Autore: Franz Russo

  • M9, il museo multimediale e innovativo per viaggiare nel ‘900 italiano

    M9, il museo multimediale e innovativo per viaggiare nel ‘900 italiano

    Inaugurato ufficialmente M9, il museo multimediale del ‘900, un esempio di tecnologia, innovazione, architettura sostenibile che permette a tutti di fare un viaggio nella nostra storia. La struttura sorge a Venezia Mestre in un ambito di riqualificazione urbana e prevede 8 sezioni tematiche per 2.610 metri quadri di esposizione permanente e 1.400 metri quadri di esposizioni temporanee.

    “La storia siamo noi” cantava De Gregori in una sua celeberrima canzone, “La Storia”, e oggi questa semplice frase aggiunge un significato ancora maggiore a quello che siamo. E, soprattutto, in un’epoca in cui tutto sembra orientato ad una velocità quasi insostenibile, trovare il tempo di pensare alla nostra storia diventa quasi necessario, ma altrettanto difficile. Nel senso che raccontare la storia oggi deve necessariamente essere parte della realtà in cui viviamo, in modo tale da essere conosciuta e compresa anche dalle nuove generazioni che quella storia non l’hanno vissuta e, spesso, tendono ad ignorarla. E’ questa l’impressione, bella,  che rimane dopo aver visitato, durante l’inaugurazione ufficiale, M9, il museo interamente multimediale del ‘900 che sorge a Venezia Mestre, un luogo dove la storia si fonde con l’innovazione e la tecnologia di oggi, dando vita ad un vero spazio sostenibile, innovativo, dinamico.

    M9 museo 900 multimediale mestre

    La sensazione che lascia è quella di aver visto e conosciuto pezzi di storia, dettagli, sfumature, elementi che forse non avremmo avuto l’occasione di vedere se non ci fosse stato questo Museo, dedicato ad un secolo non certo facile per il nostro paese. Ma la modalità multimediale e interattiva, solo con video, immagini, schermi touch screen, video in 4K, rende tutto il nostro secolo a portata di mano. Il Museo ti avvolge e ti guida alla conoscenza di come noi italiani eravamo, di come ci siamo evoluti sotto tutti i punti di vista, dei fatti storici che hanno segnato la nostra storia. Può capitare, infatti, di vivere, all’interno dell’arena, un’area fatta di schermi che riproduce video storici, l’esperienza di assistere ad uno dei comizi di Togliatti, interpretato da un attore, che sembra quasi che sia lì. La stessa impressione la si ha nel discorso alla Camera di Aldo Moro dopo le elezioni del 20 giugno del 1976, quelle storiche in cui votarono gli elettori dai 18 anni in su per la prima volta.

    Il Museo si sviluppa due piani di nostra permanente, il primo e il secondo, 2.610 metro quadri in 8 sezioni:

    1. Come eravamo, come siamo. Demografia e strutture sociali.
    2. The Italian way of life. Consumi, costumi e stili di vita.
    3. La corsa al progresso. Scienza, tecnologia, innovazione.
    4. Soldi soldi soldi. Economia, lavoro, produzione e benessere.
    5. Guardiamoci intorno. Paesaggi e insediamenti urbani.
    6. Res publica. Lo Stato, le istituzioni, la politica.
    7. Fare gli italiani. Educazione, formazione e informazione.
    8. Per farci riconoscere. Che cosa ci fa sentire italiani.

    In occasione della nostra visita abbiamo avuto modo di conoscere e intervistare Michelangela Di Giacomo, ricercatrice che ha preso parte a team curatoriale del Museo, che ci ha raccontato come è nata l’idea del Museo. Pensate che per visitarlo tutto ci vorrebbe una settimana!

    Il tutto attraverso una narrazione assolutamente multimediale. Tutti i materiali digitali, ossia, 6 mila foto, 820 video per circa 10 ore d filmati montati, 500 record di materiale iconografico, tra manifesti, periodici, quotidiani e materiale grigio, 400 file audio, provengono da 150 archivi; le installazioni multimediali e interattive sono 60, in contenuti sono curati da 47 tra storici, sociologi, architetti, scrittori. Tra questi figurano nomi come Giuliano Amato, Walter Barberis, Aldo Cazzullo, Tiziano Treu, ne comitato scientifico, e anche Giuseppe De Rita, Irene Bignardi, Ernesto Galli della Loggia. Figura anche il nome di Luca De Biase, molto conosciuto parlando di tecnologia e innovazione che ha curato la sezione “La corsa al progresso“.

    M9 è un progetto della Fondazione di Venezia, realizzato dallo Sauerbruch Hutton, noto per la sostenibilità dei criteri progettuali, che ha proposto per M9 soluzioni strutturali e impiantistiche all’avanguardia per ridurre il fabbisogno energetico. Il Museo presenta questi edifici caratterizzati da colori che richiamano i colori del luogo in cui serge la struttura. Sono state impiegate ben 20 mila elementi di ceramica policroma che rivestono le facciate delle strutture e 13 sono i colori che si introducono perfettamente nel cotesto turbano.

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    Ma il Museo è al tempo stesso anche un esempio di smart city, è la prima isola digitale di Mestre che presenta caratteristiche proprio di una città che produce e riutilizza energia. Infatti sono 86 mila i Kwh di energia solare annua media prodotta da 276 pannelli fotovoltaici. All’interno della struttura sono poi presenti 63 sonde del campo geotermico, a 110 metri di profondità, che garantiscono il 100% del riscaldamento e il 40% del rinfrescamento; 2.260 metri quadri di sistema di attivazione di massa. Sono disponibili anche 10 e-bike.

    M9 non è solo un Museo, termine che alla fine sta pure stretto, ma diventa un esempio di come la storia possa essere vitale guardando al futuro. Un’esperienza che va assolutamente fatta.

