Categoria: Innovation

  • Come gli HPC possono essere d’ispirazione per i nuovi Data Center

    Come gli HPC possono essere d’ispirazione per i nuovi Data Center

    Le aziende hanno davanti a sè diverse sfide, tra cui quella di ripensare i Data Center. E l’ispirazione arriva proprio dagli HPC. Ecco come.

    L’anno che è appena iniziato sarà all’insegna delle sfide. Le aziende sono chiamate ad uno sforzo notevole e dovranno consolidare il grande salto innovativo e tecnologico fatto nel 2020, anche a causa della grave crisi sanitaria in seguito alla pandemia da Coronavirus.

    Un dato rilevante è che le aziende hanno compreso, per necessità in primis, che la tecnologia può essere una grande mano e che l’innovazione diventa reale e concreta se alla base si sono fatti gli investimenti giusti.

    Di fronte a uno scenario come questo, il 2021 sarà l’anno del Cloud Computing, tecnologia che sarà il vero partner per le aziende per condurle verso quel consolidamento tecnologico di cui parlavamo prima. Il 2021 sarà l’anno delle conferme, dunque.

    hpc datacenter kingston franzrusso.it

    E se il Cloud Computing sarà il partner delle aziende, piccole e grandi, allora sarà utile fare qualche considerazione in merito, perché è opportuno focalizzare un aspetto che, nel corso dei prossimi mesi, e anni, sarà sempre più centrale.

    Le aziende hanno compreso il valore del Cloud ed è grazie a questa tecnologia, che è un po’ la base del processo di trasformazione digitale, se molte organizzazioni hanno potuto garantire la “business continuity” in un momento in cui era difficile portare avanti il lavoro. E il lavoro, come concetto di elaborazioni di processi da una postazione fissa, è cambiato. Non è più e solo espletabile da un luogo fisico, ma può essere portato avanti da qualsiasi postazione si voglia. Come abbiamo visto, nel 2020 è cresciuto a dismisura il fenomeno dello smart working, sono oggi 6,5 milioni gli italiani che lavorano da casa. Ed è proprio grazie al Cloud Computing se tutto questo è possibile.

    In un momento in cui si diffonde il Cloud Computing e si diffonde il ricorso ad applicazioni che consentono di portare avanti i processi lavorativi, è evidente che i data center si troveranno a gestire una mole di dati più grande di quella che erano soliti gestire. Forse è giunto il momento di ripensare i data center guardando ai HPC (High-performance computer), ossia i supercomputer, quelli in grado di elaborare una enorme mole di processi contemporaneamente. Perché sarà quella la strada a cui guardare nei prossimi mesi, e anni, e sarà quella impostazione tecnologica ad aiutare le aziende. Certo, forse in questo momento non è una scelta sostenibile, soprattutto dal punto di vista economico (basti pensare al costoso sistema di raffreddamento che queste macchine richiedono), ma i data center, come li conosciamo oggi, sulla spinta dell’edge computing, potrebbero essere sostituiti da data center di dimensione più piccola e più vicini alla fonte dei dati. Questo permetterebbe alle applicazioni basate sul cloud di ottenere tutti i benefici della nuova tecnologia 5G, riducendo la latenza e risparmiando larghezza di banda.

    Da questo punto di vista Kingston Technology, leader mondiale nella produzione di schede di memoria, mette in evidenza quelle che possono essere le indicazioni che i gestori di data center possono seguire, guardando proprio ai HPC.

    Come lavorare in smart working migliorando la memoria

    Coerenza e uniformità di funzionamento – Come sappiamo, piattaforme Cloud come Microsoft Azure o Amazon Web Services sono realizzate per poter gestire numerose applicazioni di tipo differente e in grado di utilizzare risorse e infrastrutture condivise. Invece, gli HPC sono progettati per esigenze specifiche. La maggior parte, secondo la Top 500, che elenca gli HPC più veloci al mondo, è impiegata nella ricerca del settore energetico; non manca un cospicuo numero di supercomputer impegnati nell’intelligence; e poi ci sono quelli dedicati alle previsioni meteorologiche. Si tratta di macchine personalizzate, elaborate e progettate con aziende come Intel, HP, Toshiba, per eseguire specifiche tipologie di calcoli su dataset molto specifici, sia in tempo reale che per applicazioni di elaborazione asincrona. Ecco, in sintesi, i manager dei datacenter di oggi devono porsi il tema degli ambiti di applicazione dei sistemi per meglio organizzare le macchine e gestire al meglio le prestazioni.

    Ecco come organizzare i nuovi Data Center

    I dati “in tempo reale”

    L’elaborazione di dati in tempo reale richiede prestazioni altissime che solo gli HPC riescono a soddisfare, tale è la mole di dati da lavorare che arrivano, anche, da fonti diverse. Basti pensare me grandi macchine progettate per le previsioni meteorologiche che necessitano di una enorme mole di dati in tempo reale sulla base dei quali elaborare le previsioni. Sicuramente, anche questo sarà uno degli scenari a cui i manager di data center dovranno guardare. In questi casi, la progettazione di un sistema che utilizza dati in “tempo reale”, non richiede l’archiviazione di tutti i dati immessi nel sistema, ma dovrebbe utilizzare memorie di accesso casuale non volatili (NVRAM) e memorie dinamiche ad accesso casuale (DRAM), per l’elaborazione in tempo reale per la cache e l’elaborazione dei dati in transito in tempo reale, per poi inviare il risultato così elaborato allo storage.

