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  • Alla Milano Digital Week arriva il Tram dell’Innovazione

    Alla Milano Digital Week arriva il Tram dell’Innovazione

    Alla Milano Digital Week arriva il Tram dell’Innovazione, un’iniziativa di Women & Technologies in collaborazione con ATM. A bordo di una “Carrelli” del 1928 protagonisti dell’innovazione e trasformazione digitale prenderanno parte al tour di 45 minuti per le vie del centro di Milano. E InTime è lieta di prendere parte a questa importante iniziativa.

    La Milano Digital Week ha aperto i battenti, nei prossimi giorni saranno ben 400 gli eventi che si snoderanno nella città avendo come comune denominatore il digitale e l’innovazione. All’interno dei tanti eventi, InTime è felice di prendere parte ad una bellissima iniziativa dell’associazione Women & Technologies, nata in collaborazione con ATM, l’agenzia dei trasporti di Milano, per parlare di social media, blockchain, cybersecurity, smart city, industry 4.0, intelligenza artificiale. Protagonisti dell’innovazione e della trasformazione digitale prenderanno parte al tour, della durata di 45 minuti, per le vie del centro di Milano all’interno di una “Carrelli” del 1928. E’ quindi un’occasione per parlare di futuro tenendo bene a mente quale è stato il nostro passato. Gli ambiti che saranno trattati riguardano:

    • Essere cittadino digitale a Milano
    • La rivoluzione digitale nel mondo del trasporto urbano
    • L’innovazione digitale nel sistema dei pagamenti e delle transazioni finanziarie
    • Sicurezza: come proteggersi nell’era del digitale

    tram digitale innovazione 2018

    Nella giornata di sabato sarò presente anche io per parlare di Social Media Intelligence insieme a Anna Beduschi, Marketing Office Italy Talkwalker che sostiene a sua volta l’iniziativa. Sarà un’occasione per comprendere al meglio come l’analisi delle conversazioni, dei dati che provengono dalle interazioni che nascono sui vari canali, possono nascere nuove iniziative di marketing.

    Per prendere parte al tour il consiglio è quello di registrarsi a questo link.

    sponsor tram digitale innovazione

    E questo è il programma completo delle due giornate in cui sarà in giro per Milano il Tram dell’Innovazione:

    Sabato 17 marzo – Trasformazione Digitale, inspired by users, driven by science

    • Ore 10.00: tour inaugurale
    • Ore 10.45: HYPE, in nuovo modo di gestire il denaro Gianluca Zetti, Banca Sella
    • Ore 11.30: Artigianato e Innovazione Digitale Arianna Fontana, presidente Confartigianato sezione Milano – Roberta Gagliardi, Responsabile Relazioni Istituzionali Area Competitività Confartigianato Imprese Lombardia- Patrizia Lia, Titolare di Lia Parrucche
    • Ore 12.15: Social Media Intelligence. Cosa guida la strategia di marketing delle aziende più innovative?
      Anna Beduschi, Marketing Office Italy, Talkwalker – Franz Russo, blogger, InTime
    • Ore 14.30: Smart City, Secure CityGiulia Rossi, Vodafone
    • Ore 15.15: La rivoluzione digitale del trasporto milanese: Mobility as a Service, Smart ticketing, App ATM Antonia Cotroneo, Specialista Applicazioni di Comunicazione e Mobilità, ATM S.p.A. – Antonio Patti, Digital Product Manager, ATM S.p.A.
    • Ore 16.00: Dall’io al noi: l’evoluzione delle community femminili nell’era della digitalizzazione. Vanessa Occhetti, Chiara Zini – Triumph
    • Ore 16.45: Digitale e chirurgia robotica. Franca Melfi, professore di chirurgia toracica dell’Università di Pisa, responsabile del Centro multidisciplinare di Chirurgia robotica mini-invasiva dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Pisa

    Domenica 18 marzo – Non solo tecnologie, ma persone: sempre connessi nel mondo virtuale eppur disconnessi nelle relazioni

    • Ore 10.00: Dalla Mano al Video, sviluppare il pensiero creativo e computazionale – Michele Ricci, Papà al Centro, Università degli Studi di Milano
    • Ore 10.45: La rivoluzione digitale del trasporto milanese: Mobility as a Service, Smart ticketing, App ATM
      Annalisa Nuovo, Responsabile Applicazioni di Comunicazione e Mobilità, ATM S.p.A. – Carmelo Scannella, Digital Product Manager, ATM S.p.A.
    • Ore 11.30: Artigianato e Innovazione Digitale Arianna Fontana, presidente Confartigianato sezione Milano-
      Roberta Gagliardi, Responsabile Relazioni Istituzionali Area Competitività Confartigianato Imprese Lombardia – Patrizia Lia, Titolare di Lia Parrucche
    • Ore 12.15: HYPE, in nuovo modo di gestire il denaro Gianluca Zetti, Banca Sella
    • Ore 14.30: La rivoluzione digitale del trasporto milanese: Mobility as a Service, Smart ticketing, App ATM Roberto Carreri, Responsabile Ricerca, Sviluppo e Gestione Applicazioni, ATM S.p.A. Carmelo Scannella, Digital Product Manager, ATM S.p.A.
    • Ore 15.15: Cos’è l’intelligenza artificiale e come può aiutare le persone a vivere e lavorare meglio Roberto Andreoli, Microsoft
    • Ore 16.00: Digitale e relazione: conflitti, negoziazione e intelligenza emotiva (1° parte) Rossella Cardinale Formatrice, Counselor e Consulente per progetti formativi – Mario F. Dotti, Avvocato, Mediatore e Facilitatore
    • Ore 16.45: Digitale e relazione: conflitti, negoziazione e intelligenza emotiva (2° parte) Rossella Cardinale Formatrice, Counselor e Consulente per progetti formativi – Mario F. Dotti, Avvocato, Mediatore e Facilitatore
  • Getting to Equal: i fattori che migliorano le condizioni di lavoro delle Donne

    Getting to Equal: i fattori che migliorano le condizioni di lavoro delle Donne

    Accenture, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, ha reso pubblica una ricerca globale, Getting to Equal, individuando ciò che serve per creare una cultura del posto di lavoro in cui donne e uomini abbiano pari opportunità di avanzamento e retribuzione. La ricerca individua 40 fattori che influenzano il miglioramento della condizione di lavoro femminile, scopriamo quali sono.

    Esistono anche tanti paesi in cui le condizioni di lavoro femminile sono molto al di sotto delle condizioni di lavoro maschile. Il gender gap è uno dei tanti ritardi della nostra società e oggi, in un contesto più aperto, libero e senza confini, suona come anacronistico. Sul gender gap molte aziende stanno lavorando per recuperare, soprattutto per quanto riguarda le condizioni di lavoro delle donne.

    In occasione della Giornata Internazionale della Donna, Accenture pubblica una ricerca globale, Getting to Equal 2018, sono stati intervistati più di 22 mila tra lavoratori e manager, in Italia le interviste sono state 700 tra donne e uomini, individuando ciò che serve per creare una cultura del posto di lavoro in cui donne e uomini abbiano pari opportunità di avanzamento e retribuzione. Intanto cominciamo a citare proprio l’esempio Accenture che al suo interno ha una forza lavoro composta per il 41% da donne, l’azienda conta più di 170.000 dipendenti donne in tutto il mondo e nel 2017 le donne hanno rappresentato il 45% delle persone neo assunte, in anticipo rispetto al programma iniziale.

