Tag: social media

  • Ecco finalmente il modifica tweet, ma è a pagamento

    Ecco finalmente il modifica tweet, ma è a pagamento

    Ecco finalmente il tanto desiderato “modifica tweet” ma non è come sembra. Infatti la mette a disposizione Brizzly+ ma è a pagamento fino a 60 dollari l’anno. Una funzionalità che Twitter poteva rendere disponibile per tutti.

    E così, il modifica tweet è disponibile! Ma attenzione, non è come sembra e non lo ha messo a disposizione Twitter, eh no. Si tratta di una funzionalità messa a punto da Brizzly, nome sconosciuto ai più, che l’ha realizzata sfruttando le API di Twitter. Sembra una bella notizia, è quello che gli utenti di Twitter chiedono da tempo, qui sul nostro blog abbiamo addirittura lanciato l’hashtag #modificatweet nel 2014, ma c’è un però: è a pagamento.

    Brizzly è un cliente che apparve la prima volta nel 2009 poi, per varie vicissitudini, inclusa quella di essere stato acquisito da AOL e poi rivenduto, ed oggi torna di nuovo con la versione Brizzly+, offrendo un set di funzionalità tra le quali spicca proprio quella con cui modificare i tweet.

    brizzly modifica tweet

    In pratica, gli utenti che vorrebbero dotarsi di questa funzionalità, avrebbero l’opportunità di impostare un periodo di tempo, che va dai 10 secondi ai 10 minuti, all’interno del quale intervenire per modificare il tweet. In questa frazione di tempo, l’utente può annullare il contenuto, che era stato precedentemente pubblicato, e correggerlo cliccando su “annulla”.

    Non si tratta proprio di una vera modifica in senso tecnico, avendo comunque la possibilità di rifare il tweet, ma Brizzly in questo modo non memorizzerà più il vecchio contenuto. In un certo qual modo è quello che gli utenti Twitter hanno sempre richiesto ma non hanno mai ottenuto, tra vari tira e molla.

    Il client permette anche la cancellazione automatica dei contenuti impostando il periodo di cancellazione entro 24 ore, una settimana o un mese.

    Come dicevamo in apertura, finalmente gli utenti Twitter potranno avere la tanto agognata funzionalità del modifica tweet, ma in questo caso, secondo la proposta che fa Brizzly+, è a pagamento: 6 dollari al mese (per singola sottoscrizione) oppure 60 dollari l’anno (quindi 5 dollari al mese).

    Per ora la funzionalità è disponile sono per la versione web, non esiste ancora un’app, anche se Brizzly spiega che la stessa funzionalità è ottimizzata per il mobile.

    È poco o è tanto pagare fino a 60 dollari l’anno? Di certo stiamo parlando di una funzionalità che dovrebbe essere nativa di Twitter ma che la stessa piattaforma s è sempre rifiutata di implementare. La risposta definitiva da parte di Jack Dorsey l’abbiamo ottenuta proprio ad inizio anno.

    Sarebbe stato bello avere il tasto modifica tweet all’interno del riquadro di composizione del tweet, siamo più che convinti che avrebbe contribuito ad avvicinare tutti quegli utenti ancora scettici sulla validità della piattaforma.

    Avendola adesso a disposizione a pagamento, impone una riflessione. Vale la pena pagare 60 dollari? Quanto vale effettivamente la correzione di un tweet? Ecco, queste sono le domande a cui adesso bisogna rispondere e non tutti gli utenti sono disposti a farlo.

    Twitter invece di dare sostegno a questa funzionalità, avrebbe fatto meglio ad introdurla, visto che adesso abbiamo la dimostrazione che si poteva fare, invece di permettere di poterla introdurre a pagamento, quindi non disponile per tutti.

  • L’Italia Chiamò, in live streaming il paese che resiste

    L’Italia Chiamò, in live streaming il paese che resiste

    L’Italia Chiamò, l’iniziativa che vede tra i promotori Riccardo Luna, Ernesto Belisario, Giampaolo Colletti e molti altri, si terrà venerdì 13, dalle 6 alle 24 in live streaming. La diretta sarà trasmessa sul canale YouTube del MiBACT e racconterà l’Italia che resiste insieme a tanti ospiti.

    Il nostro paese sta attraversando uno dei periodi più difficili dal dopoguerra a oggi, una condizione che per molti viene vissuta con incredulità, sorpresa, difficoltà. I sentimenti che attraversano gli italiani sono tanti e vari, non manca di certo la rabbia e l’impotenza di poter fare di più. Ecco che ci piace segnalarvi questa bella iniziativa, L’Italia Chiamò, nata da un’idea corale che vede tra i promotori Riccardo Luna, Ernesto Belisario, Giampaolo Colletti, e molti altri, che ha come obiettivo quello di raccontare l’Italia che resiste, quell’Italia che anche di fronte alla diffusione del coronavirus, pur restando in casa, non si dà per vinta, anzi.

    l'italia chiamò 2020

    L’Italia Chiamò avrà venerdì 13 dalle 6 del mattino fino a mezzanotte, una diretta in live streaming, sul canale YouTube del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (MiBACT), che porterà gli utenti dalla visita agli scavi di Pompei con il direttore Massimo Osanna, alla lezione dal ponteggio di restauro delle Sibille di Raffaello con il restauratore Antonio Forcellino, al racconto del dietro le quinte della mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale con Il direttore Mario De Simoni, a una passeggiata nella Sala di Raffaello e Michelangelo degli Uffizi con il direttore Eike Schmidt, alla scoperta dei segreti del Museo Egizio con il direttore Christian Greco.

    La diretta sarà una lunga staffetta a cui parteciperanno Ernesto Assante (la Repubblica), Barbara Carfagna (Rai1), Massimo Cerofolini (Rai Radio 1), Helga Cossu (SkyTg24), Laura Delli Colli, Linus ( Dj Chiama Italia), Pierluigi Diaco (Rai1), Enrico Galletti (RTL), Barbara Gasperini (The New’s Room), Massimo Giannini (Radio Capital), Stefano Mannucci (RTL), Anna Pettinelli (RDS), Andrea Pezzi, Barbara Sala (RTL), Nicola Savino ( Dj Chiama Italia), Marino Sinibaldi (Rai Radio3), Simone Spetia (Radio 24), Luca Sofri (ilPost.it) e Andrea Vianello (Rai1).