    Soglie di latenza

    Se è vero che aumenta la mole di dati, è anche vero che deve aumentare, di pari passo, la velocità con cui gli stessi dati vengono elaborati. In tanti contesti, la velocità di elaborazione e il risultato che ne consegue dipende proprio dalla velocità. Basti pensare alla borsa, alle previsioni climatiche, i cui risultati possono incidere sulla vita di molte persone. Da tenere in considerazione che i computer di grandi dimensioni e i big data richiedono l’uso di grandi quantità di DRAM. Le elaborazioni portate avanti da unità a disco rigido (HDD) di grandi dimensioni spesso creano delle congestioni nei processi, al contrario delle RAM. Invece, le unità a stato solido, che sono disponibili in formati più compatti e che utilizzano il protocollo di comunicazione appositamente progettato per le memorie NAND Flash (NVMe), possono essere utilizzate come cache, garantendo prestazioni ottimali per una vasta gamma di carichi di lavoro. I cluster FPGA sono ulteriormente ottimizzati per ciascun carico di lavoro specifico, al fine garantire che i set dati di grandi dimensioni siano gestiti con prestazioni ottimali.

    Livelli di sicurezza

    I data center richiedono risorge energetiche continue per garantire la continuità del lavoro. La maggior parte dei data center, ad oggi, funziona con una struttura RAID di alto livello, al fine di garantire la continuità di funzionamento e la corretta esecuzione delle attività di scrittura quasi simultanea su array di storage differenti. La regola è quella dei salvataggi costanti e frequenti per garantire la continuità e questa la si ottiene con continui backup per salvaguardare i dati, tenendo conto anche della continua mole dei dati in tempo reale. Insomma, queste macchine necessitano di grandi risorse energetiche e di grande memoria. Da questo punto di vista, Kingston Technology ha la tecnologia e l’esperienza per fornire le soluzioni migliori per contribuire ala realizzazione dei data center del futuro, sempre più performanti.

    La personalizzazione degli HPC, come abbiamo visto, è un parametro che permette di mettere a punto macchine in grado di essere molto efficienti per task specifici. ed è questa la parola chiave che deve accompagnare gli architetti dei nuovi data center a realizzare le vere macchine del futuro.

    [In collaborazione con Kingston Technology]

  • Technovation Girls, terza edizione del programma tech per ragazze

    Technovation Girls, terza edizione del programma tech per ragazze

    Amazon, per il terzo anno consecutivo, presenta e supporta Technovation Girls, il più grande programma imprenditoriale tech per ragazze promosso da Technovation. Iscrizioni fino al 12 marzo 2021.

    Amazon, per il terzo anno consecutivo, presenta e supporta Technovation Girls, il più grande programma imprenditoriale tech per ragazze promosso da Technovation, associazione no profit dedita all’educazione in ambito STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), che attraverso Technovation Girls mira a rendere consapevoli le studentesse di tutto il mondo delle loro potenzialità di innovatrici del futuro, attraverso l’accesso a nuove competenze informatiche.

    Fino al 5 marzo 2021, Amazon ospiterà momenti di incontro e presentazione dedicati a Technovation Girls, sfida rivolta a studentesse dai 10 ai 18 anni (compiuti entro agosto 2021) di tutto il mondo interessate alla tecnologia, anche senza una precedente formazione nel coding, e che desiderano mettersi alla prova nella creazione di un’App.

    Technovation Girls stem amazon franzrusso.it 2021

    Amazon metterà a disposizione mentor che accompagneranno le partecipanti lungo tutto il percorso di ideazione del progetto: una mentorship che si svilupperà nel corso delle lezioni online offerte da Technovation, dallo sviluppo dell’App, fino alla costruzione di un business plan efficace e della presentazione del progetto stesso, che sarà tenuta davanti ad un comitato di valutazione internazionale.

    Agli incontri possono partecipare studentesse dai 10 ai 18 anni, oltre a docenti delle scuole primarie e secondarie che vogliano farsi promotori dell’iniziativa all’interno dei propri istituti. È possibile iscriversi e partecipare online agli eventi di presentazione “Discover Technovation con Amazon Italia” .

    Le iscrizioni chiuderanno il prossimo 12 marco e potete iscrivervi qui: technovationchallenge.org.

  • Il futuro delle aziende, quando Innovazione fa rima con Formazione

    Il futuro delle aziende, quando Innovazione fa rima con Formazione

    Il 2020 verrà ricordato anche come l’anno in cui il tessuto imprenditoriale, ad ogni livello, ha dovuto affrontare sfide forse mai conosciute prima. E la sfida si vince investendo sulla Formazione, per abbracciare l’Innovazione.

    Il 2020 verrà ricordato anche come l’anno in cui il tessuto imprenditoriale, ad ogni livello, ha dovuto affrontare sfide forse mai conosciute prima. L’emergenza sanitaria ha posto le aziende e le organizzazioni di fronte al fatto che l’unico modo per superare le difficoltà è investire in formazione e in innovazione.

    Non è un caso che Innovazione faccia rima con Formazione, e viceversa: sono due facce della stessa medaglia.

    Nel nostro piccolo, in questo periodo, abbiamo cercato di raccontare come le aziende hanno affrontato la pandemia da Covid-19 e tutto quello che ne è scaturito. Il momento iniziale è stato difficile! Nel giro di poco tempo le aziende italiane hanno dovuto affrontare una riorganizzazione del lavoro, ricorrendo allo smart working: modalità di lavoro da remoto a cui, si può dire, la maggior parte delle aziende non era preparata. Per mancanza di mezzi, di investimenti e anche di competenze.

    fondartigianato innovazione formazione

    Non sono mancati i disagi, nonostante la possibilità di poter lavorare da casa. Ma l’errore principale è stato quello di non aver compreso subito la portata dell’evento e non aver reagito con la prontezza che la situazione richiedeva. Mancavano le giuste competenze per affrontare una modalità di lavoro del tutto nuova. Del resto, fino a quel momento, solo 570 mila lavoratori italiani potevano ricorrere a questa modalità.

