Categoria: Tech and Business

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  • Il valore della Tecnologia per le riunioni ibride e inclusive

    Il valore della Tecnologia per le riunioni ibride e inclusive

    Come la tecnologia avanzata nelle riunioni ibride migliora il coinvolgimento e la fiducia. Lo dimostra il recente studio di Jabra-LSE Behavioural, che rileva anche l’impatto della diversità culturale nelle dinamiche di gruppo.

    In un mondo segnato da rapidi cambiamenti tecnologici, il modo in cui le aziende conducono le riunioni di lavoro sta subendo una trasformazione significativa. La pandemia ha accelerato questa evoluzione. Spingendo molte organizzazioni a ripensare i loro modelli operativi e ad abbracciare il lavoro ibrido come una nuova realtà.

    In questo contesto, uno studio recente di Jabra, condotto presso il prestigioso LSE Behavioural Lab, Meeting great expectations: Behaviour, Emotion and Trust mette in evidenza l’importanza della tecnologia nel colmare il divario tra riunioni in presenza e da remoto. Si enfatizza il ruolo cruciale della fiducia, dell’emozione e della diversità culturale nelle dinamiche di collaborazione.

    Lo scenario e il dibattito sul rientro in ufficio

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    Il dibattito sul rientro in ufficio, sviluppatosi dalla metà del 2021 alla metà del 2023, ha messo in luce il conflitto tra la preferenza dei dipendenti per l’autonomia e il lavoro a distanza. E il desiderio dei leader aziendali di perseguire la produttività in ufficio.

    Questa dinamica ha evidenziato una realtà inconfutabile: le riunioni esclusivamente in presenza non sono più un’opzione praticabile in molte situazioni. Le riunioni online, una volta considerate una soluzione temporanea, sono diventate una componente permanente del panorama lavorativo.

    Coinvolgimento e Fiducia: il ruolo della Tecnologia

    Il confronto “faccia a faccia” continua a essere preferito (56%) per il suo livello di coinvolgimento diretto e autentico. Tuttavia, quando la presenza fisica non è possibile, la tecnologia di collaborazione professionale assume un ruolo fondamentale.

    L’uso di cuffie e videocamere professionali ottimizzate per le sale riunioni ha mostrato un notevole aumento del coinvolgimento degli utenti da remoto (84%).

    Inoltre, l’uso di tecnologie professionali ha portato a un incremento della fiducia reciproca tra i partecipanti. Evidenziando come strumenti di alta qualità possano migliorare significativamente la comunicazione e la collaborazione.

    Si è registrato un aumento del 27% nella chiarezza delle riunioni, con 16% in più di fiducia. Un 35% in più di espressività e un miglioramento del 47% nella qualità dei contributi rispetto alla tecnologia integrata o di qualità inferiore.

    La diversità culturale nelle riunioni

    Un altro aspetto rilevante emerso dallo studio riguarda l’impatto della diversità culturale sulle dinamiche di partecipazione. Le differenze nell’impegno verbale e nei livelli di attenzione tra i professionisti europei e asiatici sottolineano l’importanza di considerare la diversità culturale nella progettazione e conduzione di riunioni efficaci.

    Queste differenze non sono solo un fattore da considerare. Ma sono anche un’opportunità per arricchire le discussioni e promuovere l’inclusione in un ambiente di lavoro sempre più globale.

    La variabile “attenzione” ha rivelato una netta differenza tra i partecipanti europei e quelli di altri continenti. Rispetto alle loro controparti europee, i partecipanti asiatici avevano livelli di attenzione più alti del 134% durante le riunioni.

    Lo studio di Jabra realizzato presso l’LSE Behavioural Lab apre nuovi orizzonti sulla natura delle riunioni di lavoro nel contesto contemporaneo. La tecnologia non solo facilita la comunicazione a distanza, ma gioca un ruolo cruciale nel costruire fiducia e coinvolgimento.

    Tuttavia, la tecnologia da sola non è sufficiente. La consapevolezza delle differenze culturali e il loro impatto sulle dinamiche di gruppo sono altrettanto importanti.

    Queste scoperte suggeriscono che le aziende devono adottare un approccio olistico per garantire riunioni efficaci e inclusive. La tecnologia va integrata con una comprensione approfondita delle dinamiche umane e culturali.

    In un’era in cui il lavoro ibrido è diventato la norma, comprendere e implementare queste lezioni sarà fondamentale per assicurare un coinvolgimento efficace e paritario, superando le barriere fisiche e culturali.

  • Sam Bankman-Fried è stato dichiarato colpevole di frode

    Sam Bankman-Fried è stato dichiarato colpevole di frode

    Sam Bankman-Fried, fondatore di FTX, è stato condannato per frode. Dopo un mese di processo, una giuria ha stabilito la sua colpevolezza su tutte le accuse. Questo verdetto potrebbe avere ripercussioni significative sull’industria delle criptovalute.

    Sam Bankman-Fried, è stato riconosciuto colpevole di frode. Una giuria di New York ha emesso il verdetto, mettendo fine ad un processo che ha visto Bankman-Fried difendersi dalle accuse di aver gestito in modo criminale la sua piattaforma di scambio di criptovalute FTX e la società di trading Alameda Research.

    La giuria ha impiegato quattro ore e mezza per decidere il destino di Bankman-Fried. Il verdetto è arrivato dopo oltre un mese di processo.

    SBF, il verdetto della Giuria

    La giuria ha ritenuto Bankman-Fried colpevole di tutte e sette le accuse. Tra cui frode telematica, cospirazione ai fini di frode telematica e cospirazione per commettere riciclaggio di denaro.

    La condanna è prevista per il 28 marzo del 2024, rischia decenni di prigione.

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    Bankman-Fried ha fondato FTX nel 2019 e la sua valutazione è cresciuta in maniera clamorosa durante il boom delle criptovalute, nella fase post-pandemia. I pubblici ministeri hanno accusato che l’operazione era una frode “fin dall’inizio”.

    Durante il processo, ex colleghi di Bankman-Fried hanno testimoniato che il fondatore di FTX falsificava i numeri. In questo modo, concedeva privilegi ad Alameda, incluso un credito di 65 miliardi di dollari. Inoltre, era stata messa a punto una modalità che permetteva al saldo di Alameda di diventare negativo. Questo mentre prendeva in prestito in modo illecito i fondi dei clienti di FTX.

    Ascesa e caduta di FTX: dall’Inizio alla Bancarotta

    L’inizio della vicenda avviene nel 2022 con un articolo di Coindesk. L’articolo ha rivelato la fusione segreta dei fondi di Bankman-Fried e che il CEO di Binance, Changpeng “CZ” Zhao, si sarebbe ritirato dallo scambio. Immediatamente dopo Bankman-Fried si dimise e FTX presentò istanza di fallimento. Da quel momento in poi cominciarono a piovere accuse civili e penali di frode e riciclaggio di denaro.

    La difesa di Bankman-Fried ha sostenuto che il fondatore di FTX aveva fallito nel gestire un’attività ad alto rischio, senza commettere illeciti. Ha anche negato i meccanismi che avrebbero permesso ad Alameda di spendere i fondi di FTX e ha detto di non aver partecipato alla negoziazione o interrogato i dipendenti sui miliardi di dollari mancanti.

    La sua testimonianza è stata contraddetta dall’ex CEO di Alameda Research, Caroline Ellison, dai suoi ex coinquilini Adam Yedidia e Gary Wang (il co-fondatore di FTX) e dall’amico di famiglia Nishad Singh. Tutti avevano lavorato sotto Bankman-Fried e in seguito hanno collaborato con i pubblici ministeri. Wang, Singh ed Ellison, dichiaratasi colpevole di accuse federali, sono in attesa di condanna.