    Qui la diretta:

    L’Italia Chiamò sara una bella occasione per raccontare e condividere le storie di chi sta tenendo aperte le scuole attraverso la tecnologia, assicurando a migliaia di ragazzi la continuità didattica. Sarà l’occasione per conoscere quegli imprenditori che stanno ripensando il lavoro delle proprie aziende grazie allo smart working.

    Ci saranno collegamenti con i tanti artigeni e wwworkers distribuiti in ogni angolo d’Italia che continuano ad animare le loro piccole imprese artigiane sfruttando le leve del digitale. Inoltre sarà possible assistere alla messa in scena di momenti di festival culturali, produzioni teatrali, concerti e mostre sospese o cancellate: performance, interviste, canzoni, poesie, tutte in streaming dalle case degli artisti.

    Tutti possono raccontare come stanno affrontando questo periodo scrivendo a partecipa@litaliachiamo2020.it e poi potete seguire e interagire con in canali dell’iniziativa su Facebook, Twitter e Instagram. Hashtag da usare per interagire con la diretta sono #litaliachiamo e #iorestoacasa.

    Durante la diretta sarà possibile anche fare una donazione per sostenere il grande sforzo dei medici, degli infermieri e di tutti gli addetti del sistema sanitario nazionale e per la creazione di nuove postazioni presso i reparti di terapia intensiva su tutto il territorio nazionale. Tutte le info le trovate su www.litaliachiamo2020.it.

  • Facebook, presto si potranno condividere le Storie su Instagram

    Facebook, presto si potranno condividere le Storie su Instagram

    Come sapete già, è possibile condividere le storie da Instagram verso del Facebook Stories. In quest giorni Facebook sta testando il percorso inverso, cioè quello di condividere le storie da Facebook verso Instagram.

    La solita Jane Manchun Wong, che abbiamo imparato a conoscere bene, ha scoperto che Facebook sta testando la condivisione delle Storie verso Instagram, il percorso inverso di quello che è già possibile fare da Instagram verso Facebook. Oltre ad essere una delle solite soffiate della Wong, Facebook ha pure confermato il test, quindi presto la vedremo disponibile per tutti.

    Dal tweet di Wong si vede che la condivisione, visibile per le successive 24 ore, sarà possibile verso chiunque “pubblico”, verso “amici”, “personalizzato”, oppure “nascondi a”. A destra in basso della storia si vede l’icona di Instagram.

    facebook stories instagram franzrusso.it 2020

    In questo modo avremo la possibilità di fare un vero e proprio cross-posting verso le due piattaforme e, a dirla, sorprende che ci siano arrivati solo adesso dal 2017, quando venne resa possibile la condivisione da Instagram verso Facebook.

    Vi starete chiedendo quale sia la vera motivazione di questa operazione, apparentemente normale, forse neanche tanto necessaria. Ma la vera notizia è che questa è una delle dimostrazione della interoperabilità che Mark Zuckerberg aveva annunciato nel 2018. Le piattaforme della famiglia Facebook saranno sempre più legate tra loro e sarà sempre più facilitata la condivisione tra le stesse.

    Inoltre, questa è una delle dimostrazione che le Storie, quindi la condivisione di contenuto effimero, “sono il futuro”. Non siamo pienamente d’accordo con questa affermazione, ma certamente le Stories sono una parte sempre più prominente sulle varie piattaforme.

    facebook stories instagram

    Al punto che presto le vedremo anche su Twitter, ne scrivevamo qualche giorno fa, il test è già attivo in Brasile, e presto, secondo indiscrezioni sempre più confermate, le vedremo anche su LinkedIn entro, probabilmente, quest’anno. Già, come abbiamo sottolineato più volte qui sul nostro blog, LinkedIn è ormai un social meda a tutti gli effetti.

    Prepariamoci comunque ad una continua operazione da parte di Facebook a rendere tutte le sue applicazioni sempre più legate e connesse tra loro.

  • Twitter, accordo per mantenere Jack Dorsey al suo posto. Per ora

    Twitter, accordo per mantenere Jack Dorsey al suo posto. Per ora

    Dopo l’annuncio del Fondo Elliott, intenzionato a mandare via Jack Dorsey, co-fondatore e CEO di Twitter, la società di San Francisco ha raggiunto un accordo dopo l’ingresso di Silver Lake che investe 1 miliardo di dollari. L’accordo prevede un comitato che riveda la leadership dell’azienda.

    Dopo l’annuncio del Fondo Elliott che annunciava l’intenzione di mandar via Jack Dorsey, attuale CEO di Twitter, in forza del suo investimento da 1 miliardo di dollari, prendendo così il controllo del consiglio di amministrazione della società di San Francisco, tutto viene congelato.

    Già, perché nel frattempo è giunta in soccorso di Twitter la società Silver Lake che investe nella società di Dorsey 1 miliardo di dollari e vuole mantenere al suo posto Dorsey. In pratica, Twitter è riuscita a raggiungere un accordo con le due società che prevede la presenza di un membro delle due società all’interno del consiglio di amministrazione (Egon Durban, CEO di Silver Lake, e Jesse Cohn per il Fondo Elliott); il riacquisto (buy back) di azioni per un valore di 2 miliardi di dollari; l’allargamento dello stesso consiglio ad altri tre membri e, soprattutto, la creazione di un comitato che riveda la leadership e la governance della società.

    jack dorsey twitter ceo 2020

    In pratica per Dorsey si tratta di una boccata di ossigeno per poi tornare di nuovo sotto esame. Dorsey nei giorni scorsi aveva rimandato il suo viaggio in Africa per via del Coronavirus e “per tutto il resto”, come da lui stesso dichiarato, lasciando intendere che per “tutto il resto” si riferiva proprio al Fondo Elliott. E pare che proprio l’annuncio del viaggio in Africa avesse spinto Elliott a rimuovere Dorsey la suo ruolo, reo di dedicarsi alla sua azienda solo in modalità “part-time”, essendo a sua volta anche CEO di Square.

