

    https://twitter.com/Twitter/status/1263145271946551300

    Il fatto di permettere a chiunque di rispondere ha comunque permesso a tanti di intrufolarsi nelle conversazioni, rispondendo alle volte anche con toni volenti, generando un fenomeno che ha finito per allontanare molti utenti dalla piattaforma. Dalle celebrità ad utenti meno noti che non ritenevano la piattaforma abbastanza sicura.

    La funzionalità di limitare le risposte certamente permetterà di preservare meglio le conversazioni, limitandole solo agli utenti menzionati. Sarà come avere delle “piccole stanze” (ricorda molto mIRC della fine degli anni ’90) che però tutti potranno vedere.

    tweet risposte limitate twitter

    Ecco il punto. Tutti potranno vedere le conversazioni limitate, tutti potranno comunque fare retweet, anche con commento, di conseguenza anche chi vuole “avvelenare” la conversazione, può comunque farlo, anche se non potrà partecipare attivamente con delle risposte dirette. Chiunque, facendo RT con commento potrebbe comunque generare a sua volta delle conversazioni che potrebbero arrecare fastidio proprio all’autore del tweet limitato, e anche in questo caso non potrebbe fare nulla per evitarlo.

    Quello che stona un po’ in merito a questa funzionalità è che forse, pur limitando le risposte, sarebbe opportuno anche limitarne le interazioni, come appunto fare RT. Chiaro, diventerebbe una conversazione ristretta, che potrebbe anche svilupparsi in altri ambiti, ma almeno risponderebbe a tutte le richieste di avere una conversazione più protetta da eventuali disturbatori.

    Al momento, va ribadito, si tratta solo di un test, aperto, ripetiamo, ad un piccolo gruppo di utenti che potrà usarlo sia su Android, iOS e web.

    L’era di Twitter intesa come piattaforma chiusa potrebbe davvero iniziare.

    E voi che ne pensate?

    Twitter da piattaforma aperta si trasforma in piattaforma chiusa

  • Ecco i veri interessi degli utenti italiani su Instagram e Facebook

    Ecco i veri interessi degli utenti italiani su Instagram e Facebook

    SoPRISM è una startup belga che ha elaborato uno strumento per conoscere a fondo gli interessi degli utenti italiani che usano Instagram e Facebook. Dai dati vengono fuori spunti interessanti.

    Qualsiasi azienda o agenzia italiana vorrebbe sapere cosa fanno gli utenti su Instagram,  loro interessi, le loro passioni, per cercare di offrire loro contenuti sempre più mirati. È un desiderio che hanno in molti ed è sempre alla base di qualsiasi strategia e che spesso resta tale, in assenza di dati più specifici.

    Ma oggi qualcosa sta cambiando perché, in realtà, questi dati ci sono perché qualcuno li ha estrapolati nella maniera corretta, e oggi ve li presentiamo. I dati sono stati già presentati in anteprima europea, ma questa volta possiamo dire di presentarvi una vera e propria anteprima italiana.

    Ad elaborare questi dati molto interessanti, che tra poco vedremo insieme, è SoPRISM, una startup belga, i fondatori sono italiani, specializzata nella profilazione degli utenti usando i dati di Facebook e delle sue applicazioni, che ha messo a punto un tool, Audience Profling, il quale integra anche i dati Instagram. Come sappiamo, Facebook è molto interessante per conoscere gli interessi degli utenti, quello di cui discutono. Ma Instagram, per la sua grande capacità in termini di coinvolgimento, è utile per sapere come orientare la propria strategia su questa piattaforma che oggi offre diverse modalità.

    facebook instagram interessi franzrusso.it 2020

    SoPRISM offre la possibilità di conoscere con precisione l’audience strategica per un brand, quindi clienti, visitatori del sito, interesse per la concorrenza, ecc.) grazie a comportamenti di interazione e consumo di contenuti sulle principali piattaforme di social media ma anche su gran parte del web. Questi comportamenti sono identificati da clic, likes, visualizzazione di video e molto altro.