    Non vi era stato il tempo per formarsi con il lavoro da casa, che non vuol dire stare a lavorare con il computer dal salotto di casa (nel migliore dei casi), vuol dire organizzare il lavoro e gestire i processi di lavoro, vuol dire accedere ai programmi dal proprio pc, saper gestire i flussi proprio come se si fosse in ufficio.

    Sembra banale, ma per fare questo servono le competenze giuste, serve una conoscenza degli strumenti, dei software da usare, significa aver dimestichezza con il cloud e tutte le app.

    Come sempre succede, da una grande crisi possono derivare delle grandi opportunità, ma perché questo succeda bisogna essere preparati, bisogna essere formati e agire, per quanto possibile, in maniera preventiva. Ecco, se c’è una lezione che le aziende possono imparare da tutto quanto successo in questo anno, che non dimenticheremo facilmente, è che la preparazione, le competenze in situazioni difficili sono quelle che fanno la differenza.

    Fare Formazione per abbracciare l’Innovazione. Questo potrebbe essere un titolo, una frase che tutti dovremmo imparare e non dimenticare. Le competenze aiutano a superare i momenti di crisi, aiutano a risolvere i problemi, anche quando non previsti, e a guardare al futuro.

    Ma come possono fare le aziende per organizzarsi a formare i propri collaboratori?

    Semplice, affidarsi a chi sa come gestire queste situazioni e i processi formativi, in modo da trasferire alle organizzazioni le giuste competenze. Affidarsi a chi ha esperienza nel settore perché la formazione non è statica, ma in continua evoluzione.

    Il Cambiamento in atto, che coinvolge tutti i settori, ci ha insegnato che la formazione offre strumenti dinamici, adeguati al momento, per sapere guardare oltre.

    Si dice che il Covid-19 abbia permesso alle aziende di fare un salto in avanti come mai negli ultimi 30 anni, verso certi punti di vista. Solo che non tutte ne sono state capaci e non tutte hanno sapute cogliere il momento. Perché non avevano le competenze adatte.

    E ad essere più esposte a questa grande crisi e alla mancanza di competenze sono soprattutto le PMI, l’ossatura economica del nostro paese.

    Ecco perché oggi è meglio affidarsi a chi ha fatto della Formazione il proprio scopo, come, ad esempio, Fondartigianato: associazione riconosciuta, costituita da Confartigianato, CNA, Casartigiani, CLAAI, CGIL, CISL, UIL. Si tratta del primo Fondo autorizzato dal Ministro del Lavoro, con decreto del 31 ottobre del 2001 che ad oggi ha formato oltre 362 mila lavoratori con oltre 457 milioni di euro stanziati dal 2004 ad oggi, e con oltre 150 mila aziende aderenti per un totale di 560.000 dipendenti.

    Inoltre il 4 gennaio 2021 Fondartigianato ha pubblicato l’Invito 1°-2021 che mette a disposizione ben 32 milioni di euro per 7 linee di finanziamento, con diverse modalità di presentazione per tutto il 2021 concludendosi con l’ultima scadenza il 5 aprile 2022

    Numeri che da soli dicono dell’autorevolezza e dell’affidabilità del Fondo.

    In un momento di incertezza, affidarsi a chi sa indicare la strada verso il miglioramento delle competenze per il futuro è la scelta migliore. Basta solo saper cogliere le opportunità che un fondo come Fondartigianato offre.

    Per conoscere meglio Fondartigianato, gli Inviti a disposizione e come aderire, vi invitiamo a consultare il sito: fondartigianato.it.

    [In collaborazione con Fondartigianato]

  • Cloud Computing, perché è il vero partner per le aziende nel 2021

    Cloud Computing, perché è il vero partner per le aziende nel 2021

    Il 2020 è stato l’anno della pandemia da Covid-19 ma è stato anche l’anno in cui il Digitale, e l’Innovazione in generale, hanno giocato un ruolo primario per superare la crisi che ne è conseguita. Il Cloud Computing è emerso in maniera decisa e sarò il vero partner delle aziende nel 2021.

    Il 2020 è stato l’anno della pandemia da Covid-19, e lo ricorderemo tutti, ma è stato anche l’anno in cui il Digitale, e l’Innovazione in generale, hanno giocato un ruolo primario per superare la crisi che ne è conseguita. Si dice che il digitale abbia permesso alle aziende di fare un salto in avanti, che di solito si riesce a fare in un decennio almeno, in pochi mesi. Per le aziende la parola d’ordine è diventata subito cambiamento, vale a dire adottare strumenti e strategie che permettessero alle aziende di continuare a fare business, nonostante lo scenario non fosse più quello di prima.

    E già di per sé questo cambio di scenario non è stato facile, sono state fondamentali le grandi capacità di cambiamento e di adattamento alle tecnologie, quelle che hanno permesso alle aziende di guardare al futuro.

    E tra queste tecnologie, ovviamente, il ruolo principale lo ha giocato il Cloud Computing.

