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  • Facebook e Instagram: gli ultimi dati su adv, performance e contenuti

    Facebook e Instagram: gli ultimi dati su adv, performance e contenuti

    Una ricerca che copre 356 milioni di spesa adv, 159.141 profili Facebook e 65.038 account Instagram: scopri dati e tendenze su investimento paid e contenuti.

    Questa analisi mappa tutto il 2019, copre le evoluzioni a partire del 2018 e vuole mettere in evidenza alcune tendenze con cui dovremmo fare i conti nel 2020. In particolare, andrò a coprire due punti chiave:

    1. stato dell’arte dell’investimento paid;
    2. utilizzo e risultati di formati e asset di content marketing.

    In parole povere, voglio provare a rispondere ad una semplice domanda: quale direzione stanno prendendo brand e professionisti su questi canali? Vediamo cosa è emerso.

    Facebook e Instagram Ads

    In questa sezione sviscererò alcuni dati legati a funnel di conversione, tipologie di investimenti, posizionamento e obiettivi.

    I social media sono una leva per la conversione?

    Apparentemente la risposta è no. Infatti, abbiamo un 1.58% delle visualizzazioni che diventano click e soltanto lo 0.32% di questi click si trasformano in acquisti.

    Il funnel di conversione di facebook e Instagram: quante visualizzazioni diventano click e quanti di questi click diventano acquisti

    Per quanto mi riguarda, questo risultato suona come un campanello d’allarme in merito a

    • creatività click baiting che (piccola parentesi) influenzano negativamente la fase di apprendimento del sistema di distribuzione delle ads di Facebook restituendo un peggior costo per azione. In particolare per gli obiettivi più avanzati come generazione di lead, conversioni e installazione di app;
    • performance degli asset d’atterraggio come le landing page ed eCommerce. In questo caso, andremo ad indagare UX, struttura, copy, value proposition, benefici, performance e velocità;
    • rilevanza del targeting in relazione ai bisogni del pubblico che vogliamo raggiungere e i momenti di consumo. Questo punto richiede necessariamente un approfondito studio del target nella fase di pianificazione di una campagna. Purtroppo, osservo come resti un tema molto dibattuto su LinkedIn ma poco applicato nella realtà;
    • pertinenza del messaggio a seconda della fase della relazione o del processo d’acquisto. A tal proposito, la mappatuta dei diversi touchpoint resta ancora una sfida aperta, in particolare l’integrazione online-offline, e abbiamo ancora tanto lavoro da fare. Ragione per cui, la comunicazione risulta spesso sfalsata e poco coerente.

    Queste riflessioni si rispecchiano anche nel dato legato a CPC e CTR che tra il 2018 e il 2019 hanno visto aumentare il primo e diminuire il secondo.

    l'evoluzione di CPC e CTR tra 2018 e 2019 su Facebook e Instagram

    Quali sono gli obiettivi più ricercati dai brand?

    L’auspicata fase di maturità, ovvero trasformare i social media in chiari asset di business, non è ancora avvenuta. Tanto è vero che l’obiettivo conversioni è sotto il 10% tanto su Facebook quanto su Instagram.

    distribuzione dell'investimento nei diversi obietti di facebook e instagram ads

    Facebook e Instagram sono ancora percepiti come strumenti utili soltanto nelle fasi iniziali del processo d’acquisto e di conseguenza i principali obiettivi sono traffico, engagement e reach. Insomma, un modello che prende in considerazione l’awareness e la considerazione e ancora troppo poco la vendita vera e propria.

    Come sta evolvendo l’investimento adv?

    Da un lato, abbiamo il feed di Facebook che resta il primo posizionamento per investimento ma perde 6 punti in percentuale. Dall’altro, l’investimento sul feed di Instagram vede un aumento (+1%) rispetto al 2018 ma inizia a rallentare. Infatti, osserviamo una riduzione della spesa a partire da luglio 2019 e che arriva fino a dicembre di quest’anno. Risulta quindi spontaneo chiedersi dove è stato dirottato l’investimento.

    l'investimento in percentuale sul feed di facebook

    la spesa in percetuale sul feed di Instagram

    Come prevedibile esplode l’investimento in Instagram Stories che in un anno (2018-2019) passa al più 40% con i video come formato più condiviso (52%).

    l'investimento paid in instagram stories aumenta del +40% in un anno

    Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. I brand sono ancora in fase di test e la vera sfida sarà fare diventare le Instagram Stories degli asset più avanzati nel percorso di conversione (c’è già chi lo sta facendo molto bene) e andare oltre il mero branding. Difatti, il risultato del CTR non è certo dei migliori.

    i dati del CTR su facebook e instagram a seconda del posizionamento

    Se parliamo di evoluzione della spesa, possiamo notare come i brand stiano iniziando a sperimentare nuovi posizionamenti puntando a scoperta e conversione. Ad esempio Instagram Explore cresce del +1.32%, interessante in fase di scoperta ma soprattutto in coppia con gli shoppable post, e le ad cominciano a popolare il Facebook Marketplace passando in un anno dallo 0.72% della spesa totale al 1.31%.

    l'investimendo ad in instagram explore aumenta del +1.32

    l'investimento adv in facebook marketplace aumenta del +80%

    Contenuti su Facebook e Instagram

    In questa sezione andremo a indagare quale tipologia di contenuti sono condivisi dai brand e i risultati in termini di interazioni con il pubblico.

    Video: le modalità di fruizione hanno un impatto sulla performance del contenuto?

    Ovviamente, la risposta è sì ma allo stesso tempo possiamo osservare alcuni dati in controtendenza. Il tempo medio di visualizzazione di un video su Facebook è di 4.57 secondi. Un risultato che non sorprende vista la crescente guerra legata al catturare l’attenzione dell’utente che porta ad una (ahimè fisiologica) sovraesposizione, la fruizione in movimento e da mobile (niente di nuovo sotto il sole), la condivisione maggioritaria (verticali più orizzontali) da parte dei brand di video sotto i 30 secondi.

    il tempo medio di visualizzazione di un video su Facebook è di 4.57 secondi

    Ad ogni modo Facebook non è Instagram, dove il numero di Stories (52.5%) condivise dai brand ha superato i post (47.5%), e di conseguenza il 70% dei video sono orizzontali senza reali distinzioni a seconda della lunghezza. Eppure i video verticali risultano più efficaci nel catturare l’attenzione nei primi secondi con una maggiore percentuale di visualizzazioni complete dei primi 30 secondi per tutte le tipologie di video, compresi quelli più lunghi di un minuto. Un dato da prendere in considerazione quando si pianificano i ganci (giocare sul mistero, mostrare immediatamente il vantaggio, giocare sull’inatteso, etc.) da utilizzare per attrarre il nostro pubblico. Ovviamente, ogni video fa storia a sé e va valutato in relazione a retention e capacità nello stimolare azioni.