    Ma come l’Audience Profiling può aiutare le aziende a rilanciare il proprio business?

    • La generazione di insights sui clienti esistenti o potenziali è alla base del processo di costruzione di una strategia di marketing
    • Mettere la ricerca al centro di tutte le campagne di marketing permette di creare contenuti che rispecchino realmente il pubblico target
    • La personalizzazione della strategia pubblicitaria basata su segmenti o personas di una categoria di clienti o di un gruppo target è essenziale per aumentare la rilevanza dell’esposizione del marchio.

    Instagram, come sappiamo, è una fonte di dati estremamente ricca e rilevante al riguardo dei consumatori, da una parte perché il tasso di adozione del social network continua a crescere in modo significativo, raggiungendo oggi 1 miliardo di utenti, e dall’altra perché il livello di interazione su questa piattaforma è 4 volte superiore a quello della sua piattaforma sorella Facebook.

    Ora, iniziamo a vedere qualche dato più in dettaglio rispetto agli utenti Instagram in Italia. Intanto, diciamo subito che gli utenti attivi nel nostro paese sono 20 milioni. Come detto, questi dati assumono una valenza ancora più importante se raffrontati con i dati di Facebook, gli italiani che usano la piattaforma “madre” sono 32 milioni.

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    Da un punto di vista demografico, notiamo dati tra donne e uomini che si scambiano tra le due piattaforme. Infatti su Instagram sono 51% donne e 48% uomini, mentre su Facebook sono 51% uomini e 48% donne. Interessante notare che il 52% degli utenti Instagram ha un’età compresa tra i 18-34 anni (22%, 18-24 anni; 30%, 25-34 anni), con una audience che è sempre più catalogabile come “Millennials”. I giovani utenti, quelli sotto i 25 anni usano ancora Instagram, ma non sono più la parte preponderante come un tempo.

    Utile anche notare un dettaglio più geografico dei dati raccolti da SoPRISM e cioè che il Nord-Ovest del paese è più presente su Instagram, mentre il Centro è più presente su Facebook. Il Sud presenta una leggera prevalenza su Instagram, mentre le Isole sono leggermente più prevalenti su Facebook. Le regioni più rappresentate su Instagram da questo punto di vista sono la Lombardia e la Campania, mentre quelle più presenti su Facebook sono Lazio e Sicilia.

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    Ora arriviamo alla parte più interessante di questi dati, ossia capire bene quali sono gli interessi degli utenti italiani su Facebook e su Instagram, in modo tale da avere un quadro completo e su questo provare a trarre qualche indicazione.

    SoPRISM offre un’analisi psicografica che ci permette di capre bene le emozioni, le scelte, gli interessi degli utenti, un modo per orientarci meglio rispetto a ciò che l’utente fa su Facebook e su Instagram, e ricavarne le dovute scelte di marketing.

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    Se guardiamo questa analisi dal punto di viste “Auto & Moto“, notiamo che i brand preferiti dagli utenti su Facebook sono BMW, Audi, Mercedes, Ford, mentre su Instagram sono preferiti brand come Ferrari, Porsche e un po’ più staccato Lamborghini, quindi brand iconici.

    Guardando i dati dal punto di vista del retail, su Facebook si preferiscono brand legati all’e-commerce, quindi ad un’esperienza di acquisto più diretta, non sorprende che ad essere preferiti siano brand come Amazon, Zalando e Wish, più in fondo troviamo poi per buona parte brand legati al mondo della GDO. Su Instagram invece troviamo la moda raccontata per immagini, brand che prima di ogni cosa costruiscono sulla piattaforma un racconto fatto di immagini emozionali, non sorprende quindi se troviamo, tra i preferiti, brand come Adidas, Gucci, Chanel, Yves Saint Laurent.

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    Un altro esempio che spiega bene la differenza tra Facebook e Istagram è quello che riguarda il settore Beauty. Guardando il grafico si percepisce subito quanto questo sia molto più presente su Instagram che su Facebook, caratterizzato poi dal settore make-up.

