Tag: influencer marketing

  • Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Agcom ha approvato il primo Codice di condotta Influencer. Si pongono regole chiare, obblighi di trasparenza, tutela dei minori. Sono previste sanzioni fino a 600 mila euro per chi viola le norme.

    L’Agcom ha approvato il nuovo Codice di condotta Influencer. Si tratta di un passaggio importante nel panorama digitale italiano, per non dire atteso.

    L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha deciso di intervenire ponendo in essere regole precise per mettere ordine in un settore, quello degli influencer, cresciuto rapidamente, ma spesso percepito come poco trasparente.

    A quali influencer si rivolge il Codice Condotta

    Le nuove disposizioni riguarderanno specificamente quegli influencer che hanno una notevole capacità di coinvolgimento sulla propria community, identificati chiaramente da Agcom come coloro che superano i 500.000 follower; oppure raggiungono almeno un milione di visualizzazioni mensili su piattaforme social o di video sharing.

    La scelta di queste soglie evidenzia una chiara volontà di incidere direttamente sui soggetti più rilevanti, lasciando però aperta la discussione su cosa accadrà ai micro-influencer, spesso altrettanto incisivi ma esclusi, per ora, da questo primo intervento.

    Gli Influencer rilevanti, secondo il nuovo regolamento, avranno un termine di sei mesi per iscriversi a un apposito elenco ufficiale istituito proprio da Agcom. Un passaggio burocratico ma importante. Per la prima volta, infatti, si definisce in modo formale chi svolge effettivamente il ruolo di influencer e con quali responsabilità.

    Responsabilità è infatti la parola chiave del nuovo Codice.

    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro
    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Gli Influencer e la Responsabilità

    Agcom equipara formalmente gli influencer più seguiti a emittenti televisive dal punto di vista editoriale. Un accostamento non casuale che implica precise responsabilità nei contenuti condivisi, dalla trasparenza pubblicitaria alla tutela dei minori, passando per il contrasto al linguaggio d’odio e il rispetto dei diritti d’autore.

    In sostanza, gli influencer non possono più considerarsi semplicemente creatori di contenuti liberi da vincoli editoriali. Al contrario, da oggi devono farsi carico di un ruolo attivo e consapevole nella comunicazione online.

    È un passaggio questo che è destinato ad avere un impatto sul settore. Soprattutto dopo i tanti casi degli ultimi anni che hanno portato a questo tipo di intervento.

    Codice condotta Influencer, sanzioni fino a 600 mila euro

    Le sanzioni previste in caso di violazioni non sono affatto trascurabili, con multe che possono raggiungere i 250.000 euro per le infrazioni generali e addirittura i 600.000 euro se vengono coinvolti i minori.

    Per ora l’accoglienza del provvedimento è stata contrastante. Se da un lato l’Unione Nazionale Consumatori ha apprezzato il Codice definendolo un progresso significativo nella lotta alla pubblicità occulta, il Codacons, invece, ha manifestato perplessità sulla soglia dei follower individuata dall’Agcom, ritenendola eccessivamente alta e quindi limitativa.

    Sono due modalità di pensiero che in questi giorni stanno emergendo sulle varie conversazioni sulle piattaforme.

    Al di là di quello che si pensa, è necessario sottolineare che questo è un passo necessario verso una maggiore maturità e consapevolezza del settore influencer in Italia. Un settore che in alcuni casi ha finito per creare situazioni al limite della correttezza professionale.

    Evidentemente, è un’opportunità per riaffermare il principio che essere Influencer, oggi,  comporta precise responsabilità, editoriali e sociali.

    Si apre ora una fase nuova nel nostro paese, che col senno di poi sarebbe dovuta iniziare già molto tempo prima.

    Ma sarà interessante osservare come influencer, brand e utenti reagiranno a questo cambiamento.

    SCHEDA

    Codice Influencer Dettaglio
    Soglia di applicazione ≥ 500.000 follower o ≥ 1 milione di visualizzazioni/mese
    Iscrizione Obbligatoria a un elenco Agcom entro 6 mesi
    Regole chiave Trasparenza, anti-odio, tutela minori, diritti autorali
    Sanzioni Fino a 250.000 €, fino a 600.000 € in caso di violazione tutela minori
    Responsabilità Pari a quella delle emittenti televisive

     


    [L’immagine di questo articolo è stata generata artificialmente con il supporto di DALL·E, modello di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI, utilizzata esclusivamente per rappresentare in formato visual il tema trattato]

  • Virtual Influencer, la nuova frontiera del digital marketing

    Virtual Influencer, la nuova frontiera del digital marketing

    I virtual influencer sono la nuova frontiera del marketing digitale. Personaggi creati con intelligenza artificiale e grafica 3D, stanno conquistando i social media e guadagnando cifre da capogiro. Ma quali sono i vantaggi per le aziende?

    Immaginate un mondo in cui i testimonial dei vostri marchi preferiti non siano persone reali, ma personaggi digitali creati con intelligenza artificiale. IA e grafica 3D.

    Un mondo in cui questi avatar possano vantare milioni di follower su Instagram e guadagnare cifre da capogiro per ogni post sponsorizzato.

    Il fatto è che questo mondo non è più fantascienza. Anzi, è già realtà. Ed è già parte del digital marketing odierno, dove gli influencer virtuali stanno diventando, pian piano, i nuovi protagonisti.

    Virtual influencer, una nuova era digitale

    Tali avatar, dotati di personalità e storie costruite attraverso sofisticate tecniche di intelligenza artificiale e grafica computerizzata, stanno guadagnando un’importanza crescente su piattaforme come Instagram. Dimostrando di poter accedere a potenziali guadagni davvero elevati.

    virtual infuencer frontiera digital marketing franzrusso

    Nati come esperimenti di software e intelligenza artificiale, gli influencer virtuali sono personaggi digitali iperrealistici che, come gli influencer in carne ed ossa, pubblicano foto, video e storie sui social media, creando un’identità e un seguito di fan.

    La loro popolarità è in rapida crescita: basti pensare che i primi 60 influencer virtuali “Human Replica”, uno studio di SAP, possono guadagnare più di 30 mila euro per un singolo post sponsorizzato. Una cifra che supera di gran lunga il salario medio annuale di un lavoratore in Italia (circa 22 mila euro).

    Ed è il caso, ad esempio, di Lu Do Magalu.

    Ascesa dei virtual influencer, vantaggi e svantaggi

    I vantaggi

    L’ascesa degli influencer virtuali sta rivoluzionando il modo in cui i marchi si approcciano al marketing digitale.

    Questi avatar offrono una serie di vantaggi rispetto agli influencer umani:

    Flessibilità: possono essere adattati a qualsiasi campagna o messaggio, senza limiti di location, orari o restrizioni fisiche.

    Controllo: il loro aspetto, la loro personalità e i loro contenuti possono essere completamente controllati dai creatori, garantendo una coerenza del messaggio e un’immagine impeccabile.

    Costo: a lungo termine, possono essere più convenienti rispetto agli influencer umani, soprattutto se si considera la loro capacità di generare un elevato numero di engagement e conversioni.

    Gli svantaggi

    Solo che a fronte di questi vantaggi visti in maniera sintetica, esistono anche degli svantaggi. Elencati qui sempre in maniera sintetica:

    Mancanza di autenticità: alcuni utenti potrebbero percepire gli influencer virtuali come meno autentici e affidabili rispetto agli influencer umani.

    Costi di produzione: la creazione e la gestione di un influencer virtuale può richiedere un investimento iniziale significativo.

    Difficoltà di gestione: la loro gestione richiede competenze specifiche e tecnologie avanzate.

    La classifica dei 10 virtual influencer che guadagnano di più

    Vediamo nel dettaglio i primi 10 virtual influencer in termini di guadagni, come rilevato dallo studio Human Replica:

    Al primo posto di piazza @magazineluiza, apparso su Vogue Brasile, che potrebbe vantare un guadagno potenziale fino a 1,4 milioni di euro in un solo mese, se tutti i suoi post fossero stati sponsorizzati.

    Miquela – LilMiquela, al secondo posto, potrebbe guadagnare fino a poco più di 15 mila euro per post. I suoi creatori, Trevor McFedries e Sara Decou, hanno collaborato con marchi come BMW e Samsung, e hanno realizzato una campagna per Calvin Klein.

    Al terzo posto troviamo Leya Love di Cosmiq Universe AG, con un potenziale di 4.560 euro per post sponsorizzato. L’avatar si muove tra moda e attivismo ambientale.

    Alara X, al quarto posto, potrebbe guadagnare poco più di 4.200 euro per post. Il suo creatore, IAMX Digital Human, punta a portare avatar umanoidi nel metaverso.

    Thalasya POV, al quinto posto, può guadagnare 3.860 euro per post. È nota come il primo personaggio digitale umano indonesiano.

    Virtual influencer e collaborazioni con grandi marchi

    Noonoouri, al sesto posto, con un potenziale di circa 3.700 euro per post. È nota per il suo stile elegante e si fa promotrice della cultura vegana. Ha collaborato con marchi come Marc Jacobs e Balenciaga.

    Al settimo posto, IMMA. Vanta un guadagno potenziale di circa 3.500 per post, distinguendosi per la sua capacità di mettere insieme moda e arte contemporanea.

    Alexis Ivyedge e Aitana Lopez, rispettivamente all’ottavo e al nono posto, possono guadagnare fino a, rispettivamente, 3.050 euro e 2.800 euro per post.

    Chiude la classifica dei dieci virtual influencer, Shudu, “la prima top model digitale al mondo. Si piazza al decimo posto, con la possibilità di guadagnare fino a 2.340 euro per post.

    Come abbiamo visto, gli influencer virtuali sono generalmente gestiti da team di creativi e tecnologi che si occupano di: sviluppare la loro personalità; creare i loro contenuti; gestire le loro relazioni con le aziende.

    Il giro d’affari generato dagli influencer virtuali è ancora in fase di crescita. E si stima che nel 2024 possa raggiungere i 15 miliardi di dollari. Il numero degli influencer virtuali dovrebbe essere di circa 50 mila ad oggi.

    Virtual influencer e casi di studio

    Ecco alcuni casi di studio che vedono coinvolti virtual influencer:

    KFC e il Colonnello Sanders virtuale

    KFC ha creato un Colonnello Sanders virtuale, una versione iperrealistica del loro iconico fondatore. Il Colonnello Sanders virtuale è stato utilizzato in diverse campagne di marketing, tra cui spot televisivi, post sui social media e persino un gioco per cellulare. La campagna ha avuto un grande successo, contribuendo ad aumentare la brand awareness e le vendite di KFC.