    Twitter: il Fondo Elliott è pronto a mandare via il CEO Jack Dorsey

    Insomma, per il momento Jack Dorsey resta al suo posto, grazie all’aiuto di Silver Lake che ha voluto investire nella società per evitare che Elliott ne prendesse il controllo.

    E Dorsey nei giorni scorsi aveva anche ricevuto un endorsement molto importante da Elon Musk, il patron di Tesla:

    Altro elemento incluso nell’accordo è quello di raggiungere, entro l’anno, almeno il 20% di utenti unici giornalieri “monetizzabili”, il parametro che da un po’ di tempo Twitter usa per quantificare il numero degli utenti sulla piattaforma.

  • Facebook e Instagram: gli ultimi dati su adv, performance e contenuti

    Facebook e Instagram: gli ultimi dati su adv, performance e contenuti

    Una ricerca che copre 356 milioni di spesa adv, 159.141 profili Facebook e 65.038 account Instagram: scopri dati e tendenze su investimento paid e contenuti.

    Questa analisi mappa tutto il 2019, copre le evoluzioni a partire del 2018 e vuole mettere in evidenza alcune tendenze con cui dovremmo fare i conti nel 2020. In particolare, andrò a coprire due punti chiave:

    1. stato dell’arte dell’investimento paid;
    2. utilizzo e risultati di formati e asset di content marketing.

    In parole povere, voglio provare a rispondere ad una semplice domanda: quale direzione stanno prendendo brand e professionisti su questi canali? Vediamo cosa è emerso.

    Facebook e Instagram Ads

    In questa sezione sviscererò alcuni dati legati a funnel di conversione, tipologie di investimenti, posizionamento e obiettivi.

    I social media sono una leva per la conversione?

    Apparentemente la risposta è no. Infatti, abbiamo un 1.58% delle visualizzazioni che diventano click e soltanto lo 0.32% di questi click si trasformano in acquisti.

    Il funnel di conversione di facebook e Instagram: quante visualizzazioni diventano click e quanti di questi click diventano acquisti

    Per quanto mi riguarda, questo risultato suona come un campanello d’allarme in merito a

    • creatività click baiting che (piccola parentesi) influenzano negativamente la fase di apprendimento del sistema di distribuzione delle ads di Facebook restituendo un peggior costo per azione. In particolare per gli obiettivi più avanzati come generazione di lead, conversioni e installazione di app;
    • performance degli asset d’atterraggio come le landing page ed eCommerce. In questo caso, andremo ad indagare UX, struttura, copy, value proposition, benefici, performance e velocità;
    • rilevanza del targeting in relazione ai bisogni del pubblico che vogliamo raggiungere e i momenti di consumo. Questo punto richiede necessariamente un approfondito studio del target nella fase di pianificazione di una campagna. Purtroppo, osservo come resti un tema molto dibattuto su LinkedIn ma poco applicato nella realtà;
    • pertinenza del messaggio a seconda della fase della relazione o del processo d’acquisto. A tal proposito, la mappatuta dei diversi touchpoint resta ancora una sfida aperta, in particolare l’integrazione online-offline, e abbiamo ancora tanto lavoro da fare. Ragione per cui, la comunicazione risulta spesso sfalsata e poco coerente.

    Queste riflessioni si rispecchiano anche nel dato legato a CPC e CTR che tra il 2018 e il 2019 hanno visto aumentare il primo e diminuire il secondo.

    l'evoluzione di CPC e CTR tra 2018 e 2019 su Facebook e Instagram

    Quali sono gli obiettivi più ricercati dai brand?

    L’auspicata fase di maturità, ovvero trasformare i social media in chiari asset di business, non è ancora avvenuta. Tanto è vero che l’obiettivo conversioni è sotto il 10% tanto su Facebook quanto su Instagram.

    distribuzione dell'investimento nei diversi obietti di facebook e instagram ads

    Facebook e Instagram sono ancora percepiti come strumenti utili soltanto nelle fasi iniziali del processo d’acquisto e di conseguenza i principali obiettivi sono traffico, engagement e reach. Insomma, un modello che prende in considerazione l’awareness e la considerazione e ancora troppo poco la vendita vera e propria.

    Come sta evolvendo l’investimento adv?

    Da un lato, abbiamo il feed di Facebook che resta il primo posizionamento per investimento ma perde 6 punti in percentuale. Dall’altro, l’investimento sul feed di Instagram vede un aumento (+1%) rispetto al 2018 ma inizia a rallentare. Infatti, osserviamo una riduzione della spesa a partire da luglio 2019 e che arriva fino a dicembre di quest’anno. Risulta quindi spontaneo chiedersi dove è stato dirottato l’investimento.

    l'investimento in percentuale sul feed di facebook

    la spesa in percetuale sul feed di Instagram

    Come prevedibile esplode l’investimento in Instagram Stories che in un anno (2018-2019) passa al più 40% con i video come formato più condiviso (52%).

    l'investimento paid in instagram stories aumenta del +40% in un anno

    Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. I brand sono ancora in fase di test e la vera sfida sarà fare diventare le Instagram Stories degli asset più avanzati nel percorso di conversione (c’è già chi lo sta facendo molto bene) e andare oltre il mero branding. Difatti, il risultato del CTR non è certo dei migliori.

    i dati del CTR su facebook e instagram a seconda del posizionamento

    Se parliamo di evoluzione della spesa, possiamo notare come i brand stiano iniziando a sperimentare nuovi posizionamenti puntando a scoperta e conversione. Ad esempio Instagram Explore cresce del +1.32%, interessante in fase di scoperta ma soprattutto in coppia con gli shoppable post, e le ad cominciano a popolare il Facebook Marketplace passando in un anno dallo 0.72% della spesa totale al 1.31%.

    l'investimendo ad in instagram explore aumenta del +1.32

    l'investimento adv in facebook marketplace aumenta del +80%

    Contenuti su Facebook e Instagram

    In questa sezione andremo a indagare quale tipologia di contenuti sono condivisi dai brand e i risultati in termini di interazioni con il pubblico.

    Video: le modalità di fruizione hanno un impatto sulla performance del contenuto?