    Il food sia su Instagram che su Facebook è dominato da Ferrero, con i due brand “Nutella” e “Kinder”. Su Facebook regge solo McDonald’s, mentre su Instagram sono tutti molto più distaccati.

    Guardando ai Media, curioso notare l’affinità degli utenti italiani verso il “Time” su Facebook, mentre su Instagram gli utenti sono molto più affini sul tema “social media”. Altrettanto curioso notare l’affinità con Twitter su Facebook e che il primo media italiano sia il Corriere della Sera. Su Instagram il primo brand italiano di settore più in alto è “La Gazzetta dello Sport” insieme a “La Stampa”, “Il Giornale” e poi Vogue. Ma più in alto troviamo Tumblr, Netflix, YouTube e Spotify.

    Continuando a vedere insieme questi dati interessanti, scopriamo che se su Instagram c’è interesse per i ristoranti, per le bevande alcoliche per il vino e la cucina italiana, su Facebook invece c’è interesse verso la Pizza e il caffè. E ancora, dal punto di vista del lifestyle, su Instagram l’interesse degli utenti è verso shopping & fashion, l’abbigliamento luxury e gli accessori, verso l’elettronica di consumo, la cosmetica e l’abbigliamento femminile. Su Facebook gli utenti sono più affini con Black Friday, coupon e automotive.

    analisi soprism instagram facebook italia food

    Su Instagram gli utenti poi sono più attenti e interessati al fitness e all’esercizio fisico in generale, e ce ne siamo accorti durante il lockdown. C’è poi attenzione verso la famiglia e le relazioni, verso l’amore, l’amicizia, la felicità; c’è poi spazio per la creatività e la qualità della vita. Possiamo dire che gli utenti Instagram, da questo punto di vista, sono più aperti, open-minded. Su Facebook invece si è forse più tradizionalisti, infatti gli interessi principali da questo punto di vista sono figli, vita e Dio.

    Insomma, da questi dati vene fuori un profilo più netto dell’utente che usa Instagram. Anche se alcuni dati potrebbero sembrarvi come già conosciuti attraverso l’esperienza, come fashion o beauty, è comunque interessante conoscere i dati nel suo insieme per poterne fare un profilo più netto e per meglio veicolare le proprie strategie di marketing.

    Le differenze tra gli utenti che usano Facebook e quelli che usano Instagram sono adesso più evidenti.

    Qui tutti i dati completi, con tutti i grafici.

    E voi che ne pensate?

  • Facebook compra il motore di GIF Giphy per integrarlo su Instagram

    Facebook compra il motore di GIF Giphy per integrarlo su Instagram

    Facebook compra Giphy, il popolare motore di ricerca di GIF per la cifra di 400 milioni di dollari. L’operazione ha come obiettivo quello di integrare il motore all’interno di Instagram.

    Secondo quanto riportato inizialmente da Axios, Facebook compra Giphy, il popolare motore di ricerca di GIF per la cifra di 400 milioni di dollari. Da quello che si sa, la notizia è ora confermata anche da Facebook, l’obiettivo della società di Mark Zuckerberg è quello di integrare Giphy all’interno di Instagram, anche se è già possibile usare Giphy su questa app come su tutte le altre della famiglia Facebook. Solo che in questo modo, Giphy diventerebbe non più solo un partner, ma parte integrante di tutto l’ecosistema Facebook.

    E, secondo le informazioni che Facebook ha fatto trapelare, la metà del traffico di Giphy, ogni mese circa 70 milioni di visitatori, proverrebbe proprio dalle app di Facebook, da Instagram, in particolare, il 50% del totale.

    facebook compra giphy franzrusso.it

    La cifra che ha chiuso l’accordo, conseguenza delle trattative iniziate prima che scoppiasse la pandemia da Coronavirus, come detto è di 400 milioni di dollari. Va detto che ad oggi, secondo una recente valutazioni della società, Giphy varrebbe circa 600 milioni di dollari. Anche in questa circostanza, Mark Zuckerberg dimostra di aver fatto un buon affare.

