Uber ha subito nell’ottobre del 2016 un pesante furto di dati, si parla di informazioni relative a 57 milioni di persone: 50 milioni di clienti e 7 milioni di autisti. L’azienda, allora guidata da Travis Kalanick, preferì tacere e pagare un riscatto di 100 mila dollari per ottenere la cancellazione dei dati rubati. Sull’accaduto il procuratore generale di New York ha aperto un’inchiesta.
Non è un bel periodo per Uber, l’azienda da poco guidata da Dara Khosrowshahi, nuovo CEO dopo le dimissioni di Travis Kalanick, adesso è alle prese con un gravissimo episodio che apre nuovi scenari sulle difficoltà dell’azienda in questi ultimi 12 mesi e anche sull’addio del suo co-fondatore Kalanick. L’azienda ha rivelato ieri, dopo un’indagine interna, di aver subito un pesante attacco hacker nell’ottobre del 2016 che ha comportato il furto di dati relativi a 57 milioni di persone. Buona parte di questi sono dati di clienti, 50 milioni, la restante parte, 7 milioni di dati, appartengono agli autisti di Uber.
La vicenda ha del clamoroso non solo per la grossa mole di dati rubata, ma anche, e soprattutto, perchè l’azienda invece di avvertire le autorità, come prevede la legge, ha preferito pagare il riscatto di 100 mila dollari, con la promessa da parte degli hackers che avessero cancellato i dati, e di aver taciuto il tutto per più di un anno. Un fatto gravissimo su cui il procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, ha annunciato di aprire un’inchiesta. L’ex CEO Travis Kalanick venne tenuto all’oscuro della vicenda e informato solo un mese dopo. A gestire l’incidente era il responsabile della sicurezza, CSO, Joe Sullivan insieme al suo team, ora tutti licenziati da Uber.
Dopo che la notizia si è diffusa, a rivelarla per prima è stata l’agenzia Bloomberg, Dara Khosrowshahi ha diffuso un comunicato in cui ha spiegato come è andata la vicenda. “Nulla di tutto questo sarebbe dovuto accadere e non lo giustifico. Stiamo cambiando il nostro modo di fare business“. Scrive così Khosrowshahi che ora si trova a fronteggiare un grave incidente che coinvolge l’azienda che sta tentando di rilanciare, un duro colpo proprio nell’ottica della riuscita del suo operato.
I dati trafugati erano nomi, indirizzi e-mail e numeri di telefono di 50 milioni di persone a cui vanno sommati i numeri delle licenze di 7 milioni di autisti Uber. L’azienda ha escluso che tra i dati ci fossero i numeri delle carte di credito dei clienti, della cronologia delle corse, del codice fiscale o della data di nacita. E non ha rivelato l’identità dei hackers che hanno operato il furto.
Secondo una prima ricostruzione, pare che Sullivan avesse agito in questo modo per paura di attrarre l’attenzione della Federal Trade Commission che in quel periodo stava discutendo con l’azienda a proposito di violazioni della privacy e della cattiva gestione dei dati.
Gli hackers sono riusciti a “bucare” il code repository GitHub pubblico utilizzato dagli ingegneri di Uber e quindi sono stati in grado di rubare le credenziali degli utenti i cui dati giacevano su un cloud di Amazon.
Questo di Uber non è che un episodio che riguarda ormai anche le grandi aziende che devono attrezzarsi meglio perchè furti come questo avvengano. Basti citare il caso Equifax oppure l’ancora eclatante caso Yahoo! e la lista sarebbe ancora lunga. Sicuramente dopo l’indagine si saprà di più su come sono andate le cose ma resta il fatto che l’azienda ha ignorato la legge, negli Usa esiste già l’equivalente del GDPR che sarà in vigore nell’UE nei prossimi mesi, omettendo l’obbligo di segnalare l’incidente. Un fatto gravissimo che renderà più complicato il lavoro di Khosrowshahi nel costruire una nuova azienda.
Il prossimo 3 dicembre l’SMS compie 25 anni e per ricordare questa data storica Facebook ha presentato una ricerca su Messenger che spiega come è cambiato il modo di usare la messaggistica e quale ruolo gioca oggi. Se l’SMS era soltanto testuale, oggi app come Messenger hanno introdotto la comunicazione visiva. Dalla ricerca emerge anche che lo scambio di messaggi via app agevoli la conversazione di persona del 52%.
L’SMS sta per compiere 25 anni, un quarto di secolo. Era il 3 dicembre del 1992 quando Neil Papworth, programmatore di Reading (Regno Unito) inviò un messaggio, dal suo pc al telefono di un suo amico (su rete Vodafone), nel quale vi era scritto “Merry Christmas“. Per la cronaca, il primo SMS da telefono a telefono venne inviato l’anno successivo, nel 1993, da uno stagista della Nokia. Ma quella data di 25 anni fa ha cambiato radicalmente il modo di conversare tra le persone. Da quel messaggio che veniva inviato sul cellulare (di dimensioni notevoli allora) su uno schermo freddo ad oggi il modo di conversare è totalmente cambiato al punto che oggi, a distanza di 25 anni, lo stesso SMS non è più usato come agli inizi degli anni 2000. Pensate che 17 anni fa si inviavano già 17 miliardi di messaggi e nel 2004, con una crescita vertiginosa, i messaggi scambiati erano 500 miliardi.
Col passare degli anni il ruolo dell’SMS si è via via ridimensionato. Sono nate le prime app di messaggistica e dal quel momento sono calati gli “short message system” scambiati: nel 2015 gli SMS inviati ogni giorno erano “solo” 20 miliardi, mentre i messaggi scambiati via WhatsApp erano già 30 miliardi. Le nuove app come WhatsApp e come Messenger hanno reso la messaggistica più immediata arricchendola di nuove forme di contenuto che rendono l’invio di un messaggio ancora più rapido. L’SMS oggi è sempre meno usato, anche se resiste, ma è certamente cambiato il suo ruolo nel corso di questi 25 anni, non è più il solo modo per inviare un messaggio dal proprio telefono, oggi smartphone. Nel frattempo le app hanno rimpiazzato l’invio del messaggio testuale, addirittura Messenger ha inglobato l’invio dell’SMS al’interno dell’app.
E proprio di Messenger parliamo oggi, perchè Facebook ha recentemente pubblicato una ricerca, Messages That Matter, condotta da Greenberg, su un campione di 9.264 utenti così suddivisi: 2.255 in Usa, 1.001 in Uk, 1.002 in Canada, 1.004 in Australia, 1.001 in Germania, 1.000 in Brasile, 1.001 in Francia e 1.000 in Corea del Sud. Dalla ricerca emergono fatti rilevanti che evidenziano il cambiamento, e l’innovazione, che è stata messa in atto proprio grazie a quel primo SMS inviato 25 anni fa.
Più dispositivi portano ad una maggiore Comunicazione
Ad oggi la messaggistica ricopre un ruolo fondamentale tanto per i giovani quanto per i meno giovani. Dalla ricerca si rileva che lo è per il 91% dei giovani di età compresa tra i 13-18 anni e lo per l’80% dei 19-64 anni. Dalla ricerca emergono delle tendenze che di fatto disegnano il ruolo della messaggistica oggi. Per prima cosa, “più dispositivi portano ad una maggiore comunicazione”. Vero, ci sono più dispositivi in circolazione e si comunica di più, si conversa molto. E questo comporta che tra gli strumenti più usati per conversare per il 67% ci sia proprio la messaggistica, per il 48% ci siano i social media, per il 47% le email, per il 47% le video chat, e per il 38% la comunicazione “vis a vis”. Inoltre, questa moltitudine di strumenti per comunicare comporta anche una maggiore soddisfazione sociale, le persone intervistate affermano infatti che le conversazioni sono anche più autentiche.