    Ovviamente, la risposta è sì ma allo stesso tempo possiamo osservare alcuni dati in controtendenza. Il tempo medio di visualizzazione di un video su Facebook è di 4.57 secondi. Un risultato che non sorprende vista la crescente guerra legata al catturare l’attenzione dell’utente che porta ad una (ahimè fisiologica) sovraesposizione, la fruizione in movimento e da mobile (niente di nuovo sotto il sole), la condivisione maggioritaria (verticali più orizzontali) da parte dei brand di video sotto i 30 secondi.

    il tempo medio di visualizzazione di un video su Facebook è di 4.57 secondi

    Ad ogni modo Facebook non è Instagram, dove il numero di Stories (52.5%) condivise dai brand ha superato i post (47.5%), e di conseguenza il 70% dei video sono orizzontali senza reali distinzioni a seconda della lunghezza. Eppure i video verticali risultano più efficaci nel catturare l’attenzione nei primi secondi con una maggiore percentuale di visualizzazioni complete dei primi 30 secondi per tutte le tipologie di video, compresi quelli più lunghi di un minuto. Un dato da prendere in considerazione quando si pianificano i ganci (giocare sul mistero, mostrare immediatamente il vantaggio, giocare sull’inatteso, etc.) da utilizzare per attrarre il nostro pubblico. Ovviamente, ogni video fa storia a sé e va valutato in relazione a retention e capacità nello stimolare azioni.

    Si stanno imponendo nuovi formati?

    In questo caso la risposta è no. Su Instagram le immagini singole restano nettamente il formato più condiviso dai brand distaccando di gran lunga caroselli e video che comunque mostrano un leggero aumento nel corso del 2019. Sponda Facebook la storia non cambia con le immagini che rappresentano il 70.2% dei contenuti condivisi, i live video che restano un formato ancora non esplorato a sufficienza e i video tradizionali che toccano il loro picco (16.8%) soltanto nel quarto trimestre (ottobre, novembre e dicembre) grazie alle promozioni natalizie.

    la tipologia di contenuti condivisi su facebook e instagram

    Eppure se volgiamo lo sguardo verso l’engagement, i caroselli in media rappresentano l’asset più performante su Instagram. Alcune riflessioni su questo formato:

    • si tratta di una tipologia di contenuto molto apprezzata dall’algoritmo di Instagram in quanto, grazie allo scorrimento, aumenta il tempo di permanenza sul post;
    • grazie alla sua sequenza di contenuti, permette un migliore storytelling progressivo tramite tutorial, post before/after, utilizzo del prodotto in contesti concreti, etc.
    • consentono di posizionarsi ed emergere all’interno di un feed dove le immagini singole la fanno da padrone.

    Invece per quanto riguarda Facebook, i live video si confermano l’asset a più alto potenziale grazie alla possibilità di interagire in diretta con il pubblico.

    le interazioni generate su instagram e facebook a seconda del contenuto

    Questo era l’ultimo trend che volevo coprire ma se hai altri temi che vorresti approfondire, fammi sapere con un commento.

  • Twitter avvia il test sulle Stories in Brasile: si chiamano Fleets

    Twitter avvia il test sulle Stories in Brasile: si chiamano Fleets

    Twitter avvia, per ora, in Brasile un test su un nuovo formato effimero chiamato Fleets. Si tratta di quelle che avevamo definito Twitter Stories. Non sarà possibile fare like o retweet, ma solo rispondere in DM e con emoji.

    Ne avevamo scritto qualche settimana fa, quando avevamo dato la notizia dell’acquisizione da parte di Twitter di Chroma Labs, del fatto che le Twitter Stories potessero prima o poi approdare sulla piattaforma da 280 caratteri. Ed è andata proprio così, anche più velocemente di quanto potesse pensarsi.

    Twitter ha infatti annunciato l’avvio di un test, per ora localizzato solo in Brasile, di un nuovo formato chiamato Fleets, una modalità che permetterà agli utenti di pubblicare tweet che appariranno in alto sulla timeline e che poi scompariranno nell’arco delle 24 ore. È la prima volta, dal 2006, anno della sua fondazione, che su Twitter appare un formato diverso da quello dei tweet. Si tratta, né più e né meno, della versione personalizzata delle Stories, quelle che hanno caratterizzato Snapchat, la piattaforma che le ha lanciate, poi arrivate su Instagram nel 2016. Di fatto, Twitter è una delle ultime piattaforme social ad adottare questo formato di contenuto effimero.

    twitter fleets stories franzrusso.it 2020

    Come funziona Fleets, il nuovo formato effimero di Twitter

    Iniziamo subito col dire che questo nuovo formato effimero di Twitter non sarà mai rintracciabile attraverso search, il motore di ricerca interno alla piattaforma, e non sarà mai esportabile su siti. Si tratta di un formato effimero che sarà visibile dai follower dell’utente, un po’ come funziona su altre piattaforme.

    Per creare una serie di Fleets, sarà sufficiente toccare il segno “+” all’interno della foto profilo che apparirà in un sorta di bolla di conversazione, la si vede in alto nella timeline:

    twitter fleets stories timeline

    Una volta cliccato sul segno più, comparirà uno spazio all’interno del quale sarà possibile inserire un testo fino a 280 caratteri (la caratteristica di Twitter rimane), immagini, GIF, video della durata massima di 2 minuti e 20 secondi. Gli editori “whitelisted” potranno inserire video fino a 10 minuti di durata.

    Dalla timeline sarà possibile scorrere in modo laterale le Fleets (stories) degli utenti che si seguono. La differenza, rispetto al classico formato delle stories che abbiamo imparato a conoscere su altre piattaforme, è che le Fleets di un utente scorrono in modo verticale attraverso il classico gesto dello scroll. E per passare ad un’altra serie di Fleets d un altro account bisognerà toccare verso sinistra (e non verso destra).

    Non sarà possible fare Like o retweet alle Fleets. Sarà possibile rispondere con DM (i messaggi privati) solo se l’utente li prevede e sarà comunque possible interagire con emoji, come succede già su altre piattaforme.