    Si stanno imponendo nuovi formati?

    In questo caso la risposta è no. Su Instagram le immagini singole restano nettamente il formato più condiviso dai brand distaccando di gran lunga caroselli e video che comunque mostrano un leggero aumento nel corso del 2019. Sponda Facebook la storia non cambia con le immagini che rappresentano il 70.2% dei contenuti condivisi, i live video che restano un formato ancora non esplorato a sufficienza e i video tradizionali che toccano il loro picco (16.8%) soltanto nel quarto trimestre (ottobre, novembre e dicembre) grazie alle promozioni natalizie.

    la tipologia di contenuti condivisi su facebook e instagram

    Eppure se volgiamo lo sguardo verso l’engagement, i caroselli in media rappresentano l’asset più performante su Instagram. Alcune riflessioni su questo formato:

    • si tratta di una tipologia di contenuto molto apprezzata dall’algoritmo di Instagram in quanto, grazie allo scorrimento, aumenta il tempo di permanenza sul post;
    • grazie alla sua sequenza di contenuti, permette un migliore storytelling progressivo tramite tutorial, post before/after, utilizzo del prodotto in contesti concreti, etc.
    • consentono di posizionarsi ed emergere all’interno di un feed dove le immagini singole la fanno da padrone.

    Invece per quanto riguarda Facebook, i live video si confermano l’asset a più alto potenziale grazie alla possibilità di interagire in diretta con il pubblico.

    le interazioni generate su instagram e facebook a seconda del contenuto

    Questo era l’ultimo trend che volevo coprire ma se hai altri temi che vorresti approfondire, fammi sapere con un commento.

  • Twitter avvia il test sulle Stories in Brasile: si chiamano Fleets

    Twitter avvia il test sulle Stories in Brasile: si chiamano Fleets

    Twitter avvia, per ora, in Brasile un test su un nuovo formato effimero chiamato Fleets. Si tratta di quelle che avevamo definito Twitter Stories. Non sarà possibile fare like o retweet, ma solo rispondere in DM e con emoji.

    Ne avevamo scritto qualche settimana fa, quando avevamo dato la notizia dell’acquisizione da parte di Twitter di Chroma Labs, del fatto che le Twitter Stories potessero prima o poi approdare sulla piattaforma da 280 caratteri. Ed è andata proprio così, anche più velocemente di quanto potesse pensarsi.

    Twitter ha infatti annunciato l’avvio di un test, per ora localizzato solo in Brasile, di un nuovo formato chiamato Fleets, una modalità che permetterà agli utenti di pubblicare tweet che appariranno in alto sulla timeline e che poi scompariranno nell’arco delle 24 ore. È la prima volta, dal 2006, anno della sua fondazione, che su Twitter appare un formato diverso da quello dei tweet. Si tratta, né più e né meno, della versione personalizzata delle Stories, quelle che hanno caratterizzato Snapchat, la piattaforma che le ha lanciate, poi arrivate su Instagram nel 2016. Di fatto, Twitter è una delle ultime piattaforme social ad adottare questo formato di contenuto effimero.

    twitter fleets stories franzrusso.it 2020

    Come funziona Fleets, il nuovo formato effimero di Twitter

    Iniziamo subito col dire che questo nuovo formato effimero di Twitter non sarà mai rintracciabile attraverso search, il motore di ricerca interno alla piattaforma, e non sarà mai esportabile su siti. Si tratta di un formato effimero che sarà visibile dai follower dell’utente, un po’ come funziona su altre piattaforme.

    Per creare una serie di Fleets, sarà sufficiente toccare il segno “+” all’interno della foto profilo che apparirà in un sorta di bolla di conversazione, la si vede in alto nella timeline:

    twitter fleets stories timeline

    Una volta cliccato sul segno più, comparirà uno spazio all’interno del quale sarà possibile inserire un testo fino a 280 caratteri (la caratteristica di Twitter rimane), immagini, GIF, video della durata massima di 2 minuti e 20 secondi. Gli editori “whitelisted” potranno inserire video fino a 10 minuti di durata.

    Dalla timeline sarà possibile scorrere in modo laterale le Fleets (stories) degli utenti che si seguono. La differenza, rispetto al classico formato delle stories che abbiamo imparato a conoscere su altre piattaforme, è che le Fleets di un utente scorrono in modo verticale attraverso il classico gesto dello scroll. E per passare ad un’altra serie di Fleets d un altro account bisognerà toccare verso sinistra (e non verso destra).

    Non sarà possible fare Like o retweet alle Fleets. Sarà possibile rispondere con DM (i messaggi privati) solo se l’utente li prevede e sarà comunque possible interagire con emoji, come succede già su altre piattaforme.

    Per Twitter si tratta di un momento fondamentale per testare nuove forme di condivisione sulla piattaforma al fine di attrarre nuovo pubblico, “spaventato”, per certi versi, dalla natura stessa di Twitter, ossia pubblica. Come abbiamo imparato in questi anni, la forma pubblica di Twitter è stata considerata una grande caratteristica che ha permesso a chiunque di usare la piattaforma. Solo che ad un certo punto, il proliferare del fenomeno dei troll, dei contenuti volenti e degli account fake ha finito per spaventare, e allontanare, buona parte d quel pubblico che arrivava comunque sulla piattaforma. Badate che Twitter attrae circa 1 miliardo di utenti al mese, solo che poco più di 300 milioni risultano effettivamente iscritti.

    Un problema questo che per anni non è stato affrontato come doveva. E che ha finito per mettere in difficoltà lo stesso Jack Dorsey, co-fondatore e CEO di Twitter,finito nel mirino del Fondo Elliott che vuole mandarlo via, avendo preso il controllo del consiglio di amministrazione.

    twitter fleets social media

    Le Stories su Twitter costituiscono un momento fondamentale per la vita della piattaforma, perchè offrono proprio a quella parte di utenti “spaventati” la possibilità di poter usare la piattaforma in modo più intimo, più adeguato al proprio modo di comunicare, pur mantenendo la caratteristica dei 280 caratteri.

    Non dimentichiamo un altro aspetto, e cioè che Twitter sta per trasformarsi in una piattaforma chiusa, offrendo agli utenti la possibilità di scegliere come condividere i contenuti, se in formato pubblico o in formato più chiuso.

    L’effimero potrebbe dare nuove possibilità di rilancio, anche dal punto di vista dell’advertising, a Twitter che si trova ad affrontare un momento cruciale per la propria assistenza.

    E voi che ne pensate?