    Getting to Equal fattori condizioni lavoro Donne franzrusso.it 2018

    Accenture ha individuato 40 fattori che influenzano il miglioramento della condizione di lavoro femminile, evidenziando i 14 più importanti. Inoltre, è stato stimato il potenziale impatto di tali fattori sul raggiungimento delle pari opportunità (gender balance) in termini di condizioni di lavoro e di retribuzione. E quindi, se tutti i 40 fattori agissero a pieno regime si otterrebbe che:

    • Per ogni 100 manager maschi ce ne sarebbero fino a 80 di sesso femminile, ribaltando il rapporto attuale che è di 38 ogni 100.
    • Le donne avrebbero il quadruplo delle possibilità di raggiungere posizioni di senior manager e director.
    • In Italia la differenza retributiva tra uomini e donne oggi pari a $100 verso $59 scenderebbe a $100 verso $93. A livello globale, invece, da dati raccolti da agenzie statistiche nazionali e internazionali risulta che, per ogni 100 dollari guadagnati da un uomo, le donne ne guadagnano 73.

    Secondo Accenture, la sola diffusione di questi fattori in tutti gli ambienti lavorativi permetterebbe alle donne, sempre a livello globale, di guadagnare 92 dollari per ogni 100 guadagnati da un uomo. In questo modo il divario retributivo verrebbe quasi del tutto annullato.

    La ricerca rileva anche che quando la posizione delle donne migliora, migliora anche quella degli uomini:

    • Gli uomini hanno il 25% di possibilità in più di accedere a posizioni di manager o di livello superiore.
    • Gli uomini hanno l’84% delle possibilità di accedere a posizioni di senior manager/director o di livello superiore.
    • Se è vero che nelle aziende dove sono più diffusi i 40 fattori – e i 14 più importanti – ad avanzare sono sia gli uomini che le donne, le possibilità di avanzamento delle donne sono comunque più alte, e questo contribuisce a colmare il divario di genere nella carriera e nella retribuzione.

    L’azienda ha poi raccolto i 14 fattori più importanti in 3 categorie: Leadership coraggiosa, Azione inclusiva ed Empowering Environment.

    Leadership coraggiosa: in questo caso ci  vuole un gruppo dirigente diversificato che stabilisce, condivide e misura apertamente gli obiettivi della parità di genere. L’uguaglianza di genere deve essere una priorità strategica sia per il CEO che per il gruppo dirigente. Nelle organizzazioni con almeno una dirigente senior donna, il numero di donne che hanno avuto un’accelerazione della carriera è quasi triplicato rispetto alle organizzazioni nelle quali tutti i dirigenti senior sono maschi (23% e 8%, rispettivamente). Un esempio è Marriott International che quasi 20 anni fa ha lanciato la Women’s Leadership Development Initiative con l’obiettivo di costruire una linea forte di leader donne. Nel 2017, il 59% dei nuovi assunti erano donne e le donne costituivano il 55% dei manager e dei dirigenti di Marriott.

    Azione inclusiva: la capacità di introdurre politiche e pratiche family-friendly, che supportino entrambi i sessi e siano libere dai pregiudizi nell’attrarre e trattenere le persone. Bisogna creare e supportare tutta una serie di politiche, pratiche e programmi aziendali che diano a tutti la possibilità di avanzare. Un dato su cui l’Italia si dimostra più indietro rispetto alla media delle aziende globali riguarda invece l’opportunità di congedo per paternità: soltanto il 28% degli intervistati italiani (contro il 45% a livello globale) sostiene che l’azienda per cui lavorano incoraggi gli uomini a richiedere la paternity leave. Allo stesso modo, solo il 41% dichiara l’esistenza di una politica chiara e definita su queste tematiche, contro il 58% rilevato a livello globale. Alcune politiche però possono essere controproducenti, ad esempio implementare solo il congedo di maternità potrebbe costituire un freno all’avanzamento di carriera delle donne: il congedo parentale per entrambi i sessi, l’impatto negativo sull’avanzamento della carriera delle donne scompare.

    Empowering Environment: si deve costituire un ambiente in cui le persone si sentano investite di fiducia e libere di essere creative e di formarsi e lavorare in modo flessibile. Consentire ai dipendenti di essere se stessi è un segno di rispetto per le persone, che favorisce l’impegno. La ricerca di Accenture, ad esempio, ha rilevato che l’avanzamento è legato al fatto di non chiedere ai dipendenti di conformarsi a un codice estetico o di abbigliamento. Lavorare in un ambiente inclusivo è determinante per sviluppare le doti di leadership e consentire dunque alle persone di accelerare la crescita in azienda. In italia, per esempio, il 42% degli intervistati sostiene che la possibilità di esprimere serenamente la propria individualità abiliti una crescita professionale più rapida, così come la possibilità di organizzare in modo autonomo il proprio orario (39%). Solo l’11%, al contrario, riconosce al momento alle politiche di gender diversity la capacità di accedere a percorsi di crescita più veloci, un aspetto su cui dunque, secondo la nostra ricerca, le aziende italiane dovrebbero investire in termini di formazione e cultura aziendale.

    Questi, infine, sono i 40 fattori individuati dalla ricerca, per esteso:

    Leadership coraggiosa

    • La diversità è una priorità per il management*
    • Un obiettivo di diversità è condiviso all’esterno dell’organizzazione*
    • L’organizzazione dichiara chiaramente i propri obiettivi e le proprie ambizioni per l’annullamento del divario retributivo di genere*
    • I progressi nella diversità sono misurati e condivisi con i dipendenti
    • I leader sono ritenuti responsabili dei progressi nella promozione della diversità
    • Un obiettivo di diversità è condiviso all’interno dell’organizzazione
    • Il gruppo dirigente è esso stesso caratterizzato dalla diversità

    (*Driver culturali)

    Azione inclusiva

    • Sono stati fatti progressi nell’attirare, trattenere e promuovere le donne*
    • L’azienda ha un’attiva rete femminile interna* La rete femminile interna dell’azienda è aperta anche agli uomini*
    • Gli uomini vengono incoraggiati a prendere il congedo parentale*
    • I dipendenti hanno fiducia che l’organizzazione retribuisca equamente donne e uomini per lo stesso lavoro
    • Negli ultimi cinque anni la quota di donne tra i dirigenti senior è cresciuta
    • L’organizzazione è pienamente impegnata nell’assumere, promuovere e trattenere le donne
    • Sono stati fatti progressi nel promuovere la parità di genere nel gruppo dirigente senior
    • C’è una politica chiara sulla maternità
    • Le donne sono incoraggiate a prendere il congedo di maternità
    • C’è una politica chiara sulla genitorialità
    • L’organizzazione assume persone di varia provenienza sociale
    • I leader intervengono per affidare più ruoli senior alle donne

    Empowering Environment

    • Ai dipendenti non è mai stato chiesto di cambiare aspetto per conformarsi alla cultura aziendale*
    • I dipendenti hanno la libertà di essere creativi e innovativi*
    • Il lavoro virtuale/remoto è ampiamente disponibile e praticato diffusamente*
    • L’organizzazione fornisce ai suoi dipendenti la formazione necessaria per mantenere alto il loro livello di competenza*
    • Con le riunioni virtuali i dipendenti possono evitare viaggi all’estero e lunghi spostamenti*
    • Quando hanno impegni personali i dipendenti possono lavorare da casa*
    • I dipendenti non hanno timore nel segnalare all’azienda casi di discriminazione o molestie sessuali*
    • I dipendenti si sentono investiti di fiducia e di responsabilità
    • Sul posto lavoro i dipendenti hanno la libertà di essere se stessi
    • I dirigenti hanno un atteggiamento positivo verso l’errore
    • I dirigenti danno un esempio positivo di equilibrio tra lavoro e vita privata
    • Gli eventi di networking con i dirigenti aziendali si svolgono negli orari d’ufficio
    • I dipendenti possono rifiutare senza conseguenze negative la richiesta di lavorare oltre l’orario d’ufficio
    • I dipendenti possono rifiutare senza conseguenze negative la richiesta di partecipare a riunioni al mattino presto o la sera tardi
    • Non sono tollerate discriminazioni/molestie sessuali sul posto di lavoro
    • L’azienda ha fatto progressi nel ridurre la tolleranza nei confronti della discriminazione sessuale e del linguaggio sessista
    • Tempi e modi della formazione aziendale sono flessibili
    • I capoufficio rispondono favorevolmente alle richieste di flessibilità sul lavoro
    • L’organizzazione rispetta le esigenze dei dipendenti di bilanciare il lavoro con altri impegni
    • L’organizzazione ha fatto progressi nella costruzione di un ambiente di lavoro dove nessuno si senta escluso.