    Le sette accuse comportano una possibile condanna totale di 115 anni di prigione per l’imputato.

    Le pene massime previste dalla legge sono fornite dal Congresso degli Stati Uniti solo a “scopo informativo”, poiché qualsiasi condanna sarà determinata da un giudice, solitamente, come ricordato prima, entro 90 giorni dal verdetto di colpevolezza.

    SBF e FTX, le fasi della vicenda

    Ripassiamo le diverse fai della vicenda di Sam Bankman-Fried:

    Inizio della vicenda: FTX, la piattaforma di scambio di criptovalute fondata da Sam Bankman-Fried, ha presentato istanza di protezione dal fallimento ai sensi del Chapter 11 negli Stati Uniti. Questa mossa è stata annunciata attraverso una dichiarazione ufficiale della società.

    Accuse di Frode: Sam Bankman-Fried è stato successivamente trovato colpevole di aver rubato ai clienti della sua piattaforma di scambio di criptovalute, che ora è in bancarotta. Questa condanna ha seguito accuse di frode miliardaria legate a FTX.

    Cause Legali: Dopo la presentazione della bancarotta, FTX Trading ha citato in giudizio il fondatore Sam Bankman-Fried e altri, cercando di recuperare più di 1 miliardo di dollari.

    Dettagli del Processo: Un mese dopo la presentazione della bancarotta, Sam Bankman-Fried è stato arrestato. Il suo processo ha attirato molta attenzione mediatica e ha sollevato domande sulle pratiche commerciali all’interno dell’industria delle criptovalute.

    Verdetto: Una giuria di New York ha condannato Sam Bankman-Fried con l’accusa di frode.

    SBF e FTX, le implicazioni sulle criptovalute

    Il caso di Sam Bankman-Fried è emblematico di quanto il settore delle criptovalute, un settore ancora giovane e in rapida evoluzione, possa essere un enorme rischio. Di fronte a fatti come questi, è fondamentale che vengano adottate pratiche commerciali trasparenti ed etiche.

    La condanna di Bankman-Fried serva come un monito per gli operatori del settore. La crescita e il profitto non dovrebbero mai venire a scapito dell’integrità e della fiducia del pubblico.

    Forse la lezione appresa da questa vicenda può gettare le basi per un futuro più responsabile. Staremo a vedere.

  • LinkedIn, la piattaforma social media più equilibrata nel 2023

    LinkedIn, la piattaforma social media più equilibrata nel 2023

    All’interno di un panorama social media in continuo cambiamento c’è una piattaforma che, nonostante tutto, riesce a mantenere equilibrio, a crescere e ad essere attraente: è LinkedIn.

    Fino a qualche anno fa, diciamo in maniera più netta, fino alla pandemia, eravamo abituati a considerare il panorama dei social media costituito da piattaforma che, più o meno – al netto del famigerato copia-incolla di alcune funzionalità – era costituito da piattaforme con caratteristiche ben definite.

    Abbiamo sempre considerato Twitter la piattaforma per eccellenza dove tenersi informati, e informare; abbiamo sempre considerato Instagram la piattaforma del visual, delle immagini e dei video, associandola spesso al crescente fenomeno dell’influencer marketing; abbiamo sempre considerato Facebook una piattaforma generalista, nata con l’idea di mettere in contatto ex-amici, poi diventata una piattaforma globale. E poi c’era LinkedIn e c’è ancora oggi, con i suoi 20 anni compiuti da poco.

    LinkedIn fino a poco tempo fa, era considerata il luogo dedito ai professionisti per eccellenza, il luogo dove spesso il contenuto erano le esperienze professionali degli utenti, spesso percepito come un mondo lontano dalle dinamiche mutevoli degli altri social media.

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    Infatti, mentre le altre piattaforme sperimentavano cambiamenti nei loro algoritmi o addirittura venivano ridimensionate, LinkedIn stava subendo una trasformazione. E c’è un momento in cui questa trasformazione avviene ed è nel 2026, con l’acquisizione della piattaforma da parte di Microsoft per 26,2 miliardi di dollari nel 2016. Da quel momento in poi LinkedIn ha cambiato volto ed è diventata la vera piattaforma social business media del panorama.

    Chi scrive non è mai stato tanto affascinato, in passato dalla piattaforma. Sono stato sempre dell’idea, forse un po’ passata oggi, che ognuno dovesse usare la piattaforma che più rispecchiasse le proprie di caratteristiche. Questo per meglio sviluppare il proprio spazio digitale e per comunicare al meglio. Non lo nascondo, il mio spazio digitale, negli anni, partendo da questo blog, che è la mia casa, ha potuto esprimersi al meglio grazie anche a Twitter, in tutti i sensi. E LinkedIn rimaneva sempre un po’ ai margini tra le piattaforme che usavo per comunicare al meglio.

    Ma oggi, all’interno di questo panorama dei social media che subisce, quasi quotidianamente trasformazioni importanti, va dato atto a LinkedIn (e a Microsoft) di aver saputo intraprendere una strada stabile, di aver saputo mantenere l’equilibrio, senza lasciarsi trascinare troppo dalle mode.

    Certo, Microsoft ha agito in modo intelligente –  a differenza di altri – valorizzando la piattaforma, secondo i propri piani di sviluppo, e facendola diventare, a tutto tondo, una piattaforma social media, senza snaturarla. E questo si vede nei dati di crescita della piattaforma.

    Microsoft ha affermato che gli utenti LinkedIn, nella primavera di quest’anno, hanno condiviso il 41% in più di contenuti rispetto allo stesso periodo nel 2021. Si tratta di una crescita sorprendente per una piattaforma, come dicevamo prima, con vent’anni di storia, ed è un segnale di quanto il panorama dei social media si trovi in un grande momento di turbolenza.

    E così, all’interno di un panorama social media che cambia, gli utenti per potersi costruire il proprio spazio ed emergere si trovano di fronte a Twitter, che oggi si chiama X, che vive una fase, controversa, di grande transizione ma che fa leva su X Premium, la versione a pagamento; si trovano di fronte Facebook e Instagram che, per rincorrere TikTok sono cambiate moltissimo, rischiando di snaturarsi; si trovano di fronte a TikTok, la vera piattaforma che tutti temono, che poggia tutto sui video e che ha caratteristiche ben definite.

    Insomma, coloro che desiderassero autopromuoversi in stile classico sui social media, quasi non resta che LinkedIn, come ultima spiaggia. E questo accade anche considerando il fatto che molti di quelli che hanno abbandonato Twitter, sperando di trovare di meglio su Mastodon o su Bluesky, restano delusi per lo più, guardano LinkedIn sotto altri punti di vista, iniziando a rivalutarlo.

    Per chiarezza, il tema del lavoro, della professionalità su LinkedIn resta centrale. Ma, per il fatto che è diventata una piattaforma social media, implementando le caratteristiche di base come testo-video-immagini, riesce pian piano a soddisfare le esigenze di chi vuole una piattaforma per costruire il proprio spazio.

    Negli ultimi anni, LinkedIn ha introdotto strumenti per newsletter, podcasting, video e audio, rendendoli disponibili a tutti gli utenti, non solo agli influencer. A differenza di Instagram e Facebook, che cambiano spesso i loro algoritmi con l’introduzione di nuovi prodotti, LinkedIn, da questo punto di vista, mantiene una certa continuità.

    E poi, mentre Meta e Twitter/X si allontanano dal mondo delle notizie e riducono i collegamenti agli articoli, LinkedIn sta rafforzando i suoi sforzi nella cura dei contenuti e collabora con creatori ed editori. L’azienda sostiene che agli utenti piaccia vedere contenuti “basati sulla conoscenza”, registrando un notevole calo nell’anno precedente nel numero di utenti che desiderano visualizzare post diversi.


