Tag: social media

  • Anche Twitter aggiorna le regole della Privacy per uniformarsi alla GDPR

    Anche Twitter aggiorna le regole della Privacy per uniformarsi alla GDPR

    Anche Twitter, come tutti i colossi tech, si uniforma al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, aggiornando i propri termini di servizio e l’Informativa sulla Privacy. Obiettivo è quello di rendere più semplice e chiara la gestione delle informazioni personali.

    Anche Twitter si prepara per uniformarsi alla GDPR e, in vista dell’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla Privacy per visto per il 25 maggio, la società guidata da Jack Dorsey aggiorna i Termini di Servizio e l’Informativa sulla Privacy. Obiettivo è quello di rendere più semplice e chiara la gestione delle informazioni personali, mettendo in evidenza le informazioni che Twitter condivide.

    Tutti gli utenti che oggi effettueranno l’accesso sulla piattaforma vedranno comparire una finestra con scritto “Aggiornamenti importanti” annunciando la modifica dei termini e della privacy.

    twitter privacy gdpr

    In un post sul blog di Twitter, Damien Kieran, Data Protection Officer di Twitter, spiega che da questo mese verranno introdotte nuove modalità per permettere agli utenti una migliore gestione dei propri dati personali. La nuova versione dell’Informativa sulla Privacy è anche scaricabile in pdf, trovate il bottone in alto a destra.

    L’aggiornamento rende possibile all’utente la presa di coscienza di quali siano le informazioni che Twitter gestisce e, soprattutto, decidere se renderle ancora disponibili o meno. Il 25 maggio gli utenti residenti in Europa vedranno una richiesta a prendere visione delle informazioni riguardanti l’aggiornamento, invitando tutti gli utenti a prenderne visione, e un grafico che spiegherà come vengono trattati i dati degli utenti. Da quel momento darà possibile visualizzare le informazioni e, se si vuole, modificarle.

    aggiornamento gdpr twitter privacy

    Twitter si uniforma dunque alla nuova GDPR, General Data Protection Regulation- Regolamento UE 2016/679, che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio e ha come obiettivo quello di dare ai cittadini europei un maggiore controllo sui propri dai in possesso delle aziende che li gestiscono. Negli ultimi giorni si è generata, come al solito, un po’ di confusione sull’entrata in vigore delle nuove norme annunciando una proroga in Italia di qualche mese. Ebbene, non ci sarà nessuna proroga per il fatto che questa, dopo essere stata adottata nel 2016, e dopo un periodo di transizione di due anni, non prevede alcuna forma di legislazione applicativa da parte degli stati membri. Per le aziende che non si uniformeranno alle nuove regole, le mule sono molto salate. Si può arrivare a 10 milioni di euro, o fino al 2% del volume d’affari globale, per i casi previsti dall’articolo 83, paragrafo 4, o fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del volume d’affari nei casi previsti dai Paragrafi 5 e 6.

  • Su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, anche da Mobile

    Su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, anche da Mobile

    Lo avevamo anticipato due settimane fa, e da ieri su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, un passo fondamentale che permette alla piattaforma di adeguarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, che entrerà in vigore dal prossimo 25 maggio. Per avere una copia potrebbero servire anche 48 ore. La funzionalità è disponibile anche per iOS e Android.

    Lo avevamo anticipato due settimane fa, dopo che TechCrunch aveva invitato Instagram ad adeguarsi a quando già era possibile su Facebook da diversi anni. La risposta a quell’invito, da parte di Instagram, fu veloce, anticipando che presto lo strumento per scaricare una copia dei dati sarebbe stato messo online. E così è stato. Da ieri, infatti, gli utenti Instagram hanno la possibilità di poter scaricare una copia dei propri dati che arriva via mail. Per ricevere la copia potrebbe essere necessarie fino a 48 ore. E’ uno strumento che permette ad Instagram di uniformarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio.

    Cosa contiene il file che riceveremo via mail? E un documento all’interno del quale troveremo le informazioni sul profilo, foto, video, le storie archiviate (quelle pubblicate dopo dicembre 2017), i post e le didascalie delle storie, i contatti caricati, i nomi utente dei followers e le persone che seguiamo, messaggi diretti, foto e video (non effimeri) dei messaggi diretti, commenti, like, ricerche e impostazioni.

    instagram copia dati gdpr

    Al momento lo strumento è disponibile solo per la versione web del servizio, la versione mobile per iOS e Android sarà disponibile a breve.

    Come scaricare la propria copia di dati su Instagram

    Per scaricare la propria copia dei contenuti condivisi su Instagram è molto semplice. E’ sufficiente accedere al profilo da instagram.com dal browser desktop, una volta inserite le credenziali dovrete accedere alla alle impostazioni cliccando sull’ingranaggio che trovate di fianco a “Modifica profilo”. Fatto questo, vi apparirà un menù e dovrete cliccare su “Privacy e sicurezza“.

    aggiornamento privacy gdpr instagram

    Da qui, individuate la voce “Download dei dati” e cliccate “Richiedi il download”. Una volta cliccato su questa sezione, vi apparirà quello che vedete nell’immagine, una sezione in cui dovrete inserire l’indirizzo e-mail sul quale riceverete la vostra copia di dati. Come detto, potrebbero volerci fino a 48 ore per mettere insieme tutti i vostri dati.