    Cos’è il Cloud Computing

    Volendo provare a dare una definizione, allora non si può non considerare le parole di colui che tra i primi ha parlato di Cloud Computing nel 2006, ossia Eric Schimdt, che ci dava questa definizione: “un modello ibrido di sfruttamento delle risorse offerte dalle reti di computer, Internet principalmente, che supera il vecchio schema client/server che lo ha caratterizzato ed in parte dominato sino ad oggi. La premessa basilare consiste nell’assumere che in questa nuova architettura i data service (servizi hardware) e le funzionalità offerte (servizi software) dovrebbero risiedere prevalentemente sui server web (le ‘nuvole’) piuttosto che ‘diffusi’ sui singoli computer connessi in rete“. In questa definizione c’è il concetto del Cloud Computing, e cioè la capacita di sfruttare gli strumenti di cui disponiamo oggi per agganciarci alla “nuvola giusta” e lavorare con tutti gli strumenti di cui abbiamo bisogno, da qualsiasi luogo.

    microsoft azure cloud computing franzrusso.it 2020

    [Imprese e manager chiedono servizi cloud affidabili? Scopri come e cosa rispondere grazie alla piattaforma Cloud Champion di Microsoft Italia. Impara oggi e gestisci il business del futuro, qui tutti i dettagli]

    In buona sostanza, il cloud computing è la fornitura di servizi informatici on-demand, dalle applicazioni allo storage e alla potenza di elaborazione, direttamente via internet. Quindi le aziende possono avere a disposizione tutto quelle che serve per il proprio business, senza per forza dotarsi di una infrastruttura fisica o un proprio data center.

    Il 2020 è stato l’anno in cui gli italiani hanno scoperto lo smart working. Ebbene, in un anno di è passati da 570 mila smart workers a oltre 6,5 milioni e la maggior parte di essi, circa 5 milioni, non tornerà più al solito posto di lavoro. Ecco, di fronte ad uno scenario come questo, il Cloud Computing è per le aziende il miglior alleato, da qualsiasi punto di vista guardiamo lo scenario.

    Basti pensare, per citare un esempio più vicino a tutti, che oggi tutti i fornitori di software si servono della tecnologia cloud, abbandonando il dispositivo fisico che serviva per accedere ai servizi. Tutto si fa dalla “nuvola”.

    Una ricerca di IDC ha rilevato che oggi le aziende destinano un terzo delle risorse per elaborare tutta l’infrastruttura a sostegno del Cloud Computing, osservando come la spesa tradizionale IT vada sempre più riducendosi. Gartner poi prevede che entro il prossimo anno la metà delle aziende globali agirà interamente su Cloud.

    Il Mercato Cloud in Italia

    Si tratta di un trend che si consolida sempre di più e che nel 2020 ha conosciuto il suo momento più importante. In Italia il mercato Cloud vale 3,3 miliardi di euro facendo registrare una crescita del 21%. Sono numeri forniti dall’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, e sono numeri che vedremo crescere ancora di più nel prossimo anno.

    Le aziende per crescere devono in fretta trovare una “nuova normalità” che altro non è che velocizzare il processo di digitalizzazione della propria organizzazione, quindi trasformarsi in chiave digitale per abbracciare le occasione del futuro. E questo vale oggi più che mai.

    La soluzione: Microsoft Azure

    E tra i grandi player del mercato Cloud in Italia, non possiamo non citare Microsoft, il colosso di Redmond che ad oggi è uno dei più importanti player del mercato a livello globale.

    La soluzione che offre Microsoft è “Microsoft Azure“, la soluzione Cloud Computing che in questa fase storica per le aziende diventa un partner eccellente per il proprio business.

    Attraverso Micosoft Azure vengono erogati questi servizi:

    • risorse di elaborazione
    • archiviazione e memorizzazione dati
    • trasmissione dati e interconnessione di reti
    • analisi
    • intelligence
    • apprendimento automatico sicurezza e gestione delle identità
    • monitoraggio e gestione
    • servizi per lo sviluppo di applicazioni.

    E questa serie di servizi può essere poi classificata in tre aree, che sono: Infrastructure-as-a-Service (IaaS), Platform-as-a-Service (PaaS) ed e Software-as-a-Service (SaaS). La piattaforma di Cloud Computing del colosso di Redmond fornisce anche servizi di mBaaS (mobile Backend as a Service).

    Si tratta quindi di una delle piattaforme più complete e fornite del mercato, con milioni di clienti in tutto il mondo e in Italia. Ma c’è un elemento che proprio in questa fase storica è emerso in tutta la sua importanza, ed è quello delle competenze. Microsoft da sempre ha a cuore il tema delle competenze, dello sviluppo delle skill adeguate per abbracciare il futuro. E per questo, mette a disposizione tutta la sua esperienza per offrire ai suoi clienti la migliore formazione al fine di usare al meglio i propri servizi. E Microsoft Azure rientra in questa strategia. Un percorso di training al fianco di personale altamente specializzato a supporto delle aziende è quanto di meglio si possa avere per cogliere le opportunità del Cloud Computing e Microsoft in questo è imbattibile.

    [In collaborazione con Microsoft Italia]

  • Eni, Boston Consulting e Google per una piattaforma digitale aperta

    Eni, Boston Consulting e Google per una piattaforma digitale aperta

    Si chiamerà Open-es ed è la piattaforma digitale che Eni, Boston Consulting e Google stanno per realizzare insieme, per valorizzare le informazioni ESG e crescere sulle dimensioni della sostenibilità.

    Open-es è la piattaforma digitale che Eni, Boston Consulting e Google stanno per realizzare insieme, al fine di fornire un concreto supporto a tutte quelle realtà che fanno parte della filiera energetica, e che sono impegnate nella transizione energetica sostenibile. Si tratta quindi di una piattaforma aperta, che consentirà a tutti gli attori coinvolti nel settore, e lungo tutta la catena del valore, di valorizzare le proprie informazioni ESG (Environmental, Social and Governance) e crescere sulle dimensioni della sostenibilità.