    Per Twitter si tratta di un momento fondamentale per testare nuove forme di condivisione sulla piattaforma al fine di attrarre nuovo pubblico, “spaventato”, per certi versi, dalla natura stessa di Twitter, ossia pubblica. Come abbiamo imparato in questi anni, la forma pubblica di Twitter è stata considerata una grande caratteristica che ha permesso a chiunque di usare la piattaforma. Solo che ad un certo punto, il proliferare del fenomeno dei troll, dei contenuti volenti e degli account fake ha finito per spaventare, e allontanare, buona parte d quel pubblico che arrivava comunque sulla piattaforma. Badate che Twitter attrae circa 1 miliardo di utenti al mese, solo che poco più di 300 milioni risultano effettivamente iscritti.

    Un problema questo che per anni non è stato affrontato come doveva. E che ha finito per mettere in difficoltà lo stesso Jack Dorsey, co-fondatore e CEO di Twitter,finito nel mirino del Fondo Elliott che vuole mandarlo via, avendo preso il controllo del consiglio di amministrazione.

    twitter fleets social media

    Le Stories su Twitter costituiscono un momento fondamentale per la vita della piattaforma, perchè offrono proprio a quella parte di utenti “spaventati” la possibilità di poter usare la piattaforma in modo più intimo, più adeguato al proprio modo di comunicare, pur mantenendo la caratteristica dei 280 caratteri.

    Non dimentichiamo un altro aspetto, e cioè che Twitter sta per trasformarsi in una piattaforma chiusa, offrendo agli utenti la possibilità di scegliere come condividere i contenuti, se in formato pubblico o in formato più chiuso.

    L’effimero potrebbe dare nuove possibilità di rilancio, anche dal punto di vista dell’advertising, a Twitter che si trova ad affrontare un momento cruciale per la propria assistenza.

    E voi che ne pensate?

  • Dimmi chi sei, ecco il nuovo libro di Riccardo Scandellari

    Dimmi chi sei, ecco il nuovo libro di Riccardo Scandellari

    “Dimmi chi sei” è il nuovo libro di Riccardo Scandellari in uscita il 4 marzo. Dopo aver raccontato come diventare una “rockstar” e come fare di sè stessi un brand, Scandellari fa un passo ulteriore, portando il lettore a concentrarsi sul proprio modo di comunicare.

    Riccardo Scandellari in questi anni, attraverso i suo libri, ha raccontato un percorso che aveva come fine quello di creare un proprio spazio digitale e, seguendo i suoi consigli e accorgimenti, di creare una propria professionalità consolidata. Un percorso che si compone oggi di un altro importante tassello. Esce domani, 4 marzo, nelle librerie e anche online, ma noi abbiamo avuto la possibilità di leggerlo in anteprima, “Dimmi chi sei”, il nuovo libro (edito da Roi Edizioni) del blogger, autore e formatore che pone un tema oggi fondamentale, ossa quello di cominciare a concentrarsi sul proprio modo di comunicare.

    Dopo aver raccontato ai suoi lettori come diventare una “rockstar” e, prima ancora, come fare di sè stessi un brand, Riccardo Scandellari ha raggiunto quel livello di professionalità, che tutti gli riconoscono, che gli consente oggi di poter mostrare agli altri che oggi è importante trovare la propria strada per comunicare, mettendo in evidenza il vero messaggio che si vuole divulgare, con autenticità. Un passaggio fondamentale questo e non certo facile. Ma seguendo il percorso indicato dall’autore di questo libro, la cui lettura scorre n modo fluido e piacevole, l’obiettivo è a portata di mano.

    Come dice Kotler, nasce prima il bisogno e poi il prodotto” – ci dice Scandellari” – Dopo aver raccontato in altri libri come diventare una “rockstar” o come fare di sè stessi un Brand in ambito digitale, ho avuto moltissimi riscontri sulla poca propensione e la capacità delle persone a seguire un impegno quotidiano molto impegnativo. Chi vuole essere un opinion leader del proprio settore ha l’impegno di comunicare e raccogliere pubblico attorno al proprio progetto. Dai continui riscontri ho notato che pochi hanno il tempo o il talento per mettere a budget le giuste risorse ed energie“.

    dimmi chi sei riccardo scandellari 2020 copertina

    Il percorso non è certo facile, è impegnativo. Del resto, quando si vuole davvero ottenere qualcosa, chiunque deve mettere in conto che ci vuole molto impegno. L’era dei social media ha spesso trasmesso l’idea della velocità, del “tutto e subito”. Niente di più sbagliato.

    L’utente, il lettore, il cliente, il consumatore oggi non vuole solo essere informato sul prodotto/servizio che sta cercando, ma vuole di più. Vuole un’esperienza certo, ormai questo è un concetto che abbiamo assodato, ma cerca anche autenticità. Vuole che ascoltare qualcosa di vero, di autentico.

    Ognuno di noi ha avuto dei modelli, come scrive nel libro Scandellari, ma alla lunga cercare di imitare il proprio modello, “scimmiottare” il proprio guru, non farà mai emergere quello che di unico autentico ognuno di noi ha da comunicare.

    Questo libro” – ci dice ancora Scandellari – “si assume l’impegno di raccontare un percorso per ottenere reali connessioni e un buon posizionamento di marca, con un breve, ma costante impegno quotidiano calibrato sulle possibilità di qualsiasi professionista. Il processo prevede l’investimento di un tempo limitato, contenuti di facile costruzione e tutte le tecniche necessarie per ottenere e gestire un vero pubblico, basato su contatti stabili e non su semplici follower.

    “Dimmi chi sei” è la domanda che sta alla base del marketing e della comunicazione. Una domanda che dovrai rivolgere prima a te stesso e successivamente a chi vorrai sedurre.”

    Ecco, seguendo questo manuale, alla fine riusciremo a comprendere chi siamo e cosa vogliamo raccontare agli altri. Serve una guida per fare tutto questo, una guida che aiuterà tanti i neofiti, quanto i comunicatori “navigati”, perché in queste pagine troveranno sicuramente un suggerimento utile per rivedere qualcosa sul proprio modo di comunicare.

    Potete già acquistare da subito “Dimmi chi sei” su Amazon.