Le conversazioni laterali rafforzano le Relazioni
Altra tendenza che emerge dalla ricerca è che “le conversazioni laterali rafforzano le relazioni”. Per conversazioni laterali si intende tutte quelle conversazioni che teniamo quando siamo in riunione, a cena, o quando guardiamo la tv, tutte quelle conversazioni segrete che teniamo dal nostro smartphone. Il 71% delle persone intervistate dichiara di avere conversazioni laterali e il 62% di questi dichiara anche di sentirsi più legato agli amici più stretti (contro il 36% di coloro che dichiarano di non avere conversazioni laterali). Il 79% dei teenagers dichiara di avere conversazioni laterali, anche l’81% dei millennials.
La messaggistica ha introdotto un nuovo linguaggio
Altra tendenza che emerge dalla ricerca è che la messaggistica ha introdotto una “nuova forma di linguaggio”. Capita molto spesso che si risponda ad un messaggio con un emoji, un’icona che è sufficiente ad esprimere una sensazione a tal punto da valere come risposta. I dati della ricerca evidenziano che il 57% delle persone invia, come risposta ad un messaggio, una GIF, mentre il 56% usa, appunto le emoji. Altro dato interessante è che il 77% degli over 55 utilizza proprio gli emoji.
Dalla messaggistica alla conversazione vis a vis
Mai come oggi restare in contatto con una persona è così facile. La messaggistica ha rivoluzionato il modo di conversare facendo in modo che la conversazione vis a vis, quindi quella fatta di persona, addirittura aumentasse. Di solito si è portati a pensare che i nuovi strumenti di comunicazione digitale stiano sostituendo il modo di comunicare tra le persone facendo via via perdere il contatto umano tra le persone. In realtà avviene il contrario e questa ricerca lo mette in evidenza. E’ vero che il 67% delle persone intervistate afferma di inviare messaggi più di quanto facesse solo due anni prima, ma è anche vero che le persone che conversano via messaggistica hanno il 52% di possibilità in più di conversare di persona rispetto a quelle che non usano la messaggistica. In Brasile questa percentuale è al 33%, Francia 22%, Germania 21% e Usa 20%.
Con la messaggistica la conversazione è più autentica
Esiste poi un elemento non secondario che viene ben evidenziato dalla ricerca, come nuova tendenza. E cioè che le persone che conversano via messaggistica sostengono di avere conversazioni (66%), e quindi relazioni (61%), più autentiche. Sempre dalla ricerca emerge, ad esempio, che chi utilizza app di incontri inevitabilmente finisce per usare la messaggistica per continuare la relazione (34%).
Insomma, dal primo SMS di 25 anni fa alla messaggistica di oggi emerge il fatto che dalle conversazioni nascono le relazioni. Ed è questo il vero obiettivo. L’innovazione e la tecnologia in relazione alla messaggistica di questi anni è evoluta a tal punto che non ha, di fatto, messo in discussione la relazione, il contatto umano, ma lo ha agevolato.
E voi che ne pensate? Siete dello stesso parere? E quando avete mandato il vostro primo SMS?
Tutte le città italiane oggi sono alle prese con lo sciopero nazionale dei tassisti, che durerà fino alle 22. Al centro della questione c’è il fatto che anche i servizi NCC (Noleggio con conducente) stanno innovandosi e ammodernandosi, Uber è un esempio su tutti. Ma mettendo insieme le tre parti, cioè tassisti, mytaxi (in questo caso) e governo, si comprende che le posizioni sono molto distanti tra loro. Pur rispettando tutti, l’innovazione invece avanza.
A proposito dello sciopero nazionale dei tassisti, che andrà avanti oggi, 21 novembre 2017, fino alle ore 22, riceviamo e pubblichiamo il comunicato di mytaxi, l’app attraverso la quale è possibile prenotare un taxi direttamente dal proprio smartphone, che sottolinea come le polemiche, che l’hanno coinvolta negli ultimi mesi, siano “ingiustificate”. La posizione di mytaxi, così come quella delle altre parti della questione, ci è utile a comprendere cosa c’è in gioco in questo momento.
mytaxi comprende le legittime preoccupazioni dei tassisti che si vedono invasi quotidianamente dall’esercizio di attività abusive. Per questo, l’azienda è da sempre favorevole ad una regolamentazione del settore e delle app, tramite l’istituzione di un Registro dedicato. È condivisibile, infatti, che tutti lavorino nel rispetto delle regole, come da sempre fa mytaxi in 11 paesi europei dove si rivolge esclusivamente a chi è titolato a svolgere il servizio taxi, ovvero oltre 120.000 tassisti con licenza. Nell’ultimo periodo, sono tante le polemiche che ruotano attorno alla app mytaxi. Polemiche ingiustificate, dal momento che da sempre la società lavora nel rispetto delle regole del mercato. mytaxi Italia è, infatti, una srl che paga le tasse e ha creato nuovi posti di lavoro regolari nel nostro paese. Inoltre, mytaxi ha riportato tanti clienti a utilizzare nuovamente il servizio taxi, grazie alla qualità del servizio offerto, alla trasparenza e alla semplicità di utilizzo. Risultano, quindi, incomprensibili i motivi che spingono alcuni sindacalisti ad osteggiare lo sviluppo nel mercato delle app, chiedendone addirittura la chiusura, salvaguardando evidentemente interessi di parte e non la qualità e il futuro del lavoro dei tassisti italiani.
La posizione dei sindacati dei tassisti è quella di ritenere che “le misure del governo hanno deregolamentato il servizio pubblico dei taxi aprendo il mercato alle multinazionali e favorendo concorrenti come Uber e che sono irricevibili le proposte avanzate in particolare per quanto riguarda la territorialità e il rientro in rimessa per gli ncc (ANSA).
Il governo invece, secondo quanto affermato (sempre all’ANSA) dal vice ministro dei Trasporti, Riccardo Nencini, “intende raggiungere e regolare il mercato perché i servizi resi ai cittadini siano più efficienti e più adeguati alla domanda. E’ nostra intenzione perseguire questo obiettivo, superando le varie forme di abusivismo, regolamentando le piattaforme tecnologiche, promuovendo su base regionale i servizi Ncc“.
Insomma, come vedete le posizioni sono molto lontane ed è difficile che si arrivi, in breve tempo, ad una posizione condivisa. Pur rispettando le posizioni di tutti, doveroso, il fatto è che se tutti siamo consapevoli di un cambiamento nella vita di tutti i giorni, un cambiamento radicale che sta investendo diversi ambiti, le aziende, l’istruzione, la società, è ora che tutti si accorgano che questo cambiamento o lo si afferra come opportunità oppure finirà per travolgerci tutti, e non è detto che quest’ultima ipotesi sia un bene.
Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia è ormai parte della nostra vita, automatismi compresi. Ma nell’era dei Big Data, dell’analisi dei dati c’è sempre più il bisogno di dare un tocco umano. Ma in questa intervista Furio Camillo, dell’Università di Bologna, esprime un parere critico invitando ad un nuovo Umanesimo 2.0, parlando anche di “CRM delle Emozioni”.
Nell’era dei Big Data, dell’analisi dei dati c’è sempre più il bisogno di dare un tocco umano. Il tema è stato affrontato anche al recente Analytics Experience di Amsterdam, ma ne avevamo parlato anche un po’ di tempo prima con Furio Camillo, professore associato di Statistica Economica presso l’Università di Bologna, durante un incontro nato in occasione del SAS Forum Milan 2017. Quello che, già qualche mese fa, sosteneva Camillo è un po’ quello che sta prendendo piede in questi ultimi tempi, e cioè aggiungere Emozioni ai dati e dare vita ad una sorta di Umanesimo 2.0. Nella nostra conversazione ha parlato proprio di “CRM delle Emozioni”. Vanno bene le nuove tecnologie, l’innovazione, l’automazione, ma alla fine i dati devono essere comunque “modellati” e devono rispondere a dei “perchè”.