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    LinkedIn sta diventando molto più di una piattaforma per la ricerca di lavoro; è diventato il luogo dove la professionalità si fonde con la condivisione personale, permettendo di costruire un’identità digitale autentica e coerente. La sua crescita straordinaria e la sua stabilità stanno attirando sempre più utenti in cerca di un ambiente in cui possono esprimersi e sviluppare la propria presenza online in modo professionale e significativo.

    Va aggiunto poi che la condivisione personale su altre piattaforme è in calo un po’ ovunque. La paura di Meta nei confronti di TikTok ha finito per modificare non solo il tipo di contenuto che promuove, ma anche le priorità del suo feed principale: ora contano di più gli interessi, non gli amici, come accadeva un tempo. La condivisione personale si è spostata verso spazi più effimeri o quasi privati, come appunto le “Storie” o i messaggi diretti.

    Twitter/X, nel frattempo, è diventato imprevedibile, con regole che cambiano ogni giorno, spesso a seconda del capriccio del suo nuovo proprietario Elon Musk.

    Il modello di business di LinkedIn, basato sulla vendita di abbonamenti a venditori e reclutatori, conferisce alla piattaforma una buona stabilità. In questo modo, non è dipendente dalla pubblicità, come invece lo sono molte altre piattaforme, e lo rende meno sensibile alle fluttuazioni dell’attenzione degli utenti.


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    Inoltre, su LinkedIn, esiste un dato che non è di poco conto. La maggior parte delle persone preferisce certamente la noia aziendale alla diffusione di odio, razzismo e molestie, un problema che sta aumentando a dismisura su altre piattaforme. Su LinkedIn, le persone tendono a esprimere le loro opinioni con maggiore attenzione, sapendo che anche il datore di lavoro, o il reclutatore – a seconda dei casi – potrebbe leggerle.

    E quindi, LinkedIn sta vivendo una sorta di rinascita, sta diventando un luogo dove la professionalità si sposa con la condivisione personale. È un ambiente che attrae sempre più utenti in cerca di stabilità, crescita professionale e l’opportunità di costruire un presenza digitale autentica. La sua evoluzione sta ridefinendo il modo in cui le persone concepiscono e utilizzano i social media, rendendolo una piattaforma ormai unica nel suo genere nel panorama dei social media.

    LinkedIn si sta affermando come una sorta di rifugio in termini di stabilità e professionalità online. La sua forte connessione con il mondo del lavoro lo rende una scelta affidabile per coloro che cercano di condividere contenuti in modo costruttivo e di costruire la propria reputazione in un ambiente online in continua evoluzione. Con una crescente attenzione ai contenuti informativi e alla collaborazione con creatori di contenuti.

    LinkedIn sembra quasi indicare la strada giusta per mantenere il suo status di piattaforma social media sempre più rilevante nel futuro.

    I numeri di LinkedIn nel 2023

    Alcuni numeri su LinkedIn oggi.

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    Gli utenti a livello globale sono oltre 930 milioni; in Italia sono 18 milioni e il nostro paese è il terzo in Europa per numeri di utenti, dietro Uk (36 milioni di utenti) e Francia (27 milioni di utenti).

    Dato interessante è che oggi il 16,4% delle persone superiore ai 18 anni in tutto il mondo ha un account LinkedIn.

    Solo negli Usa gli utenti registrati solo oltre 200 milioni; in India oltre 100 milioni.

    E, infine, il 43,2% degli utenti globali di LinkedIn sono donne; il 56,8% degli utenti globali di LinkedIn sono uomini.

  • HPE spinge le aziende italiane verso la data maturity

    HPE spinge le aziende italiane verso la data maturity

    Come ormai abbiamo imparato bene in questi anni, specie negli ultimi 2/3 anni, i dati assumono sempre più importanza. Vuoi per il fatto che è aumentato l’uso del digitale a livello generale e globale, vuoi per il fatto che sono aumentate le fonti che rilasciano dati. Aggiungiamo anche l’intelligenza artificiale, da questo punto di vista.

    I dati aumentano, sappiamo quanto siano preziosi e quanto sia fondamentali, oggi, per la crescita delle economie dei paesi. Senza voler sembrare esagerati, dai dati passa il progresso moderno.

    Del resto, lo diceva Clive Humby nel 2006 quando coniò la frase “I dati sono il nuovo petrolio“. Frase che venne poi completata da Michael Palmer, sempre nello stesso anno: “i dati sono preziosi, ma se non raffinati non possono essere realmente utilizzati. [Il petrolio] deve essere trasformato in gas, plastica, prodotti chimici, ecc. per creare un’entità preziosa che guidi attività redditizie; quindi, i dati devono essere scomposti e analizzati affinché abbiano valore“.

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    Ecco, adesso ci troviamo in una fase più matura. Le aziende ormai, a distanza di anni, riconoscono l’importanza dei dati e ci avviciniamo a quella fase che viene definita data maturity.

    Per data maturity si intende un processo composto da più fasi della transizione di un’azienda dall’inconsapevolezza dei dati all’alfabetizzazione dei dati stessi.


    Cosa si intende per Data Maturity

    La data maturity è il livello di qualità, usabilità e completezza dei dati. È una misura dell’efficacia delle pratiche di gestione dei dati ed è diventata sempre più importante nell’era dei Big Data. La “maturità dei dati” può essere utilizzata per valutare la qualità dei dati e identificare le aree in cui è possibile apportare miglioramenti. Può anche fornire indicazioni su come i dati vengono raccolti, archiviati e utilizzati, e su come possono essere gestiti e sfruttati meglio per raggiungere i risultati aziendali desiderati. La data maturity è un elemento chiave del processo decisionale guidato dai dati ed è essenziale per le organizzazioni che vogliono massimizzare il valore dei propri dati.


    Va sottolineato che il processo di miglioramento della data maturity dovrebbe coinvolgere l’intera azienda piuttosto che solo un reparto dati specializzato.

    Ma esistono delle situazioni variegate tra le aziende se le osserviamo da questo punto di vista. E i dati che stiamo per vedere insieme confermano questo andamento.

    HPE (Hewlett Packard Enterprise) negli ultimi giorni ha presentato i risultati del sondaggio globale che mostrano che la mancanza di data maturity ostacola sia il settore privato sia quello pubblico nel raggiungimento di obiettivi chiave, come l’aumento delle vendite o il progresso nella sostenibilità ambientale.

    L’indagine, condotta da YouGov per conto di HPE su oltre 8.600 decision maker di tutti i settori privati e pubblici in 19 paesi, rivela che il livello medio di data maturity delle organizzazioni, ovvero la loro capacità di creare valore dai dati, è di 2,6 su una scala di 5, dove solo il 3% raggiunge il livello di maturità più elevato. In questo contesto, il dato relativo all’Italia riflette quello mondiale.

    Il sondaggio si basa su un modello di maturità sviluppato da HPE che valuta la capacità di un’organizzazione di creare valore dai dati sulla base di criteri strategici, organizzativi e tecnologici.

    Il livello di maturità più basso è chiamato “data anarchy”: a questo livello, i pool di dati sono isolati l’uno dall’altro e non vengono analizzati sistematicamente per generare insight o risultati. Il livello più alto è chiamato “data economics”: a questo livello, un’organizzazione sfrutta strategicamente i dati per ottenere risultati, sulla base di un accesso unificato a fonti di dati interne ed esterne che vengono analizzate con sistemi di analytics avanzati e di intelligenza artificiale.