    Lil Miquela e la collaborazione con Supreme

    Lil Miquela è una virtual influencer con oltre 3 milioni di follower su Instagram. Ha collaborato con diversi brand di moda, tra cui Supreme. La collaborazione con Supreme ha visto Lil Miquela indossare alcuni capi della collezione del brand in una serie di post sui social media. La campagna ha avuto un grande successo, contribuendo ad aumentare l’hype per la collezione di Supreme.

    Noonoouri e Balenciaga

    Noonoouri è una virtual influencer con oltre 300.000 follower su Instagram. È stata scelta da Balenciaga per essere la protagonista della campagna per la loro collezione Primavera/Estate 2023. La campagna ha visto Noonoouri indossare alcuni capi della collezione in una serie di post sui social media e video. La campagna ha avuto un grande successo, contribuendo ad aumentare la brand awareness di Balenciaga.

    Shudu Gram e Fenty Beauty

    Shudu Gram è la prima modella virtuale al mondo. È stata creata da Cameron-James Wilson, un fotografo britannico. Shudu Gram ha collaborato con diversi brand di bellezza, tra cui Fenty Beauty. La collaborazione con Fenty Beauty ha visto Shudu Gram indossare alcuni prodotti della collezione del brand in una serie di post sui social media. La campagna ha avuto un grande successo, contribuendo ad aumentare la brand awareness di Fenty Beauty.

    Imma e la sua collaborazione con Vogue

    Imma è una virtual influencer creata da Immagram, un’artista digitale italiana. È stata scelta da Vogue Italia per essere la protagonista della copertina del numero di settembre 2022. La copertina ha fatto molto discutere, ma ha anche contribuito ad aumentare la brand awareness di Vogue Italia e di Imma.

    Lil Miquela e BMW

    Lil Miquela ha collaborato con BMW per lo spot della iX2, tutt’ora in rotazione.

    La campagna si chiama “Make It Real” ed è stata lanciata nel 2024. Lil Miquela, un’influencer virtuale nota per il suo stile e la sua propensione a sfidare lo status quo, è protagonista dello spot in cui si immerge in un mondo digitale che la costringe a confrontarsi con la realtà e l’importanza delle connessioni umane.

    Alcuni dettagli in più sulla campagna “Make It Real”:

    Obiettivo: promuovere la nuova BMW ix2 e il suo connubio tra innovazione tecnologica e il valore dell’esperienza umana.

    Messaggio: invitare il pubblico a “tornare alla realtà” e vivere appieno le esperienze autentiche.

    La scelta di Lil Miquela: sfruttare la sua immagine innovativa e la sua capacità di generare discussioni sul rapporto tra reale e virtuale.

    Virtual influencer, il futuro in grande ascesa

    Il futuro degli influencer virtuali è assolutamente in ascesa. Sembra evidente che questo fenomeno è destinato a crescere nei prossimi anni. Insieme alla possibilità di generare guadagni elevati e all’interesse dei marchi verso questa forma di marketing.

    La chiave del successo per i virtual influencer sarà, quindi, la capacità di creare contenuti sempre più coinvolgenti. In grado di connettersi con un pubblico sempre più ampio e diversificato.

    L’ascesa degli influencer virtuali apre, dunque, nuovi interrogativi sul futuro del digital marketing e della comunicazione.

    Come cambierà il nostro rapporto con i brand? Quali saranno le implicazioni etiche di questa nuova tecnologia? E come distingueremo la realtà dalla finzione in un mondo sempre più virtuale?

    Queste sono solo alcune domande che, a fronte di questo fenomeno, viene naturale porsi.


    L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3

  • Influencer e Agcom, cosa dicono le nuove norme e qualche considerazione

    Influencer e Agcom, cosa dicono le nuove norme e qualche considerazione

    L’Agcom ha varato delle regole che riguardano gli influencer in Italia. Riguardano quelli con almeno 1 milione di follower. Si rischia di incorrere in multe fino a 600 mila euro. Rispetto a tutto questo, alcune considerazioni.

    Senza tanti giri di parole, la “stretta” di cui si parla tanto da parte di Agcom arriva dopo la vicenda Ferragni-Balocco. Vicenda che da poco ha visto l’iscrizione nel registro degli indagati di Chiara Ferragni e di Alessandra Balocco, CEO e presidente della Balocco SpA.

    La “stretta”, parola abusata dal linguaggio giornalistico, altro non è che un provvedimento, composto da linee guida, da parte dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), per regolamentare l’attività degli influencer. In risposta a casi come quello già citato Ferragni-Balocco, dove la natura pubblicitaria di alcuni contenuti non era stata chiaramente dichiarata.

    È pur vero che si tratta di una normativa che prende atto dell’evoluzione del panorama digitale che ha portato ad una crescente presenza degli “influencer” sui social media.

    influencer regole agcom considerazioni franzrusso.it

     

    Figure che, attraverso piattaforme come Instagram, YouTube e TikTok, hanno acquisito, nel corso del tempo, un potere significativo sulle decisioni d’acquisto dei consumatori. In più di un’occasione, sollevando questioni riguardanti la trasparenza e l’etica nella pubblicità.

    L’intento qui è quello di conoscere meglio questi provvedimenti adottai dall’Agcom, provare a dare un minimo di scenario a livello UE e provare a dare qualche risposta, nei limiti del possibile, che questo provvedimento pone in maniera indiretta.

    Le nuove regole di AGCOM rispetto agli influencer

    Le nuove linee guida di Agcom mirano a garantire che gli influencer rispettino le disposizioni del Testo unico sui servizi di media audiovisivi, con un focus particolare sulla trasparenza delle comunicazioni commerciali.

    Le norme sono indirizzate agli influencer con almeno 1 milione di follower o con un engagement rate medio superiore al 2%.

    Tra le principali disposizioni:

    Trasparenza nelle comunicazioni commerciali: gli influencer devono chiaramente indicare la natura pubblicitaria dei contenuti che includono promozioni di prodotti o servizi.

    Tutela dei diritti fondamentali e dei minori: le linee guida includono misure specifiche per la protezione dei minori e il rispetto dei diritti fondamentali.

    Multe e sanzioni: in caso di violazioni, sono previste multe che variano da 10.000 a 250.000 euro per la mancata trasparenza pubblicitaria e da 30.000 a 600.000 euro per il mancato rispetto degli obblighi di tutela dei minori.

    Scenario normativo sugli influencer nell’UE

    La regolamentazione degli influencer non è un tema isolato in Italia ma si inserisce in un contesto più ampio a livello europeo.

    In Olanda, ad esempio, è stata introdotta una regolamentazione che si applica agli influencer con più di 500.000 follower, i quali devono rispettare le norme del Dutch Media Act, incluse regole specifiche sulla pubblicità e sulla protezione dei minori.

    Queste misure, che includono anche la possibilità di imporre multe significative, riflettono la volontà di garantire trasparenza e tutela dei consumatori nel digitale.

    In Francia, gli influencer che lavorano fuori dall’UE devono stipulare un’assicurazione di responsabilità civile, e sono soggetti a severe sanzioni, inclusi fino a due anni di carcere e multe fino a 300.000 euro per pubblicità ingannevoli o non dichiarate.

    Ovviamente, le misure adottate dall’Agcom hanno suscitato molta attenzione e anche qualche perplessità.

    Il limite di 1 milione di follower e i controlli

    Da quello che viene fuori dalla lettura di commenti e considerazioni, sui vari social e non, i due temi che interessano di più riguardano: il limite di 1 milione di follower e ci si chiede su quale base sia stata applicata questa scelta; chi controllerà l’operato degli influencer che rientrano in questa normativa con il potere di comminare multe così come previsto dalle linee guida.

    Allora.

    Il limite di 1 milione di follower per gli influencer in Italia è stato stabilito dall’AGCOM con l’obiettivo di concentrarsi su influencer o creator che generano reddito significativo attraverso accordi commerciali con produttori di beni e servizi o tramite la monetizzazione concessa dalle piattaforme. Questo criterio è stato adottato per distinguere tra coloro che svolgono attività di influencer in modo amatoriale e quelli che lo fanno professionalmente. La soglia di un milione di follower è stata scelta per riflettere un numero significativo di utenti in Italia, tenendo conto del contesto nazionale e della lingua italiana.

    Per quanto riguarda il controllo e l’applicazione delle sanzioni, le linee guida dell’Agcom prevedono un meccanismo di richiami e ordini volti alla rimozione o adeguamento dei contenuti non conformi.

    Inoltre, l’Agcom, in collaborazione con l’Antitrust, avrà il compito di monitorare e far rispettare queste linee guida.

    L’Agcom può imporre multe che variano da 10.000 a 250.000 euro per mancata trasparenza pubblicitaria e da 30.000 a 600.000 euro per il mancato rispetto degli obblighi di tutela dei minori.

    Inoltre, è previsto l’avvio di un Tavolo tecnico per l’adozione di un codice di condotta, che coinvolgerà anche soggetti non tradizionali nel perimetro normativo dell’Agcom.

    Le parole di Giacomo Lasorella, presidente Agcom

    Rispetto a tutto questo, in una intervista a La Repubblica, Giacomo Lasorella, presidente di Agcom, smentisce che le normative adottate siano in risposta al caso Ferragni-Balocco, “ci lavoriamo da più di un anno”.

    E poi, rispetto al limite di 1 milione di follower risponde: “Abbiamo bisogno di monitorare costantemente gli influencer. Non possiamo soltanto dettare dei comportamenti, è nostro dovere farli rispettare per davvero. È impensabile che l’Autorità pedini decine di migliaia di persone. È giusto concentrare la nostra attenzione sui pesci più grandi“.

    E ancora: “Il tetto del milione è quello che adottiamo in questa prima fase. Si tratta di una soglia sperimentale. Siamo pronti a cambiarla in qualsiasi momento perché le Linee guida non sono un atto statico, fermo, cieco. Saranno aggiornate. Infine mi aspetto che un infuencer, anche se più piccolo, abbia il buon senso di seguire la strada virtuosa che noi indicheremo con sempre maggiore chiarezza anche aprendo un tavolo tecnico“.

    Su chi deve intervenire in caso di eventuale violazione delle regole, Lasorella specifica: “La legge attribuisce a ogni autorità delle competenze molto chiare. Quando avvisterà una pratica commerciale scorretta, sarà l’Antitrust a muoversi. Come ha fatto sul caso del pandoro di beneficenza. La pratica commerciale scorretta è sua diretta competenza“.

    Rispetto a tutto questo, è necessario riportare anche qui alcuni dati recenti sul fenomeno dell’influencer marketing in Italia.