  • Instagram, ecco due funzionalità per i non vedenti grazie all’Intelligenza Artificiale

    Instagram, ecco due funzionalità per i non vedenti grazie all’Intelligenza Artificiale

    L’Intelligenza Artificiale può essere davvero un grande aiuto per tutti. Un esempio, in questo senso, ce lo offre Instagram, l’applicazione di condivisione di immagini per antonomasia, che ha introdotto due nuove funzionalità per i non vedenti. L’AI legge le descrizioni “alt text” adesso integrate anche sull’app.

    Il Web e i Social Media devono essere accessibili per tutti e dove ancora ci sono degli impedimenti, degli ostacoli, ecco che può arrivare in soccorso l’Intelligenza Artificiale. E’ il caso di Instagram che ha annunciato l’introduzione di due nuove funzionalità che permetterà ai non vedenti di poter fruire di tutte le potenzialità dell’applicazione. Si tratta di due modifiche importanti che sfruttano l’”alt text” che viene letto in automatico e l’utente potrà ascoltare la descrizione.

    In pratica, quando l’utente scorrerà il suo feed, oppure consulterà la sezione Esplora o il suo profilo, si attiverà un lettore attraverso l’Intelligenza Artificiale che leggerà le descrizioni all’utente. E nel caso in cui non dovesse esservi una descrizione, il software provvederà a leggere una descrizione dell’immagine, attraverso il riconoscimento automatico reso possibile sempre attraverso l’AI (Artificial Intelligence).

    Oltre a questo strumento di lettura, Instagram permetterà anche l’introduzione dell’”alt text” personalizzata, arricchendola come si vuole, permettendo così anche ad altri utenti con disabilità visive di poter avere una descrizione dell’immagine attraverso il loro screen reader.

    Si tratta di due novità che permetteranno anche a chi ha disabilità visive di utilizzare Instagram. Ecco come apparirà la nuova opzione di modifica:

    instagram non vedenti intelligenza artificiale

    Facebook già da qualche anno sfrutta l’Intelligenza Artificiale per descrivere le foto agli utenti non vedenti.

    Prima di queste novità, Instagram veniva usato dagli utenti non vedenti attraverso il lettore automatico di alcuni dispositivi come iPhone. Siri, l’assistente virtuale di Apple, provvedeva a leggere le descrizioni. Il problema era che non tutti avessero a disposizione un iPhone e, di conseguenza, le due novità introdotte da Instagram saranno davvero utili per tanti utenti. Questo video mostra bene come veniva usato Instagram prima.

    Si stima che ad oggi siano 253 milioni le persone con disabilità visive e, di recente, uno studio pubblicato sul Lancet Public Health ha stimato che la cifra possa addirittura arrivare a 500 milioni entro il 2050.

  • I nuovi censimenti permanenti di Istat, la comunicazione istituzionale che ci piace

    I nuovi censimenti permanenti di Istat, la comunicazione istituzionale che ci piace

    Istat ha introdotto di recente i nuovi “censimenti permanenti” una nuova modalità di censimento che da decennale ora diventa annuale, a campione. Ma la vera novità è la campagna che ha accompagnato questo lancio, un esempio di comunicazione istituzionale che ci piace.

    Uno dei grossi temi che riguardano il tema della comunicazione è quella cosiddetta istituzionale, un’attività che dovrebbe creare una relazione forte e diretta tra l’istituzione pubblica e il cittadino. Ebbene, quasi sempre questo tipologia di comunicazione ha sempre avuto un piccolo difetto che è quello di essere “poco coinvolgente” e modo al passo coi tempi. In pratica, il risultato è sempre stato quello di una comunicazione “ingessata” che non ha quasi mai sortito l’effetto sperato.

    Ma oggi, invece, vogliamo segnalarvi quella che secondo noi è un bell’esempio di comunicazione istituzionale coinvolgente e al passo coi tempi, e parliamo di una istituzione pubblica che ha a che fare coi numeri, con continue statistiche, rilevazioni, insomma, elementi che di coinvolgente spesso hanno poco. E invece, in questo caso, Istat, lo storico Istituto Nazionale di Statistica, l’istituto che tiene conto di quanti siamo e di altri interessanti dati, ha da poco lanciato una nuova forma di rilevazione non più su base decennale, ma su base annuale, lanciando una campagna di comunicazione trasversale, includendo anche in maniera decisa il digitale, sfruttando al meglio piattaforme e anche personaggi influenti, blogger che veicolassero il significato vero di questa nuova modalità di rilevazione della popolazione italiana.

    istat nuovi censimenti permanenti

    In pratica, Istat compie un passo importante, che è quello appunto del nuovo cambio di rilevazione, più dinamico, meno ingessato, più attuale e vicino agli italiani. Di conseguenza riesce ad abbinare una campagna di comunicazione che riesca a trasmettere proprio questi messaggi e il claim adottato è molto chiaro: “L’Italia ha bisogno di campioni“. Un messaggio, quello che ha voluto lanciare Istat che sottolinea l’importanza della partecipazione, non solo come obbligo di legge, ma anche e soprattutto come opportunità per il Paese: “Se ne fai parte fai la tua parte“. Il risultato è una campagna coinvolgente caratterizzata da questi tre elementi centrali:

    • lancio del nuovo sito www.censimentigiornodopogiorno.it
    • partecipazione esilarante dei “The Jackal“;
    • contest fotografico su Instagram – #UnGiornoDaCampione –  attraverso cui gli utenti raccontavano il significato si essere “campioni di normalità”.

    Tutti elementi di una strategia di comunicazione che avevano il chiaro obiettivo di informare e coinvolgere, in modo innovativo, il cittadino.