    Il marchio Giphy continuerà ad esistere, una politica che Facebook ha mantenuto in tutte le acquisizioni che si sono succedute in questi anni. L’azienda fondata nel 2013 a New York da Jace Cooke e da Alex Chung continuerà ad operare come sempre e per gli utenti del motore di ricerca sostanzialmente non cambierà nulla.

    Allora, perché Facebook compra Giphy?

    Semplice, per garantirsi una ulteriore fonte di accesso alla piattaforma d’elezione per questo tipo di contenuto (le GIF) che è Instagram. Attraverso questa operazione sarà più facile attaccare GIF come adesivi sulle Stories oppure condividerle nei DM. Tutto questo genera traffico e quindi coinvolgimento.

    Il perché proprio Giphy è altrettanto semplice. Giphy è il più grande motore di GIF su Internet con oltre 1 miliardo di GIF.

  • Twitter, ecco la nuova emoji per dire grazie

    Twitter, ecco la nuova emoji per dire grazie

    Twitter ha da poco lanciato una nuova emoji per dire “grazie”. Durante questo periodo di emergenza sanitaria sono stati pubblicati più di 265 milioni di tweet contenetti espressioni riconducili a questa parola.

    Twitter anche in questa emergenza sanitaria ha dimostrato di essere uno degli strumenti più adatta per veicolare notizie e informazioni legate alla pandemia da Coronavirus. Gli utenti l’hanno usato con una frequenza maggiore, prova ne è che gli utenti giornalieri monetizzabili sono 166 milioni, un numero mai toccato prima, anche per esprimere gratitudine verso tutte quelle persone che si sono adoperate per contrastare l’emergenza.

    Una ricerca, avviata dal 15 marzo scorso, in pieno lockdown italiano, è stato rilevato ​un aumento del 37% nell’uso della parola ​“grazie” rispetto al mese precedente. E, nello stesso periodo, ​in tutto il mondo sono stati pubblicati più di ​265 milioni di tweet ​contenenti espressioni riconducibili alla parola “grazie”. Oltre a questo si è notata anche una crescita nell’uso delle emoji ​preghiera​ 🙏🏼 e ​applauso ​👏🏻, rispettivamente ​del 50% e del 10%.

    twitter emoji grazie

    Per sottolineare queste tendenze e valorizzare i milioni di tweet in cui vengono utilizzate tali
    espressioni positive, ​Twitter ha lanciato una nuova emoji ​che si attiverà ogni qual volta verrà utilizzato ​l’hashtag #grazie, con le mani a formare un cuore.

    Ma quali sono le categorie che hanno ricevuto in queste settimane messaggi di gratitudine? Ovviamente ci sono medici e operatori sanitari, ai quali forse non basterebbero tutti i grazie del mondo per quello che hanno fatto, e continuano a fare; poi ci sono gli addetti della GDO, della grande distribuzione alimentare, anche loro non hanno mai smesso di lavorare per garantire a tutti di poter fare la spesa e di poter vivere comunque un briciolo di “normalità”.
    Tra tutti quelli a cui abbiamo indirizzato i nostri “grazie” ci sono anche le nostre famiglie; ci sono anche gli operatori e addetti alle pulizie e all’igiene; e poi ci sono anche gli amici.
    Insomma, adesso che tutto sembra volgere verso il meglio, nel senso che il peggio sembra essere passato, è forse il momento di dire grazie, anche approfittando di questa nuova emoji con le mani a formare un cuore.
  • Instagram, ecco lo sticker per sostenere le PMI

    Instagram, ecco lo sticker per sostenere le PMI

    Facebook sta lanciando nuove iniziative a sostegno delle piccole e medie imprese. Su Instagram è stato lanciato lo sticker per sostenere le piccole e medie imprese con “Compra a km 0” da condividere nelle stories.

    Facebook sta lanciando nuove iniziative, soprattutto a sostegno delle piccole e medie imprese, quelle maggiormente colpite dalle pesanti conseguenze generate dalla pandemia da Coronavirus. E si sa quanto questo sia vero nel nostro paese, il cui tessuto imprenditoriale è per la gran parte costituito proprio dalle PMI.