    Potete consultare la ricerca anche online qui: Getting to Equal 2018.

    Accenture Getting to Equal 2018 condizioni lavoro donna

     

  • Ecco Changes, il magazine di Unipol che affronta i temi del futuro

    Ecco Changes, il magazine di Unipol che affronta i temi del futuro

    Dopo poco più di un anno dal lancio del magazine digitale, Unipol lancia anche la versione cartacea di Changes, il magazine del gruppo assicurativo che vuole raccontare i temi legati al cambiamento della nostra società, cercando di interpretare il futuro, restando vicini al nostro presente. Changes diventa quindi ancora di più un punto di riferimento, il perno centrale su cui progettare il futuro. La versione cartacea avrà due numeri l’anno e ospiterà al suo interno i pareri, racconti e opinioni di personalità che vivono e raccontano le trasformazioni del nostro tempo.

    Changes è stato presentato di recente a Milano e per l’occasione il tema principale è stato quello dei cambiamenti climatici, il tema che caratterizza il primo numero del magazine. E’ stata un’occasione per comprendere che il cambiamento del clima ha notevoli conseguenze sul nostro stile di vita, sulla nostra economia, sulla nostra società e sul pianeta in generale.

    Interessante la visione di Unipol da questo punto di vista, ben delineata a descritta da Marisa Parmigiani responsabile sostenibilità del gruppo: “Il cambiamento climatico, è un elemento sempre più centrale dal punto di vista assicurativo, rappresenta un vero e proprio pivot per il futuro economico e sociale, per questo come assicurazione ci occupiamo della resilienza al cambiamento climatico che, proprio come l’investimento assicurativo, è un costo atteso non una spesa certa“. Le aziende devono cominciare a prendere coscienza dei cambiamenti climatici e spesso non sono attrezzate per questo, devono essere preparate a gestire le catastrofi ambientali come eventi climatici “e questo è possibile solo se si valutano e conoscono i rischi e ci si prepara a gestirli”, afferma Marisa Parmigiani.

    La Parmigiani pone l’accento sui rischi, evidenziando come rischi idrogeologici e sismici siano estesi a tutto il territorio nazionale. Una proposta per tenere sotto controllo i rischi e mantenere un continuo monitoraggio sarebbe una partnership tra pubblico e privato, in cui il ruolo di supervisione e controllo sarebbe gestito proprio dalle assicurazioni.

    Alla presentazione, moderata da Luca Tremolada, erano presenti anche Alberto Federici, Direttore Corporate Communication e Media Relations del Gruppo Unipol, Fernando Vacarini, Direttore di Changes e anche Grammenos Mastrojeni, diplomatico e tra i più importanti divulgatori sui temi legati all’ambiente e ai cambiamenti climatici. E il suo pensiero è molto chiaro, se non cominciamo a proteggere sul serio il nostro clima, allora avremo solo conflitti. Quello che in realtà sta già succedendo. Il diplomatico ha dimostrato come “l’equilibrio climatico non ha confini geografici, é globale. Gli effetti di accadimenti climatici hanno poi effetti che riguardano tutti noi“. Per Mastrojeni “ogni effetto ha una causa“, citando l’effetto della farfalla: “quell’effetto per cui per cui se manca equilibrio nel sistema c’è un disagio ambientale, socio economico, climatico e sociale. E’ l’equilibrio climatico ciò che manca davvero e che causa squilibri su clima e umani”.

    Ma non solo, Mastrojeni ha sottolineato anche come la piramide alimentare proposta da Fondazione Barilla metta in cima cibi di cui ci dovremmo nutrire meno, ossia quelli che in grande quantità inquinano di più. I cambiamenti climatici hanno effetti evidenti, ma il messaggio che viene da Changes è che prima li riconosciamo meglio è per tutti noi.

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  • Innovazione dirompente: il 63% delle aziende è già disruptive

    Innovazione dirompente: il 63% delle aziende è già disruptive

    Un interessante studio di Accenture rileva che tra le aziende, anche italiane, la Disruption, l’innovazione dirompente, è già una realtà. Secondo lo studio, che ha sviluppato anche il Disruption Index, il 63% delle aziende affronta già attualmente livelli elevati di disruption e il 44% lo farà in un prossimo futuro.

    Parliamo spesso di Innovazione qui sul nostro blog, è uno dei grandi temi che ci piace affrontare in un momento storico in cui il processo di innovazione e di digitalizzazione è ormai a tutti i livelli. Spesso raccontiamo storie di aziende che, grazie all’intuizione e alla loro capacità di fare Innovazione concreta, sono riuscite a cogliere le opportunità che l’essere disruptive offre. Già, chissà quante volte avrete già sentito termini come appunto diruptive, disruption, vale a dire dirompente, travolgente, o meglio, non più arrestabile. Infatti è così, il processo di innovazione, di trasformazione digitale che le aziende stanno affrontando non è più arrestabile e il momento deve essere colto subito.

    Per avere un’idea complessiva su quanto le aziende sono davvero disruptive, vi presentiamo questo interessante studio di Accenture, azienda leader a livello globale nel settore dei servizi professionali, presentato in occasione del recente Mobile World Congress di Barcellona, che la disruption non è più da considerarsi un evento casuale, è, invece, un percorso che può essere identificato, compreso e anticipato.

    innovazione aziende disruptive

    Lo studio ha analizzato oltre 3.600 aziende, con un fatturato annuo di almeno 100 milioni di dollari, in 82 paesi (Itali compresa), sulla base di due parametri: livello attuale e suscettibilità futura alla disruption. Il quadro che ne viene fuori è chiaro, il cambiamento è divenuto parte integrante della quotidianità delle imprese: il 63% affronta già attualmente livelli elevati di disruption e il 44% lo farà in un prossimo futuro.

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    Nell’ambito della ricerca, Accenture ha sviluppato un “Disruption Index” identificando gli elementi chiave della disruption: la presenza e la penetrazione nel mercato di aziende innovatrici, la performance finanziaria, l’efficienza operativa, la vocazione all’innovazione delle società tradizionali, nonché la loro modalità di difesa dagli attacchi. L’indice rappresenta uno strumento utile per analizzare e capire i diversi settori industriali e consente alle imprese di individuare rischi e opportunità per poi elaborare la giusta risposta strategica.

    Accenture ha raggruppato le società coinvolte nello studio, appartenenti a 20 settori industriali, secondo quattro diversi livelli o stati di disruption:

    • Durabilità: Qui la disruption è evidente, ma non mette a rischio la sopravvivenza dell’azienda; i player tradizionali godono ancora di vantaggi strutturali e ottengono risultati rilevanti. Circa un quinto (19%) delle aziende intervistate ricade all’interno di questo stadio evolutivo dell’innovazione, tipicamente appartengono al settore della vendita e fornitura di parti in ambito automobilistico, a quello delle bevande alcoliche e al chimico.
    • Vulnerabilità: L’attuale livello di disruption è moderato, ma le aziende dominanti sono sensibili alla disruption futura a causa di sfide strutturali di produttività rappresentate, per esempio, dall’elevato costo del lavoro. Questo stato comprende un quinto (19%) delle aziende, tra cui quelle operanti nel settore assicurativo, sanitario e dei discount.
    • Volatilità: Caratterizzato da una disruption violenta e improvvisa; quelli che un tempo rappresentavano punti di forza si sono ora trasformati in debolezze. Le aziende in questo stadio (il 25% di quelle coinvolte nello studio) sono prevalentemente operanti nel comparto della tecnologia di consumo, come pure in vari settori di servizi: quello bancario, della pubblicità e dei trasporti.
    • Vitalità: La disruption è costante; le fonti di vantaggio competitivo sono spesso effimere in quanto emergono continuamente nuove aziende disruptive. Questo stadio comprende più di un terzo (37%) delle aziende, tra queste emergono fornitori di software e piattaforme, telecomunicazioni, media e high-tech, nonché le case automobilistiche.