  • Twitter: il Fondo Elliott è pronto a mandare via il CEO Jack Dorsey

    Twitter: il Fondo Elliott è pronto a mandare via il CEO Jack Dorsey

    La notizia potrebbe davvero stravolgere Twitter. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Fondo Elliott sarebbe pronto a mandare via il CEO e co-fondatore Jack Dorsey.

    Non è la prima volta che la posizione di Jack Dorsey, CEO e co-fondatore di Twitter venga messo in discussione nel consiglio di amministrazione. Era già capitato nel 2016, quando i due maggiori azionisti di allora, il principe saudita Alwaleed bin Talal e Steve Ballmer (ex CEO di Microsoft), si erano messi in testa di vendere l’azienda. E poi, in tanti non hanno mai perdonato a Dorsey il fatto di dividere il suo tempo in due aziende, con lo stesso ruolo di CEO: in Twitter, appunto, e in Square, l’altra sua società, specializzata in pagamenti mobile, quotata in borsa.

    Non è la prima volta, dicevamo, perchè adesso la situazione si fa più difficile. Il Fondo Elliott (sì proprio quello proprietario del Milan, per intenderci), in virtù della sua quota considerevole nella società, ha deciso di fare sul serio e vuole mandare via Jack Dorsey, “colpevole” di dedicarsi abbastanza nella società. Il Fondo, secondo quanto riporta Bloomberg, ha inserito quattro suoi amministratori all’interno del consiglio di amministrazione, l’intento era quello di occupare quante più posizioni possibili per riuscire nell’obiettivo. E, a quanto pare, potrebbe riuscirci per davvero.

    jack dorsey twitter 2020

    Stavolta per Jack Dorsey si fa davvero difficile. É l’unico CEO, a differenza di Mark Zuckerberg di Facebook o di Evan Spiegel e Bobby Murphy di Snapchat a non controllare il consiglio di amministrazione della sua azienda. Un’anomalia che più volta ha posto Twitter nel mirino di possibili compratori e in situazioni difficili.

    Altro elemento che viene imputato a Dorsey, cosa che anche noi, come tanti altri, abbiamo rilevato, è che Twitter, da quando il co-fondatore è tornato, nel 2015, a ricoprire il ruolo di CEO, è cresciuta poco, solo il 6,2%. Facebook, ad esempio, nello stesso periodo è cresciuta del 121%.

    Dopo che la notizia ha fatto il giro di Wall Street il titolo TWTR ha guadagnato il 7,7% nell’after hours, chiudendo con solo + 0.55% nelle contrattazioni ordinarie. Segno che l mercato attende una mossa che possa dare una svolta a Twitter.

    Il Fondo Elliott, guidato e fondato da Paul Elliott Singer, di cui è CEO e CIO, vuole puntare alla guida di Twitter, sapendo bene che la piattaforma presto si troverà ad affrontare due eventi molto importanti come le Olimpiadi in Giappone e le prossime elezioni presidenziali negli Usa. Due eventi in cui il ruolo di Twitter è fondamentale, soprattutto in termini di monetizzazione, in relazione alle Olimpiadi ovviamente.

    Riguardo alle prossime elezioni presidenziali Usa, alcuni siti americani dando questa notizia hanno rilevato il fatto che proprio Paul Elliott Singer è un grande sostenitore dell’attuale presidente Usa Donald Trump e questo potrebbe aver esercitato un peso nella decisione.

    Jack Dorsey sembra ormai in bilico. In questi anni ha tardato a muoversi cercando di rendere la piattaforma più aggiornata e appetibile. Un vero processo di innovazione è stato avviato solo lo scorso anno, ma ora tutto questo potrebbe non bastare. In effetti, il fatto di aver ricoperto il suo ruolo a tempo parziale, e non a tempo pieno come il ruolo richiederebbe, rischia di condannarlo ad abbandonare la guida della azienda che ha contribuito a creare insieme a Evan Wlliams e Biz Stone. Uno scenario che oggi si fa sempre più concreto.

  • Facebook è il secondo mezzo di informazione per gli italiani

    Facebook è il secondo mezzo di informazione per gli italiani

    Il 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione ci offre la possibilità di comprendere come noi stiamo usando gli strumenti digitali e come li usiamo per informarci. Facebook riprende quota e diventa il secondo mezzo attraverso cui più di un terzo degli italiani si informa.

    Dimmi come ti informi e ti dirò chi sei, si potrebbe anche ipotizzare questo claim per presentare il 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione, rapporto che si presenta sempre molto interessante e utile per comprendere i tempi che viviamo. Come sempre, anche per via degli interessi che perseguiamo qui sul nostro blog, la parte che più ci interessa è quella legata al web e al digital e, a ben vedere, è una parte di anno in anno sempre più preminente.

    Il 16° Rapporto Censis mette l’accento, in questa edizione, sulla costruzione dell’identità oggi e il ruolo dei media che stanno cambiando sempre di più. La Televisione cambia pelle, gli italiani si spostano in modo progressivo ormai dalla TV tradizionale verso quella Smart TV che conta ormai il 34,5% dell’utenza, +4,4% in un anno, e la mobile tv,che è passata dall’1% di spettatori nel 2007 all’attuale 28,2%, con un aumento del 2,3% solo nell’ultimo  anno.

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    Ma è la Radio lo strumento che riesce più degli altri considerati tradizionali a saper cavalcare i tempi e a mantenere ancora una fascia di utenti molto alta. È infatti il 79,4% degli italiani che l’ascolta, un dato rimasto stabile nell’ultimo anno. Interessante notare che gli italiani la ascoltano sempre più dal proprio smartphone, l’utenza è arrivata al 21,3%, +0,6% rispetto in un anno.

    Gli Italiani e i Social Media

    E cresce anche il numero degli italiani su Internet. Il 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione rileva una crescita dell’1% rispetto allo scorso anno, dal 78,4% al 79,3% della popolazione. Gli italiani che utilizzano gli smartphone salgono dal 73,8% al 75,7% (con una crescita dell’1,9%, quando ancora nel 2009 li usava solo il 15% della popolazione). I social network più popolari sono YouTube, utilizzato dal 56,7% degli italiani (ma il dato sale al 76,1% tra i 14-29 anni), Facebook dal 55,2% (dal 60,3% dei giovani), Instagram dal 35,9% (dal 65,6% degli under 30). E WhatsApp è utilizzato dal 71% degli italiani: il 3,5% in più in un anno (si arriva all’88,9% dei 30-44 anni, ma si scende al 30,3% tra gli over 65).