E’ questo il senso della bella intervista con Furio Camillo che ci ha offerto uno “spaccato umano” in mezzo ad una tecnologia che è ormai troppo sbilanciata verso gli automatismi che non riescono a fornire tutte le risposte. Il suo è un richiamo critico assolutamente da non sottovalutare.
Ma che significa davvero CRM delle Emozioni?
Sai ho la sensazione che, dopo 30 anni di cui me ne occupo, è che ci sia una deriva non positiva, soprattutto in relazione a tutto questo positivismo che ci circonda. La deriva è che il dato viene visto come qualcosa di incapsulato nella tecnologia, manovrata da ingegneri e computer scientist, che di fatto non sono interessati per la loro cultura, al dato in sè. Il dato oggi lo troviamo nei database, sempre più immateriale, sempre più difficile anche da navigare, come il Cloud, con cui avviene una delocalizzazione fisica del dato. Pensa che spesso siamo portati a pensare al data-driven che fa tutto da solo, per citare un esempio in questo senso. La mia sensazione è che questa interpretazione è errata, non ci può essere una modellazione del dato, soprattutto se questo lo si applica alle aziende sociali, quindi economia, business, marketing dove c’è l’essere umano che è generatore del dato. Anche l’IoT alla fine è un continuo generare dei dati perchè siamo noi stessi che connettiamo i dispositivi da cui poi generiamo tutta una serie di dati. E’ l’uomo che connette i device e che trasmette informazioni, attraverso questi strumenti, su quello che è il comportamento dell’uomo. La deriva, tornando al pensiero iniziale, è che si stanno collezionando milioni e milioni di informazioni, e i numeri sono davvero esponenziali, ma alla fine una delle domande che ci si pone spesso è che poi quella campagna la si deve fare semanticamente.
Ma tornando al tema delle Emozioni, oggi non si riesce a comunicare se davvero non si riesce a trasmettere delle Emozioni. Tu come la vedi dal tuo punto di vista?
E’ vero, e dirò di più, nel senso che stiamo vivendo l’inizio di un’era dell’Umanesimo nei Big Data. Si generano informazioni legate al comportamento umano. Banalmente, per fare un esempio, uno va ad accompagnare il figlio a scuola con lo smartphone in tasca. Bene, quel telefono è trackato (rintracciabile, n.d.r.), tieni presente che in Italia ci sono ben 11 milioni di telefonini trackati di cui conosciamo la posizione, in media. Dobbiamo quindi, osservando i vari spostamenti che le persone compiono, chiederci perchè generano questi spostamenti. D’accordo avere l’informazione, ma sarebbe utile anche il chiedersi il perchè. Dovremmo forse recuperare la vecchia logica delle ricerche di mercato e lo dico da statistico. Alle aziende oggi non serve sapere che tu vai da un punto ad un altro della città ascoltando musica, alle aziende serve sapere perchè ti muovi in quella direzione per poter costruire tutto un percorso ed individuare punti di interesse. I devices permettono di visualizzare le cause ma non gli effetti.
E l’unico modo per scoprire le cause resta la survey?
Secondo me sì.
E per il fatto che siamo tutti interconnessi oggi la survey può vivere in altre forme?
Certo, io stesso ho elaborato una survey ad un campione di 4.500 italiani associato ad un’app sul proprio smartphone, ai quali abbiamo associato un valore, e ne stiamo studiano i comportamenti. L’idea è al momento allo sviluppo con un’azienda, ma questo modello lo si può replicare anche per altre aziende. Parlavamo prima di Emozioni, ma si potrebbe dire delle Ragioni dei comportamenti che passano attraverso la profilazione dei valori delle persone al comportamento che si può osservare quando un soggetto genera uno stimolo che va sul device.
E in tutto questo, secondo te, SAS che ruolo gioca?
Vedi, il ruolo di SAS in questo contesto è fondamentale, nel senso che svolge un ruolo nella parte analitica, che è quello che ci interessa di più, in maniera basilare oserei dire. SAS ci offre una capacità di modellazione statistica del dato che è quello che interessa oggi a noi, perchè lega la capacità tecnologica alla capacità analitica, sempre aggiornato, documentato. Se vuoi fare modellazione statistica oggi il miglior modo per farlo è solo SAS, senza dubbio.
Ti dirò, vedo anche una deriva nella scelta della tecnologia nelle aziende, derivata dal fatto che si bada a spendere sempre meno, anche se non è poi questo il vero problema. Esiste un’idea diversa, legata al fatto che il dato è prima all’interno di una scatola tecnologica e non dentro una scatola analitica.
Il problema che abbiamo ancora in Italia è che il dato viene visto solo come parte della tecnologia e non come una ricchezza della parte operativa. Pensiamo ai grande settori della nostra economia come fashion, automotive, questi sono settori in cui c’è un gran bisogno di ritorno al’Umanesimo. I dati sono un patrimonio conoscitivo che dobbiamo imparare a trattare.
Dobbiamo perdere l’approccio automatizzato, intendiamoci, l’Intelligenza Artificiale serve per altri scopi.
Nell’era social media e in piena trasformazione digitale una campagna gestita attraverso le email risulta ancora un’attività efficace. L’email marketing è una delle attività più usate dai marketer e risulta molto efficace anche per il B2B. Per gestirla al meglio, l’invito è quello di seguire il webinar gratuito “eMail Plus / Campaign Orchestration” del prossimo 22 novembre, l’ultimo appuntamento del ciclo “Connected Experience” organizzato da Adobe.
L’email marketing è ancora un’attività molto efficace, sebbene spesso la si ritenga superata. In realtà, nonostante l’era dei Social Media e in piena trasformazione digitale, l’email continua a registrare un forte livello di coinvolgimento. Tanto per dare qualche dato, il 59% dei marketers ritiene che sia un valido strumento per generare revenues, quasi un terzo delle PMI lo usa per campagne vendite. Inoltre, risulta più efficace per il B2B che per il B2C. Alcuni dati recenti sull’email marketing hanno evidenziato che le CTRs relative al B2B sono superiori del 47% rispetto a quelle relative al B2C.
Dati quindi che evidenziano quanto sia ancora importante l’email marketing. Sappiamo bene che una campagna di comunicazione e di marketing risulta efficace oggi se basta su più strumenti (certo, molto dipende anche dall’obbiettivo che ci si pone) e di come sia difficile gestire i vari strumenti che si vanno ad implementare, incluso l’email marketing. E’ quindi evidente che è necessario sapere usare e gestire bene tutti gli strumenti.
Per questo il suggerimento che vogliamo darvi è quello di seguire il prossimo webinar gratuito “eMail Plus / Campaign Orchestration” di Adobe, ultimo appuntamento del ciclo di incontri “Connected Experience” che si terrà il prossimo 22 novembre 2017. Il webinar, della durata di 45 minuti (dalle ore 12) tenuto da Francesco Di Egidio, Senior Solutions Consultant Digital Marketing di Adobe, e da Raffaele De Matteis, Enterprise Solution Consultant Adobe, sarà l’occasione per scoprire come creare e lanciare campagne email coerenti, contestualizzate e misurabili, che faranno la differenza rispetto ai concorrenti, e come orchestrare le campagne su tutti i canali, i punti di contatto e i dispositivi oggi usati dagli utenti.
Il Black Friday è alle porte e cresce l’interesse verso questo fenomeno americano anche nel nostro paese. Lo stesso vale anche per il Cyber Monday. idealo ha realizzato una ricerca dove si rileva che nel 2016 l’interesse per il Black Friday è cresciuto del 99,7% mentre per il Cyber Monday è cresciuto del 63,1%.