    Non capita spesso di vedere tre colossi unirsi per dare vita a progetti comuni, si tratta di un grande esempio di collaborazione sinergica. Ognuna delle tre aziende prenderà infatti parte al progetto portando in dote il proprio know-how, proprio per arricchire reciprocamente questa collaborazione.

    Eni BCN google open es

    Eni darà il suo contributo per quanto riguarda la qualità della propria supply chain e il commitment strategico verso una transizione energetica equa e sostenibile. Boston Consulting Group porterà la propria vista strategica sugli obiettivi ESG, sullo sviluppo del modello di valutazione e crescita e la value proposition della piattaforma. Google Cloud contribuirà infine con le proprie tecnologie e competenze di eccellenza in ambito cloud, big data e artificial intelligence.

    Come dicevamo all’inizio, Open-es è una piattaforma aperta e accessibile a tutti i player del settore energetico e delle filiere industriali, grandi gruppi, piccole e medie imprese, startup e tutti i service provider interessati ad accelerare il percorso di transizione energetica. Ogni azienda potrà agire sulla piattaforma sia come fornitore che come cliente, a seconda del ruolo giocato nella filiera industriale. Sarà anche una piattaforma indipendente e libera, con uno sviluppo iniziale powered by Eni, che sarà resa disponibile a tutte le aziende adottando modelli di certificazione sviluppati da enti autonomi. Open-es consentirà a ciascuna impresa di rendere disponibili le proprie informazioni ed esperienze in modo controllato e sicuro, permettendo l’accesso solo a soggetti espressamente autorizzati.

    Questo è l’approccio che adotterà Open-es:

    • Centralità dell’informazione, con l’obiettivo di diventare un unico punto di condivisione delle informazioni di sostenibilità, nonché una fonte informativa di riferimento per benchmark e statistiche.
    • Mappatura filiera ed ecosistema: le informazioni saranno accessibili e visibili lungo tutti i livelli della supply chain.
    • Apertura e integrabilità: la piattaforma sarà aperta a tutti coloro che vorranno contribuire alla sostenibilità della catena di fornitura
    • Meccanismi incentivanti: sono previste logiche di collaborazione tra i diversi attori per un miglioramento continuo delle prestazioni di sostenibilità.

    Con riferimento agli obiettivi del programma JUST (Join Us in a Sustainable Transition) lanciato da Eni, la piattaforma Open-es consentirà un’ulteriore accelerazione del percorso strategico di coinvolgimento dei fornitori all’interno del processo di decarbonizzazione della società.

    Eni dimostra ancora una volta di essere un passo avanti, e la speranza è che sia di esempio ad altre realtà del settore energetico e non solo.

    [In collaborazione con Eni]

     

  • Digitale e Mobilità, i due settori in rapido Cambiamento

    Digitale e Mobilità, i due settori in rapido Cambiamento

    La pandemia da Covid-19 ha sicuramente spinto molti settori al Cambiamento. Il digitale, sono aumentate le attività online, e, soprattutto la Mobilità, cambia il concetto di mobility. Vediamo insieme in quale direzione.

    Non c’è più alcun dubbio sul fatto che la pandemia abbia cambiato le carte in tavola, soprattutto in due settori: quello del digitale e quello della mobilità. L’emergenza Covid-19 ha stravolto le abitudini quotidiane delle persone ma anche la frequenza e gli scopi di fruizione del digitale, che per diversi mesi ha rappresentato la finestra sul mondo attraverso la quale informarsi sui fatti di cronaca, fare la spesa, ordinare una pizza, contattare gli affetti più cari. Di conseguenza, il tempo speso dagli utenti online è aumentato notevolmente a partire da marzo 2020, e sembra che questo trend non voglia arrestarsi.

    Secondo lo studio condotto dal ConsumerLab di Ericsson, il 93% degli utenti in Italia ha aumentato il numero di attività svolte online durante l’emergenza sanitaria, mentre il 23% ha sperimentato nuove attività digitali come fare la spesa, partecipare a videocall e lavorare da remoto. 6 intervistati su 10, inoltre, affermano che continueranno ad usare servizi online anche dopo la pandemia.

    flee mobilità digitale

    Mobilità: scendono car sharing e mezzi pubblici

    L’emergenza sanitaria ha cambiato le regole anche nel settore della mobilità, che come tanti altri servizi si è dovuto trasferire sul web per continuare a raggiungere i consumatori: ecco, quindi, che con un’app ora puoi prenotare la tua visita in concessionaria, preordinare l’auto che ti verrà consegnata direttamente a casa e noleggiare un qualsiasi veicolo approfittando di offerte esclusive. Lo smart working ha portato gli utenti della strada ad essere più sedentari e a ridurre drasticamente l’utilizzo dell’auto privata a favore di soluzioni pay per use: secondo il report 2020 di Oil&NonOil il lavoro agile ha impattato per il 50% sulla mobilità e ha fatto registrare un calo medio del consumo di carburante del 60%.

    Allo stesso tempo, il distanziamento sociale ha contribuito a svuotare i mezzi pubblici a vantaggio di quelli ad uso esclusivo. Il car sharing, mobility service promettente che nel 2019 ha ricevuto 2 milioni e mezzo di iscrizioni, nel primo semestre del 2020 ha registrato un crollo verticale che si attesta sull’85%, a cui è seguita una timida ripresa solo durante il periodo estivo (Fonte: Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility).