    E Patrizia Cacioli, Direttore della Comunicazione Istat, in queste sue parole spiega bene la nuova campagna di comunicazione dell’istituto:

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]“Unica, cross-mediale e digital oriented. La campagna ha valenza informativa e valoriale, sottolinea l’importanza della partecipazione, non solo come obbligo di legge, ma anche e soprattutto come contributo alla costruzione del futuro del Paese. La rappresentatività è il perno strategico intorno cui si snoda l’impianto creativo e comunicativo: le persone intervistate sono dei campioni ma le loro risposte permettono di raccontare le caratteristiche e le evoluzioni appunto dell’Italia, giorno dopo giorno che è poi il pay off della campagna”.[/box]

    Istat, attraverso l’utilizzo di mezzi tradizionali e innovativi, ha voluto valorizzare la specificità dei messaggi comunicativi attraverso una social strategy ricca di contenuti dall’alto potenziale virale e di engagement, specifica per tutti i target.

    Ma immaginate quante informazioni interessanti ci sono all’interno dei tanti numeri e delle tante statistiche che diffonde Istat. E siccome a noi i numeri piacciono, proprio con la modalità coinvolgente come quella adottata da Istat, ne vogliamo condividere qualcuno.

    Come funzionano i nuovi censimenti permanenti di Istat

    I nuovi censimenti permanenti della popolazione interesseranno ogni anno un campione di circa un milione e 400 mila famiglie, per un totale di 3,5 milioni di persone residenti in 2.852 comuni italiani. Solo in una parte dei comuni (1.143) parteciperanno ogni anno alle operazioni censuarie. La restante parte del comuni sarà chiamata a partecipare invece una volta nell’arco di quattro anni In questo modo, entro il 2021, tutti i comuni parteciperanno, almeno una volta, alle rilevazioni censuarie. I dati ottenuti saranno di tipo censuario, quindi riferiti all’intera popolazione italiana: un risultato raggiungibile solo grazie all’integrazione statistica tra le rilevazioni campionarie e i dati di altre fonti amministrative. “Il censimento annuale rappresenta una sfida per l’Istat che intendiamo vincere grazie alla qualità del nostro personale” – afferma il Presidente facente funzioni Maurizio Franzini  – “L’obiettivo di questo nuovo impianto è quello di fornire in tempi rapidissimi una mappa sempre aggiornata dell’evoluzione che vive la società italiana. Per raggiungere questo traguardo sarà fondamentale una collaborazione a tutti i livelli dei vari attori – istituzionali e non – coinvolti nel processo di rilevazione dei dati. L’Istat è pronto a fare la sua parte”.

    Intanto, in totale siamo 60.483.973 di italiani, di cui uomini 29.427.607 donne 31.056.366. La regione con il più alto numero di cittadini residenti è la Lombardia con 10.036.258 di persone, seguita dal Lazio con 5.896.693 e dalla Campania con 5.826.860. Gli stranieri in Italia sono 5.144.440.

    Altri dati curiosi riguardano la mobilità, cioè con quali mezzi di trasporto gli italiani si recano al lavoro. Ebbene, il 69% utilizza l’auto, un tema questo che va a braccetto con i temi ambientali. Dopo l’auto gli italiani usano andare al lavoro a piedi, l’11%. E poi il 6% usa l’auto come passeggero; solo il 4% va in bicicletta e solo il 3% usa la metro; il 6% usa l’autobus o il tram; il 3% va in treno.

    Sono tutti dati che ci aiutano a capire come viviamo, come ci spostiamo, perchè è da questi numeri che possono nascere nuove idee, nuove tecnologie, nuove innovazioni che possono rendere migliore la nostra vita. Allora, siccome ne facciamo parte, facciamo anche noi la nostra parte. E un plauso davvero a Istat.

    istat censimenti permanenti infografica mobilità

    [In collaborazione con Istat]

  • Tokyo è la città più high tech al mondo, Milano e Roma sono indietro

    Tokyo è la città più high tech al mondo, Milano e Roma sono indietro

    Si è sempre pensato che la Silicon Valley fosse l’area più tecnologica e innovativa al mondo, con capitale San Francisco. In realtà, secondo l’Innovation Cities Index 2018, elaborato dalla società 2thinknow, è Tokyo la città più high tech al mondo. Seconda, e prima città europea, è Londra. Milano e Roma sono invece molto più indietro.

    Siamo sempre stati portati a pensare che l’area più tecnologica e innovativa al mondo fosse la Silicon Valley, con capitale San Francisco, ma in realtà non è più così. Nel senso che sì, la Silicon Valley è ancora una delle zone più innovative al mondo, culla delle startup e di grandi colossi tech come Google, Facebook, Twitter e tanti altri, ma non è più la prima, perchè nel corso degli anni altre zone del mondo hanno cercato di migliorarsi o addirittura di creare la propria area tecnologica prendendo spunto dell’esperienza californiana.

    Ebbene, secondo il recente studio, elaborato da 2thinknow prendendo in considerazione 162 indicatori, dal nome “Innovation Cities Index 2018” (che comprende 500 città), la città più tecnologica e innovativa al mondo è Tokyo, la capitale del Giappone che, secondo lo studio, “è riuscita ad abbracciare la tecnologia smart e a diventare avanguardia nello sviluppo dell’industria robotica e 3D“. Un risultato che, per certi versi, non sorprende vista la grande fama tecnologica che da sempre accompagna la città di Tokyo. In seconda posizione, prima città europea, troviamo Londra che quindi si conferma come forte hub tecnologico, oltre che come grande centro finanziario a livello globale. In terza, appunto, troviamo la Silicon Valley, la zona di San Francisco e San Jose che, comunque, resta sul podio.

    Tokyo high tech innovazione

    Nelle prime dieci troviamo anche New York, Los Angeles (dove hanno sede Spanchat e SpaceX di Elon Musk), Singapore, Boston, Toronto, Parigi (nona posizione e seconda città europea) e Sidney.

    città tech innovazione tokyo

    Come avrete certamente notato, nelle prime posizioni non ci sono città italiane. Infatti per rintracciare la prima città italiana bisogna scendere alla 40esima posizione dove troviamo Milano, in cui hanno sede aziende, segnalate dallo studio, come UniCredit, Pirelli e 505 Gamese; poco lontano dalla città meneghina troviamo la nostra capitale, infatti Roma si trova nella 47esima posizione, e qui, segnalate sempre dallo studio, hanno sede aziende che molto hanno investito sull’innovazione come Enel e Leonardo. Insomma, le principali città italiane arrancano ancora in questo contesto e questo tipo di studio, a livello globale che considera tanti indicatori, aiutano ad avere più chiara la situazione dal punto di vista della tecnologia e dell’innovazione del nostro paese.