    Mentre la casa madre lancia una nuova funzionalità “Business Nearby“, non ancora attiva nel nostro paese, che permetterà di visualizzare i post di aziende nel raggio di massimo 800km circa, su Instagram viene lanciato un nuovo sticker “Support Small Business” che in Italia è tradotto con “Compra a km 0“.

    instagram nuovo sticker compra km 0

    Come tutti gli altri adesivi, troverete questo nuovo sticker nella sezione che si apre scrollando dal basso verso l’alto e, una volta selezionato, potrete menzionare l’azienda che preferite sostenere, quella a cui siete particolarmente legati. In questo caso potrete portarla a conoscenza dei vostri followers e darle visibilità, in un momento in cui ce n’è particolarmente bisogno.

    Ogni qualvolta userete questo sticker, le vostre stories verranno poi raccolte in una sezione che apparirà nella home di Instagram, dove si visualizzano tutte le altre stories, non diversamente da quanto accaduto per raccogliere tutte le stories con lo sticker “Io resto a casa”.

    A questo punto non vi resta che andare su Instagram e cominciare a postare storie a sostegno delle aziende che volete sostenere, come bar, pizzerie, ristoranti ad esempio, quella categoria di attività che sta soffrendo molto questa crisi da Coronavirus con #comprakm0.

  • Social Media e Lavoro, il talento al centro del proprio racconto

    Social Media e Lavoro, il talento al centro del proprio racconto

    Social Media e Lavoro. Due ricerche mettono in evidenza come web e social media siano sempre  per la ricerca di personale. Facebook è usato più di LinkedIn. Alcune considerazioni su come usare  social e mettere il proprio talento al centro.

    La pandemia da Coronavirus ha finito per stravolgere la nostra società. Sicuramente, in questa fase di ripartenza, dovremo tenere in considerazione il fatto che il Digitale non è più una “opzione”, ma è irrinunciabile. Quello che è successo in questi due mesi non deve essere visto come una fase momentanea. No, è una condizione che ci ha cambiato radicalmente.

    E questo coinvolge, evidentemente, anche il mondo del lavoro. Cambia radicalmente il modo in cui le persone cercheranno lavoro e il Digitale diventerà fondamentale. Di più, i social media non verranno più visti come momenti “virtuali”, ma saranno considerati come momenti reali della nostra vita, luoghi dove ognuno di noi si racconta. Un po’ era già così, ma dopo questa pandemia, con la impossibilità di incontrarsi direttamente, e questa condizione durerà ancora per un po’, le piattaforme social saranno a centro del processo di ricerca e dovranno essere considerati da chi cerca lavoro come strumenti per raccontarsi e farsi conoscere.

    social media lavoro talento franzrusso.it 2020

    Negli anni passati, quelli più recenti, si diceva che gli addetti ai lavori delle Risorse Umane, delle agenzie, guardassero al web e ai social media ma non, forse, in maniera esclusiva. Ecco, dopo questa pandemia è bene sottolineare che il web e i social media saranno la base di tutto.

    Questa è una riflessone che parte dai risultati di due ricerche sul tema, entrambe di The Manifest, pubblicate nelle ultime settimane, che evidenziamo proprio come il web e i social media siano ormai strumenti irrinunciabili per chi cerca lavoro. La riflessione che vogliamo fare con voi, sulla base dei dati che vedremo insieme, è che adesso cambia il modo di cercare lavoro.

    Nel senso che da oggi chi è alla ricerca di un lavoro deve aver ben chiaro il concetto che deve proporsi curando il suo “personal branding. Deve cioè curare le piattaforme social, deve curarsi di come viene “visto” sul web, deve assumere una condizione per la quale questi strumenti sono utili per raccontare il suo talento. In parole povere, il curriculum vitae, quel foglio A4 che veniva lasciato, o spedito via mail in .pdf, in azienda o in agenzia, non funziona più da solo. Serve mettere in mostra il proprio talento, serve raccontarlo, con cura.