    Instagram a questo punto non solo si uniforma alla GDPR, ma diventa una piattaforma completa, aggiungendo quello che forse, visti gli oltre 800 milioni di utenti che la utilizzano, sarebbe dovuto essere messo a disposizione già da qualche tempo.

    #Update

    instagram copia dati app mobile

    Alcuni utenti hanno segnalato che la possibilità di scaricare una copia dei propri dati è attiva anche dall’app mobile. Abbiamo infatti verificato che è così.

     

  • Il futuro del Retail passa dalla social advocacy e dagli influencers

    Il futuro del Retail passa dalla social advocacy e dagli influencers

    Un recente studio di Oracle, “Retail 2018: The Loyalty Divide”, ha messo in evidenza che i retailer sottovalutano la social advocacy e la possibilità di offrire esperienze personalizzate agli utenti. La ricerca mette in risalto che il 53% degli utenti ricercherà i prodotti sui social media prima di acquistarli e il 37% si fida dei brand e dei marchi suggeriti dagli influencers.

    Il mondo del Retail, della vendita al dettaglio, stiamo parlando di un settore molto grande quindi che ingloba diverse categorie di prodotti, è in profonda trasformazione. D’altronde, chi no lo è? La digitalizzazione, i social media e tutti i meccanismi e le opportunità che essi generano stanno cambiando il modo in cui ci relazioniamo con le marche. La ricerca di Oracle, “Retail 2018: The Loyalty Divide“, condotta a febbraio di quest’anno, ascoltando 13 mila consumatori e 500 operatori del commercio al dettaglio in Francia, Germania, Regno Unito e India, USA, Brasile, Messico, Australia e Cina, ci offre uno spaccato molto reale. La fidelizzazione del cliente non passa più dalla raccolta punti, dalle carte, non funziona più.

    La velocità delle relazioni oggi cambia anche il modo di vivere l’esperienza, i vantaggi adesso devono essere immediati e non più differiti. E, soprattutto, è bene che i brand costruiscano una presenza sui social media autorevole e affidabile, perchè dalla ricerca emerge il fatto che prima dell’acquisto gli utenti cercano il brand sui social media e cercano proprio quell’affidabilità a cui sono abituati o che si attendono, ma che, in alcuni casi, non trovano.

    social media advocacy influencers retail

    Altro elemento che evidenzia la ricerca è costituito dal ruolo sempre più crescente degli influencers, ormai sempre più seguiti dagli utenti che ritengono sempre più affidabili. Quindi, migliore presenza sui social media e una maggiore apertura verso la social advocacy sembra siano gli elementi che oggi fanno la differenza per il Retail, elementi ancora troppo sottovalutati.

    Se il 58% dei retailers ritiene ancora che gli utenti siano desiderosi di prendere parte ai loro programmi di fidelizzazione, la ricerca evidenzia che solo il 32% degli utenti li prende in considerazione. Inoltre, solo il 45% dei retailers collabora con gli influencers mentre invece il 48% dei consumatori ritiene che i marchi recensiti di YouTubers siano più affidabili e che il 45% si fida dei social media.

    social media retail influencers

    Qualche dato più nel dettaglio per ciò che riguarda la social advocacy, l’aspetto della ricerca che più ci interessa:

    • il 53% dei consumatori, come detto all’inizio, ricerca i prodotti sui social media prima di acquistarli;
    • il 46% usa i social media per farsi un’idea dei prodotti dei brands
    • il 43% dei consumatori condividerà sui social media l’esperienza attraverso foto
    • il 43% dei consumatori è più portato a seguire influencers che postano contenuti dei marchi preferiti
    • il 41% ritiene che le recensioni su YouTube siano più affidabili delle pubblicità dei marchi o delle loro comunicazioni
    • il 37% ritiene più affidabili i marchi e i retailers raccomandati dagli influencers, piuttosto che quelli raccomandati dalle celebrità.

    Nonostante questo scenario, dove si evidenzia una relazione sempre più diretta, basata sul ruolo dell’influencer come elemento legato all’affidabilità del marchio, esiste ancora quasi un terzo dei retailers, il 28% per la precisione, che sostiene che prenderà in considerazione solo attività legate alle carte fedeltà.

    [amazon_link asins=’B009S8M81O,B07637GJZJ,1973401762,B0779N2TKF,0244951616,8820384590,B072WMPMZY,B00CBI0QUI,8857905519,8820366029′ template=’ProductCarousel’ store=’int02-21′ marketplace=’IT’ link_id=’ab1952e3-4acb-11e8-a2eb-3d0a51e4f417′]

    Altro elemento che emerge dalla ricerca, che potete scaricare da questo link, è che mentre il 91% dei retailers ritiene che l’Intelligenza Artificiale sia attraente e utile per i consumatori, c’è da rilevare che solo il 26% dei consumatori la pensa in questo modo, non vale lo stesso per il restante 74%.