    I risultati del sondaggio rivelano che il 14% delle organizzazioni si trova al livello di maturità 1 (data anarchy), il 29% al livello 2 (data reporting), il 37% al livello 3 (data insights), il 17% al livello 4 (data centricity) e solo il 3% è al livello 5 (data economics).

    In Italia si registrano dati simili: data anarchy 13%, data reporting 31%, data insights 34%, data centricity 17%, data economy 4%.

    La mancanza di capacità di gestione e valorizzazione dei dati, a sua volta, limita la capacità delle organizzazioni di raggiungere obiettivi chiave come l’aumento delle vendite (30%), l’innovazione (28%), il miglioramento della customer experience (24%), il miglioramento della sostenibilità ambientale (21%) e l’aumento dell’efficienza interna (21%).

    Per quanto riguarda l’Italia sono stati rilevati i seguenti dati: aumento delle vendite 34%, innovazione 32%, miglioramento della customer experience 23%, il miglioramento della sostenibilità ambientale 17%, l’aumento dell’efficienza interna 20%.

    Il sondaggio fornisce una visione dettagliata dei gap strategici, organizzativi e tecnologici che le organizzazioni devono colmare per sfruttare i dati come asset lungo tutta la value chain. Tra le principali evidenze:

    • Solo il 13% degli intervistati afferma che la data strategy della propria organizzazione è una parte fondamentale della strategia aziendale.
    • Quasi la metà degli intervistati (48% – in Italia 33%) afferma che la propria organizzazione non alloca alcun budget per iniziative relative ai dati o finanzia solo occasionalmente iniziative relative ai dati tramite il budget IT.
    • Solo il 28% (in Italia il 29%) degli intervistati ha confermato che la propria organizzazione ha un focus strategico su prodotti o servizi data-driven.
    • Quasi la metà degli intervistati afferma che le proprie organizzazioni non utilizzano metodologie come il machine learning o il deep learning, ma si affidano a fogli di calcolo (29% – in Italia 34%) o business intelligence e report preconfezionati (18% – in Italia 15%) per l’analisi dei dati.

    La creazione di valore dai dati richiede anche l’aggregazione di dati o insight provenienti da diverse applicazioni, location o spazi dati esterni.

    Ad esempio, i dati di telemetria generati dai sensori dei prodotti venduti possono aiutare il reparto R&S di un produttore ad allineare meglio la successiva generazione di prodotti alle esigenze dei clienti. Allo stesso modo, la condivisione tra strutture sanitarie degli insight generati dai dati dei pazienti può far progredire la diagnostica medica.

    Una caratteristica legata a un basso livello di data maturity è che non esiste un’architettura globale di dati e analisi: i dati sono isolati in singole applicazioni o posizioni. Questo è il caso del 34% (in Italia 39%) degli intervistati. D’altra parte, solo il 19% (in Italia 14%) ha implementato un data hub o fabric centrale che fornisce accesso unificato ai dati in tempo reale in tutta l’organizzazione e un altro 8% (in Italia 13%) afferma che questo data hub include anche fonti di dati esterne.

    Considerato che le fonti di dati sono sempre più distribuite tra cloud ed edge, la maggior parte degli intervistati (62% – in Italia 63%) afferma che è strategicamente importante avere un alto grado di controllo sui propri dati e mezzi per estrarne valore.

    Più della metà dei rispondenti (52% – in Italia 48%) teme che i soggetti che detengono i monopoli dei dati abbiano un controllo eccessivo sulla loro capacità di creare valore e il 39% (in Italia 26%) sta rivalutando la propria strategia cloud a causa dell’aumento dei costi (42% – in Italia 40%), delle preoccupazioni sulla sicurezza (37% – in Italia 26%), della necessità di un’architettura più flessibile (37% – in Italia 29%) e della carenza di controllo sui propri dati (32% – in Italia 26%).

    In conclusione, la data maturity nel 2023 sarà molto diversa. Le aziende sfrutteranno il potenziale dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico per utilizzare i dati in modi sempre più significativi.

    I dati saranno più accessibili, con l’emergere di nuove fonti di dati e la capacità di integrare gli stessi in modo più rapido ed efficiente. Tutto questo si tradurrà in migliori intuizioni di business e previsioni più accurate, consentendo alle aziende di prendere le decisioni migliori.

    Anche le misure di sicurezza e di privacy saranno più rigorose, per garantire che i dati siano tenuti al sicuro e utilizzati in modo responsabile. Le aziende sono sempre più consapevoli di sfruttare i dati per creare esperienze migliori per i propri clienti, favorire la crescita e migliorare le operazioni. Con gli strumenti e le strategie giuste, la data maturity già in questo anno sarà una risorsa enorme per le aziende.

  • Amazon, nuovo taglio di 9 mila lavoratori anche tra Twitch e AWS

    Amazon, nuovo taglio di 9 mila lavoratori anche tra Twitch e AWS

    Amazon, dopo i licenziamenti dei mesi scorsi, si appresta ad una nuova massiccia ondata di licenziamenti di 9 mila lavoratori che comprendono anche Twitch e AWS.

    Anche Amazon sta per avviare un nuovo piano di licenziamenti. Dopo i pesanti licenziamenti portati avanti tra novembre dello scorso anno e gennaio 2023, che hanno interessato oltre 18 mila dipendenti, in una nota inviata al personale dal CEO della società, Andy Jassy, nelle prossime settimane saranno licenziate altre 9 mila persone.

    Con l’obiettivo di ridurre i costi, e con uno scenario internazionale e finanziario instabile, Amazon si appresta a licenziare ancora stavolta nei reparti che riguardano l’advertising e le risorse umane (segno quest’ultimo che indica il blocco di nuove assunzioni). E ancora, i licenziamenti riguarderanno AWS, la struttura di Amazon che fornisce i servizi in cloud, e Twitch, la piattaforma di video streaming.

    Il principio fondamentale della nostra pianificazione annuale, relativa a quest’anno, è stato quello di essere più snelli. Ci proponiamo di farlo in maniera da poter investire in modo significativo nelle esperienze chiave a lungo termine per i clienti, che riteniamo possano migliorare significativamente la vita dei clienti e di Amazon nel suo complesso“, ha dichiarato Jassy nella lettera indirizzata a tutti i dipendenti.

    amazon 9 mila licenziamenti Twitch AWS

    Dopo la campagna di massicce assunzioni avvenute durante la pandemia, anche Amazon, come altre grandi aziende tech, si appresa a “snellire” la propria forza lavoro. Per dare un’idea di quanto fosse cresciuta l’azienda di Seattle, alla fine del 2021 Amazon contava su un numero di oltre 1,6 milioni di dipendenti, inclusi i retail online, rispetto ai quasi 800 mila lavoratori considerati a fine 2019.

    C’è anche da aggiungere che il quarto trimestre del 2022 è stato uno dei peggiori della storia di Amazon, facendo registrare la sua prima perdita netta, dal 2014, a 2,7 miliardi di dollari. Amazon ha fatto una serie di misure di riduzione dei costi negli ultimi mesi, tra cui la sospensione della costruzione della sua seconda sede ad Arlington, in Virginia, la chiusura di alcuni dei suoi negozi fisici Amazon Go e l’arresto dell’espansione dei suoi negozi Amazon Fresh. E ha anche bloccato le nuove assunzioni.

    Come sappiamo, il gigante dell’e-commerce non è l’unica grande azienda a dover affrontare problemi finanziari e licenziamenti in un’economia difficile. Meta, Microsoft e Google hanno già licenziato decine di migliaia di lavoratori quest’anno.