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    Qui in alto un grafico che rappresenta l’utenza complessiva con un focus sulla fascia più giovane, under 30 (14-29 anni), considerando i social network, le varie piattaforme digitali e anche i servizi di messaggistica. Dal grafico si nota come sia proprio la fascia degli under 30 ad essere più presente, anche se si sta riducendo sempre questa fascia di età su Facebook: oggi 60,3% mentre nel 2017 era 79,9%. Mentre invece aumenta la presenza degli utenti più giovani su Instagram, lo vedevamo prima. Oggi sono il 65,5%, nel 2017 erano il 48,6%.

    LinkedIn sempre meno usato dai giovani

    Un caso vogliamo portare alla vostra attenzione, anche per comprendere meglio questa piattaforma che ormai è sempre più catalogabile come social media a tutti gli effetti, tanto per sgombrare un po’ il campo da eventuali dubbi. Parliamo di LinkedIn. I giovani sembrano usare poco questa piattaforma, infatti se notate è uno dei due casi in cui la presenza degli under 30 è più bassa (l’altro caso è eBay). I giovani nel 2019 erano il 7,5%, mentre nel 2017 erano il 14%: quasi dimezzati in due anni. Quindi oltre che da Facebook fuggono anche da LinkedIn.

    In 10 anni quadruplica la spesa per gli Smartphone

    Prima di passare a vedere come si informano gli italiani, un dato che balza agli occhi, non proprio una sorpresa per la verità ma nel contesto ha l suo peso, è quello che riguarda la spesa degli italiani per gli smartphone: in 10 anni la spesa si è quadruplicata, +298,9% nell’intero periodo, per un valore di oltre 7 miliardi di euro nell’ultimo anno.

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    E poi usiamo gli smartphone principalmente per consultare la mappa (69,5%), altrimenti perdiamo per strada, per trovare informazioni su aziende/prodotti/servizi (61,8%), per online banking (48,5%), per fare acquisti (48,1%), per ascoltare musica (46,2%), per telefonare (40,6%).

    Facebook è il secondo canale usato per informarsi

    Abbiamo detto prima che, nonostante tutto, la TV resta ancora la regina, anche se il suo ruolo va via va ridimensionandosi. Diciamo che sta cambiando. A conferma di questo dato, se guardiamo come gli italiani si informano, i telegiornali sono ancora molto seguiti. Infatti, sono i programmi a cui gli italiani ricorrono maggiormente per informarsi (59,1%). L’apprezzamento è generalizzato, ma aumenta con l’età: dal 40,4% dei giovanissimi al 72,9% degli over 65. Elevato è anche il favore accordato alle tv dedicate all’informazione a ciclo continuo, 24 ore su 24, utilizzate per informarsi dal 19,6%.

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    Facebook è il secondo strumento di diffusione delle notizie, dopo il telegiornale: lo utilizza per informarsi il 31,4% degli italiani, quindi più di un terzo della popolazione. La crisi di fiducia, causata dallo scandalo Cambridge Analytica e dalla diffusone esponenziale delle fake news, era stata certificata dall’arretramento dell’utenza registrato nell’ultimo anno (9 punti percentuali in meno tra il 2017 e il 2018). Il 20,7% si informa consultando i motori di ricerca e l’11,9% guardando video su YouTube. Rispetto al 2017, aumentano gli utenti che si affidano ai siti web d’informazione (+4,2% in due anni, dal 10,3% al 14,5%) e che leggono i quotidiani online (dal 10,3% all’11,4%).

    Per 1 giovane su 3 i social media contribuiscono all’identità

    C’è poi l’aspetto dell’identità, il tema di questo rapporto. Gli italiani (76,3%) considerano al primo posto la famiglia, come elemento fondamentale attorno al quale costruire la propria identità. L’essere italiano (39,9%) e il legame con il proprio territorio di origine (37,3%) si collocano a poca distanza l’uno dall’altro. Per chi ha una età compresa tra 30 e 44 anni, invece, il lavoro (39,1%) determina più identificazione sia della comunità locale che dell’identità nazionale.

    Vi è poi un dato che volevamo portare alla vostra attenzione, ossia se e come i social media contribuiscano a formare la propria identità, oggi. Ebbene, dal rapporto si evince che per il 3,5% degli italiani è il proprio profilo sui social network a determinarne l’identità. Ma questo dato sale poi al 9,1% tra i giovani under 30: uno su dieci tra i 14-29 anni. Inoltre, si scopre che a maggiore esposizione ai social network spinge a confermare le opinioni che già si possiedono, piuttosto che a modificarle. Mentre sono ancora i mezzi generalisti a svolgere maggiormente la funzione di opinion maker.

    Ecco, questo il nostro resoconto del 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione, molto vasto, abbiamo qui infatti riportato quei rilievi che più sono in linea con i temi che solitamente trattiamo qui sul nostro blog. Sono tutti elementi utili per comprendere, da più punti di vista, come noi stiamo cambiando e come cambiamo, di conseguenza, il modo di usare questi strumenti digitali e il modo in cui li usiamo per informarci.

    E voi che ne pensate?

  • Blogger e Giornalisti, ecco lo stato dell’arte in Italia nel 2020

    Blogger e Giornalisti, ecco lo stato dell’arte in Italia nel 2020

    Un recente sondaggio, realizzato dall’editore Flacowski in occasione dell’uscita del libro di Cristina Maccarrone e Riccardo Esposito, “Scrivere per Informare”, ci offre lo stato dell’arte relativo a due figure importanti oggi per l’informazione: i blogger e i giornalisti. Vediamo i dati raccolti in un interessante report.