  • Dimmi chi sei, ecco il nuovo libro di Riccardo Scandellari

    Dimmi chi sei, ecco il nuovo libro di Riccardo Scandellari

    “Dimmi chi sei” è il nuovo libro di Riccardo Scandellari in uscita il 4 marzo. Dopo aver raccontato come diventare una “rockstar” e come fare di sè stessi un brand, Scandellari fa un passo ulteriore, portando il lettore a concentrarsi sul proprio modo di comunicare.

    Riccardo Scandellari in questi anni, attraverso i suo libri, ha raccontato un percorso che aveva come fine quello di creare un proprio spazio digitale e, seguendo i suoi consigli e accorgimenti, di creare una propria professionalità consolidata. Un percorso che si compone oggi di un altro importante tassello. Esce domani, 4 marzo, nelle librerie e anche online, ma noi abbiamo avuto la possibilità di leggerlo in anteprima, “Dimmi chi sei”, il nuovo libro (edito da Roi Edizioni) del blogger, autore e formatore che pone un tema oggi fondamentale, ossa quello di cominciare a concentrarsi sul proprio modo di comunicare.

    Dopo aver raccontato ai suoi lettori come diventare una “rockstar” e, prima ancora, come fare di sè stessi un brand, Riccardo Scandellari ha raggiunto quel livello di professionalità, che tutti gli riconoscono, che gli consente oggi di poter mostrare agli altri che oggi è importante trovare la propria strada per comunicare, mettendo in evidenza il vero messaggio che si vuole divulgare, con autenticità. Un passaggio fondamentale questo e non certo facile. Ma seguendo il percorso indicato dall’autore di questo libro, la cui lettura scorre n modo fluido e piacevole, l’obiettivo è a portata di mano.

    Come dice Kotler, nasce prima il bisogno e poi il prodotto” – ci dice Scandellari” – Dopo aver raccontato in altri libri come diventare una “rockstar” o come fare di sè stessi un Brand in ambito digitale, ho avuto moltissimi riscontri sulla poca propensione e la capacità delle persone a seguire un impegno quotidiano molto impegnativo. Chi vuole essere un opinion leader del proprio settore ha l’impegno di comunicare e raccogliere pubblico attorno al proprio progetto. Dai continui riscontri ho notato che pochi hanno il tempo o il talento per mettere a budget le giuste risorse ed energie“.

    dimmi chi sei riccardo scandellari 2020 copertina

    Il percorso non è certo facile, è impegnativo. Del resto, quando si vuole davvero ottenere qualcosa, chiunque deve mettere in conto che ci vuole molto impegno. L’era dei social media ha spesso trasmesso l’idea della velocità, del “tutto e subito”. Niente di più sbagliato.

    L’utente, il lettore, il cliente, il consumatore oggi non vuole solo essere informato sul prodotto/servizio che sta cercando, ma vuole di più. Vuole un’esperienza certo, ormai questo è un concetto che abbiamo assodato, ma cerca anche autenticità. Vuole che ascoltare qualcosa di vero, di autentico.

    Ognuno di noi ha avuto dei modelli, come scrive nel libro Scandellari, ma alla lunga cercare di imitare il proprio modello, “scimmiottare” il proprio guru, non farà mai emergere quello che di unico autentico ognuno di noi ha da comunicare.

    Questo libro” – ci dice ancora Scandellari – “si assume l’impegno di raccontare un percorso per ottenere reali connessioni e un buon posizionamento di marca, con un breve, ma costante impegno quotidiano calibrato sulle possibilità di qualsiasi professionista. Il processo prevede l’investimento di un tempo limitato, contenuti di facile costruzione e tutte le tecniche necessarie per ottenere e gestire un vero pubblico, basato su contatti stabili e non su semplici follower.

    “Dimmi chi sei” è la domanda che sta alla base del marketing e della comunicazione. Una domanda che dovrai rivolgere prima a te stesso e successivamente a chi vorrai sedurre.”

    Ecco, seguendo questo manuale, alla fine riusciremo a comprendere chi siamo e cosa vogliamo raccontare agli altri. Serve una guida per fare tutto questo, una guida che aiuterà tanti i neofiti, quanto i comunicatori “navigati”, perché in queste pagine troveranno sicuramente un suggerimento utile per rivedere qualcosa sul proprio modo di comunicare.

    Potete già acquistare da subito “Dimmi chi sei” su Amazon.

  • Twitter: il Fondo Elliott è pronto a mandare via il CEO Jack Dorsey

    Twitter: il Fondo Elliott è pronto a mandare via il CEO Jack Dorsey

    La notizia potrebbe davvero stravolgere Twitter. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Fondo Elliott sarebbe pronto a mandare via il CEO e co-fondatore Jack Dorsey.

    Non è la prima volta che la posizione di Jack Dorsey, CEO e co-fondatore di Twitter venga messo in discussione nel consiglio di amministrazione. Era già capitato nel 2016, quando i due maggiori azionisti di allora, il principe saudita Alwaleed bin Talal e Steve Ballmer (ex CEO di Microsoft), si erano messi in testa di vendere l’azienda. E poi, in tanti non hanno mai perdonato a Dorsey il fatto di dividere il suo tempo in due aziende, con lo stesso ruolo di CEO: in Twitter, appunto, e in Square, l’altra sua società, specializzata in pagamenti mobile, quotata in borsa.

    Non è la prima volta, dicevamo, perchè adesso la situazione si fa più difficile. Il Fondo Elliott (sì proprio quello proprietario del Milan, per intenderci), in virtù della sua quota considerevole nella società, ha deciso di fare sul serio e vuole mandare via Jack Dorsey, “colpevole” di dedicarsi abbastanza nella società. Il Fondo, secondo quanto riporta Bloomberg, ha inserito quattro suoi amministratori all’interno del consiglio di amministrazione, l’intento era quello di occupare quante più posizioni possibili per riuscire nell’obiettivo. E, a quanto pare, potrebbe riuscirci per davvero.

    jack dorsey twitter 2020

    Stavolta per Jack Dorsey si fa davvero difficile. É l’unico CEO, a differenza di Mark Zuckerberg di Facebook o di Evan Spiegel e Bobby Murphy di Snapchat a non controllare il consiglio di amministrazione della sua azienda. Un’anomalia che più volta ha posto Twitter nel mirino di possibili compratori e in situazioni difficili.

    Altro elemento che viene imputato a Dorsey, cosa che anche noi, come tanti altri, abbiamo rilevato, è che Twitter, da quando il co-fondatore è tornato, nel 2015, a ricoprire il ruolo di CEO, è cresciuta poco, solo il 6,2%. Facebook, ad esempio, nello stesso periodo è cresciuta del 121%.

    Dopo che la notizia ha fatto il giro di Wall Street il titolo TWTR ha guadagnato il 7,7% nell’after hours, chiudendo con solo + 0.55% nelle contrattazioni ordinarie. Segno che l mercato attende una mossa che possa dare una svolta a Twitter.