    Nonostante questo quadro tutt’altro che idilliaco, Jassy ha manifestato ottimismo rispetto alle “attività più importanti” dell’azienda, e quindi la vendita al dettaglio e, appunto, Amazon Web Services.

  • Il fallimento della Silicon Valley Bank e le preoccupazioni nel mondo tech

    Il fallimento della Silicon Valley Bank e le preoccupazioni nel mondo tech

    Il fallimento di una banca non è mai una buona notizia. La Silicon Valley Bank era il punto di riferimento per il settore tech, per startup e per venture capitalist. Il rischio è quello di una nuova crisi come quella del 2008, anche se dagli Usa sono fiduciosi che non accadrà.

    Il racconto di chi vive lì è di una Sand Hill Road stranamente silenziosa. Si tratta della strada ad ovest della Silicon Valley che attraversa Palo Alto, Menlo Park e Woodside, nota per la sua concentrazione di società del settore tech e ad esso connesse. Un silenzio che porta alla mente un incubo già vissuto.

    Il fallimento di una banca non è mai una buona notizia e il ricordo di ciò che accadde nella grande crisi finanziaria del 2008 riaffiora con il grande rischio che tutto ripetersi. E le conseguenze potrebbero essere anche più pesanti.

    I fatti ci dicono che nel giro di brevissimo, lo colpisce la velocità con cui tutto è avvenuto, è fallita la Silicon Valley Bank, la banca delle startup, quella che ha dato soldi ai fondi di investimenti per far crescere il nome della Silicon Valley, ossia quella striscia di terra della California che ha dato i natali ai colossi tech che conosciamo oggi.

    La Silicon Valley Bank (SVB) è stata chiusa dalle autorità di regolamentazione Usa e rilevata dal governo americano dopo che i depositanti si sono affrettati a ritirare i loro soldi in seguito a una comunicazione “a sorpresa” della società, avvenuta mercoledì sera, in cui si affermava che aveva venduto 21 miliardi di dollari di attività e che stava vendendo altre azioni proprie per sostenere il suo bilancio. Da questo momento in poi è stato il panico.

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    I fondatori di start-up e i venture capitalist hanno compreso subito che il denaro necessario per pagare i dipendenti potesse andare perso o congelato dal crollo della banca e si sono precipitati a prelevare i propri soldi. Ora è stato imposto un limite di prelievo a 250 mila dollari, anche se ovviamente le aziende, per lo più startup hanno depositi presso la banca con cifre di molto superiori.

    In tempi rapidi la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) l’ente federale che interviene in casi come questi, di banche in difficoltà, a garanzia dei consumatori, prevedendo già l’istituzione di una banca che dovrebbe sostituire la SVB e portare avanti questa fase molto delicata. I vertici della Federal Reserve si dicono fiduciosi di scongiurare l’effetto contagio, come avvenuto appunto nella crisi del 2008, in quanto le leggi apportare dopo quella grave crisi dovrebbero evitare il ripetersi di situazioni simili.

    Ma intanto il fallimento della SVB lascia un vuoto enorme in un settore tecnologico, quello della Silicon Valley, già in grandi difficoltà per via dell’aumento dei tassi, come fenomeno evidente e recente, e alle prese con la gestione di difficoltà delle aziende del settore che ha provocato, e continua ancora adesso, una catena di licenziamenti di massa.

    Stiamo parlando di una banca che è nata nel 1983 ed è cresciuta insieme all’industria tecnologica, resistendo agli alti e bassi del settore come avvenuto nel corso degli anni. Con il boom del mercato dei capitali di rischio tra la fine degli anni 2000 e l’inizio del 2010, la banca ha approfittato della crescita esponenziale del fenomeno start-up, diventando l’interlocutore privilegiato per le aziende che necessitavano di una banca in grado di gestire il mondo rischioso e in rapida evoluzione nella fase delicata della nascita del settore tech.

    La banca si è sviluppata rapidamente e oggi è presente in nove paesi, tra cui Cina e India. E in Cina, a seguito di questo fallimento, si registrano non poche preoccupazioni. La SVB ha affiancato una serie di piccole e grandi aziende tecnologiche, tra cui la società di e-commerce Shopify e la società di sicurezza informatica CrowdStrike. L’elenco dei suoi clienti comprendeva anche fondatori e dirigenti del settore tech di primissimo piano, nonché società di venture capital conosciutissime come Andreessen Horowitz e Insight Partners.

    silicon valley bank franzrusso.it

    C’è da rilevare che buona parte dei licenziamenti è da imputare alle eccessive assunzioni che si sono registrate durante la pandemia, pensando che i mercati sarebbero andati in una certa direzione, mentre i venture capitalist hanno dichiarato che il calo dei finanziamenti alle nuove start-up è una correzione necessaria dopo anni di eccessiva esuberanza.

    Al momento, i capitali della banca sono tutti ancora lì, alla fine del 2022 la SVB aveva circa 209 miliardi di dollari di attività totali e 175 miliardi di dollari di depositi, e lunedì dovrebbe risolversi la questione del reperimento dei fondi delle startup, la grande maggioranza che viene coinvolta da questa crisi, per poter fronteggiare il pagamento degli stipendi ai propri dipendenti che resta la principale preoccupazione.

    E intanto Roku, la società che fornisce i sistemi operativi alle aziende di streaming, fa sapere che dal fallimento della SVB potrebbe vedere a rischio il 25% del suo contante, essendo depositato presso la banca e non assicurato.

    Tutta l’industria tech è alle prese con i cambiamenti dell’economia e con le rinnovate pressioni degli investitori di Wall Street per tagliare i costi e concentrarsi sui profitti, dopo anni di spese per far crescere continuamente le proprie aziende, a ritmi sfrenati.

    Durante la pandemia, grandi aziende come Amazon, Facebook e Google hanno assunto decine di migliaia di nuovi lavoratori. Ma la maggior parte di esse ha tagliato i costi e licenziato lavoratori, cosa che poche hanno dovuto fare nell’ultimo decennio.


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    Le aziende tech e social media alle prese con i licenziamenti


    Questo fallimento segna quanto il settore tech debba ancora fare i conti con sé stesso e sappiamo bene, purtroppo, che alla fine di questi conti il prezzo più alto lo pagheranno decine di migliaia di persone che avevano creduto in quella grande crescita che sembrava senza fine.

    Non è ancora detta la parola fine, ma da adesso in poi le ristrutturazioni e i licenziamenti di faranno sempre più significativi e qualche azienda chiuderà. Speriamo che la lezione della grande crisi finanziaria del 2008 sia servita a qualcosa, se non altro a limitare contagio finanziario e conseguenze. Speriamo.

  • Perché adesso TikTok preoccupa tutti gli stati e governi

    Perché adesso TikTok preoccupa tutti gli stati e governi

    TikTok ormai preoccupa, in maniera crescente, gli stati e governi un po’ di tutto il mondo. Improbabile che si arrivi ad un divieto esteso agli utenti privati, ma le istituzioni governative europee, americane e canadesi stanno iniziando a vietare l’app. Vediamo, in sintesi, di comprenderne di più.

    Negli ultimi giorni si è parlato molto della possibilità che TikTok possa essere vietato un po’ ovunque. Ma, diciamole subito e chiaramente: un possibile divieto dell’uso di TikTok per gli utenti privati è assolutamente improbabile. Proprio nelle ultime ora, alcuni movimenti per i diritti civili digitali, negli Usa, stanno protestando contro una ipotetica possibilità di ban verso TikTok, in quanto violerebbe i diritti della persona secondo il primo emendamento.