    Banalmente, lo abbiamo notato nelle zone più alte della classifica, l’innovazione e la tecnologia si realizzano solo se ci sono investimenti, altrimenti nulla avviene per magia. Le grandi aziende, quindi le grandi idee, nascono e crescono se trovano contesti e situazione dove questo può avvenire.

    Se guardiamo la classifica da un’ottica Europea non va neanche tanto bene perchè Milano si piazza in 13sima posizione e Roma in 17esima.

    Restando sempre sulle città italiane nella classifica globale, dopo Roma troviamo Napoli (136°, 51° in Europa), Torino (164°, 64° in Europa), Firenze (211°, 80° in Europa), Bologna (231°, 89° in Europa), Venezia (277°, 105° in Europa), Parma (295°, 111° in Europa), Padova (318°, 121° in Europa), Verona (319°, 122° in Europa), Modena (333°, 127° in Europa) e poi chiude Trieste (339°, 130° in Europa).

  • La reazione negativa su Twitter al caso Dolce & Gabbana

    La reazione negativa su Twitter al caso Dolce & Gabbana

    Il caso Dolce & Gabbana si arricchisce di un nuovo episodio che è quello delle scuse, un po’ tardive. Nel video Domenico Dolce e Stefano Gabbana chiedono scusa, “duibuqi”. Ma il caso nato due giorni fa dopo le frasi estremamente gravi pubblicate dall’account Instagram di Stefano Gabbana, lui sostiene ancora che sia stato hackerato, ha avuto una grossa eco negativa verso il brand, come dimostriamo con questa piccola analisi con Talkwalker.

    Doveva essere la grande occasione per il grande brand di moda Dolce & Gabbana, brand ormai universalmente riconosciuto, con l’approdo in Cina realizzando il loro “Great Show”. Ma poi tutto è finito in un grande e devastante flop, con un caso che ha davvero dell’incredibile. E, come sempre succede i social media in casi come questi giocano un ruolo fondamentale, tanto per informarsi effettivamente, tanto per misurare l’effettiva portata del caso, in termini analitici, quindi banalmente numerici, e in termini qualitativi, riuscendo a comprendere quale sia stato l’effettivo sentiment di tutte le conversazioni generate.

    Il caso rivive ancora oggi per il fatto che i due stilisti, Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno pubblicato un video in cui chiedono scusa ai cinesi, “duibuqi“. Un video tardivo che di certo non sortirà l’effetto che i due stilisti italiani almeno sperano, di sicuro non nell’immediato.

    dolce e gabbana video scuse 2018

    In questa storia ci sono tanti elementi che ne fanno un vero caso di storia, sotto tanti punti di vista. Uno su tutti, un scarso senso di responsabilità, pensando che i social media siano un gioco. In realtà non è così e questa storia, ancora una volta lo dimostra. E poi, lo stesso video, ripetiamo tardivo, suona anche come una ammissione di colpa.

    In questi giorni, esperti della moda, del marketing e della comunicazione hanno cercato di spiegare cosa sia successo, ma soprattutto gli effetti che questa vicenda può arrecare al brand Dolce & Gabbana, proprio perchè la vicenda, che è quasi sfiorata in un incidente diplomatico tra i due paesi, riguarda un paese che è ad oggi una potenza economica mondiale, grande appassionata del brand “made in Italy” da sempre. Ecco, questa storia può avere degli effetti davvero pesanti sull’attività economica del marchio in Cina.

    Ma, come sempre facciamo, lasciando ai più esperti il compito di analizzare questa caso sotto tanti punti di vista, ci siamo voluti soffermare su quella che è stata la reazione su Twitter, in particolar modo abbiamo voluto effettivamente analizzare il fenomeno dal punto di vista qualitativo, quindi della sentiment sui social media.

    E abbiamo scoperto che raramente si è visto una cosa del genere sui social media e questo grafico in basso lo dimostra.

    dolce gabbana sentiment tot 2018

    Guardate il brand prima del 21 novembre: il rosso del sentiment negativo comincia a formarsi dopo la pubblicazione dei video di lancio della sfilata, per poi consolidarsi dopo le polemiche sollevate dalla pubblicazione dei messaggi privati di Stefano Gabbana resi pubblici da Diet Prada. Un calo netto che la piattaforma Talkwalker, grazie alla quale abbiamo effettuato questa breve analisi, quantifica in un -73%. Inoltre, andando a pesare le conversazioni, dato una massa di contenuti molto ironici, in realtà emerge che più di un terzo sono negativi, il 38% per l’esattezza, e solo il 6% è positivo.

    Inoltre, il 49% delle conversazioni esprime un sentimento di “ira” e anche laddove sembra ci siano delle sensazioni positive, in realtà si tratta di contenuti molto ironici e comici, per meglio dire.

    Questo invece è il grafico che ci mostra il sentiment il relazioni ai temi condivisi su Twitter, abbastanza eloquente:

    dolce gabbana sentiment argomenti

    Questo è invece il dato relativo all’aspetto demografico degli utenti che hanno preso parte alle conversazioni su Twitter. Il 51,1% sono donne e il 48,9% sono uomini. Ma il dato più interessante è legato all’età: l’82,6% ha un’eta compresa tra i 18 e i 34 anni, con una prevalenza dei 18-24 anni pari al 45,2%, quasi la metà.

    dolce gabbana demog

    Infine, vi mostriamo la heatmap, la mappa di calore, delle conversazioni su Twitter dal punto di vista geografico.

    dolce gabbana mappa 2018

    Da notare la grande partecipazione anche nel sud est asiatico.