E’ tempo di Black Friday, il fenomeno tutto americano legato allo shopping che ormai si sta diffondendo, insieme all’altro fenomeno del Cyber Monday, un po’ in tutta Europa e anche nel nostro paese. Detto così in effetti sembra un dato abbastanza scontato, è sufficiente navigare sul web e sui social media per rendersi conto di quanto interesse ci sia intorno a questo fenomeno di acquisti online anche a distanza di giorni, soprattutto dai grandi colossi dello shopping online. Quello che cercheremo di fare oggi è capire davvero quanto sia cresciuto l’interesse per il Black Friday e il Cyber Monday che quest’anno cadranno il prossimo venerdì 24 novembre e lunedì 27 novembre e quali sono i prodotti di interesse che gli italiani acquisteranno di più online. E per fare questo ci avvaliamo dell’indagine condotta da idealo sulla portata del fenomeno in Italia, sulle categorie di prodotto più interessanti per gli e-consumer e sull’entità delle possibilità di risparmio, fornendo anche consigli a chi desidera approfittare delle offerte e curiosità su un fenomeno diventato globale.
Chi e da dove compra durante il Black Friday e Cyber Monday
Il dato che interesserà tutti è che nel 2016 si è registrato un interesse molto alto rispetto all’anno precedente. Quasi del 100% verso il Black Friday (99,7%) e del 63,1% per il Cyber Monday. Coloro che mostrano più interesse sono per il 65,5% uomini, dai 18 ai 44 anni, che hanno una predilezione per l’uso degli smartphone (+6% rispetto alle giornate precedenti) e un picco d’attenzione concentrato per il nostro paese nella fascia serale, intorno alle 21.00.
[box type=”info” align=”” class=”” width=””]Il nome Black Friday negli Usa veniva associato alla crisi economica del 1869. Ricompare poi nel 1961 a Philadelphia e stava ad indicare il pesante traffico di auto e pedonale che caratterizzava il giorno dopo la festa del Giorno del Ringraziamento. Dal 1975 in poi questa definizione comincia ad essere usata al di fuori di Philadelphia. Un’altra versione dell’origine di questa definizione si riferiva al ricavato dei commercianti che da gennaio a novembre era “rosso”, nel senso che si guadagnava poco, e in quel venerdì dell’anno invece cominciavano a guadagnare, in “nero”. Molti negozi agli inzi aprivano alle sei di mattina, poi qualcuno cominciò ad aprirli anche alle 5. Fino a quando nel 2011 si arrivò ad aprirli a mezzanotte.[/box]
Tutte le regioni mostrano un interesse in crescita nelle due giornate di sconti: si va dalla Lombardia (con il 36,3% del traffico in più rispetto al normale utilizzo del comparatore prezzi) al Friuli-Venezia Giulia (con il +34,3%), dal Lazio (con il +33,8%) alle Marche (con il +30,4%), fino ad arrivare alla Calabria (con il +10,6%). Sul versante degli shop coinvolti, i principali negozi online hanno registrato un aumento diretto delle intenzioni d’acquisto: +105,1% per il Black Friday e +28,3% per il Cyber Monday. Tra i due appuntamenti, il “venerdì nero” dello shopping online risulta essere sempre il preferito dai consumatori digitali italiani, anche se l’attenzione per il “lunedì cibernetico” è in crescita rispetto agli anni precedenti.
Cosa hanno comprato gli italiani nel 2016 durante il Black Friday e Cyber Monday?
Lo scorso anno l’attenzione degli italiani era rivolta alla ricerca delle offerte più vantaggiose concentrandosi su un insieme ben preciso di categorie di prodotto che comprende, in ordine: gli immancabili smartphone, i televisori, le asciugatrici, i tablet, i frigoriferi, i notebook, le lavatrici, gli orologi sportivi, gli aspirapolvere, le console di gioco e giochi, le lavastoviglie, le fotocamere – reflex o compatte -, i robot da cucina, i monitor, i forni, le stampanti multifunzione, gli obiettivi, i piani cottura, le cuffie e infine le telecamere. Rispetto all’anno precedente, la presenza sempre più significativa di grandi elettrodomestici per la casa denota una fiducia crescente verso la pratica dell’acquisto online anche quando si tratta di prodotti durevoli e un’attenzione particolare verso quei beni che richiederebbero una spesa significativa, per i quali, quindi, sono necessarie maggiori accortezze in termini di risparmio.
Dal punto di vista dei prezzi, idealo ha calcolato che in queste giornate è possibile ottenere un ribasso massimo intorno all’8% in media. Se si considerano alcune delle categorie più gettonate del Black Friday dello scorso anno, infatti, vediamo che per gli smartphone c’è stata una possibilità di risparmio fino al 3,4%, per i TV fino all’8,3%, per le asciugatrici fino al 7,3%, per i frigoriferi fino al 6,1% e per i notebook fino al 17,1%, ma è sempre necessario prestare attenzione all’andamento dei prezzi nel corso delle giornate di offerte.
Tra gli articoli più gettonati in queste giornate, spicca un’attenzione massiccia per i prodotti del terzo colosso del settore smartphone: i dispositivi mobile di Huawei, quest’anno in piena ascesa, la fanno da padrone anche nelle classifiche di idealo, rispetto a quelli made by Apple o Samsung. Interesse anche per soluzioni da LG e Honor. È significativa anche la presenza, nelle prime posizioni, di altri tipi di prodotto, che denotano meno attenzione all’aspetto ludico e una maggior ricerca della praticità nella vita di tutti i giorni e del benessere, anche in vista dell’appuntamento natalizio: tra i nuovi arrivati in classifica, le lavatrici di Smeg, gli smartwatch sportivi di Garmin e gli elettrodomestici per la casa di Ariete.
Twitter c’ha preso gusto, è il caso di dire. Dopo aver portato il numero dei caratteri da 140 a 280, l’azienda guidata da Jack Dorsey rompe un altro limite. Si tratta di quello per il nome solitamente contenuto all’interno dei 20 caratteri. Ebbene, da oggi lo spazio a disposizione si allunga fino a 50 caratteri.
Può sembrare una battuta, ma Twitter con la storia dell’estensione dei caratteri sembra averci preso proprio gusto. Dopo aver esteso lo spazio a disposizione per scrivere un tweet, portandolo a 280 caratteri dai classici 140 caratteri, che erano stati l’elemento caratterizzante della piattaforma sin dalla sua creazione nel 2006, adesso da San Francisco decidono di far cadere un nuovo limite. Meno eclatante, certo, ma è pur sempre un nuovo limite che cade.
Si tratta del limite dei caratteri che servivano per scegliere il proprio nome (e non il nome utente). Come forse molti di voi giù sanno, quel limite era solitamente di 20 caratteri, potete immaginare cosa hanno passato in questi anni chi aveva un nome e cognome che superava i 20 caratteri.
Starting today, your Twitter display name can be up to 50 characters in length! Go ahead, add that middle name or even a few more emojis. https://t.co/QBxx9Hnn1j
Ma da oggi questo problema non esiste più. Il limite adesso viene spostato più avanti, viene più che raddoppiato, passando dai ai 50 caratteri. Quindi se avete due nomi, o un nome molto lungo, e da sempre, su Twitter, avete avuto difficoltà nello scrivere il vostro nome utente, ecco da oggi non ci sarà più nessun problema. E potete anche arricchirlo con una bella emoji.
Per evitare confusione, stiamo parlando del nome utente, ossia di quello che apparirà sulla vostra pagina, non il vostro @handle, quello potete sempre modificarlo, da “Modifica profilo”, e resta limitato entro i 15 caratteri. Qui trovate le informazioni specifiche che Twitter ha appena aggiornato.
Eppure, per quanto questo possa essere importante, no siamo ancora nell’ordine di fare innovazione di prodotto. Siamo, però, molto fiduciosi che presto la vera innovazione su Twitter arriverà e si chiamerà, prima di tutto, #modificatweet. E allora si che si comincerà a parlare di rilancio della piattaforma.