    Quindi, la possibilità di vietare TikTok per gli utenti privati non è presa in considerazione da nessuno. Il tema piuttosto riguarda le istituzioni pubbliche, a livello mondiale, che nei giorni scorsi hanno adottato provvedimenti di divieto per i funzionari e i dipendenti delle varie istituzioni pubbliche, perché sussistono rischi sulla sicurezza.

    Come saprete certamente, negli ultimi giorni si è parlato molto della decisione delle tre istituzioni europee, vale a dire Parlamento, Consiglio e Commissione UE di vietare l’uso di TikTok, di cancellarla dal proprio smartphone entro il 15 marzo di quest’anno, in quanto comporterebbe seri rischi per la sicurezza delle istituzioni.

    divieto tiktok governo stati

    La stessa cosa ha poi fatto il governo del Canada, con divieto immediato. In questo caso il primo ministro canadese, Justin Trudeau, si è augurato che questo ban per le istituzioni governative possa servire come esempio per gli utenti canadesi, spingendoli a cancellare l’app dal proprio dispositivo mobile.

    E si è mossa in questa direzione anche l’amministrazione Usa, guidata dal presidente Joe Biden, che ha invitato tutti i dipendenti e funzionari delle amministrazioni federali a cancellare l’app entro i prossimi 30 giorni. Una decisione, questa, che segue la battaglia che aveva iniziato nel 2020 Donald Trump che si trovò sul punto di smembrare le attività Usa di ByteDance, la società cinese che gestisce TikTok, per affidarle ad un’azienda terza e Oracle vi andò molto vicino. Poi arrivò Biden e non se ne fece più nulla. Solo che adesso i repubblicani fanno pressione su Biden, in virtù della sua decisione verso TikTok, per appoggiare la legge in discussione al Congresso che porterebbe ad un divieto esteso dell’app in tutti gli Usa.

    Come detto all’inizio, un divieto dell’app esteso anche agli utenti privati non è assolutamente praticabile e non risolverebbe il vero problema.

    Già, ma qual è il problema?

    Il problema è che TikTok non solo condivide i dati dei suoi utenti, così come fanno anche le altre app social media, ma li assorbe anche da tutte le altre app che sono installate su uno smartphone. Questo è il vero punto del problema che riguarda, soprattutto, le istituzioni pubbliche. E stiamo parlando di dati personali e di dati biometrici, ossia quei dati che definiscono le “caratteristiche fisiche, fisiologiche e comportamentali di una persona fisica” (GDPR art. 4, par. 1, n. 14).

    Il problema è dovuto al fatto che oramai è sempre più promiscuo l’uso che si fa del proprio smartphone. Lo si usa tanto dal punto di vista personale quanto dal punto di vista lavorativo e professionale. E, come abbiamo visto, negli anni della pandemia e successivi, questo utilizzo misto è sempre stato più esteso anche per via del remote working.

    Da qui nascono le preoccupazioni delle istituzioni pubbliche, e cioè che questi dati possano essere condivisi anche con TikTok, in quanto presente sullo smartphone, e condivisi con funzionari cinesi.

    Non se ne è discusso molto, ma circa tre mesi fa è stata proprio TikTok ad ammettere la condivisione dei dati dei propri utenti, e di quelli raccolti dalle altre app, con le proprie sedi nel mondo. E cioè con la sede brasiliana, con la sede israeliana e anche con la sede cinese.

    Ma non solo vi è questo tipo di condivisione, TikTok deve condividere i propri dati anche con il governo cinese, in virtù di una legge precisa del governo.

    Ora, la situazione è molto delicata e ByteDance anche in questi giorni ha sempre negato, a più livelli e in diverse occasioni, di condividere dati con il governo cinese o di aver ricevuto pressioni in tal senso. Ma un problema di condivisione dei dati c’è e bisogna prenderne atto.

    In una situazione difficile come stiamo vivendo, con gli equilibri internazionali molto fragili, soprattutto dal punto di vista delle relazioni Usa-Cina e del ruolo che la stessa Cina può giocare nella guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, un possibile divieto di TikTok a livello quasi globale sarebbe pericoloso, oltre che inutile.

    Inutile perché, fatte salve le preoccupazioni mosse dalle istituzioni pubbliche, anche vietando all’utente privato di usare l’app TikTok il problema della condivisione dei dati non verrebbe assolutamente risolto.

    Un recente studio di Gizmodo ha dimostrato come TikTok raccolga i dati da oltre 28 mila applicazioni. Si tratta di app che utilizzano l’SDK (il kit di sviluppo dell’app) usato da TikTok. Si tratta di strumenti che integrano le app con i sistemi di TikTok e inviano i dati degli utenti di TikTok per funzioni come annunci all’interno di TikTok, accesso e condivisione di video dall’app.

    Ma le app non sono l’unica fonte di dati di TikTok. Esistono tracker TikTok distribuiti anche su tantissimi siti web. Va poi detto che il tipo di condivisione dei dati che TikTok sta praticando è altrettanto comune a quello che fanno altre app, web e mobile.

    Questo per dire che anche vietando l’uso di TikTok a tutti gli utenti il problema non verrebbe comunque risolto.

    Insomma, questo era un tentativo, sintetico, anche perché il tema sarebbe ancora più esteso e complesso, per cercare di dare una spiegazione a quanto sta succedendo in questi ultimi giorni.

    A questo proposito, segnalo anche l’episodio del podcast di Marco Maisano “Ma perché?” proprio dedicato a rispondere alla domanda “ma perché TikTok rischia il bando?”.

  • FAS International trasforma il vending in una piattaforma

    FAS International trasforma il vending in una piattaforma

    FAS International, storica azienda leader del settore vending, punta tutto sulle nuove tecnologie, l’innovazione e la sostenibilità. Il vending si evolve in una piattaforma di distribuzione 24 ore su 24. Intervista a Luca Adriani, CEO dell’azienda.

    FAS International è l’azienda nata nel 1967 nel giardino di casa di Antonio che insieme a suo fratello stava fondando la sua azienda che avrebbe cambiato il mondo del vending. Siamo verso la fine degli anni ’60, gli anni del boom economico italiano e la distribuzione automatica stava cominciando a prendere piede nel nostro paese, soprattutto legata al caffè. L’intuizione dei fratelli Adriani è quella di andare oltre la bevanda classica e introdurre altre bevande e poi anche alimenti. Ecco l’intuito che si trasformerà nella vera chiave verso il successo dell’azienda.

    Oggi alla guida dell’azienda ci sono, ancora una volta così come è iniziata la storia, due fratelli, Luca e Mariangela, entrambi alla guida dell’azienda, ed il loro compito è trasformare il mondo del vending in modo da essere sempre più vicino alle esigenze delle persone, sempre più tecnologico, verde e smart.

    L’azienda ha iniziato la sua attività come produttore di macchine automatiche per la distribuzione di bibite e successivamente si è specializzata nella produzione di macchine vending per una vasta gamma di prodotti, come bevande, snack, alimenti freschi.

    fas international luca adriani vending franzrusso.it

    FAS International è cresciuta costantemente nel corso degli anni e ha sviluppato un’ampia gamma di soluzioni per il vending, che vanno dalle macchine a selezione diretta ai distributori automatici di ultima generazione con tecnologia touchscreen e soluzioni di pagamento digitali avanzate. Le ultime macchine sono già dotate, nativamente, di sistemi di pagamento Satispay e Paypal.

    In questi giorni in giro per il FAS Tour 2023, un viaggio di 10 tappe nelle città italiane per portare le novità dell’azienda, sempre più all’insegna dell’innovazione e della tecnologia, incontro Luca Adriani a Bologna ed è l’occasione per chiedergli come ha fatto FAS International ad essere sempre leader di questo settore e ad attraversare tante fasi, qual è il segreto?