    Secondo la ricerca, ad ognuna delle fasi sopra individuate corrisponde un diverso orientamento strategico:

    • nello stato di durabilità, le aziende devono reinventare le proprie attività tradizionali piuttosto che impegnarsi per preservarle. Ciò significa adottare provvedimenti per mantenere la leadership di costo all’interno del core business, per esempio rendendo le offerte non solo più economiche, ma anche migliori per i clienti.
    • Nello stato di vulnerabilità, le società devono rendere più produttive le proprie attività tradizionali e predisporsi a sfruttare le innovazioni future (proprie o dei concorrenti). Dovrebbero per esempio ridurre la dipendenza dalle immobilizzazioni e monetizzare le risorse sottoutilizzate.
    • Nello stato di volatilità, l’unico modo per sopravvivere è cambiare lo status quo in modo deciso, ma saggio. Le aziende tradizionali devo trasformare radicalmente il proprio core business e al contempo sperimentare nuove attività, facendo attenzione a trovare il giusto equilibrio: se infatti una svolta troppo repentina potrebbe rendere la situazione economicamente insostenibile, con un cambiamento troppo lento le aziende rischierebbero di diventare obsolete.
    • Nello stato di vitalità, le società devono mantenersi in uno stato costante di innovazione. Ciò comporta: aumentare la penetrazione di prodotti e servizi innovativi per i clienti esistenti e espandersi aggredendo mercati adiacenti o del tutto inesplorati, forti di un core business rivitalizzato e basato sull’innovazione.

    innovazione dirompente aziende settori

    Tenendo in considerazione i valori individuati dalla ricerca di Accenture, questi sono i settori inquadrati per il loro livello di innovazione. Notate come i settori del sofware e piattaforme, retail, media, comunicazione e anche automotive siano quelli che devono mantenere un livello di Innovazione “vitale”, devono fare Innovazione in maniera costante; i settori delle attrezzature industriali, chimici, beni di consumo sono nella zona “durabilità”, quella dove la tradizione si sviluppa grazie all’Innovazione, in un processo naturale; i settori infrastrutture e trasporti, energia, servizi postali sono nella zona “volatilità”, quello dove il cambiamento deve essere messo in atto ma in maniera equilibrata, il rischio di eccedere e di vanificare tutto è molto alto; infine, i settori banking, viaggi, salute, assicurazioni, utilities sono nella zona “vulnerabilità”, quella dove l’esigenza di Innovazione è più alta, con il rischio perdere le opportunità non avendo saputo sfruttare le proprie risorse.

  • HPC4 entra nel Green Data Center di Eni, eccellenza tutta italiana

    HPC4 entra nel Green Data Center di Eni, eccellenza tutta italiana

    All’interno del Green Data Center di Ferrera Erbognone, Eni ha presentato quello che è uno dei supercomputer più potenti al mondo. Si chiama HPC4 e dispone di una capacità di calcolo massima di 22,4 Petaflop, ossia 22,4 miliardi di operazioni matematiche al secondo. Un altro fiore all’occhiello del processo di digitalizzazione del colosso italiano.

    Il Green Data Center di Eni si trova a Ferrera Erbognone, in provincia di Pavia nella Lomellina meridionale, ed è uno dei più grandi e moderni data center d’Europa. Concepito nel 2009 e realizzato nel 2013, il Green Data Center rappresenta la casa digitale di Eni, il luogo dove il colosso italiano sta portando avanti il suo processo di digitalizzazione ormai giunto a livelli sempre più elaborati e sofisticati. L’esigenza di costruire un proprio data center per Eni è stata cruciale, una necessità data dal fatto di garantire sempre la continuità dei servizi, senza interruzioni.

    Un investimento che, di fatto, ha dato vita ad uno spazio dove l’efficienza energetica è la regola basilare. Lo scorso anno è stato raggiunto un grande traguardo in ottica di risparmio energetico, ottenendo un PUE (Power Usage Effectiveness) di 1,175 rispetto ad una media mondiale di 1,8 (dato EPA, US Environmental Protection Agency). Di conseguenza la quantità di CO2 risparmiata all’atmosfera nel triennio 2014-2017 è stata di 18.000 Ton e l’elettricità risparmiata nello stesso periodo ammonta a oltre 50.000 MWh.

    Il Green Data Center è il luogo in cui viene sviluppata tutta la forza di calcolo di Eni, è la casa del nuovo supercomputer HPC4 (High Performance Computer) che rende la potenza di calcolo dell’azienda italiana la più potente al mondo a livello industriale. HPC4, presentato ufficialmente durante l’evento “Imagine Energy.

    Storie di dati, persone e nuovi orizzonti”, consente alla compagnia di disporre di un’infrastruttura di calcolo con una capacità di picco pari a 22,4 Petaflop, vale a dire 22,4 milioni di miliardi di operazioni matematiche svolte in un secondo. Ma la potenza e la tecnologia, anche nelle loro forme più avanzate, pur offrendo vantaggi competitivi fondamentali senza le competenze umane risultano strumenti improduttivi.

    L’infrastruttura di calcolo di Eni, infatti, funziona sulla base di un unico ecosistema di algoritmi estremamente avanzato e complesso, creato e sviluppato nell’arco di oltre dieci anni e di proprietà di Eni, e basato sull’esperienza e sul know how della compagnia, che si è avvalsa anche della collaborazione di alcuni tra i più importati istituti di ricerca italiani.

    hpc4 green data center eni

    Tanto per rendere l’idea, HPC4 è il più potente supercomputer in Europa, il terzo al mondo dopo Sunway TaihuLight (93 Petaflop) in Cina e Tianhe-2 (33.86 Petaflop) sempre in Cina.

    Ma a cosa serve un supercomputer a Eni? HPC4 va ad aggiungersi alla famiglia degli HPC, i supercalcolatori di Eni che forniscono un supporto strategico al processo di trasformazione digitale della compagnia lungo tutta la sua catena del valore, dalle fasi di esplorazione e sviluppo dei giacimenti oil & gas, alla gestione dei “big data” generati in fase di operation da tutti gli asset produttivi (upstream, refining e chimici). Il supercomputer è quindi un grande supporto tecnologico per l’azienda.

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    Imagine Energy a Ferrera Erbognone (Pv)hpc4 green data center eni

    Eni è entrata oggi nella fase cruciale del proprio percorso strategico di digitalizzazione, con 150 progetti trasversali a tutte le aree di business e oltre 150 manager coinvolti, con l’obiettivo di raggiungere importanti benefici economici e operativi nel breve e medio termine.

    La società ha intrapreso la via della trasformazione digitale da diversi decenni, molto prima che nell’industria si cominciasse a parlarne, ed è riuscita nel tempo a trasformare la necessità di elaborare grandi quantità di dati in un grande vantaggio competitivo.

    Due gli aspetti rilevanti, sottolineati da Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, durante l’evento: il primo è che i supercomputer ci consentono di accelerare e rendere più efficiente e accurato l’intero processo upstream, riducendo i rischi nella fase esplorativa e guadagnando al contempo un notevole vantaggio tecnologico, il secondo è la possibilità di aumentare il livello di affidabilità, integrità tecnica e continuità operativa di tutti gli impianti, con benefici sia in termini di sicurezza che di impatto ambientale.

    hpc4 green data center eni claudio descalzi
    Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, con Riccardo Luna, direttore di Agi

    Questi potentissimi computer ci aiutano molto a minimizzare l’incertezza, a minimizzare il rischio degli investimenti e il rischio per l’integrità delle attrezzature e delle persone. Con HPC4 abbiamo fatto poco outsourcing e abbiamo basato tutto su competenze al nostro interno, è il frutto di algoritmi elaborati al nostro interno e si adatta perfettamente alle esigenze della società”.

    Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni

    Il processo di trasformazione digitale di Eni passa quindi dall’unione delle competenze emergenti con quelle esistenti, valorizzandole in modo da rendere l’azienda sempre più capace di affrontare nuove sfide.

    [In collaborazione con Eni]

  • Una lista di libri di digital marketing, startup e innovazione da regalare (anche) a Natale

    Una lista di libri di digital marketing, startup e innovazione da regalare (anche) a Natale

    Manca ormai pochissimo al Natale e, da sempre, ricevere in regalo dei libri è sempre un’idea molto apprezzata. Abbiamo stilato una lista di libri che ci hanno colpito in questo anno, spaziando dal mobile marketing, al web marketing, alle startup, all’innovazione. Sono 9 (+1) libri tutti da scoprire e da leggere. Vi è poi una special mention che non poteva assolutamente mancare.

    Ormai manca poco al Natale, tempo di regali che fa  sempre piacere ricevere. E siccome manca davvero poco e i ritardatari sono tanti (come chi scrive ad esempio) oggi proviamo a darvi qualche suggerimento. No, non sono gadget particolari, stavolta abbiamo fatto un elenco di libri che più ci hanno colpito durante questo anno. Sono testi che parlano di digital marketing, di mobile, di startup, di personal branding, di innovazione e anche di come affrontare questa era digitale che ci impone ritmi sempre più veloci. Sono 9 testi (+1) a cui vale la pena dedicare del tempo per comprendere, conoscere e affrontare meglio i tempi che stiamo vivendo. E che possono rivelarsi un bel regalo da ricevere.

    libri natale 2017 franzrusso.it [divider style=”dotted” top=”10″ bottom=”10″]

    too fast to think chris lewis libri natale 2017Il primo libro che vi consigliamo è “Too Fast To Think” di Chris Lewis, il fondatore dell’agenzia di comunicazione Lewis, uscito alla fine dello scorso anno, un testo che ci pone di fronte alla necessità di trovare una dimensione nella quale riuscire a gestire i ritmi, sempre più veloci, che la società di oggi ci impone. Ci sono casi, storie ma soprattutto consigli su come affrontare il lavoro, gestire al meglio il tempo. Il testo ha acuto una ottima accoglienza negli Stati Uniti, ma il consiglio è quello di leggerlo (in inglese) per trovare ispirazioni utili per la vostra attività.

    Su Amazon: Too Fast to Think: How to Reclaim Your Creativity in a Hyper-connected Work Culture

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    sei un genio colletti libri natale 2017A proposito dei tempi che viviamo e di come l’innovazione, il digitale li stiano cambiando radicalmente, allora è il caso di leggere il libro di Giampaolo Colletti, “Sei un Genio! – La rivoluzione degli Artigeni, artigiani e lavoratori delle idee geniali“. E’ un racconto di come l’imprenditorialità di oggi sfrutti l’innovazione per fa fiorire nuove idee. Da leggere.

    Su Amazon: Sei un genio! La rivoluzione degli artigeni, artigiani e lavoratori dalle idee geniali

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    disputa felice libro bruno mastroianniAltro libro che ci sentiamo di suggerire è “La disputa felice” di Bruno Mastroianni. Un libro che abbiamo molto apprezzato (potete leggere recensione e intervista qui). No ci sono tecnicismi particolari, ma solo una buona pratica per conversare e dialogare al meglio sui social media (e non solo) e su come evitare di degenerare in un continuo litigio.

    Su Amazon: La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico

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    condivide et impera bandiera libri natale 2017Un libro a cui siamo particolarmente affezionati è quello di Rudy Bandiera “Condivide et Impera“. Un libro che, dopo le regole del Digital Carisma, racchiude tutto il pensiero di Rudy, oggi acclamato comunicatore e formatore. Un concentrato di spunti, situazioni e fonti di ispirazione che potranno guidarvi per il nuovo anno che sta per arrivare. Anche questo da avere!

    Su Amazon: Condivide et impera. Convinci con il cervello, persuadi con il cuore e influenza per come sei
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    fai di te stesso un brand scandellari libri natale 2017Altro libro a cui siamo particolarmente legati è “Fai di te stesso un Brand“, uscito nel 2014 (qui l’intervista a Riccardo Scandellari) uscito quest’anno in una nuova edizione più ricca e completamente rivista. A distanza di tre anni, questo si conferma un grande manuale su come costruire il proprio personal branding. Da avere nel 2018 sempre sotto mano!

    Su Amazon: Fai di te stesso un brand. Personal branding e reputazione online

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    people are mediaE’ uscito da poche settimane ma sta già, giustamente, catturando l’attenzione. Si tratta di “People are media – Il Business digitale nell’era dei selfie“, Aldo Agostinelli e Silvio Meazza con la prefazione di Marco Montemagno (qui la recensione). Un viaggio di consapevolezza tra social media, IoT, E-commerce, Big Data, Blockchain, tecnologie che servono per migliorarci. Da leggere!

    Su Amazon: People are media. Il business digitale nell’era dei selfie[divider style=”dotted” top=”10″ bottom=”10″]

    sindrome eustachio sideri libri natale 2017Si dice spesso che gli italiani siano un “popolo di santi, poeti e navigatori”. Ma è stato un popolo di innovatori, di grandi innovatori e spesso le loro idee e le loro invenzioni sono ignorate proprio dagli stessi italiani. Il libro di Massimo Sideri, “La sindrome di Eustachio” ci aiuta a ricordare, e a scoprire, tante storie di innovazione e innovatori italiani spesso dimenticati. In quanti sanno che gli occhiali sono un invenzione italiana? Così come il pianoforte, la carta telefonica prepagata, il microchip, il robot? Allora se volete scoprirlo questo piccolo libro vi guiderà alla scoperta.

    Su Amazon: La sindrome di Eustachio. Storia italiana delle scoperte dimenticate [divider style=”dotted” top=”10″ bottom=”10″]

    mobile marketing carriero libri natale 2017Se è vero, come è vero, che viviamo (anche) l’era del Mobile allora il libro di Cristiano Carriero “Mobile Working, lavorare ovunque in modo semplice e produttivo” è quello che serve per orientarsi al meglio. Un manuale per ottimizzare modi e tempi per lavorare da mobile, con tanti spunti e strumenti che possono esservi di aiuto. Da avere sempre nello zaino.

    Su Amazon: Mobile working. Lavorare ovunque in modo semplice e produttivo [divider style=”dotted” top=”10″ bottom=”10″]

    nuda verità web marketing gagliardini libri natale 2017Ultimo, ma non certo ultimo, è “La nuda verità sul Web Marketing“, il nuovo libro di Claudio Gagliardini che racconta, senza mezzi termini, cosa sia il web marketing di cui tutti parlano. Partendo da uno scenario digitale ormai sempre più evoluto e innovativo, questo testo diventa quindi una guida per orientarsi nel grande mondo digitale. E’ un testo che si rivolge ai tanti operatori della rete quanto alle aziende che hanno bisogno di capire e comprendere come fare marketing digitale oggi.

    Su Amazon: La nuda verità sul web marketing. Non fa miracoli, non è per tutti, ma a molti ha cambiato la vita [divider style=”dotted” top=”10″ bottom=”10″]

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    Special Mention: Veronica Gentili

    facebook marketing plan gentili libri natale 2017In realtà la nostra lista non è completa, anzi. Dei libri menzionati non si può certamente non citare anche il nuovo libro di Veronica Gentili, “Facebook Marketing Plan“, uno dei libri più venduti su Amazon, nella sua categoria. Un manuale per sfruttare al meglio Facebook per la propria strategia di marketing. Un testo da avere sulla propria scrivania nel 2018, tutti i giorni.