    Ecco, questa voleva essere il nostro piccolo contributo per questa vicenda che farà ancora molto discutere. Voleva essere un tentativo per arricchire gli spunti che questa vicenda offre, per poi trarne dei dovuto insegnamenti.

    I social media, in maniera diretta o diretta, al giorno d’oggi, giocano un ruolo importante, su questo si può essere tutti d’accordo.

    Grazie a Talkwalker per aver reso possibile questa breve analisi.

  • Chiara Ferragni tra le top influencer a livello globale, secondo Lyst

    Chiara Ferragni tra le top influencer a livello globale, secondo Lyst

    Il Financial Times anticipa i risultati di una ricerca di Lyst sul mondo degli “ultra” influencer su Instagram e si scopre che al settimo posto, tra l’altro unica non americana, si piazza Chiara Ferragni. L’influencer di Cremona ha fatto aumentare del 109% le ricerche dei prodotti a marchio Dior dopo aver indossato abiti della maison francese al suo matrimonio, a fine agosto.

    Se qualcuno di stesse ancora chiedendo quale sia  stato l’effetto che il marchio Dior vestendo Chiara Ferragni al suo matrimonio, di fatto, sponsorizzando l’evento, allora la ricerca di Lyst (80 milioni di account e 12 mila marchi analizzati) che il Financial Times ha anticipato è la risposta. La blogger e influencer di Cremona oggi si trova al settimo posto tra le prime 10 “ultra” influencer a livello globale, unica non americana, dettaglio questo non da poco. Lyst ha rilevato che, forte dei suoi 15,5 milioni di follower su Instagram, Chiara Ferragni ha fatto aumentare le ricerche dei prodotti a marchio Dior del 109% dopo il suo matrimonio con Fedez, celebrato a fine agosto scorso. Qui potete leggere la nostra ricerca, insieme a Talkwalker, su come l’evento è stato vissuto sui social media.

    chiara ferragni

    La risposta è dunque molto “chiara”, per giocare con il nome della Ferragni. La blogger, oggi fashion blogger, garantisce un chiaro ritorno ai brand con cui collabora non solo in termini di visibilità ma anche di vendite. Un aspetto molto discusso quello delle vendite, perchè spesso, parlando di influencer, ci si sofferma, e non è sbagliato, solo all’aspetto visibilità. Bene, la ricerca di Lyst ci mostra chiaramente il riscontro sulle vendite.

    https://www.instagram.com/p/BqPlqhPBdN_/

    Ricordiamo che Chiara Ferragni oggi vanta un giro di affari di 8 milioni di dollari l’anno e che ha iniziato il suo percorso con il suo blog “The Blonde Salad“, quello che poi ha dato vita alla sua azienda. Al di là di quello che si può pensare su Chiara, resta il fatto che il fenomeno oggi non può essere sottovalutato. E per fenomeno non intendiamo solo quello della Ferragni, ma dell’Influencer Marketing in generale che anche per il 2019 sarà il fenomeno da osservare per il fatto che le aziende metteranno sempre di più in atto strategie di marketing coinvolgendo influencer, persone che con la loro capacità sono in grado di intercettare e di interagire con un pubblico più interessato.

    Ritornando sulla ricerca di Lyst, il nome della Ferragni spicca per essere l’unica non americana presente. la classifica è guidata dalle sorelle Kardashian: prima si piazza Kylie Jenner, sorellastra di Kim, e seconda proprio Kim Kardashian. Le due influencer vantano su Instagram, rispettivamente, 119 milioni e 120 milioni di followers.

  • Ecco i 10 food blogger più coinvolgenti in Italia, secondo Blogmeter

    Ecco i 10 food blogger più coinvolgenti in Italia, secondo Blogmeter

    Ecco un’altra interessante analisi di Blogmeter che stavolta prende in esame il fenomeno del food blogging in Italia, mostrandoci la classifica dei 10 food blogger più coinvolgenti. Al primo posto, con un ampio margine, troviamo Benedetta Rossi, con oltre 9 mln di interazioni sui social media, seguita da Valeria Ciccotti e dal trio gli “Chef in camicia”.

    Dopo aver conosciuto la classifica dei 10 youtuber più coinvolgenti in Italia, oggi, sempre grazie a Blogmeter, conosciamo i 10 food blogger più coinvolgenti in Italia. L’analisi, che fa leva sugli strumenti messi a disposizione della Blogmeter Suite, come già la volta scorsa, prende in esame i principali profili social su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube (ove presenti), prendendo come riferimento temporale il periodo dall’1/9 al 1/11 2018. Un tempo di sessanta giorni per definire chi tra questi food blogger molto conosciuti in Italia riesce meglio a generare interazioni, quindi like, commenti, visualizzazioni. E poi si parla di food blogging, un fenomeno che in Italia è molto seguito e grazie al quale tanti blogger sono riusciti ad affermarsi.

    Ma passiamo a conoscere meglio questi 10 food blogger e, così come la volta scorsa, anche in questo caso vale sempre la regola che non serve avere un grande seguito, la differenza la fa la capacità di coinvolgimento. Non serve basarsi solo e soltanto sulla quantità, serve a ben poco. Meglio concentrarsi sula qualità, e questo vale ormai in qualsiasi ambito.

    food blogger italia 2018

    Al primo posto della classifica troviamo Benedetta Rossi, la fondatrice e il volto di Fatto in casa da Benedetta con un coinvolgimento netto di oltre 9 milioni di interazioni e 5,6 milioni di follower totali. Si può ben affermare quindi che Benedetta è la Food Blogger d’Italia. Le interazioni totalizzate sui canali social targati “Fatto in casa da Benedetta” si distribuiscono in modo piuttosto equo: il 43% proviene da Facebook (dove sono stati pubblicati la maggioranza dei contenuti), il 34% proviene da YouTube e il 23% da Instagram.