    Novità dal mondo della mobilità: il caso Flee

    In questo contesto di stravolgimento dei trend che si credevano ormai affermati, la multinazionale AON, Gruppo Leader, in Italia e nel mondo, nei servizi di risk management ha deciso di cavalcare l’onda del cambiamento e di scommettere su un servizio di mobilità agile, digitale ed esclusivo.

    Flee, è il nome del brand che è stato da poco lanciato sul mercato, nasce come servizio di noleggio a lungo termine a consumo ma aspira ad ampliare la propria offerta per diventare un collettore di servizi di mobilità. La sua peculiarità sta nella rata flessibile, composta da una rata fissa per il noleggio dell’auto e da una variabile – pay per use per assicurazione e servizi – che si paga solo se si guida (quando l’auto resta ferma, la parte di costo variabile è pari a zero e l’auto rimane sempre protetta). Altro elemento innovativo è l’esperienza digital, che parte dall’acquisto e accompagna il cliente anche durante il viaggio.

    Dal sito web è possibile attivare il noleggio a lungo termine online, a partire dalla richiesta preventivo fino alla consegna dell’auto che può avvenire direttamente a casa. Inoltre, nell’area riservata MyFlee è possibile monitorare i consumi, consultare la mappa dei centri convenzionati e richiedere aiuto attraverso il Servizio Clienti.

    Un business model questo sicuramente e ci piaceva segnalarvelo. In un mercato come quello del noleggio a lungo termine, già molto ricco in termini di offerta, questo si fa sicuramente notare.

    [In collaborazione con Flee]

  • Come lavorare in smart working migliorando la memoria

    Come lavorare in smart working migliorando la memoria

    Ricorderemo questo anno anche per l’esplosione del fenomeno dello smart working e del relativo fenomeno delle videoconferenze, spesso non con la qualità che meritano. Eppure, è tutta questione di memoria.

    La pandemia da Covid-19 ha provocato cambiamenti e accelerazioni dalle quali sarà difficile tornare indietro. E, tra i cambiamenti che hanno caratterizzato questo 2020, non possiamo non citare lo smart working, il fenomeno che ha subito una accelerazione notevole e che continua ancora a registrare una grande adesione.

    Va detto, nella prima prima fase le aziende sono state colte impreparate e la stragrande maggioranza ha sperimentato problemi legati alla sicurezza. Il repentino passaggio al lavoro da casa ha esposto le aziende a molti rischi, non avendo adottato, nel tempo, le opportune accortezze per una eventualità come questa. Un passaggio che ha poi portato i lavoratori a lavorare da casa e a diventare responsabili di processi, spesso con scarsa preparazione.

    lavorare smart working sicurezza-memoria kingston franzrusso

    Il fenomeno smart working

    A distanza di mesi, il fenomeno è in continua crescita e gli ultimi dati ci dicono che gli smart workers in Italia sono 6,5 milioni, quando un anno fa erano appena 570 mila, facendo registrare un balzo del 1.050%. E buona parte di questi non tornerà più indietro.

    Il fenomeno dello smart working porta con sè anche il crescente utilizzo della videoconferenze. Un fenomeno che non ha risparmiato anche il nostro paese, anzi. L’Italia, avendo sperimentato per primo il lockdown, è stato uno dei paesi che ha fatto registrare un aumento esponenziale delle videochiamate per lavoro.

    Ora, chissà quante volte, in questi mesi, vi sarà capitato di prendere parte ad una videoconferenza e di rendervi conto che la vostra qualità video non fosse così perfetta. Proviamo ad immaginare, tante volte. Nella maggior parte dei casi siamo soliti pensare che sia solo un problema di rete, certo, il più delle volte è così. Ma avete provato a pensare che ci fossero altri fattori come la memoria del vostro dispositivo?

    Ecco, questo è uno di quegli aspetti che, in casi come questi, consideriamo meno, ma la memoria del nostro dispositivo gioca un ruolo importante in quel momento. La memoria, infatti, è una parte integrante del sistema e concorre a definire la qualità delle nostre video-call. Inoltre, concorre a determinare l’effettiva capacità del sistema di compiere più attività nello stesso momento, come condivisione dello schermo, di immagini e di altro materiale usato durante le presentazioni, attività queste a cui si ricorre quasi sempre quando si lavora da casa in smart working.

    Videoconferenze ovunque

    Ora, e app e i software per le videoconferenze hanno approcci diversi da questo punto di vista. Mentre Microsoft Teams adatta e rapporta il proprio assorbimento della memoria alla configurazione del sistema e alle funzionalità attive, altre applicazioni, invece, funzionano in maniera più statica, finendo per assorbire tutta, o quasi, la memoria a disposizione. Con il risultato di una pessima qualità video nella videochiamata.

    Come si può superare questo problema, ripetiamo, spesso poco considerato? Semplice, aggiungendo memoria aggiuntiva, al fine di garantire il funzionamento ottimale di tutto il sistema. Ma come?

    Provate ad immaginarvi un attimo di fronte al vostro pc, quello che usiamo spesso per le nostre videoconferenze. Nel momento che siete in modalità live, avete sicuramente aperto il vostro browser Chrome (nella maggior parte dei casi, il vostro client per le email, qualche altro software per le immagini, per la scrittura e chissà cos’altro. Tutti strumenti di lavoro utili ma che ala fine rubano memoria e che finirà per condizionare la nostra videoconferenza.

    Migliorare la memoria con Kingston Technology

    La soluzione ce la offre Kingston Technology, leader mondiale nella produzione di schede di memoria, fondata nel 1987 a Fountain Valley, in California. Da sempre Kingston significa memoria, potremmo quasi dire che nel nostro immaginario “Kingston” è ormai un sinonimo di “memoria”, grazie alla sua affidabilità e alla sua esperienza in oltre 30 anni di attività.