    Il Fondo Elliott, guidato e fondato da Paul Elliott Singer, di cui è CEO e CIO, vuole puntare alla guida di Twitter, sapendo bene che la piattaforma presto si troverà ad affrontare due eventi molto importanti come le Olimpiadi in Giappone e le prossime elezioni presidenziali negli Usa. Due eventi in cui il ruolo di Twitter è fondamentale, soprattutto in termini di monetizzazione, in relazione alle Olimpiadi ovviamente.

    Riguardo alle prossime elezioni presidenziali Usa, alcuni siti americani dando questa notizia hanno rilevato il fatto che proprio Paul Elliott Singer è un grande sostenitore dell’attuale presidente Usa Donald Trump e questo potrebbe aver esercitato un peso nella decisione.

    Jack Dorsey sembra ormai in bilico. In questi anni ha tardato a muoversi cercando di rendere la piattaforma più aggiornata e appetibile. Un vero processo di innovazione è stato avviato solo lo scorso anno, ma ora tutto questo potrebbe non bastare. In effetti, il fatto di aver ricoperto il suo ruolo a tempo parziale, e non a tempo pieno come il ruolo richiederebbe, rischia di condannarlo ad abbandonare la guida della azienda che ha contribuito a creare insieme a Evan Wlliams e Biz Stone. Uno scenario che oggi si fa sempre più concreto.

  • Facebook è il secondo mezzo di informazione per gli italiani

    Facebook è il secondo mezzo di informazione per gli italiani

    Il 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione ci offre la possibilità di comprendere come noi stiamo usando gli strumenti digitali e come li usiamo per informarci. Facebook riprende quota e diventa il secondo mezzo attraverso cui più di un terzo degli italiani si informa.

    Dimmi come ti informi e ti dirò chi sei, si potrebbe anche ipotizzare questo claim per presentare il 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione, rapporto che si presenta sempre molto interessante e utile per comprendere i tempi che viviamo. Come sempre, anche per via degli interessi che perseguiamo qui sul nostro blog, la parte che più ci interessa è quella legata al web e al digital e, a ben vedere, è una parte di anno in anno sempre più preminente.

    Il 16° Rapporto Censis mette l’accento, in questa edizione, sulla costruzione dell’identità oggi e il ruolo dei media che stanno cambiando sempre di più. La Televisione cambia pelle, gli italiani si spostano in modo progressivo ormai dalla TV tradizionale verso quella Smart TV che conta ormai il 34,5% dell’utenza, +4,4% in un anno, e la mobile tv,che è passata dall’1% di spettatori nel 2007 all’attuale 28,2%, con un aumento del 2,3% solo nell’ultimo  anno.

    facebook canale informazione social media censi franzrusso.it

    Ma è la Radio lo strumento che riesce più degli altri considerati tradizionali a saper cavalcare i tempi e a mantenere ancora una fascia di utenti molto alta. È infatti il 79,4% degli italiani che l’ascolta, un dato rimasto stabile nell’ultimo anno. Interessante notare che gli italiani la ascoltano sempre più dal proprio smartphone, l’utenza è arrivata al 21,3%, +0,6% rispetto in un anno.

    Gli Italiani e i Social Media

    E cresce anche il numero degli italiani su Internet. Il 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione rileva una crescita dell’1% rispetto allo scorso anno, dal 78,4% al 79,3% della popolazione. Gli italiani che utilizzano gli smartphone salgono dal 73,8% al 75,7% (con una crescita dell’1,9%, quando ancora nel 2009 li usava solo il 15% della popolazione). I social network più popolari sono YouTube, utilizzato dal 56,7% degli italiani (ma il dato sale al 76,1% tra i 14-29 anni), Facebook dal 55,2% (dal 60,3% dei giovani), Instagram dal 35,9% (dal 65,6% degli under 30). E WhatsApp è utilizzato dal 71% degli italiani: il 3,5% in più in un anno (si arriva all’88,9% dei 30-44 anni, ma si scende al 30,3% tra gli over 65).

    social media italia rapporto censis 2019

    Qui in alto un grafico che rappresenta l’utenza complessiva con un focus sulla fascia più giovane, under 30 (14-29 anni), considerando i social network, le varie piattaforme digitali e anche i servizi di messaggistica. Dal grafico si nota come sia proprio la fascia degli under 30 ad essere più presente, anche se si sta riducendo sempre questa fascia di età su Facebook: oggi 60,3% mentre nel 2017 era 79,9%. Mentre invece aumenta la presenza degli utenti più giovani su Instagram, lo vedevamo prima. Oggi sono il 65,5%, nel 2017 erano il 48,6%.

    LinkedIn sempre meno usato dai giovani

    Un caso vogliamo portare alla vostra attenzione, anche per comprendere meglio questa piattaforma che ormai è sempre più catalogabile come social media a tutti gli effetti, tanto per sgombrare un po’ il campo da eventuali dubbi. Parliamo di LinkedIn. I giovani sembrano usare poco questa piattaforma, infatti se notate è uno dei due casi in cui la presenza degli under 30 è più bassa (l’altro caso è eBay). I giovani nel 2019 erano il 7,5%, mentre nel 2017 erano il 14%: quasi dimezzati in due anni. Quindi oltre che da Facebook fuggono anche da LinkedIn.

    In 10 anni quadruplica la spesa per gli Smartphone

    Prima di passare a vedere come si informano gli italiani, un dato che balza agli occhi, non proprio una sorpresa per la verità ma nel contesto ha l suo peso, è quello che riguarda la spesa degli italiani per gli smartphone: in 10 anni la spesa si è quadruplicata, +298,9% nell’intero periodo, per un valore di oltre 7 miliardi di euro nell’ultimo anno.

    bisogni digitali italiani web 2019 censis

    E poi usiamo gli smartphone principalmente per consultare la mappa (69,5%), altrimenti perdiamo per strada, per trovare informazioni su aziende/prodotti/servizi (61,8%), per online banking (48,5%), per fare acquisti (48,1%), per ascoltare musica (46,2%), per telefonare (40,6%).