    Al secondo posto si attesta Valeria Ciccotti, meglio conosciuta come Vale cucina e fantasia che, con la pubblicazione di oltre 4 mila post sui suoi profili social durante i due mesi analizzati, raccoglie quasi 1 milione di interazioni totali.

    Al terzo posto, con un total engagement che supera le 950 mila interazioni, si piazzano gli Chef in camicia, ovvero i tre fondatori del format omonimo, Nicolò, Lello e Andrea. Nonostante la maggior parte dei fan degli Chef in camicia si concentrino sul canale Facebook, è su Instagram che viene raccolto oltre l’85% delle interazioni totali del periodo di riferimento.

    Al quarto e al quinto posto si classificano rispettivamente Valentina Boccia, fondatrice del blog Ho voglia di dolce, e Antonia Distasi, conosciuta sui social come uccia3000. Valentina, specializzata in ricette dolci, vanta oltre 1,7 milioni di fan sui suoi canali social e grazie a loro guadagna un total engagement pari a 941 mila interazioni. Antonia, invece, grazie soprattutto alle video-ricette pubblicate sul suo canale YouTube, ottiene 919 mila interazioni totali.

    Sesto posto per la celebre food blogger, Chiara Maci, che tra foto di deliziose ricette e ritratti dei suoi splendidi bambini conquista i social e guadagna oltre 762 mila interazioni totali. Oltre il 96% dell’engagement di Chiara in pentola proviene dal suo canale Instagram, dove gli hashtag #vitamia e #neverstop e #family sono diventati la firma della giudice di Cuochi e Fiamme.  Al settimo e ottavo posto si classificano rispettivamente Enrica Panariello, alias Chiarapassion, e Marco Bianchi. La prima totalizza oltre 714 mila interazioni, grazie principalmente al suo canale Instagram, dove si concentra la maggior parte del suo seguito social (ben il 76% dei suoi fan); il secondo, invece, grazie alla sua esperienza condivisa da divulgatore scientifico e food mentor, guadagna 672 mila interazioni totali sui suoi canali social, prevalentemente tramite Instagram che raccoglie l’85% del total engagement.

    Sonia Peronaci, fondatrice del blog Giallo Zafferano, si attesta al nono posto con un engagement pari a 614 mila interazioni, per il 98% provenienti dal solo canale Instagram. Tra i contenuti più engaging a sorpresa non compaiono ricette golose ma post intimi, dedicati ad esperienze della vita privata di Sonia, a dimostrazione del fatto che sui social la genuinità e la normalità premiano sempre.  Decimo posto per 55Winston55, ovvero i foodblogger siciliani Mauro e Antonio, che conquistano i loro fan con il loro bellissimo vlog di ricette su YouTube, canale su cui si raccoglie il 64% delle 526 mila interazioni totali.

    Bene, trovate la classifica completa qui in basso. Come dicevamo prima, al di là di quello che può essere il seguito, quello che conta è il reale coinvolgimento che si riesce a creare con i proprio follower. E avrete certamente notato come questo passi anche da Instagram, canale che si sposa benissimo con il tema del food e, infatti, i food blogger di questa classifica ci danno una chiara dimostrazione.

    food blogger coinvolgenti italia 2018

  • Il Garante Privacy: la fatturazione elettronica va cambiata, troppi dati sensibili

    Il Garante Privacy: la fatturazione elettronica va cambiata, troppi dati sensibili

    Il Garante per la Privacy, in una nota rivolta all’Agenzia delle Entrate, rileva che l’obbligo per la fatturazione elettronica, previsto dal prossimo 1° gennaio 2019, va rivisto perchè “presenta rilevanti criticità in ordine alla compatibilità con la normativa in materia di protezione dei dati personali”.

    E’ la prima volta che il Garante Privacy interviene su un provvedimento come quello della fatturazione elettronica, di cui tanto si sta parlando in questi mesi, nel tentativo di capirne meglio, che, a questo punto, dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 1° gennaio 2019.

    Nella nota diffusa oggi, e diretta all’Agenzia delle Entrate, il Garante sostiene che questo provvedimento, che dovrà riformare i rapporti tra fornitori e tra questi e i consumatori, “presenta rilevanti criticità in ordine alla compatibilità con la normativa in materia di protezione dei dati personali“. La richiesta è quella di intervenire con “urgenza” per conformare al quadro normativo italiano ed europeo i trattamenti di dati.

    Secondo le valutazioni del Garante, l’obbligo di fatturazione elettronica presenta un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati, comportando un trattamento sistematico, generalizzato e di dettaglio di dati personali su larga scala, potenzialmente relativo ad ogni aspetto della vita quotidiana dell’intera popolazione, sproporzionato rispetto all’obiettivo di interesse pubblico, pur legittimo, perseguito.

    fatturazione elettronica garante privacy franzrusso.it 2018

    Il Garante ha sollevato queste criticità. Prima di tutto, l’Agenzia, dopo aver recapitato le fatture in qualità di “postino” attraverso il sistema di interscambio (SDI) tra gli operatori economici e i contribuenti, archivierà e utilizzerà i dati anche a fini di controllo. Tuttavia non saranno archiviati solo i dati obbligatori a fini fiscali, ma la fattura vera e propria, che contiene di per sé informazioni di dettaglio ulteriori sui beni e servizi acquistati, come le abitudini e le tipologie di consumo, legate alla fornitura di servizi energetici e di telecomunicazioni (es. regolarità nei pagamenti, appartenenza a particolari categorie di utenti), o addirittura la descrizione delle prestazioni sanitarie o legali. Altre criticità derivano dalla scelta dell’Agenzia delle entrate di mettere a disposizione sul proprio portale, senza una richiesta dei consumatori, tutte le fatture in formato digitale, anche per chi preferirà comunque continuare a ricevere la fattura cartacea o digitale direttamente dal fornitore, come garantito dal legislatore.