    Lo stato dell’influencer marketing in Italia

    Come evidenziato da UPA (Utenti Pubblicità Associati) gli investimenti fatti in Italia sull’influencer marketing nel 2023 ammontano a 323 milioni di euro, con un aumento del +10% sul 2022. E, rispetto al 2022, cresce anche la percentuale delle aziende che fa ricorso all’influencer marketing, passando dall’81% al 90%.

    In Italia il 71% degli utenti attivi sui social media, vale a dire oltre 27 milioni di italiani adulti tra i 18 e i 74 anni, segue almeno un influencer o i canali social di un brand editoriale. E qui si registra aumento del 17% rispetto al 2021.

    Sempre dagli ultimi dati, che avevamo riportato qui sul nostro blog, Chiara Ferragni è la più seguita dagli italiani e che anche nel nostro paese sta prendendo piede il fenomeno dei virtual influencer, seguiti da oltre 3 milioni di utenti italiani.

    Insomma. Sembra di capire che si tratta di una impalcatura normativa in divenire e che il fenomeno abbia già dimensioni abbastanza grandi da poter essere monitorato nella sua interezza. Da qui il limite di 1 milione di follower.

    Mancano i micro e i macro influencer

    In effetti, quando si parla di influencer marketing, si parla di migliaia di figure spesso capaci di essere molto coinvolgenti pur con un bacino di follower molto ridotto. Ed è proprio lì che spesso occorre monitorare bene.

    Ad esempio, le linee guida non prendo in considerazione l’esistenza di micro e macro influencer. I macro influencer sono quelli con più di 100 mila follower. Vale a dire qualche migliaio. Poi esiste un vero arcipelago di micro influencer, quelli con qualche decina di migliaia di follower che si muovono in maniera molto dinamica. E dove spesso ci sarebbe bisogno di monitoraggio.

    Tutto questo non viene considerato dalle linee guida.

    Il 50% degli intervistati afferma che gli influencer forniscono consigli preziosi ed esperti. In particolare per quanto riguarda i settori wellness (55%) e cucina (56%). Questo per fare un minimo di contesto rispetto a quello che è il grande tema dell’influencer marketing in Italia.

    Vedremo poi come evolverà l’attività di monitoraggio e controllo, e come avverrà l’intervento da parte dell’Antitrust.

    Influencer e normative. Un passo avanti

    L’adozione di queste normative evidenzia un crescente riconoscimento del ruolo influente degli influencer nella società e della necessità di regolamentare le loro attività per proteggere i consumatori, specialmente i più vulnerabili come i minori.

    Mentre l’approccio può variare tra i diversi paesi dell’UE, l’obiettivo comune è garantire che l’attività degli influencer sia esercitata in maniera responsabile e trasparente.

    Queste misure rappresentano certamente un passo verso un equilibrio tra la libertà di esprimersi con gli strumenti a disposizione grazie al digitale e la necessità di tutelare i consumatori da pratiche ingannevoli o occulte.

    In un’era caratterizzata da un rapido sviluppo tecnologico e da un cambiamento continuo nelle modalità di comunicazione, è fondamentale che anche le normative siano al passo con i tempi, assicurando che il digitale resti sempre uno spazio di opportunità, di sicurezza e fiducia per tutti gli utenti.

  • Sono oltre 27 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer

    Sono oltre 27 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer

    Una recente ricerca rileva che in Italia oltre 27 milioni di italiani, il 71% degli utenti attivi sui social media, seguono almeno un influencer. Instagram resta la piattaforma preferita, ma cresce ancora TikTok.

    In un momento in cui tutto è sempre più fluido e le piattaforme social media sempre più frammentate, il ruolo degli influencer resta ancora centrale, anzi.

    Il fenomeno degli influencer in Italia è in costante crescita, come dimostrano i dati recentemente emersi dalla ricerca “Italiani & Influencer”, condotta da BVA Doxa in collaborazione con Mondadori Media e Buzzoole.

    Di seguito i dati più rilevanti della ricerca.

    Il 71% degli utenti segue almeno un influencer

    Diciamo subito che il 71% degli utenti attivi sui social media (non ha molto più senso al giorno d’oggi continuare a chiamarli ‘social network’), vale a dire oltre 27 milioni di italiani adulti tra i 18 e i 74 anni, segue almeno un influencer o i canali social di un brand editoriale.

    E qui si registra aumento del 17% rispetto al 2021.

    Influencer italia 2023 ricerca franzrusso.it

    La ricerca rileva che il 57% degli italiani, 18-54 anni, segue quotidianamente un macro-influencer o i canali social di un brand editoriale.

    L’incremento è di 20 punti percentuali in soli due anni.

    I macro influencer sono definiti come figure o brand editoriali con almeno 100.000 follower e sono riconosciuti come autorevoli in sei settori: lifestyle, beauty, fashion, entertainment, food e wellness.

    Influencer e brand italiani 2023 ricerca franzrusso.it

    Chiara Ferragni è la più seguita

    Dal punto dei vista dei macro influencer, Chiara Ferragni domina la classifica.

    Fa registrate l’86% di citazioni. A seguire Giallozafferano e Benedetta Rossi (entrambi al 72%), ClioMakeUp (62%) e Aurora Ramazzotti (60%).

    Le tematiche più seguite sui social sono: food e l’entertainment (58%), evidenziando l’importanza dei food media brand tra i Top Five.

    Come già rilevato in passato, e questa ricerca lo conferma, gli influencer giocano un ruolo cruciale nei processi di acquisto.

    Il 46% degli intervistati ha effettuato almeno un acquisto su suggerimento di un influencer, e l’83% valuta i loro consigli.

    A sorpresa, oltre 3 milioni di italiani seguono almeno un virtual influencer.

    La concentrazione più alta è tra Gen Z e Millennials. Le persone che seguono virtual influencer lo fanno in modo costante, quotidianamente (come se fossero influencer reali).

    Il 57% degli intervistati, infatti, li segue ogni giorno, il 28% ogni 2-3 giorni, il 7% più o meno una volta a settimana, il 4% ogni 10-15 giorni e soltanto il 5% non ha una frequenza abituale.

    Instagram la piattaforma più usata, cresce TikTok

    social media Influencer italia 2023 ricerca franzrusso.it

    Riguardo ai social media, TikTok ha visto una crescita impressionante, con una presenza del 25% rispetto al 9% del 2021.

    Mentre Instagram rimane il preferito con il 77% (in aumento dal 67% del 2021).

    Ma perché seguire un influencer?

    Il 50% degli intervistati afferma che gli influencer forniscono consigli preziosi ed esperti. In particolare per quanto riguarda i settori wellness (55%) e cucina (56%).

    Gli influencer sono diventati ormai una parte integrante della cultura digitale italiana, influenzando le decisioni di acquisto.

    Con l’ascesa di nuove piattaforme come TikTok e l’emergere dei virtual influencer il panorama influencer in Italia è destinato ad evolversi ancora, offrendo nuove opportunità e nuove sfide per aziende e consumatori.


    L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3

  • Arianna Chieli è la nuova digital strategist di 40Degrees

    Arianna Chieli è la nuova digital strategist di 40Degrees

    Arianna Chieli, nota fashion-infuencer su Instagram, giornalista di moda ed esperta di digital marketing, è la nuova digital strategist di 40Degrees, la full-service agency, guidata da Matteo Pogliani, completamente dedicata all’influencer marketing

    Arianna Chieli, nota fashion-infuencer su Instagram, giornalista di moda ed esperta di digital marketing, è la nuova digital strategist di 40Degrees, la full-service agency, guidata da Matteo Pogliani, completamente dedicata all’influencer marketing.

    Arianna Chieli è una professionista di grande esperienza nel mondo del digitale, se ne occupa ormai dal 2009, vantando una lunga carriera nel web, ricca di esperienze eterogenee che le hanno permesso di attraversare tutte le evoluzioni della rete.

    Giornalista, come dicevamo, sfrutta le competenze maturate sui social, creando format social/web/Tv e occupandosi di influencer marketing e brand journalism.

    La collaborazione tra 40Degrees e Arianna Chieli nasce da una visione comune verso una tipologia di content creation in cui l’influencer marketing è utilizzato come leva per raccontare storie, instaurare relazioni e promuovere valori in maniera sinergica tra brand e creator.

    Arianna Chieli 40Degrees

    “Il mio obiettivo” – ha commentato Arianna Chieli – “è di portare, in 40Degrees, un grande contributo creativo, con un focus soprattutto nello sviluppo di nuovi format, seguendo le loro evoluzioni nel tempo in linea con i trend, le esigenze dei brand, le peculiarità dei creator e l’interesse degli utenti. Con l’ascesa dei Reel e di TikTok, abbiamo davanti a noi un palinsesto da riempire che offre molte possibilità, e creare dei contenuti d’impatto e innovativi può essere un valore aggiunto per tutti. Sia per chi ci trascorre del tempo per intrattenersi, sia per chi, con la creator economy, ci lavora”.

    E se c’è qualcuno che in questo inizio 2023 comincia a mettere in discussione l’Influencer Marketing, è il caso di dire che i numeri dicono ben altro.

    L’influencer marketing è ora parte integrante del digital marketing, permettendo alle aziende di coinvolgere il pubblico, promuovere autenticità e fiducia. Come nota The State of Influencer Marketing 2022: Benchmark Report, il settore nel 2022 è cresciuto fino a circa 16,4 miliardi di dollari quest’anno. Una questa crescita sostenuta dal continuo successo di TikTok, dalle nuove funzionalità di social commerce e dalle campagne sempre più basate sui dati.

    Le stime per il 2023 sono in crescita, ovviamente, e quindi la visione che Arianna Chieli porterà all’interno di 40Degrees, e nelle nuove collaborazioni, è assolutamente in linea con i trends. E del resto, avendo modo di conoscere direttamente Arianna Chieli, la sua professionalità e la sua grande ambizione, non poteva essere diversamente.

  • Social Media Marketing 2020, ecco cosa ci aspetta per il nuovo anno

    Social Media Marketing 2020, ecco cosa ci aspetta per il nuovo anno

    Con l’arrivo del 2020 non solo inizia un nuovo anno, ma inizia un nuovo decennio. Siamo quindi di fronte ad un passaggio cruciale per i Social Media, sempre più strumenti per fare Marketing e Comunicazione. Ma cosa cambierà per il nuovo anno?