    Di seguito vedremo i risultati principali delle due ricerche di The Manifest già citate e poi, sulla base di questi dati, ci spingeremo a dei consigli, meglio delle considerazioni, finali.

    social media lavoro facebook linkedin

    Allora, un primo dato, relativo a questa ricerca, è che il 67% delle aziende, prima di formulare un’offerta di lavoro, guarda sempre più con attenzione i profili LinkedIn dei candidati e il 65% guarda i loro profili Facebook. La differenza in percentuale tra le due piattaforme è sempre più ridotta. Vale a dire, va bene curare il proprio profilo business, ma le aziende vogliono vedere anche cosa condividono i candidati, che opinioni esprimono anche su fatti in generale.

    La ricerca evidenzia anche che le aziende guardano anche i blog e i siti web dei candidati (39%) e anche il profilo Twitter, anche se in misura minore (29%).

    Ma c’è un aspetto su cui si dovrebbe fare attenzione, e cioè che le aziende alla fine usano più Facebook che LinkedIn per cercare i propri talenti, 70% con 67%. Va comunque considerato che Facebook risulta migliore per ricerche ad ampio raggio, a livello territoriale, e spesso per ricerche meno qualificate; LinkedIn è la soluzione migliore per il reclutamento di figure specializzate e altamente qualificate. Il 26% delle aziende usa poi Twitter e il 20% usa YouTube.

    Adesso passiamo a vedere i risultati principali della seconda ricerca, sempre di The Manifest, dove si evidenzia che, considerato il fatto che il 90% dei datori di lavoro usa i social media per reclutare personale, il 79% ha dichiarato di aver rifiutato dei candidati proprio sulla base di come essi usavano le piattaforme social, soprattutto dal punto di vista dei contenuti.

    Ed ecco qui un aspetto che, nel contesto che stiamo vivendo, assume una certa importanza. Spesso le persone che sono alla ricerca di un lavoro scelgono di investire tutto sul proprio profilo LinkedIn, non curanti del fatto che le aziende, le agenzie, gli addetti ai lavori del settore HR, guardano anche altrove. Anche Facebook e Instagram.

    social media lavoro

    La ricerca di The Manifest indica anche quei contenuti che spingono le aziende a “scartare” un candidato”, quelli per cui una persona non viene giudicata adeguata alla posizione ricercata. E sono tutti indicatori che rimandano al “buon senso” di ciascuno:

    • Contenuti d’odio
    • Immagini di feste non proprio edificanti
    • Contenuti illeciti o illegali
    • Grammatica scadente
    • Contenuti riservati e sensibili che riguardano ex datori di lavoro

    Questo breve elenco evidenza il fatto che le aziende sono sempre più attente ai background dei candidati (98%). Osservano anche il modo in cui pongono su vari aspetti.

    Ecco perché, in un momento di grande crisi come quello che stiamo vivendo, i candidati dovrebbero fare del loro meglio per distinguersi in positivo sulle piattaforme social. In altre parole, non ci si deve più soltanto focalizzare sul proprio cv e curare solo il proprio profilo LinkedIn, ci si deve concentrare sulla costruzione del proprio marchio.

    E si deve avere cura del proprio marchio a tutto tondo, di come esso appare sui social media e sul web. Il 43% delle aziende usa Google per verificare i risultati relativi al nome del candidato. Questo significa avere cura dei propri profili social, LinkedIn, Facebook, Twitter e, soprattutto, è opportuno investire nella creazione di un proprio blog, considerato come una estensione della presenza sui social media. Un luogo dove raccontarsi meglio.

    Attenzione, non stiamo dicendo che il cv non serve, stiamo affermando il concetto che non basta più solo quello.