    Il mondo della tecnologia è velocissimo” – dice Luca Adriani – e oggi un’azienda deve riuscire ad innovarsi, anche mettendosi in discussione, altrimenti tutto diventa più complicato. Io guardo molto ai giovani e alla loro capacità di cambiamento, di interpretare sempre i temi del momento. La nostra è un’azienda tradizionale, che proviene dal mondo del vending cerca di fare questo, innovarsi cercando di offrire sempre soluzioni nuove.

    Per questo ci siamo chiesti come fare a mettere in connessioni i dispositivi mobili, che oggi tutti hanno, alle nostre macchine. E lo facciamo realizzando degli hub refrigerati in modo che, un domani, anche il food possa essere acquistato attraverso uno smartphone e in distribuzione 24 ore su 24, nelle aziende ad esempio della ristorazione, nei centri commerciali, ma anche nei condomini, negli hotel“.

    Una delle caratteristiche di FAS International è quella di essere sempre stata, in tutti questi anni, molto attenta all’innovazione e alle nuove tecnologie. E infatti, mantenendo fede a questa caratteristica, nei prossimi mesi, tra giugno e luglio, l’azienda porterà sul mercato nuovi locker che vede la collaborazione di diversi attori, apparentemente diversi tra loro, ma tutti accomunati dalla voglia di sperimentare nuove modalità e di riuscire a soddisfare le esigenze delle persone.

    Luca Adriani AD Fas International
    Luca Adriani, CEO FAS International

    Il vending” – continua Adriani – “nei prossimi anni avrà un grande futuro perché sa innovarsi. Con i nuovi locker siamo riusciti a coinvolgere diversi player e siamo convinti che da qui possa nascere l’evoluzione del vending, che magari dovrebbe cominciare a chiamarsi in un altro modo visti gli sviluppi che vogliamo imprimere al settore“.

    L’azienda che guida oggi Luca Adriani, insieme alla sorella Mariangela, fondata dal suo papà Antonio, insieme a suo fratello, come dicevamo all’inizio, già alla fine degli anni ’80 prospettava l’evoluzione del vending verso l’automazione della ristorazione e del retail. “Ci siamo arrivati dopo qualche anno, ma ci siamo arrivati a quella che era la visione del mio papà“, dice Luca Adriani.

    Come è stato per tutte le aziende, gli ultimi due/tre anni caratterizzati dalla pandemia sono stati un grande acceleratore digitale. Un tratto che vale per qualsiasi settore e, quindi anche per il vending. Questa accelerazione ha portato FAS International a spingere verso nuovi prodotti sempre più all’avanguardia tecnologica, innovativi e sempre più sostenibili dal punto di vista ambientale, aspetto molto caro all’azienda.

    E questa accelerazione ha spronato Luca Adriani a proseguire, tenendo fede al claim storico dell’azienda “Tutto si può vendere con un distributore automatico“, sullo sviluppo della piattaforma FOOD24SYSTEM,il servizio mensa automatizzato, composto da una parte software che permette la prenotazione o l’acquisto della pietanza da un device/computer, e una parte hardware che gestisce, invece, la consegna al cliente senza l’assistenza di una persona in maniera sicura con l’utilizzo di distributori a piatti rotanti o di locker refrigerati.

    fas international luca adriani vending franzrusso.it

    La web app FOOD24SYSTEM permette inoltre di scegliere quando e dove ritirare il proprio pasto e di visualizzare le informazioni nutrizionali e le caratteristiche di ogni pietanza. Anche il sistema di pagamento può essere contestuale alla prenotazione o integrato al gestionale aziendale e personalizzato rispetto alle esigenze degli utenti. Food24System può essere considerato un cosiddetto “e-commerce di prossimità“: un punto vendita efficiente per chi si trova nelle vicinanze del distributore e con modalità di acquisto integrata tra online e offline.

    Uno degli ultimi casi” – racconta ancora Luca Adriani – “è quello della macelleria Deganello di Malo (Vicenza) un esempio di ciò che rappresenta il concetto di ‘distributore 4.0’. L’idea era quella di ripensare il servizio di prenotazione e ritiro della carne per venire incontro alle esigenze dei clienti e renderlo attivo tutto l’anno a qualsiasi ora, installando un distributore automatico a chilometro zero, dalle elevate capacità di refrigerazione e conservazione dei prodotti, in particolare di quelli freschi e freschissimi. Iniziato ad ottobre dello scorso anno, nel giro di poco tempo si sono registrati più di 500 persone, gli ordini sono stati circa 160 per un totale di 3200 euro di fatturato in poco più di 3 mesi.

    Un esempio questo che dimostra ancora una volta l’evoluzione del vending, verso quell’idea che il mio papà aveva previsto. Un’idea che oltre al coinvolgimento delle persone, che comprende il valore del servizio, porta l’azienda anche a guadagnare di più. E questo per me è un elemento fondamentale“.

    Con questa visione il vending si evolve in piattaforma di distribuzione 24 ore su 24, trasformandosi in un servizio a cui l’utente può accedere in qualsiasi momento della giornata, potendo contare sull’affidabilità e sulla qualità. Una grande sfida e FAS International ha tutte le carte in regola per vincerla.

  • Italiani e Intelligenza Artificiale, mercato e opinioni nel 2023

    Italiani e Intelligenza Artificiale, mercato e opinioni nel 2023

    L’Intelligenza Artificiale è il tema del momento, grazie all’esplosione del fenomeno ChatGPT. In Italia il mercato è in crescita, vale 500 milioni di euro; gli italiani conoscono l’AI e il 79% la ritiene positiva.

    Il 2022 per il mercato dell’intelligenza artificiale è stato un anno da record, caratterizzato dai continui progressi nelle capacità delle macchine e dagli exploit di Dall-E2 e, soprattutto, ChatGPT che in poche settimane hanno coinvolto decine di milioni di utenti e mostrato al grande pubblico le potenzialità di questa tecnologia.

    Per la precisione, ChatGPT dopo aver raggiunto 1 milione di utenti in soli 5 giorni, ha raggiunto poi nel mese di gennaio il traguardo di 100 milioni di utenti attivi.

    E il 2023 sarà, molto probabilmente, all’insegna dell’AI con i progressi che ne seguiranno. Microsoft nei giorni scorsi ha lanciato la nuova versione di Bing, il motore di ricerca di casa Redmond, basato sull’intelligenza artificiale, con l’impegno di “offrire una ricerca migliore, risposte più complete, una nuova esperienza di chat e la capacità di generare contenuti”.

    intelligenza artificiale italiani 2023

    Una sollecitazione, quella di creare sempre più strette sinergie tra i motori di ricerca e l’intelligenza artificiale, alla quale non si è sottratta Google, l’azienda madre del motore di ricerca più usato nel web. Infatti, nei giorni scorsi è stato lanciato Bard il cui lancio non è stato così fortunato: un errore nella ricerca dimostrativa ha finito per provocare la perdita di 100 miliardi di valore a Wall Street per Alphabet, l’azienda madre di Google.

    Fatta questa breve panoramica, veniamo all’Italia e al suo rapporto con l’Intelligenza Artificiale.

    In Italia, il mercato dell’Intelligenza Artificiale nel 2022 ha raggiunto il valore di 500 milioni di euro, con una crescita di ben il 32% in un solo anno, di cui il 73% commissionato da imprese italiane (365 milioni di euro) e il 27% rappresentato da export di progetti (135 milioni di euro).