    Più volte abbiamo ripetuto negli ultimi anni che davvero si può parlare di Social Media Revolution, quella rivoluzione che ha cominciato a manifestarsi materialmente tra il 2004 e il 2010, gli anni in cui sono nate la maggior parte delle piattaforme ancora in uso. Una rivoluzione che ha dato vita a strumenti che prima non esistevano, cambiando completamente il paradigma comunicativo. Facebook, LinkedIn, Twitter e altri hanno cambiato le regole, o forse hanno assecondato un nuovo bisogno di comunicare, più diretto, orizzontale, senza filtri.

    Gli anni in cui si sono manifestati gli effetti di questa rivoluzione li possiamo inquadrare tra il 2010 e il 2016. Poi, come era forse inevitabile, ha cominciato a manifestarsi una serie di conseguenze a cui, forse, non avevamo prestato molto attenzione fino a quel momento. Il riferimento alla privacy e al fenomeno delle fake news è puramente voluto. Dal 2016 è iniziata una fase interlocutoria per i Social Media. Per molte piattaforme era il momento di cambiare, di svoltare per cercare di offrire agli utenti quello che chiedevano: maggiore attenzione alla privacy e lotta alle fake news.

    Tutto questo, ovviamente, ha avuto enormi riflessi anche per il Social Media Marketing, le aziende negli ultimi anni hanno sempre avuto enormi difficoltà nel prendere dimestichezza con questi strumenti. L’assenza di filtri e quindi quel modo di comunicare più diretto, orizzontale, con gli utenti di riferimento, è stato spesso vissuto come un problema. Invece era una risorsa, una opportunità che non tutti hanno saputo riconoscere, perseguendo la via, più facile, della quantità.

    Questa premessa, perdonate la lunghezza, ma doverosa, per cercare di sintetizzare il momento, gli ultimi dieci anni per lo più, e di provare a identificare un nuovo corso per i Social Media, per il Social Media Marketing quindi, che con l’inizio di questo nuovo anno, 2020, in qualche modo si manifesterà. Con il 2020 non inizia solo un nuovo anno, ma inizia anche un nuovo decennio, una fase importante per questi strumenti, quella della piena maturità.

    social media marketing 2020 franzrusso.it

    Lo scorso anno avevamo provato a dare dei consigli su come usare al meglio le piattaforme durante l’anno. Adesso vogliamo invece delineare alcuni elementi che troveranno spazio in questo 2020 appena iniziato che, in qualche modo, sono il sintomo che qualcosa sta cambiando, un sintomo che le aziende non possono più sottovalutare.

    Il contenuto sarà sempre più effimero

    Pur restando ancora valido che le aziende devono raccontarsi sempre di più, c’è da considerare però che il contenuto sta diventando sempre più effimero. Nel senso che nel 2020 vedremo sempre più emergere quelle piattaforme che spingono verso questa forma, come le Stories di Instagram o come TikTok. Di conseguenza, le aziende dovranno iniziare a considerare questa modalità per agganciare quella fetta di audience che è più vicina al proprio modo di comunicare.

    Sarà un storytelling forse più effimero che si manifesterà in diverse forme, ma che inizierà a farsi strada.

    Le Stories da questo punto di vista potrebbero funzionare per lanciare nuove occasioni per il proprio pubblico (pensiamo a qualche promozione limitata) o anche si potrebbe pensare di usarle come momento flash per catturare l’attenzione degli utenti per poi portarle ad approfondire. TikTok invece per le aziende è più difficile da usare. Nel senso che per considerarne l’uso, occorre fare un’attenta analisi della propria audience per comprendere le effettive opportunità. Non è una piattaforma dove condividere news o informazioni (non è annoverabile tra i social media in senso stretto!), è una piattaforma dove diventa necessario entrare nel mood della piattaforma, quindi veloce, dinamico, spensierato. Se non si apprende quel mood e se l’audience a cui si vuole mirare non è lì, allora forse è meglio lasciar perdere.

    Social Media 2020, le nicchie van sempre bene

    E’ vero, Facebook resta sempre più la piattaforma regina dei social media con oltre 2,7 miliardi di utenti. Resta la piattaforma generalista per eccellenza. Così come generalista è Instagram o Twitter. Nel 2020, ma è un trend iniziato già nel 2019, saranno attive anche le piattaforme di nicchia. La già citata TikTok è una piattaforma di nicchia, la sua audience è prevalentemente giovane, così come resta di nicchia LinkedIn per il fatto che le aziende continuano a vederla come piattaforma di elezione B2B. Ma ci sono altre piattaforme che hanno la loro motivazione in una nicchia specifica, come Twitch ad esempio. Queste piattaforme continueranno ad essere molto usate, perché gli utenti sono alla ricerca di piattaforme più vicine ai loro interessi.

    Vale la pena comunque evidenziare il ruolo di Twitter che, per il suo carattere dinamico e divulgativo, può essere utile da volano per costituire “conversazioni di nicchia. Come già detto, l’hashtag su Twitter permette proprio la personalizzazione delle conversazione, diventando un carattere distintivo.

    Le vanity metrics avranno meno valore, si punterà sulla qualità?

    Nella seconda parte del 2019 ha fatto molto discutere la decisione di Instagram di rimuovere i like, un tema che abbiamo affrontato anche sentendo la voce di esperti della materia. Una decisione che ha, per certi versi, destabilizzato, nel senso che chi fino a quel momento era abituato ad un approccio orientato alle vanity metrics ha dovuto repentinamente rivedere la sua strategia, puntando sulla qualità. L’addio ai like lo vedremo presto anche su Facebook, i test sono già iniziati, nel corso del 2020.

    Dal punto di vista delle aziende ha comportato, ovviamente, un cambio di strategia. L’assenza del dato numerico quantitativo ha reso più difficile l’analisi dell’impatto del messaggio. Di conseguenza le aziende hanno l’occasione di puntare sulla qualità, sul contenuto, sfruttando le piattaforme per costruire Relazione (è questo il vero senso). Oppure, via più pratica, le aziende si orienteranno verso contenuti effimeri (le Stories) e, soprattutto, sugli annunci, con la possibilità di misurarne analiticamente l’impatto.

    L’Influencer Marketing crescerà anche nel 2020

    Se le aziende decideranno di spostarsi verso gli annunci pubblicitari, come conseguenza dell’addio ai “like”, è evidente che questo avrà anche una ricaduta sull’Influencer Marketing. Ma non nel senso negativo. Perché se le aziende devono prendere in considerazione l’idea di costituire budget per l’advertising, l’Influencer Marketing, trend non certo nato ieri, ha comunque ancora il suo valore. Resta ancora uno strumento efficace per le aziende perché più economico ed è anche più efficace, sempre rispetto agli annunci pubblicitari.

    tiktok social media maketing 2020 franzrusso.it

    L’Influencer Marketing sarà ancora un trend del 2020 per il fatto che ci saranno sempre più influencer, sempre più “micro”, e ci saranno nuove opportunità su altre piattaforme. E, di nuovo, citiamo TikTok, piattaforma che nel 2020 sarà presa in considerazione dalle aziende per le loro strategie di IM. Salvo prima fare una attena analisi della piattaforma, della audience che si vuole mirare e del messaggio che si vuole veicolare.

    Social Media 2020, tra Paid Media e community

    Senza girarci troppo intorno, i Social Media sono ormai piattaforme Paid Media. Vero, non è un trend del 2020, ma lo sarà sempre di più anche in questo anno appena iniziato. Le aziende saranno sempre più portate ad un approccio tipico dei media a pagamento, solo con caratteristiche di immediatezza e dinamicità che altre forme di media non potranno mai dare. Per questo i Social Media saranno sempre parte di una strategia di marketing e di comunicazione. Bisogna cambiare approccio, questo sì, e non sarà facile.

    Come non sarà facile per le aziende comprendere la logica delle community. Gli utenti sono sempre più orientati verso una conversazione più ristretta, più privata, più orientata a temi specifici con persone specifiche. Ecco che per le aziende tutto si complica, perché le community saranno sempre più costituire all’interno di Gruppi. Basta guardare Facebook. Ma da una difficoltà nasce sempre una opportunità. Allora le aziende hanno la grande occasione di lanciare, a loro volta, gruppi specifici, per dare vita a community social. Si tratta di dare vita a gruppi in modo da coinvolgere la propria audience conversare e discutere di ari argomenti legati al brand e, magari, trovare anche delle soluzioni. Passaggio difficile, ma necessario.

    Ecco, ci sembrava utile mettere in evidenza questi trend che crediamo saranno molto presenti nel 2020 per dare modo alle aziende di diversificare la propria strategia di marketing e comunicazione sui Social Media. Sono trend che val la pena sfruttare in questo 2020 per restare sempre competitivi e attivi, perché i Social Media restano sempre degli strumenti potenti per comunicare. Aspetto questo da non dimenticare mai.

  • Socialbakers Engage Parigi: i social media trend emersi

    Socialbakers Engage Parigi: i social media trend emersi

    L’evento internazionale di social media marketing Engage ha fatto emergere svariati trend con cui dovremo fare i conti nei prossimi mesi. Scopriamo i temi più rilevanti in merito a fiducia e influencer marketing, gestione del dato e tecnologie, privacy e trasparenza, content marketing e scalabilità.

    Anche quest’anno si è svolta la nuova edizione di Engage: la conferenza internazionale targata Socialbakers che copre le ultime tendenze legate a digital e social media marketing.

    Come durante le precedenti edizioni, si sono alternati diversi interventi, workshop e momenti di confronto che mi hanno permesso di portare a casa diversi spunti. Tuttavia, ho deciso di selezionare i temi più rilevanti in quanto reputo che avranno un impatto diretto sulla nostra strategia nei mesi a seguire:

    1. fiducia e influencer marketing;
    2. gestione del dato e tecnologie;
    3. trasparenza e privacy come nuovo paradigma.
    4. content marketing, scalabilità ed efficienza operazionale.

    1.La vera sfida dell’influencer marketing si chiama fiducia

    L’aumento esponenziale dell’investimento in influencer marketing è sotto gli occhi di tutti, basti citare che nel secondo trimestre del 2019 l’utilizzo dell’hashtag #ad è cresciuto di un più 33% rispetto al periodo precedente nel 2018.

    Evoluzione Utilizzo Hashtag #Ad Da Parte Degli Influencer

    Indubbiamente, si tratta di una buona notizia se parliamo di trasparenza nelle partnership tra brand ed influencer. Ad ogni modo, crescendo il numero di contenuti brandizzati una domanda sorge spontanea: dareste fiducia a qualcuno che su base settimanale vi consiglia tutto e il suo contrario in base alla proposta economica del momento?