    Altri dubbi sollevati dal Garante riguardano il ruolo assunto dagli intermediari delegabili dal contribuente per la trasmissione, la ricezione e la conservazione delle fatture, alcuni dei quali operano anche nei confronti di una moltitudine di imprese, accentrando enormi masse di dati personali con un aumento dei rischi, non solo per la sicurezza delle informazioni, ma anche relativi a ulteriori usi impropri, grazie a possibili collegamenti e raffronti tra fatture di migliaia di operatori economici.

    Anche le modalità di trasmissione attraverso lo SDI e gli ulteriori servizi offerti dall’Agenzia (come la conservazione dei dati) presentano criticità per quanto riguarda i profili di sicurezza, a partire dalla mancata cifratura della fattura elettronica, tanto più considerato l’utilizzo della PEC per lo scambio delle fatture, con la conseguente possibile memorizzazione dei documenti sui server di posta elettronica.

    Il Garante, infine, da una tiratina d’orecchi all’Agenzia delle Entrate quando sostiene che una “preventiva consultazione”, peraltro stabilita dal previgente Codice privacy e dal nuovo Regolamento Ue, avrebbe potuto assicurare fin dalla progettazione l’avvio del nuovo sistema con modalità e garanzie rispettose della protezione dei dati personali, introducendo misure tecnico organizzative adeguate in tutta la filiera del trattamento dei dati personali per la fatturazione elettronica.

    Insomma, una situazione non certo chiara proprio, possiamo dirlo, alla “vigilia” dell’entrata in vigore del provvedimento della fatturazione elettronica che ha già sollevato molte perplessità procedurali. Questa potrebbe rinviare l’entrata in vigore? Il tutto dipende dalla velocità con cui l’Agenzia delle Entrate agirà sulla base delle criticità sollevate dal Garante. Staremo a vedere.

  • Elton John nello spot di John Lewis & Partners, l’advertising che emoziona

    Elton John nello spot di John Lewis & Partners, l’advertising che emoziona

    Quando John Lewis & Partners lancia il suo spot a metà novembre, allora vuol dire che davvero sta arrivando il Natale. Il video di quest’anno vede protagonista il grande Elton John che, sulle note di uno dei suoi brani più amati, Your Song, rivive a ritroso la sua storia ritornando a quel giorno di Natale di tanti anni fa, quando ricevette in regalo quel pianoforte che gli cambiò la vita, perchè “un regalo è molto di più di un regalo”.

    Questo è quel periodo dell’anno in cui tutti attendono lo spot natalizio di John Lewis & Partners, la più grande catena di giocattoli del Regno Unito, perchè vuol dire che davvero il Natale sta arrivando. Pensate che in Uk l’altra sera, il momento in cui lo spot doveva fare il suo debutto sulla rete ITV è diventato quasi un dramma nazionale, solo per il fatto che la messa in onda dello spot è avvenuta qualche minuto prima del previsto e in tanti si sono lamentati di aver perso l’attimo. Questo per dire quale sia il livello di attesa di questo momento per i britannici.

    I video di Natale di John Lewis & Partners non sono mai banali e, di anno in anno, si arriva a livelli di emozioni sempre più alti, come appunto quello di quest’anno, forse il più bello in assoluto. Se è la prima volta che vi imbattete in John Lewis & Partners, allora date un’occhiata qui a #ManOnTheMoon e a Monty the Penguin, solo per respirare l’atmosfera che è solita creare quest’azienda in attesa del Natale.

    video elton john John Lewis & Partners 2018

    Protagonista del video spot del 2018 è Elton John, vero mito vivente, l’artista inglese più amato, che ha come titolo “The Boy and The Piano“, titolo molto eloquente. Lo scopo è quello di raccontare una storia che avesse come filo conduttore il regalo di Natale, ma non uno qualsiasi, proprio quello che può cambiare la vita di un bambino. E così è stato per Elton John che, alla fine del video, rivive quel momento in cui ricevette il suo primo pianoforte, quello strumento che gli ha permesso di avere una lunga carriera di 50 anni, con oltre 400 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, di scrivere oltre 700 canzoni e di diventare anche Cavaliere, Knight Bachelor, “per i servigi resi alla musica”.

    Il video in soli 4 giorni ha già collezionato oltre 4,5 milioni di visualizzazioni su YouTube.

    Elton John, 71 anni, vero nome Reginald Kenneth Dwight, ha annunciato ad inizio anno il suo ultimo tour che lo vede impegnato in 300 date. Evidentemente lo spot di John Lewis & Partners è un omaggio a questo grande artista.

  • Il dato come strumento per una migliore conoscenza del territorio

    Il dato come strumento per una migliore conoscenza del territorio

    La conoscenza del dato può essere utile alle aziende e ai manager per prendere decisioni sempre più mirate, come spesso abbiamo ricordato qui sul nostro blog. Allo stesso tempo, anche le amministrazioni pubbliche possono utilizzare i dati per offrire e sviluppare nuovi servizi ai cittadini. Su questo tema abbiamo intervistato in occasione dell’ultimo Analytics Experience 2018 organizzato da SAS, Filippo De Vita, Head of Vodafone Analytics – Vodafone Italy.

    La conoscenza del dato può essere utile alle aziende e ai manager per prendere decisioni sempre più mirate, come spesso abbiamo ricordato qui sul nostro blog.

    Allo stesso tempo, anche le amministrazioni pubbliche possono utilizzare i dati per offrire e sviluppare nuovi servizi ai cittadini. Un aspetto dei big data di cui forse si parla meno, ma che offre delle opportunità enormi per una migliore conoscenza del territorio.

    Per saperne di più, abbiamo intervistato in occasione dell’ultimo Analytics Experience, l’evento global di SAS che si è tenuto di recente a Milano, uno dei più importanti esperti del settore: Filippo De Vita, Head of Vodafone Analytics – Vodafone Italy.