  • Ritorna la Museum Week 2018, dal 23 al 29 aprile, all’insegna del vivere insieme

    Ritorna la Museum Week 2018, dal 23 al 29 aprile, all’insegna del vivere insieme

    Riparte da oggi, 23 aprile, fino a domenica 29 aprile, la quinta edizione della Museum Week 2018, l’evento dedicato ai musei, alle gallerie, alle biblioteche e ai entri scientifici di tutto il mondo. L’edizione è dedicata al “vivere insieme”, alla cittadinanza e alla tolleranza. Ecco tutti gli hashtag da usare durante la settimana e si inizia con #womenMW.

    Riparte da oggi (ormai da qualche ora), 23 aprile, uno degli eventi digital e social, dedicati alla cultura, più attesi. E’ la Museum Week 2018 (#MuseumWeek), l’evento dedicato ai musei, alle gallerie, alle biblioteche e ai entri scientifici di tutto il mondo che è giunto ormai alla quinta edizione. Con gli anni sono cresciuti gli istituti, i musei e tutti i centri di cultura che hanno colto l’invito di condividere (e raccontare), durante tutta la settima, con temi diversi, la propria storia, invitando gli utenti ad essere parte attiva di questo racconto. Perchè solo comunicando e coinvolgendo si possono attrarre le persone a visitare un museo o un luogo culturale. Il racconto diventa strumento di coinvolgimento e la Cultura in questo ha molto da insegnare. Il successo di questa settimana è racchiuso in questo semplice concetto.

    museumweek 2018

    L’iniziativa quest’anno ha come leit motiv quello del “vivere insieme”, della cittadinanza e della tolleranza. Temi che indicano il fatto che la cultura, la scienza, l’istruzione sono oggi vitali per lo sviluppo delle società odierne. Ogni hashatag scelto per le giornate della settimana riflette proprio questo leit motiv.

    E si inizia oggi con un hashtag che gli organizzatori hanno scelto, a sua volta, come fondamentale per tutta l’iniziativa. Si parte quindi con #womenMW, per raccontare, segnalare donne che si sono distinte nell’arte, nella cultura, nella scienza, donne quindi artiste, intellettuali, scienziate.

    Domani, 24 aprile, si prosegue con #cityMW, le città viste come luogo di nascita di artisti, musicisti, scienziati. Ma le città sono la struttura stessa della società, quindi l’invito è condividere anche l’idea della città del passato con quella de futuro.

    Il 25 aprile è il giorno di #heritageMW, in questa giornata si celebra il patrimonio in tutte le sue forme. Il 26 aprile è dedicato a #professionsMW, una giornata dedicata alle professioni delle strutture, dei suoi talenti, ma anche delle professioni che possono interessare anche gli utenti più giovani.

    hashtag museum week 2018

    Il 27 aprile è dedicato ai bambini con #kidsMW, un giornata in cui le strutture possono raccontare come coinvolgono gli utenti più giovani e con quali attività, ma è un modo per raccontare la visione dell’arte della cultura rivolta ai più giovani.

    [amazon_link asins=’8831790145,8843033824,8820334119,8861596282,B007P4ZFTU,0415616670,1138646032,8857233901,8808276414,8856840103′ template=’ProductCarousel’ store=’int02-21′ marketplace=’IT’ link_id=’dc9ee51d-4aca-11e8-ad05-e584750b2d8f’]

    Il 28 aprile è la giornata di #natureMW, giornata dedicata alla natura raccontando il ruolo che essa gioca all’interno delle strutture. Ma è anche una giornata per vivere la natura dal punto di vista dell’arte, della storia e delle scoperte scientifiche.

    L’ultimo giorno, il 29 aprile, è dedicato a #differenceMW, una giornata per raccontare come l’Arte, la Cultura vivono il tema della “differenza”, ma anche come viene vissuto il nostro rapporto con gli altri genera la nostra connessione con il mondo. Una giornata davvero originale.

     

  • Su Twitter i due terzi dei link sono condivisi da bot

    Su Twitter i due terzi dei link sono condivisi da bot

    Un recente studio di Pew Research ha evidenziato che su Twitter i bot sono molto più attivi degli account umani a condividere link. Dalla ricerca, effettuata nell’estate del 2017, emerge che il 66% dei tweet contenenti link viene condiviso da account automatizzati.

    In effetti non è un segreto che su Twitter i bot siano particolarmente attivi, è cosa abbastanza risaputa. Ma l’aspetto interessante dello studio di Pew Research, realizzato nell’estate del 2017, è che il 66% dei tweet contenenti link viene condiviso da account automatizzati. Quindi 2 tweet su 3. Attenzione, per non entrare in confusione, è molto facile infatti, non si parla di tutti i tweet condivisi, ma solo quelli contenenti link. E’ molto semplice infatti generalizzare e dire che “i due terzi de tweet sono condivisi da bot”, ma non è così come vedremo subito insieme.