    Personalmente la risposta è no e non sono l’unico a pensarla in questo modo. Infatti, una recente ricerca effettuata dalla media agency UM mostra come soltanto il 4% degli utenti dichiari di aver fiducia negli influencer mettendo chiaramente autenticità e credibilità al centro del dibattito. Ragione per cui, in fase di selezione i brand devono inizare a lavorare maggiormente su una mappattura delle precedenti partnership per valutare: frequenza e tipologia di campagne (“sono coerenti rispetto al nostro posizionamento e valori?”), brand coinvolti (“può emergere la nostra identià di marca?”)  e contenuti (“ad hoc o in linea con la linea creativa dell’autore?”).  Inoltre, questa mancanza di fiducia non tocca soltanto i consumatori ma anche le marche stesse. Difatti, un’indagine realizzata dalla start-up svedese A Good Company stima come le frodi relative a fake followers e bot costino ai brand circa la metà dei loro investimenti in influencer marketing. Tradotto, i brand pagano cifre considerevoli e inviano gratuitamente prodotti nella speranza di entrare in connessione, attaraverso gli influencer, con persone reali ma dall’altro lato del ponte trovano bot che per ovvie ragioni non saranno mai interessati alla loro offerta.

    stime frodi influencer

    Ciò nonostante, i brand non sono esenti da colpe in quanto hanno indirettamente alimentato questo mercato delle vacche tramite una selezione prevalentemente focalizzata sul numero di follower non analizzando la reale capacità di un autore nello stimolare conversazioni e interazioni di valore. Ce lo dimostra la case study che è stata presentata realativa al brand Boohoo con il suo 30x ROI rispetto all’investimento. Si è trattato di una campagna abbastanza classica dove un gruppo eterogeneo di influencer (macro, micro e top tier) hanno avuto a disposizione un buono acquisto per i propri follower tramite dei link tracciati. Tuttavia, il vero dato interessante emerso durante la campagna è la totale mancanza di correlazione tra numero di follower e ROI. Al contrario, questa attivazione mostra una correlazione diretta tra l’alto tasso di engagement generato dagli influencer più performanti e le vendite sul sito.

    Questa case ci porta ad un altro punto cardine: la valutazione e pianificazione della spesa in influencer marketing. Ad oggi, la valutazione dei costi si basa prevalentemente su meri criteri di visibilità molto simili alla spesa media trazionale e di conseguenza ci si concentra su metriche come reach, numero di follower, cost per view, cost per engagement, etc. Ciononostante, pensare di acquistare soltanto della mera visibilità è riduttivo in quanto in realtà si sta comprando (o almeno si dovrebbe) endorsement, audience (un target profilato) e creatività. Ragione per cui, i brand dovrebbero valutare i seguenti criteri quando giudicano questa tipologia di spesa: caretteristiche dell’audience raggiungibile, engagement reale, medie del settore e tipologie di asset creativi offerti. All’interno di questo processo, tecnologie e tool ad hoc giocano un ruolo chiave nel promuovere un nuovo rapporto totalmente votato alla trasparenza tra creatori e marche. Per l’appunto, nel panorama dell’influencer marketing si affaccia prepotentemente la possibilità, ovviamente regolata tramite contratti, di condividere specifici insight privati di un profilo (generalmente legati alla propria audience e una selezione di post) in maniera temporanea e revocabile. In questo modo, chi non avrà niente da nascondere potrà posizionare al meglio la propria offerta creativa, le marche avranno tutti gli strumenti per ottimizzare il loro investimento e scremare la selezione. Si affaccia quindi uno scenario che (incrociando le dita) metterà fine a questa terra di mezzo fatta di screenshot (spesso) photoshoppati ed excel autocompilati. Senza girarci intorno, la partita si gioca attorno ad accessibilità e trasparenza del dato.

    2.Una maggiore mole di dati ci ha reso dei marketer migliori?

    La tendenza è piuttosto evidente agli adetti ai lavori: secondo i dati di Gartner (The CMO Spend Survey 2018-2019), cresce in maniera esponenziale (+29%) la spesa in tool e tecnologie di marketing e parallelamente diminuisce (-24%) l’investimento in forza lavoro. Quindi il settore del martech, non soltanto è in piena salute ma evidenzia picchi mai raggiunti. Eppure non è tutto oro quello che luccica e ve lo dice qualcuno che lavora in questo settore.

    Basti citare qualche dato per rendersi facilmente conto delle sfide in ballo:

    • il 71% dei professionisti intervistati da Deloitte giudica imprecisi i dati relativi al targeting delle DMP (data management platform);
    • soltanto il 23% delle aziende (State Of Marketing Report) è soddisfatta della loro capacità nell’utilizzare i dati dei consumatori/prospect per personalizzare l’esperienza;
    • uno scarno 2% dei marketer dichiara di aver integrato tutti i processi lungo le diverse fasi del funnel (Eliminating Friction in the Funnel 2019) e il 33% (la maggioranza) non ha una visione chiara del ROI a seconda del canale.

    Questa situazione è prevalentemente figlia dell’attuale sistema frammentario dei sistemi utilizzati che non comunicano tra di loro e creano dei veri e propri data silos. Ad oggi, abbiamo più di 7.000 tool recensiti sul mercato. Quindi, non ci troviamo realmente davanti (in media) ad una mancanza di qualità del dato quanto piuttosto a una mancanza di visibilità, accessibilità (la famosa governance), condivisione e correlazione dello stesso. Le stesse aziende hanno riconosciuto questa sfida, ad esempio il 36% degli intervistati (DemandGen survey report) indica i data silos come il principale ostacolo alla crescita, e stanno andando nella seguente direzione:

    1. utilizzo di piattaforme di marketing unificate, una scelta che provocherà nel lungo periodo non pochi scossoni nel mercato martech, e caratterizzate da set di dati omogenei;
    2. metriche e processi condivisi per non isolare i dati ad un solo dipartimento aziendale ma la contrario allineare tutta l’organizzazione, facilitare la collaborazione e gestire al meglio il customer journey;
    3. standardizzazione ed integrazione della reportistica aziendale. Per portare un esempio, i KPIs social dovranno essere affiancati da indicatori provenienti da altri dipartimenti come vendita, customer care e sviluppo di prodotto per poter risultare rilevanti. Social media trattati non come isole ma parte del più ampio piano aziendale.

    Insomma, una gestione organizzata e non bulimica del dato è e sarà sempre più centrale per mappare i bisogni dele audience a target.

    3.Il retargeting e il nuovo paradigma legato a privacy e trasparenza

    A breve i marketer andranno ad operare in uno nuovo scenario caratterizzato da un restringimento delle opzioni di targeting/retargeting figlio delle crescenti preoccupazioni legate alla privacy, The State Of Social Advertising di Forrester riporta come i consumatori classifichino i social media al terzultimo posto in affidabilità se si parla della sicurezza dei propri dati, e le conseguenti ondate regolatorie come la GDPR e il California Consumer Privacy Act. Questo sta portando i maggiori player del mercato a restringere in maniera considerevole il tracciamento:

    • Apple ha aggiornato per tutti gli utenti la sua anti-tracking feature (“ITP”) del browser Safari e adesso le informazioni raccolte scadranno dopo un giorno, rispetto ai sette della versione precedente;
    • Mozilla ha recentemente incluso di default un’opzione predefinita di blocco dei cookie di tracciamento su Firefox;
    • Google ha introdotto la possibilità di cancellare lo storico della navigazione mappata dai cookie su più siti;
    • Facebook sta effettuando i primi test sul nuovo strumento per scollegare i dati.

    Quindi, ci troviamo di fronte ad una serie di interventi in divenire che avranno un impatto concreto. La stessa Google ha stimato che le limitazioni del retargeting tramite i cookie porteranno ad un calo del 52% delle entrate dell’investimento media e David Baser (Product Management Director di Facebook) ha dichiarato di aspettarsi: “una diminuizione delle entrate come conseguenza di ad meno rilevanti e pertinenti”. Infatti osserviamo un vero e proprio paradosso, da un lato, gli utenti chiedono un maggiore controllo dei propri dati ma dall’altro vogliono una maggiore personalizzazione di contenuti, offerte e comunicazioni. In questo scenario, si affaccerà sempre di più un nuovo modello di retargeting basato meno sulla navigazione ma più sulle interazioni con i contenuti che diventeranno centrali per poter profilare gli utenti in base a bisogni, tipologie di prodotti e modalità d’acquisto. Una delle nostre priorità sarà quindi l’analisi e l’interpretazione dei feedback attorno alle diverse tipologie di contenuti (informativi, promozionali, ispirazionali, etc.) per creare segmenti di pubblico e contenuti ad hoc per muoverli nel percorso d’acquisto. Ne parlo maggiormente nel dettaglio in questo articolo dedicato agli ultimi dati su Facebook ads.

    4.Non esiste content marketing (efficace) senza collaborazione

    Abbiamo già parlato della centralità della strategia di content marketing ma (se ce ne fosse bisogno) una recente ricerca effettuata da LinkedIn mette in risalto come la creazione di contenuti efficaci (58% degli intervistati) sia una delle priorità dei marketer nel 2019. Eppure persistono ancora delle barriere che bloccano gli addetti ai lavori e vanno ricercate, come emerso dall’ultimo studio di Adobe (Adobe’s State of Creative and Marketing Collaboration survey), nella mancata comunicazione tra team e la relativa ghettizzazione del content marketing al solo team creativo:

    • soltanto il 35% dichiara di avere un processo di creazione e distribuzione del contenuto ben coordinato;
    • solamente il 28% dei creativi affermi di essere coinvolto nella fase di reportistica e lamenta di conseguenza una mancata visibilità sulla performance dei contenuti;
    • il 71% vorrebbe coinvolgere maggiormente il team creativo nella fase di pianificazione.

    Ai dati appena riportati, vanno aggiunti altri due spunti: la mancanza di tempo viene indicata come la principale sfida nel processo di creazione e come diretta conseguenza il 90% dei contenuti dei brand è un copia e incolla/adattamento tra più canali social. Un dato interessante che apre uno spazio di riflessione su scalabilità, content intelligence ed efficienza operativa.