I dati oggi hanno acquisito un ruolo sempre più importante in qualsiasi settore. Federico Alberto Pozzi di SAS ci parla del crescente ruolo degli analytics per contrastare il fenomeno delle fake news e per migliorare la sentiment analysis.
I dati oggi hanno acquisito un ruolo sempre più importante in qualsiasi settore. L’evento SAS, Analytics Experience 2017 ad Amsterdam, ne ha dato un’ampia dimostrazione, mettendo in evidenza come l’analisi dei dati non abbia più confini e che anche le associazioni benefiche ed umanitarie possono utilizzarla per conoscere fino in fondo i settori che fanno parte del loro raggio di azione o per sperimentare una modalità di raccolta dei dati più dinamica e mobile. In questo contesto, anche di fronte all’emergere di Intelligenza Artificiale e Machine Learning, il tocco umano, o meglio “il giudizio umano” come lo ha definito Ajay Agrawal dell’Università di Toronto, avrà ancora il suo ruolo fondamentale.
E, a proposito di Intelligenza Artificiale e di Machine Learning, si parla sempre più spesso di sentiment analysis, quasi a voler rendere più automatizzata l’analisi dei testi che è diventata sempre più importante proprio nell’era dei Social Media. Per certi versi, la sentiment analysis si lega anche ad un altro grande tema delle fake news, delle “bufale” che tanto hanno caratterizzato questo ultimo anno. Il proliferare di contenuti sul web e sui social media impone oggi un nuovo modo di analizzare i dati per offrire quell’accuratezza che oggi è necessaria per dare una migliore comprensione dei testi. Comprensione che, anche in un contesto di business, diventa fondamentale per prevedere fenomeni che possono coinvolgere la propria azienda.
In occasione di Analytics Experience 2017 ad Amsterdam abbiamo avuto il piacere di incontrare Federico Alberto Pozzi di SAS che su sentiment analysis, analytics e social network ha scritto anche un libro “Sentiment Analysis in Social Networks” e ci aiuta a capirne di più in questa intervista.
Fake News e business. In che modo le aziende possono difendersi dalla Fake News?
Esiste una forte relazione tra Fake News e mondo del business. Un esempio può essere quello di British Petroleum ha disperso in mare milioni di litri di carburante, di conseguenza, di fronte ad una notizia come questa, chiunque, considerando modelli finanziari, si attenderebbe che i prezzi scendano. Se il modello finanziario riesce a prevedere ad esempio il prezzo delle azioni di domani anche in situazione di news negative si dovrebbe riuscire ad attutire eventuali conseguenze negative in poco tempo e fare una previsione di prezzo più corretta. La finanza ha ormai iniziato tenere in forte considerazione le news certificate, quelle diffuse da organi e agenzie di stampa riconosciute. Però hanno anche capito che se si fossero spostate sui social media, nel momento in cui si diffondevano notizie sulla propria azienda, avrebbero avuto accesso alle news ancora prima, solo che questo passaggio può creare effetti disastrosi. Per questo motivo bisogna combattere in tutti i modi il fenomeno delle fake news, in grado anche di mettere in difficoltà i modelli finanziari.
E in che modo SAS può essere utile alle aziende per difendersi da questo tipo di fenomeno?
Le fake news sono solitamente un testo e SAS ha tutta una serie di capabilities e di strumenti per gestire il testo, come la tesxt analytics. Attraverso questo modello, SAS è in grado di analizzare il testo con la sentiment analysis e quindi capire se il testo è positivo o negativo e di cosa si sta parlando. Il modello alla base è quindi sempre quello di text analytics con obiettivi differenti: riuscire a capire di cosa si sta parlando, se si tratta di un testo fake. Prova a pensare una sentiment analysis sul tema iPhone, si osserverebbe sempre un aspetto positivo sul dispositivo (è bello) e sempre un aspetto negativo (costa troppo).
Federico Alberto Pozzi, SAS Italy
Analytics Experience 2017, Amsterdam
E come lavora il sistema?
Il primo passaggio è quello di basarsi su regole semantiche, il secondo passaggio si basa invece sugli analytics e machine learning. Per comprendere meglio che cosa significa tutto questo faccio sempre l’esempio del bambino. Un bambino, infatti, non sa nulla del mondo, impara a conoscere il mondo osservandolo. Ma ipotizziamo un giorno che tu gli faccia vedere una penna, dicendogli “questa è una penna”, bene. Il giorno dopo gli fai vedere un’altra penna, dicendogli sempre “questa è una penna”; il giorno successivo gli fai vedere una stilografica e gli dici sempre “questa è una penna”. In questo modo non stai spiegando al bambino le differenze tra le diverse penne, ma lui stesso, osservandole, impara a coglierle. Nel momento in cui gli fai vedere una matita, e mai prima di quel momento ne ha vista una, lui molto probabilmente ti dirà che quella è una penna ma un po’ diversa dalle altre. E allora cominci a fargli vedere tutte le matite e lui inizia a comprendere la differenza tra le penne e le matite. Ma se lui non avesse mai visto prima una penna, non sarebbe in grado di capirne le differenze.
Questo esempio è utile per comprendere il machine learning. Quindi tu dai alla macchina (il bambino) una serie di osservazioni dicendogli che cosa sono, senza dirgli quali sono le differenze, la macchina impara a distinguerle. E quando poi tu in futuro gli mostrerai una penna, ma un po’ diversa da quelle che gli hai mostrato prima, lui non avrà difficoltà a dirti che quella è una penna. Lo comprende anche senza che tu gli dica che quella è una penna. Questo è il paradigma del machine learning analytics. Il paradigma invece delle regole semantiche prevede, restando sempre sull’esempio della penna che se tu dici alla macchina che quella a forma cilindrica, con un cappuccio e inchiostro nero è una penna, il sistema lo memorizza come penna; ma se tu gliela mostri poi, ad esempio, con inchiostro rosso, il sistema non capisce più che è una penna, perchè la regola diceva che per essere una penna deve essere nera. Questo è un esempio di regola molto restrittiva e costituisce uno svantaggio delle regole semantiche rispetto al machine learning, nel senso che, con regole molto precise, il rischio è che il sistema non riesca a riconoscere un oggetto nel suo insieme.
Il text analytics è la stessa cosa. Nel senso che tu puoi dare una serie di testi in pasto alla macchina (al bambino) e dargli tutte le indicazioni se “questo è positivo, negativo, neutrale” e così via. Il sistema analizzando le parole inizierà a comprendere, ad esempio, che le parolacce compaiono più spesso nei documenti negativi, è una cosa che lui impara osservando i testi. E quindi, rendendo tutto più semplice, quando si troverà di fronte ad un testo con tante parolacce, dirà che quello è un testo negativo. Dal punto di vista, invece, del paradigma delle regole il discorso cambia. Nel senso che al sistema darai tutta una serie di parole, specificando anche che se prima di quella parola vi è una negazione allora va considerato in un certo modo. Si tratta quindi di un sistema più articolato e difficile, perchè si deve costruire un motore per ogni idioma, che ha, a sua volta, un suo sistema di regole che non valgono per le altre.
Dal lato del machine learning, sempre con l’obiettivo di sapere se un testo è negativo, neutro o positivo parlando di politica o di sport, si dovrebbe dare in pasto alla macchina una grande mole di testi e nel momento in cui la macchina dovesse trovarsi di fronte ad un testo che non comprende gli argomenti che tu gli hai segnalato in precedenza, non saprà distinguerlo.
E i social media in tutto questo?
Sui social media sai bene che si parla di qualsiasi cosa. Prova ad immaginare un analista che deve scrivere delle regole semantiche per quei canali, praticamente non finirebbe mai, perchè ne esistono tante e cambiano anche di continuo. Sono sistemi complessi, dei sistemi aperti. E’ un continuo procedere con regole complesse e non finite che non rispondo ad un idioma preciso. Pensa, ad esempio, all’uso delle emoticon.