    La ricerca ha esaminato 1,2 milioni di tweet con collegamenti URL per determinare in che percentuale avvenisse la condivisione dai bot su Twitter. Utilizzando Botometer e un programma per seguire ogni link condiviso fino alla sua destinazione, la ricerca ha poi isolato 2.315 siti tra quelli più condivisi. Da qui Pew Research è arrivata a queste conclusioni.

    twitter link bot getty images

    Come detto già in apertura del post, il 66% dei dei tweet con link vengono condivisi da bot e si parla di diverse tipologie di contenuti come contenuti per adulti, sport, contenuti commerciali e anche tweet che reindirizzano su twitter.com. Si può affermare quindi che gli account automatizzati sono più prolifici degli account umani nella condivisione di link.

    Di quel 66% di link condivisi da bot ci sono anche contenuti relativi a news ed eventi. Comunque in percentuale inferiore a quanto riscontrato per contenuti per adulti (90%), sport (76%) e prodotti commerciali (73%). Ma in misura superiore, invece, a quella dei siti che si occupano di celebrità (62%), organizzazioni o gruppi (53%) o collegamenti interni a Twitter.com (50%). Rimanendo sulle notizie e eventi attuali, quelli che hanno ottenuto una percentuale più bassa, del 57%, sono link a contenuti politici.

    Altro elemento che emerge dalla ricerca è che 9 link su 10 (89%), pubblicati da bot e non da umani, riportano a siti di aggregazione di notizie. Si tratta di quei siti che spesso riportano una schermata o un’immagine di una notizia ripresa da un altro sito con una descrizione ripresa dalla notizia originale.

    twitter link bot

    Ma veniamo all’elemento emerso dalla ricerca che, forse, risulta essere il più interessante. E cioè che un piccolo numero di bot molto attivi sono responsabili di una grande quota di link che riportano ad importanti siti di news e informazione. In pratica, 500 account bot più attivi erano responsabili del 22% dei collegamenti twittati a siti di informazione e attualità durante il periodo di ricerca. Dal confronto emerge poi che 500 account umani più attivi sono stati responsabili di solo il 6% dei link che riportano verso questi siti.

    Tanto per essere chiari, la ricerca non vuole mettere in evidenza che questo sia il male, anzi. Lo studio di Pew Research evidenzia che questi sono i bot buoni che non fanno altro che, in maniera automatizzata, aggornare gli utenti. La ricerca poi ne segnala qualche esempio positivo come quello di Netflix (@netflix_bot), della CNN (@attention_cnn), del Metropolitan Museum (@MuseumBot).

    [box type=”shadow” align=”” class=”” width=””][/box]

    E’ quindi uno studio che si concentra sul mezzo, con interessanti indicazioni certo. Il problema è che certi bot rischiano poi di spingere il pubblico verso certe direzioni. Magari la prossima volta lo studio potrà mostrarci come gli account umani condividono i contenuti politici. I russi si sono serviti molto dei bot per esercitare la loro influenza, e non solo i russi. Lo scorso novembre Marc Owen Jones, professore dell’Istituto di studi Arabi e Islamici della Exeter University (UK), ha documentato come un’inondazione di account Twitter simili a bot abbia finito per amplificare un tweet del presidente Donald Trump a sostegno della leadership dell’Arabia Saudita.

    Insomma, che i bot siano particolarmente attivi su Twitter non è una novità, già lo scorso anno uno studio della University of Southern California aveva specificato che il 15% degli account sul totale fossero dei bot, ossia circa 48 milioni.

    [divider style=”normal” top=”20″ bottom=”20″]

  • Italiani e Social Media, 1 utente su 3 non distingue la pubblicità dai contenuti

    Italiani e Social Media, 1 utente su 3 non distingue la pubblicità dai contenuti

    Blogmeter ha realizzato l’edizione 2018 dell’interessante ricerca, “Italiani e Social Media”, uno spaccato su come gli italiani si relazionano con i Social Media. La ricerca individua due categorie social: quella “di cittadinanza”, dominata da Facebook, e quella “funzionale”, dove figurano Trip Advisor e Messenger. Inoltre, 1 utente su 3 non distingue la pubblicità dai contenuti.

    Blogmeter ha presentato l’edizione 2018 della ricerca annuale “Italiani e Social Media“, uno spaccato attraverso il quale conoscere e comprendere come gli italiani si relazionano con i Social Media. La ricerca è stata realizzata attraverso interviste a 1.500 utenti, tra i 15 e i 64 anni, iscritti ad almeno un canale social.

    La ricerca individua due categorie di social: quelli di cittadinanza e quelli funzionali. I social di cittadinanza sono quelli che gli italiani usano più spesso, sono quelli che contribuiscono a definire le nostre identità di relazione. Questa categoria è dominata da Facebook, indicato dall’84% del campione intervistato come il social più usato. A seguire, YouTube (58%) e Instagram, quest’ultimo cresce in un anno del 6%, passando dal 40 al 46%. Restando sempre nella categoria “social di cittadinanza”, WhatsApp continua a giocare un ruolo importante e passa dal 91% al 94% di utilizzo quotidiano: per gli utenti questo è un considerato un social (nel senso di relazione) e non un semplice servizio di messaggistica.