    A dimostrazione dell’ormai ampia diffusione di questa tecnologia, oggi il 61% delle grandi imprese italiane ha già avviato almeno un progetto di AI, 10 punti percentuali in più rispetto a cinque anni fa. E tra queste, il 42% ne ha più di uno operativo. Tra le PMI, invece, il 15% ha almeno un progetto di AI avviato (nel 2021 era il 6%), quasi sempre uno solo, ma una su tre ha in programma di avviarne di nuovi nei prossimi due anni.

    Elemento significativo è che il 93% degli italiani ha già sentito parlare di “Intelligenza Artificiale”; il 55% afferma che l’AI è molto presente nella quotidianità e circa 4 su 10 (37%) nella vita lavorativa. Non mancano però le perplessità: il 73% nutre dei timori, soprattutto sugli impatti sul mondo del lavoro, anche se solo il 19% della popolazione è fermamente contrario all’ingresso dell’Intelligenza Artificiale nelle attività professionali.

    Osservando meglio, si nota che il 96% degli italiani con età compresa tra 18-34 anni conosce l’AI e poi l’89% degli italiani disoccupati.

    intelligenza artificiale italiani

    Il 79% degli italiani ritiene, comunque, che l’Intelligenza Artificiale sia positiva, dato che cresce all’84% tra gli utenti consapevoli. Mentre solo il 5% la giudica, complessivamente, negativa. Infine, il 16% degli italiani si ritiene del tutto indifferente a questo fenomeno.

    In ogni caso, la gran parte degli utenti deve ancora sperimentarne le reali potenzialità. L’esperienza quotidiana degli italiani si concentra sugli assistenti virtuali e sui sistemi di Recommendation. In particolare, i chatbot, già utilizzati dall’81%, sono ormai diffusi quasi come gli assistenti vocali (83%). Cresce l’interesse verso le raccomandazioni ricevute da motori di AI per l’e-commerce e un utente su quattro ha realizzato un nuovo acquisto online dopo averli utilizzati. 

    Sono dati, questi, della ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, presentata nei giorni scorsi.

    Intelligenza Artificiale e mercato italiano

    La quota più significativa del mercato dell’Intelligenza Artificiale italiano (34%) è legata a soluzioni per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), soprattutto per realizzare previsioni in ambiti come la pianificazione aziendale, la gestione degli investimenti e le attività di budgeting. Ma è importante anche l’area di interpretazione del linguaggio, scritto o parlato, la cosiddetta Language AI (28%) a cui afferiscono le classi di soluzioni NLP e Chatbot. In quest’area vi sono, ad esempio, le applicazioni di Generative AI come ChatGPT o DALL-E2, che consentono di estrarre ed elaborare automaticamente informazioni anche da documenti come atti giudiziari, contratti o polizze, o per analizzare le comunicazioni interne o esterne (es. mail, social network, web).

    intelligenza artificiale mercato italia

    Al 19% si segnala poi l’area degli algoritmi che suggeriscono ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System). Infine, il 10% del mercato va alle iniziative di Computer Vision, che analizzano il contenuto di un’immagine in contesti come la sorveglianza in luoghi pubblici o il monitoraggio di una linea di produzione, e il 9% alle soluzioni con cui l’AI automatizza alcune attività di un progetto e ne governa le varie fasi (Intelligent Robotic Process Automation).

    Dal punto di vista del livello di adozione dell’Intelligenza Artificiale da parte delle aziende italiane, i dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence rilevano che più di un terzo delle grandi aziende, vale a dire il 34%, si trova nell’era dell’implementazione, ossia dispone delle risorse tecnologiche e delle competenze necessarie per sviluppare e portare in produzione le iniziative di AI.

    Nel restante 66% vi sono situazioni eterogenee, a partire dalle organizzazioni definite In cammino (33%), ovvero già dotate degli elementi abilitanti, ma anche aziende che non percepiscono il tema dell’Intelligenza Artificiale come rilevante, e non dispongono di un’infrastruttura tecnologica adeguata.

  • Elena Accardi è la nuova Country Manager Italia di Check Point Software

    Elena Accardi è la nuova Country Manager Italia di Check Point Software

    Elena Accardi è la nuova Country Manager Italia di Check Point Software che guiderà il team italiano di oltre 60 esperti in un momento storico in cui la sicurezza informatica è sempre più un pilastro portante della nuova era digitale.

    Elena Accardi è la nuova Country Manager Italia di Check Point Software per guidare il team italiano in un momento storico in cui, come sappiamo e vediamo ormai ogni giorno, la sicurezza informatica è sempre più un pilastro portante della nuova era digitale.

    Professionista della sicurezza informatica che vanta oltre 25 anni di esperienza nel settore ICT, Elena Accardi vanta esperienze in Netskope, la più recente, nel ruolo di Country Sales Director per i mercati di Italia, Grecia, Malta e Cipro. In precedenza, ha ricoperto ruoli strategici nelle filiali italiane di aziende multinazionali, quali Imperva nel 2014 ed Arcsight nel 2010. Durante il suo percorso ha potenziato il proprio background professionale presso realtà quali Oracle, HP e BMC.

    Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche, ha completato un percorso di approfondimento sui “pattern” alla base del comportamento umano e le teorie motivazionali, che le ha permesso di ottenere una solida preparazione sulla gestione di team estesi e della capacità di leadership.

    Elena Accardi Country Manager Italia check poitn software

    La nomina di Elena Accardi si inserisce in uno scenario che ogni giorno dimostra quanto sia strategico presidiare. La cronaca di questi giorni ci riporta dell’attacco informatico globale ai server ESXi che ha colpito, e ancora oggi si propagano gli effetti, migliaia di server tutto il mondo e in Italia. Ma non solo. Negli ultimi sei mesi, nel nostro Paese, ogni organizzazione è stata attaccata in media 1173 volte a settimana, mentre infostealer e banking malware sono stati gli assoluti protagonisti del panorama italiano delle minacce che, insieme, hanno avuto un impatto su oltre il 16% delle infrastrutture aziendali.

    Elena Accardi collaborerà con Roberto Pozzi, responsabile del mercato Southern Europe, e sarà responsabile di un team di oltre 60 esperti, attivo in tutta Italia, per far crescere una rete di clienti già radicata nel territorio locale.

    A stretto contatto con il team di canale, Elena Accardi gestirà un ecosistema consolidato di partner strategici sul territorio, con l’obiettivo di supportare le aziende nell’adozione di una strategia efficace di cyber resilienza.

    Nello specifico, la Country Manager si occuperà di coordinare tutte le attività commerciali e di operation guidando lo sviluppo strategico dell’azienda in tutto il Paese, al fine di rafforzare la propria leadership di mercato.

    Check Point Italia valorizza così una presenza già molto forte sul territorio e rende più profonda la conoscenza del mercato con l’obiettivo di fornire sia ai nuovi clienti che a quelli fidelizzati, non solo una rilevazione degli attacchi informatici, ma anche una threat prevention completa e una cybersecurity consolidation attraverso un unico provider e un approccio multilivello.

    Elena Accardi ha così commentato la sua nomina:

    Sono molto orgogliosa di poter guidare il team italiano di Check Point nell’affrontare un’era globale fortemente minacciata a livello informatico. La nostra è un’azienda presente sul mercato da quasi 30 anni e, grazie ai continui investimenti in R&D, è in grado di offrire soluzioni di cybersecurity all’avanguardia garantendo una sicurezza completa e inclusiva. Il recente lancio di Horizon, la nostra piattaforma in grado di gestire rete, cloud, e-mail, endpoint e dispositivi IOT, dimostra infatti, il costante impegno di Check Point nel suo percorso di continuo perfezionamento nel prevenire le minacce con l’obiettivo di garantire alle aziende gli strumenti adeguati per essere più resilienti e competitive”.

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