    E allora, in un momento in cui ci sembra che tutto sia fermo e che nessuno sia interessato ad assumere, forse sarebbe il caso di investire nella cura del proprio profilo e del proprio personal branding. Sulla base di quanto visto finora, sarebbe il caso di fare qualche considerazione finale, rivolta a chi è alla ricerca di un lavoro. Vale la pena sforzarsi per costruire il modo di comunicare il proprio talento e curare il proprio personal branding:

    • concentrati sul talento e sul tuo “marchio”, le tue esperienze e le tue competenze vanno valorizzate;
    • sfrutta i social media per raccontare esperienze e competenze, sulla base delle caratteristiche di ciascuna piattaforma
    • Linkedin per concentrarti sulle competenze ed esperienze;
    • Facebook per raccontare chi sei veramente, non aver paura di esprimere le tue opinioni, sempre del rispetto di tutti e delle regole d’uso;
    • Instagram per raccontarti attraverso le immagini e raccontare i luoghi a te cari o legati alla tua sfera di competenza;
    • Twitter per condividere notizie e informazioni circa le tue competenze, diventa un punto di rifermento;
    • Pinterest per mostrare le tue opere attraverso immagini coinvolgenti;
    • personalizza la tua comunicazione e scegli un hashtag per distinguerti, creane uno oppure individualo tra quello più vicino al tuo modo di raccontarti;
    • apri il tuo blog, coraggio, fa che la tua “casa”, diventi il tuo vero biglietto da visita.

    Ecco, queste erano le nostre brevi considerazioni finali, sperando di aver fatto cosa gradita.

  • Twitter, più chiare le risposte su versione web e iOS

    Twitter, più chiare le risposte su versione web e iOS

    Twitter ha rilasciato delle novità che riguardano le conversazioni, per ora solo per la versione web della piattaforma e su iOS. In pratica, da oggi è possibile orientarsi meglio nelle risposte, risalendo direttamente alla risposta cui si intende replicare.

    Il lavoro che Twitter aveva lanciato lo scorso anno, ricorderete l’app in beta denominata “twttr” (‘little t’ come viene chiamata internamente”), un mega test a cui sono stati invitati 1.000 utenti, sembra adesso dare i suoi frutti. Infatti, Twitter ha annunciato una novità che riguarda le conversazioni sulla piattaforma, uno de punti nevralgici su cui la società di Jack Dorsey, dopo tanti inviti a farlo per la verità, ha deciso di puntare per innovare la piattaforma da 280 caratteri.

    Da oggi, ma solo per la versione web e sulla versione iOS, è possibile rispondere alle riposte sui tweet in maniera più chiara. Spesso la difficoltà che molti trovavano era proprio quella di rispondere all’account giusto, per il fatto che la conversazione si sviluppava in modo univoco. Adesso, invece, si svilupperanno delle “ramificazioni” mirate, in modo tale da sviluppare una conversazione diretta tra due account, all’interno di un thread.

    twitter risposte chiare

    All’inizio, poco più di un anno fa infatti, questa era stata presentata come una funzionalità più colorata e più simile, graficamente, a quello che già si vede sulle app di instant messaging. Il risultato finale che vediamo oggi è invece quello originario, più conforme allo stile grafico attuale della piattaforma, ma comunque più chiaro.

    Per visualizzare le ulteriori risposte che via via si annidano all’interno di una conversazione, basterà cliccare sull’etichetta che comparirà immediatamente prima, con scritto: “Mostra più risposte“.

    Ma le novità di Twitter, che di recente ha dichiarato il “record” di 166 milioni di utenti unici giornalieri monetizzabili, non finiscono qui. Infatti, la società di San Francisco ha lanciato un test interessante che riguarda sempre le conversazioni.

    Il test, per ora solo su iOS, riguarda le risposte. Capita a tutti, spesso nei casi in cui la conversazione si “surriscalda”, di scrivere delle cose d’impeto che spesso possono degenerare in contenuti giudicati inadeguati. Ebbene, a fronte del suo impegno per garantire una conversazione sempre “salutare”, Twitter permetterà all’utente che sta per rispondere di ripensarci meglio prima di pubblicare.

    Al momento si sa solo questo, ma vi aggiorneremo meglio nel caso di ulteriori aggiornamenti.

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