Immaginando un sistema di sentiment analysis sui social media, il cui obiettivo è quello di determinare se un testo è positivo, neutro o negativo, il lavoro da fare sarebbe complesso. E’ difficile stabilire se ci si trova di fronte ad un post o ad un tweet ironico o sarcastico, molto difficile. Come sai sui social media sono molto utilizzate le emoticon, anche in situazioni di sarcasmo, questi potrebbero rivelarsire di aiuto a comprendere un contenuto, mettendo insieme tutta una serie di elementi.
Dalla tua spiegazione ci si rende conto che effettivamente è molto difficile fare sentiment analysis sui social media, anche se sono sempre di più le aziende che adottano questi canali per comunicare in modo diretto con i propri clienti. In questo ultimo periodo ci sono modelli di sentiment analysis che utilizzano l’Intelligenza Artificiale, come vedi tu questo approccio?
E’ vero, siamo di fronte ad uno scenario in cui aumentano le conversazioni sui social media, di conseguenza aumenta il volume dei contenuti da analizzare. Al momento l’approccio di sentiment analysis attraverso l’Intelligenza Artificiale non è detto che sia il solo o il più affidabile. C’è da tener presente anche che tutte le analisi si basano sullo studio dei testi e sullo studio sui grafi, come quello di Facebook e di Twitter, per esempio. Su Facebook l’amicizia instaura un rapporto bi-direzionale, mentre su Twitter in genere ha un’unica direzione, nel senso che io posso seguire un utente ma questi non necessariamente deve seguirmi. Possiamo analizzare la qualità delle relazioni in base alle condivisioni che un utente fa dei contenuti di un altro. Immaginiamo che un utente condivida molti contenuti di un altro, questi automaticamente fa scattare una relazione di condivisione del contenuto stesso. Se si condividono tanti contenuti su un dato argomento, con un’opinione positiva, la stessa condivisione di quei contenuti significa anche che quell’utente la pensa allo stesso modo. Anche senza analizzare la relazione, è facile rilevare, proprio dal grafo, che quell’utente sta condividendo, quindi approvando, l’ opinione positiva su quel dato tema. Quello che voglio dire è che si sta cercando di arricchire lo studio del text analytics con lo studio della rete sociale, nel tentativo di aggiungere tanti elementi per ottimizzare il modello di text analytics.
Va detto che il modello più semplice di sentiment analysis è quello “dictionary based”, con il quale si fa un’analisi basata proprio sul dizionario, si va a verificare quindi il significato di ciascuna parola così come riportata all’interno del dizionario. Facciamo un esempio: se in una frase abbiamo tre parole da analizzare, una volta eliminate tutte quelle che non danno significato alla sentiment, come gli articoli, compariamo il loro significato: se due sono positive e una negativa, il valore sentiment sarà positivo; se una è positiva e due sono negative, allora sarà negativo. Anche se spesso vediamo che molte piattaformr individuano per buona parte contenuti neutrali, significa che l’analisi sentiment non è stata fatta fino in fondo.
SAS da questo punto di vista, grazie agli analytics, elabora un modello di sentiment analysis che garantisce una maggiore accuratezza. Come dicevamo prima, una delle maggiori difficoltà del machine learning è che devi scrivere regole per tutto, diventa quindi un lavoro enorme. Il modello elaborato da SAS invece è più avanzato ed è in grado i comprendere da solo anche situazioni particolari, gli analytics aiutano tantissimo.
L’intervista a Federico Alberto Pozzi, che ringraziamo ancora una volta per la sua disponibilità, ci mostra la complessità nel fare sentiment analysis, specie se questa viene messa in relazione ai social media. La sentiment analysis avrà sempre più un ruolo decisivo nella comprensione dei testi creati e condivisi sui social media, di certo, ed è quello che ci diceva Pozzi, serve un modello più articolato, fatto di tanti elementi. La stessa Intelligenza Artificiale non sarebbe esaustiva fino in fondo presa in assoluto. Ecco, questo è sicuramente un aspetto che fa un po’ di chiarezza, di cui avevamo in effetti bisogno.
L’e-learning si diffonde con sempre più rapidità e si adatta ai mutamenti di scenario imposti dalla trasformazione digitale. Unitamente agli articoli accademici che possono trovarsi su portali come Academia o Medium, i blog delle aziende di settore costituiscono una fonte di aggiornamento preziosa in un settore che, sempre di più, coniuga tecnologie informatiche ad alto livello di complessità con le esigenze della formazione d’impresa. In questo articolo proponiamo una selezione di blog italiani dedicati all’e-learning che si distinguono per la capacità di coinvolgere e comunicare.
“Aggiornamento” è la vera parola chiave del web dei nostri giorni e a una prima occhiata Docebo sembra obbedire a questo dogma nel suo blog, con articoli ad intervalli di 2-3 giorni. C’è il bouquet completo di caratteristiche di un blog: un tag cloud fa bella mostra di sé nella colonna di destra insieme alle Categorie degli articoli mentre sul lato sinistro di ogni post troviamo il contatore dei like e dei commenti; purtroppo questi ultimi sono tutti fermi a 0 e l’impressione iniziale non è delle più positive, ma occorre considerare che allo stato attuale i contenuti dei blog vengono dirottati sui social e che i lettori preferiscono riservare like e commenti a questi spazi, dimenticando o ignorando la possibilità di farlo anche direttamente al termine dell’articolo. Un’abitudine dell’utenza media del web che è oggi quasi impossibile ignorare.
Per quanto riguarda gli argomenti, il blog di Docebo è “sul pezzo” sfruttando gli argomenti più di tendenza del web come pretesto per parlare della piattaforma LMS da loro proposta. Interessante ed efficace il discorso di Docebo che, ad esempio, parla di greentech come nuovo settore di applicazione dell’e-learning, considera Netflix una nuova frontiera della fruizione di contenuti e si interroga sull’apporto dell’Intelligenza Artificiale alla formazione online.
Altri post riguardano consigli di vita aziendale tra budget e organizzazione delle sezioni formative online, in un’alternanza di destinatari tra B2C e B2B che caratterizza Docebo e le soluzioni da essa proposte.
A voler affrontare una velata critica in generale, credo peraltro voluta dall’azienda, il blog sembra ingessato, impolverato, tanto “business” e poco “social”, coerente con l’intenzione di promuovere il loro servizio cloud destinato più alle aziende che ai singoli operatori di e-learning, ma carente di quell’aspetto diretto e “dal basso” che è prerogativa dei blog.
“Il blog che parla di e-learning per chi lavora nell’e-learning” è la description di E-learning specialist dice tutto di sé e per descrivere il blog basterebbe, davvero, solo questa frase.
Ci si trova di fronte in questo caso a una vera e propria iniziativa editoriale sull’e-learning e non a un blog a supporto di un prodotto o di una piattaforma; uno spazio aperto a tutti i “professionisti dell’e-learning”, con tutte le sfumature che questa professione ricopre, e una intenzione originaria ben dichiarata: quella di essere un punto di incontro.
E-learning specialist vuole dare voce e raccogliere testimonianze, esperienze e consigli di chi si occupa, per lavoro, di e-learning. Un’arena aperta a cui chiunque può contribuire ma con delle limitazioni precise: spicca infatti una sezione “linea editoriale”, che spiega cosa è approvato e cosa no, cosa si può scrivere e cosa, invece, non è permesso. Tra ciò che è vietato vengono indicati con precisione i contenuti promozionali e pubblicitari.
Una colonna laterale raccoglie l’elenco dei post più recenti e dei tag più utilizzati, fornendo un panorama del livello di approfondimento toccato dai vari contributori al sito, in una grafica essenziale: video spiritosi a tema, interviste a operatori del settore, annunci di opportunità lavorative, articoli sull’innovazione tecnologica e case studies.