    L’altra categoria social individuata dalla ricerca è quella “funzionale”, in questa categoria vengono considerati tutti quei social che riescono a soddisfare un bisogno specifico e del momento, come può essere la ricerca di un ristorante o di un hotel. Ed infatti, qui scopriamo che i principali sono Trip Advisor e Facebook Messenger, i quali crescono entrambi del 4%, rispetto al dato registrato lo scorso anno.

    social media social cittadinanza funzionali

    Notate come per Twitter la percentuale di chi lo usa “più volte al giorno” e di chi lo usa “ogni tanto” è quasi identica: 28% e 27% (lo scorso anno era 26% e 31%, c’è un piccolo miglioramento). Una simile proporzione la si riscontra anche per quanto riguarda Pinterest (lo scorso anno 15% e 17%). E per LinkedIn è praticamente identica: 23% (anche se lo scorso anno era 20% e 25%) tra gli lo usa ogni giorno e chi lo usa ogni tanto. Google Plus viene usato come Trip Advisor, la percentuale di chi lo usa ogni tanto (38%) e più alta di quelli che lo usano ogni giorno (23%), e anche questa è una notizia.

    I motivi per cui gli Italiani usano i Social Media

    Dalla ricerca emerge una polarizzazione: il 42% degli intervistati dichiara di limitarsi a leggere contenuti altrui, il 13% afferma di scrivere prevalentemente propri post, senza particolare attenzione a quelli degli altri. Il restante 45% legge, scrive o commenta. Facebook si conferma il social preferito per una pluralità di scopi. Tra le novità spicca la preminenza per leggere e condividere recensioni, che lo vede preferito anche a Trip Advisor. Instagram è il social di riferimento per seguire le celebrity (in crescita rispetto al 2017); YouTube e Pinterest invece sono utilizzati per trovare stimoli e idee. Crescono le menzioni di Facebook Messenger (+7%) come canale per comunicare con le aziende.

    1 utente su 3 non distingue la pubblicità dai contenuti

    La pubblicità su Facebook e Instagram è considerata dagli utenti italiani utile come fonte di stimoli rispettivamente per il 26% e il 33% degli intervistati. Però dalla ricerca emerge un dato che diventa automaticamente il più rilevante. Ed è il fatto che su questi canali molti utenti tendono a non distinguere la pubblicità dai contenuti, un dato che vale per 1 utente su 3. Su questo bisognerebbe aprire una profonda riflessione per quanto riguarda la capacità degli utenti nel prestare attenzione a quello che leggono e per quanto riguarda i creatori di contenuti.

    social media pubblicità

     

    Notate le risposte: “non ci faccio caso” (Facebook 33%, Instagram 34%), mentre la pubblicità veicola “suggerimenti utili” (Instagram 33%, Facebook 26%).

    Mentre invece viene considerata in modo più critico la pubblicità su YouTube, ritenuta fastidiosa dal 75% degli intervistati.

    Nel 2018 l’e-commerce si conferma fortemente correlato all’uso dei social: chi acquista frequentemente online è tra i più frequenti utilizzatori dei social network. Rispetto all’anno scorso cresce la quota di chi dichiara di acquistare cosmetici e prodotti per la persona (+6%), prodotti per animali domestici (+4%), pasti a domicilio (+3%) e articoli per bambini (+3%). Il 50% degli intervistati ritiene che incrementerà i propri acquisti online nell’anno a venire.

    La ricerca si sofferma anche su quelle che sono le icone social e, da questo punto di vista, gli intervistati indicano tra le personalità che seguono di più, e cioè: Chiara Ferragni e Clio Zammatteo; la terza personalità influencer per citazioni è anche quest’anno Gianni Morandi.

    I nativi digitali, la Generazione Z dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni, confermano i dati della ricerca: il 95% degli intervistati utilizza WhatsApp tutti i giorni e il 75% usa anche con Instagram. Per il 37% dei giovanissimi la pubblicità su social media, quali Facebook e Instagram, risulta utile e il 5% ha ammesso di aver acquistato prodotti perché visti sui profili social di una social icon. Questa categoria di utenti preferisce comunicare con le aziende utilizzando servizi di messaggistica istantanea, in misura decisamente maggiore rispetto ad altre fasce d’età. Un dato che conferma il fatto che per questa generazione la dimensione digitale è una e non ce ne sono altre, come viene ritenuto invece dalla altre generazioni.

  • Entrano in vigore le nuove regole su Twitter: si rischia la sospensione per Spam

    Entrano in vigore le nuove regole su Twitter: si rischia la sospensione per Spam

    Da oggi entrano in vigore le nuove regole su Twitter e quindi bisognerà prestare molta attenzione su alcuni aspetti. In particolare, bisognerà fare molta attenzione a non pubblicare più contenuti duplicati, menzioni, risposte “su un unico account” oppure creare account duplicati o molto simili. E’ forte il rischio di sospensione per Spam.