    Per ottenere migliori prestazioni, anche in fase di videoconferenza, il suggerimento è quello di potenziare la memoria del vostro sistema, così da ottenere prestazioni migliori. A questo link potete effettuare la ricerca del vostro dispositivo (anche se fuori produzione) e avere subito la soluzione al vostro problema di memoria, sia come modulo DDR o come SSD.

    kingston technology memoria videoconferenza

    Insomma, se volete migliorare, e di molto, la vostra qualità delle videochiamate in conferenza, allora non dimenticate di fare attenzione alla vostra memoria e la soluzione la trovate qua.

    [In collaborazione con Kingston Technology]

  • Huawei Italia e Politecnico di Milano insieme per i giovani ricercatori

    Huawei Italia e Politecnico di Milano insieme per i giovani ricercatori

    La collaborazione tra il Politecnico di Milano e Huawei Italia, che va avanti ormai da oltre 10 anni, continua e si rafforza con l’istituzione di borse di studio per giovani ricercatori nell’ambito delle “Wireless Communications”.

    Durante il nostro ultimo incontro con Huawei Italia, tenutosi a a luglio di quest’anno, avevamo conosciuto il centro di ricerca per il 5G del colosso cinese, che ha sede a Segrate. In quell’occasione avevamo avuto l’occasione di venire a conoscenza del fatto che il centro di ricerca punta molto sui giovani ricercatori. E il 75% proviene da atenei con cui Huawei Italia già collabora. Infatti, il colosso cinese punta a creare “Joint Lab”, delle collaborazioni strette con gli atenei su 5 anni, con l’obiettivo di portare avanti un programma specifico. Tra questi atenei figura anche il prestigioso Politecnico di Milano.

    Questa premessa doverosa per dire che la collaborazione tra il Politecnico di Milano e Huawei Italia, che va avanti ormai da oltre 10 anni, continua e si rafforza con l’istituzione di borse di studio per giovani ricercatori nell’ambito delle “Wireless Communications”.

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    La partnership tra il Politecnico e Huawei è culminata nel giugno dello scorso anno, proprio con la nascita del Joint Lab, all’interno del quale studenti e dottorandi dell’Ateneo possono sviluppare le loro tesi sotto la supervisione dei docenti del Politecnico e dei ricercatori di Huawei per favorire il loro approccio al mondo aziendale.

    Il Joint Lab tra Huawei e Politecnico, sotto la direzione di Umberto Spagnolini, Professore ordinario del Politecnico di Milano, ha riscosso grande successo con una decina di progetti già attivati e 30 persone coinvolte tra professori, dottorati, ricercatori e studenti.

    Umberto Spagnolini, è stato inoltre insignito da Huawei del titolo di Huawei Industry Chair, che gli consente di fare ricerca congiunta per i prossimi 10 anni su argomenti di alto valore industriale oltre che scientifico. In particolare, il prof. Spagnolini sarà impegnato nella ricerca per sistemi wireless beyond 5G ad alta frequenza.

    “Il corso di studi in Ingegneria delle Telecomunicazioni” – racconta il Prof. Spagnolini – “avrà, attraverso questa donazione, la possibilità di offrire a giovani eccellenze l’opportunità di svolgere l’attività di didattica e ricerca nell’ambito dei sistemi 5G/6G con borse di studio e posizioni di ricercatore. Questa nuova linfa permetterà un’ulteriore crescita di competenze e innovatività nell’ambito del Joint Lab tra Politecnico di Milano e Huawei”.

    Anche da ex alunno del Politecnico, sono entusiasta di questa donazione di Huawei con la quale l’azienda intende esprimere il suo grande apprezzamento per le attività di ricerca e didattiche che una così prestigiosa Istituzione offre ai propri studenti e partner di ricerca. E’ la conferma che ancora una volta Huawei riconosce nell’Italia un terreno fertile per coltivare valide risorse nel campo della ricerca scientifica.” Afferma Renato Lombardi, Direttore del Centro di Ricerca Huawei di Milano.

    L’intenzione comune è di scommettere sulle nuove generazioni e offrire loro competenze e preparazione per le sfide tecnologiche del futuro.

  • Generali e Accenture insieme per la trasformazione digitale del gruppo assicurativo

    Generali e Accenture insieme per la trasformazione digitale del gruppo assicurativo

    Generali e Accenture si alleano per la trasformazione digitale del gruppo assicurativo, dando vita a GOSP – Group Operations Service Platform per accelerare la strategia di innovazione e digitalizzazione del gruppo assicurativo puntando sul Cloud.

    Generali e Accenture si alleano per la trasformazione digitale del gruppo assicurativo. Un’alleanza tra due colossi che in questi ultimi anni hanno lavorato molto per la Digital Transformation.

    Nel concreto, Generali e Accenture hanno costituito una joint-venture (GOSP – Group Operations Service Platform) per accelerare la strategia di innovazione e digitalizzazione del Gruppo attraverso il Cloud e le piattaforme condivise. Accenture, oltre a partecipare con una quota azionaria pari al 5%, metterà a disposizione un team di 40 risorse dedicate, con know-how specifico di trasformazione, change management e innovazione e con un focus su cloud, intelligenza artificiale e big data.

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    GOSP realizzerà progetti e soluzioni volti ad accelerare la digitalizzazione dei processi aziendali e l’adozione di un modello centrato sul Cloud, in grado di migliorare la collaborazione all’interno dei diversi ambiti del Gruppo – distribuzione (agenzia), direzionali (sistemi di portafoglio) e interni (sistemi di gestione) – anche attraverso un’infrastruttura comune e un know-how condiviso.