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    Più si è veloci, più le persone si spostano e rilasciano dati grazie all’utilizzo dei loro dispositivi mobili, una considerazione emersa anche nella presentazione del lancio della nuova “Giga Network 4.5G” che anticipa il 5G. Spesso, però, manca una consapevolezza del fenomeno. Qual è la tua opinione in merito?

    Innanzitutto, voglio sottolineare che questi dati vengono rilasciati dalla rete, non sono dati rilasciati dalle persone. Sembra una sfumatura, ma in realtà è la parte più importante. Attraverso Vodafone Analytics, infatti, andiamo a considerare il dato relativo agli spostamenti quando è attivo il GPS sul dispositivo, lavorando quindi sulle tecnologie Big Data che riescono a distillare, su un’enorme quantità dei dati, le informazioni che non sono dichiarate.
    Un “dato dichiarato” è, ad esempio, il prodotto che compra l’utente online, mentre noi riusciamo anche a dire quanti tifosi si muovono dentro allo stadio.

    Tante Telco credono che non ci sia valore in questo. La nostra scommessa, e sono pochissimi gli esempi al mondo come il nostro, è stata quella di capire che in realtà c’è un valore enorme dietro ad attività di social analytics.  Grazie alla nostra attività e alla nostra rete capillare, la Città di Milano è in grado di analizzare l’impatto delle proprie politiche, che siano sociali, eventi, manifestazioni, eventi di mobilità, riuscendo ad ottimizzare queste occasioni.
    Anche il cittadino che si collega alla rete Vodafone ha dei vantaggi: attraverso l’Artificial Intelligence collegata alla rete dei trasporti riusciamo ad esempio a fornire consigli utili ai pendolari. Con queste operazioni riusciamo a portare la cultura, in maniera concreta e data-driven, anche all’interno delle amministrazioni pubbliche. Di esempi in questo senso ne abbiamo tanti, tra gli ultimi attività avviate con il Comune di Padova o Fondazione Dolomiti.

    Quando è stato il momento in cui Vodafone si è accorta dell’importanza degli analytics e, soprattutto, come avete trasmesso alle aziende questo concetto?

    Non è stato facile ma ti posso dire che è stato molto bello e per me motivo di orgoglio poter contribuire all’interno di una grande azienda come Vodafone. Vodafone è un esempio di azienda che si sta digitalizzando, non solo a livello di prodotto, ma anche a livello di processi organizzativi. La lezione che noi abbiamo imparato sul digitale è quella orientata all’idea di prodotto che arriva sul mercato alimentata da un flusso continuo di feedback che ci permette di affinare il tutto. Il prodotto vincente oggi, e noi lo vediamo da quello che stiamo facendo, è quello che ha poche features. È cambiato anche il modo in cui si fa l’esperienza con il prodotto, più diretta, interattiva, dinamica. Una grande azienda deve organizzarsi per crescere a 360°, in tutti i processi.

    Quali sono i settori su cui avete puntato maggiormente?

    Anche in questo caso abbiamo agito in maniera diversa dal passato, è il mercato che ci guida. Abbiamo lanciato tanti teaser e abbiamo osservato che, sul fronte Vodafone Analytics, alcune industries  sono più pronte ad utilizzare questi strumenti, in quanto possiedono una facoltà di decision making più matura.
    Sicuramente, tra i settori più pronti, ci sono quello dei trasporti, della mobility, pubblico o privato che sia; il mondo del Retail; della GDO, piuttosto che il mondo dei grandi eventi; e anche il mondo del Turismo. Ad esempio un approccio del tipo di Vodafone Analytics può aiutare le amministrazioni pubbliche a conoscere meglio il fenomeno del “turista giornaliero” che, per sua natura, non lascia molte tracce. In questo contesto, anche solo conoscere la quantità del fenomeno può essere un elemento di aiuto. Immaginiamo ad esempio Firenze, una delle città che ha aderito per prima a questo nostro progetto e che conta ben 8 milioni di turisti all’anno; per Firenze anche solo sapere che ci sono 3,5 milioni di turisti, quelli giornalieri, che non pagano la tassa di soggiorno, fa la differenza.

    Abbiamo inoltre sfatato una delle tante leggende metropolitane delle città storiche, quella che dice che “il centro storico si sta svuotando e ci stanno solo i turisti”. In realtà, le cose non stanno così, i dati raccontano una storia diversa. La cosa più importante è poi riuscire a quantificare l’effetto che questi dati provocano all’interno dei processi decisionali delle singole amministrazioni. Una volta messa in atto un’azione di Vodafone Analytics, inoltre, già il giorno dopo siamo in grado di quantificare il dato rendendolo visibile sotto variabili tipiche dell’amministrazione. Di conseguenza, si mette in moto un processo decisionale basato su dati reali.

    Un altro esempio concreto è quello fatto a Bologna in occasione dei “T-Days”, misurando quante persone sono transitate nei luoghi interessati. Facendo riferimento a strumenti di Artificial Intelligence siamo riusciti a stabilire, sulla base anche di dati storici e di altri elementi, i giorni di maggiore affluenza. Questi dati permettono di migliorare i servizi e svilupparne di nuovi.

    Quali sono gli scenari futuri secondo Vodafone, da questo punto di vista?

    Quello che stiamo facendo oggi è dare informazioni a mondi molto diversi tra loro, come abbiamo visto. In realtà, la grande potenzialità di queste informazioni non sarà Vodafone a capirla, ma saranno invece cittadini o aziende a cui noi diamo a disposizione le API (Application Programming Interface) in maniera tale da creare un indotto di business intelligence che prenda la conoscenza che noi produciamo. Parliamo chiaramente sempre di dati non personali, che creeranno nuova conoscenza per ambiti sempre più verticali. È questo l’ecosistema digitale all’interno del quale operare. Tante industries, tante amministrazioni affineranno ancora di più le loro decisioni su dati reali. Quello che stiamo facendo noi, come Vodafone, è proprio quello di contribuire allo sviluppo di questo scenario.

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    [Immagine di copertina, thanks Maxiphoto/Getty Images]