    Facebook è il secondo canale usato per informarsi

    Abbiamo detto prima che, nonostante tutto, la TV resta ancora la regina, anche se il suo ruolo va via va ridimensionandosi. Diciamo che sta cambiando. A conferma di questo dato, se guardiamo come gli italiani si informano, i telegiornali sono ancora molto seguiti. Infatti, sono i programmi a cui gli italiani ricorrono maggiormente per informarsi (59,1%). L’apprezzamento è generalizzato, ma aumenta con l’età: dal 40,4% dei giovanissimi al 72,9% degli over 65. Elevato è anche il favore accordato alle tv dedicate all’informazione a ciclo continuo, 24 ore su 24, utilizzate per informarsi dal 19,6%.

    facebook informazioni italia 2019 censis

    facebook informazioni italia ultimi 7 giorni censis

    Facebook è il secondo strumento di diffusione delle notizie, dopo il telegiornale: lo utilizza per informarsi il 31,4% degli italiani, quindi più di un terzo della popolazione. La crisi di fiducia, causata dallo scandalo Cambridge Analytica e dalla diffusone esponenziale delle fake news, era stata certificata dall’arretramento dell’utenza registrato nell’ultimo anno (9 punti percentuali in meno tra il 2017 e il 2018). Il 20,7% si informa consultando i motori di ricerca e l’11,9% guardando video su YouTube. Rispetto al 2017, aumentano gli utenti che si affidano ai siti web d’informazione (+4,2% in due anni, dal 10,3% al 14,5%) e che leggono i quotidiani online (dal 10,3% all’11,4%).

    Per 1 giovane su 3 i social media contribuiscono all’identità

    C’è poi l’aspetto dell’identità, il tema di questo rapporto. Gli italiani (76,3%) considerano al primo posto la famiglia, come elemento fondamentale attorno al quale costruire la propria identità. L’essere italiano (39,9%) e il legame con il proprio territorio di origine (37,3%) si collocano a poca distanza l’uno dall’altro. Per chi ha una età compresa tra 30 e 44 anni, invece, il lavoro (39,1%) determina più identificazione sia della comunità locale che dell’identità nazionale.

    Vi è poi un dato che volevamo portare alla vostra attenzione, ossia se e come i social media contribuiscano a formare la propria identità, oggi. Ebbene, dal rapporto si evince che per il 3,5% degli italiani è il proprio profilo sui social network a determinarne l’identità. Ma questo dato sale poi al 9,1% tra i giovani under 30: uno su dieci tra i 14-29 anni. Inoltre, si scopre che a maggiore esposizione ai social network spinge a confermare le opinioni che già si possiedono, piuttosto che a modificarle. Mentre sono ancora i mezzi generalisti a svolgere maggiormente la funzione di opinion maker.

    Ecco, questo il nostro resoconto del 16° Rapporto Censis sulla Comunicazione, molto vasto, abbiamo qui infatti riportato quei rilievi che più sono in linea con i temi che solitamente trattiamo qui sul nostro blog. Sono tutti elementi utili per comprendere, da più punti di vista, come noi stiamo cambiando e come cambiamo, di conseguenza, il modo di usare questi strumenti digitali e il modo in cui li usiamo per informarci.

    E voi che ne pensate?

  • Blogger e Giornalisti, ecco lo stato dell’arte in Italia nel 2020

    Blogger e Giornalisti, ecco lo stato dell’arte in Italia nel 2020

    Un recente sondaggio, realizzato dall’editore Flacowski in occasione dell’uscita del libro di Cristina Maccarrone e Riccardo Esposito, “Scrivere per Informare”, ci offre lo stato dell’arte relativo a due figure importanti oggi per l’informazione: i blogger e i giornalisti. Vediamo i dati raccolti in un interessante report.

    Blogger vs Giornalisti, oppure Giornalisti vs Blogger. Cambiando l’ordine, non cambia la sostanza. Queste sono le due figure che oggi sono strettamente legate al mondo dell’Informazione e al modo di fare Informazione. Due modi di pensare e fare Informazione solo in apparenza diversi, perché poi, a conti fatti, i punti in comune, quelli importanti, sono diversi. Fare Informazione fa rima con Responsabilità, ma anche con Serietà e Professionalità. Con l’emergere, negli ultimi anni, della figura del Blogger, serviva forse fare una fotografia dello stato dell’arte relativo a queste due importanti figure oggi, in Italia nel 2020.

    giornalisti blogger sondaggio scrivere informare

    E l’occasione è stata la realizzazione di un sondaggio che l’editore indipendente Flacowski ha voluto lanciare per l’uscita di un libro che già dal titolo si annuncia interessante. Parliamo di “Scrivere per Informare“, un libro scritto da due autori: una Giornalista, Cristina Maccarrone, e un Blogger, Riccardo Esposito. Un libro che vi consigliamo e che potete già prenotare a questo link.

    Chi sono i Giornalisti e i Blogger in Italia?

    Il sondaggio, che vi presentiamo qui oggi con i dati più rilevanti, ha visto la partecipazione di 417 giornalisti e 446 blogger, un numero interessante per poter fare qualche considerazione. Qualche anno fa avevamo fatto anche noi un sondaggio rivolto, allora, solo ai blogger, è quindi interessante, dove possible, fare qualche piccolo raffronto con questi dati più recenti.

    scrivere informare giornalisti blogger 2020

    Cominciamo col dire che dal sondaggio emerge, sotto un profilo demografico e geografico, che i giornalisti, donne e uomini, per lo più sono localizzati al Nord Italia e più di un terzo hanno un’età compresa tra i 36-45 anni (38,8% le donne e 35,4% gli uomini). I Blogger, invece sono un po’ più distribuiti lungo lo stivale: le donne (61%) sono più localizzate al Sud del paese, mentre gli uomini hanno una prevalenza al Nord (40%). Dal punto di vista dell’età: il 42,5% delle blogger ha un’età compresa tra i 26-35 anni; mentre il 41,7% dei blogger ha un’età compresa tra i 36-45 anni.

    Dato interessante, che ci dà l’idea del profilo dei giornalisti e dei blogger oggi in Italia, è che il 67,8%, quindi la gran parte, dei giornalisti fa questo mestiere da più di dieci anni. Mentre se guardiamo l dato riferito ai blogger, notiamo che la risposta è più varia, anche se c’è da registrare che quasi un terzo (29,3%) lo fa da 5-10 anni, a seguire 1-3 anni (23,2%) e poi 3-5 anni (21,3%). C’è comunque da registrare un 20,2% di blogger, che ha preso parte al sondaggio, che lo fa da più di 10 anni, come chi scrive.

    scrivere informare giornalisti anni 2020

    scrivere informare blogger 2020 anni

    Il sondaggio rileva che il 68% dei giornalisti vorrebbe fare, o già fa, il blogger, il 18% mostra disinteresse sulla questione; mentre il 56% dei blogger vorrebbe fare, o già fa, il giornalista e il 38% mostra disinteresse. Un dato interessante, dove si evince che chi è blogger vuole restare tale e chi è giornalista vuole sperimentare anche altre strade più indipendenti. Questo è uno dei dati più rilevanti del sondaggio, perché dimostra come alla fine la figura del blogger negli anni ha acquisito delle caratteristiche chiare, diverse da quelle del giornalista.