    Le innovazioni introdotte da GOSP, tra cui una governance più centralizzata, permetteranno di conseguire importanti risultati operativi ed economici per il Gruppo, in particolare sinergie di costo e il miglioramento dei principali livelli di servizio, in linea con le aspettative digitali di clienti, agenti e dipendenti.

    Il modello adottato da GOSP è quindi quello “cloud first”, come spiega Jean-Marc Ollagnier, CEO Accenture Europe: “Adottando un modello cloud-first, Generali sarà in grado di innovare rapidamente e su larga scala. Collaborando fianco a fianco, aiuteremo il Gruppo a creare velocemente ed in modo efficiente prodotti e servizi assicurativi innovativi, ideati per adattarsi alle esigenze attuali dei clienti del mercato italiano e internazionale. Oltre a supportare Generali nella trasformazione digitale del business, attraverso questa partnership, favoriremo anche l’evoluzione della forza lavoro attraverso un programma di
    aggiornamento e perfezionamento delle competenze. È un esempio di come possiamo fornire valore a 360 gradi per i nostri clienti, per il loro target di business e per i propri dipendenti”.

    Questa tra Generali e Accenture di fatto rappresenta una partnership unica, come ha sottolineato Ottorino Passariello, Head of Group Operations & Processes del Gruppo
    Generali: “GOSP rappresenta una nuova modalità di governo della tecnologia. Siamo orgogliosi di avviare una partnership unica, caratterizzata da una formula societaria innovativa nell’ambito dell’Information Technology e della trasformazione digitale, nel settore assicurativo. Saremo in grado di dare un ulteriore importante impulso allo sviluppo innovativo dei processi digitali delle reti agenziali e dei dipendenti di Generali, con indiscutibili benefici anche per i nostri clienti”.

    E questa alleanza va nella direzione dello spirito di collaborazione che questa epoca di cambiamento richiede, come evidenziato da Fabio Benasso, Presidente e Amministratore Delegato di Accenture Italia: “In un momento di grande cambiamento come quello attuale, il Cloud e le nuove tecnologie rappresentano un’enorme opportunità in termini di agilità, di
    resilienza e di efficienza operativa sul quale poter costruire un vero differenziale competitivo. Collaborare con un grande player come il Gruppo Generali ci consentirà di costruire un’eccellenza per l’intera Industry, sia a livello nazionale che internazionale, in grado di far leva sulla piena valorizzazione delle capability di Accenture, sviluppate nei 60 anni di presenza in Italia e attraverso un network globale di centri d’innovazione e di eccellenza”.

    Si tratta quindi di una alleanza importante che vede coinvolti due grandi gruppi che possono, al tempo stesso, essere da esempio, in un momento particolare come questo, mettendo al centro il digitale come leva per crescere e per programmare il futuro.

  • Hyundai prende il controllo di Boston Dynamics

    Hyundai prende il controllo di Boston Dynamics

    Secondo Bloomberg, Hyundai sta per assumere il controllo di Boston Dynamics. L’accordo dovrebbe portare il costruttore di auto sud-coreano al controllo dell’80% dell’azienda di robotica che produce Spot, il robot quadrupede.

    Sarebbe il caso di dire che Spot ha una nuova casa. In effetti, la realtà non è proprio così lontana. La notizia che ha lanciato Bloomberg con il suo interessante report, è che Hyundai, il grande produttore di auto sud-coreano, che tutti noi conosciamo, sta per assumere il controllo di Boston Dynamics, nome che a qualcuno dice molto.

    Sì, perché Boston Dynamics è l’azienda che ha conosciuto forse il suo momento di visibilità massima con la produzione di Spot, il robot quadrupede che proprio nel giugno di quest’anno è stato messo in vendita per la cifra di 74.500 dollari.

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    Ebbene, Hyundai è ormai pronta ad acquisire il controllo, acquisendo l’80%, di Boston Dynamics che ha un valore di circa 1,1 miliardi di dollari, ciò significa che l’azienda coreana sborserà una cifra pari a 880 milioni di dollari. Il restante 20% resterà in mando di SoftBank.

    Se vi state chiedendo cosa se ne fa un’azienda come Hyundai di un’azienda come Boston Dynamics, allora la risposa la troviamo proprio da quando affermato da Hyunday. L’acquisizione permetterà all’azienda di sviluppare robot per la logistica, ovviamente, per la guida autonoma e per altri scopi più vicini al business dell’azienda, ma anche per la produzione di robot più umanoidi per l’assistenza ai pazienti negli ospedali.

    Hyundai va incontro quindi a quella che al momento sembra essere una grande emergenza, vista la crisi pandemica che stiamo vivendo, e con questa acquisizione è pronta ad offrire una soluzione adeguata al momento, ad un’esigenza che proprio in questi mesi è emersa in maniera prepotente.

    Ricordiamo che Boston Dynamics nasce nel 1992 come spin-off del MIT di Boston. Nel 2003 viene acquisita da Google mettendola sotto la direzione di Andy Rubin. Nel 2017 vendette l’azienda al gruppo giapponese SoftBank. E oggi la maggior parte passa sotto il controllo di Hyundai.

    Sembra chiaro che il progetto di Hyundai possa partire da Spot, il robot “cane” che sicuramente avrete visto in qualche video su YouTube o in qualche servizio al telegiornale. Il robot è stato sperimentato in tantissime situazioni, anche come “cane” da pascolo, ma è soprattutto l’esperienza fatta da assistente sanitario in questa pandemia che sarà preziosa per il gruppo sud-coreano.