    Su Amazon: Facebook marketing plan [divider style=”dotted” top=”10″ bottom=”10″]

    Ecco, questa è la nostra lista dei libri che ci hanno colpito nel 2017 e che, siamo sicuri, vi accompagneranno anche nel 2018. Sono testi che spaziano dal web marketing, alle startup, all’innovazione, cioè tutto quello che cerchiamo di raccontare ogni giorno. Sono dei perfetti regali di Natale, visto che è ormai alle porte, ma vanno bene per qualsiasi altro giorno perchè utili a capire dove sta andando il mondo.

  • Gli italiani hanno fiducia nell’Innovazione, ma il 38 percento teme per il lavoro

    Gli italiani hanno fiducia nell’Innovazione, ma il 38 percento teme per il lavoro

    Come si pongono gli italiani verso l’Innovazione? La risposta a questa domanda ce la fornisce il “Rapporto 2017 Agi-Censis sulla cultura dell’Innovazione”. Gli italiani sono convinti dei benefici che l’Innovazione possa portare alla società, ma il 38% degli italiani teme per le ricadute che i forti cambiamenti possano avere sui posti di lavoro. Ma vediamo gli altri dati.

    Che rapporto hanno gli italiani con l’Innovazione? Come si pongono di fronte alle grandi innovazioni digitali che stanno cambiando anche il nostro paese, il modo di relazionarci, il modo di offrire servizi? Sono domande che spesso ci poniamo, osservando come l’Innovazione si fa spazio anche in un paese come il nostro che mostra ancora forti ritardi. Ma per avere un quadro più completo, più chiaro e, soprattutto, per avere le risposte alle nostre (e vostre) domande, oggi vi parliamo del “Rapporto 2017 Agi-Censis sulla cultura dell’Innovazione“, uno studio che ha indagato su come gli italiani vedono l’innovazione sui diversi aspetti.

    Il report verrà presentato questa mattina a partire dalle ore 11 alla Camera dei Deputati con la Presidente Laura Boldrini. Ci saranno anche il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita e il direttore di Agi Riccardo Luna. Potrete seguire la diretta anche qui sul nostro blog.

    Dal report emerge che il 57,9% degli italiani ha una opinione positiva sull’impatto che l’Innovazione ha avuto sull’economia e sulla società italiana, mettendo, però, in evidenza anche dei problemi. Il 20,3% pensa che ci sia un sostanziale equilibrio tra i benefici apportati e i problemi generati dall’Innovazione, mentre solo il 14,2% ha una opinione estremamente positiva non rilevando alcun problema. C’è poi un 7,3% di italiani che invece vede solo problemi e nessun vantaggio. Va registrato che il 51,4% degli italiani ritiene che l’Innovazione amplifichi i divari sociali e il 47,8% che li riduca. E’ un’opinione spaccata in due con una leggera prevalenza di chi crede che li amplifichi, è un dato che spiega, in parte, come gli italiani si pongano oggi verso i temi dell’Innovazione.

    Si parla sempre più spesso del fatto che i processi innovativi, quelli di automazione, possano avere degli effetti negativi in tema occupazionale. Gli italiani, comunque una parte di essi, temono che l’automazione introdotta in vari aspetti lavorativi possano mettere a repentaglio i posti di lavoro. E’ un pensiero già emerso al recente “Internet Day” dello scorso aprile quando si rilevò che “per 4 italiani su 10 l’Automazione che la tecnologia sta portando nei processi produttivi toglierà più posti di lavoro di quanti ne creerà“.

    italiani innovazione agi cencis 2017 @franzrusso.it

    Ebbene, quasi in proporzioni analoghe questo pensiero viene rilevato anche da report odierno. Infatti, il 37,8% degli intervistati (comprendente le classi d’età dai 18 e agli 80 anni) è convinto che processi di automazione sempre più spinti e pervasivi determineranno un saldo negativo di posti di lavoro. Al contrario, il 33,5% degli intervistati ritiene che le opportunità aumenteranno in uno scenario di nuovi lavori ancora per gran parte inesplorato. Completano il quadro coloro (il 28,5% del totale) che ritengono che i posti di lavoro nel complesso non varieranno in termini numerici e che il cambiamento riguarderà semmai il tipo di lavoro. Le posizioni che sottendono le maggiori preoccupazioni sono riscontrabili, anche in questo caso, tra le famiglie di livello socio economico più basso e tra le persone che non dispongono di titoli di studio elevati.

    Se guardiamo al rapporto tra italiani e PA e di come l’innovazione abbia contribuito a migliorarlo, allora in questo caso il giudizio degli italiani è negativo. Oltre la metà degli italiani pensa che la PA  abbia dei problemi importanti nel suo funzionamento e quindi ne giudica l’operato in maniera negativa. Un ulteriore 18% ritiene che il  funzionamento sia addirittura “pessimo”. Il 24% ritiene accettabile l’operato della PA mentre si dichiara soddisfatta soltanto una quota residuale (pari al 3% del totale). Quattro gli elementi di insoddisfazione:  organizzativo, umano, politico e burocratico. Il campione si divide quasi esattamente fra questi quattro fattori tralasciando invece l’elemento della digitalizzazione dei processi. Soltanto il 3% degli intervistati ha indicato questo come fattore decisivo nel definire la propria insoddisfazione verso i servizi della PA.

    Il 59% degli italiani ritiene che  nonostante tutti i cambiamenti e le innovazioni tecnologiche in atto nella PA, la situazione sia rimasta complessivamente stabile. Chi, invece, intravede dei cambiamenti ritiene che l’esperienza generale sia addirittura peggiorata (27%). Soltanto il 14% dichiara di aver notato negli ultimi due anni un miglioramento rispetto al passato.

    In relazione a questo tema, c’è ancora un dato che va sottolineato. E cioè che soltanto il 34,2% della popolazione ha dichiarato di conoscere SPID, Sistema Pubblico di Identità Digitale, nonostante sia uno dei servizi fra i più pubblicizzati e su cui molto si sta puntando per la digitalizzazione del paese. Un dato su cui riflettere, e molto.

    Altre pillole dal report:

    • Oltre la metà degli italiani (55%) ritiene opportuno introdurre una legge per tassare i profitti generati in Italia dai più grandi del web, ma è un consenso non uniforme in tutte le fasce di età (tra i più giovani la quota è più bassa).  Il 42,1% degli italiani pensa che i robot sottraggono lavoro e non pagano le tasse e questo alla lunga finirà per impoverirci.
    • La digitalizzazione disintermedia: per oltre il 70% della popolazione la sharing economy nei sui diversi ambiti di applicazione (turismo, mobilità, housing, ecc.) è una soluzione interessante che consente di risparmiare nell’accesso ad alcuni servizi. Di fronte alla prospettiva di aderire a queste opportunità per integrare il reddito familiare o per avviare un’attività imprenditoriale, la percentuale scende rispettivamente al 55,2% e 52,5%.
    • Dall’innovazione arrivano le risposte più importanti per affrontare la sfida della sostenibilità e della progressiva decarbonizzazione. Tra le infrastrutture più gradite agli italiani ci sono i parchi fotovoltaici (82,4%) e i parchi eolici (73,3%). Tra gli impianti non graditi al primo posto le raffinerie di petrolio (77%) e al secondo le centrali elettriche a carbone (76,5%). Infine il Il 65,6% degli italiani è convinto che diventeremo tutti in qualche modo produttori di energia in uno scenario no-grid (o smart-grid), dove la produzione di elettrica – e non il solo consumo –  diventerà un fatto collettivo.
    • Le preoccupazioni per la micro-criminalità e la minaccia del terrorismo stanno spostando il pendolo tra libertà e sicurezza verso quest’ultima. Ben vengano allora per gli italiani le tecnologie digitali che garantiscono maggior controllo anche se potrebbero sottrarre qualcosa alla privacy e alla libertà di movimento. Solo il 15,4% degli italiani paventa una possibile riduzione della libertà.