    E’ poi emblematica la risposta che i partecipanti al sondaggio hanno dato su questa domanda: “Quanto sei d’accordo con l’affermazione “giornalismo e blogging hanno lo stesso fine: scrivere per informare?“. Ebbene, la metà dei giornalisti si dice d’accordo, mentre lo è il 56% dei blogger. Si tratta di due figure che hanno lo stesso fine, con caratteristiche e peculiarità differenti.

    Il report è l’occasione poi per scoprire che l’83,5% dei giornalisti conosce la SEO (Search Engineering Optmization), un dato rilevante che dimostra una sempre più crescente attenzione da parte di questa categoria verso i contenuti pubblicati online. Un dato più alto, ovviamente, lo si rileva tra i blogger, 94,6%, da sempre abituati a misurarsi con l’ottimizzazione dei contenuti online.

    Ecco quanto guadagnano i Giornalisti e i Blogger in Italia

    Ma, forse, uno dei dati più rilevanti che il report ci offre, che interessa tanti da sempre, è quello relativo alla retribuzione, dei giornalisti e dei blogger. Sappiamo bene che molti giornalisti svolgono il loro mestiere spesso in condizioni economiche molto al di sotto di quelle che spetterebbe loro e, ovviamente, sappiamo molto bene quelle che sono le condizioni dei blogger da questo punto di vista che devono misurarsi, condizioni spesso non adeguate alla figura.

    scrivere informare giornalisti-blogger retribuzione 2020

    scrivere informare giornalisti-blogger-retribuzione articolo 2020

    Allora, il 56% dei giornalisti dichiara di farsi pagare ad articolo e quasi un terzo di essi dichiara di percepire uno stipendio (28,9%). Anche i blogger dichiarano di farsi pagare ad articolo, il 44,2% (anche se forse ci si aspettava un dato più alto), mentre il 13% dichiara di percepire uno stipendio.

    Ma quanto vengono pagati ad articolo i giornalisti e  blogger? E qui la cosa si fa molto seria. Come notate dal grafico, la maggior parte delle due categorie viene pagata tra i 15 e i 50 auro ad articolo. Nel dettaglio, il 22,4% dei giornalisti dichiara di essere pagato “non meno di 30 euro” ad articolo (lo dichiara il 19,2% dei blogger) e il 25,4% dei blogger, il dato più alto rilevato dal report, dichiara di essere pagato “non meno di 50 euro” ad articolo (lo dichiara di 24,4% dei giornalisti). E non sorprende che poi il 56,1% dei giornalisti dichiara che la propria categoria sia sotto pagata, mentre il il 34,8% dei blogger sottolinea il fatto che siano ancora pochi a percepire il valore del loro lavoro.

    In conclusione, questo report in generale ci offre tantissimi spunti di riflessione su due figure così importanti per l’informazione nel nostro paese, confermando quelle problematiche legate alla retribuzione già note. Il merito di questo progetto è quindi quello di aver sollevato l’attenzione su questi temi e di aver portato al centro della discussione che alla fine si tratta di due figure che possono imparare l’uno dall’altro. E il libro in uscita, di Cristina Maccarrone e Riccardo Esposto, ci spiega come.

  • TikTok annuncia il filtro famiglia e la gestione del tempo nel feed

    TikTok annuncia il filtro famiglia e la gestione del tempo nel feed

    TikTok annuncia due novità che vanno nella direzione di assicurare più sicurezza, migliorando l’esperienza. Si tratta del Filtro Famiglia e della Gestione del Tempo nel Feed, già attivi in Uk e in Italia lo saranno nelle prossime settimane.

    TikTok, l’ormai popolare app mobile che punta molto sui giovani e sul divertimento, annuncia oggi due importanti novità con l’obiettivo di migliorare il più possibile l’esperienza sulla piattaforma, con particolare attenzione alla sicurezza. Le due novità sono: il Filtro Famiglia, che aiuta i genitori e, in generale, gli adulti responsabili di un minore, a garantire la loro sicurezza quando usano TikTok, e la Gestione del Tempo nel Feed, un sistema di notifiche proattive nell’app per tenere sotto controllo il tempo trascorso online. Già attive da oggi in Uk, le due funzionalità lo saranno presto, entro poche settimane, anche nel nostro paese.

    tiktok filtro famiglia

    TikTok e il Filtro Famiglia

    Vediamo come funziona il Filtro Famiglia, una delle due novità di TikTok. Il Filtro Famiglia associa l’account TikTok di un adulto a quello del minore di cui è responsabile. Una volta attivata, l’associazione permetterà all’adulto di intervenire sulle funzionalità di Controllo Applicazione, tra le quali:

    • Gestione del tempo: permette di impostare un tempo massimo che il minore può trascorrere ogni giorno su TikTok;
    • Messaggi diretti: permette di limitare chi può inviare messaggi all’account associato, o di disattivarli del tutto;
    • Modalità limitata: esclude contenuti che potrebbero non essere appropriati per tutti gli spettatori.

    TikTok e la Gestione del Tempo nel Feed

    Con il rilascio del Filtro Famiglia, TikTok introduce un’ulteriore importante funzione per migliorare il benessere digitale degli utenti, un aspetto su cui la piattaforma ha deciso di impegnarsi. Al fine di mantenere un rapporto equilibrato con l’app e i servizi online per tutti i membri della community, già ad aprile 2019 era stata introdotta la funzione di Gestione del Tempo, che permette di impostare un limite giornaliero di utilizzo di TikTok.

    Oggi viene presentata la Gestione del Tempo nel Feed. S tratta di un sistema di notifiche proattive nell’app. Attraverso i video pillola, realizzati in collaborazione con alcuni tra i creator più seguiti e amati, agli utenti verrà ricordato, direttamente durante la fruizione dei video contenuti su TikTok, di tenere d’occhio il tempo che passano online e di prendersi una pausa dallo schermo.

    tiktok gestione tempo feed

    Nell’immagine in alto vedete @IlViglio e @Jessibrugali, “Jessi&Sean” i primi due creator coinvolti nella partnership.

    TikTok con l’introduzione di queste due novità dà un segnale di sensibilità che molti aspettavano. Soprattutto per quanto riguarda la prima novità, ossia il Filtro Famiglia, viste le tante polemiche di questi ultimi tempi. In pratica viene attivato il Parental Control.

  • Twitter acquisisce Chroma Labs e (forse) si prepara alle Stories

    Twitter acquisisce Chroma Labs e (forse) si prepara alle Stories

    E se Twitter stesse pensando alle Stories? Un’idea che, forse, non suonerebbe tanto lontana anche alla luce della nuova acquisizione di Chroma Labs, una startup fondata dall’inventore di Boomerang (Instagram), specializzata in layout per le Stories.