    Ad oggi, la principale sfida risiede nel superare gli steccati tra chi si occupa di analisi, creazione e pianificazione media. La ragione è presto detta: parliamo di team con flussi di lavoro diversi, linguaggi differenti e obiettivi specifici ma che giocano un ruolo complementare. Alcune linee guida che i brand possono mettere in campo per far fronte a queste sfide:

    • strategia – fuori dalle peculiarità di ogni team, bisogna definire obiettivi e KPIs comuni dando una visione condivisa che copra il medio e lungo periodo;
    • processi – andremo a coprire funzioni e tempistiche (chi si occupa di cosa e quando?), condivisione delle informazioni (procedure standardizzate su come redigere documenti di brief per gli altri team), organizzazione dei momenti di confronto tra i team, procedimenti chiari sui momenti di convalida, approvazione e revisione;
    • tool e infrastrutture – dotare i team di uno spazio di lavoro comune e dove sia possibile condividere agilmente l’informazione. Ovviamente, si tratta di un punto chiave ma assolutamente inutile se non si è agito a monte su strategia e processi.

    Questo era l’ultimo social media trend che volevo coprire ma se pensi che ci siano altre tendenze chiave da sviscerare, ti aspetto con piacere nei commenti.

  • In che direzione sta andando l’influencer marketing dopo le scelte di Instagram? La parola a 6 esperti

    In che direzione sta andando l’influencer marketing dopo le scelte di Instagram? La parola a 6 esperti

    La notizia, di qualche mese fa, è che Instagram avrebbe tolto i like, cosa che – nonostante in Italia sia ancora in fase di testing – ha “sconvolto” molti degli addetti ai lavori arrivando anche ad affermare che questo avrebbe significato la morte dell’influencer marketing.

    Questo per i più catastrofici; per chi sa che per i social media la continua evoluzione è nel corso naturale delle cose, ha invece significato un modo diverso di pensare a Instagram e al suo ruolo, oltre che di interagire e relazionarsi, non solo tra brand e utenti ma anche tra gli utenti stessi.

    Per fare il punto della situazione, ora che abbiamo abbondantemente superato la seconda metà di agosto e ci avviamo verso un autunno sicuramente pieno di novità, abbiamo chiesto un parere a professionisti di varia natura, sui like, ma non solo.

    Riflessioni a tutto tondo che abbiamo fatto con chi ha scritto dei libri sull’influencer marketing come Raffaella Amoroso e Arianna Chieli, autrici di “Influencer marketing spiegato semplice” (Zandegù editore), Matteo Pogliani autore di “Influencer Marketing – Valorizza le relazioni e dai voce al tuo brand” e “Professione
    Influencer” editi da Dario Flaccovio Editore (Flaccovio) oltre che founder dell’ONIM, Osservatorio Nazionale Influencer Marketing, Cristiano Carriero, autore insieme a Camilla Bellini di “Influencer marketing” (Hoepli).  Insieme a loro anche due influencer ed esperte di digital strategy e digital PR come Domitilla Ferrari e Cristina Simone. Abbiamo anche chiesto a Lino Garbellini, autore di “Professione influencer”, ma ha declinato il nostro invito perché in questo momento non poteva.

    instagram like

    A tutti e 6 abbiamo posto le stesse domande ed ecco le loro interessanti risposte che ci permettono di capire cosa c’è dietro la decisione del social di Zuckerberg e come forse non tutto vada “in direzione del contenuto”.

    Instagram sta sperimentando il fatto di togliere i like in modo da far sì che la gente valuti i contenuti e non quanti cuoricini ottengono. Esperimento fatto in Canada, anche se poi il social ha fatto un passo indietro ripristinando i like e che è in corso anche in Italia. Come interpreti tutto questo vista la tua esperienza?

    influencer marketing instagram

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Che si voglia tornare a una maggiore attenzione nei confronti della qualità dei contenuti e non verso la quantità delle interazioni – che purtroppo, come sappiamo, spesso sono viziate da comportamenti poco etici – non può che essere una notizia positiva.
    In un mondo ideale, la quantità delle interazioni non dovrebbe in alcun modo vincolare il giudizio sulla qualità del contenuto che le ottiene: se un contenuto mi piace, dovrei voler manifestare il mio apprezzamento (mettere un like o un commento) indipendentemente da quel che possono aver fatto/voler fare gli altri utenti.
    Sappiamo però che così non succede e che la manifestazione di interesse di alcuni nei confronti di questi contenuti, guida e influenza anche quella degli altri, compresa quella delle aziende che spesso scelgono il creator di un contenuto non tanto per la sua competenza o per la qualità del suo lavoro, quanto per il “buzz” che riesce a creare intorno a esso. Probabilmente (o almeno questa è la nostra speranza) non vedere “cosa hanno già fatto
    gli altri” riporterà le interazioni degli utenti – e quindi il loro stesso giudizio – a un livello più sincero e, a lungo andare, verranno premiati i post più meritevoli.
    Inoltre nascondere il numero dei like eviterà i confronti tra profili: molto spesso infatti la quantità delle interazioni guida un giudizio di valore (più sono più il profilo è “buono”) che da adesso in poi ci auguriamo venga invece affidata alla sola valutazione della qualità del contenuto.

    Matteo Pogliani: “Ci vedo in primis la volontà di fare product design condiviso, influencer marketingfacendo testare le novità a chi poi dovrà utilizzare (e apprezzare) le stesse. Altro punto rilevante è senza dubbio quello di spostare maggiormente l’attenzione su KPI ed elementi più “profondi”, qualitativi, meno legati alla sola riprova sociale. Una necessità per combattere, in parte, le tante pratiche orientate alla sola performance (BOT, account fake, acquisto follower e like), pratica che rischia alla lunga di rendere queste piattaforme luoghi con contenuti sempre meno interessanti e quindi con meno presenza da parte degli utenti.
    Ciò avrebbe enormi ripercussioni lato advertising per Facebook.

    Ultimo, ma a mio avviso determinante, è anche la volontà di Facebook, da tempo accusata di sfruttarli e trattarli come semplici “dati”, di passare un messaggio di attenzione e cura nei riguardi degli utenti. Una mossa meramente pro reputation, andando oltre il reale impatto di tale cambiamento sull’utilizzo della piattaforma”.

    influencer marketingCristiano Carriero: “Penso che Facebook e nel caso specifico Instagram vogliano riattivare l’80% dei profili che si sentono esclusi. Quando parliamo di questi social, pensiamo sempre all’influencer, ma non è questo che interessa Zuckerberg, piuttosto che ci sia più gente possibile.

    Se Facebook, checché se ne dica, è il social più utilizzato da tutti (e un po’ meno dalle nuove generazioni), Instagram è diventato utilizzato da tanti ma sfruttato da quei pochi che sono gli influencer. La decisione di nascondere i like, secondo me, porterà anche gli utenti al momento meno attivi a postare di più dando meno rilievo alla riprova sociale. Se hai messo una bella foto e prendi 3 like, ci resti male specie se ti paragoni a chi ne ha messa una simile e ne prende 30mila perché è più “influente”. Instagram, invece, con questa prova vuole vedere quanta gente torna attiva e ciò per il social potrebbe essere una “svolta”.

    Per gli influencer, o meglio per la macchina dell’influencer marketing, ciò potrebbe essere problematico, bisogna però fidarsi. Molti parlano della volontà, con tale scelta, di dare valore ai contenuti, cosa che è molto nobile, ma ho imparato con la mia esperienza che la prima volontà di queste aziende sono i numeri, avere più utenti e il più attivi possibile che postano foto, commentano, mettano like. Perché Instagram è diventato al momento per me una sorta di club esclusivo dove i più fighi sono gli influencer e gli altri si limitano a mettere like. Che questo poi possa aumentare anche la qualità dei contenuti intesi come più  post di qualità, ben venga”.

    Domitilla Ferrari: “A cosa servono i like? Partiamo da qui. Sono un segno di apprezzamento, anche se per influencer marketingqualcuno sono la traccia lasciata da chi è passato a vedere cosa abbiamo postato (o la traccia lasciata da chi ci ha visto passare nella sua TL senza cercarci, cosa che capita più spesso, in effetti). Abbiamo vissuto senza poter misurare il nostro successo, il riscontro degli altri, a lungo, prima che la web analytics diventasse d’uso comune attraverso la valorizzazione pubblica di ogni nostra azione online.

    Quanti follower nuovi ho oggi? E quanto sono piaciute le mie foto e a chi? Ma soprattutto: chi ha visto le mie stories? Un anno fa, un artista impegnato a raccontare le implicazioni culturali, sociali e politiche dei software, ha inventato il Demetricator per togliere le notifiche numeriche da Facebook e per Twitter, per denunciare il potere distraente dei numeri sui social media: «Questi numeri mi portano a valutare la mia partecipazione all’interno del sistema da un punto di vista metrico», aveva spiegato Benjamin Grosser sul suo blog. «Osservo il conteggio delle risposte anziché le risposte stesse o aspetto che appaiano un numero di richieste di amicizia anziché cercare connessioni significative“.

    E l’arte ha fatto quello che solitamente ci aspettiamo dalla fantascienza che spesso prevede il futuro: Instagram ha iniziato a sperimentare il potere del contenuto vs quello del suo presunto apprezzamento. “.

    influencer marketing Cristina Simone: “Valuto questo esperimento in maniera molto positiva, ma pare che la piattaforma stia già tornando sui suoi passi.
    Non avere più il numero dei like in evidenza riporta, finalmente, l’attenzione sul contenuto. (Ne avevo parlato anche su Twitter con colleghi di settore in thread vari appena la notizia era uscita). Ci si focalizza su quello che c’è nella foto e non tanto su quanti hanno messo il like. E potrebbe finire questa assurda compravendita di finti like.
    C’è questa idea di fondo, errata, che tanti più like hai (così come commenti o followers) e tanto più sei “figo”. Questo esperimento ci fa ricordare, invece, la potenza vera dei social ovvero le connessioni tra le persone e la ricchezza che si crea da tanti più contatti abbiamo”.

    Chi potrebbe essere più danneggiato: aziende o utenti “normali”?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Gli utenti ‘normali’ (escludiamo quindi gli influencer) interagiscono solitamente con una follower base estremamente fidelizzata che per sua natura poco si fa influenzare dai comportamenti degli altri. Se i miei follower equivalgono ai miei amici, per esempio, posso stare sicura che questi esprimeranno un parere nei confronti dei contenuti che pubblico indipendentemente da quel che fanno gli altri. Gli utenti “normali”, inoltre, tendono a pubblicare post senza dare peso alle interazioni che generano. Onestamente non credo quindi che verranno danneggiati da questa novità. Al contrario saranno portati a esprimere
    una loro preferenza nei confronti dei contenuti che trovano sul loro feed in modo libero senza farsi influenzare da quel che altri hanno già fatto prima di loro.