    Questo è quanto riguarda ciò che pensano gli italiani in relazione all’Innovazione, sotto diversi aspetti. Sono dati, come dicevamo all’inizio, che confermano, per certi versi, il motivo per cui il nostro paese mostra ancora dei ritardi, manca una cultura all’innovazione e al digitale formata e distinguibile. Ma ci sono dei segnali positivi. Sorprende, e non poco, il dato relativo allo SPID, vuol dire che da quel punto di vista c’è davvero molto, ma molto, da fare.

    Rapporto Agi Censis Innovazione Infografica

  • Eni a Maker Faire 2017, la sicurezza sul lavoro si innova con la realtà aumentata

    Eni a Maker Faire 2017, la sicurezza sul lavoro si innova con la realtà aumentata

    Innovazione significa per Eni anche migliorare la sicurezza e la salute dei dipendenti. In occasione della quinta edizione di Maker Faire Rome, l’azienda fondata da Enrico Mattei ha esposto, all’interno dello spazio “Innovation for Energy”, soluzioni innovative e interessanti che sfruttano la realtà virtuale e la “Augmented Health and Safety”.

    Giunta alla quinta edizione, la “Maker Faire – The European Edition” di Roma è ormai da considerarsi il luogo dove il futuro arriva prima e dove si respira in modo concreto che cosa sia davvero il significato di innovare. All’appuntamento non ha voluto mancare Eni che, per la quarta volta, è anche main partner della manifestazione.

    L’azienda fondata da Enrico Mattei è molto attenta, da sempre, ai temi dell’innovazione e della tecnologia e, nell’edizione in cui si raccoglie la sfida dell’Impresa 4.0, ha voluto esporre la sua idea di futuro all’interno dello spazio “Innovation for Energy”, mostrando soluzioni che hanno come obiettivo quello di preservare la sicurezza e la salute dei dipendenti sfruttando la realtà virtuale e la “Augmented Health and Safety”.

    Le soluzioni che Eni ha esposto a Maker Faire riguardano l’OTS – Operator Training Simulator, il sistema che permette agli operatori degli impianti di effettuare training attraverso la realtà virtuale con caschetti 3D che simulano il contesto all’interno del quale l’operatore si troverà a lavorare. Le postazioni a disposizione del pubblico sono state letteralmente prese d’assalto.

    All’interno dell’Innovation for Energy Eni ha esposto anche soluzioni Augmented Health and Safety, ossia strumenti che, attraverso la realtà aumentata, permettono di incrementare il livello di sicurezza degli operatori grazie a sistemi che forniscono informazioni e sensazioni fisiche attraverso sensori. Le soluzioni che riguardano questo tema sono state realizzate sotto forma di prototipi che saranno disponibili entro un paio di anni.

    Una tra queste è il casco “Deep vision shield” che permette all’operatore un altissimo livello di sicurezza attraverso dei sensori che raccolgono informazioni sull’ambiente circostante e informazioni sullo stato di salute dell’operatore (può rilevare ad esempio il livello di disidratazione). La visiera del casco è poi un vero sensore in realtà virtuale attraverso cui esaminare tutte le informazioni.

    Altri dispositivi di sicurezza che Eni ha esposto sono gli “Active gloves“, ossia dei guanti che permettono all’operatore di lavorare in assoluta sicurezza in quanto contengono dei sensori che rilevano pericoli nelle vicinanze, come ad esempio la presenza di materiale molto caldo. Questi guanti sono poi utili per guidare gli strumenti di “Robotic inspection“.

    A ciò si aggiungono gli innovativi “Sensing suit“, come la maglietta che monitora i segnali biologici dell’operatore – tra cui temperatura corporea, frequenza cardiaca, idratazione e respirazione – e le calze che monitorano la temperatura dei piedi per evitare congelamenti.

    A proposito di “Robotic Inspection”, Eni ha presentato a Maker Faire il prototipo di un drone, molto piccolo e leggero, che sarà utilizzato, appunto, per ispezioni preventive di ambienti al fine di individuare la presenza di sostanze dannose, come il gas. Si tratta certamente di uno strumento utilissimo specie in situazioni di lavoro più estreme.

    Tutte queste soluzioni sono state elaborate e studiate in collaborazione con il MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston – nello specifico dal MIT Design Lab ed Eni nell’ambito della collaborazione con MITEI (MIT Energy Initiative) – una partnership che nei prossimi anni elaborerà progetti di Machine Learning, Internet of Things, Intelligenza Artificiale, Realtà Aumentata ed Elettronica flessibile per migliorare sempre di più la sicurezza e la salute degli operatori.

    (In collaborazione con Eni)

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  • Dall’era dei Big Data a quella dell’Umanesimo 2.0

    Dall’era dei Big Data a quella dell’Umanesimo 2.0

    Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia è ormai parte della nostra vita, automatismi compresi. Ma nell’era dei Big Data, dell’analisi dei dati c’è sempre più il bisogno di dare un tocco umano. Ma in questa intervista Furio Camillo, dell’Università di Bologna, esprime un parere critico invitando ad un nuovo Umanesimo 2.0, parlando anche di “CRM delle Emozioni”.

    Nell’era dei Big Data, dell’analisi dei dati c’è sempre più il bisogno di dare un tocco umano. Il tema è stato affrontato anche al recente Analytics Experience di Amsterdam, ma ne avevamo parlato anche un po’ di tempo prima con Furio Camillo, professore associato di Statistica Economica presso l’Università di Bologna, durante un incontro nato in occasione del SAS Forum Milan 2017. Quello che, già qualche mese fa, sosteneva Camillo è un po’ quello che sta prendendo piede in questi ultimi tempi, e cioè aggiungere Emozioni ai dati e dare vita ad una sorta di Umanesimo 2.0. Nella nostra conversazione ha parlato proprio di “CRM delle Emozioni”. Vanno bene le nuove tecnologie, l’innovazione, l’automazione, ma alla fine i dati devono essere comunque “modellati” e devono rispondere a dei “perchè”.

    E’ questo il senso della bella intervista con Furio Camillo che ci ha offerto uno “spaccato umano” in mezzo ad una tecnologia che è ormai troppo sbilanciata verso gli automatismi che non riescono a fornire tutte le risposte. Il suo è un richiamo critico assolutamente da non sottovalutare.

    innovazione big data umanesimo 2.0

    Ma che significa davvero CRM delle Emozioni?

    Sai ho la sensazione che, dopo 30 anni di cui me ne occupo, è che ci sia una deriva non positiva, soprattutto in relazione a tutto questo positivismo che ci circonda. La deriva è che il dato viene visto come qualcosa di incapsulato nella tecnologia, manovrata da ingegneri e computer scientist, che di fatto non sono interessati per la loro cultura, al dato in sè. Il dato oggi lo troviamo nei database, sempre più immateriale, sempre più difficile anche da navigare, come il Cloud, con cui avviene una delocalizzazione fisica del dato. Pensa che spesso siamo portati a pensare al data-driven che fa tutto da solo, per citare un esempio in questo senso. La mia sensazione è che questa interpretazione è errata, non ci può essere una modellazione del dato, soprattutto se questo lo si applica alle aziende sociali, quindi economia, business, marketing dove c’è l’essere umano che è generatore del dato. Anche l’IoT alla fine è un continuo generare dei dati perchè siamo noi stessi che connettiamo i dispositivi da cui poi generiamo tutta una serie di dati. E’ l’uomo che connette i device e che trasmette informazioni, attraverso questi strumenti, su quello che è il comportamento dell’uomo. La deriva, tornando al pensiero iniziale, è che si stanno collezionando milioni e milioni di informazioni, e i numeri sono davvero esponenziali, ma alla fine una delle domande che ci si pone spesso è che poi quella campagna la si deve fare semanticamente.

    Ma tornando al tema delle Emozioni, oggi non si riesce a comunicare se davvero non si riesce a trasmettere delle Emozioni. Tu come la vedi dal tuo punto di vista?