    Qualche giorno fa, commentando su Twitter l’arrivo dei tasti Reactions ne DM scrissi “mi meraviglierei di eventuali #TwitterStories”. La prova la trovate in basso. E nel giro di qualche giorno, ecco che la società guidata da Jack Dorsey ufficializza l’acquisizione di Chroma Labs, nome che forse dirà poco a più, ma si tratta di una startup fondata dall’inventore dell’app per Instagram, Boomerang, specializzata in layout per le Stories, sia per Instagram che per Snapchat. La domanda sorge quindi spontanea, allora davvero Twitter sta pensando alle Stories?

    Non sarebbe una sorpresa, per la verità, anzi. Sarebbe quasi opportuno per attrarre un pubblico più giovane, nel tentativo di dare una bella spinta alla crescita degli utenti.

    Chroma Labs Twtter Stories

    Ma, al momento, secondo quanto riportato dai media e dai blog Usa, in particolare da TechCrunch, Twitter, per ora, non commenta, quasi allontanando l’idea di lanciarsi nelle possibili Stories sulla piattaforma, facendo intendere chiaramente che l’operazione, di cui non si conoscono altri particolar, avrebbe come obiettivo quello di migliorare l’aspetto delle conversazioni.

    Un tema molto attuale, anche per il fatto che, come sapete, e ne abbiamo già scritto qui sul nostro blog, Twitter sta lavorando su un’app beta, in test chiuso con un migliaio di utenti proprio per sperimentare nuove soluzioni per le conversazioni che si presenteranno più ordinate e anche più colorate.

    Chroma Labs è una startup che vede tra i co-fondatori anche John Barnett, colui, come dicevamo in apertura del post, ha inventato Boomerang, la funzionalità di Instagram molto conosciuta. E’ stata fondata nel 2018 e si è specializzata nella produzione di layout per le Stories. Lo scorso autunno ha lanciato un’app, “Chroma Stories” solo per iOS, che permette di modificare foto e video per poi condividerli su Snapchat o su Instagram Stories. L’app, in virtù di questa acquisizione, non verrà più aggiornata

    Abbiamo costruito Chroma Labs e molti prodotti di successo per ispirare la creatività e aiutare le persone a raccontare le loro storie visive.” – ha detto Barnett commentando la notizia – “Non vediamo l’ora di continuare questa missione su più vasta scala con uno dei servizi più importanti al mondo“.

    Gli altri due co-fondatori sono Alex Li e Joshua Harris che hanno preso parte a diversi progetti Facebook come, appunto, Instagram Stories ma anche Oculus per la realtà virtuale e realtà aumentata.

    In tutto i dipendenti di Chroma Labs sono sette ed entreranno a far parte di Twitter da subito.

    Twitter da questa acquisizione ha molto da guadagnare, si tratta di un’operazione che potrebbe dare una svolta alla piattaforma e provare davvero a farla crescere come merita. Avevamo sottolineato più volte che Twitter aveva la necessità di innovare sè stessa e, ora, questa acquisizione va nella giusta direzione. Entrano nella società specializzata nei 280 caratteri dei talenti che possono arricchire le modalità di conversazione, coniugando la brevità dei messaggi con la brevità delle Stories.

    Forse non sarà nell’immediato, ma le #TwitterStories a questo punto potrebbero davvero arrivare.

    E voi che ne pensate?

  • Social Media in Italia: ecco alcuni dati per il 2020

    Social Media in Italia: ecco alcuni dati per il 2020

    È stato pubblicato il Report Digital 2020, di We Are Social e Hootsuite, con focus sul sul nostro paese. Per quanto riguarda i Social Media, resta invariato il numero di utenti, 35 milioni, ma aumenta il tempo trascorso: 1 ora e 57 minuti al giorno.

    Come sempre di questo periodo, professionisti e addetti del settore, o semplici appassionati della materia, attendono l’ormai famoso Report Digital che We Are Social e Hootsuite realizzano a livello globale. Il report è l’occasione per avere una visione d’insieme per quel che riguarda l’utilizzo di Internet e dei Social Media a livello globale, ma anche per comprendere come viene vissuta l’Innovazione e la Trasformazione Digitale, che è già n atto.

    E l’attesa era alta anche per il report italiano, soprattutto a seguito di qualche giorno fa quando è stato reso pubblico il report globale, in tanti aspettavano i dati che riguardano il nostro paese, anche per confrontarli con quelli dello scorso anno.

    social media utenti 2020 franzrusso.it

    Ora, ci sono alcuni dati che per la verità non ci convincono molto, anche se non abbiamo seguito, nostro malgrado, la rilevazione dei dati periodici del report durante l’anno. Ma in generale, qualche piccola perplessità resta.

    Internet Italia 2020, 49.5 milioni di italiani

    Il primo dato non chiaro riguarda il numero di utenti Internet italiani attivi. Lo scorso anno il report ci indicava che questo numero era di 54,8 milioni, un dato che avevamo sottolineato allora essere molto alto rispetto ad altre stime che indicava una popolazione Internet attiva in Italia intorno ai 40 milioni.

    Nel nuovo Report Digital 2020 si indica una popolazione Internet attiva di 49,48 milioni, quindi molto più bassa. We Are Social scrive che questo dato sarebbe “in aumento” rispetto al 2019, ma a noi sembra proprio il contrario.

    digital italia 2020 franzrusso.it

     

     

     

     

     

     

     

     

    Social Media in Italia 2020

    Altro elemento che non ci convince di questo nuovo Report Digital 2020 è la popolazione Social Media in Italia. Lo scorso anno avevamo scritto, sulla base dei dati che avevamo, che il numero di utenti attivi sui Social Media era di 35 milioni, era anche nel titolo del nostro post. Ora, secondo i dati di quest’anno quel dato dei 35 milioni è rimasto invariato. Ma, nonostante questa evidenza, We Are Social, anche in questo caso, scrive di “un aumento” rispetto al 2019, che non risulta.

    social media italia 2020 franzrusso

    Fatte queste precisazioni, volevamo essere molto chiari nei vostri confronti, e magari ci sbagliamo, anche se i numeri che abbiamo, e che vi mostriamo, dicono quello. Ora passiamo a vedere gli altri dati.

    Il dato dei 35 milioni, che riguarda al popolazione italiana che usa i i Social Media viene dato in crescita, anche se il dato dello scorso anno, a confronto, ci indica il medesimo dato.

    Quindi si dovrebbe parlare di dato invariato e, in effetti, suonerebbe un po’ strano. Ma, per essere ancora più precisi, il dato di We Are Social viene confrontato con quello di aprile 2019, quindi in crescita del 6,4%. È come se da inizio anno ad aprile ci fosse stata una flessione, per poi ritornare a 35 milioni. Qualcosa non quadra.