    E’ bene che tutti coloro che operano su Twitter, in particolar modo blogger, social media manager, influencer e altri si segnino la data del 23 marzo, perchè da oggi su Twitter le regole cambiano drasticamente. Come sappiamo bene, uno dei grandi vantaggi di Twitter è quello di poter veicolare i propri contenuti in momenti diversi, un modo per agganciare un pubblico sempre più esteso che possa essere interessato a ciò che condividiamo. Un lavoro che farlo manualmente è davvero faticoso. Allora, nella gran parte dei casi, di passa all’operazione di “scheduling“, quindi di programmazione della pubblicazione dei contenuti, facendoci aiutare da app che rendono il tutto molto più semplice.

    Questa è un’operazione che adottano in tanti, blogger e social media manager in primis. In alcuni casi, per rendere il messaggio più condiviso possibile, si passati ad utilizzare lo stesso contenuto, o comunque molto simile, utilizzando uno o più account. Quindi lo stesso contenuto che veniva condiviso da account diversi, in orari e giorni diversi. Utilizzando proprio le app di gestione e programmazione dei contenuti.

    twitter nuove regole account spam

    Bene, fatta questa premessa, doverosa, da oggi tutto questo su Twitter non sarà più possibile, il rischio è la sospensione dell’account per Spam. La regola adesso parla chiaro, infatti nella sezione dedicata proprio allo Spam c’è un punto molto chiaro, questo:

    Ecco alcuni fattori che prendiamo in considerazione per determinare se il comportamento attuato è considerato spam: (…)

    – pubblichi risposte, menzioni o contenuti duplicati (o molto simili) su più account o più aggiornamenti duplicati su un unico account oppure crei account duplicati o molto simili;

    Sembra molto chiaro, se prima Twitter chiudeva un occhio quando si condividevano contenuti anche duplicati sullo stesso account o da account duplicati, da oggi non sarà più possibile. Il rischio di vedersi sospeso l’account per Spam è molto alto. Tra l’altro, qualche giorno fa, il 10 marzo, Twitter ha sospeso per questo motivo decine e decine di account, anche in Italia, anche fino a 48 ore. Badate che stiamo parlando di account che non sono soliti condividere spam, tutt’altro. Il fatto era che l’algoritmo, aggiornato alle nuove regole, “leggeva” e interpretava quel modo di condividere come Spam e, quindi, procedeva alla sospensione.

    Vi è poi un altro punto critico da tenere in considerazione, questo:

    pubblichi più aggiornamenti su un argomento popolare o di tendenza con l’intenzione di sovvertire o manipolare l’argomento per dirottare il traffico o l’attenzione verso account, iniziative, prodotti o servizi non correlati;

    E non manca anche una regole più ferrea per quelli che sono soliti seguire o smettere di seguire account in maniera quasi maniacale, spesso appoggiandosi ad app di terze parti:

    hai seguito e/o smesso di seguire un gran numero di account in un breve lasso di tempo, in particolare avvalendoti di mezzi automatizzati (following o abbandono di follower aggressivo);

    E sono proprio le app di terze parti che in questi giorni stanno allertando gli utenti visto l’importante aggiornamento che da oggi entra in vigore. Parliamo di app come Crowdfire App e simili, come Hooutsuite ad esempio, TweetDeck (l’app di Twitter), ma ci sono anche app che permettono di condividere tweet programmati dal proprio blog (su WordPress) che invitano a fare attenzione, aggiornando l’app alle nuove regole di Twitter.

    Allora, ricapitolando, da oggi, in seguito alle nuove regole di Twitter, non è più consentito pubblicare contenuti identici o sostanzialmente simili su più account. Di conseguenza, tutti i tutti per la gestione dei contenuti non permettono più agli utenti di inviare lo stesso messaggio da più account Twitter.

    Il consiglio, se avete programmato dei contenuti per i prossimi giorni, è quello di cancellare tutti i contenuti identici e tutti i contenuti duplicati da condividere da più account. Fatelo per non rischiare di sospendere l’account Twitter vostro o quello dell’azienda che state seguendo.

    [divider style=”solid” top=”20″ bottom=”20″]

    [L’immagine di copertina è realizzata da @franzrusso, si prega di citare la fonte; qualora i leggimi proprietari dei loghi la reputassero inopportuna, verrà rimossa immediatamente]

  • Instagram riporta in alto sul feed gli ultimi post e presenta il tasto New Posts

    Instagram riporta in alto sul feed gli ultimi post e presenta il tasto New Posts

    Instagram introduce delle novità per rendere più interessante il feed. La prima novità, quella più interessante, è la modifica dell’algoritmo in modo da avere i post più recenti in alto sul feed. La seconda è l’introduzione del tasto “New Posts”, premendo il quale si potrà aggiornare il feed in maniera autonoma.