    E’ vero, e dirò di più, nel senso che stiamo vivendo l’inizio di un’era dell’Umanesimo nei Big Data. Si generano informazioni legate al comportamento umano. Banalmente, per fare un esempio, uno va ad accompagnare il figlio a scuola con lo smartphone in tasca. Bene, quel telefono è trackato (rintracciabile, n.d.r.), tieni presente che in Italia ci sono ben 11 milioni di telefonini trackati di cui conosciamo la posizione, in media. Dobbiamo quindi, osservando i vari spostamenti che  le persone compiono, chiederci perchè generano questi spostamenti. D’accordo avere l’informazione, ma sarebbe utile anche il chiedersi il perchè. Dovremmo forse recuperare la vecchia logica delle ricerche di mercato e lo dico da statistico. Alle aziende oggi non serve sapere che tu vai da un punto ad un altro della città ascoltando musica, alle aziende serve sapere perchè ti muovi in quella direzione per poter costruire tutto un percorso ed individuare punti di interesse. I devices permettono di visualizzare le cause ma non gli effetti.

    E l’unico modo per scoprire le cause resta la survey?

    Secondo me sì.

    E per il fatto che siamo tutti interconnessi oggi la survey può vivere in altre forme?

    Certo, io stesso ho elaborato una survey ad un campione di 4.500 italiani associato ad un’app sul proprio smartphone, ai quali abbiamo associato un valore, e ne stiamo studiano i comportamenti. L’idea è al momento allo sviluppo con un’azienda, ma questo modello lo si può replicare anche per altre aziende. Parlavamo prima di Emozioni, ma si potrebbe dire delle Ragioni dei comportamenti che passano attraverso la profilazione dei valori delle persone al comportamento che si può osservare quando un soggetto genera uno stimolo che va sul device.

    E in tutto questo, secondo te, SAS che ruolo gioca?

    Vedi, il ruolo di SAS in questo contesto è fondamentale, nel senso che svolge un ruolo nella parte analitica, che è quello che ci interessa di più, in maniera basilare oserei dire. SAS ci offre una capacità di modellazione statistica del dato che è quello che interessa oggi a noi, perchè lega la capacità tecnologica alla capacità analitica, sempre aggiornato, documentato. Se vuoi fare modellazione statistica oggi il miglior modo per farlo è solo SAS, senza dubbio.

    Ti dirò, vedo anche una deriva nella scelta della tecnologia nelle aziende, derivata dal fatto che si bada a spendere sempre meno, anche se non è poi questo il vero problema. Esiste un’idea diversa, legata al fatto che il dato è prima all’interno di una scatola tecnologica e non dentro una scatola analitica.

    Il problema che abbiamo ancora in Italia è che il dato viene visto solo come parte della tecnologia e non come una ricchezza della parte operativa. Pensiamo ai grande settori della nostra economia come fashion, automotive, questi sono settori in cui c’è un gran bisogno di ritorno al’Umanesimo. I dati sono un patrimonio conoscitivo che dobbiamo imparare a trattare.

    Dobbiamo perdere l’approccio automatizzato, intendiamoci, l’Intelligenza Artificiale serve per altri scopi.

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  • Cresce il fenomeno smart working in Italia: aumenta del 14 percento in un anno

    Cresce il fenomeno smart working in Italia: aumenta del 14 percento in un anno

    Cresce anche in Italia il fenomeno dello smart working. Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, lo smart working cresce del 14% in un anno e del 60% rispetto al 2013. Gli Smart Worker nel nostro paese sono ormai 305 mila, ossia l’8% del totale dei lavoratori.

    Nell’era delle nuove tecnologie, del digitale e dei social media, in un momento in cui tutto cambia, ecco anche anche il mondo del lavoro non può restare immune dalla trasformazione digitale in atto. Una conseguenza diretta di tutto questo è senza dubbio l’emergere, in questi ultimi anni, del fenomeno dello smart working, termine con cui si indica, per renderla più semplice possibile, la possibilità di poter espletare il proprio lavoro anche il luoghi diversi dal classico ufficio, come ad esempio può essere lavorare da casa. Si tratta di una forma di lavoro flessibile che cresce anche nel nostro paese e che lascia al lavoratore maggiore autonomia nella scelta delle modalità di lavoro in termini di luogo, orario e strumenti utilizzati

    I dati diffusi oggi dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano infatti testimonia questa crescita. Nell’ultimo anno il fenomeno è cresciuto in Italia del 14%, dal 2013 poi è cresciuto di ben il 60%. Gli Smart Worker sono ormai 305 mila, ossia l’8% del totale dei lavoratori, e si distinguono per maggiore soddisfazione per il proprio lavoro e maggiore padronanza di competenze digitali rispetto agli altri lavoratori.

    smart working italia

    Il fenomeno dello smart working cresce anche nelle grandi imprese, il 36% ha già lanciato progetti strutturati (il 30% nel 2016), ben una su due ha avviato o sta per avviare un progetto, ma le iniziative che hanno portato veramente a un ripensamento complessivo dell’organizzazione del lavoro sono ancora limitate e riguardano circa il 9% delle grandi aziende. Cresce l’interesse anche tra le PMI verso questa nuova modalità di lavoro, sebbene a prevalere siano approcci informali: il 22% ha progetti di Smart Working, ma di queste solo il 7% lo ha fatto con iniziative strutturate; un altro 7% di PMI non conosce il fenomeno e ben il 40% si dichiara “non interessato” in particolare per la limitata applicabilità nella propria realtà aziendale.

    Nella Pubblica Amministrazione solo il 5% degli enti ha attivi progetti strutturati e un altro 4% pratica lo Smart Working informalmente, ma a fronte di una limita applicazione c’è un notevole fermento, con il 48% che ritiene l’approccio interessante, un ulteriore 8% che ha già pianificato iniziative per il prossimo anno e solo il 12% che si dichiara non interessato.

    Dalla ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano emerge che lo smart working è una realtà, ma quel che si vede è solo la punta dell’iceberg: sono ancora pochi i progetti di sistema che ripensano i modelli di organizzazione del lavoro e estendono a tutti i lavoratori flessibilità, autonomia e responsabilizzazione. Eppure, i benefici economico-sociali potenziali sono enormi: l’adozione di un modello “maturo” di smart working per le imprese può produrre un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore, che a livello di sistema Paese significano 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi. Per i lavoratori, anche una sola giornata a settimana di remote working può far risparmiare in media 40 ore all’anno di spostamenti; per l’ambiente, invece, determina una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno.

    La ricerca evidenzia ancora che il 31% degli smart worker dichiara di lavorare in un’organizzazione che ha progetti strutturati di Smart Working; la restante parte in contesti in cui non è formalizzato oppure gode di forme di flessibilità legate al proprio ruolo. Rispetto agli altri lavoratori, gli smart worker sono caratterizzati da un’elevata mobilità nei luoghi di lavoro: trascorrono mediamente solo il 67% del tempo lavorativo in azienda, contro l’86% degli altri. Inoltre sono sempre meno legati a una singola postazione: diminuisce rispetto l’anno passato il tempo dedicato al lavoro fisso alla propria postazione (39%) a favore di quello svolto da altre postazioni all’interno delle sedi di lavoro (15%) o in altre sedi della propria azienda (13%), per la restante parte del tempo gli Smart Worker lavorano in luoghi esterni alla propria azienda (presso clienti o fornitori, a casa o in spazi di coworking).

    Rispetto alla media dei lavoratori, gli smart worker sono più soddisfatti del proprio lavoro: soltanto l’1% degli smart sorker si ritiene insoddisfatto nel complesso (contro il 17% degli altri lavoratori), il 50% è pienamente soddisfatto delle modalità di organizzare il proprio lavoro (22% per gli altri), il 34% ha un buon rapporto con i colleghi e con il capo (16% per gli altri). Inoltre, gli smart sorker ritengono di avere una più adeguata padronanza di competenze soft relazionali e comportamentali legate al digitale (Digital Soft Skills), che consentono alle persone di utilizzare efficacemente i nuovi strumenti digitali per migliorare produttività e qualità delle attività lavorative.

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