    L’Italia Digitale del 2019, con 35 milioni di utenti sui Social Media

    Tempo giornaliero social media, 1 ora e 57 minuti

    Dato molto interessante da analizzare è poi quello relativo al tempo medio giornaliero che gli utenti italiani trascorrono sui social media. Gli ultimi dati ci dicono che è in aumento, e infatti, questo dato rispetto al 2019 corrisponde. Il Report Digital 2020 rileva un tempo medio giornaliero per utente di 1 ora e 57 minuti, in rialzo da 1 ora e 51 minuti. Cresce anche il numero di account sulle varie piattaforma social media, adesso è di 7,8 per utente, in crescita da 7,1.

    tempo trascorso digital italia 2020 franzrusso

    Triplica, quasi la percentuale di utenti che usa i social meda per motivi professionali. Se lo scorso anno il dato era dell’11%, nel 2020 il dato cresce fino al 31%, quindi più di un terzo degli utenti totali. Un dato su cui si dovrebbe cominciare a fare una seria riflessione.

    Anche in Italia cala il tempo trascorso sui social media, nel 2019

    Preoccupano le fake news

    E gli utenti italiani manifestano preoccupazione per il proliferare sui social media, e su internet in generale, delle fake news (52%) e per il trattamento dei propri dati (59%). Cresce anche l’ad-blocking, passa dal 35 al 40%.

    E veniamo adesso ad uno dei dati più attesi, quello relativo alle piattaforme che gli utenti social meda italiani usano di più. Dal punto di vista generale, le prime posizioni sono invariate. La piattaforma che cresce di più è Instagram che, pur mantenendo la medesima posizione dello scorso anno, passa dal 55% al 64%. Un dato che non sorprende.

    social media piattaforme italia 2020 franzrusso

    Cresce anche Pinterest, sempre molto amato dagli utenti social meda italiani, che passa dal 24% al 29% e, in classifica, scavalca Skype che cede 1 punto percentuale.

    Crescono del 2% anche Twitter e LinkedIn che mantengono la stessa posizione dello scorso anno. Mentre un bel salto in avanti lo fa anche Snapchat che passa dal 12% al 16%. Un salto di quattro punti lo fa anche Twitch che passa dal 10% al 14% e scavalca WeChat, che pure cresce del 2%.

    Il fenomeno TikTok

    Ma la vera novità, rispetto al 2019, è rappresentata dal fenomeno TikTok, non presente nelle rilevazione dello scorso anno. L’app della cinese ByteDance si piazza in classifica con l‘11%, un dato molto rilevante che è destinato senz’altro a crescere.

    Questo invece un dettaglio sugli utenti italiani complessivi sulle principali piattaforme:

    • Facebook: 29 milioni di utenti
    • Instagram: 20 milioni di utenti
    • LinkedIn: 14 milioni di utenti
    • Twitter: 3,7 milioni di utenti
    • Snapchat: 3,05 milioni di utenti

    Ecco queste alcune delle nostre considerazioni riferite solo al capitolo sui Social Media del nuovo Report Digital 2020 che resta comunque un documento importante per comprendere l’evoluzione delle piattaforme e di come gli utenti vi approcciano.

    E voi che ne pensate?

    social media italia 2020 franzrusso.it

  • WhatsApp adesso ha 2 miliardi di utenti a livello globale

    WhatsApp adesso ha 2 miliardi di utenti a livello globale

    WhatsApp raggiunge il traguardo dei 2 miliardi di utenti a livello globale. Erano 1,5 miliardi due anni fa e 1 miliardo nel 2017. Un’occasione per ribadire che sulla crittografia dei messaggi la società di Facebook non è disponibile a scendere a compromessi.

    Nuovo traguardo importante per WhatsApp che ha annunciato, in un post sul blog ufficiale, di aver raggiunto i 2 miliardi di utenti a livello globale. Un traguardo importante per l’app del gruppo Facebook che porta così a 2,89 miliardi gli utenti mensili che usano le app della famiglia d Menlo Park, in crescita del 9% rispetto allo scorso anno. Gli utenti WhatsApp erano 1,5 miliardi nel 2018 e 1 miliardo nel 2017. Qualche settimana fa Facebook aveva fatto sapere che sono 2,26 miliardi gli utenti, sempre a livello globale, che usano ogni giorno Facebook, Messenger, Instagram o WhatsApp. E resta ancora da conoscere l numero complessivo di utenti, aggiornato che usa Instagram, sicuramente sono di più di 1 miliardo.

    whatsapp 2 miliardi franzrusso.it 2020

    Ma WhatsApp ha voluto cogliere questa occasione per ribadire, ancora una volta, che sulla crittografia dei messaggi non è disposta a scendere a compromessi. Come sapete, tutte le conversazioni che avvengono sull’app sono private, nel senso che non è possibile cifrarle, nel senso che nessuno può accedervi. Un elemento, questo, che ha spesso spinto diversi paesi a fare pressione su Facebook al fine di rendere le conversazioni accessibili in casi molto particolari. E’ captato di sovente che l’app s sia trovata al centro di indagini per terrorismo, traffici di droga in quanto utilizzata da criminali per comunicare tra loro.

    Intervenendo sul Wall Street Journal, Will Cathcart, CEO di WhatsApp, ha tenuto a precisare e a ribadire l’importanza della crittografia delle conversazioni: “Per tutta la storia dell’umanità, le persone sono state in grado di comunicare in privato tra loro, e non pensiamo che questo debba scomparire in una società moderna“. E Cathcart ha anche confermato che si sta lavorando per rendere più interoperabili tra loro tutte le app della galassia Facebook.

    I 2 miliardi di utenti su WhatsApp sono l’evidenza d quanto ormai l’app sia popolare e, in alcuni casi, indispensabile per comunicare. Basti pensare a quanto sia popolare in India, dove l’app conta 400 milioni di utenti, un quinto sul totale globale, o anche in Australia. Ed è poi lo stesso governo indiano quello che ha fatto molte più pressioni su Facebook per aver accesso alle conversazioni private. “La crittografia forte è una necessità nella vita moderna”, si legge sul blog.

    WhatsApp è ormai l’app di messaggistica istantanea che ha fatto dimenticare, quasi, (in alcuni paesi è proprio così), l’uso degli SMS, una cosa impensabile solo fino a qualche anno fa. Negli ultimi anni la società ha subito una forte mutazione propro sul tema della privacy. Lo scontro tra i due co-fondatori e la società di Mark Zuckerberg è stato tale che oggi Jan Koum e Brian Acton non fanno più parte della società. L’app in sè ancora non partecipa direttamente ai profitti della famiglia, anche se l’obiettivo di Zuckerberg è proprio quello di fare n modo che anche WhatsApp diventi profittevole. Un obiettivo però che si scontra con quanto lo stesso fondatore di Facebook ha dichiarato lo scorso anno, a proposito del fatto che le conversazioni in futuro saranno sempre più private.

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