    Instagram introduce delle novità che dovrebbero rendere più interessante la consultazione del feed, il cui algoritmo, in relazione agli ultimi aggiornamenti, lo ha reso forse più statico e meno dinamico. Un feedback che molti utenti hanno riferito a Instagram ed ecco che qualcosa si muove per renderlo più dinamico.

    La prima novità riguarda proprio la modifica dell’algoritmo in modo tale da avere gli ultimi post in alto sul feed. Capita spesso, infatti, che sia difficile risalire, dal feed, all’ultimo post del vostro account preferito, spesso è necessario visitare proprio l’account. Con questa novità sarà molto più facile visualizzare subito l’ultimo post dell’account che seguite particolarmente, senza dover scrollare di continuo. Non si tratta di un ritorno al feed cronologico, ma è un aggiornamento che molti utenti apprezzeranno.

    instagram new posts feed

    E, sempre in materia di feed, Instagram introduce anche un’altra novità ed è quella dell’introduzione del tasto New Posts, un modo per gestire autonomamente l’aggiornamento del feed. Capita alle volte che il feed si aggiorni e l’utente venga sbalzato in alto, perdendo poi il post che stava guardando. Con questa funzionalità l’aggiornamento del feed sarà ad opera dell’utente.

    Si tratta di due novità che sono correlate fra loro. Infatti, premendo il tasto “Nuovi Post” (immaginiamo che sia questa la traduzione italiana), automaticamente visualizzeremo per primi i nuovi post degli account che seguiamo.

    Negli ultimi due anni, da quanto Instagram ha modificato l’algoritmo nel 2016 mettendo in rilevanza i contenuti più popolari, in molto si sono lamentati del fatto che il feed avesse perso un po’ di freschezza. Ecco, forse adesso un po’ di quella freschezza la si può recuperare.

  • Secondo il co-fondatore di WhatsApp è tempo di cancellare Facebook

    Secondo il co-fondatore di WhatsApp è tempo di cancellare Facebook

    Brian Acton, che ha fondato WhatsApp insieme a Jan Koum, ha scritto in un tweet: “It’s time. #deletefacebook”. Secondo Acton, in seguito allo scandalo Cambridge Analytica che ha travolto il social network più usato al mondo, è arrivato il momento di cancellare Facebook.

    Lo scandalo Cambridge Analytica non accenna a rallentare la sua intensità, anzi. Ormai da giorni Facebook è nell’occhio del ciclone, è sufficiente ricordare quanto è successo a Wall Street in questi giorni dove il titolo ha perso, in termini di valore di capitalizzazione, quasi 50 miliardi di dollari. Il caso cresce sempre di più e ora il parlamento inglese e quello europeo convocano il fondatore Mark Zuckerberg perchè chiarisca meglio la vicenda. Da queste audizioni forse dipenderà l’esito di tutta la vicenda.

    Come dicevamo, le polemiche non accennano a diminuire e a gettare benzina sul fuoco adesso arriva anche il co-fondatore di WhatsApp, Brian Acton. Ricordiamo che proprio Facebook comprò nel 2014 WhatsApp da lui e da Jan Koum per 16 miliardi di dollari. Acton oggi non fa più parte di WhatsApp, a differenza di Koum che ne è il CEO, e cura un progetto legato ad una sua fondazione. Possiede un patrimonio di 6,5 miliardi di dollari e il mese scorso ha investito 50 milioni di dollari su Signal, un’app che si presenta come alternativa a WhatsApp.

    delete facebook cancellare facebook

    Brian Acton ieri, dal suo profilo Twitter ha scritto: “It’s time. #deletefacebook“. Secondo Acton, questa vicenda sta facendo maturare i tempi per cui è il momento di cancellare Facebook.

    L’hashtag #deletefacebook ha cominciato a fare la sua comparsa nei primi giorni del caso Cambridge Analytica, diventando sempre più condiviso dal 19 marzo. Adesso il tweet di Acton è quello che ha ottenuto il livello più alto di interazioni e non vi è dubbio che verrà usato come “manifesto” legato a questa discussione.

    Acton scrivendo che è arrivato il momento di cancellare Facebook è ben consapevole che se ciò avvenisse, significherebbe anche la fine di WhatsApp, l’app che ha contribuito a far nascere. Non si capisce se si tratta di una opinione personale oppure se ritiene che sia arrivato il momento di superare il modello di social imposto da Facebook in questi anni. Al momento si possono fare solo delle ipotesi, non essendoci altre sue dichiarazioni chiarificatrici.

    Del resto, è ben nota la sua posizione a difesa della privacy che si è sempre manifestata ostacolando qualsiasi tipo di advertising su WhatsApp, all’epoca in cui operava al suo interno. Per il semplice motivo, come scrisse nel 2012 proprio sul blog di WhatsApp, “ricordate nel momento in cui prende piede la pubblicità, allora il prodotto siete voi“. Un principio che abbiamo ben compreso in questi anni, mettendo sempre in guardia gli utenti che i nostri dati sono preziosi, al punto da diventare “moneta di scambio”. Il “trucco” che abbiamo sempre consigliato era quello di far sapere agli altri solo ciò che noi vogliamo che si sappia, non tutto. Un modo per mantenere piena consapevolezza di ciò che si condivide sui social media.