    Le aziende, che invece su Instagram lavorano soprattutto in collaborazione con gli influencer, dovranno prestare sempre maggiore attenzione alla qualità dei contenuti che questi pubblicano  e non alle (presunte) interazioni che sono in grado di generare. Se fino a ora molto spesso lo scouting delle aziende per trovare i propri ambassador si è basato soprattutto su metriche quantitative, ora una prima scrematura dovrà basarsi sulla qualità del
    contenuto presentato e sulla propria competenza nel crearlo.

    Ci auguriamo ovviamente che non si abbia la tentazione di prendere altre scorciatoie come, per esempio, basarsi sul
    numero dei follower o dei commenti generati sotto i post (metriche queste che – ancora visibili – continueranno presumibilmente a essere oggetto di comportamenti poco etici)”.

    instagram like

    Matteo Pogliani: “Il danno maggiore è per chi utilizza professionalmente queste piattaforme, quindi soprattutto brand e creator. Ok la qualità, ma è inutile nascondersi: per questi la riprova sociale e l’impatto dato dai like è un fattore ancora rilevante. Una metrica che, seppur molto limitata e superficiale, è comunque rilevante agli occhi di follower e utenti.

    Un danno che diventa ancora maggiore per quei soggetti che hanno basato molto del loro posizionamento sulle vanity metrics, senza mai voler andare oltre e orientarsi anche su parametri più orientati al business. Per esempio, utenti che devono il loro seguito alla fama più che alla propria attività online (celebrities e simili), si vedrebbero privati di uno dei pochi elementi di rilievo da mostrare ed esibire”.

    Cristiano Carriero: “Secondo me, è il sistema che può esserne più danneggiato. C’è un sistema influencer marketing che piace a tutti e conviene a tutti. L’azienda lo usa perché fa awareness su prodotto, l’influencer perché ci fa dei soldi. Che poi, se ci pensi, non è una cosa nuova. Pensa a Costantino e a Daniele Interrante che, purtroppo per loro, sono cresciuti in un’epoca in cui c’erano solo la TV e l’ospitata in discoteca, oggi sarebbero degli influencer da  migliaia di euro.

    C’è da dire che quando guardiamo a chi c’è su Instagram, ci riferiamo sempre ai nostri contatti più vicini, ma non sono quelli a spostare i soldi. Basta poco poi per diventare influencer ed essere di un certo rilievo: chi va in TV o chi fa sport per esempio. Pensiamo al calcio femminile: queste ragazze hanno avuto la fortuna di nascere in questa epoca: oltre all’ingaggio che si spera abbiano da atlete che hanno partecipato al Mondiale, possono usare i loro profili IG anche per fare delle campagne. E basta vedere come sono cresciuti i loro profili e l’attenzione che hanno suscitato nei brand che sono sempre estremamente attenti a queste cose.

    Pertanto, a mio avviso, è il sistema che potrebbe avere un piccolo rallentamento: l’azienda vuole i numeri. Io al marketing manager devo fare vedere i numeri. A un certo punto non interessa pure la qualità ma i numeri”.

    Domitilla Ferrari: “E se invece la questione fosse chi potrebbe trarne vantaggio? Direi che la risposta è: tutti noi. In un articolo sul Guardian Natasha Schüll, autrice di Addiction by Design dice: ‘Dobbiamo iniziare a riconoscere i costi del tempo trascorso sui social media. Non è solo un gioco, ci riguarda finanziariamente, fisicamente ed emotivamente’.

    instagram like smm

    Cristina Simone: “Nessuno dei due, dal mio punto di vista. Ma solo le piattaforme che vendono questi ‘servizi’ che vedono ridurre i pacchetti acquistati.
    Le aziende, in particolare, che investono budget in campagne di influencer marketing sono quelle che ne avrebbero i vantaggi più alti. Significa non soffermarsi a guardare quanti cuoricini ha ottenuto la foto, pagata, dell’influencer, ma quello che è riuscita a generare.
    Significa poi scegliere con più attenzione l’influencer, non solo in base alla media dei like che riceve e significa fare un’analisi più profonda dei risultati”.

    E di contro chi potrebbe essere più avvantaggiato?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Continuerà a essere avvantaggiato l’influencer affezionato a un comportamento poco etico (in parole povere quello che compra like, commenti, follower).

    Nel caso in cui l’azienda – in fase di scouting – gli chieda gli Insights dei contenuti pubblicati (e quindi avrà accesso anche al numero di like ottenuti dai suoi post) potrà continuare a presentare dei dati viziati (anche se solo parzialmente visto che al momento Impressions e Reach non si possono “comprare”); nel caso in cui l’azienda invece non si basi sugli Insights ma solo sulle metriche visibili (numero di follower e commenti) sguazzerà in uno shopping sfrenato di finti seguaci e commenti “copia e incolla”. In pratica: non cambierà nulla“.

    Matteo Pogliani: “Chi lavora ed ha lavorato bene potrebbe essere sicuramente avvantaggiato, o meglio, non penalizzato dall’eliminazione di una metrica per lui non rilevante. Non sono tanti (purtroppo), ma ci sono brand e creator che da sempre hanno focalizzato la loro attenzione su commenti on topic, condivisioni, traffico al sito, kpi assolutamente più marketing oriented. Per loro significherebbe portare la contesa su un territorio amico e quindi certamente più performante”.

    Cristiano Carriero: Un grosso vantaggio potrebbe coglierlo tutti questi performer come Buzzoole per fare un esempio. Il fatto che nascano tutte queste piattaforme le aziende pagano per avere tanti piccoli influencer e non le celebrities va sempre più in direzione della semplicità. Usare tanti microinfluencer che in maniera spontanea fanno molto di più di grandi celebrities è sicuramente un vantaggio per i brand perché questo dà più valore allo storytelling? E poi quante aziende si possono permettere influencer da 25 mila euro?”

    Domilla Ferrari: “Per me vale quanto detto prima: questa situazione potrebbe portare vantaggi a tutti noi”.

    Cristina Simone: Per me tutti gli attori in causa: addetti ai lavori (aziende e influencer) e utenti “normali”.
    I primi potranno finalmente focalizzarsi sull’interazione che genera il contenuto e monitorare le conversazioni (a patto che siano reali) e non il semplice numero di cuoricini.
    Molti addetti ai lavori si fermano a guardare il semplice numero, ma è fondamentale guardare cosa c’è dietro lo stesso. Anche perché i numeri sono facilmente gonfiabili. Sarebbe bello se togliessero anche il totale dei commenti che un post ha ricevuto. È positivo poi per gli influencer che, spesso, si guardano tra loro per vedere chi ha ricevuto un numero più alto di like. Infine, è positivo anche per gli utenti “normali” che possono tornare a prestare attenzione a quello che viene raccontato in un post. E non tanto al fatto che, se un post ha ricevuto tanti cuoricini, allora ci racconta per forza una cosa bella.

    Instagram è un social bellissimo ma ha creato “l’ansia dei like”, specie nei più giovani.

    Ultima domanda: ci regalate una sorta di stato dell’arte sull’infuencer marketing, non solo su Instagram ma in generale anche su altri social?

    Raffaella Amoroso e Arianna Chieli: “Il 2019 è l’anno in cui l’Influencer Marketing ha raggiunto la sua maturità. I brand investono e continuano ad investire in campagne, ma con una maggiore attenzione alla qualità e alla misurabilità dei risultati.
    Instagram continua a farla da padrone, seguito da YouTube e dalle nuove piattaforme molto amate dai più giovani come TikTok. Per quanto riguarda le collaborazioni, i brand cercano una relazione di più lunga durata: non un singolo post, ma la costruzione direlazioni a lungo termine con gli influencer giusti. La sfida è trovare nuovi modi creativi e rilevanti per collaborare con loro.
    Sono i cosiddetti microinfluencer (con una fan base tra i 10 e i 100k) ad avere totalizzato il maggior numero di sponsored post, evidenza di come non sia più solo il numero di follower e like a dettare le regole della strategia.

    Una delle evidenze dell’ultimo anno è una richiesta di maggiore trasparenza: le persone vogliono sapere quando un post è sponsorizzato e lo IAP, l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria in Italia, ha pubblicato una digital chart sulla riconoscibilità della comunicazione commerciale diffusa attraverso Internet che tutti, influencer e brand, sono tenuti a rispettare”.

    Matteo Pogliani: “Se parliamo delll’Italia ci troviamo dinanzi ad un mercato in enorme fermento, ma ancora non del tutto maturo. Un mercato dove c’è soddisfazione e grande volontà di creare progetti (secondo il report ONIM quasi il 70% delle aziende si ritengono soddisfatte dei progetti e aumenteranno il budget dedicato all’IM), ma anche un approccio ancora poco professionale e focalizzato (solo il 30% delle realtà utilizza strumenti data driven per la selezione).
    Instagram non è semplicemente il canale più utilizzato, è IL CANALE dell’influencer marketing. Qui vivono la stragrande maggioranza dei progetti, spunti anche dal ruolo determinante delle Stories, formato dalle grandi prestazioni e sempre più amato dagli utenti.
    Andando oltre i dati, credo che i crescenti investimenti delle aziende porterà a breve ad un’evoluzione dell’influencer marketing in Italia, costringendo gli attori coinvolti a dar vita a campagne finalmente più strategiche, orientate cioè al risultato.
    Una differenza netta che segnerà il brusco calo di quelle realtà “gonfiate” a favore di chi, invece, ha un approccio più articolato, in grado cioè di andare oltre numero follower e like. Una rivoluzione in un certo senso che intaccherà la “bolla” a cui stiamo assistendo, non decretando la fine dell’IM come pensano molti, quanto più riportandola al suo reale ruolo, premiando conseguentemente i veri professionisti”.

    Domitilla Ferrari: “‘Niente più conta nella comunicazione’, scrive Gabriele Ferraresi nel libro Cortocircuito: Come politica, social media e post-ironia ci hanno fottuto il cervello, ‘Niente ha davvero importanza e allo stesso tempo tutto ne ha, se ci si ostina a leggerlo con i codici con cui siamo cresciuti. Codici che faremmo bene a mettere del tutto in discussione e piantarla una buona volta di sprecare energie mentali e tempo dietro al nulla. Che senso ha discutere di un Ministro degli Interni che su Instagram pubblica più post di Chiara Ferragni?’.

    Il punto è che i social media hanno in parte sostituito non solo, ahimè, il ruolo informativo dei media, ma anche quello di intrattenimento, proprio attraverso la valorizzazione numerica di un indice di interesse evidente.

    A me portano via tempo, quando voglio farmelo portare via. Per me i social media sono spesso anche uno svuotatesta, come un tempo – prima di abituarmi al binge watching – facevo zapping. Ma anche perdendo tempo seguo solo persone che stimo: la mia rete si costruisce così – come dicevo quagrazie alla stima che confesso di avere per l’intelligenza di quelli che decido di includere nella mia vita. Insomma, viva Internet ma: stop making stupid people famous.