    Blogger vs Giornalisti, oppure Giornalisti vs Blogger. Cambiando l’ordine, non cambia la sostanza. Queste sono le due figure che oggi sono strettamente legate al mondo dell’Informazione e al modo di fare Informazione. Due modi di pensare e fare Informazione solo in apparenza diversi, perché poi, a conti fatti, i punti in comune, quelli importanti, sono diversi. Fare Informazione fa rima con Responsabilità, ma anche con Serietà e Professionalità. Con l’emergere, negli ultimi anni, della figura del Blogger, serviva forse fare una fotografia dello stato dell’arte relativo a queste due importanti figure oggi, in Italia nel 2020.

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    E l’occasione è stata la realizzazione di un sondaggio che l’editore indipendente Flacowski ha voluto lanciare per l’uscita di un libro che già dal titolo si annuncia interessante. Parliamo di “Scrivere per Informare“, un libro scritto da due autori: una Giornalista, Cristina Maccarrone, e un Blogger, Riccardo Esposito. Un libro che vi consigliamo e che potete già prenotare a questo link.

    Chi sono i Giornalisti e i Blogger in Italia?

    Il sondaggio, che vi presentiamo qui oggi con i dati più rilevanti, ha visto la partecipazione di 417 giornalisti e 446 blogger, un numero interessante per poter fare qualche considerazione. Qualche anno fa avevamo fatto anche noi un sondaggio rivolto, allora, solo ai blogger, è quindi interessante, dove possible, fare qualche piccolo raffronto con questi dati più recenti.

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    Cominciamo col dire che dal sondaggio emerge, sotto un profilo demografico e geografico, che i giornalisti, donne e uomini, per lo più sono localizzati al Nord Italia e più di un terzo hanno un’età compresa tra i 36-45 anni (38,8% le donne e 35,4% gli uomini). I Blogger, invece sono un po’ più distribuiti lungo lo stivale: le donne (61%) sono più localizzate al Sud del paese, mentre gli uomini hanno una prevalenza al Nord (40%). Dal punto di vista dell’età: il 42,5% delle blogger ha un’età compresa tra i 26-35 anni; mentre il 41,7% dei blogger ha un’età compresa tra i 36-45 anni.

    Dato interessante, che ci dà l’idea del profilo dei giornalisti e dei blogger oggi in Italia, è che il 67,8%, quindi la gran parte, dei giornalisti fa questo mestiere da più di dieci anni. Mentre se guardiamo l dato riferito ai blogger, notiamo che la risposta è più varia, anche se c’è da registrare che quasi un terzo (29,3%) lo fa da 5-10 anni, a seguire 1-3 anni (23,2%) e poi 3-5 anni (21,3%). C’è comunque da registrare un 20,2% di blogger, che ha preso parte al sondaggio, che lo fa da più di 10 anni, come chi scrive.

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    Il sondaggio rileva che il 68% dei giornalisti vorrebbe fare, o già fa, il blogger, il 18% mostra disinteresse sulla questione; mentre il 56% dei blogger vorrebbe fare, o già fa, il giornalista e il 38% mostra disinteresse. Un dato interessante, dove si evince che chi è blogger vuole restare tale e chi è giornalista vuole sperimentare anche altre strade più indipendenti. Questo è uno dei dati più rilevanti del sondaggio, perché dimostra come alla fine la figura del blogger negli anni ha acquisito delle caratteristiche chiare, diverse da quelle del giornalista.

    E’ poi emblematica la risposta che i partecipanti al sondaggio hanno dato su questa domanda: “Quanto sei d’accordo con l’affermazione “giornalismo e blogging hanno lo stesso fine: scrivere per informare?“. Ebbene, la metà dei giornalisti si dice d’accordo, mentre lo è il 56% dei blogger. Si tratta di due figure che hanno lo stesso fine, con caratteristiche e peculiarità differenti.

    Il report è l’occasione poi per scoprire che l’83,5% dei giornalisti conosce la SEO (Search Engineering Optmization), un dato rilevante che dimostra una sempre più crescente attenzione da parte di questa categoria verso i contenuti pubblicati online. Un dato più alto, ovviamente, lo si rileva tra i blogger, 94,6%, da sempre abituati a misurarsi con l’ottimizzazione dei contenuti online.

    Ecco quanto guadagnano i Giornalisti e i Blogger in Italia

    Ma, forse, uno dei dati più rilevanti che il report ci offre, che interessa tanti da sempre, è quello relativo alla retribuzione, dei giornalisti e dei blogger. Sappiamo bene che molti giornalisti svolgono il loro mestiere spesso in condizioni economiche molto al di sotto di quelle che spetterebbe loro e, ovviamente, sappiamo molto bene quelle che sono le condizioni dei blogger da questo punto di vista che devono misurarsi, condizioni spesso non adeguate alla figura.

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    Allora, il 56% dei giornalisti dichiara di farsi pagare ad articolo e quasi un terzo di essi dichiara di percepire uno stipendio (28,9%). Anche i blogger dichiarano di farsi pagare ad articolo, il 44,2% (anche se forse ci si aspettava un dato più alto), mentre il 13% dichiara di percepire uno stipendio.

    Ma quanto vengono pagati ad articolo i giornalisti e  blogger? E qui la cosa si fa molto seria. Come notate dal grafico, la maggior parte delle due categorie viene pagata tra i 15 e i 50 auro ad articolo. Nel dettaglio, il 22,4% dei giornalisti dichiara di essere pagato “non meno di 30 euro” ad articolo (lo dichiara il 19,2% dei blogger) e il 25,4% dei blogger, il dato più alto rilevato dal report, dichiara di essere pagato “non meno di 50 euro” ad articolo (lo dichiara di 24,4% dei giornalisti). E non sorprende che poi il 56,1% dei giornalisti dichiara che la propria categoria sia sotto pagata, mentre il il 34,8% dei blogger sottolinea il fatto che siano ancora pochi a percepire il valore del loro lavoro.

    In conclusione, questo report in generale ci offre tantissimi spunti di riflessione su due figure così importanti per l’informazione nel nostro paese, confermando quelle problematiche legate alla retribuzione già note. Il merito di questo progetto è quindi quello di aver sollevato l’attenzione su questi temi e di aver portato al centro della discussione che alla fine si tratta di due figure che possono imparare l’uno dall’altro. E il libro in uscita, di Cristina Maccarrone e Riccardo Esposto, ci spiega come.