    Il pensiero di Brian Acton per la verità non è solitario, da giorni negli Usa su tutti i network ci si interroga se questa vicenda, se questa crisi possa davvero portare alla distruzione di Facebook. Per non dimenticare Chamath Palihapitiya, ex digerente di Facebook che lo scorso anno affermò che Facebook ah contribuito a creare “strumenti che stanno lacerando il tessuto sociale che fa funzionare le nostre società”. Un’affermazione che fece davvero molto discutere.

    Facebook non scomparirà, almeno non con questa vicenda. E’ plausibile pensare che questa storia dovrà mettere fine ad un modello che va ripensato, che sia più rispettoso della privacy degli utenti. Questo sì.

    Ma voi che ne pensate? Pesante anche voi che sia arrivato il momento di cancellare Facebook?

  • Giornata nera a Wall Street, in calo i titoli tech trainati dal crollo di Facebook

    Giornata nera a Wall Street, in calo i titoli tech trainati dal crollo di Facebook

    E’ una giornata nera a Wall Street per tutti i titoli tech, trainati dal calo di Facebook. Il titolo FB è in calo al momento del 7,5%, portandosi dietro Twitter (-2,3%), Alphabet (-3,65%), Apple (-1,70%), Microsoft (-2%), Amazon (-2,16%). Il caso Cambridge Analytica sta facendo sentire il suo peso anche sul mercato.

    Il Cambridge Analytica inevitabilmente sta facendo sentire i suoi effetti anche a Wall Street. Il titolo Facebook (FB) in questo momento sta perdendo il 7,5%, un calo pesante che sta finendo per portarsi dietro anche altri titoli tech. Infatti, per il settore, a Wall Street questa è una giornata nera. A far registrare perdite ci sono anche Twitter (-2,3%), Alphabet (-3,65%), Apple (-1,70%), Microsoft (-2%), Amazon (-2,16%); ma anche Snapchat (-3,6%), Netflix (-2%), Adobe (-1,9%), eBay (-1,06%), Akamai (-1,95%), Altaba (-2,23%), Salesforce (-1,5%), Alibaba (-1,4%). E l’elenco potrebbe continuare.

    La notizia del calo di Facebook ha cominciato a fare il giro del mondo quando era già a -4%, ma col passare dei minuti il titolo ha fatto registrare sempre più un calo pesante. Tutti gli indici Nasdaq e Dow Jones sono in calo.

    Da venerdì, da quando Facebook ha provveduto prima a oscurare Cambridge Analytica, l’attenzione è puntata su come Menlo Park intende spiegare il “furto” di dati di 50 milioni di americani, usati poi per spot politici mirati e per influenzare gli elettori. Da oggi le autorità Usa e quelle di Uk stanno mettendo pressione all’azienda Facebook perchè spieghi come è potuto accadere una situazione simile.

    facebook cambridge analytica wall street

    Facebook sospende Cambridge Analytica, società britannica che si occupa di analisi e big data, che avrebbe raccolto dati da 50 milioni di utenti con un sondaggio “tranello”, dati che sarebbe poi serviti per manipolare l’esito delle elezioni presidenziali vinte da Donald Trump. Ma Facebook sostiene di aver ricevuto rassicurazioni dall’azienda inglese che quei dati sarebbero stati cancellati. Ora, perchè sospendere l’azienda oggi e non nel 2015, quando l’azienda raccolse quei dati? E’ questa la domanda che al momento tutti si stanno facendo, sopratutto i parlamentari americani e inglesi, in grande pressing su Facebook.

    Un altro esempio di quanto si alta la pressione su Facebook e di come in realtà da Menlo Park facciano trasparire molto nervosismo. L’ultimo esempio lo segnala The Intercept, infatti Facebook ha cancellato la sezione dedicata alle storie politiche di successo, cioè quelle che grazie all’uso del social network sono riuscite ad emergere ed ottenere risultati elettorali. Anche in questo caso è stata data una spiegazione molto evasiva.

    Christopher Wylie facebook cambridge analytica
    Christopher Wylie

    L’attenzione di tutti i media e bloggers del settore è anche sulla figura che ha rivelato tutto il meccanismo che aveva messo in campo Cambridge Analytica, è cioè Christopher Wylie, ex dipendente dell’azienda inglese, l’uomo che materialmente ha escogitato il meccanismo, personaggio di cui si sentirà parlare ancora.

    Ma adesso l’attenzione è tutta su Facebook e su come supererà questa crisi. Le pressioni di Usa e Uk puntano ad una nuova regolamentazione, ipotesi che gli analisti finanziari vedono come un ulteriore segnale di “problemi sistemici” di Facebook.

    Staremo a vedere come Facebook supererà questa crisi, di certo non è la fine del social network, è senza dubbio un momento importante in cui valutare una nuova fase. Questo sì.