    Cristina Simone: “Mi piace seguire e analizzare i trend sul web. In questo momento, è innegabile l’attenzione (e i budget aziendali) su Instagram che ha letteralmente soppiantato altri social come Facebook o Twitter. In particolare su settori altamente fotogenici come il fashion, il food o il travel.

    Ma una serie di fattori come la diffusione della consapevolezza del mondo dei fake, l’esperimento di IG, la crescita dell’instant messaging, ecc… stanno riportando la sensibilità e l’attenzione verso il contenuto. Non soltanto uno scorrere senza prestare attenzione ma un usufruire del contenuto. Le stories, il mezzo più effimero per eccellenza, scompaiono dopo 24h, ma il contenuto scritto se è utile agli utenti continua a vivere e portare risultati (a chi lo paga, a chi lo scrive e a chi lo legge).

    Quindi il futuro lo vedo incentrato sui contenuti e, di conseguenza, rimarranno solo quegli influencer che hanno qualcosa da raccontare“.
    E voi siete d’accordo? Scriveteci la vostra opinione tra i commenti.
  • Influencer Marketing, due italiani su tre comprano dai social

    Influencer Marketing, due italiani su tre comprano dai social

    L’Osservatorio Influencer Marketing (OIM) di Ipsos e Flu ha diffuso un interessante report che fa il punto su un aspetto molto interessante, rilevando che il 62% delle persone intervistate ha acquistato ciò che ha visto consigliato sui social network dagli influencer.

    Il tema Influencer Marketing è un tema molto sentito nel nostro paese, spesso, anche qui sul nostro blog, cerchiamo di trattarlo da un punto di vista più concreto, ben sapendo che questa nuova branca del Marketing sta rafforzandosi sempre di più. Ed è per questo che vogliamo presentarvi questo interessante report a cura dell’Osservatorio Influencer Marketing (OIM) di Ipsos, società leader nelle ricerche di mercato, e FLU, agenzia italiana parte di ALL Communication Group Holding, specializzata in influencer marketing, che fa il punto su un aspetto molto interessante, ossia il rapporto tra consumatore e social media. Partiamo da un punto che anche qui abbiamo sottolineato spesso e cioè che quando si parla di influencer non si intende , come tale, la celebrità o il personaggio famoso, no. Per influencer si intende una persona che, nel suo raggio di competenza e di interesse, è stato in grado di costruire attorno una community fidata che segue le sue indicazioni e i suoi interessi. Forse i dati del rapporto saranno più utili per chiarire questo aspetto.

    Il 68% degli utenti social media in Italia ha tra i propri interessi quello di seguire influencer e celebrity, un dato che sale all’82% tra i più giovani (16-24 anni), per i quali gli influencer sono una vera e propria fonte d’ispirazione, non solo nei comportamenti ma anche per gli acquisti. Questo è il dato più importante rilevato dal report.

    [pinterest-image message=”L’Osservatorio #InfluencerMarketing (OIM) di Ipsos e Flu ha diffuso un interessante report che fa il punto su un aspetto molto interessante, rilevando che il 62% delle persone intervistate ha acquistato ciò che ha visto consigliato sui social network dagli influencer.” image=”https://www.franzrusso.it/wp-content/uploads/2019/06/influencer-marketing-OIM.jpg”]

    Gli italiani e i social media

    Come sappiamo, il rapporto tra gli utenti italiani e i social media è molto stretto, gli ultimi dati di Agcom ci confermano questa stretta relazione con Facebook che resta ancora la piattaforma più gradita, nonostante tutto. Il rapporto dell’OIM ci dice che il 40% degli utenti social media in Italia condivide abitualmente contenuti pubblicati da altri; il 38% commenta foto, video e post, fino all’azione più personale dello scrivere o pubblicare un proprio contenuto foto o video (36%). Tra questi sono le donne (74%) gli utenti più attivi e più predisposti a seguire i canali ufficiali dei brand e dei personaggi celebri sui social.

    Instagram, che conferma la sua crescita, non solo è il social network preferito dalla fascia più giovane di intervistati (66%), ma è il regno degli influencer e delle loro storie. Le Instagram Stories permettono di seguire le persone nei vari momenti della giornata, conoscendone così più aspetti della vita personale di quanto si possa fare attraverso un semplice post. Sono, infatti, uno strumento effimero e più coinvolgente che permette ai follower un’interazione più immediata grazie alla possibilità di rispondere con rapidissime reazioni/emoticon e messaggi privati nonché prendendo parte a veloci sondaggi.

    Se da un lato gli utenti interagiscono con gli influencer attraverso brevi opinioni (35%), dall’altro tendono a non rivolgersi agli stessi per procacciarsi informazioni precise e maggiori dettagli sui prodotti mostrati perché per questo, l’OIM di IPSOS e Flu, rileva come questi preferiscano rivolgersi altrove quando desiderano maggiori dettagli in vista magari di un eventuale acquisto o prenotazione.

    Essere influencer

    Il report di OIM rileva che il 62% degli utenti segue, sui social network, non tanto i profili ufficiali dei personaggi famosi per il solo fatto della loro notorietà, ma persone o personaggi che trattino tematiche specifiche di proprio interesse. Il 49% degli intervistati conferma, infatti, di considerare come veri influencer, persone meno conosciute al largo pubblico ma famose per la loro attività sui social network. Di questi ultimi seguono indistintamente sia contenuti personali in cui raccontano la loro quotidianità, sia contenuti di natura più commerciale in cui promuovono o consigliano specifici prodotti o servizi.

    Ma se per gli utenti over 25 anni le stories e i post degli influencer soddisfano la curiosità, per i giovani tra i 16 e i 24 anni, gli influencer incarnano un punto di riferimento per le proprie passioni (32%); infine per il 23% degli utenti di questa fascia d’età gli influencer sono più di un punto di riferimento, costituiscono un vero e proprio modello da seguire, il 16% instaura con loro un vero e proprio rapporto di fiducia.

    Gli infuencer e gli acquisti sui social media

    CI si è sempre chiesti quale sia l’effetto dell’attività degli influencer sugli acquisti da parte degli utenti. Ma sono davvero così bravi ad “influenzare”? Il report di OIM ci dice che un italiano su tre ha comprato più volte qualcosa che è stato promosso dagli influencer che segue. Il 62% delle persone intervistate ha acquistato ciò che ha visto consigliato sui social network degli influencer che segue.

    Non si tratta però di acquisti d’impulso. Nonostante gli ultimi aggiornamenti dei social permettano sempre più di finalizzare un acquisto in pochi istanti senza neanche uscire dal social network, tra chi ha acquistato il 76% degli intervistati impiega un po’ di tempo per decidere di procedere all’acquisto. L’utente preferisce prendersi alcuni momenti per cercare, su canali diversi, ulteriori informazioni per poi terminare l’acquisto sempre online ma su store digitali come Amazon (45%), dove si può trovare anche il prodotto più raro consigliato da influencer stranieri, o sul sito ufficiale del prodotto (25%) o direttamente presso un negozio fisico (16%). Solo il 14% degli intervistati utilizza i link presenti nelle stories o nei post per comprare il prodotto o servizio sponsorizzato.

    L’indagine è stata eseguita su un campione rappresentativo di 1.000 italiani, con un’età compresa tra i 16 e i 54 anni, che in questo caso si è focalizzata sull’osservazione dei comportamenti del consumatore e sull’effettivo impatto dell’influencer marketing sulle proprie scelte d’acquisto.

  • Chiara Ferragni tra le top influencer a livello globale, secondo Lyst

    Chiara Ferragni tra le top influencer a livello globale, secondo Lyst

    Il Financial Times anticipa i risultati di una ricerca di Lyst sul mondo degli “ultra” influencer su Instagram e si scopre che al settimo posto, tra l’altro unica non americana, si piazza Chiara Ferragni. L’influencer di Cremona ha fatto aumentare del 109% le ricerche dei prodotti a marchio Dior dopo aver indossato abiti della maison francese al suo matrimonio, a fine agosto.

    Se qualcuno di stesse ancora chiedendo quale sia  stato l’effetto che il marchio Dior vestendo Chiara Ferragni al suo matrimonio, di fatto, sponsorizzando l’evento, allora la ricerca di Lyst (80 milioni di account e 12 mila marchi analizzati) che il Financial Times ha anticipato è la risposta. La blogger e influencer di Cremona oggi si trova al settimo posto tra le prime 10 “ultra” influencer a livello globale, unica non americana, dettaglio questo non da poco. Lyst ha rilevato che, forte dei suoi 15,5 milioni di follower su Instagram, Chiara Ferragni ha fatto aumentare le ricerche dei prodotti a marchio Dior del 109% dopo il suo matrimonio con Fedez, celebrato a fine agosto scorso. Qui potete leggere la nostra ricerca, insieme a Talkwalker, su come l’evento è stato vissuto sui social media.

    chiara ferragni

    La risposta è dunque molto “chiara”, per giocare con il nome della Ferragni. La blogger, oggi fashion blogger, garantisce un chiaro ritorno ai brand con cui collabora non solo in termini di visibilità ma anche di vendite. Un aspetto molto discusso quello delle vendite, perchè spesso, parlando di influencer, ci si sofferma, e non è sbagliato, solo all’aspetto visibilità. Bene, la ricerca di Lyst ci mostra chiaramente il riscontro sulle vendite.

    https://www.instagram.com/p/BqPlqhPBdN_/

    Ricordiamo che Chiara Ferragni oggi vanta un giro di affari di 8 milioni di dollari l’anno e che ha iniziato il suo percorso con il suo blog “The Blonde Salad“, quello che poi ha dato vita alla sua azienda. Al di là di quello che si può pensare su Chiara, resta il fatto che il fenomeno oggi non può essere sottovalutato. E per fenomeno non intendiamo solo quello della Ferragni, ma dell’Influencer Marketing in generale che anche per il 2019 sarà il fenomeno da osservare per il fatto che le aziende metteranno sempre di più in atto strategie di marketing coinvolgendo influencer, persone che con la loro capacità sono in grado di intercettare e di interagire con un pubblico più interessato.

    Ritornando sulla ricerca di Lyst, il nome della Ferragni spicca per essere l’unica non americana presente. la classifica è guidata dalle sorelle Kardashian: prima si piazza Kylie Jenner, sorellastra di Kim, e seconda proprio Kim Kardashian. Le due influencer vantano su Instagram, rispettivamente, 119 milioni e 120 milioni di followers.