Questo blog è dunque indirizzato ai singoli operatori o liberi professionisti dell’e-learning i quali leggendo esperienze altrui possono trovare ispirazione per il lavoro quotidiano. E-learning Specialist rimane fedele a questi confini, ritagliandosi un ruolo diverso da quello del blog di Docebo o di altre aziende del settore.
L’ultimo aggiornamento di questo blog è avvenuto in estate. La speranza è che si tratti di una breve pausa e che riprenda le pubblicazioni al più presto.
Skilla dispone di un blog aziendale dalla grafica accattivante ed efficace. Le categorie di articoli e gli argomenti sono organizzati ognuno con il proprio colore caratteristico, facilitando la fruibilità del sito e rendendo l’aspetto generale più “giovane” e divertente. Le copertine degli articoli sono immagini originali, tratte da infografiche o presentazioni allestite ad hoc oppure fotografie arricchite di qualche effetto stile Instagram: si nota un campionario di scelte grafiche quasi brandizzate, frutto di una programmazione e di riflessioni ben precise.
La prima impressione che si ha di Skilla, guardando il suo blog, è l’alta professionalità di chi ci lavora, a partire dal comparto grafico e confermato dal livello dei contenuti trattati. Pur in ottica autopromozionale i post spaziano da consigli utili relativi alle tecnologie migliori da utilizzare in ambito formazione a distanza, ad altri più strategici indirizzati alle aziende, fino a post che sono vere e proprie pillole multimediali o tutorial. All’informalità della copertina grafica, talvolta spiritosa ma sempre ispirata e accattivante, fa da contraltare la lingua scelta per la trattazione dell’argomento: definizioni precise e attuali, etichette anglofone del mondo business, testi punteggiati da domande utili e l’inevitabile ma efficace diffusione, in chiave SEO, del brand. Apprezzabile, ma non una novità, la scelta di inserire un abstract di poche righe in home page per attirare l’attenzione del visitatore casuale.
Il blog aziendale di Skilla sfrutta al massimo l’informalità e la “libertà” del mezzo blog, dalle quali però emerge l’alta professionalità degli operatori del servizio. L’obiettivo di Skilla è la formazione a tutti i livelli, dall’autoformazione, al management, alla formazione interna dei dipendenti.
Una delle ultime frontiere esplorate dalla formazione aziendale è quella della gamification: trasformare un percorso formativo online in un’esperienza ludica, un piccolo game di apprendimento, con il quale il dipendente o il manager occupa le ore libere aggiornandosi professionalmente. Grifo Multimedia fa una ricca promozione di questa strategia sul suo sito e anche se ci aspettiamo che non sia l’unica realtà ad avere affrontato la strada della gamification, il volerlo mettere in primo piano comunica che Grifo ha intenzione di “giocarsi questa carta” nel mazzo delle proposte e-learning.
L’azienda di questo operatore sembra piccola e alle prime armi, guardando il semplice template utilizzato per lo sviluppo del sito: un WordPress leggero e facilmente modificabile nel codice. Dal punto di vista grafico, le illustrazioni confermano la mano di operatori giovani e immersi nel mondo social, con una cifra stilistica che sembra arrivare direttamente da qualche scuola creativa.
La sezione blog è intitolata News e aprendola ci si trova di fronte a una pagina che ha tutte le caratteristiche che ci si aspetta di trovare: abstract introduttivi degli articoli, sezioni Tag e Categoria a scomparsa, un motore di ricerca interno. A livello di singolo articolo la lunghezza è anch’essa canonica, rispetta lo standard della paginetta veloce da leggere, con qualche grassetto strategico in ottica Seo e di leggibilità ma pochi o nessun link interno.
Lato argomenti, oltre al settore “game” già citato, si passa dalla presentazione di iniziative di Grifo, agli approfondimenti su nuove professioni digitali, articoli su come cambia il mondo del lavoro, analisi dell’apporto della realtà virtuale al settore e-learning.
Ormai è chiaro, superato abbondantemente il primo decennio del nuovo millennio, che un blog ha sue caratteristiche, che i testi ospitati in questo tipo di spazio virtuale devono rispettare un preciso patto con il visitatore del sito. Rimanendo in questo format grafico-editoriale, un blog comunica moltissimo dell’immagine di un’azienda, dei suoi prodotti e dei destinatari a cui si rivolge. Anche solo dopo un’analisi superficiale è già possibile capire qualcosa di più di una realtà business, della sua filosofia, di precise scelte editoriali; quello che emerge leggendo il blog di Teleskill è la passione per il mondo dell’innovazione digitale e per le sue applicazioni, soprattutto in ambito aziendale.
Videoconferenza professionale, webinar, riconoscimento biometrico, social learning, peer to peer learning, informal learning, Long Life Learning… questi e molti altri argomenti di stretta attualità sono i temi esplorati dagli articoli del blog, uno tra i pochi che offre concreti spunti di applicazione delle tecnologie proposte: dalla formazione aziendale al supporto dei dipartimenti HR, dall’apprendimento collaborativo al social learning. Il tutto con un taglio sempre leggibile, rapido e accattivante e con un occhio alle più recenti trasformazioni dell’e-learning.
Gli articoli del blog contengono spesso molti link, ma non in un’ottica di link building, al contrario, al fine di restituite valore al testo diffuso sul web proprio in quanto ipertesto e quindi aperto alla navigazione e all’approfondimento. La parte conclusiva degli articoli, inoltre, è spesso dedicata ad elenchi puntati o a resoconti veloci dei punti salienti, altra strategia efficace e consigliata per la leggibilità dei testi di un blog.
I lettori più attenti, o quelli che hanno il tempo di leggere anche i post meno recenti di questo blog, troveranno inoltre una caratteristica in più: l’utilizzo del blog come strumento di narrazione del percorso di un’azienda che in pochi anni è riuscita a farsi spazio in un contesto altamente competitivo.
I Social Media sono grandi strumenti di comunicazione, sono strumenti che rendono la conversazione più aperta, diretta, orizzontale. Ma spesso la conversazione si trasforma in discussione, per poi finire in disputa. Per capirne meglio, ne parliamo con Bruno Mastroianni, autore de “La disputa felice” che ci svela la regola per trasformare la discussione in una “disputa felice”.
I Social Media sono grandi strumenti di comunicazione, sono strumenti che rendono la conversazione più aperta, diretta, orizzontale. Tutti possono dire qualcosa e tutti possono discutere su qualcosa. Il fatto è che il più delle volte la conversazione si trasforma in discussione fino a finire in disputa. Anche per cose davvero minime. All’interno di questo fenomeno vi è poi quello degli haters e di tutti quegli utenti che si prefiggono come obiettivo quello di infastidire, provocare.
Insomma, i social media sono grandi strumenti di dialogo, di relazioni, ma, per rendere una dimensione quanto mai realistica, non si può non dire che in alcuni casi possono trasformarsi in strumenti che contraddicono proprio quello per cui sono nati, ossia il dialogo, la conversazione. E’ un fenomeno che appassiona, interessa ovviamente tutti, e oggi ve ne parliamo perchè da qualche mese è uscito un libro molto bello su questo tema, un libro che arriva fino al punto della questione, la analizza a fondo,provando a dare anche una spiegazione e una soluzione. Il libro si intitola “La disputa felice” e l’autore èBruno Mastroianni, filoso, autore, social media manager di de @LaGrandeStoria @RaiTre e della Multipiattaforma di @RaiUno, è Tutor di Comunicazione politica e globalizzazione alla Università Telematica Internazionale Uninettuno. A Bruno Mastroianni abbiamo posto qualche domanda per capire meglio come dialogare sui Social Media e di svelarci quale sia questa regola per la “disputa felice”.
Si dice sempre che Internet ha reso la conoscenza più accessibile, quindi alla portata di tutti. Ma è davvero un vantaggio?
Sì, è un grandissimo vantaggio, che però non ha risolto nulla. Da sempre, la vera sfida dell’uomo, più che l’accesso alla conoscenza, è la capacità di saper organizzare e mettere in relazione le diverse conoscenze, vagliandone anche la validità. Direi che l’accesso libero e immediato alle informazioni accentua questa sfida: di fronte al sovraccarico di contenuti a cui siamo tutti esposti quotidianamente c’è bisogno di competenze per sapersi orientare. Il rischio: vivere in un mondo di informazioni poco accurate (o addirittura false) che confermano le nostre convinzioni, ma non ci dicono nulla della realtà. Il web e l’iperconnessione in cui viviamo ci chiedono un surplus di sviluppo di pensiero critico.
Negli ultimi anni abbiamo preso in prestito dall’economia la “disintermediazione” per dire che sul web e sui social media le informazioni viaggiano senza “intermediari”. Che ne pensi?
Credo che gli “intermediari” non siano scomparsi del tutto, ma che siano piuttosto cambiate le dinamiche di mediazione, che ora avvengono più dal basso e sono in qualche modo più libere. Prima i media, le istituzioni, i personaggi pubblici avevano ruolo di mediatori in base alla posizione preminente che ricoprivano in società. In quello scenario, gli spazi del dibattito pubblico erano determinati e c’era una sorta di “selezione all’ingresso” su chi aveva voce e chi no (pensiamo agli spazi mediatici limitati). Oggi che quegli spazi sono stati “liberati”, la selezione non può essere più fatta a priori, ma deve essere guadagnata sul campo. Questa non è la fine del ruolo di mediazione (che non può scomparire dalla società), è una sua riconfigurazione su base più libera. Oggi più che mai abbiamo bisogno di giornalisti, di esperti, di istituzioni che sappiano accettare la sfida della conversazione pubblica generalizzata per riconquistare la loro funzione in base alle loro competenze e non più in base alla posizione sociale. La chiamerei una “mediazione a posteriori”.
Una cosa è vera e cioè che il livello di discussione, sui social media in particolare, è piuttosto alto. Si discute sempre, anche per cose in realtà futili. Si discute anche più di quello che si farebbe al bar, per esempio. Sarà che il “nascondersi” rende più facile “esporsi”. È così? E come lo spieghi?
Intanto direi che appaiono essere molti i litigi che scaturiscono dalle discussioni, e qui il paradosso: quando diventa litigio, la discussione, e quindi il confronto, finisce. Magari imparassimo a trasformare ogni differenza di opinioni in una discussione: ciò ci farebbe crescere culturalmente. A mio avviso litighiamo perché non siamo abituati ad avere a che fare quotidianamente e ordinariamente con la differenza dell’altro (differenza di vedute, di linguaggio, di cultura). Prima del web, la diversità la incontravamo solo in momenti specifici (nei viaggi, in certe professioni), per il resto si poteva vivere nei propri contesti sociali omogenei lasciando tutto ciò che era diverso fuori dalle proprie vite. Oggi la differenza ce la ritroviamo nei commenti ai nostri post, nel tweet dello sconosciuto che viene da un altro mondo ed entra nella nostra quotidianità senza chiedere permesso. Questo genera la reazione: difesa, contrasto, livore. È un’umanissima risposta di autoconservazione di fronte al diverso che mette in dubbio le nostre certezze, il nostro mondo.
Il fenomeno degli haters, fenomeno che spesso e volentieri colpisce le celebrità, Twitter è un caso emblematico da questo punto di vista, è a sua volta figlio di questa libertà di accesso all’informazione?
Trovo che sia interessante ribaltare la prospettiva: non vedere tanto gli hater come una categoria (non lo è), ma occuparsi del fenomeno dell’odio che invece riguarda tutti. È qualcosa che si manifesta con diversi gradi di intensità; parte ad esempio dai velenosi tra le righe che persone comuni si scambiano tra loro al momento di discutere, passa per quelle generalizzazioni spesso sessiste o razziste che si intravedono in certi commenti, fino ad arrivare agli insulti espliciti e alla violenza verbale diretta. Credo che sia interessante studiarlo non come qualcosa di speciale, ma come una tendenza che è dentro ogni uomo, che si manifesta in minore o maggiore intensità in base alla capacità del singolo di controllare certi istinti. Ritengo che celebrità e personaggi pubblici ricevano commenti d’odio in misura maggiore e più intensa per il fatto di essere più in vista, ma è interessante non tralasciare tutto quel panorama di grandi e piccoli episodi di odio che ognuno di noi subisce (e spesso restituisce) nei suoi spazi e nella cerchia delle sue connessioni. Gli hater siamo noi, insomma.
Cerchiamo di arrivare al punto del tuo interessantissimo libro Bruno, cos’è la “disputa felice”? Davvero si può discutere sul web e sui social media senza litigare?
Ho cercato di riflettere sulla possibilità di un tipo di comunicazione che, pur evidenziando dissenso e producendo discussioni sincere, non interrompa la relazione con l’altro. Non ho scritto un libro di tecniche di comunicazione (ce ne sono migliori del mio, e sono citati all’interno); ho voluto fare un libro che aiuti ciascuno a riflettere su se stesso e sulle sue capacità di comunicazione. Il centro della tesi del libro è che la maggior parte delle volte che litighiamo lo facciamo perché abbiamo qualche carenza nelle nostre convinzioni. Questa carenza ci porta ad aver paura e a non affrontare serenamente il pensiero differente dell’altro, che mette in difficoltà il nostro mondo. Se riuscissimo a scoprire che il dissenso dell’altro ci può aiutare a pensare meglio, perderemmo questa paura e rinunceremmo a tutta una serie di errori di comunicazione che ci portano allo scontro. Insomma, il litigio è un comportamento che rivela qualche nostra mancanza. Scoprirlo è iniziare a riprendere le discussioni senza la paura di essere contraddetti, ma trovando in esse il gusto di capire meglio le cose.
Bruno Mastroianni, autore de “La Disputa felice”
Come ci si difende dagli insulti e come si disinnesca una lite?
Scoprendo come la tendenza all’insulto, alle frasi sprezzanti, alla battuta offensiva, nasce dentro di noi. Quando riflettiamo su cosa succede a noi stessi quando siamo in difficoltà (l’odio è sempre una manifestazione di incapacità), impariamo a non prendercela troppo quando ne siamo vittime. L’ideale è non offendersi e non raccogliere le provocazioni, ma riconoscere, pur nelle parole aggressive dell’altro, l’argomentazione che c’è sotto (c’è sempre). Rispondere con pazienza a quell’argomentazione non solo ci rende migliori perché ci mette alla prova, ma può anche spegnere i conflitti. E se non li spegne, avrà comunque un effetto sociale positivo. Le nostre interazioni online sono sempre lette da una moltitudine silenziosa più ampia: chi legge quelle risposte argomentate, pacificanti e pacate, comunque riceve qualcosa in termini di conoscenza; un effetto alternativo al muro contro muro che in ogni caso non porta a nulla e non dà niente a nessuno.
Allora, qual è la regola della disputa felice?
Comunicare non è convincere, né vincere, né avere la meglio sull’altro; comunicare è capire chi non è d’accordo, perché proprio dove c’è divergenza tra idee c’è nuova conoscenza. Chi sta sempre tra persone concordi diventa un imitatore e impoverisce le sue capacità. Dissentire senza litigare ci permette invece di conoscere molte più cose e stringere relazioni con molte più persone di quanto avremmo mai potuto e immaginato. Che poi, se ci pensiamo, è l’aspetto più promettente della vita in connessione.
Grazie Bruno per questa interessante e bella intervista e vi ricordiamo che trovate il suo libro nelle librerie e anche su Amazon.
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